Ottobre 3rd, 2010 Riccardo Fucile
L’ 8 OTTOBRE ENTRA IN VIGORE UN DECRETO CHE COMPRENDE 1085 NORME: TRA QUESTE LA NUM. 297 DEPENALIZZA LE BANDE PARAMILITARI…LA RUSSA E CALDEROLI NE SONO I PADRI PUTATIVI: SERVE ALLA LEGA PER GARANTIRE L’IMPUNITA’ A 36 IMPUTATI LEGHISTI SOTTO PROCESSO A VERONA PER LA FORMAZIONE PARAMILITARE DELLA GUARDIA NAZIONALE PADANA
Dopo tante leggi ad personam per Silvio Berlusconi, eccone una per i fedelissimi di Umberto Bossi, in nome della par condicio.
La norma è ben nascosta in un decreto omnibus che entra in vigore fra pochi giorni, il 9 ottobre: il Dl 15.3.2010 n. 66 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 maggio col titolo “Codice dell’Ordinamento Militare”.
Il decreto comprende la bellezza di 1085 norme e, fra queste, la numero 297, che abolisce il “Dl 14.2.1948 n. 43”: quello che puniva col carcere da 1 a 10 anni “chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici” e si organizzano per compiere “azioni di violenza o minaccia”.
Il trucco c’è e si vede: un provvedimento che abroga una miriade di vecchie norme inutili viene usato per camuffare la depenalizzazione di un reato gravissimo e, purtroppo, attualissimo.
Chissà se il capo dello Stato, che ha regolarmente firmato anche questo decreto, se n’è accorto.
L’idea si deve, oltrechè al ministro della Difesa Ignazio La Russa, anche al titolare della Semplificazione normativa, il leghista Roberto Calderoli.
Che cos’è venuto in mente a questi signori, fra l’altro nel pieno dei nuovi allarmi su un possibile ritorno del terrorismo, di depenalizzare le bande militari e paramilitari di stampo politico?
Forse l’esistenza di un processo in corso da 14 anni a Verona a carico di politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato nel 1996 una formazione paramilitare denominata “Guardia Nazionale Padana”, con tanto di divisa: le celebri Camicie Verdi, i guardiani della secessione.
Processo che fino a qualche mese fa vedeva imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni e altri cinque alti dirigenti che erano parlamentari all’epoca dei fatti, fra i quali naturalmente Calderoli.
In origine, i capi di imputazione formulati dal procuratore Guido Papalia sulla scorta di indagini della Digos e di copiose intercettazioni telefoniche, in cui molti protagonisti parlavano di fucili e armi varie, erano tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge.
Ma i primi due, con un’altra “legge ad Legam”, furono di fatto depenalizzati (restano soltanto in caso di effettivo uso della violenza) nel 2005 dal centrodestra ai tempi del secondo governo Berlusconi.
Restava in piedi il terzo, quello cancellato dal decreto La Russa-Calderoli.
I leader leghisti rinviati a giudizio si erano già salvati dal processo grazie al solito voto impunitario del Parlamento, che li aveva dichiarati “insindacabili”, come se costituire una banda paramilitare rientrasse fra i reati di opinione degli eletti dal popolo.
Papalia ricorse alla Corte costituzionale con due conflitti di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Camera, ma non riuscì a ottenere ragione.
Restavano imputate 36 persone, fra le quali Giampaolo Gobbo, segretario della Liga Veneta e sindaco di Treviso e il deputato Matteo Bragantini.
Ma ieri, nella prima udienza del processo al Tribunale di Verona, si è alzata l’avvocatessa Patrizia Esposito segnalando ai giudici che anche il reato superstite sta per evaporare: basta aspettare il 9 ottobre e tutti gli imputati dovranno essere assolti per legge.
Stupore generale: nessuno se n’era accorto.
Al Tribunale non è rimasto che prenderne atto e rinviare il dibattimento al 19 novembre, in attesa dell’entrata in vigore del decreto.
Dopodichè il processo riposerà in pace per sempre.
Le camicie verdi e i loro mandanti possono dormire sonni tranquilli.
Il Partito dell’Amore, sempre pronto a denunciare il “clima di odio che può degenerare in violenza”, ha depenalizzato la banda armata.
Per l’“associazione a delinquere dei magistrati” denunciata da Berlusconi, invece, si procederà quanto prima alla fucilazione
Marco Travaglio
(da “Il Fatto quotidiano”)
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Ottobre 2nd, 2010 Riccardo Fucile
“FUTURO E LIBERTA’ SARA’ LA GARANZIA DEL RISPETTO DEL PROGRAMMA”… “LA POLITICA DEVE AVERE LA CAPACITA’ DI RISPONDERE AI PROBLEMI DEGLI ITALIANI, DEVE CESSARE DI ESSERE UN TORBIDO AFFARE”… “I FONDI FAS PER IL SUD SONO STATI DIROTTATI AD ALTRI SCOPI, MENTRE IN MERIDIONE C’E’ UNA DISOCCUPAZIONE DRAMMATICA”
No a riforme della giustizia che «penalizzino la magistratura», «restiamo fedeli al governo
ma il programma non venga tradito».
Il giorno dopo lo scontro tra Berlusconi e l’Anm, Gianfranco Fini interviene nel dibattito sulla giustizia e fissa i suoi paletti.
Il presidente della Camera è intervenuto telefonicamente ad un convegno organizzato da “Futuro e Libertà ” per l’Italia a Salerno, alla presenza del capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino.
«Non vuol dire – ha detto Fini nel suo intervento – che tutti i magistrati sono eccellenti servitori dello Stato. Ce ne sono che, come in altre categorie, hanno dei difetti. Ma non si può e non si deve in alcun modo pensare di dar vita a una riforma della giustizia che parta dal principio che si deve punire o penalizzare la magistratura italiana».
Il presidente della Camera ha poi fatto questa previsione sull’esito della riforma sulla giustizia: «Lo vedremo nelle prossime settimane nel dibattito alla Camera», dove Futuro e libertà per l’Italia «è determinante in termini numerici», e ciò è «garanzia» per il rispetto del programma.
Fini lancia poi un avvertimento agli alleati: «Nei prossimi mesi – dice il presidente della Camera nel suo intervento telefonico alla convention di Generazione Italia in corso a Salerno, intervento ripreso da Sky Tg24 – gli italiani avranno la possibilità di verificare se la politica per davvero è un torbido affare in cui polemiche, personalismi, dossier, avvelenano quotidianamente il vivere civile o se al contrario la politica è la capacità di rispondere ai problemi reali dei cittadini».
Quindi dall’ex leader di An un passaggio su Fli: “Abbiamo una grande voglia di rinnovare la politica e dopo gli ultimi vent’anni bisogna resistere alle difficoltà ed affermare le nostre idee”. Perchè nella sfida lanciata con la nascita di Futuro e Libertà , “ce la faremo, non ho dubbi”.
Poi, sottolinea il presidente della Camera, “chi aderisce al movimento finiano ha messo in chiaro di fare politica non certo per interessi di parte o addirittura di carattere personale. E’ la più bella garanzia che possiamo offrire alla gente. Io sono convinto che con l’entusiasmo, con la pulizia delle idee, con la onestà dei comportamenti, con la coerenza delle azioni, in tempi brevi avremo ancora maggiori soddisfazioni”.
Per Fini il centrodestra è «fin troppo attento alle esigenze e alle richieste di un partito, la Lega» e «in molte circostanze sembra dimenticare che buona parte del suo consenso arriva dal Sud, dal meridione».
Fini ricorda che «stando agli impegni presi dal presidente Berlusconi nel discorso programmatico alle Camere», il meridione «deve tornare ad essere al centro dell’agenda politica. Ma occorre aspettare che alle buone intenzioni seguano fatti concreti e stanziamenti».
A giudizio del fondatore di Futuro e Libertà «è sacrosanto ricordare che servono le infrastrutture per il Sud», ma non va dimenticato che «in questi mesi i fondi Fas sono stati considerati un salvadanaio a cui attingere per far fronte alle tante emergenze che l’Italia di volta in volta doveva affrontare».
Fli, garantisce quindi Gianfranco Fini, sarà «in prima linea per garantire il riscatto del Sud, per garantire che i giovani abbiano finalmente la possibilità di esprimere le loro capacità . Credo sia una emergenza drammatica la disoccupazione, specie nel meridione».
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Ottobre 2nd, 2010 Riccardo Fucile
SI TRATTA DELL’ON. RAINIERI, GIA’ INQUISITO DALLA PROCURA DI MILANO PER LA VICENDA DELLE QUOTE LATTE… LA LEGA EMILIANA SEMPRE NELL’OCCHIO DEL CICLONE GIUDIZIARIO E DELLE POLEMICHE INTERNE
Il deputato della Lega Nord Fabio Rainieri è stato rinviato a giudizio dal gup Paolo Scippa per
l’ipotesi di reato di false fatturazioni.
Rainieri, che possiede il caseificio Giuseppe Verdi di Niviano di Rivergaro, nel 2009 era già stato condannato dal tribunale per il licenziamento illeggittimo compiuto ai danni di Luigi Bianchetti, che lavorava presso la sua azienda.
Il deputato del Carroccio ora risponde invece di una vicenda avvenuta nel 2004, quando Rainieri, titolare anche di altre aziende nella Bassa, aveva subito dei controlli da parte dei militari della guardia di finanza.
All’epoca il parlamentare era presidente di una cooperativa a cui era associata un’azienda che era stata al centro di accertamenti fiscali e tributari da parte dei militari.
L’azienda agricola aveva sede a Modena e qui inquirenti, prima che fallisse, hanno sostenuto di aver scoperto un giro di fatturazioni false riconducibili all’azienda stessa.
Il giudizio nei confronti di Rainieri comincerà il 22 ottobre prossimo a Fidenza davanti al giudice Carlo Ferraro.
Del resto Rainieri era già stato direttamente coinvolto nello sfondamento delle quote latte assegnate dell’Europa.
Tanto che nel giugno 2009 finì indagato dal pm di Milano, Frank Di Maio, nell’ambito dell’inchiesta sulle quote latte, in qualità di rappresentante legale della cooperativa parmense «Giuseppe Verdi 2001».
La Procura milanese ipotizza una maxi truffa da oltre 330 milioni da parte di 28 società cooperative, tra cui quella di Rainieri, che non avrebbero pagato per anni le multe dovute per lo sforamento dei limiti di produzione imposti dall’Ue.
Dopo i casi dell’on. Alessandri, delle rivelazioni di Lusetti, dello scandalo delle spese elettorali che hanno colpito esponenti regionali del Carroccio, per i vertici della Lega emiliana c’è il rischio di passare più tempo in tribunale a difendersi da pesanti accuse che a fare politica.
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Ottobre 1st, 2010 Riccardo Fucile
“LO SCONTENTO NEL PDL SI ALLARGA, ARRIVERANNO ALTRI SENATORI”…”IL PREMIER VUOLE PORTARE IL PAESE A VOTARE A MARZO E MOLTI PARLAMENTARI GUARDANO CON PIU’ INTERESSE VERSO CHI INVECE VUOLE FARE DURARE LA LEGISLATURA, MAGARI CAMBIANDO LA LEGGE ELETTORALE”
All’indomani della fiducia parlamentare ottenuta dal Governo alla Camera e al Senato, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto questa mattina il premier Silvio Berlusconi, che era accompagnato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta.
Nel corso del colloquio s’è parlato anche della nomina del successore di Claudio Scajola alla guida del ministero dello Sviluppo economico, incarico tuttora ricoperto ad interim da Berlusconi.
Dall’urna del lotto pare non si ancora uscita la pallina col nome del futuro ministro: il fatto di averlo rinviato fino ad oggi potrebbe nascondere la necessità di un mini rimpasto per “premiare” qualche deputato che ha votato per la maggioranza.
Non a caso si parla di sei nuovi sottosegretari, un ministero in più alla Lega e un paio di viceministri.
Questo almeno prima che la campagna acquisti del Cavaliere avesse un esito tragicomico.
In ogni caso anche oggi il nome del nuovo ministro non è stato ufficializzato.
Sull’esito del voto in Parlamento è tornato ad argomentare stamane il capogruppo dei finiani Italo Bocchino, secondo il quale «il movimento di uscita dal Pdl andrà avanti per tutta la legislatura perchè lo scontento all’interno di quel partito e dei gruppi parlamentari è altissimo».
Lo ha detto stamane a Sky TG24: «Siamo determinanti alla Camera e lo saremo tra breve anche al Senato – perchè nel tempo arriverà nel nostro gruppo qualche altro senatore. Mentre Berlusconi fino al’altro ieri Berlusconi aveva capacità attrattiva perchè voleva far proseguire la legislatura, oggi il rischio è che Berlusconi e Bossi portino il Paese al voto a marzo e molti parlamentari guardano con maggiore interesse chi come Fini e Casini vuol far durare la legislatura, magari – conclude – facendo degli interventi sulla legge elettorale».
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Ottobre 1st, 2010 Riccardo Fucile
AL LAVORO 30 INTELLETTUALI D’AREA PER STILARE IL “MANIFESTO PER L’ITALIA”, DOCUMENTO PROGRAMMATICO DEL PARTITO, CHE SARA’ PRESENTATO ALLA CONVENTION DI PERUGIA DEL 6-7 NOVEMBRE… ASSEMBLEA COSTITUENTE: IPOTIZZATA LA DATA SIGNIFICATIVA DEL 7 GENNAIO… DIMISSIONI DA PRESIDENTE DELLA CAMERA SOLO IN CASO DI ELEZIONI POLITICHE ANTICIPATE
“Senza di noi il governo non esiste, da domani esamineremo le leggi per bene, rispettando tutti
i passaggi, tutti i tempi, senza fretta. Dovranno trattare con noi su tutto” : Bocchino ha le idee chiare su come si muoverà “Futuro e Libertà ” dopo aver retto al fallito tentativo di emarginazione posto in essere dai falchi berlsuconiani.
E a chi gli obietta: “e se Berlusconi cercasse di far saltare il banco, chiedendo il voto anticipato?” risponde con un sorriso: “in Sicilia noi, Udc e Mpa insieme prenderemmo il premio di maggioranza e senza quei senatori non si vincono le elezioni”.
Nel frattempo i futuristi si stanno organizzando: martedì si riunirà il comitato promotore, poi una direzione più ristretta di cui faranno parte i rappresentanti dei gruppi parlamentari e delle associazioni finiane (Generazione Italia, Area Nazionale, Farefuturo e Secolo d’Italia).
Sarà questa la struttura sulla quale verrà costruito il partito, anche sul territorio. Trenta intellettuali di area stanno già lavorando alla stesura del “Manifesto per l’Italia”, il documento programmatico del partito la cui bozza sarà pronta per la convention di Generazione Italia, fissata a Perugia per il 6-7 novembre.
La fase successiva dovrebbe essere l’assemblea costituente, in cui si sancirà la nascita ufficiale del partito.
Sulla carta l’idea è di fissare la data di nascita il 7 gennaio, lo stesso giorno in cui è nato il Tricolore nel 1797, ma anche il giorno della strage di Acca Larentia, un simbolo forte per il popolo di destra.
In ogni caso il nuovo partito di Fini dovrà essere operativo a febbraio con le liste elettorali pronte per essere presentate se, com’è probabile, a fine marzo si andrà a votare a Milano, Bologna, Napoli e in altri centri minori.
Per quanto riguarda l’ipotesi di dimissioni di Fini da presidente della Camera, non sono all’ordine del giorno: la questione si porrà solo nel caso di voto politico anticipato a primavera.
Se invece ci sarà solo un voto amministrattivo, Fini resterà al suo posto.
In tal caso il nome più gettonato come coordinatore del Fli è quello di Adolfo Urso .
Intanto crescono ogni giorno i circoli sul territorio e le adesioni di amministratori locali.
In Parlamento si fa notare, dopo la dimostrazione di forza di Fli, che quei deputati o senatori peones che non hanno interesse ad andare a elezioni anticipate (vedi i deputati Pdl del nord), ora guardano con interesse alle mosse di Fini, l’unico in grado di garantire la loro permanenza in parlamento fino alla fine del quinquennio.
Sono molti i soggetti interessati a sostenere un eventuale futuro governo tecnico, pronti ad abbandonare il cavallo perdente..
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Settembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
SE LA LEGA E’ ARRIVATA AL GOVERNO CON LA CLASSE DIRIGENTE CHE SI RITROVA E’ ANCHE GRAZIE AD UN’OPPOSIZIONE FANTOCCIO, INCAPACE DI COGLIERE LE OCCASIONI PER METTERLA ALL’ANGOLO…DI PIETRO E BERSANI ALZANO LA VOCE E POI FLIRTANO CON I SECESSIONISTI…E ALEMANNO FA SOLO TEATRO
Il leader della Lega Nord e ministro per le Riforme, Umberto Bossi, dopo due giorni ci
ripensa e, per mera convenienza, fa finta di fare marcia indietro e si scusa per la sua interpretazione della storica sigla SPQR (“Per me vuol dire sempre Sono Porci Questi Romani”).
Al tempo stesso ha pure il coraggio di denunciare “la strumentalizzazione” di quella che nelle sue intenzioni doveva essere “solo una battuta”.
“Chiedo scusa ai cittadini se si sono sentiti offesi, ma era una battuta. La cosa è stata strumentalizzata, sono stato impiccato per una frase”.
Solo una battuta, dunque, che volete che sia, aveva ragione Berlusconi, costata al Senatùr la mozione di sfiducia presentata dal Pd che però, di fronte alla retromarcia del leader del Carroccio, decide di evitare il passaggio parlamentare che si presentava difficile per il Senatur e per la tenuta della maggioranza visto che anche i finiani, oltre alle opposizioni, erano pronti a votare contro il ministro.
Poteva essere messo in difficoltà e chi corrono a salvarlo?
Non Fini, ma Bersani e Di Pietro, la finta opposizione che abbiamo in Italia.
“Abbiamo già ottenuto il risultato perchè, rispetto alle altre volte, ci sono state scuse formali”, spiega il capogruppo Dario Franceschini. “Un risultato e una vittoria di una mozione – aggiunge – che metteva molta paura sia nel merito sia per le modalità di votazione”.
Forse metteva paura anche al Pd, si vede.
Non si sa mai che cada il governo.
E questa sarebbe l’opposizione?
Anche l’Idv si mostra conciliante. “Prendiamo atto delle scuse formali di Bossi – ha detto Antonio Di Pietro – proprio per non alimentare ulteriori polemiche, le accettiamo nella speranza che questa storia possa servirgli da lezione”.
Pure i duri e puri preferiscono non rischiare che Bossi venga sfiduciato e il governo cada.
Si unisce alla compagnia anche Alemanno che pigola: “Scuse accettate, ma venga in Campidoglio”.
“Tutte le strumentalizzazioni su questa vicenda devono terminare – dice il primo cittadino di Roma -. Però vorrei che ci fosse chiarezza anche politica per il futuro in maniera tale che ci sia, come era nel patto iniziale, rispetto per Roma Capitale, in sintonia col progetto del federalismo fiscale”.
Doroteo, l’ex contestatore di Bush.
E buon ultimo arriva il patetico sagrestano Bondi: “Bossi ha nuovamente testimoniato di essere non solo un leader politico autorevole ma anche un galantuomo raro nella vita politica italiana” .
Mancava solo che si inchinasse davanti all’altarino.
Il presidente del gruppo Idv alla Camera Massimo Donadi, forse non avvisato da Di Pietro, dice invece l’opposto : “Le scuse di Bossi sono tardive, poco convinte e assolutamente insufficienti. Non risolvono in alcun modo il problema della violenza verbale della Lega e dei quotidiani attacchi all’unità nazionale, alle istituzioni e alla Costituzione. La politica è stata sino ad oggi troppo condiscendente nei confronti della Lega. E’ il momento di dire basta”.
Condividiamo.
Peccato che queste parole avrebbe dovuto dirle una destra seria, mandando a casa, con un sì al voto di sfiducia, l’ultimo segretario di partito della prima Repubblica ancora in attività , beccato con una mazzetta da 200 milioni.
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Settembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
FAR RIDERE TUTTO IL PARLAMENTO E FARSI SMENTIRE PURE DAL PROPRIO MINISTRO DEI TRASPORTI NON E’ STATA UNA GRANDE USCITA…SOPRATTUTTO SE, IN COMMISSIONE, IL GOVERNO AVEVA APPENA TAGLIATO I FONDI PER IL COMPLETAMENTO DELL’AUTOSTRADA CHE GLI ITALIANI ATTENDONO DA 14 ANNI…11 ANNI PER COSTRUIRLA , FORSE 20 PER AMMODERNARLA
Ieri mattina erano in tanti alla Camera a ridere a crepapelle, quando il premier, tra gli impegni di governo, ha indicato che “la Salerno-Reggio Calabria sarà completata nel 2013”.
In molti sapevano, tranne chi ha incautamente scritto il testo del suo intervento, che, in Commissione, il governo aveva appena tagliato i fondi del progetto di ben 145 milioni di euro.
Il rischio di vivere di spot, di annunci e di promesse è di “finire sommersi da una risata”.
La Salerno-Reggio Calabria è l’emblema del cialtronismo della nostra classe politica, senza distinguo tra destra e sinistra.
Risale al 1996 l’apertura dei primi cantieri di ristrutturazione dell’A3: sono 90 i chilometri (su 443) in cui si viaggia su una sola corsia.
Già nel 1998 l’allora sottosegretario diessino Borgese prometteva la fine dei lavori nel 2003.
Nel 2001 arriva Lunardi e garantisce che termineranno nel 2005.
Poi nel 2005 lo stesso Lunardi sposta la data al 2008, dicendo che “il precedente ministro si era sbagliato”.
Si era dimenticato che era sempre lui.
Poi Berlusconi nel 2006 giurò che i lavori sarebbero terminati nel 2009.
A febbraio del 2009 ecco Matteoli che garantisce che tutto sarà completato entro il 2012.
Fino all’umorismo involontario del premier di ieri, con precisazione seccata nel pomeriggio di Matteoli: “il 90% del tratto sarà pronti nel 2014”.
Danno tutti i numeri ormai.
Vediamo cosa dice l’Anas ufficialmente: “I lavori su 209 km sono ultimati e fruibili e rappresentano circa il 40% del tracciato. I lavori in esecuzione (151 km) o in fase di gara (14 km) interessano circa 165 km e si prevede la fruibilità al 31 dicembre 2014. Restano 69 km in fase di mera progettazione : per questi servono 2,6 miliardi di euro, di cui solo 537 deliberati”.
Mancano quindi ancora 2,1 miliardi di euro, anche se Matteoli dichiarò un anno fa che tutto era stato finanziato.
Il costo complessivo arriverebbe così a 9,7 miliardi, 0,7 in più di quanto dichiarato, pari a ben 22 milioni a chilometro, 4 volte di più, a parità di valore di denaro, di quando l’autostrada venne costruita.
Per realizzarla ci misero 11 anni, per ammodernarla se va bene arriveremo a 18-20 anni.
Non sappiamo se sia meglio ridere o piangere.
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Settembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
E’ IL TRIONFO INASPETTATO DEI FINIANI, ORMAI DETERMINANTI PER LA TENUTA DELL’ESECUTIVO: “SENZA DI NOI NON SI VA DA NESSUNA PARTE”… L’ANALISI DE “IL FATTO QUOTIDIANO”
Governo fermo a quota 342 voti.
Il risultato conclusivo della giornata di ieri è un trionfo, quasi inaspettato, per i finiani che diventano determinanti per la tenuta dell’esecutivo
Riguardatela bene. L’immagine che resta e che racconta meglio di tutto le geometrie della giornata e i nuovi rapporti di forza nel centrodestra, è quella in cui Silvio Berlusconi chiede aiuto contro Antonio Di Pietro che gliene sta dicendo di tutti i colori (l’epiteto più leggero è “piduista”).
Richiesta d’aiuto.
Il Caimano, per una volta volta con i denti limati — in visibile difficoltà — si volta con la mano aperta in segno di preghiera verso Gianfranco Fini.
Come per dire: intervieni tu.
Riguardatela con attenzione, quella foto.
Se c’è un ribaltamento nell’iconografia che può raccontare cosa sta accadendo in una sfida all’ultimo sangue è tutto racchiuso in quel fotogramma.
Nel giorno del duello mortale all’Auditorium, in fondo (solo prima dell’estate) era accaduto l’esatto contrario:
Fini sotto il palco, in piedi, con il dito levato a contestare e Berlusconi alla tribuna, con il viso stravolto dalla rabbia, ma pur sempre sovrano.
Ma ora a ben vedere è peggio: ora è il premier che chiede protezione, con l’espressione corrucciata, a quello stesso presidente della Camera che solo pochi giorni fa voleva destituire ed è Fini che dietro la facciata di un impeccabile galateo parlamentare, si gode lo spettacolo della guerriglia d’aula anti-berlusconiana e dei suoi effetti sui nervi del premier.
Fini richiama Di Pietro, certo. Ma non se ne accorge nessuno.
Il re — ancora una volta — sembra nudo.
Rapporti di forza. Risultato conclusivo della giornata campale?
Una disfatta per il Pdl, un trionfo — quasi inaspettato — per i finiani.
Il governo si ferma a quota 342 (ancora ieri la maggioranza vagheggiava di ottenere 350 voti!), i finiani diventano determinanti.
Di più: ottengono di poter aggiungere in calce alla loro mozione i 5 voti dell’Mpa di Lombardo.
Ovvero: Berlusconi ha fatto fino all’ultimo di tutto per non riconoscere al capogruppo Italo Bocchino lo status di alleato e — di conseguenza — assegnare al movimento di Fini il ruolo di “terza gamba” che rivendica da mesi.
Invece si è ritrovato con un micro-polo formato da due partiti alleati che sarà determinante in qualsiasi voto di fiducia e che da domani è padrone di Montecitorio in ogni commissione e in aula (dove se vota con l’opposizione può ribaltare la maggioranza).
Ecco, il premier che chiede aiuto a Fini: forse non la leggeremmo in questo modo la geometria di quel fotogramma, se non fosse incontestabile il fatto che — come osservava Flavia Perina alla fine della giornata più lunga di Futuro e libertà — “Ieri Berlusconi le ha sbagliate proprio tutte”.
Che il Cavaliere avesse deciso di giocare con prudenza (per i suoi standard) si era capito fin dalla prima mattina.
Berlusconi decide di evitare ogni casus belli e nel suo discorso di apertura si tiene alla larga dai due temi che i finiani avevano dichiarato irricevibili. Ovvero: le intercettazioni e il processo breve.
È un Berlusconi che non rischia, che si limita a qualche punzecchiatura sui temi della bioetica.
All’ora di pranzo gli uomini di Futuro e libertà sono a metà fra l’euforia e la delusione: “Abbiamo imposto la nostra egemonia gramsciana al Cavaliere — sorride Fabio Granata appoggiato a un pomello nell’atrio di Montecitorio — anche la sua lingua è cambiata. Pacato, prudente… che il nostro dissenso gli abbia fatto bene?”.
Ancora più ironici Italo Bocchino e Carmelo Briguglio, che si aggiungono al capannello: “Lo abbiamo costituzionalizzato”, sorridono.
Anche il fotogramma dei discorso del premier — persino nella diretta — contiene una chiave di lettura: Berlusconi parla in piedi, seduto al suo fianco c’è la faccia (a tratti pietrificata, a tratti ironica) di Giulio Tremonti, sul banco più indietro, quasi in ombra, c’è Roberto Calderoli: quasi una trinità , quasi la certificazione di un commissariamento.
In realtà Berlusconi fino all’ultimo vuole fare di tutto per non dover riconoscere lo status di “partito di maggioranza” a Futuro e libertà .
E questo è il suo principale errore, quello che si porta dietro tutti gli altri.
Tra i 9 assenti di ieri, infatti, uno solo era del Pdl.
Per di più, 38 dei 342 voti a favore sono quelli dei finiani e dei lombardiani. Futuro e libertà infatti fra l’altro conta su 35 voti, ma Fini per prassi non vota e ben due deputati, Mirko Tremaglia e Fabio Granata (che viene subito convocato dal leader e dice: “Il mio è un no simbolico”) votano addirittura contro.
Insomma, un’ecatombe.
Briguglio non ricorre a diplomatismi: “Senza di noi il governo non esiste più”, dice, facendo infuriare gli azzurri.
In un angolo del Transatlantico La7 intercetta una dichiarazione sconfortata di Maroni: “A marzo si vota”.
Ma il secondo errore di Berlusconi è quello di consentire (sempre per non dare riconoscimenti a Fli) il proliferare delle mozioni.
Ne vengono presentate quattro (una di opposizione, quella del Pdl, quella della Lega e quella dei filo-lombardiani).
Ma consentire al Carroccio di smarcarsi, significa allargare i ranghi e facilitare lo sganciamento del partito del presidente della Camera.
Commenta Adolfo Urso: “Nel momento del massimo attacco contro di noi, nel pieno della campagna contro Fini, siamo rimasti uniti e determinanti. Adesso marciamo spediti verso il nuovo partito. Siamo noi che dettiamo l’agenda”. Già , la costituzione del partito viene annunciata da Fini, non a caso, in questa giornata.
“Appena lo avremo fatto — conclude la Perina — saremo ancora più forti. Dopo di stasera è chiara una cosa. Senza noi non si va da nessuna parte”.
Luca Telese (da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
FINI SALDA UN PATTO CON GLI ELETTORI, NON PIU’ CON IL PREMIER…SI E’ ROTTA LA COSTRUZIONE IDEOLOGICA CHE HA INTERPRETATO L’ITALIA PER SEDICI ANNI… L’ANALISI DE “LA REPUBBLICA”
Dopo due mesi di esibizione muscolare virtuale, cacciando i finiani, invocando le elezioni immediate, annunciando l’autosufficienza della maggioranza, alla resa dei conti Silvio Berlusconi ieri ha dovuto prendere atto che non ha i voti senza Fini, che la compravendita dei deputati non è bastata, che le elezioni lo spaventano.
Ha chiesto i voti ai suoi nemici mortali, ha evitato ogni polemica, ha dribblato tutte le asperità , volando basso.
Pur di galleggiare, tirando a campare come un doroteo, fingendo davanti a se stesso e al Paese che dopo la spaccatura del Pdl tutto sia come prima.
E invece tutto è cambiato, tanto che il Premier rimane in sella ma in un paesaggio politico completamente diverso: con Fini che vara il suo nuovo partito e si allea con Lombardo, moltiplicando fino a quattro i gruppi di maggioranza, che volevano essere due – Pdl e Lega -, senza bisogno di spartire con altri.
Così, potremmo dire che ieri è nato il Berlusconi-bis, perchè a numeri intatti la forza elettorale si è trasformata due anni dopo in debolezza patente della leadership.
Il Presidente del Consiglio non è stato capace di accettare la sfida politica che lo tormenta, e invece di saltare l’asticella alzata davanti al suo cammino dai finiani ha preferito passarci sotto, scegliendo il basso profilo, la dissimulazione, la finzione.
Soprattutto, non ha voluto o non ha potuto portarsi all’altezza della cornice drammatica di una crisi conclamata e irreversibile nella sostanza politica, anche se rattoppata temporaneamente nei numeri.
La frattura radicale della destra, di cui vediamo solo i primi effetti, manca ancora di una lettura ufficiale e di un interprete responsabile.
Il Paese ne ha diritto.
Si possono ingannare i telespettatori del tg1 e del tg5, com’è abitudine, ma non si può ingannare la politica, che da ieri assedia Berlusconi con una maggioranza posticcia e instabile, costruita com’è su alleati-rivali, impastata di ricatti, dossier, intimidazioni e paure.
È la strategia del dominio, la mitologia della sovranità assoluta che vanno in pezzi con la fiducia avvelenata di ieri.
Berlusconi ha bisogno del salvacondotto, e dunque dei voti di un avversario che prova ad uccidere politicamente e mediaticamente ogni giorno, e che da parte sua lavora non più nel lungo termine, ma nel medio, per far saltare tutto l’equilibrio berlusconiano del comando, costruito per sedici anni.
L’esito di questo conflitto sarà politicamente mortale.
Con la fiducia, Fini salda un patto con gli elettori (non più col Premier e con il Pdl), e guadagna tempo per costruire il partito che ha annunciato ieri. Berlusconi può fingere di guardare ai numeri e non alla rottura irrimediabile del suo partito, alla crisi plateale dell’ipotesi di autosufficienza dell’asse tra il Premier e Bossi.
Dove lo portano dunque quei numeri? Verso quale approdo politico? Per quale progetto? Con quali alleati?
La realtà è che non si è rotta soltanto la macchina politica del ’94, ma anche la costruzione ideologica che ha interpretato l’Italia – salvo brevi parentesi – per sedici anni.
La svolta è dunque enorme, e noi vediamo oggi solo il primo atto.
La propaganda compilativa in cui si è rifugiato ieri il Premier non può nascondere la realtà .
Diciamolo chiaramente: a luglio, con la cacciata di Fini, è finito il Pdl.
Ieri, con questa fiducia malata, è finito addirittura il quadro politico di centrodestra così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi: con un signore e padrone assoluto retrocesso a capo di un quadripartito ostile e minaccioso, come all’epoca del peggior Caf, nell’agonia della prima repubblica.
Ezio Mauro ( da “la Repubblica”)
argomento: Berlusconi, Bossi, Fini, Parlamento, PdL, Politica, Stampa | Commenta »