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ALFANO: “BLOCCATE L’EMENDAMENTO O I MIEI VANNO DA BERLUSCONI”. MA I DISSIDENTI PD RESTANO VENTI

Ottobre 2nd, 2014 Riccardo Fucile

SCONTRO RENZI-NCD, SALTANO LE MODIFICHE ALL’ART 18

Matteo Renzi e Maurizio Sacconi si sono sentiti più volte.
Per mettere a punto l’emendamento del governo alla riforma del lavoro, sulla base dei nuovi orientamenti del Pd. Un accordo difficile. Il premier vuole inserire le correzioni di Largo del Nazareno nella legge delega.
Il Nuovo centrodestra preferirebbe lasciare tutto così com’è «per annacquarla». È un braccio di ferro ma si dialoga. Lo testimoniano le telefonate.
Però lo scontro si trasferisce dal Pd agli alleati. Con un problema in più. Se l’Ncd cede sull’articolo 18, i soliti dieci alfaniani dati in uscita si potrebbero avvicinare ancora di pià  alla casa madre di Silvio Berlusconi. Lasciando il governo senza maggioranza al Senato.
L’ultima fiducia infatti registrò solo 7 voti di scarto.
Questo spiega l’imprevisto lavoro di mediazione di Renzi che fin qui non aveva mai dato molto peso alle lamentele del partito di Alfano.
Renzi vuole l’emendamento perchè svuoterebbe le sette modifiche proposte dai senatori della minoranza Pd. «Noi abbiamo votato in direzione e siamo il partito più importante del governo. Non dimenticate le proporzioni elettorali», ha spiegato il premier Sacconi.
Eppoi il fantasma del voto anticipato vale anche per gli alfaniani, non soltanto per i ribelli del Pd. Ma l’Ncd detta le sue condizioni per firmare il nuovo testo.
«Aver previsto il reintegro anche per i licenziamenti disciplinari complica tutto – racconta il coordinatore di Ncd Gaetano Quagliariello – . Non possiamo tenere insieme la rigidità  d’ingresso nel mercato del lavoro togliendo tante forme contrattuali e contemporaneamente vincoli stretti in uscita. Sarebbe il bis della legge Fornero. Non cambierebbe niente».
I paletti sono chiari: i casi dei licenziamenti disciplinari devono rientrare nella fattispecie della discriminazione e devono essere indicati con chiarezza fin dalla delega.
Ossia, non dev’esserci la discrezionalità  del giudice come succede oggi. Il reintegro semmai può essere automatico in casi prestabiliti. Si lavora intorno a questa ipotesi puntando a presentare il testo tra domani e venerdì.
La minoranza del Pd accusa Sacconi di condurre una battaglia ideologica, di voler mettere, come ha sempre fatto durante gli anni al ministero del Lavoro, un dito nell’occhio al sindacato. «La reazione dell’Ncd conferma il passo avanti che abbiamo fatto in direzione – dice il bersaniano Miguel Gotor — . Penso si possa trovare un’intesa anche se Sacconi è un oltranzista non un riformista. Il nostro obiettivo è quello di votare tutti insieme la legge delega».
Le parole di Bersani hanno attenuato la forza dello scontro tra gli oppositori e Renzi. «Sono sicuro che se dovesse saltare l’emendamento del governo, Renzi accoglierà  una parte dei nostri», dice ancora Gotor.
Un’altra apertura che spianerebbe la strada alla delega, che sarà  votata a partire da mercoledì prossimo.
Però i numeri della battaglia interna non lasciano tranquillo Palazzo Chigi.
I dissidenti a Palazzo Madama restano una trentina. E se Renzi è sicuro che si ridurranno «a 6 o 7 nei prossimi giorni », Luigi Manconi lo invita a essere più prudente.
«Sono filogovernativo. Ho fatto la battaglia sul Senato sapendo l’indifferenza che la circondava nel Paese. Stavolta la situazione è diversa».
Se il premier punta a umiliare il dissenso togliendo pezzo a pezzo senatori al suo serbatoio, ha sbagliato i calcoli.
«Diciamo che 20-22 di noi sono pronti a tenere il punto — spiega Manconi -. Non significa che vogliamo far cadere il governo. Significa che non funzionerà  con noi la tecnica dell’erosione. O cediamo tutti insieme sulla base dell’emendamento del governo o la resistenza sarà  compatta».
Improvvisamente la minoranza “scopre” di aver conquistato terreno nella direzione.
Che il lavoro di Roberto Speranza, Guglielmo Epifani, Cesare Damiano, aiutati da Matteo Orfini, non era stato vano nonostante la spaccatura del voto.
Questo mette in difficoltà  anche gli oltranzisti del Partito democratico. Perchè se la mediazione con Ncd finisce bene, Renzi avrà  il voto dell’intero Pd con l’eccezione di 4 senatori ormai con un piede fuori dal Pd.
«Il confronto adesso è tra la coppia Renzi-Poletti e Sacconi — dice Manconi – . Secondo me il premier può sfruttare questa situazione non cedendo nè a Sacconi nè alla minoranza che gli ha votato contro in direzione. È un’opportunità  politica, in fondo può usare quei 20 no all’ordine del giorno per trattare meglio con il Nuovo centrodestra ». Il punto è che la partita ha anche un attore invisibile in Forza Italia. La minaccia del ritorno a casa di dieci alfaniani rischia di spostare gli equilibri della maggioranza, di diventare ostaggi del partito di Berlusconi. Che da settimane aspetta questo momento. Per uscire dal patto del Nazareno e condizionare non solo le riforme ma l’azione di governo.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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SOLDI IN NERO E STIPENDI DA FAME: LA TRISTE VITA DEI “PORTABORSE”

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

OGNI PARLAMENTARE PUO’ DISPORRE DI 3.690 EURO AL MESE PER I COLLABORATORI, MA L’ASSENZA DI CONTROLLI FAVORISCE GLI ABUSI… E LA LEGGE DI RIFORMA ATTENDE DA ANNI

Per la prima volta la Camera dei deputati ha chiesto meno soldi al Tesoro.
Per la prima volta è stata tagliata la spesa per gli immobili.
Per la prima volta si sta affrontando il capitolo degli stipendi abnormi del personale: non senza qualche dribbling ardito, va detto, per aggirare il più possibile quel tetto dei 240 mila euro. L’impegno c’è.
E sarebbe ingeneroso non riconoscerlo, anche se la strada è ancora lunga, e molti buchi neri restano ancora da esplorare. Soprattutto uno.
Forse il più odioso, considerando che questo è il posto dove si fanno le leggi.
Parliamo della questione dei collaboratori di deputati e senatori, quelli che con un termine poco elegante sono stati sempre definiti «portaborse».
Da anni rivendicano non soltanto un trattamento economico decente, ma anche contratti regolari che molti non hanno.
Spesso retribuiti in nero con paghe da fame, non riescono a far valere questo diritto elementare. Eppure un mezzo davvero semplice ci sarebbe: basterebbe adottare le regole in vigore negli altri parlamenti, a cominciare da quello europeo.
I deputati indicano all’amministrazione i nomi dei collaboratori e gli uffici delle Camere provvedono a stipulare con loro un regolare contratto a termine e a pagargli lo stipendio.
Per le mani del parlamentare non passa un solo euro di quelli destinati ai suoi assistenti.
Non come in Italia. Qui ogni onorevole ha ancora a disposizione 3.690 euro mensili sopravvissuti ai tagli del 2010.
Si chiama «rimborso delle spese per l’esercizio del mandato». Fino a un paio d’anni fa non era tenuto nemmeno a rendere conto di come li spendeva.
Con il risultato che non era possibile sapere se quei soldi andavano effettivamente ai collaboratori, oppure se finivano al partito, o se il parlamentare se li metteva semplicemente in tasca.
Dopo le polemiche scoppiate sul caso, si è stabilito che almeno metà  di quella cifra va «rendicontata».
Ma l’altra metà  continua a restare assolutamente discrezionale.
Senza contare che la rendicontazione del 50 per cento è un pannicello caldo: non risolve il problema principale.
La somma «rendicontata», pari a 1.845 euro al mese, può essere impiegata per i collaboratori, ma anche per «consulenze, ricerche, gestione dell’ufficio, utilizzo di reti pubbliche di consultazione di dati, convegni e sostegno delle attività  politiche».
I numeri del resto parlano chiaro.
I contratti per collaboratori parlamentari depositati alla Camera sono 508. Per 630 deputati. E i permessi di ingresso permanenti a Montecitorio, considerando che i collaboratori possono essere impiegati anche soltanto sul territorio, non sono che 385. Evidentemente qualcosa non torna.
Ed è certo lo stesso motivo per cui la stragrande maggioranza dei gruppi politici continuano a opporsi all’introduzione di quella semplicissima regola adottata a Strasburgo, ma anche a Berlino e in tanti altri parlamenti nazionali.
Il bello è che non più tardi del 6 novembre 2013, in occasione del varo del bilancio interno, l’assemblea della Camera ha approvato fra l’altro un ordine del giorno con il quale si invitava l’ufficio di presidenza e il collegio dei questori, testualmente, a «disciplinare tempestivamente, in maniera completa o organica, il rapporto fra deputato e collaboratore avvalendosi delle soluzioni individuate dai principali paesi europei e dal parlamento europeo».
Ma in undici mesi non si è mossa una virgola.
C’è anche un disegno di legge presentato a maggio del 2013: rimasto per 14 mesi nel congelatore, è stato tirato fuori a luglio 2014 e discusso pochi minuti in commissione. Giusto il tempo per rinviare il tutto. Impossibile non mettere in relazione la strenua difesa dell’uso discrezionale di quella cifra con i tagli al finanziamento pubblico dei partiti. Le risorse cominciano a scarseggiare e quelle somme sono preziose.
La cifra non è affatto trascurabile.
Perchè 3.690 euro al mese per dodici mesi e per 630 fa 27 milioni 896.400 euro l’anno.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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CONSULTA: BRUNO AFFONDATO, VIOLANTE RESTA A GALLA

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

FUMATA NERA NUMERO 14…. FORZA ITALIA RINUNCERà€ ALL’INDAGATO, PRONTO PANIZ

Ennesima porta in faccia. Nuova una fumata nera. La quattordicesima. Questa volta tramite scheda bianca.
Così ieri Partito democratico, Forza Italia, Nuovo centrodestra e Scelta civica hanno votato nella seduta comune del Parlamento per eleggere i due giudici mancanti della Corte costituzionale.
Un modo per prendere tempo e per preservare ancora i due candidati, Donato Bruno e Luciano Violante.
Ma se il primo viene dato già  per morto, il secondo invece potrebbe ancora farcela. “In questi giorni continuo a parlare solo del tempo, sono diventato un grande meteorologo. Ma se volete che parli d’altro, posso dirvi qualcosa anche sul Toro”, osserva Violante, senza sbilanciarsi in nessun modo, tranne che sulla sua fede granata.     La partita, però, si è complicata parecchio.
E la luce in fondo al tunnel sembra ancora lontana.
Dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati a Isernia del senatore azzurro, infatti, l’intenzione del Pd è quella di salvare il soldato Violante, ovvero fare in modo che l’ex magistrato non finisca inghiottito nel gorgo che sta sommergendo Bruno.
Fino a ieri i due viaggiavano a braccetto. Con il destino dell’uno legato a quello dell’altro. E Forza Italia a mandare chiari segnali che, se fosse caduto Bruno, anche il Pd avrebbe dovuto indicare un altro candidato.
Ora però la situazione è cambiata. Violante potrebbe farcela anche senza Bruno.
Il prossimo voto è previsto per martedì 30. Dal partito berlusconiano fanno sapere che in questi giorni Bruno, o per lui l’avvocato Franco Coppi, andrà  a Isernia per avere conferma dell’indagine.
E a quel punto potrebbe essere lo stesso forzista a fare un passo indietro.
Nel frattempo, per facilitare le cose, sono stati eletti i due giudici mancanti del Csm. Sono Pierantonio Zanettin, area Forza Italia, con 525 voti, e Paola Balducci, area Sel, con 521.
In questo modo la partita del Csm è stata sganciata da quella della Consulta. Sulla quale si è deciso di prendere tempo.
La scusa è perfetta: oggi 25 parlamentari saranno a New York per una missione Onu. Quindi meglio soprassedere per una settimana.
E dare tempo ai partiti di trovare la quadra.     “Auspichiamo un esito positivo per martedì prossimo”, recita la nota congiunta di Pietro Grasso e Laura Boldrini.
La sensazione è che, se il Pd è intenzionato a fare le barricate su Violante, Forza Italia sembra meno disposta a immolarsi per Bruno.
“Siamo soddisfatti per l’elezione dei due giudici del Csm, recependo così l’invito di Napolitano. Ora il Csm può lavorare”, afferma Paolo Romani, che ieri, insieme a Denis Verdini, ha incontrato Lorenzo Guerini, Luigi Zanda e Roberto Speranza. “Nelle prossime ore Bruno verificherà  l’esistenza o meno dell’indagine nei suoi confronti. Se non c’è nulla, come credo, si va avanti con questo ticket e il Pd non avrà  più scuse per mettere veti sul nostro candidato. In caso contrario, sarà  lo stesso Bruno a fare un passo indietro”, spiega Romani.
Insomma, il caso Bruno verrà  risolto da Bruno stesso.
Romani, però, non chiarisce se in tal caso Violante potrà  essere eletto lo stesso insieme a un altro candidato di Forza Italia.
Dunque, mentre Violante continua a galleggiare, Bruno sembra già  affondato. Resta solo da vedere se il senatore azzurro si trascinerà  dietro l’ex magistrato. “Violante è sopravvissuto al passo indietro di Catricalà  e resisterà  anche a quello di Bruno, ma oggi (ieri, ndr) abbiamo fatto bene a proteggerli votando scheda bianca.
Vedremo martedì, anche se su questa partita sembra giochino altre vicende”, osserva il deputato democratico Giacomo Portas.
La pensa così anche Augusto Minzolini. “Ormai questa elezione è diventata la cartina di tornasole su cui si riverberano altre fibrillazioni, a partire da quella della minoranza del Pd contro il Job act. E il rinvio di una settimana indebolisce entrambe le candidature”, afferma il senatore azzurro.
Bruno, da parte sua, ostenta sicurezza. “Sono ancora in campo”, dice ai colleghi a Palazzo Madama.
Mentre Speranza a Montecitorio blinda Violante. “Il nostro candidato è e continuerà  a essere lui”.
Da ieri, però, si è aperta una settimana di trattative febbrili. E se sul caso Consulta si scaricano altre tensioni, è anche vero che il braccio di ferro sulla Corte     potrebbe complicare la vita al     cammino del governo Renzi.
In panchina, intanto, si scaldano anche altri giocatori.
Su quella azzurra è tornato in pista Maurizio Paniz, su cui potrebbero convergere i voti della Lega.
Mentre su quella democrat ci sono Augusto Barbera e Stefano Ceccanti.
Su Violante, intanto, il Pd incassa il via libera di Sel, dopo che i voti democratici sono stati decisivi per l’elezione al Csm dell’ex verde Balducci.

Gianluca Roselli

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CONSULTA, IL NO A BRUNO AFFOSSA VIOLANTE: PD E FORZA ITALIA SI SALVANO CON LA SCHEDA BIANCA

Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

ACCORDO AL RIBASSO PER SALVARE IL PATTO DEL NAZARENO, ANCORA UNA FUMATA NERA: MOLTI DEPUTATI PD SI RIFIUTANO DI VOTARE PER UN INDAGATO

L’accordo Pd-Forza Italia sui nomi di Luciano Violante e Donato Bruno per la Consulta non esiste più.
A pochi minuti dalla quattordicesima seduta a camere congiunte è arrivata la conferma: in un sms inviato ai parlamentari di Forza Italia, la segreteria chiede di lasciare scheda bianca per la Consulta.
Nelle ultime ore l’ipotesi aveva iniziato a circolare. E veniva dato per scontato il fatto che il rifiuto di parte del Partito democratico a votare l’indagato Bruno (come rivelato venerdì dal Fatto) tra i due giudici costituzionali laici che mancano da giugno facesse naufragare anche la candidatura di Luciano Violante.
La notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati per truffa aggravata del candidato forzista da parte della Procura di Isernia — che indaga sul fallimento della società  Itierre — ha in effetti portato (almeno nelle dichiarazioni e nelle intenzioni) a un arretramento di consensi di molti esponenti del Pd.
Alcuni parlamentari democratici non erano infatti disposti a votare un indagato che, tra l’altro, finierebbe (con l’immunità  di parlamentare e pure di membro della Consulta) a far parte dell’organo di suprema garanzia costituzionale.
Il presidente dell’Antimafia Rosy Bindi lo aveva già  fatto sapere: “Non voterò un indagato alla Consulta”.
La fronda democratica avrebbe voluto far saltare la candidatura di Bruno, mantenendo però quella di Violante.
Un tentativo praticamente impossibile, visto che i tentativi del Pd di convincere Forza Italia a cambiare nome sono finiti nel vuoto.
Il partito di Berlusconi non era intenzionato a bruciare Bruno, dopo il pasticcio che ha portato al ritiro del “nome condiviso” Antonio Catricalà .
Ma, preso atto della situazione, i vertici forzisti sono dovuti correre ai ripari lanciando un segnale ai dem.
Lo scenario che si sarebbe profilato oggi (e quindi il motivo per cui Forza Italia ha scelto la via della scheda bianca) era questo: il pallottoliere ipotizzava un calo per l’ex magistrato a 544, una maggioranza che non avrebbe consentito comunque la sua elezione alla Consulta (per la quale servirebbero 570 voti).
Tutti gli scettici dicono in ogni caso di attendere la “prova” dell’iscrizione di Bruno nel registro degli indagati.
Notizia che nessuno ha smentito e che dovrebbe essere lo stesso Bruno a confermare chiedendo alla Procura di Isernia di conoscere il suo status.
A quel punto non ci sarebbero più alibi e anche i magistrati potrebbero ufficializzare l’iscrizione.
Al momento, però, il senatore di Forza Italia non sembra intenzionato a compiere questo passo.
Promette solamente di ritirarsi solo in caso di rinvio a giudizio.
A questo punto — dopo l’ennesima fumata nera di oggi — la pratica per l’elezione dei due giudici laici potrebbe essere rinviata alla prossima settimana.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CONSULTA, ULTIMA CHIAMATA PER VIOLANTE E BRUNO, POI SI PASSA AL TANDEM BARBERA-GUZZETTA

Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

SE ALLA PROSSIMA VOTAZIONE I PRIMI DUE NON PASSANO, I PATTISTI DEL NAZARENO COSTRETTI A CAMBIARE CAVALLO PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE

Ancora una fumata nera. Poi si cambia cavallo.
Con dispiacere per Luciano Violante a cui però il destino ha riservato uno schema diabolico per cui se cade Donato Bruno cade anche lui, l’ex presidente della Camera, l’ex toga rossa che ebbe il merito, nel biennio ’92-94, di certificare l’intreccio tra politica e mafia.
“Merito” che ovviamente è una grave colpa per certa destra per cui l’ex magistrato resta “il diavolo giustizialista responsabile dell’anomalia giudiziaria in Italia”.
Ma la politica è una scienza perfida dove la logica spesso non fa premio sui fatti. “Simul stabunt, simul cadent” dice, con amarezza, un esponente della segreteria del Pd che segue il dossier Consulta-CSM.
Se cade uno, in questo caso Bruno, cade anche l’altro, cioè Violante.
E da qui si deve ricominciare nel racconto della settimana parlamentare.
Ettore Rosato, segretario d’aula del Pd è tra i titolari del dossier nomine Consulta (due giudici) e Consiglio superiore della magistratura (due membri laici) rinvia tutto a domani, lunedì.
“Il problema adesso è Bruno. È vero che è indagato? Che storia è questa dell’affidamento della consulenza dal suo collega di ufficio? Attendiamo risposte. Che sono decisive. E che lo devono essere soprattutto per Forza Italia. È chiaro che deve interpellare la coscienza e l’opportunità  politica la scelta se mandare o meno alla Corte Costituzionale, il giudice delle leggi, una persona indagata”.
Per sospetta corruzione negli atti di un fallimento (Ittierre).
Di opinione opposta Francesco Nitto Palma, ex Guardasigilli, falco tra i falchi. “Non si usi adesso questa storia della consulenza che è vecchia, infondata quindi strumentale” tuona il senatore azzurro alludendo a “quella parte del Pd che non vuole Violante e allora usa Bruno per far saltare il banco”.
Nelle file azzurre c’è chi ricorda come “sia stato il premier martedì scorso a dire una volta per tutte che un avviso di garanzia non puà³ rovinare una carriera politica”.
Dunque martedì sarà  l’ultimo tentativo per il ticket Violante/Bruno alla Consulta e Zanettin-Balducci al CSM.
Un poker che è una partita sola. O vince. O perde.
Un’occhiata ai numeri. Il quorum per la Consulta è 570 voti, i 3/5 degli aventi diritto del Parlamento, percentuali alte nate per un Parlamento bipolare ma che adesso sconta il fatto di aver tre e anche quattro teste.
Il recinto della maggioranza più Forza Italia conta 650 voti, più che sufficiente per blindare il poker di candidati senza dover cercare alleanze tra le opposizioni.
Così si è ragionato finora.
Ma le tredici votazioni andate a vuoto hanno dimostrato che le opposizioni – Sel, M5S e Lega – sono invece decisive.
Manca un centinaio di voti.
Spiega un azzurro che ha studiato i flussi dei voti analizzando le schede: “Una trentina di Fi non voterà  mai Violante considerato un giustizialista che non si è mai ravveduto nonostante le apparenze. Ugualmente c’è un zoccolo duro del Pd di circa 30-40 che non vuole votare l’ex magistrato perchè troppo legato a vecchie logiche. Sono venuti meno anche una decina di voti dei centristi e una ventina di Ncd”.
A sentire il Pd, invece, è tutta colpa degli azzurri “tanto che noi continuiamo a far votare entrambi i candidati”.
Ma il segreto dell’urna è l’alibi perfetto per i franchi tiratori.
Il presidente Napolitano ha fotografato in poche parole l’empasse imbarazzante che tiene bloccato il Parlamento. “Basta con le rivendicazioni di posizioni settarie, pensate prima al bene comune, evitate il rischio di una paralisi istituzionale” ha scritto la scorsa settimana. Gli hanno risposto picche.
E nonostante il Pd abbia coinvolto Sel e Berlusconi in persona si sia messo a fare telefonate ai leghisti, giovedì, nella tredicesima votazione, a Violante sono mancati ancora 28 voti (542) e a Bruno 43 (527).
Traguardo ancora più lontano per l’avvocato senatore Pier Antonio Zanettin (candidato di Fi al CSM) e per l’avvocato penalista Paola Balducci, ex deputata di Sel, attuale membro del CSM della Corte dei Conti, entrambi destinati a palazzo dei Marescialli.
I quattro giorni di pausa nelle votazioni dovevano servire a definire la partita una volta per tutte.
“Ci siamo, basta ancora poco, martedì si chiude” diceva giovedì pomeriggio Lorenzo Guerini, vicepresidente del Pd.
Ma è intervenuta, come spesso accade, la cronaca giudiziaria.
Con la storia di Bruno indagato, a sua insaputa, dalla procura di Isernia per “interesse privato del curatore negli atti del fallimento”.
La vicenda è quella del fallimento della Ittierre, colosso dell’abbigliamento entrato in crisi nel 2009.
Bruno in quanto avvocato è finito sotto la lente dei magistrati per via di una consulenza da 2,5 milioni che gli sarebbe stata affidata da Stanislao Chimenti che però è anche socio dello studio legale.
La nomina fu decisa dall’ex ministro Scajola. Bruno era presidente della Commissione Affari costituzionali
L’interessato smentisce tutto. “Sono tranquillo, Berlusconi non mi molla. Chimenti non è un mio socio, ha solo una stanza nel mio studio ed era libero di nominare una persona di fiducia”. La parcella di 2,5 milioni “era il minimo della tariffa meno il 10 per cento”.
Ma la partita è tornata avvelenata. “O domani si chiarisce la posizione di Bruno o è chiaro che non possiamo mandare alla Corte uno sospettato di corruzione negli atti di un fallimento” mormora, neppure a voce bassa, la sinistra – e non solo – del Pd. A cui, vale la pena ricordare, Bruno non è mai stato bene perchè “amico di Previti”.
Provvidenziale sarebbe, domani, comunque prima delle votazioni, un comunicato ufficiale della procura. Ma sarebbe un inedito assoluto. Ecco che allora sarà  fatto l’ennesimo tentativo. Ma l’ultimo. “Poi si cambiano partita e cavalli” dicono sia dal Pd e che da Forza Italia. Sarebbe allora la volta dei Professori, Augusto Barbera per il Pd e Giovanni Guzzetta per Forza Italia. Zanettin-Balducci seguirebbero a ruota. Al Csm.
A Violante potrebbe andare meglio a novembre, quando Giorgio Napolitano dovrà  nominare altri due giudici costituzionali. Il Quirinale andrebbe a fare quello che non ha voluto fare il Parlamento. Ceffone per ceffone, sarebbe un pareggio.

(da “Huffingtonpost”)

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CONSULTA FUMATA NERA, NEANCHE VENDOLA SALVA VIOLANTE: ALTRO SCHIAFFONE AL PATTO DEL NAZARENO

Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile

TREDICESIMO BUCO NELL’ACQUA: L’ACCORDO CON SEL NON BASTA A FAR PASSARE VIOLANTE… RENZI AZZOPPATO NON CORRE PIU’, SE NE RIPARLA MARTEDI

Neanche l’accordo con Sinistra Ecologia e Libertà  sul nome di Violante è bastato a sbloccare lo stallo.
Ancora una fumata nera – la tredicesima – dal Parlamento in seduta comune per eleggere i due giudici mancanti della Corte costituzionale. Il candidato del Pd Luciano Violante – alla quinta bocciatura da quando è candidato – si sarebbe fermato a quota 542, quello di Forza Italia Donato Bruno – giunto alla terza bocciatura – a quota 527.
La prossima riunione in seduta comune del Parlamento per la nuova votazione per i giudici della Consulta e dei componenti mancanti del Csm si terrà  “martedì alle ore 12”.
Lo ha annunciato il capogruppo dl Misto alla Camera Pino Pisicchio, a margine della conferenza dei capigruppo.
Il capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza ha escluso la possibilità  di rinunciare al ticket per la Consulta Violante-Bruno, nonostante la nuova bocciatura da parte del Parlamento.
“Andiamo avanti sicuramente su Violante e Bruno”, ha detto Speranza al termine della conferenza.
I prossimi giorni, tuttavia, serviranno necessariamente per studiare un’alternativa, dopo la frustrata con cui ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rimproverato le Camere di avanzare “pretese settarie”. Un monito che è stato recepito, almeno a parole, dal premier Matteo Renzi.
“Ha ragione nel merito e nel metodo il presidente della Repubblica”, ha detto Renzi. “Spero che oggi o nei prossimi giorni il parlamento troverà  una soluzione di alto livello”.
Sull’elezione dei giudici della Consulta e sui componenti ‘laici’ del Csm si incontreranno oggi a Roma tra il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e la Lega Nord, rappresentata dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti.
Si starebbe lavorando a un accordo dopo le ‘proteste’ del Carroccio, che oggi ha votato per Mario Bertolissi, ordinario di diritto costituzionale a Padova, per entrambi gli incarichi.
Alza la voce anche il Movimento Cinque Stelle, che lamenta l’insistenza su Violante. “Pd e Pdl sono ormai accorpati e blindati. Se le facciano di notte queste spartizioni, ieri abbiamo votato scheda bianca e loro, come risposta, si sono incontrati a palazzo Chigi. La nostra disponibilità  l’abbiamo data, la nostra pazienza è finita, votino di notte e ci facciano lavorare di giorno”, è la dichiarazione di Luigi Di Maio, M5S, a Radio24, su un possibile sblocco delle nomine alla Consulta.

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SCHIAFFO DEL PARLAMENTO AL COLLE, RENZI E BERLUSCONI: VIOLANTE E BRUNO BOCCIATI PER LA 12° VOLTA

Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

I DUE CANDIDATI HANNO PRESO MENO VOTI DI IERI: VIOLANTE 518, BRUNO 511

Si è conclusa con un nuovo nulla di fatto la dodicesima votazione per l’elezione alla Consulta di due giudici costituzionali e al Csm di altrettanti componenti laici.
Iniziata alle 16,30, preceduta da un duro monito del presidente Napolitano contro o stallo e in concomitanza con un incontro Renzi-Berlusconi a Palazzo Chigi, si è conclusa poco prima delle 20.
Luciano Violante torna a superare Donato Bruno nella votazione per la Corte costituzionale, ma i consensi dei due scendono rispetto a ieri sera.
L’ex presidente della Camera (Pd) ha incassato 518 voti, a fronte dei 526 di ieri, l’esponente di Forza Italia 511 voti, quando ieri erano stati 544.
Entrambi, comunque, sono sotto il quorum dei 3/5 dell’Assemblea, pari a 570 voti.
Il Parlamento in seduta comune sarà  convocato ancora una volta domani mattina alle 9.30 per una nuova votazione.
Pd e Forza Italia hanno sostenuto ancora Bruno e Violante alla Corte Costituzionale (e fonti dei due partiti confermano che anche domani saranno votati gli stessi nomi), mentre al Csm il ritiro di Luigi Vitali ha aperto la strada a una nuova intesa sul nome del senatore forzista Pierantonio Zanettin, che però si è fermato a 448 voti, contro i 514 richiesti.
Da Sel è arrivata scheda bianca su Consulta e Csm. Dopo l’intervento di Napolitano, anche il M5s ha votato scheda bianca.
Le truppe si ribellano a schemi prefissati dove non sono stati coinvolti. Così alla dodicesima votazione la Consulta resta orfana dei due giudici e, per il Quirinale fatto ancora più grave, il Consiglio superiore della magistratura non riesce a completare il plenum.
Resta in carica quello vecchio che però non può svolgere la funzione più importante: nominare i vertici delle procure, a cominciare da quella di Palermo.
La dodicesima fumata è ancora nera. Ecco i risultati: Zanettin, 448; Zaccaria, 136; Paniz, 35; Marotta, 33; Falanga, 26; Violante, 16; Bruni, 14; Vitali, 10; Balducci, 7. Voti dispersi 36, schede bianche 115, 39 nulle.
La sensazione, anche visiva è quella della maionese impazzita dove gli ingredienti, pur continuando a mescolare, non si amalgamano più.
E anche se il Patto del Nazareno si rinfresca nel pomeriggio, il problema è che le truppe che devono realizzare quel patto, deputati e senatori di Pd e Forza Italia, vanno invece per la loro strada.

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I CESARONI: TRA AMICI DI PREVITI E INDAGATI

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

COSI’ IL GOVERNO RENZUSCONI “NORMALIZZA” CSM E CONSULTA

Ma questi analfabeti lo sanno cosa sono la Corte costituzionale e il Csm?
A giudicare dai personaggi squalificati che vogliono mandarci e dal silenzio che avvolge i loro curricula, si direbbe di no.
Ma, a giudicare dalla pervicacia con cui insistono per quei nomi, a costo di paralizzare da quattro mesi il Parlamento, si direbbe di sì.
Il Partito Unico Renzusconi sa benissimo che la Consulta, pur già  inquinata da vecchi politicanti, potrebbe ancora dare fastidio per la presenza di personalità  indipendenti, che vanno al più presto rimpiazzate con uomini di stretta obbedienza.
Sennò le loro leggi incostituzionali (tipo l’Italicum) vengono di nuovo bocciate. I nomi di Violante, participio presente per tutte le stagioni, e Donato Bruno, membro della grande famiglia dei Cesaroni (è amico di Previti) e padre di un giovanotto inquisito per le baby squillo dei Parioli, rispondono perfettamente all’identikit: infatti Napolitano, che dovrebbe garantire un minimo di decenza costituzionale, tace e acconsente.
Monita solo perchè facciano presto, non perchè scelgano figure indipendenti.
Idem per il Csm: la norma che prepensiona i magistrati a 70 anni decapiterà  subito i vertici di 250 uffici giudiziari, in aggiunta ai 70 già  vacanti (come la Procura di Palermo), dunque occorre una truppa filogovernativa per nominare gente di fiducia. Sennò poi insabbiare le inchieste diventa difficile, e con questo tasso di devianza fra le classi dirigenti gli scandali continueranno a disturbare i manovratori.
Intendiamoci, mettere le zampe sugli organi costituzionali di garanzia è un vecchio sogno del potere politico.
Ma prima delle larghe intese, quando destra e sinistra governavano una alla volta, una parvenza di dialettica e di conflitto era assicurata. Ora, col Partito Unico, anche quel velo è caduto.
A parte i 5Stelle, ogni tanto Sel, la Lega e FdI, gli altri votano tutti col governo. Così il Csm che sta per nascere sarà  il più governativo della storia.
Infatti Napolitano, che del Csm è il presidente, tace e acconsente.
Non una parola su Luigi Vitali, ex sottosegretario berlusconiano, indagato a Brindisi e addirittura rinviato a giudizio a Napoli per falso ideologico (quanto basta, secondo la legge 195/1958 sul Csm, per causarne la decadenza).
Non un fiato sull’inciucio fuorilegge per dare la vicepresidenza al sottosegretario Pd alle Finanze Giovanni Legnini, molto amato dai giornali perchè nel governo Letta aveva la delega ai fondi per l’editoria: primo caso nella storia di un membro del governo che passa direttamente alla guida di quello che spiritosamente si chiama organo di autogoverno dei magistrati.
Come possano i membri togati piegarsi a votare uno così è un mistero.
Questo avvocato abruzzese il 25 luglio 2008 prese parte con Marini, Scelli, Lehner, Farina-Betulla alla festosa processione di politici al carcere di Sulmona per portare conforto al governatore Ottaviano Del Turco, appena arrestato per tangenti e poi condannato in primo grado a 9 anni e 6 mesi.
Non si sa se Legnini fosse lì nella sua veste di senatore, oppure di socio di studio dell’avvocato Marco Femminella, legale di un coimputato di Del Turco, il capogruppo Pd Camillo Cesarone (nomen omen, poi condannato a 9 anni).
Farà  piacere ai pm e ai giudici del processo Del Turco sapere che sulle loro carriere e i loro fascicoli disciplinari veglierà  Legnini: lo stesso che sorride pacioso in varie foto abbracciato al plurimputato Luciano D’Alfonso, neo-governatore d’Abruzzo nel solco della tradizione penal-progressista locale.
Il trasloco di Legnini al Csm farà  felice anche Giovanni Lolli, primo dei non eletti Pd, ora vicepresidente della giunta D’Alfonso, che potrà  entrare alla Camera al posto suo. Nel 2008 Lolli si salvò per prescrizione dal processo sulle ruberie della Missione Arcobaleno, dov’era imputato di favoreggiamento per aver avvertito due indagati delle intercettazioni disposte dal pm barese Michele Emiliano, ora segretario del suo partito in Puglia.
E vissero tutti felici e contenti.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CONSULTA: VIOLANTE E BRUNO NON CE LA FANNO NEANCHE QUESTA VOLTA

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

SERVIVANO 570 VOTI: IL CANDIDATO PD ARRIVA A 530, QUELLO DI FORZA ITALIA A 529… PESANO 107 ASSENTI….PER IL CSM PASSA LA SPARTIZIONE: CASELLATI, BENE E BALDUZZI

Fumata nera per l’elezione di due giudici costituzionali da parte del Parlamento in seduta comune.
Nessun candidato ha raggiunto il quorum richiesto dei tre quinti dei componenti dell’Assemblea, pari a 570 voti.
Luciano Violante e Donato Bruno, dunque, non ce l’hanno fatta nonostante l’intesa tra Pd e Forza Italia e soprattutto all’interno dello stesso partito di Berlusconi dopo la fronda che ha “abbattuto” il primo candidato, Antonio Catricalà .
Violante ha raggiunto 530 voti, Bruno 529.
Servirà  una nuova votazione che è già  stata programmata per le 18 di domani, 16 settembre. Per spingere all’elezione i due candidati alla Consulta sia il Pd sia Forza Italia avevano fatto girare sms tra i loro parlamentari: “Luciano Violante e Donato Bruno per la Corte Costituzionale”.
Regge invece il patto trasversale su alcuni dei nomi per i membri laici del Csm.
Dopo l’elezione di Giovanni Legnini e Giuseppe Fanfani (Pd) e Antonio Leone (Ncd) oggi è arrivato il via libera a Elisabetta Alberti Casellati (Fi), Teresa Bene (tecnica in quota Pd) e Renato Balduzzi (Scelta Civica).
Il quorum previsto era di 482 voti e secondo l’Ansa i tre lo avrebbero superato di pochissimo. Alberti Casellati avrebbe ricevuto 489 voti, mentre gli altri eletti ne avrebbero ottenuti 486.
Devono essere eletti ancora altri due membri laici del Csm. Servirà  una nuova votazione, l’ottava.
Luigi Vitali (in quota Fi) si è fermato invece a 418 voti. Non hanno raggiunto il quorum neanche Alessio Zaccaria, candidato M5S, che ha ottenuto 111 preferenze, e Nicola Colaianni, seconda scelta dei grillini ma su cui punta il Pd per la quota da lasciare alle opposizioni, che ha raggiunto 125 voti.
Alla votazione per la Consulta gli assenti sono stati in tutto 107, di cui solo 9 nel Pd, più uno in missione.
In Fi invece non hanno votato in 16 (4 senatori e 12 deputati), mentre in Ncd non si sono presentati in 9 (5 senatori e 4 deputati).
Tutti presenti in Scelta Civica, mentre tra i Popolari per l’Italia (Mario Mauro e Pierferdinando Casini) non hanno votato in 6 (2 senatori e 4 deputati); nella Lega Nord hanno disertato in 6 (3 deputati, 3 senatori); nel Misto 19 (9 senatori e 10 deputati); 7 di Sel.
Maggior numero di assenze nel M5S: 12 senatori e 13 deputati.
Tre gli assenti in Gal e 4 in FdI; Autonomie 3.

(da “il Fatto Quotidiano
“)

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