Novembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
DETENZIONE A CASA PER CHI DEVE SCONTARE CONDANNE INFERIORI A UN ANNO…SONO ESCLUSI I DELINQUENTI ABITUALI, PROFESSIONALI O PER TENDENZA… DECIDE IL PM, CONTROLLA IL GIUDICE DI SORVEGLIANZA… ENTRO IL 2013 USCIRANNO CIRCA 7.000 DETENUTI: UN PALLIATIVO PER RIDURRE IL SOVRAFFOLLAMENTO DELLE CARCERI
Per tamponare la situazione esplosiva del superaffollamento nelle carceri italiane, sempre in
attesa di un piano straordinario penitenziario, il Senato ha approvato in via definitiva un provvedimento che consente la detenzione domiciliare per chi deve scontare condanne inferiori a un anno.
Ne beneficeranno, entro il 31 dicembre 2013, oltre a chi ha condanne molti lievi anche quei detenuti che stanno per completare il periodo di detenzione e vedono avvicinarsi il sospirato momento della fine pena.
Si calcola che il ddl dovrebbe interessare almeno 7 mila detenuti e consente (in teoria) l’ assunzione di circa 2000 agenti penitenziari per sopperire alle carenze di organico.
Abitazione dove scontare la pena: la pena detentiva è eseguita presso l’abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza che può definirsi un domicilio.
A chi non è applicabile: ai detenuti considerati «delinquenti abituali, professionali o per tendenza»; ai detenuti che sono sottoposti al regime di sorveglianza particolare; quando vi è la concreta possibilità che il condannato possa darsi alla fuga o quando sussistono specifiche e motivate ragioni per ritenere che il condannato possa commettere altri delitti oppure quando non sussiste «l’idoneità e l’effettività del domicilio anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato».
Decide il pm, controlla il gudice di sorveglianza: spetta al pubblico ministero la trasmissione al giudice di sorveglianza della richiesta di sospensione della reclusione corredata da un verbale di accertamento della idoneità del domicilio.
Il magistrato di sorveglianza dispone l’esecuzione domiciliare degli ultimi 12 mesi di pena o di assegnazione a centri di recupero, presso una struttura pubblica o privata accreditata, in caso di condannati tossicodipendenti.
Inasprimento pene se si evade da casa: in caso di evasione dai domiciliari la pena che era prevista dal codice penale da 6 mesi fino a tre anni passa da uno fino a cinque anni.
Si prevede un adeguamento dell’ organico del Corpo di polizia penitenziaria di circa 2000 unità per fronteggiare la situazione emergenziale in atto.
Ammesso che si trovino i soldi per pagarli.
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Novembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
MINACCIATO DALLA CRICCA DI COSENTINO DI FARGLI MANCARE I VOTI SULLA FIDUCIA SE NON AVESSE ANNULLATO IL DECRETO CHE SOTTRAEVA LA GESTIONE RIFIUTI DI NAPOLI AI SUOI UOMINI…. LA CARFAGNA SI BATTEVA PER LA LEGALITA’ ED E’ STATA ATTACCATA PER QUELLO… E DELL’UTRI VIENE DEFINITO DAI GIUDICI “MEDIATORE E CANALE DI COLLEGAMENTO” TRA COSA NOSTRA E L’IMPRENDITORE BERLUSCONI
Inaspettatamente in un solo giorno, anzi in poche ore, emergono dal passato e dal
presente le relazioni pericolose di Silvio Berlusconi con le mafie.
La liaison allontana da lui anche la fedele e fidata Mara Carfagna.
Annuncia altri sismi per il suo governo. Apre nuove crepe nella già compromessa affidabilità del capo del governo.
Le cose, a quanto pare, vanno così.
Infuriati per la nomina a commissario per i rifiuti di Stefano Caldoro, governatore della Campania, decisa dal Consiglio dei ministri, due politici indagati per mafia Nicola Cosentino e Mario Landolfi si presentano a Palazzo Grazioli.
Affrontano Silvio Berlusconi a brutto muso minacciandolo di non votare la fiducia se non avesse annullato il decreto legge che, assegnando alla Campania 150 milioni di euro, consente al governatore anche l’adozione di “misure che prevedono poteri sostitutivi” nei confronti degli enti inadempienti. Il capo di governo che, entro il 14 dicembre, ha bisogno di voti in Parlamento come dell’aria che respira li rassicura.
Promette una rapida retromarcia.
La notizia si diffonde e il ministro Mara Carfagna – molto si è data da fare per quel decreto legge che sottrae l’emergenza all’opacità dei potentati locali – annuncia che, dopo la fiducia, lascerà il governo e il partito del presidente.
Così dunque stanno le cose.
La ricattabilità del premier è di assoluta evidenza.
La sua debolezza politica – e ormai di leadership – lo espone a ogni pressione, alle più imbarazzanti coercizioni, a umilianti inchini dinanzi a personaggi non solo discussi, ma decisamente pericolosi.
È imbarazzante l’imposizione che il capo del governo subisce da Nicola Cosentino, 51 anni, da Casal di Principe, salvato dall’arresto per mafia solo dal voto della maggioranza.
L’uomo ha il controllo pieno di quattro delle cinque Province campane (Napoli, Caserta, Salerno, Avellino).
Sono queste istituzioni che amministrano i flussi della spazzatura e governano le società di gestione che hanno sostituito i consorzi infiltrati da ogni genere di illegalità , malaffare, prepotenza criminale (il consorzio di Caserta è costato fino all’aprile scorso, 6,5 milioni di euro al mese).
Tutta la parabola politica di Cosentino si può spiegare e raccontare dentro l’emergenza rifiuti.
Quelle crisi – indotte e cicliche – hanno convogliato in quella disgraziata regione un fiume di denaro (dal 2001 al 2009 tre miliardi e 546 milioni di euro) e proprio nei consorzi – e oggi nelle società di gestione – la politica ha incontrato il potere mafioso e ha messo a punto la distribuzione di benefici, rendite, utili, organizzando un “sistema della catastrofe” che, da quella rovina, ha spremuto influenza, consenso e ricchezza.
A farla da padrone la camorra, a cominciare dalla camorra dei Casalesi. Hanno guadagnato e guadagnano sull’affitto delle aree destinate a discarica e dei terreni dove vengono stoccate le ecoballe.
Lucrano sul noleggio dei mezzi e soprattutto nei trasporti.
Nicola Cosentino rappresenta il punto di equilibrio – oscuro e ambiguissimo – di questo “sistema” che oggi appare sfidato, dentro il Popolo della Libertà , dall’asse Caldoro-Carfagna e, dentro la maggioranza, da Futuro e Libertà , in Campania diretto da Italo Bocchino.
Il decreto legge che assegna al governatore poteri commissariali può essere considerato il successo di questo schieramento.
Il passo indietro di Berlusconi ripristina ora le gerarchie di un “sistema” che ha in Cosentino il leader e nel potere intimidatorio della camorra la sua forza.
Si sapeva che l’uomo di Casale di Principe ha sempre avuto un’arma da puntare alla tempia del governo.
In qualsiasi momento poteva far saltare gli equilibri che hanno permesso a Berlusconi di rivendicare le capacità tecnocratiche di eliminare i rifiuti dalla Campania con un miracolo che ha liquidato quella disgrazia con una magia. L’illusionismo manipolatorio aveva in Cosentino il suo garante.
Un garante di cui oggi Berlusconi non può liberarsi.
Per due motivi: Cosentino gli farebbe mancare i suoi voti il 14 dicembre e, peggio, nella prossima e vicina campagna elettorale seppellirebbe l’immagine del Cavaliere sotto l’immondizia e i miasmi.
Come non può fare oggi a meno di Cosentino, il Cavaliere non ha potuto liberarsi in passato di quel Marcello Dell’Utri che, si legge nelle motivazioni della Corte d’Appello che lo ha condannato a sette anni di reclusione, fu “mediatore” e “specifico canale di collegamento” tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi.
Dell’Utri, scrivono i giudici, è l’uomo che ha consentito ai mafiosi delle “famiglie” di Palermo di “agganciare” “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”.
È questa allora la scena che abbiamo sotto gli occhi.
Un capo del governo che, nella sua avventura imprenditoriale, è stato accompagnato – per lo meno fino al 1992 – dalla presenza degli uomini di Cosa Nostra e, oggi, per proteggere la maggioranza che sostiene il governo deve chinare il capo dinanzi alle pretese del politico considerato dalla magistratura il più compromesso con gli interessi dei Casalesi.
È uno stato di dipendenza, di oscurità , di minorità politica che nessun arresto di latitante, confisca di bene miliardario, statistica e classifica di successi dello Stato potrà ribaltare.
Le vittorie dello Stato contro le mafie non riescono a diventare il riscatto personale di Berlusconi – e della sua storia – da quei poteri criminali con cui egli si è intrattenuto negli anni della sua impresa economica e ancora oggi si deve tener vicino per sopravvivere nel suo crepuscolo politico.
Giuseppe D’Avanzo
(da “la Repubblica“)
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Novembre 19th, 2010 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLE PARI OPPORTUNITA’ E’ PROSSIMA A LASCIARE IL GOVERNO E IL PARTITO, SUBITO DOPO LA VOTAZIONE DELLA FIDUCIA…BOSSI VUOLE LE ELEZIONI PER PERDERLE…. FINI LO SFIDA: “NON HO PAURA DEL VOTO”
Mara Carfagna è sul punto di lasciare Pdl e governo. 
Quella che al momento è solo una indiscrezione dell’Ansa (la diretta interessata non conferma e non smentisce) rappresenta, comunque, l’ultimo colpo di scena del terremoto che da settimane scuote il Pdl, culminato nell’uscita dal partito e dall’esecutivo dei parlamentari finiani.
L’intenzione del ministro per le Pari Opportunità sarebbe quella di aspettare le verifiche parlamentari del 14 dicembre prima di dare le dimissioni.
Alla base della sua scelta ci sarebbero gli insanabili contrasti con i vertici campani del partito e «l’incapacità » dei coordinatori nazionali di affrontare i problemi interni al Pdl campano.
A chi ha avuto modo di sentirla, inoltre, il ministro ha spiegato di sentirsi «amareggiata» per «gli attacchi volgari e maligni» di esponenti del partito come Giancarlo Lehner, Alessandra Mussolini e Mario Pepe.
Negli ultimi giorni, diversi esponenti del Pdl hanno accusato più o meno velatamente la Carfagna di guardare con interesse a Fli anche in vista delle elezioni del sindaco di Napoli.
Le notizie che riguardano la Carfagna arrivano all’indomani del videomessaggio di Gianfranco Fini.
L’appello alla responsabilità del presidente della Camera hanno sollevato numerose polemiche e hanno spinto il leader della Lega Umberto Bossi a d accusare il leader di Fli «di aver paura del voto».
A stretto giro, da Torino, è arrivata la risposta di Fini:”non temo le elezioni, ma non servono al Paese».
ll leader leghista è del parere che il presidente del Consiglio avrà la fiducia di entrambe le Camere ma, se così non fosse, «bisogna andare alle elezioni. Se è saggio va al voto e ritorna con un sacco di voti in più».
Per Bossi, però, Berlusconi potrebbe fare come Fanfani: «Ottenne la fiducia ma si dimise comunque».
Secondo Bossi, infine, non ci sono possibilità di un governo tecnico: «Napolitano è saggio e non lo permetterà . E comunque ci sarebbe una reazione troppo forte del Paese».
In realtà Bossi si rende conto che la Lega sta perdendo consensi (-2% a Milano in pochi mesi) e, se la crisi politica si protrae, confermare un 11-12% diventerò un sogno.
Meglio realizzare ora, anche se poi il centrodestra dal voto ne uscirà con le ossa rotta perchè al Senato la maggioranza se la scorda.
E a quel punto salterà sulla zattera Tremonti, abbandonando il Cavaliere al suo destino.
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Novembre 19th, 2010 Riccardo Fucile
SUL WEB ERA MONTATA LA PROTESTA DELLA BASE PER QUELLO CHE E’ STATO INTERPRETATO COME UN COLPO DI FRENO…GRANATA PRECISA: “ABBIAMO RITIRATO LA NOSTRA DELEGAZIONE AL GOVERNO, CI COMPORTEREMO DI CONSEGUENZA SULLA SFIDUCIA”… CONSOLO E MENIA: “NOI RESTIAMO CON FINI, FUTURO E LIBERTA’ RESTA UNITO”
All’indomani del videomessaggio di Gianfranco Fini e delle voci che danno una pattuglia di finiani poco sicuri di votare la sfiducia al governo, Fabio Granata, uno dei “falchi” vicino al presidente della Camera, fuga i dubbi.
Scacciando l’interpretazione delle prime pagine dei giornali che parlano di un secco colpo di freno da parte del presidente della Camera.
“Nessuna retromarcia. Se il percorso sarà quello di arrivare in Aula a maggioranza invariata e se, peggio ancora, continua questo tentativo di garantirsi una striminzita maggioranza numerica, senza tenere conto della grande questione politica posta da Fini, non potremmo che votare la sfiducia. Abbiamo ritirato la delegazione dal governo e ci comporteremo di conseguenza con la sfiducia”.
Smentiscono tentazioni di retromarcia sia il deputato di Fli Giuseppe Consolo (“seguo le indicazioni di Fini per convinzione, non per dovere. Il resto sono giornalate”), sia l’ex sottosegretario all’ambiente Roberto Menia: “Fli non si spacca, mi pare una favola. Non ho nessuna voglia di votare la sfiducia, ma se mi costringono a farlo lo faccio”.
Menia ipotizza così il futuro del governo: “La proposta è questa: fase due di questa legislatura, un aggiornamento del programma, se possibile un centrodestra allargato. Io l’ho sempre letta così: dopo di che si può rispondere o con la sfida muscolare, ma fa parte della tattica per ognuna delle parti e poi c’è invece il momento della ragionevolezza. Manca meno di un mese alla verifica mi auguro che prevalga, per il bene del paese, la ragionevolezza”.
Se il videomessaggio di Fini non era una marcia indietro, che cosa era?
“Un grande richiamo al senso di responsabilità a Berlusconi, perchè l’Italia attraversa una fase molto difficile e da qui al 14 dicembre bisogna governare i processi sociali e dell’economia” spiega Granata.
“Il governo, così com’è, non può andare avanti, serve un passo indietro e l’apertura di una crisi per realizzare poi una nuova agenda di governo e con ampia base parlamentare”.
Nel pomeriggio il presidente della Camera sarà a Torino per la sua prima uscita pubblica come leader di Fli.
Dall’altra parte, il videomessaggio con cui ieri Gianfranco Fini ha chiesto “una maggiore responsabilità ” da parte della maggioranza di governo, viene discusso e criticato nelle piazze digitali che ruotano intorno a Futuro e Libertà per L’Italia: c’è chi riconosce a Fini “senso dello Stato e delle Istituzioni”.
Ma c’è anche chi scrive: “Non capisco e non mi adeguo”.
In molti esprimono interrogativi: “Non ho capito il senso. E voi?”.
Per altri, la situazione è più chiara: “Nell’ultimo messaggio Fini è ambiguo. Se la chiude con Berlusconi alla ‘volemose bene’ tutti gli italiani scoppieranno a ridere”.
E ancora: “Sarà una tattica politica, ma ho l’impressione che il video di Fini sia stato controproducente. Stiamo dando l’aria di gridare la ritirata”.
E c’è chi valuta le conseguenze politiche e soprattutto i rapporti di forza nel centrodestra. “Berlusconi ha colto subito l’opportunità dicendo Fini si è arreso”.
Per molti pesa anche la non sfiducia al ministro Bondi.
Da parte nostra, avendo già trattato in un precedente articolo la questione, vorremmo solo aggiungere qualche punto.
1) A parte che vi sono ministri molto più colpevoli e nullafacenti di Bondi che andrebbero sfiduciati, nel momento in cui Napolitano ha chiesto che la legge di stabilità passasse senza momenti critici e, su richiesta del Pd, la sfiducia a Bondi è stata calendarizzata per fine novembre, Fini ha giustamente fatto prevalare l’impegno assunto con il Presidente della Repubblica.
Qualcuno riesce a capire che questa intesa sarò importante dopo?
2) Semmai andava votata a tempo debito la sfiducia a Calderoli che ha commesso un atto gravissmo, ma pare che anche tra la base finiana c’è chi non se lo ricorda o dorma.
Pensate che strumento elettorale “forte” avrebbe avuto Fli : aver dimissionato un ministro leghista che fa sparire una norma per favorire l’assoluzione di 30 leghisti accusati di associazione sovversiva.
Con La Russa che l’ha coperto.
Quando a destra si capirà che la Lega è il peggior nemico dell’Italia sarà sempre troppo tardi.
3) Comprendiamo i sentimenti della base (noi siamo ancora più radicali) ma occorre anche capire i tatticismi.
Vi siete tenuti per anni un partito dove non si discuteva mai, vi siete accontentati dei caporali di giornata come capicorrente, imparate a riflettere ogni tanto prima di partire lancia in resta.
A sconfiggere il berlusconismo non c’è riuscita la sinistra in 18 anni, volete che Fini ci riesca in tre mesi?
4) Dall’altro lato è necessario che vi sia chiarezza nella gestione di Futuro e Libertà .
Nessuno è stato obbligato a fare una scelta scomoda, ma se ci sta deve farlo convinto: il 95% dei militanti ne ha i coglioni pieni della cricca berlusconiana. Pertanto se qualcuno ne sente ancora il richiamo, è opportuno che si accomodi alla porta, onde evitare che Fini sia spesso costretto a mediare ed a perdere forza propulsiva.
5) La classe dirigente si deve rendere conto che il 50% dei voti potenziali di Fli non è di area di destra, ma di astensionisti o delusi dalla sinistra.
Si deve avere il coraggio di confrontarsi con questa nuova base.
C’è chi si scandalizza per una possibile intesa con la sinistra per cambiare la legge elettorale?
A noi fa molto più schifo essere alleati a dei razzisti o a dei camorristi. Vogliamo essere un po’ più aggressivi in tal senso?
E spiegare che se la “presunta destra” è quella aziendalista e affaristica del premier o quella xenofoba della Lega sarebbe meglio spararsi un colpo in testa?
Vogliamo spiegare agli italiani che la destra nazionale, sociale, legalitaria è un’altra cosa?
«Non faccio il Gran premio, siamo al pit stop» ha chiarito poco fa lo stesso Gianfranco Fini rispondendo a una domanda su una sua condotta nei confronti del governo, contrassegnata da «stop and go», cioè fermate e fughe in avanti.
E’ ora di ripartire a tutto gas.
Lasciando le polemiche da parte.
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Novembre 19th, 2010 Riccardo Fucile
PENOSA ESIBIZIONE DEL “PARTITO DELL’AMORE”: LA MUSSOLINI SCATTA FOTO COL CELLULARE A MARA, MENTRE QUESTA PARLA CON BOCCHINO E LE URLA “VERGOGNA”…. LA CARFAGNA LA APPLAUDE IRONICAMENTE: “POVERETTA, E’ IN EVIDENTE CRISI DI VISIBILITA”
Mara Carfagna sorpresa a parlare col Grande Nemico del Pdl, il braccio armato di Fini, Italo
Bocchino.
Peccato imperdonabile secondo Alessandra Mussolini, collega della ministra salernitana nel Popolo della libertà .
C’è tensione palpabile tra le primedonne del centrodestra: le due esponenti campane del Pdl sono state protagoniste di un diverbio ieri pomeriggio in Aula alla Camera.
Un botta e risposta nato proprio da una foto scattata col cellulare dalla deputata napoletana, ma alla cui origine sembrano esserci le forti divergenze emerse negli ultimi giorni nel partito in Campania.
Mussolini ha visto il ministro delle Pari opportunità e il capogruppo di Fli alla Camera, Bocchino, parlare tra i banchi del governo e scatta loro un’istantanea col cellulare.
La Carfagna se ne accorge e si gira verso la collega, batte le mani e dice «brava, brava!». A quel punto Mussolini le risponde: «Vergogna».
Le ragioni di quel «Vergogna» («pronunciato in maniera pacata» dirà la nipote del duce) sono spiegate così: «Carfagna si deve vergognare per la liaison con Bocchino che sta mettendo a rischio il partito».
Le colpe che la Mussolini attribuisce al ministro sono due: «Lo spostamento di competenze sul termovalorizzatore che questa mattina il Consiglio dei ministri ha sottratto alle Province» (e quindi al presidente della Provincia di Salerno Edmondo Cirielli, cosentiniano, i cui rapporti con il ministro delle Pari opportunità ultimamente sono tesi) e «il fatto che Bocchino nella finanziaria ha chiesto di spostare 20 milioni di euro al ministero della Carfagna».
Insomma, Mussolini accusa la collega di «fare accordi» col capogruppo di Futuro e libertà anche in vista delle elezioni per il sindaco di Napoli: «Non può tenere una gamba di qua e una di là – avverte – Perciò quando li ho visti parlare in atteggiamento amorevole ho scattato la foto».
Mara commenta piccata: “Alessandra è in evidente crisi d’astinenza da visibilità . E, come le capita spesso, urla al fine di attirare l’attenzione, senza badare troppo a quello che dice».
«Sul termovalorizzatore di Salerno – spiega la Carfagna- ho tentato di evitare che un’importante e strategica opera pubblica rimanesse paralizzata dallo scontro istituzionale in atto tra Comune e Provincia e, di conseguenza, ho proposto che si elevasse il livello delle responsabilità con un commissariamento affidato al presidente Stefano Caldoro, che è la più alta carica istituzionale della regione, e appartiene allo stesso partito per cui dovrebbe lavorare Alessandra Mussolini». «Quanto ai venti milioni che la legge di stabilità ha destinato al ministero per le Pari Opportunità , Mussolini dovrebbe esserne contenta – aggiunge Carfagna – perchè sono stati inseriti dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel maxiemendamento che il governo, lo stesso che la Mussolini sostiene, ha presentato in Commissione. Queste risorse saranno destinate alle Regioni per finanziare progetti di contrasto alla violenza sulle donne e centri di accoglienza per le vittime in difficoltà . Spero che la collega Alessandra Mussolini non ce l’abbia anche con le donne in difficoltà ».
Ma i fuochi polemici sono tutt’altro che estinti.
Si attende il prossimo round sul ring del partito dell’amore.
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Novembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
E’ QUANTO EMERGE DA UNO STUDIO DELLA BANCA MONDIALE: IL PESO DEI TRIBUTI COMPLESSIVI IN ITALIA E’ DEL 68,6% CONTRO UNA MEDIA EUROPEA DEL 44,2% E QUELLA MONDIALE DEL 47,8%… SU 18 PAESI ESAMINATI, L’ITALIA RISULTA AL 167° POSTO…LE TASSE SUL LAVORO RAPPRESENTANO IL 43,4% DEL CARICO…PER ADEMPIERE AI DOVERI FISCALI IN ITALIA SI IMPIEGANO 285 ORE L’ANNO, CONTRO LE 225 ORE DELLA MEDIA EUROPEA
Un altro record negativo per il nostro Paese: Italia al primo posto in Europa per peso delle tasse sulle imprese.
Il peso complessivo di tributi nazionali e locali e dei contributi sociali è del 68,6%, il più alto tra i Paesi europei e tra i più alti al mondo.
La media europea è del 44,2% e quella mondiale del 47,8%.
E’ quanto emerge dallo studio “Paying Taxes 2011” realizzato dalla Banca Mondiale e dalla società di consulenza PwC (PricewaterhouseCoopers).
Su 183 Paesi esaminati dal dossier, l’Italia risulta al 167° posto, ovvero tra i Paesi in cui complessivamente è più pesante il carico del prelievo.
A pesare particolarmente sono le tasse sul lavoro che rispetto al tasso complessivo del 68,6% rappresentano il 43,4% del carico.
Ma non c’è solo il fisco a vessare le imprese italiane: ogni azienda in Italia impiega 285 ore l’anno per adempiere ai propri doveri fiscali, oltre 60 ore in più della media europea, attesta lo studio “Paying Taxes 2011”.
In Europa solo cinque Paesi hanno meccanismi più complicati mentre il minor numero di ore per pagare tasse e contributi si registra in Lussemburgo (59 ore).
Se si considerano tutti i 183 Paesi del mondo analizzati dal dossier della Banca Mondiale e PwC, l’Italia occupa la 123° posizione, calcolando che ai primi posti figurano i Paesi dove la burocrazia è più snella.
A conti fatti, senza contare le notti, un’azienda italiana impiega mediamente quasi 24 giorni per essere in regola con tutti i pagamenti all’erario e agli istituti
di previdenza.
Eppure nel programma del centrodestra era indicato come obiettivo quello di riportare il nostro Paese nel’ambito della media europea, sia in termini di tassazione che di snellimento delle procedure burocratiche.
Che Fini non abbia tutti i torti quando si lamenta che molti punti del programma non solo non sono stati attuati, ma neppure seriamente affrontati e analizzati?
E poi ci si lamenta della perdita di credibilità di questo governo a trazione forza-leghista, solo a parole sensibile alle istanze della media e piccola imprenditoria.
Dopo 18 anni di promesse e di spot, il tempo è ormai scaduto.
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Novembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
“SEMBRA DI ESSERE A WALL STREET” COMMENTA UN DEPUTATO DI FRONTE ALL’OFFENSIVA DEI SODALI DI SILVIO NEL TENTATIVO DI RAGGIUNGERE QUOTA 316… MA PER ORA IL PDL PERDE MISURACA CHE STAREBBE PER PASSARE ALL’UDC…ANCHE SCELLI E FRASSINETTI TENTATI DI LASCIARE IL PDL PER FINI… LA SANTANCHE’ AVEVA DETTO: “MOLTI FINIANI MI STANNO CHIAMANDO”: FORSE LE COSE CHE LE HANNO DETTO SONO IRRIFERIBILI?
“Offerte, rialzi, ribassi, sembra di stare a Wall Street” la butta lì in Transatlantico, a metà giornata, il finiano Aldo Di Biagio.
Ci sono liste che passano di mano, deputati avvicinati dai colleghi pidiellini, telefonini che trillano, parlamentari che entrano ed escono dallo studio di Gianfranco Fini al primo di piano di Montecitorio.
Deputati e ministri del Pdl si riuniscono al gruppo con Cicchitto e tirano le somme: oggi contano su 305 deputati rispetto ai 316 necessari: parte la caccia agli undici.
Ma ne potrebbero bastare anche 4-5 in meno se altrettanti centristi o finiani, contrari alla sfiducia, il 14 dicembre se ne stessero a casa, abbassando il quorum.
Tra i falchi berlusconiani parte così la rincorsa alla mezza dozzina.
Quattro i finiani ritenuti quanto meno “avvicinabili” dalla corte del Cavaliere, un paio gli udc, tentano anche con un dipietrista, ma a fine giornata il carniere resta a secco.
Anzi, la maggioranza perde altri pezzi, anche di peso.
Dovrebbe annunciare ad ore il passaggio dal Pdl all’Udc di Casini il siciliano Dore Misuraca.
Deputato un tempo vicino a Miccichè, sta per fare armi e bagagli col suo carico di voti: la sua famiglia è titolare di una clinica e punto di riferimento politico del potente mondo della sanità privata nell’isola. Sono segnali.
Come lo sono i giuramenti di fedeltà a Casini degli udc pur avvicinati, da Alberto Compagnon (“Sto col leader, non ho crisi di coscienza”) ad Angelo Cera, che si schermisce: “Il corteggiamento lo detesto, sto bene dove sto”.
Il leader centrista si tiene stretti i suoi, ma anche Gianfranco Fini ha il suo bel da fare, in queste ore.
Il senatore Giuseppe Valditara gli ha portato in studio il senatore pidiellino Piergiorgio Massidda, da tempo in rotta col partito, ma ancora in bilico. Esce da Montecitorio e nicchia: “Non ho ancora deciso, c’è tempo fino al 14 dicembre”. Anche se i finiani si dicono ottimisti.
La vera partita si è aperta sulle resistenze dei 4-5 futuristi a votare la sfiducia. Carmine Patarino, indicato tra gli incerti, diventa responsabile organizzazione per il Sud di Fli.
Catia Polidori, finita nel toto “abbordabili”, diventa capogruppo in commissione Attività produttive.
È una guerra psicologica, in aula e fuori.
A un certo punto della giornata, un ministro Pdl mette in giro la voce che l’ormai ex ministro Andrea Ronchi non voterebbe la sfiducia. Lui stronca l’indiscrezione: “Non c’è alcuna possibilità di defezione”.
Restano tuttavia almeno un paio di ossi duri da convincere, tra i finiani. Giampiero Catone, da poco transitato dal Pdl, si dice pure d’accordo con la sfiducia “ma bisogna prima sapere cosa accade, al buio non si può andare”. E ancor più incerto Giuseppe Consolo: “Non ho ancora deciso, in Fli non siamo una caserma, ma sono baggianate le voci di compravendita che mi riguardano”.
Dal Pdl bussano anche alla porta di Ferdinando Latteri, l’ex rettore di Catania già transitato dal Pd all’Mpa di Lombardo.
Lui resiste, “tranquilli, è blindato” assicura il senatore Giovanni Pistorio.
I berlusconiani tornano alla carica del dipietrista Antonio Razzi, che continua a rispondere come già a settembre: “Ho una mia dignità “.
Ma le opposizioni sotto attacco mantengono le posizioni e ne conquistano. Voteranno la sfiducia Giorgio La Malfa, con un piede in Fli (il Pri di Nucara ne ha chiesto ieri l’esclusione dalla Delegazione Nato in quota Pdl), e Paolo Guzzanti.
“Campagna acquisti, chiedete alla nostra Paola Frassinetti” sbotta il ministro La Russa a chi gli chiede del pressing.
Tra lei e Fini sembra abbia fatto da tramite sempre Valditara. La deputata ammette e taglia corto: “È vero, ci sono contatti bilaterali, ma resto nel mio partito”. Un altro possibile deputato che potrebbe abbandonare il Pdl per Futuro e Liberta’ è Scelli, ex responsabile della Croce Rossa.
Da segnalare il ruolo mediatico che si è ritagliata la Santanchè che sembra faccia tutto lei: la voltagabbana che ha cambiato tre partiti in tre anni è esperta di trattative, ma finora ha solo riferito che “sono molti i finiani che mi cercano al telefono”.
Senza precisare cosa le dicono, forse si tratta di insulti irripetibili…
Il mercato continua.
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Novembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
IN CALO LA LEGA AL 10,1%, SALGONO UDC AL 6,7%, IDV AL 6,8%, SINISTRA E LIBERTA’ AL 6,6%…PER LA PRIMA VOLTA SI PROFILA UN RIBALTAMENTO DEI RAPPORTI TRA DESTRA E SINISTRA: CENTROSINISTRA 40,2%, TERZO POLO 16%, CENTRODESTRA 37,3%
I dati dell’Atlante Politico, realizzato da Demos, e pubblicati oggi segnalano come i giudizi positivi sull’esecutivo, in netta flessione dopo l’estate, siano rimasti sui livelli di settembre (30%).
Si è invece ulteriormente contratto (- 5 punti) il gradimento del premier, ampiamente superato, nel suo stesso schieramento, da Tremonti (46%).
In caso di caduta del governo, la maggioranza degli elettori chiede un ritorno immediato alle urne (49%).
Per una porzione non trascurabile del campione intervistato, tuttavia, sarebbe preferibile formare un altro governo (39%).
L’esito di eventuali elezioni anticipate appare oggi meno scontato rispetto alle previsioni espresse, ripetutamente, negli ultimi due anni.
Quasi metà degli intervistati ritiene ancora probabile una vittoria del centrodestra, ma un terzo del campione intravvede possibilità di successo per il centrosinistra.
Questi cambiamenti non si traducono per ora in una crescita delle intenzioni di voto per il Pd (24,8%), mentre crescono i consensi per i suoi alleati: l’Idv (6,8%) e, soprattutto, Sinistra e libertà (6,6%).
La progressione del partito di Vendola, che peraltro guida la classifica dei politici più apprezzati (48%), mantiene aperti i problemi sulla leadership della coalizione, caratterizzata proprio dalla competizione tra il segretario del Pd e il governatore pugliese, con quest’ultimo in vantaggio di qualche punto. Interrogata sulla strategia delle alleanze, la maggioranza degli elettori di centrosinistra opta per un fronte elettorale ampio, che spazi dalle forze di centro fino a quelle della sinistra radicale (54%).
Ottengono minori preferenze sia l’ipotesi di una coalizione proiettata (esclusivamente) verso sinistra (29%), sia un progetto di alleanze limitato al centro (16%).
La possibile costituzione di un polo autonomo di centro – soluzione particolarmente gradita, peraltro, agli elettori dei partiti che si riconoscono in quest’area – sembra rendere lo spazio elettorale molto più concorrenziale.
Le quotazioni della nuova formazione guidata da Fini appaiono in continua ascesa (dal 6,1% di settembre all’8,1%), attraendo ex-elettori del Pdl ma anche significativi consensi provenienti da altre aree politiche. Complessivamente (considerando anche Udc, Mpa e Api), l’ipotetico “terzo polo” raggiungerebbe oggi il 16%, con un incremento di tre punti negli ultimi due mesi.
Ciò determinerebbe, indirettamente, il sorpasso del centro-sinistra (40,2%) ai danni del centro-destra (37,3%).
Si tratta, naturalmente, di somme di intenzioni di voto per partiti appartenenti alle stesse aree: il quadro potrebbe cambiare in prossimità del voto, in relazione al tipo di coalizioni e ai leader che si confronteranno.
Ma è la prima volta, da diversi anni, che si profila un cambiamento nei rapporti di forza fra le coalizioni.
Vediamo il trend dei principali partiti.
Il Pdl crolla in due mesi dal 29,8% al 23,6%, la Lega Nord scende dall’ 11% al 10,4%.
Futuro e Libertà sale in due mesi dal 6,1% all’ 8,1% e l’Udc dal 6,3% al 6,7%.
Vediamo la situazione a sinistra.
Il Pd scende dal 26,5% al 24,8%, ma diventerebbe lo stesso il primo partito.
L’Idv sale dal 5,5% al 6,8%, Sinistra e Libertà dal 4,7% al 6,6%.
Stabili Prc-Pdci al 2% e Movimento 5 Stelle al 3,6%.
Nella corsa a ritroso a chi perde di più, rispetto alle politiche 2008, il Pdl lascerebbe per strada il 14% di consensi, mentre il Pd l’8%.
Guadagnerrebbero 1 punto l’Udc, 2 la Lega, 2,5 l’Idv, 3 Sinistra e Libertà .
Non erano presenti nel 2008 nè Futuro e Libertà nè i grillini.
argomento: Berlusconi, Bersani, Casini, Fini, Futuro e Libertà, governo, LegaNord, Parlamento, PD, PdL, Politica | Commenta »
Novembre 17th, 2010 Riccardo Fucile
SCATTATA LA VERGOGNOSA CAMPAGNA ACQUISTI SUI DEPUTATI DI FUTURO E LIBERTA’ DA PARTE DELLA COSCA DEI TRADITORI DELLA DESTRA… UN ARTICOLO DE “LA STAMPA” NE ANTICIPA MOSSE E STRATEGIE.. COSA NON SI E’ DISPOSTI A SPENDERE PER EVITARE LA GALERA
Nella sala conferenze di Montecitorio Denis Verdini e Daniela Santanchè stavano presentando
con molta goduria il ritorno nel Pdl del deputato estero Giuseppe Angeli strappato a Gianfranco Fini.
«Il primo di altri ritorni», garantiva su di giri la Santanchè, che aveva ricevuto la telefonata da Silvio Berlusconi.
«Brava Daniela, sei riuscita a rompere il fronte di Futuro e libertà . Vedrai che ne arriveranno altri alla Camera e poi ci facciamo delle belle risate… Pensa alla faccia che farà quello lì…».
Che sarebbe il presidente della Camera, per il Cavaliere sempre e comunque «un traditore».
Voleva andarlo a dire agli italiani, a Matrix, questa sera.
Aggiungendo che con lui «si è rotto un rapporto personale» e che «i finiani si accorgeranno quanti pochi voti avrà il loro leader».
Avrebbe voluto aggiungere che è pronto a respingere le «manovre di palazzo», poi ci ha ripensato: l’intervento è rinviato al 14 dicembre, dopo il dibattito alle Camere, per rispetto al Capo dello Stato che si è speso a lungo nel tentativo di trovare un accordo tra le parti.
A «quello lì» Berlusconi sta cercando di sfilare deputati per rimandare al mittente la mozione di sfiducia anche con uno, due voti di scarto (sono sette i deputati su cui si sta lavorando alacremente).
«Magari pochi voti all’inizio – spiega Ignazio La Russa – che diventeranno dieci in pochi giorni».
Il perchè è presto spiegato: il premier ha una decina di posti da assegnare tra viceministri e sottosegretari lasciati vuoti da Fli e da precedenti dimissioni di esponenti del Pdl.
E poi, sempre che il governo ce la faccia a mantenere la maggioranza alla Camera, ci sono tante nomine pubbliche da fare entro la fine dell’anno.
A questo si aggiunge pure un presunto lato ancora più prosaico della campagna acquisti: un deputato finiano confidava ieri che gli sarebbero stati offerti 500 mila euro per «tradire» Fini.
«Non sono in vendita», è stata la risposta orgogliosa.
Comunque, mentre Verdini e Santanchè mostravano lo scalpo di Angeli, fuori dalla sala conferenze si aggirava Saverio Romano, l’ex segretario dell’Udc siciliana che ha abbandonato Casini per mettersi in proprio con i suoi amici e schierarsi con il Cavaliere.
«Vedrete che Berlusconi alla Camera avrà la maggioranza. Bastano 5-6 assenze in aula al momento del voto… Non credo che tra i deputati ci sia molta voglia di andare a casa».
Una pausa, poi una «profezia».
«Abbiamo davanti quasi un mese di tempo e può succedere di tutto. Può succedere pure che Napolitano, di fronte a una tempesta finanziaria che si potrebbe abbattere in Europa nelle prossime settimane, possa decidere di non sciogliere le Camere e affidare l’incarico di formare un nuovo governo al governatore di Bankitalia Draghi».
E’ il governo tecnico la bestia nera di Berlusconi, ma per il momento non è alle viste.
Ma dopo la soluzione salomonica presa ieri al Quirinale sul voto di fiducia/sfiducia in Parlamento, il Cavaliere è convinto che lo spettro del governo tecnico sia stato archiviato.
Ora, spiegano a Palazzo Grazioli, l’alternativa è tra Berlusconi e le elezioni.
Insomma lo scenario sarebbe cambiato: i deputati dubbiosi e coloro che non vogliono lasciare lo scranno di Montecitorio sanno qual è il rischio che corrono se affossano il Cavaliere.
Ad esempio, Fini è in grado di rieleggere i suoi 35 seguaci, dovendo concorrere nella spartizione delle candidature con Casini, Rutelli e Lombardo?
Berlusconi, ad ogni modo, è soddisfatto della soluzione trovata dal Quirinale. Se avesse votato prima la Camera, in caso di sfiducia, sarebbe stato costretto a dimettersi e non avrebbe potuto incassare il voto favorevole del Senato.
Così invece a Palazzo Madama i senatori, che sono la metà dei deputati, potranno finire di votare prima dei loro colleghi di Montecitorio.
I quali sapranno in tempo reale che l’unico modo per non andare a casa è quello di sostenere il governo.
Potranno sembrare alchimie, sottili giochi di Palazzo, tuttavia il Cavaliere gioca colpo su colpo.
Con la sicurezza di chi ha blindato l’asse con Bossi e si prepara la campagna elettorale se non riuscirà a riconfermare la maggioranza nei due rami del Parlamento.
Amedeo La Mattina
(da “la Stampa“)
argomento: Berlusconi, Bossi, denuncia, destra, elezioni, emergenza, Fini, Futuro e Libertà, Giustizia, governo, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori, Stampa | 1 Commento »