Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
IL CONSULTELLUM, USCITO DALLA SENTENZA DELLA CORTE, NON È PRONTO ALL’USO: MANCANO LE PREFERENZE… E METTERCI LE MANI NON SARà€ PER NULLA FACILE
Se domani mattina si dovesse andare a votare, non si potrebbe fare. 
Perchè una legge elettorale “tecnicamente” non esiste.
È praticamente un anno (la sentenza della Corte Costituzionale che bocciò il Porcellum è del 3 dicembre 2013) che la politica e tutto quello che ci gira attorno, ragiona sul fatto che se anche il Parlamento non trovasse un accordo sul nuovo sistema di voto, sarebbe in vigore quello uscito dalla Consulta. Appunto, il Consultellum.
Ma non è così vero. Nella sentenza pubblicata il 13 gennaio 2014, per quanto riguarda le preferenze, si legge: “Eventuali apparenti inconvenienti possono essere risolti mediante l’impiego degli ordinari criteri d’interpretazione o rimossi anche mediante interventi normativi secondari, meramente tecnici ed applicativi (…)”, “in linea con quanto risulta dal referendum del 1991”.
Ovvero introducendo la preferenza unica. Cosa che non è così automatica.
Con quale strumento si dovrebbe fare? Un regolamento, un decreto, una leggina? Dibattito aperto, problemi garantiti. E poi, la preferenza unica apre ad altre questioni. Tipo: e la parità di genere?
Cavilli, ostacoli, atti normativi da compiere che mettono l’accento su un vuoto piuttosto inquietante.
In un Paese in cui il presidente della Repubblica è quasi dimissionario, il Parlamento semi-commissariato, i partiti in disfacimento e il governo sulla strada della palude, pure votare per ora non si può.
E l’Italicum al momento è praticamente impantanato in Senato, con un accordo politico che non c’è.
E discussioni infinite di costituzionalisti che discettano se si potrebbe eventualmente votare a Montecitorio con l’Italicum promesso e al Senato con il Consultellum (come affermano da Palazzo Chigi).
O se serve una clausola di salvaguardia, secondo la quale, invece, il nuovo sistema di voto entrerebbe in vigore solo a Palazzo Madama abolito.
O ancora, se si deve fare una norma transitoria per estendere l’Italicum fino alla Camera Alta, finchè dura.
Roba da far girare la testa. Anche perchè tutti tirano l’acqua al proprio mulino. Politico. L’Italicum ormai lo vuole solo Renzi, il Consultellum, in fondo, va bene a tutti gli altri. Si avrebbe la rivincita dei piccoli. E non solo.
“Quanto vale il simbolo del Pci se lo ripresentiamo?”, ci si interroga in questi giorni tra i sospetti scissionisti della minoranza dem.
E qui, si torna al punto. Perchè il Consultellum non è pronto all’uso.
Tra i renziani la convinzione diffusa è che basti un regolamento.
Ma diceva ieri Roberto Calderoli a Repubblica: “Le preferenze? Dicono: si inseriscono con un regolamento. Ma se vengono introdotte per via secondaria, si può ricorrere al Tar o al Consiglio di Stato. Che magari emana una sospensiva della legge a elezioni avvenute….”.
Avverte il costituzionalista, Stefano Ceccanti: “Si tratta di motivazioni strumentali. Perchè quello del governo sarebbe un passaggio dovuto, stabilito dalla Corte”.
Ma il tema c’è. Roberto Giachetti (Pd), il vice presidente della Camera, nonchè il principale sponsor del ritorno al voto anche subito, la mette così: “La discussione è in corso. C’è pure chi contesta che ci vuole la doppia preferenza di genere. E le preferenze nel Consultellum si possono introdurre o ex novo con una modifica legislativa, o attraverso un semplice regolamento, o ancora dando mandato al ministero dell’Interno”. Insomma, si parla di un decreto ministeriale, o un decreto delegato.
Giachetti insiste: “Il punto principale, però, è che non può esistere un Paese in cui non si può andare a votare”.
Non potrebbe esistere, ma il fatto che ci si debba comunque impelagare in discussioni, interpretazioni, accordi, significa che però esiste.
Sullo sfondo di questo scenario, resta il fatto che Renzi sa che con il Consultellum rischierebbe ancora la palude.
Ieri, il presidente del Consiglio, che non molla la linea, ha detto: “Gli imprenditori sono gli eroi del nostro tempo”.
La Camusso insorge: “Rispetto per i lavoratori”.
Guerra infinita.
Wanda Marra
(Da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
IN ATTESA CHE RE GIORGIO ABDICHI E LIBERI IL TRONO, GRASSO SI ATTREZZA PER LA REGGENZA
Dopo la presidente della Camera Laura Boldrini e la ministra dalla Difesa Roberta Pinotti, molto
favorevoli a un Presidente donna (specie se rispettivamente denominato Boldrini e Pinotti), s’è fatto vivo il presidente del Senato Piero Grasso con un appello alle forze politiche per una rapida intesa sul nuovo capo dello Stato (preferibilmente Grasso). Nell’attesa che ciò avvenga, ma soprattutto che Re Giorgio abdichi e liberi il trono — la qual cosa nessuno sa nè se nè quando accadrà , ma gli aruspici di corte assicurano che ci siamo quasi —, fervono in casa Grasso i preparativi per il “mese bianco” di reggenza, o supplenza: quando cioè, fra Capodanno e l’Epifania o giù di lì, la seconda carica dello Stato subentrerà provvisoriamente alla prima e s’insedierà al Quirinale per fare le veci del dimissionario finchè non sarà eletto e intronato il successore.
L’ex alto magistrato (da non confondere con l’alto ex magistrato) appare agitatissimo per l’alta responsabilità cui sarà — sia pur per poco, ma non si sa mai — chiamato.
Da quando, nella precedente elezione presidenziale dell’aprile 2013, fu adibito dalla Boldrini all’imbarazzante e decorativo ruolo di prendere i bigliettini con la mano sinistra, passarseli nella destra e girarli al commesso con una smorfietta ogni tanto, pare passato un secolo.
Ora tocca a lui, sia pure per poco, ma non si sa mai.
È la sua grande occasione: Presidente della Repubblica Reggente. Non può sbagliare. Infatti l’agenda Grasso è già fittissima di impegni.
La sveliamo in anteprima. “Viaggio trasferimento Palazzo Madama-Quirinale, magari su cavallo bianco. Ricordarsi chiamare fotografi e cameramen. Fare salto in Vaticano per salutare papa Francesco. Se si negasse, o fosse al telefono, tentare papa Emerito Benedetto XVI, o almeno padre Georg. Informarsi possibilità ribattezzare Reggente della Repubblica “Presidente Emerito”.
Monitare su argomento a piacere, per non far rimpiangere predecessore. Recarsi sacrario Redipuglia anticipando 4 novembre a inizio-anno. Passare in rassegna truppe, non importa quali. Valutare se farlo a piedi a passo di carica, o di marcia, o ancora a cavallo (dipende da accoglienza galoppata primo giorno). Allestire consultazioni, non importa con chi e su cosa. Consultare e basta, fa molto Presidente. Firmare una/due leggi/decreti al giorno, a caso. Anche in bianco. Per continuità con predecessore e per tenersi in allenamento. Convocare Renzi a cena, anche solo per saluti e convenevoli. Sondare Casa Bianca, se per caso Obama ha buco in agenda, anche last minute. Retrodatare Festa della Repubblica da 2 giugno a metà gennaio. Prima però far montare palco al Vittoriano, allertare fanfare, esercitarsi marcetta Altare della Patria-Fori Imperiali a bordo carrarmato/freccia tricolore con elmo corazzieri/tricorno napoleonico/berretto piumato bersaglieri. Avvertire Cazzullo, lui contento. Salutare militarmente molto spesso. Andatura marziale. Pancia in dentro petto in fuori. Non sculettare.
Moniti sfusi: mafia e corruzione brutte cose. Può sempre servire. Ma senza far nomi. Riunire capi Forze Armate con divisa acconcia: completo bianco Village People, feluca verde, pennacchio rosso, mostrine dorate, molte medaglie.
Preparare discorso Capodanno-bis, da tenersi all’Epifania, con annessa cerimonia Ventaglio. Emissione straordinaria numismatico-filatelica: banconota 3 euro e mezzo con effigie Supplente Grasso e francobollo 7 euro con nome all’incontrario “ossarG” (Grasso rosa). Valutare sentenza Corte Europea su supplenti scuola, scopo applicabilità a supplente precario Quirinale e sua stabilizzazione tempo indeterminato. Minimo sette anni, prorogabili”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
RENZIANI PREOCCUPATI, L’EX MINISTRO MAURO E UN PAIO DI COLLEGHI DEL GAL ALZANO IL PREZZO
Difficile spiegare a un qualunque osservatore europeo cosa sia il Gal, il gruppo Grandi autonomie e libertà
del Senato italiano dove oggi sono affluiti tre senatori guidati da Mario Mauro col marchio Popolari per l’Italia (con lui il sottosegretario Angela D’Onghia e Tito di Maggio).
Il Gal è una costola del centrodestra, dove siedono eletti con il Pdl e con la Lega, un ex sottosegretario del governo Prodi 2, Paolo Naccarato, e anche Giulio Tremonti. Dove alcuni senatori, come lo stesso Naccarato, Michelino Davico (ex leghista che lasciò il Carroccio folgorato da Enrico Letta) e Pietro Langella (già Udc, poi Pdl e Fi) votano più o meno stabilmente con il governo mentre i vertici del gruppo, da Mario Ferrara a Antonio Scavone ne sono più o meno fieri oppositori.
“Ci siamo andati perchè è una sorta di gruppo misto del centrodestra”, spiega ad Huffpost Mario Mauro, già ministro della Difesa del governo Letta e orfano di quell’esecutivo.
“Da qui vogliamo lavorare per ricostruire un centrodestra popolare alternativo al Pd, a tutti gli amici ricordo che in Europa i popolari sono alternativi ai socialisti”.
Mauro annuncia che la fiducia al governo Renzi sarà tutt’altro che scontata: “Non certo a scatola chiusa, decideremo caso per caso, il governo dovrà convincerci, mi pare difficile poterla dare a questa legge di Stabilità che scassa i conti dello Stato…”.
Parole inusuali per un alleato, ancorchè part time.
Ma Mauro è convinto che la Grande coalizione nata dopo le elezioni del 2013 sia archiviata, “questo è un monocolore renziano, e un nuovo centrodestra non si costruisce facendo i cespugli del Pd”.
L’operazione guarda indubbiamente a destra, magari a un ritorno da Berlusconi, dove Mauro viene guardato ancora con sospetto, dopo il tradimento del 2012, quandò mollò il Cavaliere per seguire Monti.
E tuttavia quello che conta sono i numeri di palazzo Madama, dove Renzi vede ballare altre tre pedine, che fino ad oggi venivano considerate sicure, visto che il gruppo Per l’Italia (scisso dai montiani di Scelta civica un anno fa e composto da 10 senatori) fa parte organicamente della maggioranza.
Ora sono rimasti in sette, sommati a Pd e Ncd in totale fanno 153 voti sicuri per il governo.
Cui si sommano una dozzina di senatori del Gruppo per le autonomie, un altro contenitore variegato composto da minoranze linguistiche, i socialisti di Nencini, l’ex grillino Battista e i due senatori a vita Rubbia e Cattaneo.
A questi numeri si aggiungono alcuni ex grillini come Orellana e Campanella che ogni tanto votano con la maggioranza (sul bilancio Orellana è stato decisivo).
Non proprio quella maggioranza chiara che Renzi aspira a realizzare con l’Italicum, anche se fino ad oggi nei voti di fiducia il governo non è mai sceso sotto quota 155 (a rischio visto che la metà più uno dell’assemblea è 161), raggiungendo nel febbraio scorso il tetto di 169
Nel Pd c’è chi derubrica la mossa di Mauro e soci ai “soliti balletti dei centristi”, ma Giorgio Tonini, membro della segreteria Pd e segretario d’Aula vede le insidie di una “maggioranza che si assottiglia”, e che sopravvive più che per una compattezza interna grazie alle “maggioranze variabili” che si vanno componendo.
“La differenza rispetto all’ultima legislatura di Prodi”, spiega Tonini, “è che l’opposizione non è un moloch conpatto, ma sono tante: da Sel alla Lega, da Fi al M5s. E raramente votano compatte. In queste ore, ad esempio, sulla giustizia Forza Italia è contro di noi e il M5s vota con noi”, ragiona Tonini.
“Nell’aula del Senato c’è uno sfrangiamento che finora ci consente di andare avanti non dico con tranquillità , ma con un margine di sicurezza”.
Del resto anche oggi con svariati voti segreti sulla responsabilità delle toghe, il governo ha tenuto botta.
Mario Mauro in queste ore è stato contattato riservatamente da Luigi Zanda, capo dei senatori del Pd. E con Zanda l’ex ministro avrebbe usato parole assai meno dure sull’atteggiamento futuro della sua truppa, almeno nei voti di fiducia.
Si vedrà nei prossimi giorni, con le fiducie assai probabili su Jobs Act e legge di Stabilità .
Di certo c’è che il capogruppo di Forza Italia Paolo Romani ha speso parole di elogio per l’operazione: “E’ maturo il tempo perchè riparta una riflessione sul futuro dell’intero centrodestra. Si aprono nuove prospettive per quello che Forza Italia ha sempre indicato come percorso obbligatorio per rivolgersi, e tornare a rappresentare, l’elettorato moderato. Lavoreremo ad una piattaforma programmatica comune”.
Già nella scorsa estate Mauro era stato uno dei più duri oppositori della riforma costituzionale, in un insolito asse con Sel, M5s e i dissidenti Pd di Chiti e Mineo.
“Si rischia una forma di autoritarismo alla Putin”. Oggi i toni sono un po’ meno duri: “Non vogliamo essere succubi o cespugli di Renzi”.
A ritirare i due sottosegretari dall’esecutivo, però, nessuno ci ha pensato.
Uno è Angela D’Onghia (Istruzione), l’altro è Domenico Rossi, alla Difesa.
“Sono scelte che spettano al governo, non a noi”, taglia corto Mauro.
Tonini non la pensa così: “E’ evidente che se dovesse mancare la fiducia al governo i due sottosegretari non potrebbero restare al loro posto, per una banale ragione di coerenza…”.
L’operazione di Mauro e soci, che hanno rotto con il gruppo dove siedono Casini e i suoi, prefigura una svolta a destra.
E anche una sfida a chi, tra i centristi, “sembra folgorato sulla via del rottamatore…”, per dirla con Mauro.
Tito di Maggio, in conferenza stampa, manda un altro segnale poco rassicurante per il governo: “Sono sicuro che nei prossimi giorni altri si uniranno a noi nel Gal”.
Il riferimento è a Ncd, dove ci sarebbero “malumori per la deriva del partito verso il Pd”.
Nomi non ne vengono fatti, ma l’obiettivo di Mauro e dei suoi è costruire un contenitore aperto agli alfaniani delusi, una sorta di stanza di compensazione prima del ritorno ad Arcore.
Per Renzi è una piccola opa ostile, che potrebbe anche risolversi nell’ennesimo bluff. Nell’ennesimo spasmo della palude centrista.
Ma Di Maggio insiste: “Il governo in Senato è già sul filo di lana, non ci vuole molto per farlo ballare…”.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
SU 9.200 DEPOSITATE APPENA 1.300 HANNO TROVATO RISCONTRO
Che ogni governo in carica non sia mai troppo solerte nel rispondere alle interrogazioni parlamentari è cosa risaputa, ma con i governi di Letta e Renzi la percentuale delle domande inevase è cresciuta anche rispetto ai governi Berlusconi e Monti.
Che poi le interrogazioni a cui viene concessa risposta siano per la maggior parte del Pd è una tendenza degna di nota.
Perchè se lo strumento dell’interrogazione è la tipica leva in mano alle opposizioni per operare il controllo del parlamento sull’esecutivo previsto dalla Costituzione, i numeri da inizio legislatura stilati dal sito Openpolis raccontano una realtà diversa.
L’ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi aveva risposto al 39,33% delle interrogazioni parlamentari, il Governo Monti era sceso al 29,33%, mentre gli esecutivi di Letta e Renzi hanno fatto calare di molto la percentuale.
Delle oltre 9.200 interrogazioni depositate in oltre un anno e mezzo di legislatura, circa 1.300, poco più del 14%, hanno ottenuto un riscontro, ma oltre l’80% sono rimaste inevase.
E finora il gruppo parlamentare che ha un tasso di successo maggiore è il partito di maggioranza, cioè il Pd, con 400 risposte (19,80%) alle oltre duemila interrogazioni presentate.
A guidare la classifica di gruppo con maggior numero di interrogazioni depositate è il Movimento 5 Stelle, oltre 2.700: quelle con risposta non raggiungono però neanche quota 300
Il ping pong
«Basta con questo noioso ping pong nell’approvazione delle leggi», dice il premier per spiegare agli imprenditori l’esigenza di trasformare il Senato in Camera delle autonomie. E per dare un’idea del ping pong parlano da sole le statistiche che si possono trovare sullo stesso sito del Senato.
I disegni di legge approvati da una delle due Camere e ancora in corso di esame nell’altro ramo del Parlamento sono 47: 31 a Palazzo Madama e 16 a Montecitorio.
E citandone due a caso, uno sulle misure cautelari, approvato e trasmesso alla Camera in aprile, cioè sette mesi fa e ora in corso di esame in commissione; o quello sull’abolizione dei manufatti abusivi, trasmesso nel gennaio 2014 e non ancora «incardinato», si capisce meglio con quale passo riesca a procedere l’attività legislativa con il bicameralismo perfetto.
Specie in assenza di quella riforma dei regolamenti che velocizzerebbe l’iter delle leggi, ma che ancora trova molti oppositori in Parlamento.
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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Ottobre 16th, 2014 Riccardo Fucile
NEL PALAZZO ALEGGIA IL FANTASMA DEL VOTO: “RENZI PUNTA A SFORARE IL 3% E ANDARE A VOTARE A PRIMAVERA”
Uno spettro si aggira per il Parlamento, lo spettro del voto anticipato. 
Francesco Boccia, uno che di leggi di stabilità ne ha lette a centinaia, va dritto al punto: “Se il paese, così come accaduto negli ultimi dieci anni, non vedesse rispettare le previsioni di crescita indicate nella legge di stabilità , non vedo altre strade alternative alla rottura con Bruxelles. E quindi in Italia il voto per evitare la troika”.
Nel day after della presentazione della legge di stabilità , è lo scenario di un voto in primavera al centro dei conciliaboli tra deputati e senatori: “Diciamo — sostiene Stefano Fassina – che con questa impostazione Renzi costruisce le condizioni per”.
Sono soprattutto i ghostbusters antirenziani ad afferrare il fantasma del voto.
Le “condizioni per” di cui parla Fassina si possono così riassumere: Renzi fa una finanziaria espansiva, che agisce a sinistra con l’Irpef a destra con l’Irap, dicendo agli imprenditori “con questi sgravi non avete più alibi per assumere”, ma tutto l’impianto poggia su una previsione di crescita dello 0,6.
Poichè è difficile raggiungere lo 0,6, e quindi non sforare il tre per cento tra deficit e Pil, a febbraio, sul tavolo della nuova commissione, ci sarà il “caso Italia”.
E per piegare Bruxelles Renzi potrebbe fare della legge di stabilità il programma su cui chiedere il consenso agli italiani, andando al voto. Perchè non c’è dubbio che è un programma forte: “Sicuramente — prosegue Boccia — intercetta il consenso delle grandi e delle medie imprese, meno delle piccole”.
C’è di più. Il provvedimento su cui Renzi si gioca tutto arriva dopo settimane di guerriglia a bassa intensità tra palazzo Chigi e il Parlamento.
La fiducia sull’articolo 18 per sfidare la sua maggioranza, poi i voti a palazzo Madama su cui la maggioranza ha raggiunto il suo punto più basso, con 161 voti sulla nota di aggiornamento al Def e 164 sul decreto per gli stadi. Segnali di allarme, cui aggiungere la fronda permanente sulla Consulta letta a palazzo Chigi come una fronda al Patto del Nazareno. Renzi da un lato, insofferente verso il Parlamento. Il Parlamento dall’altro, insofferente verso Renzi.
Cala su questo scenario una legge di stabilità letta innanzitutto come una grande operazione politica. Per capire i punti su cui miete consenso, basta ascoltare le parole di Laura Ravetto, una che ad Arcore è di casa, verso alcuni parlamentari fittiani: “Voi non avete capito che a fare opposizione si fa un favore a Renzi che vuole una scusa per andare a votare. Se decidessi io, questa legge la voterei. Lo so che sulle coperture bisogna ancora vedere. Ma non vorrei che votandogli contro lo esonerassimo dal trovare le coperture nel 2015 e consentirgli di portare al voto anticipato con una legge che fa contenti tutti”.
E, soprattutto, che prosciuga l’elettorato di Forza Italia.
Gli ultimi sondaggi arrivati ad Arcore sono davvero da brivido.
Alle regionali del prossimo anno non c’è una sola regione in cui il centrodestra risulta competitivo. Al momento è “otto a zero” per il Pd.
Sarebbe un traino formidabile se Renzi trasformasse quel giorno in un election day, regionali e politiche.
Il dato di Forza Italia poi, è ancora più da brivido. Prima della presentazione della legge di stabilità Forza Italia è andata per la prima volta sotto il 14 per cento.
E ancora non c’era la manovra sull’abbattimento dell’Irap, una vera calamita per i voti di Forza Italia che chiamava quella tassa “Imposta rapina”: “Beh — dice Nunzia De Girolamo, capogruppo di Ncd — se la legge di stabilità fosse l’indice di un programma elettorale sarebbe il programma del Pdl del 2008. È un’Opa su Forza Italia”.
Già , un’Opa. Lanciata a destra. Ma anche a sinistra. Per questo, pure tra i critici, i toni sono molto costruttivi: “Io — dice Boccia — tifo affinchè sia davvero una manovra espansiva, perchè il paese ne ha bisogno. Ma una cosa deve essere chiara: per uscire dalla deflazione serve uno shock e per lo shock servono soldi. E sui tagli voglio capire meglio se siamo di fronte a una riqualificazione della spesa o di fronte a tagli lineari”.
Sulla scia di questo ragionamento arriviamo all’incognita più grande.
Tra Renzi e il voto, ammesso che sia questo il vero obiettivo del premier, c’è l’istinto di conservazione di questi gruppi parlamentari.
Gruppi che saranno chiamati a gestire la successione di Napolitano, ormai prossima. Nel senso che è opinione diffusa che il capo dello Stato avrebbe intenzione di mollare all’inizio del prossimo anno, una volta approvata la legge elettorale.
Legge elettorale, al momento ferma. Ma cui da ambienti informati trapela un’importante indiscrezione.
E cioè che sarebbe pronto, se lo stallo si prolungasse, un emendamento per far valere l’Italicum anche al Senato. Per i ghostbusters è un’altra precondizione per arrivare al voto.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 15th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO 18 VOTAZIONI LA CANDIDATURA DI VIOLANTE ALLA CONSULTA CONTINUA A ESSERE BOCCIATA: MA CI VUOLE COSI’ TANTO A CAPIRE CHE OCCORRE FARE UN PASSO INDIETRO?
Se uno studente universitario si presentasse per 18 volte al suo primo esame e per 18 volte venisse bocciato e invitato a ritentare nella sessione successiva, gli sorgerebbe il dubbio di avere sbagliato facoltà , o magari di non essere proprio portato per gli studi.
In ogni caso diventerebbe lo zimbello dell’ateneo e cambierebbe ramo, scegliendo magari una facoltà meno improba.
Se poi le cose dovessero continuare ad andare male, si dedicherebbe ad attività a lui più consone: l’agricoltura, la pastorizia, l’accattonaggio, il lavaggio dei parabrezza ai semafori, la carriera circense, cose così.
Non è questo il caso di Luciano Violante, che ieri ha stracciato il record — da lui stesso detenuto — di trombature come candidato a giudice della Consulta, passando dalla diciassettesima alla diciottesima senza fare un plissè.
Non lo sfiora il dubbio di non essere adatto a quel ruolo, o di non essere gradito ai due terzi dei parlamentari richiesti dalla Costituzione.
Dunque non ci pensa proprio a ritirarsi per godersi la meritata pensione (a 74 anni suonati, sarebbe anche ora).
Anzi insiste, imperterrito e imperturbabile. E insistono pure i suoi sponsor: i vertici del Pd e di Forza Italia, ma soprattutto Giorgio Napolitano.
O Violante o niente. Infatti, niente.
Viene in mente il film I complessi con Alberto Sordi alias Guglielmo Bertone detto Dentone che concorre per il posto di speaker del telegiornale e nessuno degli esaminatori osa spiegargli che, con quelle zanne, sarebbe meglio la radio.
Con la differenza che il Dentone è un fuoriclasse assoluto, mentre il noto participio presente è piuttosto scarsino.
Pare non abbia neppure i requisiti.
Art. 135 della Costituzione: “I giudici della Corte costituzionale sono scelti tra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo 20 anni d’esercizio”.
Ora, Violante non è un magistrato delle giurisdizioni superiori. Non ha esercitato la professione di avvocato per vent’anni. E non figura tra i professori ordinari di università in materie giuridiche: è stato, secondo il sito del ministero dell’Università , ordinario di Diritto penale presso l’Università di Camerino, ma solo fino al 2008, e ha pure tenuto dei corsi nel prestigioso ateneo di Aosta.
Ma la Costituzione specifica, per i magistrati delle giurisdizioni superiori, che quelli eleggibili possono essere scelti tra quelli “anche a riposo”, mentre nulla dice degli ordinari in materie giuridiche.
Diciamola tutta: la produzione giuridica di Violante è scarsina, per usare un eufemismo.
Si tratta di un politico di professione, che agli occhi della Casta è un merito strepitoso, ma purtroppo non per la Costituzione, che fa di tutto per tenere lontani dalla Consulta i partitocrati.
Perchè il Pd, che già è riuscito a eleggere al Csm l’ineleggibile Teresa Bene, accompagnata all’uscita appena entrata, tiene occupati da quattro mesi Camera e Senato per far passare un pluritrombato che non passerà mai e, anche se passasse, potrebbe essere rispedito al mittente? Perchè il Patto del Nazareno Renzi-B. prevede la spartizione di tutte le poltrone del Paese fra Pd e Forza Italia, dalle assemblee condominiali al Quirinale.
E Violante s’è battuto come un leone contro la decadenza di B. (ricordate il Lodo Violante per tirarla in lungo col ricorso a Strasburgo?) e contro la Procura di Palermo che osa indagare sulla trattativa Stato-mafia e s’è addirittura azzardata ad ascoltare la voce di Napolitano sul telefono di Mancino e ora vuole risentirla dal vivo.
Ergo il Caimano e Re Giorgio devono sdebitarsi.
Infatti FI ha già cambiato tre candidati — Catricalà , Indagato Bruno e Caramazza — ma Violante è sempre lì, fisso come il palo della banda dell’Ortica.
Ottenere i 2/3 e finirla con l’immonda pantomima è facilissimo: basta lanciare due giuristi indipendenti, che sarebbero votati anche dal M5S.
Ma non si può: al politico Violante deve appaiarsi un politico forzista.
E così lo sconcio delle fumate nere proseguirà sine die, corredato dai continui moniti del Colle contro le Camere che non si spicciano a eleggere chi dice lui.
Il bue che dà del cornuto all’asino.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IN GIUNTA DELL’IMMUNITA’ IL GRUPPPO PD FA SCUDO IN DIFESA DELL’ESPONENTE NCD… DOPO 9 MESI DI RINVII ORA LA DECISIONE SPETTA ALL’AULA
Il gruppo Pd vota compatto contro l’uso delle intercettazioni di Antonio Azzollini nell’inchiesta su una
presunta truffa da 150 milioni e il relatore Felice Casson (Pd) si autosospende per protesta.
Dopo nove mesi di rinvii, la giunta per le immunità del Senato è arrivata al voto sulla richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle conversazioni del presidente della commissione Bilancio del Senato in quota Nuovo centrodestra.
La richiesta era arrivata a gennaio scorso dalla procura di Trani nell’ambito dell’inchiesta sul porto di Molfetta.
I senatori democratici, dopo aver chiesto dieci minuti di sospensione dei lavori, hanno votato contro la proposta di autorizzazione delle intercettazioni avanzata dal relatore Felice Casson.
Dopo la bocciatura, il parlamentare democratico si è immediatamente sospeso dal gruppo. E ora il presidente della giunta Dario Stefano (Sel), dovrà nominare un nuovo relatore tra quelli che hanno detto “no” alla proposta del relatore.
Numerose le defezioni tra i senatori chiamati ad esprimersi sulla richiesta degli inquirenti. Forza Italia era assente. Elisabetta Maria Casellati è appena stata eletta al Csm, mentre Lucio Malan e Giacomo Caliendo non si sono presentati.
Così, hanno detto no ai magistrati Ncd, Pd e Lega.
Solo il Movimento 5 Stelle e Casson si sono detti a favore. La parola ora spetta all’Aula, dove la giunta si presenterà con la proposta di dire “no” alla procura di Trani.
La ferita è però in casa del Partito democratico. In queste ore Palazzo Madama è chiamata a votare la fiducia al disegno di legge delega sul lavoro e la minoranza dem continua ad esprimere le sue perplessità .
Lo strappo di Casson, da sempre su posizioni critiche, è l’ennesimo segnale dei rapporti tesi con il presidente del Consiglio e leader del partito.
Se l’Aula confermerà la posizione della giunta, la Procura di Trani non potrà utilizzare le intercettazioni del senatore del Nuovo centrodestra ed ex sindaco di Molfetta.
Azzollini è indagato nell’inchiesta sulla presunta maxifrode da 150 milioni per la costruzione del nuovo porto di Molfetta.
Le indagini della procura hanno accertato che per la realizzazione della diga foranea e del nuovo porto commerciale sia stato trasferito in favore del Comune barese, all’epoca dei fatti Azzollini era sindaco, un ingente “fiume di denaro pubblico“: oltre 147 milioni di euro, 82 milioni dei quali ottenuti dall’ente comunale, a fronte di un’opera il cui costo iniziale era previsto in 72 milioni di euro.
Nell’ambito dell’inchiesta, dove sono indagate a vario titolo oltre 60 persone, sono stati arrestati un funzionario e un imprenditore.
Gli indagati — ex amministratori pubblici e imprenditori — sono accusati di associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, frode in pubbliche forniture, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
La votazione era attesa da lungo tempo: la Giunta per le Immunità ha aspettato ben 9 mesi prima di esprimersi sul caso.
La richiesta della Procura di Trani di poter utilizzare le intercettazioni e i tabulati telefonici relativi al presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama era stata trasmessa a Palazzo Madama il 21 gennaio scorso.
Ma in nove mesi, ha sottolineato più volte l’opposizione, non si sarebbe riusciti a decidere per via delle “continue richieste di rinvio, acquisizione di nuovi documenti avanzata da più parti e convocazioni di altri organismi parlamentari proprio negli stessi orari in cui si riunisce la Giunta”.
Un esempio: il primo ottobre la Giunta era stata convocata alle 13.30, ma esponenti del Ncd avrebbero fatto notare che alle 14 si sarebbe riunita la commissione Giustizia e pertanto sarebbe stato meglio un rinvio perchè sarebbe stato a rischio il numero legale.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 7th, 2014 Riccardo Fucile
MOLTI POTREBBERO AMMALARSI O PERDERE L’AEREO
Sul Jobs Act il premier potrà contare sempre e comunque sul «paracadute» berlusconiano. 
Nel caso (improbabile) che venissero a mancargli dei voti in Senato, Renzi si salverebbe dal baratro grazie a Forza Italia.
Questo è sicuro, sebbene ufficialmente a destra tutti sostengano il contrario preannunciando anzi una netta opposizione. «Il modo per dare una mano lo troveremmo», garantiscono sottovoce personaggi molto influenti nel giro di Arcore.
Al premier l’hanno fatto sapere.
Per esempio, un tot variabile di senatori azzurri potrebbe scordarsi la sveglia, col risultato di perdere l’aereo proprio nel giorno delle votazioni; altri potrebbero restare vittima di qualche malanno: le solite scuse che si tirano fuori in circostanze del genere.
Ancora ieri, parlando con alcuni suoi fedeli, Berlusconi era categorico: «Renzi non deve cadere. Bisogna che vada avanti almeno fino a quando avremo varato una legge elettorale conveniente tanto a lui quanto a noi, a quel punto se ne riparlerà ».
Oltre a questa motivazione, dettata da calcoli tattici, pare ce ne siano altre che rendono l’ex Cavaliere pronto a tutto, pur di tenere in piedi il governo, alcune di un certo spessore politico: «Dobbiamo augurarci di fare insieme al Pd le nostre riforme», è uno dei ragionamenti berlusconiani, «o desideriamo ritrovarci con la Trojka in casa tra meno di sei mesi?».
Domanda retorica con risposta scontata: mille volte meglio tenere in sella Renzi che farci governare dalla «Spectre» finanziaria internazionale.
E dunque, quale che sarà l’esito del duello a sinistra sul Jobs Act, il premier verrà sorretto perfino nel caso in cui dovesse precipitare.
Ciò premesso, nessuno (nemmeno Verdini) si augura questo «soccorso» azzurro.
Renzi rifiuta di prenderlo anche solo in considerazione perchè, primo, sarebbe un segnale di immensa debolezza e, secondo, verrebbe a ritrovarsi tra le braccia di Silvio.
Per quanto gli si mostri amico, Matteo giustamente non se ne fida.
Lo stesso Berlusconi preferisce di gran lunga che il governo se la cavi con le proprie forze, senza trucchi e senza inganni.
La ragione è semplice: pure lui, se fosse costretto a sostenere Renzi, pagherebbe un prezzo politico salatissimo.
Nel suo partito il Jobs Act non piace letteralmente a nessuno.
Toti, il consigliere politico, lo bolla senza cerimonie come l’«ennesimo compromesso al ribasso tra le componenti del Pd». Gasparri, che bene interpreta gli umori dei «peones», spara a pallettoni contro le «deleghe confuse e ancora da conoscere nei loro esatti contenuti».
Il Capo la pensa come loro. Una piccola folla di esperti gli ha detto peste e corna del Jobs Act. Gliene parla malissimo pure la Santanchè.
L’imprenditore Berlusconi è convinto che all’Italia servirebbe ben altro, una riforma che nessuno (tantomeno lui) è riuscito a far passare.
Poi c’è Fitto, ci sono i «malpancisti» di Forza Italia, c’è la concorrenza da destra dei Fratelli d’Italia e della Lega, soprattutto c’è Grillo…
Il Cav non ha voglia di prestare il fianco ai loro attacchi, e nemmeno di donare il sangue gratis a Renzi.
Tra l’altro, negli ultimi giorni si è molto indispettito per come il governo sta trattando il tema della giustizia.
Gli risulta che il guardasigilli Orlando presti orecchio a certi magistrati «comunisti», e rimprovera a Renzi di non vigilare abbastanza
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Ottobre 7th, 2014 Riccardo Fucile
JOBS ACT: NEL PD 23 ASSENTI, SOLO 12 GIUSTIFICATI… DANNO FORFAIT ANCHE 10 SENATORI NCD…TRA POCO SI RIVOTA SUL VERBALE
Il caos calmo del Pd si materializza sul pallottoliere di palazzo Madama. 
Dove manca il numero legale sull’approvazione del verbale di seduta.
Il che significa che la discussione generale sul jobs act va avanti. E che servirà una nuova votazione del pomeriggio per arrivare a chiudere la discussione generale e a votare la fiducia domani, secondo la road map di Renzi.
Che vuole presentarsi al vertice informale sul lavoro a Milano con il jobs act approvato.
Eccoli, i numeri della votazione mattutina: sono 23 gli assenti del Pd.
Di cui 12 in congedo o in missione (quindi come si dice in gergo “giustificati”), gli altri ingiustificati.
Tra i giustificati: Bubbico, Caleo, Casso, Cuomo, Giacobbe, Guerrieri, Marino, Minniti, Pinotti, Puppato, Santini, Verducci.
A sorpresa sono mancati invece: Bianco, Cantini, D’Adda, Esposito, Latorre, Mineo, Mucchetti, Tomaselli, Tonini.
Al gruppo del Pd sdrammatizzano: “È un caso di disattenzione. Diciamo che si sono sommati un poì di malumori e un po’ di classici ritardi del martedì mattina”.
Una decina di assenti si registrano anche nelle file di Ncd.
Renzi è a palazzo Chigi in conferenza stampa. Ostenta sicurezza. Scandisce che non “teme agguati”.
Il pallottoliere di palazzo Madama dice che sarebbe servito il soccorso azzurro per approvare il verbale sul jobs act.
Soccorso che non arriva: “Noi — spiega il capogruppo di Forza Italia Paolo Romani – abbiamo partecipato al percorso delle riforme, ma su tutti i provvedimenti di carattere economico noi siamo all’opposizione. Questa mattina eravamo in aula ma ho dato indicazione di non votare il numero legale”.
Segno che Forza Italia è diventata più intransigente verso Renzi? Nient’affatto.
È che, per dirla con le vecchie volpi azzurre, “almeno il numero legale se lo garantiscano da soli”.
Dal punto di vista della tattica parlamentare è una scelta praticamente ovvia, perchè non si è mai vista un’opposizione — neanche blanda — che garantisca il numero legale per aiutare la maggioranza a mettere la fiducia.
Lo spiega Maurizio Gasparri: “Abbiamo fatto mancare il numero legale perchè è inaccettabile la fiducia”.
Perchè lo abbia fatto mancare un pezzo di Pd è al momento un mistero.
Maldipancia degli oppositori interni di Renzi o semplicemente disattenzione? Nuovo voto nel pomeriggio.
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