Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
DATI OPENPOLIS: TRA I VENTI ELETTI CON MENO PRESENZE, DODICI SONO DI FORZA ITALIA. VERDINI E’ STATO AL SENATO 12 GIORNI, GHEDINI APPENA 2
Meno ferie per i magistrati. Annunciando la riforma della giustizia, Matteo Renzi ha dichiarato guerra ai
presunti fannulloni negli uffici giudiziari.
Ma nella sua battaglia moralizzatrice, il premier farebbe bene a guardare anche in casa propria. A scorrere i dati dell’associazione Openpolis, si direbbe infatti che qualche onorevole fra i banchi di Camera e Senato proprio non ci voglia stare.
E nell’elenco dei “cattivi” il primato spetta proprio ai parlamentari di Forza Italia, da sempre sensibili sul tema della meritocrazia e dell’aumento della produttività . Evidentemente solo di quella altrui, visto che fra i peggiori 20, ben 12 sono berluscones: cinque a Montecitorio e sette a Palazzo Madama .
TOH, CHI (NON) SI VEDE
Niccolò Ghedini, il celebre avvocato di Silvio Berlusconi, è ad esempio attivissimo nelle aule di tribunale ma assai meno al Senato.
E tanto la sua sorte è intrecciata a quella dell’ex premier, che da quando il Cavaliere ne è stato estromesso il legale padovano pare non ci abbia messo più piede : l’ultima volta che ha partecipato a una votazione è stato il 27 novembre 2013, proprio il giorno in cui la Camera alta votò la decadenza del leader forzista.
Ma nemmeno prima aveva brillato per assiduità : l’unica altra presenza registrata risale al 30 aprile, giorno della fiducia al governo Letta.
Insomma, appena due giorni in Parlamento in 18 mesi di legislatura e un tasso di assenze pari al 99,83 per cento
In linea teorica non è detto che Ghedini (come tutti gli altri) manchi da quel giorno: i resoconti parlamentari non tengono conto delle presenze in commissione, delle sedute d’Aula in cui non sono previste votazioni elettroniche, delle assenze per motivi di salute e nemmeno dei casi in cui il parlamentare è fisicamente presente ma volontariamente non partecipa al voto.
Quel che è certo è che nemmeno in termini di attività legislativa l’avvocato di Berlusconi può vantare numeri migliori: il senatore azzurro ha apposto la sua firma a due proposte di legge presentate da altri e a una interrogazione al ministro Alfano per chiedere più forze dell’ordine a Padova, “soggetta ad un’escalation di violenza che non accenna a placarsi”.
Non si è distinto neppure Denis Verdini, al secondo posto in classifica, che ha mancato oltre il 90 per cento delle votazioni (6.025 su 6.664) ed è stato presente al Senato 12 giorni in tutto.
Il grande tessitore di Forza Italia, fra l’altro, dovrebbe ringraziare la riforma costituzionale del governo che – oltre a ritagliargli un ruolo di primo piano nelle trattative – fra luglio e agosto gli ha consentito di migliorare la performance e lasciare la maglia nera proprio al collega Ghedini. Prima dell’approdo al Senato del ddl Boschi, infatti, Verdini era stato a Palazzo Madama appena tre volte .
L’ultima, il 9 aprile, per un fatto che lo riguardava in prima persona: la concessione all’utilizzo delle sue intercettazioni nell’inchiesta sulla P3 .
Ma la riluttanza a sedersi negli scranni di Palazzo Madama pare diffusa tra i senatori forzisti. Quarto per assenteismo, Riccardo Conti – protagonista nel 2011 di una fortunata compravendita che nel giro di poche ore gli valse una plusvalenza milionaria – pare aver preso un lungo periodo di riposo.
Questa estate, mentre i suoi colleghi schiumavano in Aula per votare le riforme, lui non si è fatto vedere: l’ultima sua votazione a Palazzo Madama risale al 18 giugno, in occasione delle mozioni sull’Expo. Sandro Bondi (settimo in classifica) è invece riapparso proprio in quei giorni (il 21 luglio). Dopo oltre sette mesi: l’ultima volta che aveva partecipato a una votazione era l’11 dicembre.
Non va meglio alla Camera, dove il primato spetta a un altro azzurro: l’imprenditore Antonio Angelucci, che ha mancato il 99,6 per cento delle votazioni.
L’agiato re delle cliniche romane nonchè editore del quotidiano ‘Libero’ (4 milioni e mezzo dichiarati l’anno scorso) ha presenziato finora a Montecitorio appena 7 volte.
Le ultime due a marzo, durante la discussione sulla legge elettorale.
Prima, solo fuggevoli apparizioni: le pregiudiziali di costituzionalità dell’Italicum (31 gennaio 2014), la fiducia al decreto Imu-Bankitalia (24 gennaio), alla legge di stabilità (20 dicembre 2013), al decreto Emergenze (21 giugno 2013) e al governo Letta (29 aprile 2013).
Una panorama reso ancora più desolante dalla assoluta assenza di qualunque atto legislativo : zero proposte di legge, zero emendamenti, niente interrogazioni, nemmeno un intervento in Aula.
Medaglia d’argento provvisoria per Marco Martinelli (anche lui di Forza Italia), che si è rivisto alla Camera a luglio in occasione della legge sull’agricoltura sociale: mancava dal 2 ottobre, giorno della seconda fiducia al governo Letta. Ovvero oltre nove mesi.
Sul podio anche l’altro avvocato di Berlusconi, Pietro Longo, riapparso anche lui a luglio dopo una assenza di quattro mesi (il 26 marzo, decreto Lavoro).
I RECIDIVI
Considerando che da qualche anno Camera e Senato prevedono delle decurtazioni alla diaria (3.500 euro al mese) per gli assenteisti “cronici”, tutti quanti hanno dovuto rinunciare a una parte significativa dello stipendio.
E, malgrado le loro sporadiche apparizioni in Parlamento, si sono dovuti accontentare di circa 12 mila euro netti al mese anzichè dei 14 mila e rotti previsti dalla legge.
In un anno e mezzo di legislatura, circa 180 mila euro.
Comunque guai a pensare che si tratti solo di coincidenze, considerato che i principali assenteisti di questa legislatura lo erano anche in quella passata .
Martinelli, che si piazzò undicesimo, sparì ad agosto 2012 e di lui si perse traccia dopo le vacanze.
Verdini (terzo) si era già eclissato da maggio, dopo aver votato contro il taglio del finanziamento pubblico ai partiti.
Ghedini, invece, si confermò inseparabile da Silvio Berlusconi. Votò la fiducia al governo Monti il 18 novembre 2011 e poi sparì da Montecitorio.
Tra i primi dieci assenteisti al Senato vi sono poi Carlo Rubbia (87,22% di assenze), Giulio Tremonti (84,86%) Riccardo Conti (77,97%), Altero Matteoli (66,91%), Sandro Bondi (65,89%), Renato Schifani (65,88%), Paolo Romani (57,23%),Paolo Romani (57,23%), Francesco Nitto Paola (51,88%)
Tra i primi dieci alla Camera invece, dopo Angelucci e Longo, spiccano Rocco Crimi (93,76%), Stefano Quintarelli (92,12%) e Daniela Santanchè (77,79%)
Paolo Fantauzzi
(da “l’Espresso”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
OGGI PD E FI CI RIPROVANO CON VIOLANTE (CHE RISCHIA)… BERLUSCONI DECISO A SOSTENERE BRUNO… E FITTO, DOPO L’UNO-DUE ROSSI-PASCALE, NON REAGISCE
Oggi i discepoli del Nazareno, quelli che incarnano e praticano il patto totale di Matteo Renzi e Silvio
Berlusconi, dovranno scrivere i nomi corretti per i 2 posti vacanti in Consulta e i 5 al Csm. Non possono disobbedire a una rigida volontà dei capi, diffusa dai mediatori toscani Denis Verdini e Luca Lotti (con la partecipazione speciale di Maria Elena Boschi): ma l’urna segreta è un’imboscata perenne, e le tattiche non richiedono fretta.
Di fretta, però, ne trasmette Piero Grasso. Il presidente di palazzo Madama implora il triplice fischio: “Spero che si trovi una soluzione altrimenti il problema diventa ancora più grave: abbiamo bisogno di riprendere gli altri lavori parlamentari perchè le aule non si possono fermare in attesa delle intese”.
In Forza Italia non gradiscono. Nel Partito democratico patiscono.
Ma Grasso non influenza le manovre di queste ore: i berlusconiani legano il destino di Luciano Violante, candidato per la Corte Costituzionale con beneplacito del Quirinale , all’elezione di Donato Bruno, previtiano (cioè scuola Cesare Previti) e pugliese.
I voti mancanti che hanno impallinato Antonio Catricalà , da sempre amico di Gianni Letta, provenivano da destra e da sinistra e sono serviti — adesso la lettura è più semplice — a rinvigorire l’ipotesi Bruno.
Oltre a Letta e all’ex Cavaliere, Catricalà piaceva a pochi.
Forza Italia non vuole scherzi dai democratici, che vengono definiti “schifiltosi” , dai facili gusti in privato (quando ci sono da siglare patti scritti al Nazareno) e dai complicati gusti in pubblico (quando l’alleato B. va aiutato).
Nonostante sia inquisito a Napoli per falso ideologico (richiesta di rinvio a giudizio) e imputato a Brindisi per abuso d’ufficio e nonostante sia riuscito a peggiorare la legge Cirielli (quella sul falso bilancio), Forza Italia non rinuncia a Luigi Vitali per il Consiglio Superiore della Magistratura e neanche a una senatrice ultrà , Maria Elisabetta Casellati.
I timori di Grasso, che intravede un governo già lento rallentare in Parlamento per questi giochini con Forza Italia, non sono arzigogoli istituzionali.
Perchè l’ex Cavaliere, infuriato per la bocciatura di Catricalà , non vuole subire l’indicazione di Bruno, suggerita dai parlamentari dissenzienti su questo punto, e ce ne sono tanti anche tra i più fedeli.
Questa mattina B. ascolterà i capigruppo Renato Brunetta e Paolo Romani, i soliti Niccolò Ghedini e Giovanni Toti incluso il resto del “cerchio magico”, e poi potrebbe ufficializzare l’investitura di partito per Bruno.
Pare escluso Ghedini e pure il collega Franco Coppi, ma dipende dall’ex Cavaliere che può sparigliare.
Berlusconi è preoccupato perchè non riesce più a gestire Forza Italia: non è una scoperta di questi giorni, ma i difetti cominciano a condizionare.
Il pugliese Fitto fa la fisarmonica: un po’ diventa ribelle e un po’ ritorna osservante. Ieri è stato osservante. Ha confermato di non voler abbandonare Forza Italia, tra l’altro in sede fanno notare che i suoi voti contano soltanto in Puglia, però pretende le primarie e include i democratici nel pastrocchio Consulta-Csm.
Non reagisce, Fitto, all’uno-due firmato Maria Rosaria Rossi (su Repubblica) e Francesca Pascale (sul Fatto).
In questa cornice politica più asfissiante che adrenalinica, Berlusconi dovrà interpretare le intenzione dei democratici e, soprattutto, dovrà valutare il controllo di Renzi sul Nazareno: se cade Bruno, cade Violante (e i dem non sono compatti sull’ex presidente di Montecitorio).
E allora, per non rischiare, si potrebbe attendere un paio di giorni, ovvero un paio di colloqui, un paio di ponti tra Fi e Pd.
Silvio&Matteo, oltre al “disagio” dei magistrati del Csm (ieri comunicato del gruppo Area), devono ricordarsi anche del primo inquilino di palazzo Madama e dell’opposizione.
Per la coppia del Nazareno, non ci voleva Grasso, che vuole far riprendere le attività parlamentari e non ci voleva il Movimento Cinque Stelle, che giudica Renzi più indecente di Berlusconi.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 11th, 2014 Riccardo Fucile
RINVIO PER LA CONSULTA, SE VIOLANTE NON PASSA RENZI INDICHERA’ IL FEDELE BARBERA, FORZA ITALIA VIRA SU BRUNO
Alla fine un candidato, Antonio Catricalà , il “gran commis” del potere di Gianni Letta, è bruciato nell’ennesima fumata nera sulla Corte costituzionale.
Mentre è bruciato solo in parte Luciano Violante, uomo delle istituzioni per Giorgio Napolitano, parente stretto del Diavolo giudiziario, sia pur recentemente convertitosi sulla via del garantismo, per Berlusconi, scelta tiepida per Renzi.
Se regge alla prova del voto di lunedì — quando riprenderanno le votazioni – bene, altrimenti con grande nonchalance il premier indicherà Augusto Barbera che è sempre stata la sua prima scelta. Così ha confidato a più di un fedelissimo.
Ad Arcore invece già si ragiona sull’indicazione di Donato Bruno lunedì prossimo, l’annuncio avverrà nel corso di una riunione congiunta dei gruppi parlamentari di Camera e Senato a cui però non parteciperà Silvio Berlusconi che il lunedì è costretto ad andare a Cesano Boscone.
In accoppiata con Violante. Perchè l’ex presidente della Camera ha comunque raggiunto un risultato che lo tiene ancora in campo.
O meglio, quantomeno un altro giro.
Il “patto del Nazareno” è un falò, che brucia candidati, fumata nera dopo fumata nera. Incontro dopo incontro. Perchè non è affatto escluso, anzi l’ipotesi è concreta, che Berlusconi e Renzi si possano vedere martedì prossimo. Fonti di livello prevedono che sarà proprio l’incontro a sbloccare l’impasse. Chissà .
Prima i fatti: l’ultima votazione sulla Corte costituzionale dice che i due candidati portati da Pd e Forza Italia sono stati “bocciati” dal Parlamento.
È la grande rivolta azzurra contro Gianni Letta a inchiodare Catricalà a quota 368. Viene cioè vissuto come un corpo estraneo l’ex garante alla concorrenza prima e viceministro del governo Letta poi, molto apprezzato da Mediaset.
I gruppi sono insofferenti, senza regia politica. Basta avvicinare un “peone” qualunque per ricevere uno sfogo: “Non siamo neanche stati convocati per un incontro. La volta scorsa Gasparri e Cicchitto fecero delle riunioni sui nomi, stavolta ci è stato dato un foglio”.
Stavolta la frattura è stata anche verticale, con Niccolò Ghedini apertamente contrario all’uomo di Gianni Letta e favorevole alla candidatura di Donato Bruno.
E Denis Verdini che si aggirava in Transatlantico con aria nient’affatto addolorata. Anzi, più di un azzurro di rango racconta che è sua la trama che porta al complottone sul candidato di Letta: “I due candidati indicati, Violante e Catricalà , – dice a microfoni spenti — non piacciono fino in fondo a Verdini e Renzi. Ma uno non vuole apparire come il killer del candidato di Letta, l’altro della vecchia guardia. E allora assecondano il caos per bruciare i candidati bocciatura dopo bocciatura”.
Già , perchè è evidente che i gruppi azzurri non votano Catricalà , ma non votano neanche Violante.
Anzi, il risultato è che votano Donato Bruno, anche se non indicato, che raccoglie ben 120 voti. Un segnale politico enorme, visto che su Bruno converge anche la Lega.
Ed è evidente che pure su Violante ci sono un centinaio di franchi tiratori, al netto di Forza Italia.
Un centinaio, dentro la maggioranza di governo.
L’ex presidente della Camera raggiunge quota 468, cento voti in meno rispetto ai 570 necessari per passare.
Numeri che rendono problematica, secondo parecchi parlamentari, la riproposizione della sua candidatura. E che alimentano i sospetti di una manovra renziana tesa a sacrificare sull’asse del Nazareno un candidato che non gli è mai piaciuto fino in fondo (così come non è mai piaciuto a Berlusconi).
Per ora il diretto interessato (Violante) ha fatto sapere che è ancora in campo. E Renzi ha fatto sapere che fino a lunedì è il candidato del Pd: “Il problema è Forza Italia. Se vota compatta lui e Bruno — dice più di un renziano — ce la dovrebbe fare”.
Sennò martedì ci sarà il nuovo nome. Già , martedì, giorno in cui potrebbe esserci l’incontro con Berlusconi.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
UN DEDALO DI RIMPALLI, RIMANDI, COMMI E CAVILLI: IL PALLEGGIO CAMERA-SENATO SOPRAVVIVE
Questa volta Calderoli ha esagerato per difetto. 
La schiforma costituzionale approvata l’8 agosto dal Senato non è una merdina, come graziosamente l’ha definita nelle sue vesti di relatore, cioè di esperto. È una merdaccia sesquipedale.
E non solo per il contenuto (i senatori non più eletti dai cittadini, ma nominati dai consigli regionali, l’immunità , l’innalzamento delle firme per le leggi popolari da 50 a 150 mila).
Ma anche per la forma. Che, com’è noto, è anche sostanza: una prosa che pare uscita dalla penna di un malato di mente in avanzato stato di ubriachezza, in un dedalo di rimandi, rimpalli, commi, cavilli, circonlocuzioni, supercazzole burocratesi che deturpano anche l’estetica della Costituzione, nota finora per la cristallina chiarezza e la sintesi tacitiana.
Prendiamo solo tre dei 47 articoli “riformati” da questi squilibrati: il 70, il 71 e il 72, che illustrano l’iter di formazione delle leggi.
L’attuale articolo 70 conta 9 parole: quello nuovo 363.
L’art. 71 quadruplica, da 44 a 171 parole.
Il 72 le raddoppia: da 190 a 379.
Roba da regolamento condominiale, non da Carta costituzionale.
Si dirà : ma d’ora in poi finisce il bicameralismo perfetto. Sì, buonanotte: il palleggio Camera-Senato (e di nuovo Camera e di nuovo Senato, in caso di leggi emendate strada facendo) sopravvive “per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di tutela delle minoranze linguistiche, di referendum popolare, per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, secondo comma, lettera p), per la legge di cui all’articolo 122, primo comma, e negli altri casi previsti dalla Costituzione”.
E le altre leggi? “Sono approvate dalla Camera dei deputati”. Quindi il Senato non le tocca più? Magari: “Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata”.
Cioè la Camera, a maggioranza semplice, può infischiarsene delle modifiche proposte dal Senato. Ma non sempre: fanno eccezione “i disegni di legge che dispongono nelle materie di cui agli articoli 114, terzo comma, 117, commi secondo, lettera u), quarto, quinto e nono, 118, quarto comma, 119, terzo, quarto, limitatamente agli indicatori di riferimento, quinto e sesto comma, 120, secondo comma, e 132, secondo comma, nonchè per la legge di cui all’articolo 81, sesto comma, e per la legge che stabilisce le forme e i termini per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea”: in questi casi, per snobbare le indicazioni del Senato, la Camera deve votare a maggioranza assoluta.
Senza dimenticare che “i disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
Per tali disegni di legge le disposizioni di cui al comma precedente si applicano nelle medesime materie e solo qualora il Senato della Repubblica abbia deliberato a maggioranza assoluta dei suoi componenti”.
E non è mica finita, perchè “il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato della Repubblica”.
Tutto chiaro, no?
Quindi, ricapitolando. Il disegno di legge parte dalla Camera, che lo approva. Il Senato può metter becco su richiesta di almeno 1/10 dei senatori entro 10 giorni. Poi può votarlo uguale o emendarlo entro 20 giorni. A quel punto la Camera lo riapprova come pare a lei (recependo o ignorando le modifiche del Senato) a maggioranza semplice. Ma non sempre: per una lunga serie di materie, se vuole fregarsene del Senato deve farlo a maggioranza assoluta.
Per chi fosse sopravvissuto fin qui, c’è poi il caso delle leggi di bilancio e dei rendiconti annuali: il Senato ha solo 15 giorni per rimaneggiarli, e deve farlo a maggioranza assoluta; nel qual caso la Camera, per ignorare le modifiche senatoriali, vota a maggioranza assoluta, mentre per recepirle le basta quella semplice.
Sempre più difficile: che succede ai ddl di conversione in legge dei decreti del governo? Il Senato deve cominciare a esaminarli entro 30 giorni da quando arrivano alla Camera, pure se questa non ha ancora finito di vagliarli: anche perchè il governo può imporre alla Camera di votarli entro e non oltre 60 giorni, all inclusive.
Tutto questo, si capisce, allo scopo di snellire, semplificare e accelerare secondo i dettami del pie’ veloce Matteo.
Otto giorni fa il Sole 24 Ore ha tentato di illustrare graficamente il nuovo percorso delle leggi: ne è uscito una specie di gioco dell’oca per repartini psichiatrici che, se tutto va bene, moltiplicherà i tempi, paralizzerà le procedure, arroventerà le risse e aumenterà i contenziosi fra governo e Parlamento e fra Camera e Senato.
L’Ucaf, Ufficio Complicazione Affari Semplici, ha colpito ancora.
Chiamate l’ambulanza.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 24th, 2014 Riccardo Fucile
“L’ITALICUM COSI’ COM’E’ NON ARRIVERA’ MAI IN PORTO”
“Vi assicuro che la riforma del Senato non piace nemmeno alla stragrande maggioranza dei senatori del Pd. Ma sono stati costretti a votarla per evidenti motivi”. Roberto Calderoli è uno dei due relatori della riforma costituzionale passata in prima lettura a Palazzo Madama, ma ne è anche uno dei più severi detrattori.
Rivendica, però, il merito di averla migliorata. “All’inizio era una merda. Io l’ho fatta diventare una merdina…”, racconta il senatore leghista inventore del Porcellum.
Ora, dunque, siamo al “merdinellum”.
Senatore Calderoli, gli stessi democrat erano contrari?
Per quello che ho potuto verificare, alla maggioranza dei senatori Pd questa riforma non piace per niente. Ma l’hanno votata da una parte perchè Renzi ha posto la questione come ‘o mangi questa minestra o salti dalla finestra’, minacciando le elezioni. In secondo luogo, non hanno avuto coraggio di mettersi contro il loro segretario.
Alcuni di loro, però, quel coraggio l’hanno avuto: Vannino Chiti e gli altri 15 dissidenti del Pd.
Le rivelerò una cosa. Sull’elezione diretta, Renzi a un certo punto stava per cedere. Era a un passo. Poi, per colpa del documento Chiti, si è irrigidito di nuovo e l’ha posta come dogma. La battaglia di Chiti & C. era assolutamente legittima, ma è stata controproducente. Perchè la questione si è spostata tutta dentro il Pd. E Renzi non poteva tollerare di darla vinta a quella che lui considerava a tutti gli effetti una corrente interna al suo partito.
Lei in cosa l’ha migliorata?
Ho mantenuto le competenze specifiche delle Regioni, che altrimenti avrebbero fatto la fine delle Province. Ho rimesso i costi standard in Costituzione e sono riuscito a portare i ‘sindaci senatori’ da 60 a 21.
Cosa proprio non le va giù di questa riforma?
La non elettività dei senatori, per dirla alla Fantozzi, è una boiata pazzesca. Innanzitutto perchè il risparmio sulle indennità dei senatori non incide più di tanto sulla spesa globale (28 milioni su 500). E i 74 consiglieri regionali a Roma dovranno comunque essere spesati. In secondo luogo, è aberrante che i cittadini non possano scegliere direttamente i propri rappresentanti.
Infine…
Infine… Va ridotto anche il numero dei deputati. Non solo per una questione di risparmio, ma per garantire i giusti pesi e contrappesi nell’elezione dei vari organi. Adesso il partito che vince alla Camera prende tutto: governo, Quirinale, Corte costituzionale, Csm. Prima a bilanciare ci pensava il Senato, ora non è più così. Ma la partita non è ancora chiusa.
Lei dice?
Sì, perchè sull’Italicum Renzi potrà accontentare uno solo tra Berlusconi e Alfano. E lo sconfitto lo perderà sulle riforme. A quel punto in Senato al terzo passaggio non ci sarà più la maggioranza e i 15 voti della Lega diventano determinanti. Noi lo aspettiamo a Canossa: se vorrà portare a casa la riforma dovrà discutere con me. E a quel punto i giochi si riaprono. Su tutto.
Ma lei in Senato con chi parlava?
Non c’è mai stato un interlocutore all’altezza. Boschi zero. Ogni tanto Renzi. Solo alla fine si è fatto vivo Lotti.
Lei ha paragonato Renzi a un venditore di padelle antiaderenti…
È un bravissimo comunicatore. Potrebbe vendere ghiaccioli agli eschimesi. Ma i suoi sono solo spot. Bellissimi slogan, ma non so quanto potrà andare avanti così, specie se i dati economici non migliorano.
Alcuni sostengono che se la situazione precipita Renzi sceglierà la via delle urne.
Non vedo in giro tutta questa voglia di elezioni. Anche questo temporeggiare sull’Italicum mi fa pensare che non si voglia disturbare il manovratore sulle riforme e che le urne si allontanano.
Secondo lei Berlusconi è pronto a dare una mano anche sulle misure economiche?
Se trovano un accordo su alcuni punti, Forza Italia entrerà in maggioranza. Ma senza ministri nella squadra.
Insomma, i detrattori della riforma sono nelle sue mani. Il padre del Porcellum.
Sul Porcellum ho già detto di tutto e di più. Compreso il fatto che io quella legge elettorale l’ho più subita che altro. E poi, mi scusi, l’Italicum così com’è mi sembra molto, ma molto peggio.
Gianluca Roselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
APPROSSIMAZIONI TRAGICOMICHE E FLORILEGIO DI STRAFALCIONI DI DEPUTATI E SENATORI SULLA CRISI MEDIORIENTALE
Mercoledì mattina le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato hanno votato la risoluzione del governo che autorizza l’invio di materiale bellico ai Peshmerga, i guerriglieri curdi che stanno contrastando l’avanzata dei jihadisti nel nord dell’Iraq. L’obiettivo è sconfiggere l’Isis (anche chiamato Isil o Is e guidato dal califfo al Baghdadi), movimento terrorista sunnita formatosi in Siria. Isis combatte su due fronti: in Siria contro l’alawita Bashar al-Assad e in Iraq contro il governo a maggioranza sciita. Dal 2006 fino alla settimana scorsa il Paese è stato retto dal leader del partito Da’wa, Nuri al-Maliki. Secondo buona parte degli osservatori internazionali, la responsabilità della rivolta sunnita è da ascriversi al suo modo di governare, che ha privilegiato la maggioranza sciita a discapito della minoranza sunnita (Saddam Hussein, al contrario, era un dittatore laico, ma di religione sunnita e durante il suo regime i seguaci di questa confessione ricoprivano i ruoli chiave all’interno dell’organizzazione statale e delle forze armate). L’incarico di formare il nuovo governo è stato affidato ad Haider al-Abadi, anch’egli sciita. Entrambi mercoledì hanno incontrato Renzi.
Abbiamo chiesto ai parlamentari delle due commissioni (più qualche esterno, che si è autoqualificato come “competente”) di spiegare ai lettori i rudimenti della situazione per la quale hanno votato: chi riceverà le armi, quali armamenti verranno inviati, chi sono i terroristi dell’Isis, in quali zone si combatte, quali sono le minoranze a rischio.
Sergio Divina (Lega Nord) Jihadisti sui barconi
Senatore, chi sono i peshmerga che stiamo armando?
“È difficile capire, chi sta di qua, chi di là ”.
Certo, ma chi sono i peshmerga?
“Il pericolo è enorme. Ai jihadisti basta andare sulle coste libiche, saltare sul barcone e iniziare le azioni di disturbo”.
Ok, ma chi sono i peshmerga?
“Voi giornalisti avete l’obbligo di scavare oltre la superficie. Io mi fermo qui”.
Daniela Santanchè (Fi) Te lo do io, l’Isis
“L’Islam è violento, ho scritto due libri al riguardo. Bisogna studiare il Corano”.
Mi dica cos’è l’Isis.
“Fa paura quello che insegnano nelle scuole. Nel Corano c’è scritto che bisogna decapitare gli infedeli”.
D’accordo, ma cos’è, quest’Isis di cui parlano tutti?
“Il fondamentalismo dilaga. La politica correct (sic) sta facendo danni pazzeschi. È normale che ci sia un presidente della commissione Esteri come Di Battista?”.
Le chiedevo dell’Isis.
“Chieda a Di Battista”.
Abbiamo dato le armi ai peshmerga. Chi sono?
“Siamo tutti in pericolo, tutti. Loro vogliono uccidere. Mare Nostrum è una porcata. Le moschee in Italia sono califfati sotto la nostra giurisdizione”.
Giuseppe Fioroni (Pd) Il tautologico fantasioso
Perchè avete votato per armare i peshmerga?
“La posizione è quella assunta con la risoluzione del governo”
Ma chi sono questi peshmerga?
“Passiamo tramite il governo iracheno che si farà carico di individuare gli interlocutori, al quale i curdi hanno dato la disponibilità ”.
Sarà . Ma i peshmerga? “Sono quelli sottoposti agli attacchi, al genocidio: il governo curdo”.
Michaela Biancofiore (Fi) ”Salviamo i copti iracheni ”
Qual è la minoranza cattolica più a rischio in Iraq?
“I copti sono originari di quell’area, quindi sono i più a rischio”(i copti in realtà sono i cristiani egiziani. In Iraq ci sono i cattolici caldei, ndr).
Cos’è l’Isis?
È difficilmente identificabile. Oriana Fallaci l’aveva teorizzato anni fa: l’Eurabia. Noi siamo uno stato cuscinetto tra l’Europa del nord in cui non arrivano i clandestini e il Califfato”.
Nicola Stumpo (Pd) ”Il califfato? Sono sciiti”
“L’Isis? Meglio non definire niente con termini nuovi. È una nuova evoluzione dei fondamentalisti islamici”.
Ma sono sciiti o sunniti?
“Al di là del fatto se siano sciiti o sunniti, il problema non è aiutare gli sciiti a far fronte ai sunniti o viceversa. Credo sciiti, ma non sono sicuro”.
Chi è il premier iracheno?
“Non lo ricordo. Prima c’era al-Maliki. A prescindere dal nome, speriamo sia la persona giusta.
Fabio Rampelli (FdI) ”Ma chi siete, Le Iene?”
“Che io sappia c’è un accordo col governo iracheno, che deciderà a chi dare le armi”.
Le darà ai peshmerga
“Non saprei”.
Cos’è l’Isis?
“Ma chi siete Le Iene? È una specie di neocaliffato, autoproclamato da una settantina di giorni”.
L’Isil è la stessa cosa?
“È simpatico, il Fatto Quotidiano, non è un interlocutore abituale”.
Chi è il premier iracheno?
“Al Maliki è quello appena… vediamo… no, è che c’hanno i nomi abbastanza simili. Dunque…” (passano un po’ di secondi, ndr)
Rampelli, non è che controlla sullo smartphone?
“No, no, sto parlando con lei. Aspetti. (ancora secondi) No, non me lo ricordo”.
Carlo Sibilia (M5s) ”L’avanzata minaccia i cagai“
Cos’è l’Isis?
“L’Isis non è una cosa semplice da spiegare. Nel 2007 cresce questa forza, l’Isis, che faceva gli spot su Al Jazeera. Gli Usa lo hanno finanziato e anche l’Italia, attraverso l’associazione Amici della Siria”.
Chi è il nuovo premier iracheno?
“Su questo non ci siamo soffermati: ci sono stati troppi avvicendamenti in questi anni”. (al-Maliki è stato premier ininterrottamente dal maggio 2006 all’11 agosto scorso, ndr).
Quali sono le minoranze a richio?
“Molte: gli yazidi, i cagai e altri”.
Chi sarebbero i cagai ?
“Soffermarsi sulle singole minoranze è riduttivo, lo faccia la destra o Scelta Civica.
Maurizio Gasparri (Fd’I) Isis? Oltre sciiti e sunniti
Chi sono i peshmerga?
“C’è una situazione poco chiara. Capisco cos’è insito nella domanda: si rischiano di armare gli stessi soggetti che poi usano le munizioni contro l’Occidente”.
Chi è il premier iracheno?
“Non conosco i vari personaggi della guerra. Dopo la caduta di Saddam non ci sono state leadership stabili” (al-Maliki è durato 8 anni, ndr)
Roberto Giachetti (Pd) ”No, il quiz no!”
“Un quiz, no ti prego! (Ride, ndr) Stroncami, non ne so un cazzo, sono assolutamente non in grado. Il premier iracheno? C’è quello nuovo, che deve arrivare e quell’altro che l’appoggia. Non so manco i nomi italiani. Già con l’inglese non sono capace, figurati con gli iracheni…”
Antonio Razzi Strategia della confusione
“Serve dialogo, non armi: io parlo abruzzese, lei italiano, ma poi ci capiamo. L’Isis? Non so chi siano. Ogni tanto esce un gruppo nuovo e si dà un nome, per confondere le idee”.
In questo quadro desolante, alcuni parlamentari hanno risposto in modo competente.
Su tutti: Edmondo Cirielli (FdI), Luis Orellana (ex M5s), Emanuele Fiano e Marina Sereni (Pd)
Tommaso Rodano e Alessio Schiesari
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 10th, 2014 Riccardo Fucile
PECCATO CHE LA BOSCHI NON VALGA GLORIA GUIDA O EDWIGE FENECH E CHE ZANDA E RAZZI FACCIANO RIMPIANGERE ALVARO VITALI E BOMBOLO
No, vabbè, ha fatto anche questo. Oltre a Verdini, alla Rossi, a Quagliariello e a Romani, monna Maria Elena Boschi ha baciato pure Antonio Razzi.
Non è uno scherzo: è la foto che immortala per i posteri l’ultimo atto dell’alato dibattito sulla nuova costituzione (minuscola, s’intende) approvata l’altroieri in prima lettura dal Senato.
Se l’11 marzo 1947 un grande laico e liberale come Benedetto Croce invocò l’assistenza dello Spirito Santo per illuminare i 556 Padri Costituenti recitando l’”inno sublime” del Veni Creator Spiritus, venerdì a Palazzo Madama risuonava il Veni Pregiudicate Silvi con tutti i suoi boys and girl.
Esercizio per l’estate: cercare su Internet le foto, rigorosamente in bianco e nero, dei Padri Costituenti — quelli veri — solennemente impegnati fra il 1946 e il 1948 a scrivere la Costituzione Repubblicana, e confrontarle con lo Stracafonal di Umberto Pizzi sui pomiciamenti delle Boschi&Finocchiaro con la variopinta fauna di padri ricostituenti beotamente intenti ad abrogare se stessi (della qual cosa ci faremo una ragione); ma anche, quel che è più grave, 47 articoli della Costituzione per sostituirli con altrettante pippe prolisse, scombiccherate, confuse, insensate, contraddittorie che paiono scritte da un branco di analfabeti in evidente stato di ebbrezza.
Una scena da commedia sexy anni 80, tipo “La ministressa ci sta col senatore” o “La relatrice della riforma costituzionale”, con l’aggravante dell’assenza di Gloria Guida ed Edwige Fenech e della presenza Zanda e Razzi al posto di Alvaro Vitali e Bombolo.
Il corteo dei baciatori della ministressa e della relatrice era guidato dal capogruppo forzista Paolo Romani che, va detto a suo onore, appariva un filo imbarazzato dinanzi alle labbra protese della Boschi: avrebbe preferito un po’ più di discrezione, ma l’effetto risucchio gli è stato fatale. Smack.
Alle sue spalle anche il foltocrinito Verdini, uso a muoversi tra il lusco e il brusco, tentava di ripararsi dietro la chioma fulva di una deputatessa, ma la sua candida cofana cotonata a pelo lungo sbucava inequivocabilmente dalle foto nell’atto del bacio alla ministra, reduce da analoghe effusioni con il ricostituente Quagliariello.
Doppio muah con scappellamento a destra.
In zona limitrofa dell’emiciclo, frattanto, l’avvenente Schifani arpionava un braccio della Finocchiaro, che si voltava di scatto e gli stampava uno schiocco sulla guancia, irresistibilmente attratta dal fascino del 416-bis. Slurp.
Alla vista della processione, Razzi smetteva di domandarsi che cazzo avesse votato fino a pochi istanti prima e avanza impettito verso Monna Boschi con l’aria di dire: “Sarà un’usanza di queste parti, vedi mai che sia l’inizio di un’ammucchiata: se questi si baciano tutti, un motivo ci sarà ; nel dubbio, mi ci fiondo anch’io”.
Bacione anche per lui. Da notare il dignitoso contegno del tanto vituperato Mimmo Scilipoti, che ha preferito un low profile davvero encomiabile.
Alla festa di fine anno mancavano soltanto i gavettoni di pipì, le fiale con puzzetta, gli stronzetti di gomma e le gare di rutti, ma purtroppo B. non poteva entrare.
Il clima comunque era quello liberatorio del grande coming out.
E i ricostituenti pidinforzisti vanno compresi. Sono vent’anni che si vedono di nascosto, fra toccatine furtive e strusciamenti clandestini, polluzioni bicamerali e strizzatine di larghe intese, al massimo qualche occhiata lubrica e qualche pizzino da un banco all’altro.
Ora che arriva il “liberi tutti”, possono finalmente limonare duro alla luce del sole, in favore di telecamera, e allora ci danno dentro come Buffon e la D’Amico.
Finita la festa, il cameriere pieghevole Piero Grasso dà una pulitina ai locali e annuncia stremato la meritata vacanza low cost.
Seguìto a ruota da Monna Boschi, che cerca affannosamente un volo last minute per le ferie, al solito tristi e solitarie.
Beata gioventù: quest’anno s’è liberata Villa Certosa, a parte qualche capatina di Barbara Guerra.
Se passano da zio Silvio a Cesano Boscone, magari le chiavi per qualche giorno gliele ammolla.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile
NIENTE INDENNITA’, MA RESTANO I RIMBORSI…SU 500 MILIONI DI COSTO, IL RISPARMIO SARA’ SOLO DI 50 MILIONI…IMMUNITA’ PER GLI INQUISITI…PER LE LEGGI POPOLARI DA 50.000 A 250.000 FIRME
Ora che Matteo Renzi ha portato a casa la versione pressochè definitiva del suo progetto costituzionale
(alla Camera ci saranno cambiamenti minimi) è il caso di fare un breve riassunto di come cambierà la Costituzione in caso di approvazione definitiva e che effetti avrà il nuovo assetto nel combinato disposto con la legge elettorale prossima ventura, l’Italicum.
IL DOPOLAVORO
Il Senato non sarà più elettivo. I suoi 100 membri saranno nominati come segue: 74 saranno consiglieri regionali (scelti dai loro colleghi “con metodo proporzionale” e tenendo conto della popolazione della regione); 21 saranno sindaci scelti nei rispettivi territori dai consigli regionali e dalle province autonome di Trento e Bolzano; 5 li sceglierà il presidente della Repubblica.
I 95 “dopolavoristi” degli enti locali dureranno in carica quanto i loro organi territoriali, i 5 del Quirinale sette anni.
BILOCALE, UNA CAMERA
Mario Mauro dice che non c’è più il bicameralismo perfetto, ma quello confuso: il Senato non voterà più la fiducia al governo, nè la Finanziaria.
Palazzo Madama parteciperà , però, alla legislazione in materia di Unione europea, di tutela della salute e diritto di famiglia, oltre che – ovviamente – in tema di enti locali. In alcuni casi, poi, il Senato potrà scrivere dei pareri e addirittura avanzare dei rilievi sulle leggi in discussione alla Camera: deve però decidere di farlo in dieci giorni avendone in tutto 30 per l’esame.
Montecitorio, però, potrà decidere di fregarsene di quel che dice il Senato: basta un voto a maggioranza semplice (e, su certe materie, a maggioranza assoluta). Un pastrocchio.
SOLDI E IMMUNITà€
Niente stipendio per i nuovi senatori, ma restano i rimborsi: anche il personale di palazzo Madama conserva il posto.
Il risparmio annuo è stato calcolato in circa 50 milioni di euro su mezzo miliardo di costo annuo.
I dopolavoristi del Senato, però, avranno almeno l’immunità come i colleghi della Camera: Dio solo sa se i consiglieri regionali italiani ne hanno bisogno.
LA TAGLIOLA
Non gli bastava quella dei regolamenti parlamentari, Renzi ha voluto la tagliola in Costituzione: il governo può indicare come “prioritari” alcuni disegni di legge e a quel punto la Camera e il Senato hanno 60 giorni per analizzarli al termine dei quali si vota il testo nella versione decisa dal governo senza emendamenti.
IO SO IO E VOI…
Per le leggi popolari cambiamenti solo in peggio: finora per proporle servivano 50mila firme, se la Carta alla Renzi sarà approvata ne serviranno invece 250mila. Niente garanzie nemmeno sui tempi d’esame: se ne occuperanno poi i regolamenti parlamentari.
Sui referendum, invece, un compromesso s’è trovato: le firme restano 500mila e il quorum la maggioranza degli aventi diritto al voto; se però le firme superano le 800mila, il quorum si abbassa alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche.
PROVINCE ADDIO
La parola scompare dalla Costituzione. Tra gli altri cambiamenti del Titolo V c’è poi una “clausola di supremazia” che lo Stato centrale potrà invocare su alcune materie condivise con le Regioni come l’energia o le grandi opere infrastrutturali.
QUIRINALE
La platea degli elettori si abbassa drasticamente: da oltre mille persone a 730. Potranno votare, infatti, solo deputati e senatori.
Cambiano anche i quorum: per eleggere il capo dello Stato serve la maggioranza dei 2/3 nei primi tre scrutini, dei 3/5 dal quarto al settimo, poi quella assoluta.
AUTORITARISMO
Non che questo sia il programma di Renzi, ma il rischio di usare questo impianto costituzionale in modo autoritario diventa evidente se si pensa a come funzionerà l’Italicum: la Camera sarà eletta con le liste bloccate (o parzialmente bloccate) con un sistema che prevede un deciso premio di maggioranza.
In sostanza col 25% dei voti si può andare al ballottaggio e conquistare 340 seggi (55%) e a quel punto eleggere quasi da soli un capo dello Stato fedele e controllare così 10 giudici costituzionali su 15, il Csm, le Authority.
Il bilanciamento dei poteri in queste condizioni è una barzelletta.
LO STILE
La Costituzione di Renzi è scritta come un brutto regolamento.
Questo è il nuovo articolo 70, comma 3: “Per i disegni di legge che dispongono nelle materie di cui agli articoli 57 terzo comma, 114 terzo comma, 117 commi secondo lettera p) e u), quarto, quinto, nono …”e via così.
Nel 1947 ci si rivolse a un fine italianista, Piero Pancrazi, per rivedere stilisticamente la Carta.
Renzi, Boschi e Verdini non ne hanno avuto il tempo
Marco Palombi
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Agosto 8th, 2014 Riccardo Fucile
CINQUESTELLE, LEGA E SEL NON PARTECIPANO AL VOTO, DISSIDENTI PD E FORZA ITALIA NON VOTANO, ANCHE GAL SI ASTIENE
Il ddl Boschi viene approvato in prima lettura al Senato con 183 voti a favore e 4 astenuti.
Le opposizioni Gal, Lega, Sel e M5s hanno scelto di non partecipare al voto per rimarcare le critiche alla riforma e alle modalità del suo esame.
Diversi senatori della maggioranza si sono espressi in dissenso. Ora il provvedimento passa alla Camera per la seconda lettura (i ddl di rango costituzionale devono superare quattro letture).
Concluso nella serata di ieri l’esame dei 40 articoli del ddl Boschi e relativi emendamenti, l’assemblea di Palazzo Madama si è ritrovata in seduta questa mattina alle 9,30, come preannunciato ieri sera dal presidente Pietro Grasso, per le dichiarazioni di voto alla riforma del Senato e alla modifica il titolo V della Costituzione, cui sarebbe seguito il voto finale sull’intero provvedimento che reca “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte seconda della Costituzione”.
Solo il primo passaggio, visto che occorreranno almeno altre tre letture tra Camera e Senato, sempre che non intervengano modifiche.
Tra i banchi del governo è presente il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, c’è anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio.
Ci si aspettava anche Renzi, che nel pomeriggio dovrebbe presiedere l’ultimo Consiglio dei ministri prima delle ferie. Ma Renzi al Senato non si è visto.
I senatori del Movimento 5 Stelle, dopo essersi auto-esclusi dai lavori sul ddl Boschi nei giorni precedenti, hanno lasciato l’Aula del Senato prima del voto, dopo l’intervento del capogruppo Vito Petrocelli.
“Il Movimento 5 Stelle questo governo l’ha già sfiduciato e lo sfiducia anche oggi”, ha detto Petrocelli, dopo aver denunciato il “fallimento” di Renzi.
“Ma chi l’ha visto il confronto? In quest’Aula abbiamo visto un ministro che twitta e rivolge sorrisi verso i banchi di Forza Italia”, ha anche detto Petrocelli, dopo aver spiegato di non volersi rivolgere nè al governo nè a Renzi, ma agli italiani, e di aver consegnato le “centinaia di mail che sono arrivate a tutti i senatori” M5S e che contengono “gli emendamenti che gli italiani” avrebbero voluto inserire nella riforma.
Anche la Lega non partecipa al voto finale, decisione maturata nelle ultime ore per marcare una totale presa di distanza dalla riforma.
La conferma è arrivata dal capogruppo Gian Marco Centinaio: “Non possiamo essere complici di chi sta affossando questo Paese”. Centinaio ha attaccato duramente il premier Matteo Renzi (“rampante e all’apparenza riformista”) ma ha puntato il dito anche contro il presidente del Senato Pietro Grasso per la gestione dell’Aula durante il dibattito sul ddl. “Ci siamo trovati ad essere dei semplici ratificatori di decisioni prese altrove”.
Non votano Sel e gruppo misto. “Abbiamo deciso, insieme a tutte le altre opposizioni, di astenerci dal voto finale sulla riforma della Costituzione, invece di limitarci al voto contrario, per segnalare che questa riforma è stata imposta con la forza muscolare e con ottusa brutalità dal governo e da una metà del Senato. I senatori di Sel e anche quelli del gruppo misto non possono legittimarvi, nemmeno con il voto contrario, e quindi non parteciperanno alla votazione” ha annunciato il capogruppo Loredana De Petris, nel corso delle dichiarazioni di voto.
E in sede di dichiarazioni di voto anche Gal ha annunciato la sua non partecipazione al voto.
Il vice capogruppo, Fabio Maria Scavone: “La riforma non può essere il volto del governo in carica, non risolverà ” la crisi economica “ed è pericoloso e ingiusto farlo credere agli italiani”. Scavone ha anche ricordato “le continue ingerenze del governo e le troppe provocazioni che dall’esterno hanno scandito la riforma”.
Tra i “dissidenti” del Pd, ha parlato Felice Casson: “Sicuramente non votiamo sì”.
“In ogni caso – ha sottolineato – i nostri voti sono ininfluenti, perchè la maggioranza assoluta c’è e la maggioranza dei due terzi non può essere raggiunta”. Mentre Massimo Muchetti utilizza il suo blog per annunciare la sua non partecipazione al voto di una “riforma sbagliata”.
La senatrice Elena Cattaneo ha annunciato la sua astensione, in dissenso con il suo gruppo Aut-Psi-Maie. “Non ho visto il coraggio di volare alto: la verità è che non è questa la riforma costituzionale che serve al Paese”.
Tre le motivazioni dell’astensione di Cattaneo: “Il contesto generale di scarso ascolto e il linguaggio inadatto”, “un dibattito troppo condizionato da strategie di governo e di partito”, un progetto “tecnicamente pasticciato e frettoloso, non in grado di indicare l’esito, l’assetto, l’equilibrio, la visione del nuovo assetto costituzionale”. “Non mi convince – ha aggiunto – la non elettività dei senatori, non mi convince la modalità di elezione del presidente della Repubblica. Per questo il mio voto sarà di astensione”.
Vannino Chiti, ricordando i punti critici della riforma e le proposte alternative messe all’angolo, ha annunciato il voto contrario dei dissidenti Pd. “Non vogliamo delegittimare il Parlamento, ma non parteciperemo al voto per due motivi: per critica alla riforma e perchè prosegue il confronto, per rendere questa riforma più efficace”. Chiti ha concluso facendo esplicito riferimento al Patto del Nazareno: “Utile nei rapporti tra due forze importanti, ma non colonne d’Ercole intoccabili, dobbiamo cercare il dialogo con tutte le forze politiche che si rendono disponibili”.
Augusto Minzolini ha annunciato che uscirà dall’aula al momento del voto e ha attaccato Grasso: “Mi ha davvero deluso, signor presidente: aveva cominciato come un leone, permettendo alcuni voti segreti, poi si è piegato al volere della maggioranza, come un moderno Don Abbondio. I padri costituenti si staranno rivoltando nella tomba”. Q
uanto a Renzi, “il premier sa che la maggioranza di questa Aula non condivide questa riforma”, come ha dimostrato “il voto segreto” in cui il governo è andato sotto.
Il senatore della Lega Roberto Calderoli, relatore di minoranza del ddl, ha criticato il presidente Grasso: “Oltre 1400 emendamenti saltati in un colpo solo: il suo canguro ha un jet nel sedere”.
(da “La Repubblica”)
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