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57 CATTOLICI A CENA (CON VISTA PANTHEON) PER IL NUOVO PRESIDENTE

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

GLI EX DEMOCRISTIANI A CENA PER LA CANDIDATURA MATTARELLA

In nome, veritas.
Scusate il ritardo è il ristorante vista Pantheon dove, alla vigilia delle dimissioni di Napolitano, una cinquantina di democristiani del Pd (57 per precisione) si sono dati appuntamento per soddisfare, o almeno provarci, un appetito che dura almeno da sedici anni.
Da quando cioè il cattolico Oscar Luigi Scalfaro lasciò il Quirinale.
A tavola anche un democristiano più speciale degli altri: l’ex forlaniano ed emissario di Renzi Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd. Accanto a lui, seduto e sornione, quella vecchia volpe di Beppe Fioroni, organizzatore della serata e grande sponsor, nella primavera del 2013, della candidatura di Franco Marini per il Colle.
Stavolta invece il nome che tra una portata e l’altra si consolida è quello di Sergio Mattarella, ex sinistra democristiana di Ciriaco De Mita.
Un gradino più giù, il prodiano Pierluigi Castagnetti.
Ecco in ordine sparso alcuni commensali: l’ex gavianeo di Napoli Salvatore Piccolo, il pugliese Gero Grassi, Paolo Cova, Preziosi, Cuomo, Giampiero Bocci, Maria Amato, Luigi Bobba, Simonetta Rubinato, Giorgio Santini, Massimo Fiorio, Matteo Richetti. E soprattutto Angelo Rughetti, ambasciatore di un altro cattolico di peso della cerchia renziana, Graziano Delrio.
Più che dello sgomento, è l’ora dell’appetito.
La fine dell’era di Napolitano è accolta nella frenesia dei cacicchi piddini, soprattutto ex cattolici. Capannelli, conciliaboli, il Transatlantico, come nelle giornate che contano si riempie in un attimo. Per dirla con ex ds di peso “la fine della monarchia ha fatto riemergere i vizi della Repubblica, la prima”.
Il gusto della manovra più che la commozione. Da giorni tutta la rete “cattolica” legata al premier segretario è particolarmente attiva.
E il nome di Mattarella è stato sondato, nell’ordine, da Luca Lotti, Graziano Delrio e Lorenzo Guerini.
A microfoni spenti, un parlamentare esperto dà  un’efficace descrizione del clima: “Per molti versi la presidenza di Napolitano è stata vissuta come un commissariamento della politica, anche in questo secondo mandato. Un presidente interventista, chiamato in condizioni di eccezionalità  che ha legato il suo mandato ai compiti del Parlamento. Ora è che come se se ne fosse andato il simbolo del fallimento del Parlamento e la politica si sentisse più libera. Il problema è che questo Parlamento, nella libertà , ha già  fatto disastri”.
La fotografia del Transatlantico immortala due Pd che assomigliano a due epoche, una che finisce e l’altra che ritorna.
Nelle parole che il capogruppo del Pd Roberto Speranza affida a twitter c’è quasi il sapore della malinconia: “Giorgio Napolitano rappresenta per me il senso più alto di ciò che la politica deve essere. #GraziePresidente #percezionedivuoto”.
Tutto il mondo ex ds, che pure con Napolitano ha avuto rapporti non idilliaci, vive le dimissioni di Napolitano come la fine di un’epoca. Scherza con affetto solo quella volpe di Ugo Sposetti: “Ma no… È tornato a casa, ma per poco. Se noi non riusciamo eleggere il prossimo, facciamo il Napolitano ter”.
La verità  è che da tempo il mondo ex ds è segnato da divisioni profonde.
La fine dell’era Napolitano segna un ulteriore passaggio del liberi tutti.
I turchi nella serata della vigilia, mentre i democristiani erano allo Scusate il ritardo, hanno fatto una prima riunione per giocare d’anticipo.
Si sono ritrovati a cena al ristorante Baccano, vicino Fontana di Trevi, molto di moda nell’era renziana.
C’era anche il ministro Orlando, il più alto in grado tra i turchi. Uno di loro racconta: “Per noi l’importante è eleggere un presidente, non c’è una discriminante tra un cattolico o un laico”.
Mentre Massimo D’Alema ha convocato per lunedì una riunione della sua fondazione e sarà  quella l’occasione per vedere i parlamentari fedelissimi su cui può ancora contare. Sia come sia, questo protagonismo “cattolico” alimenta un nervosismo crescente.
In parecchi ricordano quando fu proprio Renzi a silurare Marini con una lettera a Repubblica, particolarmente dura, in cui criticava la scelta di un candidato alla presidenza in quanto “cattolico”.
Così scrisse Renzi due anni fa: “Mi sembra gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese”.
Per la cronaca: scoppiò una bagarre e Franco Marini rispose con altrettanta durezza: “Renzi insinua che io starei strumentalizzando e consentendo che venga strumentalizzato il mio essere cattolico a fini politici. Non posso lasciar passare in silenzio parole tanto gravi e offensive”.
Due anni dopo su Mattarella in quanto — in quanto cattolico — sono a lavoro tutti quelli che stanno con Renzi a palazzo Chigi.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ASSIST DI BERLUSCONI A RENZI: “NESSUN COMUNISTA AL COLLE”. E AD ARCORE SI RAGIONA SU DELRIO

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

MA DENTRO FORZA ITALIA SALE L’IPOTESI CASINI

Sul Quirinale è il momento in cui il gioco è iniziato davvero.
E Berlusconi, che è uno esperto nell’arte di alzare la posta o passare la mano, è consapevole che stavolta può mettere condizioni, ma fino a un certo punto.
Ecco perchè sono tutt’altro che un diktat le parole che pronuncia nel corso della manifestazione di Forza Italia al Divino Amore a Roma: “Io credo che sia una domanda logica e giusta pretendere di avere un presidente della Repubblica che non sia il seguito degli ultimi tre presidenti della Repubblica di sinistra che hanno portato questo paese in una situazione di non democrazia”.
È un messaggio da leggere piuttosto come un “assist” a Renzi, non come un veto.
Nel senso che in questi giorni, in cui ci sono stati contatti tra Arcore e palazzo Chigi attraverso i soliti ambasciatori, l’ex premier si è convinto che il primo a non volere uno di “sinistra” sia proprio Renzi.
Nel senso che preferisce un moderato a uno che provenga dalla filiera di Pci-Pds-Ds. Non è un caso che, da giorni, Gianni Letta che sulla partita interna gioca di concerto con Verdini si sia fatto sponsor di Sergio Mattarella, con cui — ha garantito — parla personalmente. Sarebbe uno di quei nomi che rappresentano quella garanzia perfetta. Chissà .
L’ex premier ascolta, prende appunti, verifica personalmente — pare che il suo telefono sia particolarmente bollente in questi giorni — in attesa che si passi dal riscaldamento al gioco vero.
Chi lo conosce bene assicura che l’unico prezzo dei suoi voti per il Colle sia sempre lo stesso: l’agibilità  politica da garantire attraverso la salva-Silvio o qualche altra diavoleria.
Se gliela garantisse un comunista, sarebbe pronto pure a votarlo intonando bandiera rossa, solo che il fiuto gli dice che uno che da giovane andava alla Frattocchie difficilmente potrebbe prestarsi a soluzioni, tipo la salva-Silvio, che in parecchi attribuiscono al genio creativo di Ghedini.
Dentro Forza Italia però ogni testa è un tribunale.
E se Gianni Letta ha spiegato che la prima scelta è Mattarella ma che pure Veltroni è il migliore dei suoi, anche Confalonieri ha speso parole di grande stima nei confronti dell’ex sindaco di Roma.
In Parlamento invece cresce il partito pro-Casini, anche in chiave di ricomposizione di un’area moderata con Alfano che ha spiegato che non cederà  facilmente a un candidato espressione delle “primarie del Pd”.
Su questo fronte il più attivo è il capogruppo Paolo Romani.
Proprio attorno a Casini avrebbe fatto breccia il ragionamento di Romani se Berlusconi coi suoi si è abbandonato a battute di cuore: “Ma chi l’avrebbe mai detto che avrei dovuto valutare l’ipotesi di quel furbo di Pier che non ricordo quante volte mi ha tradito…”.
Berlusconi ascolta, ragiona e si domanda: chi si spenderà  per l’agibilità  politica?
Ecco l’insistenza su un moderato che sia “garante” e “arbitro”, parola usata più volte in questi giorni anche da Renzi.
E in fondo che questo sia un assist e non un veto a Renzi è la teoria di Verdini.
Il quale sostiene che il primo a non volere un “comunista” al Colle sia Renzi.
Perchè sarebbe come mettere un altro segretario del Pd: “Vi pare — trapela da Grazioli — che il premier si fa commissariare e oscurare da uno come Veltroni e Fassino, anche se stanno con lui?”.
Già , proprio nel Renzi pensiero prende forma la tattica di Berlusconi. Chi ha parlato col Cavaliere la spiega così: “Matteo vuole uno al Colle suo che non gli faccia ombra, praticamente una sua longa manus? Bene, si può fare purchè sia il capo dello Stato del Nazareno che dia l’agibilità  a Berlusconi”.
E c’è un nome che è circolato in questi giorni ad Arcore, su cui si sta ragionando seriamente: quello del sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio.
Sembrerebbe la soluzione perfetta sulla carta: Renzi elegge con Forza Italia al quarto scrutinio uno che rappresenta la sua longa manus, e a quel punto il Nazareno si è impossessato del Colle.
E poco importa se, per farlo passare, occorre il metodo della “rosa” o meno.
Il problema semmai è arrivare al momento con delle garanzie, evitando che la guerriglia per ora a bassa intensità  nel Pd faccia impazzire il clima.
E proprio per non fare impazzire il clima gli ambasciatori di palazzo Chigi e di Arcore hanno convenuto che un incontro sarebbe controproducente.
Meglio qualche assist pubblico e mantenere i contatti riservati.

(da “Huffingtonpost“)

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COLLE, SOLO 190 DEPUTATI PD SONO SICURI PER RENZI

Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile

SALE LA TENTAZIONE GRASSO CHE LIBEREREBBE LA PRESIDENZA DEL SENATO ALLA FINOCCHIARO… MA LA SCELTA FINALE POTREBBE ESSERE TRA PRODI E VELTRONI

Ormai siamo al meno 3: mercoledì Giorgio Napolitano si dimetterà . Con un atto privato, una lettera.
Da quel momento scattano i 15 giorni necessari per indire i comizi elettorali e poi parte l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Nello studio di Lilli Gruber Renzi ha scommesso che il Parlamento riuscirà  ad eleggerlo al quarto scrutinio. Ma in realtà , la situazione è tutt’altro che tranquilla.
Due deputati renziani, Marco Di Maio e Marco Donati hanno avuto il compito di monitorare il gruppo Pd a Montecitorio.
E anche di cercare di recuperare voti dai Cinque Stelle.
Pier Carlo Padoan è ancora in lizza. Ma potrebbe pagare in prima persona il pasticcio sulla delega fiscale. Tra i nomi sondati, resiste ancora Graziano Delrio. Sta molto coperto Dario Franceschini, ma ci spera.
Tra i politici le preferenze vanno a Walter Veltroni e Romano Prodi.
Rispetto ad entrambi sarebbe difficile per la minoranza dem dire di no. Soprattutto visto che il fondatore dell’Ulivo l’hanno tirato in ballo loro.
Il Professore è super attivo e Renzi stesso potrebbe sceglierlo, magari come male minore. Potrebbe essere determinante l’ultima parola di Berlusconi. Che non sarebbe più così contrario. Anche se preferirebbe Veltroni
La minoranza dem spinge anche Sergio Mattarella: altro nome “teoricamente” adatto e anche di quelli portati avanti per provocare Renzi. Piace molto Pierluigi Castagnetti: provenienza cattolica, ottimo rapporto con il presidente del Consiglio.
E potrebbe non andare male all’ex Cavaliere dovrebbe dire di no? Molti, però, sono pronti a giurare che il premier stia lavorando ancora al colpo secco, al primo voto, anche se non lo dice. Perchè se la minoranza sceglie la strada del caos e non quella della collaborazione potrebbe altrimenti usare i primi tre voti per promuovere dei nomi.
Che poi diventerebbe difficile ritirare.
I deputati sicuri sono 190-200 su 307 dem. I senatori sono un’ottantina.
E con alcuni grandi elettori si arriva a più di 400 voti. In questo momento, le sacche di resistenza principali all’interno del Pd sono bersaniani e cuperliani.
L’attivismo di Bersani in questi giorni è stato letto da molti renziani come un’autocandidatura. Dalla minoranza smentiscono: ha usato toni troppo duri in questi giorni.
Sferzante Miguel Gotor, a proposito di Berlusconi: “Ho fiducia in Renzi, ma due soci normalmente il presidente lo scelgono assieme… ”.
I Cinque Stelle in arrivo verso il premier dovrebbero essere sempre una decina.
E poi, c’è l’asse con Berlusconi. Più che mai si discute di candidati. Anche se con Forza Italia stanno trattando direttamente Matteo Renzi e Luca Lotti.
Tra i nomi che circolano, ieri di nuovo sale quello del presidente del Senato, Pietro Grasso: sarà  in una posizione favorita, visto che farà  le veci di Napolitano.
Potrebbe essere considerato da tutti sufficientemente malleabile. E poi, la sua poltrona la vuole
Anna Finocchiaro.

Luca De Carolis e Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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DAL PATTO DE GASPERI-TOGLIATTI AL METODO CIAMPI: LE TRAPPOLE PER ELEGGERE IL CAPO DELLO STATO

Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile

I “NO” DI DE NICOLA PER AVERE GARANZIE E LE LUNGHE MARATONE IN AULA

Per la tredicesima volta, davanti alle urne di vimini foderate di raso verde dalle quali uscirà  il nome del prossimo inquilino del Quirinale, il Palazzo scopre che non c’è un metodo, non c’è una tecnica, non c’è proprio nessun sistema che garantisca l’elezione a colpo sicuro del capo dello Stato.
E oggi l’imbarazzante ricordo dell’aprile 2013 – quel falò politico di 72 ore che bruciò i nomi di Franco Marini, di Stefano Rodotà  e di Romano Prodi, prima che i leader di partito andassero in processione da Napolitano per supplicarlo di accettare il secondo mandato – spinge chi sarà  chiamato a fare la prima mossa a guardarsi indietro, per capire come si fa un presidente.
Perchè solo la storia può insegnare qualcosa: forse non i segreti per conquistare il Colle, ma di sicuro gli errori da non commettere per evitare una rovinosa sconfitta.
All’alba della Repubblica – siamo alla fine di giugno del 1946 – la partita si svolge tra le quattro mura di una stanza, quella in cui una sera si riuniscono De Gasperi, Togliatti e Nenni per scegliere il “capo provvisorio dello Stato” dopo la fine della monarchia.
Una partita a tavolino, dunque, nella quale il leader democristiano entra portando in tasca il nome di Vittorio Emanuele Orlando (il presidente del Consiglio della Grande Guerra) e ne esce con quello di Enrico De Nicola.
Eppure, trovata l’intesa, l’impresa più difficile risulta quella di convincere il grande giurista napoletano a dire di sì: quando gli offrono – a 69 anni – la poltrona più importante della neonata Repubblica, lui ha già  rinunciato quattro volte ad essere presidente del Consiglio.
Al prefetto di Napoli, incaricato da De Gasperi di sondarne la disponibilità , De Nicola risponde con un cortesissimo «No, grazie».
Neanche Giovanni Leone, suo allievo prediletto, riesce a parlargli: «Veniva al telefono – racconterà  poi – e credendo di ingannarmi camuffava la voce nella cornetta: mi dispiace, l’onorevole non c’è».
Sul Giornale d’Italia il giornalista Manlio Lupinacci gli rivolge un appello pubblico: “Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare”».
Solo quando Giuseppe Saragat, presidente dell’Assemblea costituente, gli telefona per assicurargli che c’è quasi l’unanimità  sul suo nome, De Nicola finalmente accetta.
E raccoglie l’80 per cento dei voti.
Neanche due anni dopo, nonostante la storica vittoria alle politiche del 18 aprile 1948, De Gasperi riesce a imporre il suo candidato, il repubblicano Carlo Sforza.
Nella notte del 10 maggio, dopo due disastrose votazioni, deve ripiegare sul liberale Luigi Einaudi.
E tocca al suo collaboratore più fidato, Giulio Andreotti, bussare alle sei e un quarto alla porta dell’ignaro senatore piemontese per chiedergli di lasciare le sue tre cariche – ministro del Bilancio, vicepresidente del Consiglio e governatore della Banca d’Italia – per la presidenza della Repubblica.
«Ma De Gasperi – obietta lui, sinceramente preoccupato – lo sa che io porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari?».
E Andreotti, serafico: «Non si preoccupi, mica deve andare a cavallo: al giorno d’oggi ci sono le automobili».
Con l’elezione di Giovanni Gronchi si sperimenta, e proprio in casa democristiana, la congiura anti-partito.
Il segretario del partito, Amintore Fanfani, vorrebbe eleggere Cesare Merzagora, ma un fronte largo si mobilita sottotraccia per Gronchi, il democristiano che piace a sinistra.
E mentre il futuro presidente porta a spasso per Roma il monarchico Covelli, per convincerlo a rastrellare i voti della destra, Guido Gonella tiene i contatti con Togliatti e Andreotti va a casa di Pertini.
Ci va a piedi, per non essere seguito, e il deputato socialista scende ad accoglierlo in vestaglia. «Trovammo l’atrio affollato di gente, come se ci aspettassero – racconterà  poi – e invece aspettavano la Madonna Pellegrina che allora girava di palazzo in palazzo».
Anche un candidato ufficiale può mettere in campo le contromisure per neutralizzare chi lavora contro di lui.
Per far eleggere il quarto presidente, Antonio Segni, che nelle prime votazioni non riesce a raccogliere i voti dei dissidenti democristiani, si mobilita quella che verrà  battezzata «la Brigata Sassari», guidata da Piccoli, Sarti e Cossiga.
Sono loro che si occupano di recuperare a uno a uno i voti in libera uscita: nel Transatlantico, col telefono o al ristorante.
Decisivo è però il no di Leone a Togliatti. E’ il pomeriggio del 6 maggio 1962. A Segni sono mancati solo quattro voti, all’ottavo scrutinio, per essere eletto, e in aula è scoppiato un tumulto per l’apparizione di schede prevotate.
Mentre l’aula è in subbuglio, il segretario del Pci va da Leone, presidente della Camera, e gli chiede di rinviare la seduta al giorno dopo. Se lo farà , avrà  i voti della sinistra per diventare presidente al posto di Segni. «Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale: non posso», risponde Leone, che indice per la sera stessa la nuova votazione. Segni supera il quorum per 15 voti: la Brigata Sassari ha conquistato il Colle
Due anni dopo, quando le dimissioni di Segni riaprono i giochi per il Quirinale, il presidente del Consiglio Aldo Moro fa tesoro degli errori di De Gasperi ed evita di schierare dal primo minuto il suo candidato, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. «Se noi lo candidassimo subito, i gruppi democristiani si ribellerebbero e uscirebbe eletto Fanfani » spiega a Nenni.
Dunque lo stesso Moro dà  il via libera alla candidatura di Leone, che i franchi tiratori si incaricano di bloccare. Poi, dopo il quindicesimo scrutinio a vuoto, fa approvare ai grandi elettori del partito un oscuro documento in cui si auspica un candidato che raccolga «le più larghe adesioni della parte democratica del Parlamento ».
Molti votano senza cogliere quella sfumatura. Solo un deputato quarantenne di Novara, Oscar Luigi Scalfaro, coglie il vero significato di quella frase: «Ho capito tutto, questa sera siamo stati chiamati a votare per Saragat!».
E al ventunesimo scrutinio, dopo un testa a testa con Nenni, Saragat diventa il quinto presidente.
Entrare in gioco nel secondo tempo, quando il primo nome è stato bruciato nel voto segreto: questa è la mossa che si rivelata la più efficace, in 69 anni di votazioni presidenziali.
Funziona anche con Leone, lo sconfitto del 1964 che sette anni dopo ottiene la rivincita al termine della più lunga serie di votazioni della storia del Quirinale: al ventitreesimo scrutinio.
Il candidato ufficiale della Dc, Fanfani, esce di scena al settimo giorno, battuto dai franchi tiratori, e da allora i democristiani non partecipano più alle votazioni.
Il 23 dicembre a piazza del Gesù l’intesa arriva sul nome di Leone. Dovrà  battere Nenni, che abita nel suo stesso condominio, in via Cristoforo Colombo.
Il giorno della votazione decisiva il portiere mette la guida rossa nell’atrio. «Non so chi sarà  eletto – annuncia agli altri inquilini – ma so che stasera torna a casa un presidente».
Quando però il partito di maggioranza relativa non ha la forza per imporre il suo candidato nè al primo nè al secondo tempo, la sua prima tentazione è quella di bloccare anche gli altri aspiranti.
Così, nel luglio rovente del 1978 – Moro è stato ucciso il 9 maggio, Leone è stato costretto a dimettersi il 15 giugno – le correnti democristiane cercano di neutralizzare il candidato più insidioso: il socialista Sandro Pertini, sostenuto dai comunisti e dai laici, subìto.
Non potete chiederci, dicono, di votare un candidato scelto dagli altri.
La contromossa di Pertini è geniale: convoca i cronisti e annuncia il suo ritiro dalla corsa. Poi aggiunge: «Volete una rivelazione? Dieci giorni fa io sono andato da Zaccagnini e gli ho detto: il candidato devi essere tu». La mina è disinnescata, il candidato socialista non è più uno schiaffo alla Dc.
Così, 48 ore dopo l’ex partigiano viene eletto presidente con 832 voti, un record tutt’ora imbattuto.
Sette anni dopo, però, la Dc non si fa cogliere impreparata. Ha imparato la lezione, e Ciriaco De Mita realizza un capolavoro tattico riuscendo a far eleggere al primo scrutinio – per la prima volta dal 1946 – Francesco Cossiga.
Il segretario Dc tesse con largo anticipo, in gran segreto, una tela che gli permette di raccogliere un consenso trasversale così ampio che Cossiga – ex uomo di punta della “Brigata Sassari” – stavolta può andarsene in Portogallo ostentando il suo distacco. Ma il giorno del voto decisivo va a trovare l’amico segretario alle sei e mezzo del mattino nella sua casa vicino alle Fosse Ardeatine, lo invita a fare due passi nella strada deserta e gli regala una Bibbia rilegata con la sua dedica. «Non lasciatemi solo» mormora, abbracciandolo.
Eppure la pazienza e l’abilità  non bastano, davanti a una poltrona per due.
E nella primavera del 1992, quando Andreotti e Forlani puntano entrambi verso il Colle, i grandi elettori li puniscono nel voto segreto.
Solo il tritolo della strage di Capaci, che scuote il Palazzo come un terremoto, costringe i partiti a trovare subito un’intesa su un outsider, Oscar Luigi Scalfaro, che alla prima votazione aveva avuto solo sei voti.
All’ultimo momento però Achille Occhetto va dal candidato per dirgli che c’è ancora ostacolo: «Tra i nostri c’è chi teme che la tua identità  di cattolico fervente possa entrare in conflitto con la necessaria connotazione laica dello Stato» lo avverte.
«Di’ ai tuoi – gli risponde Scalfaro – che io sono serenamente degasperiano: la Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato».
Poche ore dopo – la sera del 25 maggio – il quinto (e ultimo) presidente democristiano viene eletto con 672 voti su 1002.
Nell’ultimo anno del secondo millennio, l’elezione del successore di Scalfaro è così sorprendente, per la rapidità  dell’elezione e per l’ampiezza della maggioranza – che da allora si parla di “metodo Ciampi”.
Stavolta il ruolo del grande tessitore tocca a Walter Veltroni, che riesce a trovare l’intesa con l’opposizione berlusconiana sul nome del ministro dell’Economia che ha portato l’Italia nell’euro.
L’accordo resta segreto fino all’ultimo, anche se una settimana prima delle votazioni Gianfranco Fini fa una scommessa con i giornalisti e scrive il nome del futuro presidente su un foglio che, sigillato in una busta, viene affidato al cameriere di un bar. Dopo l’elezione, torna con i cronisti, riapre la busta davanti a loro e mostra il biglietto: «Ciampi».
L’impresa non riuscirà  più a nessuno. Nel 2006 la candidatura di Massimo D’Alema trova una sponda perfino nel «Foglio» di Giuliano Ferrara, ma Fini, Casini e Rutelli si mettono di traverso e all’ultimo momento spunta il nome dell’ottantunenne Giorgio Napolitano.
Sarà  il primo ex comunista a diventare capo dello Stato. E sarà  anche il primo presidente a essere rieletto, dopo il ritorno sulla scena degli eterni protagonisti delle campagne per il Quirinale: i franchi tiratori.
Ma quella è un’altra storia, che va raccontata dall’inizio.

Sebastiano Messina
(da “La Repubblica“)

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IL PALLOTTOLIERE DEL NAZARENO

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

IN AULA IL PATTO PUO’ REGGERE FINO A 195 FRANCHI TIRATORI

Nell’agenda che Denis Verdini ha mostrato agli amici prima della pausa natalizia sono appuntate tre lettere e un numero. «Max 100».
Ed è la stessa stima che risulta, in corrispondenza alla voce «possibili franchi tiratori», ai responsabili del pallottoliere del Pd.
Lo dice anche il renziano Ernesto Carbone, che è tra questi ultimi.
«Lasceremo per strada meno di cento voti. Nessuno ci ha fatto caso ma negli ultimi mesi, con le votazioni per la Consulta, abbiamo eletto 16 potenziali capi dello Stato. In ben 16 votazioni, infatti, il Parlamento a voto segreto ha superato quota 505 su un singolo nome».
Sono 1.009 i grandi elettori che sceglieranno il successore di Napolitano.
E a 505 è fissata l’asticella per eleggerlo dalla quarta votazione.
Dei 1.009, circa 700 sono quelli che ufficialmente stanno sotto l’ombrello del Patto del Nazareno.
Ci sono i 460 del Pd, i 130 di Forza Italia, i 70 del gruppone Ncd-Udc fino a quelli dei gruppi minori.
Di conseguenza, un candidato formalmente espresso dalla maggioranza di governo più FI può permettersi fino a 195 franchi tiratori senza veder compromessa l’elezione. Come se, in una finale dei mondiali ai rigori, una squadra potesse vincere il titolo sbagliando dal dischetto quasi due volte su cinque.
Che ci sia poco spazio per i franchi tiratori lo ammette anche Paolo Naccarato, il senatore autonomista che l’arte di come far pesare i voti in Parlamento anche oltre il loro valore aritmetico l’ha imparata da Francesco Cossiga: «Non è partita per franchi tiratori questa. Quand’anche fossero 150 non basterebbero a sabotare un candidato scelto da Renzi e Berlusconi. La partita si gioca sul nome. Più è di indiscussa levatura, più si riducono gli spazi per i giochetti».
Uno schema su cui concorda anche Augusto Minzolini, che aggiunge un dettaglio: «Se Renzi trova il modo di garantire al Parlamento che non ci saranno elezioni anticipate, tutto sarà  più semplice».
Eppure, tra chi sta sotto l’ombrello del Patto del Nazareno, c’è chi affila le armi.
«Se Berlusconi non ci dà  le garanzie politiche che chiediamo», dice il fittiano Maurizio Bianconi, «i nostri voti per il Colle li useremo per farli fruttare al meglio. Alleandoci con chiunque, dai singoli ex montiani ai leghisti…».
Partendo da che base? «Siamo in 40, 36 a viso scoperto, 4 in incognito. E possiamo crescere ancora…», risponde.
Arrivare a 195, il quorum al contrario, il numero di franchi tiratori che servono a far saltare il banco, pare difficile. Almeno sulla carta.
Due settimane fa, andando a trovare Berlusconi, l’ex ministro (centrista) Mario Mauro gli disse che «secondo me Alfano ha fatto il gruppone con l’Udc perchè proverà  a giocare in proprio».
Oggi quelle sensazioni sono finite nel dimenticatoio.
Merito della tenuta del Pd, ovviamente. Ma anche del lavoro di sponda tra Berlusconi e lo stesso Alfano. Che, secondo molte voci di dentro, nelle ultime settimane si sarebbero sentiti e forse anche incontrati.
Il tutto per tenere i franchi tiratori il più possibile lontano da quel numero 195 che oggi sembra sempre più inarrivabile.
Sembra.

Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera“)

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BANDE E CORRENTI: COME SI ORGANIZZANO I FRANCHI TIRATORI

Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile

I 101 CHE IMPALLINARONO PRODI SI SONO GIA’ RADDOPPIATI… C’E’ CHI SEMINA IL PANICO NEL PD MENTRE I FITTIANI SONO PRONTI A DISTRUGGERE IL NAZARENO

Il manuale del franco tiratore sul Quirinale che verrà  prende forma ora dopo ora nei capannelli o sui divanetti del Transatlantico di Montecitorio.
I renziani tentano di esorcizzare l’abisso del pantano con un finto e nervoso ottimismo.
Chi racconta che alla fine ci sarà  il metodo Ciampi già  al primo scrutinio, chi ribadisce che comunque non si andrà  oltre la quinta votazione, quando servirà  la maggioranza assoluta di 505 su 1008 grandi elettori.
Ma le truppe dei ribelli, emuli dei 101 che frantumarono sia Prodi sia la Ditta di Bersani, si stanno organizzando e promettono di essere almeno il doppio di quelli che provocarono la genuflessione di un intero sistema davanti a Napolitano, con la supplica di accettare un inedito secondo mandato.
Il viaggio nei palazzi dove nascono le trame
La ricognizione del cronista, ovviamente, parte dal Partito democratico renziano che sulla carta conta 446 voti.
La mappa del dissenso la fa un bersaniano ortodosso, a taccuino chiuso: “Non è vero che siamo 40. Siamo almeno il doppio”.
Segue la descrizione delle tribù: “Tra Bersani e D’Alema, quelli fedeli-fedeli senza canali con Renzi sono 25. Poi una decina controllati da Fioroni, dieci di Civati, una ventina dell’area Cgil di Fassina e Damiano”. Siamoa 65. E il resto?
“A questo punto entrano in ballo i malpancisti trasversali a tutte le correnti: parlamentari che vogliono la riconferma oppure che si lamentano di essere stati emarginati sul territorio; aspiranti sottosegretari che sono rimasti fuori dal governo; semplici deputati condannati all’anonimato che invidiano i colleghi che vanno in tv”. La somma di quest’ultima tribù, nome dopo nome, sfiora la cinquantina.
In pratica, siamo a 115, ben oltre i 101 di prodiana memoria.
Ma ecco che scatta la variante Nazareno, snodo decisivo della lunga partita che durerà  due mesi: “Se Renzi ci porta impacchettato il candidato concordato con Berlusconi per la serie prendere o lasciare allora si sale minimo a 140, se non di più”.
Qui è Rodi e qui bisogna saltare. Ed è per questo che Bersani vuole intestarsi il ruolo di mediatore unitario delle minoranze per trattare con il premier.
La condizione dei ribelli è una soltanto: “Sconfessare Berlusconi e proporre uno dei nostri. Se il premier è un ex dc della Margherita, allora al Colle può andarci un pidino di matrice diessina”.
I nomi che circolano sono tre, tenendo presente che ognuno di loro avrebbe già  sondato riservatamente Berlusconi: Piero Fassino, Walter Veltroni e Anna Finocchiaro.
Qualcuno sostiene che alla fine potrebbe uscire lo stesso Bersani, ma molto dipenderà  dall’inizio degli scrutini.
Agli emissari dei ribelli, però, è chiara la minaccia che Renzi agiterà  per farsi seguire: il voto anticipato. È lo schema del teorema propugnato dal forzista dissidente Augusto Minzolini: “A questo Parlamento, il futuro capo dello Stato deve garantire solo una cosa: far terminare la legislatura nel 2018. Con questa promessa potrebbe sperare persino Prodi”.
Un paradosso, ma nemmeno tanto. Dai potenziali 140 del Pd si passa alle faide di Forza Italia.
Ieri mattina a Omnibus, il fittiano Francesco Paolo Sisto — dopo aver collocato le parole di Napolitano contro le minoranze in una sorta di “anticamera dell’antidemocrazia” — ha detto chiaramente che la successione a Napolitano sarà  un affare “molto complesso”.
I parlamentari che fanno riferimento all’ex governatore pugliese Raffaele Fitto, baluardo azzurro contro il patto del Nazareno tra B. e Renzi, sono almeno quaranta dichiarati, pronti a diventare cinquanta nel segreto dell’urna.
Battuta di un deputato non renziano del Pd: “A dare la linea a Fitto ci penserà  D’Alema”.
Segno che la leggenda sull’interlocuzione tra i due non è tramontata. Anzi: lo spettro di una convergenza tattica tra le due minoranze interne è un’altra variabile impazzita del Grande Gioco del Quirinale.
E 140 più 50 fa 190 schegge impazzite che nel loro percorso segreto potrebbero incrociare le ambizioni dei centristi sparsi tra alfaniani di Ncd, casiniani dell’Udc ed ex montiani di Scelta civica.
I neodc hanno un candidato, non solo di bandiera, che si chiama Pier Ferdinando Casini.
Crescono i cattivi pensieri del giovane fiorentin
L’ex presidente della Camera è politico esperto e navigato e sa perfettamente che le sue chance di successo sono bassissime.
Però c’è un prezzo da stabilire per i voti e una scelta non condivisa oppure difficile da digerire creerebbe in quest’area una frangia di 30 malpancisti che farebbe schizzare a 200 la zona ballerina.
Un tormento senza fine per Renzi a quel punto, che difficilmente compenserebbe queste perdite con lo scouting tra i grillini.
Nel Movimento 5 Stelle i renziani in sonno non sono più di venti, nella migliore delle ipotesi.
Ma Renzi una possibilità  per recuperare voti ce l’ha. Gliela suggerisce un altro bersaniano in incognito: “Si sforzi di essere più simpatico”.

Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SCILIPOTI, DA “RE DEI PEONES” A “RE DEI CONDOMINIOS”: L’ULTIMA FATICA LETTERARIA

Dicembre 6th, 2014 Riccardo Fucile

DA SILVIO A BERLUSCONI ALLA SORA PINA, STORIA E DECLINO LETTERARIO DEL PEONE

Da “Re dei peones” a “Re dei condominios”.
Il ritorno di Domenico Scilipoti Isgrò non è propriamente al grido “ad maiora”.
Da Montecitorio ha traslocato in un caseggiato della Serenissima. Non stiamo parlando di Venezia ma di Tor de Schiavi, la Roma lontana dai Palazzi.
Per la presentazione del suo ultimo libro, luce al neon, 25 persone in sala, un vecchietto che fa una domanda, poi ottiene la risposta e dice: “Non sono soddisfatto”.
Lui, Scilipoti Isgrò, da Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, davanti a un auditorium che pende dalle sua labbra di ex peone, lancia una delle sue tesi più forti: “La Banca d’Italia ormai è stata privatizzata. No, ad Amato al Quirinale”.
La platea sbanda e si domanda: “Eh?!?!?!…”. Sembra non aver capito il grido di battaglia, che avrà  grandi conseguenze sulla corsa al Colle, lanciato da Mimmo Isgrò, che ormai è diventato l’altro nome di Domenico Scilipoti.
Per capirci di più, la platea accorsa deve iniziare a compulsare attentamente l’ultima fatica letteraria dal titolo – tra storia e autobiografia, tra macroeconomia e scenari globali tracciati da un laureato in medicina specializzato in ginecologia e agopuntura – “Le crisi finanziarie e la battaglia di un senatore della Repubblica”.
Si sparge la voce in sala: “Adesso arriva Berlusconi”. Non è così.
Ma l’altra volta però, a Montecitorio, quando Scilipoti Isgrò presentò la sua opera prima da parlamentare della Repubblica – il Cavaliere c’era per onorare il suo debito con “Mimmo” e disse: “Di eroi come lui l’Italia ha sempre più bisogno”.
In prima fila ad applaudire c’era Antonio Razzi, una sorta di fratello di latte di Scilipoti.
Qui in prima fila, a spellarsi le mani per il senatore-scrittore c’è Sora Pina della scala B di un condomino che conta 4500 residenti su 8 edifici.
Ma dei 4500 abitanti neanche traccia.
Nella sala condominiale ci sono soltanto Pina e i suoi amici più cari portati da un signore che si presenta come un bancario esperto di economia, amico di Mimmo, con un ufficio in una palazzina di questo enorme condominio.
Prima appunto ci fu Berlusconi, adesso c’è un signore un po’ impostato a festeggiare quello che fu e vuole continuare a essere: “Il Re dei peones”.
“Mi ha portato qui un amico-collaboratore-autista, ma nè io nè lui siamo pratici di Roma e ci siamo persi a Largo Preneste. Grazie d’avermi aspettato più di un’ora dentro questa bella sala”.
Ma quando lui non c’era, perchè vagava per l’urbe senza bussola, i condomino in ansia si chiedevano vicendevolmente: “Sarà  finito all’Eur?”.
Ma dal palchetto si alza una voce, è uno dei tre relatore: “Il nostro Senatore, ha detto che sta qui dietro. Ha avuto una giornata pesante in Senato per lavorare al servizio della Nazione”.
Poi viene accolto tra gli applausi. Chi lo chiama Scilipoti e chi ha iniziato a chiamarlo Isgrò.
Comunque è sempre lui e annuncia: “Il percorso intrapreso dal governo non favorisce gli italiani, e le piccole e medie imprese. La mia fede cristiana mi ha dato la forza per sostenere le battaglie che sto sostenendo”. Berlusconi non è venuto? “Non importa chi c’è, l’importante sono le cose che si dicono”
Il convegno è di grande interesse ma come tutte le cose belle a un certo punto finisce, ed è il momento del buffet.
L’appuntamento era alle 19, Scilipoti è arrivato alle 20.15, quando alle 22 finisce di parlare le persone sono affamate.
Ma Scilipoti Isgrò non mangia.
Confida davanti a un prosciutto: “Io non mangio mammiferi. Ma questa è un’altra storia”.
Ce la racconterà  nel suo prossimo libro?

(da “Huffingtonpost)

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SALVINI E RENZI SALVANO AZZOLINI (NCD), COINVOLTO NELLO SCANDALO DEGLI APPALTI DEL PORTO DI MOLFETTA

Dicembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

IL SENATO RESPINGE LA RICHIESTA DEI GIUDICI DI POTER UTILIZZARE LE INTERCETTAZIONI, DECISIVI I VOTI DEL PD E DELLA LEGA

Vince Azzollini, perde la magistratura di Trani. Il potente ex sindaco di Molfetta, prima senatore Pdl ora senatore Ncd, la spunta grazie ai voti del Pd, e dopo un braccio di ferro durato quasi un anno.
Niente intercettazioni, l’aula di palazzo Madama nega l’autorizzazione a utilizzarle. Sarebbero preziose per attribuire le giuste responsabilità  nello scandalo del porto “fantasma” di Molfetta, 150 milioni di euro ottenuti, lavori affidati alla Cmc di Ravenna colosso delle coop rosse, ma poi utilizzati per far quadrare il bilancio del Municipio, visto che i fondali della cittadina pugliese sono talmente a rischio per via dei residuati bellici da rendere impossibile qualsiasi lavoro.
Chi ipotizzò l’opera e chiese i finanziamenti sapeva e tacque.
Quindi deve rispondere di una sfilza di reati, dall’associazione a delinquere all’abuso d’ufficio, dalla truffa allo Stato alla frode in pubbliche forniture.
Le intercettazioni sarebbero preziose, ma andranno al macero. Sul Pd aleggia il sospetto che il salvataggio, più che per Azzollini, sua per la Cmc.
Una maggioranza anomala sancisce la “morte” processuale delle telefonate. D’accordo il Pd, Forza Italia, Ncd, e pure la Lega.
Contro M5S e Sel.
Finisce 160 a 36, e tra chi dice no ci sono anche molti senatori del Pd, tra cui Laura Puppato che mette a nudo l’evidente contraddizione.
Proprio mentre fa scandalo l’inchiesta su mafia e appalti a Roma, col Pd costretto al commissariamento, ecco che lo stesso Pd toglie alla magistratura uno strumento di prova.
Con una motivazione burocratica, le intercettazioni sono state fatte ma i magistrati non hanno preventivamente chiesto l’autorizzazione.
Una legge assurda, perchè è ovvio che se ti avviso che sto per intercettarti, tu non parlerai più al telefono.
Dice Puppato: «Trovo questa decisione profondamente inadeguata a rispondere alla forte richiesta di trasparenza rivolta a chi svolge ruoli politici. Una decisione sbagliata, e per questo con altri colleghi del Pd voto a favore dell’utilizzo delle intercettazioni».
Nichi Vendola affida a un tweet ironico la sua rabbia: «Che fa ora Renzi? Azzera il Pd di palazzo Madama?». Duro M5S con Enrico Cappelletti: «Renzi e Salvini vanno in tv a parlare di lotta alla corruzione, nei fatti Pd e Lega in Parlamento vanno a braccetto per non permettere un completo svolgimento delle indagini della magistratura»
Ci si aspetterebbe un dibattito acceso, lungo e sofferto, invece bastano solo 25 minuti – dalle 9 e 59 alle 10 e 24 – per liquidare una pratica che, tra escamotage per ottenere rinvii come la richiesta di altri documenti alla magistratura, va avanti dal 21 gennaio, quando la magistratura di Trani ha chiesto di essere autorizzata a utilizzare 10 intercettazioni a carico del senatore Azzollini, il presidente della commissione Bilancio.
In aula non c’è Felice Casson, trattenuto al Copasir, primo relatore sul caso, giunto addirittura a sospendersi dal Pd quando la sua linea, sì deciso alle intercettazioni, è stata platealmente smentita dal capogruppo nella giunta per le autorizzazioni Giuseppe Cucca, favorevole invece alla linea opposta, quella del diniego perchè le regole sarebbero state violate.
Azzollini adesso è tranquillo, la Cmc pure.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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PARLAMENTO DI TRANSFUGHI: 155 CAMBI DI CASACCA IN MENO DI DUE ANNI

Dicembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

NELLA LEGISLATURA PRECEDENTE 160 SPOSTAMENTI, MA IN CINQUE ANNI… IL PD GUADAGNA 18 PARLAMENTARI, FORZA ITALIA NE PERDE 58… IL RECORD DI COMPAGNA, 4 CAMBI DI GRUPPO

Altro che Scilipoti e Razzi, la diciassettesima legislatura si accinge a battere ogni record di trasformismo.
Dal marzo del 2013 ad oggi, stando ad un dossier diffuso nei giorni scorsi da openpolis, sono stati 155 i cambi di casacca in poco più di due anni di legislatura. Numeri da capogiro se pensiamo che nella precedente, quella dal 2008 al 2013, quella della campagna acquisti di Silvio Berlusconi e della fuoriuscita di Gianfranco Fini e dei suoi fedelissimi dal Pdl, i voltagabbana si fermarono a quota 160.
Questa volta, invece, il fenomeno appare fuori controllo e investe personaggi come Angelino Alfano, Fabrizio Cicchitto e Beatrice Lorenzin — che nel dicembre dello scorso anno in occasione del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi lasciarono il partito dell’ex Cavaliere e fondarono Ncd — fino ad arrivare all’ultimo dei parlamentari.
Cifre alle mano in cima all’elenco dei transfughi con ben quattro spostamenti spicca il nome del senatore Luigi Compagna (Ncd).
Docente universitario, alla quarta legislatura, da sempre definitosi un liberale, Compagna oggi milita nel Ncd di Angelino Alfano dopo esser stato eletto nella lista del Pdl, essersi iscritto per un solo giorno, il 19 marzo del 2013, al gruppo “Misto”, avere abbracciato “Grandi Autonomia e Libertà ”(Gal) per otto mesi, avere annusato per poche settimane il gruppo di Alfano ed essere ancora (ri)-tornato fra le fila del Gal.
Oggi “l’ascaro di Berlusconi” — si definì così più di un anno fa   in un’intervista al Messaggero — non ci sta a passare per “voltagabbana” e si giustifica così: “Dal Gal sono andato al Ncd per votare con convinzione la fiducia al governo Letta”.
La medaglia di argento spetta invece a Paolo Naccarato.
Lo storico collaboratore di Francesco Cossiga eletto fra le fila della Lega Nord, passa quasi subito a Grandi Autonomie e Libertà  per poi trasferirsi nel Ncd e ora ancora nel Gal.
Conoscitore delle dinamiche del palazzo come pochi, in queste ore esorcizza nel segno della “responsabilità ” il ritorno alle urne: “Oggi Farinetti dice: ‘Fatta la legge elettorale, Renzi vada al voto nel 2015′”.   Io dico no, sto con Napolitano, le   elezioni anticipate sono un’anomalia italiana”.
Poco sotto ottiene la medaglia di bronzo la deputata Fucsia Nissoli.
Folgorata dall’ex premier Mario Monti, ha militato fino ad oggi in tre gruppi diversi: Scelta Civica per l’Italia, il “Misto”,“Per l’Italia”. E, secondo le malelingue di Montecitorio, sarebbe attratta dal nuovo corso renziano di Largo del Nazareno.
La lista continua e annovera ex comunisti come Gennaro Migliore, che da vendoliano di ferro è rimasto folgorato sulla strada della Leopolda. E oggi è fra gli animatori del fronte dei renziani della seconda ora.
Per non parlare del siciliano Giuseppe Compagnone. La sua è una storia nel segno della “responsabilità  e dell’autonomia”. Da fedelissimo di Raffaele Lombardo è stato candidato ed eletto nelle liste campane del Pdl. Nel marzo del 2013 aderisce al Misto, ma dopo qualche giorno comprende che il suo habitat naturale risiede nel gruppo del Gal.
Ad ogni modo analizzando dettagliatamente il dossier di openpolis si scopre che dal rimescolamento dei gruppi parlamentari ci guadagna maggiormente il Pd di Matteo Renzi.
Tra Camera e Senato Largo del Nazareno segna un saldo positivo di più 18. In questi mesi il gruppo democrat è cresciuto maggiormente, e, secondo le rilevazioni del centro studi, gli acquisti sono tutti avvenuti dopo la scalata di Renzi a Palazzo Chigi. Forza Italia, invece, è il partito con il saldo negativo maggiore —   il termometro segna meno 58 — in virtù della fuoriuscita della compagine alfaniana che fra Monetcitorio e Palazzo Madama annovera circa 60 parlamentari.
Saldo negativo anche per il Movimento Cinque Stelle che da inizio legislatura ha perso ben 22 parlamentari.
Un saldo negativo che rischia di peggiorare giorno dopo giorno.
In virtù dello tsunami interno al movimento di Grillo e Casaleggio.

Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano“)

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