Gennaio 25th, 2015 Riccardo Fucile
VERDINI E LOTTI ALL’OPERA PER IL CONTROLLO DEL VOTO
Nel Nazareno, inteso come patto del Nazareno, è scattata l’ora del terrore. Del “controllo” totale dei
parlamentari.
Quando, due giorni fa, Raffaele Fitto ha convocato la sua la conferenza stampa, ha chiesto ai suoi di essere presenti in sala: “Fatevi vedere — ha spiegato a chi lo chiamava — perchè dobbiamo dire ‘eccoci”, metterci la faccia di fronte alle pressioni che stiamo ricevendo. Vogliono farci rientrare con le buone e con le cattive”.
Più di un parlamentare gli ha raccontato che Denis Verdini si è rimesso a lavorare per portare deputati alla Causa, come ai tempi delle grandi conte per far cadere governi o compensare scissioni interni.
Dall’operazione Sergio De Gregorio a quella “responsabili” con Razzi e Scilipoti.
Un lavoro che terminerà con la compilazione di una “Nazareno’s list”, così è stata ribattezzata dagli oppositori, frutto dell’incrocio dei dati di Verdini e quelli di Luca Lotti, il braccio destro del premier incaricato a compilare l’elenco dei buoni e dei cattivi.
Nel Palazzo in molti hanno visto la sua mano dietro la pubblicazione, sul Foglio, di “una lista importante che gira a palazzo Chigi, piena di numeri, di appunti, di calcoli su quella che sarà la sfida delle sfide, l’elezione del presidente della Repubblica”.
Verdini e Lotti si incontreranno lunedì mattina ed è l’appuntamento nell’ambito della trattativa tra Renzi e Berlusconi.
Perchè consentirà ai due, quando si incontreranno il giorno successivo nella sede del Pd, di identificare il candidato e la strategia — eleggerlo alla prima o quarta votazione — in base a numeri certi.
Ecco perchè in queste ore si è intensificata la caccia all’incerto, all’opportunista, al timoroso.
Sul Fatto, in un articolo di Fabrizio D’Esposito, è riportato lo sfogo di un parlamentare dem, a proposito di come avviene il controllo del voto: “Il premier scatenerà l’Armageddon minacciando le elezioni anticipate se non votiamo il presidente del Nazareno. E a chi verrà comprato di noi, con la promessa di una ricandidatura, sarà chiesta la prova di fedeltà ”.
Sempre secondo il Fatto, la prova di fedeltà sarebbe uno scatto del voto col telefonino, nel segreto dell’urna presidenziale.
Sia come sia è chiaro che il timore di molti è che la lista di “sicuri”, in “bilico”, “persi” sul Quirinale coincida con le prossime liste elettorali: sicuramente candidati, in bilico, fuori dalle liste.
Insomma, l’aria è pesante. P
ier Luigi Bersani è tornato a casa per il week end. Ma il suo telefono è bollente: “Al momento — ha detto a uno dei suoi — non vedo da Renzi segnali di apertura reale”.
Al netto delle rassicurazioni a parole (“Si partirà dal Pd”), nei fatti l’interlocuzione fondamentale resta con Berlusconi.
E l’ex segretario del Pd si è convinto che “Matteo” non ha cambiato lo schema originario: un Avatar al Quirinale da eleggere con Berlusconi, in cambio della “salva-Silvio”.
Non è un caso che l’incontro con Berlusconi, martedì, è stato fissato alle sette di sera, quanto il voto al Senato sull’Italicum sarà terminato.
Significa che Berlusconi non ha intenzione di alzare la posta neanche un po’ usando il suo potere negoziale sul Senato. E che c’è quella “profonda sintonia” sbocciata anche all’incontro di un anno fa.
L’Avatar può essere anche del Pd. L’importante è che sia Avatar. Anzi starebbe proprio qui la malizia dell’operazione.
Ci sono dei nomi che si prestano al tempo stesso a non “oscurare” il manovratore e a dire, alla minoranza: “Come fate a dire no?”.
I nomi in questione, sono: Graziano Delrio, Paolo Gentiloni, Sergio Chiamparino, Piercarlo Padoan. Soprattutto Graziano Delrio. Stimato nel Pd, mite, ottimi rapporti con sindaci e autonomie (ovvero i componenti del nuovo Senato) compirà 55 anni ad aprile. È uno spot perfetto: il più giovane presidente della Repubblica italiana nell’era del più giovane presidente del Consiglio.
Per lo spot serve la sicurezza dei numeri.
Al momento i voti sicuri di Forza Italia, su 130 grandi elettori, sono un’ottantina. Dentro il Pd, secondo il Foglio, i voti sicuri sono 275 voti sicuri, 99 a rischio, 41 persi.
Sulla carta la platea elettorale del “patto del Nazareno” è di 758 grandi elettori.
Per affossarla sono necessari 253 franchi tiratori. Senza il recupero dei “parlamentari a rischio” ci sono.
L’ora del terrore è scattata: “Controllate i parlamentari”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 24th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO IL PIZZINO DI LOTTI AL “FOGLIO”, LA PAURA CHE RENZI VOGLIA LA PROVA DELLO “SCATTO FEDELTà€”
Premiata ditta Denis & Luca. Il maestro e l’allievo.
Verdini e Lotti, il cuore nero del Nazareno.
Dopo l’inquietante e gigantesco pizzino (una pagina intera) che il biondo fedelissimo di Matteo Renzi avrebbe rigirato via mail alla redazione amica del Foglio sui parlamentari del Pd fedeli o meno al patto renzusconiano, in vista degli scrutini per il Quirinale, adesso la paura dei ribelli antinazareni si concentra sulla futura evoluzione dei metodi del premier.
Ossia, il controllo del voto nel catafalco che sarà montato a Montecitorio il 29 gennaio, quando nell’urna s’inizierà a scegliere il successore di Giorgio Napolitano.
Per il Capo dello Stato, il voto deve essere segreto ma i grandi elettori possono entrare nella cabina mobile con telefonino o smartphone per fotografare eventualmente la loro scheda.
È già accaduto nel 2013. Chiamato in causa per i 101 franchi tiratori che affossarono Romano Prodi, il democristiano Beppe Fioroni mostrò ai giornalisti la sua scheda immortalata con il cellulare: “Ecco qua, non posso essere sospettato, ho votato Prodi”.
La minaccia del premier e l’allarme della minoranza
I timori della minoranza del Pd vengono fuori da una conversazione tra due senatori di area bersaniana, nei giorni scorsi a Palazzo Madama.
Uno noto, l’altro di meno. Dice il secondo al primo: “Vedrai che imporranno il controllo del voto. Ci chiederanno di fotografare la scheda nel catafalco per essere sicuri”.
Il dialogo incrocia il pizzino lottiano in una dinamica micidiale, dal sapore verdiniano. Come spiega un deputato antirenziano del Pd: “Il premier scatenerà l’Armageddon minacciando le elezioni anticipate con il Consultellum se non votiamo il presidente del Nazareno. E a chi verrà comprato tra di noi, con la promessa di una ricandidatura, sarà chiesta la prova della fedeltà ”. Cioè la foto della scheda.
Luca, il Verdini 2.0 e il metodo Razzi
Ecco perchè sui divanetti del Transatlantico, Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, è stato soprannominato “Verdini 2.0”.
I metodi di “Denis” in politica sono senza scrupoli. Lo testimoniano processi e inchieste. Deputati o senatori acquisiti per compensare scissioni interne oppure per far cadere governi nemici.
I metodi sono questi, da Sergio De Gregorio ad Antonio Razzi, e giova ricordare che Verdini e Lotti sono amici.
Si scambiano mail, si telefonano quotidianamente. E adesso sono uniti nella madre di tutte le battaglie.
L’elezione di un capo dello Stato garante del Nazareno, non della Costituzione.
Così la lotta politica diviene ancora una volta la caccia all’incerto, all’opportunista o al pauroso da convincere con la fatidica frase evocata dal pizzino fogliante: “Ti farò un’offerta che non puoi rifiutare”.
Tutto questo potrebbe portare al controllo del voto con il selfie nel catafalco di Montecitorio.
Romanzo criminale o romanzo Quirinale?
Le regole per i cittadini non valgono a Montecitorio.
Recita la legge: “Nelle consultazioni elettorali o referendarie è vietato introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini”.
Perchè i mille e passa grandi elettori del presidente della Repubblica devono votare in modo differente dagli altri italiani?
Dice Pippo Civati: “Sarebbe bello votare come tutti i cittadini. Lo trovo giusto”. Il Fatto ha rigirato allo staff di Laura Boldrini, presidente della Camera, i timori che sinora serpeggiano sotterraneamente in una parte del Pd. Questa la risposta: “Per il momento nessuno ancora ha sollevato la questione. Qualora dovesse accadere, per la segretezza del voto è sufficiente il catafalco”.
Tradotto, vuol dire: telefonino libero nella cabina volante. La promessa di un seggio e i posti disponibili Ma a quanti parlamentari della minoranza del Pd, il clan renziano può promettere la ricandidatura con un seggio certo in cambio del voto quirinalizio? Oggi i deputati e senatori democratici sono 415.
Con la riforma del monocameralismo e l’Italicum in vigore dal 2016 ci saranno solamente 340 seggi alla Camera da assegnare (cento con i capilista nominati e 240 con le preferenze).
Sempre che il Pd vinca le elezioni.
Il rischio è che nei prossimi giorni vengano promessi posti immaginari.
Il Nazareno scriverà una delle sue pagine più oscure. E per assicurare il successo alla segretezza del patto indicibile sarà forse necessario il controllo del voto segreto.
È la Terza Repubblica dei costituenti renzusconiani con i metodi della ditta Lotti & Verdini. La campagna acquisti sta per iniziare.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 24th, 2015 Riccardo Fucile
IL QUESTORE DAMBRUOSO: 73 EURO A PASTO… PER LA CAMERA SONO 17,50 EURO
Settantatrè euro. Per quanto sia davvero difficile immaginare che un singolo pasto in una mensa di un
ufficio pubblico, per quanto di livello extra, possa costare ai contribuenti una cifra simile, sarebbe questo uno dei sorprendenti effetti collaterali della rescissione dei contratti per i palazzi Marini da parte della Camera.
Parliamo di quei quattro stabili che una quindicina d’anni fa l’amministrazione di Montecitorio aveva preso in affitto dall’immobiliari
A un costo medio annuo di 547 euro al metro quadrato, più il prezzo dei servizi.
Per un totale sborsato, in tre lustri, di gran lunga superiore al mezzo miliardo: cifra che sarebbe stata più che sufficiente per acquistare tutti quegli immobili.
Finchè un bel giorno, grazie soprattutto alle denunce pubbliche sull’enormità di quella spesa e al pressing determinante del Movimento 5 Stelle, che l’anno scorso è riuscito non senza resistenze a far passare una legge per consentire allo Stato di interrompere gli affitti passivi prima della scadenza pur in assenza di clausole precise, la Camera ha deciso di rescindere i contratti risparmiando una montagna di quattrini.
E il 21 gennaio scorso sono state restituite le chiavi.
Ma con un piccola coda: uno strascico da un milioncino di euro.
Nel più grande dei palazzi Marini c’è anche la mensa per i dipendenti. Il servizio è curato da 45 dei 426 lavoratori della società Milano 90 di Scarpellini che potrebbero perdere il posto in seguito alla rescissione dei contratti.
Per questo da mesi stanno andando avanti le trattative con i sindacati e per cercare di tamponare la situazione è scesa in campo anche la Regione Lazio che sta esaminando la possibilità di metter in campo le procedure di mobilità .
Nel frattempo gli uffici dei deputati sono stati trasferiti in un altro stabile della Camera, a vicolo Valdina.
E in attesa di perfezionare l’operazione del trasloco con un nuovo appalto per i servizi, si è deciso di far funzionare ancora la mensa fino alla fine del mese di febbraio.
Qui però viene il bello.
Perchè per tenere aperta la mensa e assicurare l’agibilità dei locali la società di Scarpellini ha richiesto il pagamento dell’affitto per tutto l’immobile, che resterà comunque completamente inutilizzato.
O meglio, ci saranno i 45 addetti alla mensa più altri 45 lavoratori di solito impiegati nei servizi al piano.
I quali però, com’è facilmente intuibile, non avranno proprio nulla da fare.
«Uno spreco assolutamente insensato di denaro pubblico», per il questore di Scelta civica Stefano Dambruoso che ha votato contro la decisione presa dall’ufficio di presidenza della Camera.
Non prima di aver messo per iscritto il proprio dissenso in una lettera girata a tutti i suoi componenti. Nella quale ha anche fatto i conti.
Sommando all’onere del servizio mensa il canone per il palazzo vuoto, «l’operazione avrebbe un costo complessivo di 991.291,14 euro».
Siccome poi «la media giornaliera dei pasti presso la mensa di palazzo Marini 3 mi viene riferito essere di 399, è facile calcolare che il costo di un singolo pasto, attesa la durata contrattuale di 34 giorni, sarebbe di 73 euro, considerando anche l’apertura il sabato e la domenica».
Immediata la replica della Camera: «quei conti sono sbagliati, ogni pasto costa 17,50 euro».
E la saga continua…
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 24th, 2015 Riccardo Fucile
IN CRESCITA LE AZIONI DI PADOAN: SE LIBERASSE L’ECONOMIA SI APRIREBBE UN GIRO DI VALZER NELLE POLTRONE DI GOVERNO
Nella lista di Berlusconi c’è (anche) il nome di Amato. 
Nella lista di Alfano – che è la stessa di Berlusconi – c’è (anche) il nome di Amato.
Nella lista di Bersani c’è (anche) il nome di Amato.
Napolitano spinge per Amato. D’Alema dice Amato.
Ma Amato sta nella lista di Renzi? È questo il punto, perchè in passato, con un candidato così sponsorizzato, la corsa al Colle sarebbe finita al primo giro.
Invece il premier – che prima del varo dell’Italicum al Senato non scioglierà la riserva – sta trasformando la corsa al Colle in un thriller.
Renzi vive il nome di Amato come un assedio ed è evidente il tentativo di trovare una via di fuga.
Da settimane gli interlocutori provano a interpretarne i segnali, azzardando pronostici sul quirinabile di suo gradimento.
«Il fatto è – ha raccontato Bersani dopo averlo visto – che Matteo si comporta come un pokerista. Sta lì, inizia a sciorinare una lunga lista di nomi, e intanto ti scruta per vedere quali sono le tue reazioni».
L’unica volta in cui tracciò un identikit appena articolato sul candidato ideale, Napolitano era ancora al Quirinale.
«Serve una figura saggia e preparata», disse Renzi: «Perchè nei prossimi anni potrebbe essere chiamato ad affrontare situazioni difficili». Sembrava una preferenza per una personalità politica. Ma non è facile decrittare un oracolo, tantomeno il leader del Pd, capace – come solo lui sa fare – di muoversi su molti fronti contemporaneamente. E infatti, mentre è atteso alla partita della vita, Renzi medita sul restyling da fare al suo governo.
In più di un’occasione si è lamentato dell’operato «a dir poco insoddisfacente» di alcuni sottosegretari che vorrebbe cambiare. Intanto ha chiuso un negoziato con il governatore della Calabria, al quale farà arrivare come «forte sostegno» per la giunta il ministro Lanzetta, che lascerebbe quindi l’esecutivo.
Vorrebbe poi mettere le mani sull’Istruzione – da affidare a un ministro del Pd – prima di presentare la riforma della scuola, e intanto non fa passare riunione di governo senza leggere alla Giannini i sondaggi che danno Scelta civica allo zero virgola.
C’è il sindaco di Milano, Pisapia, che gli ha rappresentato la «personale disponibilità » al ruolo di Guardasigilli, anche se Orlando non intende candidarsi in Campania.
Si tiene pronto nel caso il rapporto con Poletti – che si è logorato – dovesse liberargli il dicastero del Lavoro…
Più che un restyling sarebbe un rimpasto, un vero e proprio Renzi bis, una mossa inopportuna in questa fase, dato che in primavera si tengono le Regionali.
A meno che il premier non intenda incrociare la partita del Quirinale con quella del governo. Perchè se riuscisse a piazzare Padoan sul Colle, sfrutterebbe l’occasione – la sedia vuota dell’Economia – per avviare il giro di valzer.
E Padoan – nonostante le polemiche sulla norma «salva Berlusconi» nel decreto fiscale – ci crede e ci spera nella promozione.
Lo hanno intuito a via XX settembre, visto come il ministro ha ridotto all’osso le trasferte: «Fatemi restare a Roma in questi giorni…», sorride. E gli altri gli sorridono.
Sorridono un po’ meno nel Pd, dove – per il Quirinale – non solo la minoranza ha messo una croce sul suo nome, come su quelli di Bassanini e dell’ex presidente della Consulta De Siervo, ormai ribattezzato «il capo dello Stato del giglio magico».
A differenza di due anni fa, però, l’opposizione interna non compirebbe il gesto sacrificale nel segreto dell’urna. Quando Bersani spiega che «non sarò certo un franco tiratore», è perchè ai suoi ha detto: «Se Renzi ci presentasse un candidato di secondo rango, dovremmo dire pubblicamente che non l’accettiamo».
Ormai il leader del Pd e il suo predecessore sono sull’orlo di un divorzio, perciò non è alle viste un nuovo incontro: una separazione nel voto per il Colle equivarrebbe a una scissione.
«Amato» dice Bersani. Per evitare la rottura ci sarebbe anche Mattarella. E la Finocchiaro.
Ma è Renzi che manca all’appello, e nel Palazzo basta niente per scatenare la psicosi collettiva. Ieri un accenno su Visco, durante una riunione, ha innescato una reazione a catena. E poco importa se il governatore di Bankitalia si è schermito, il punto è che il suo nome è stato pronunciato da Renzi all’incontro con Berlusconi.
Rientrato a palazzo Grazioli, il Cavaliere si è sfogato con i suoi: «Ci manca solo il ministro delle tasse». «Ma no dottore, non è Vincenzo. È Ignazio Visco. L’ha nominato lei a Bankitalia». «Ah sì e non mi ha nemmeno chiamato per dirmi grazie».
E tutti a fissarlo: il «dottore» sta dicendo il vero o sta bluffando?
Perchè di pokeristi al tavolo d’azzardo per il Colle non c’è seduto solo Renzi…
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
VIAGGIO TRA I GRANDI ELETTORI CHE SCEGLIERANNO IL PRESIDENTE
Tra i grandi elettori che fra una settimana voteranno a scrutinio segreto per il nuovo Capo dello Stato, si
sta spontaneamente formando e rafforzando un “Fronte del No” al patto del Nazareno e al candidato-presidente del duo Renzi-Berlusconi, quasi a prescindere dal nome che verrà proposto.
Una prima, analitica ricerca condotta da “La Stampa” all’interno dei diversi gruppi parlamentari dimostra un dato eclatante: sulla carta Pd, Ncd, centristi e Forza Italia possono contare su 750 grandi elettori, dunque ben 250 oltre il quorum (505 voti), richiesto dalla quarta votazione in poi per eleggere il Capo dello Stato.
Ma quel numero vale solo sulla carta: le fratture interne al Pd e a Forza Italia e l’effetto-panico suscitato dall’accelerazione impressa da Matteo Renzi hanno drasticamente asciugato quel margine
Il Fronte del No
Ieri sera i grandi elettori che senza se e senza ma pronti ad allinearsi alle volontà di Renzi e di Berlusconi erano calcolabili in una fascia oscillante tra i 520 e i 540.
Circa duecento in meno di quelli computabili sulla carta, lasciando dunque un margine di poche decine di voti all’asse del Nazareno rispetto al quorum di 505. Certo, come ripetono sotto voce tanti parlamentari «molto dipenderà dal candidato». Certo, manca ancora una settimana e più alla votazione decisiva e in sette giorni un “mago” come Renzi è capace di cambiare quasi tutte le carte in tavola.
Ma ciò non toglie che, plasticamente parlando, il “Fronte del No” abbia preso una consistenza inattesa: sommando i “grandi elettori” dei partiti di opposizione (Cinque Stelle, Lega, Fratelli d’Italia,Gal, Sel) e i dissenzienti del Pd, di Forza Italia e dei centristi si arriva ad una quota (440-460) capace di condizionare l’elezione del Capo dello Stato.
E d’altra parte tutta la giornata di ieri è stata costellata di episodi poco favorevoli al “patto”: in mattinata nella votazione al Senato sul maxi-emendamento per la legge elettorale, la “maggioranza” Pd-Ncd-Forza Italia-centristi è restata abbondantemente sotto il quorum potenziale: i voti favorevoli sono stati 175, anzichè i 235 possibili.
Ma il test più inatteso si è consumato nel pomeriggio: nella Sala Berlinguer di Montecitorio si sono dati appuntamento i parlamentari del Pd appartenenti alle tre correnti di minoranza: si sono ritrovati in 140, un numero che ha sorpreso tutti.
Anche se la divisioni profondissima e le gelosie tra le varie aree non hanno prodotto una linea comune
La frana nel Pd
Dei 415 parlamentari (108 senatori e 307 deputati) del Pd si può calcolare che 280-300 voteranno con certezza i candidati-Presidente proposti da Renzi e Berlusconi. L’area del dissenso ieri sera era salita sino a quota 120-140, ma calcolando solamente i parlamentari “bersaniani”, “dalemiani” e l’area di confine guidata da Roberto Speranza.
Ma davanti ad un candidato sgradito o troppo appiattito sul premier e allo spettro di scioglimento anticipato delle Camere, come si comporteranno nel segreto dell’urna quel centinaio di parlamentari ex popolari vicini a Beppe Fioroni e Dario Franceschini?
Incognita centrista
In Parlamento le varie formazioni centriste (Ncd, Udc, Scelta civica, ex montiani, socialisti, Tabacci, autonomisti, Gal) esprimono una quantità davvero rilevante di grandi elettori, 200 per l’esattezza, assai più dei Cinque Stelle (137) o di Forza Italia (130) e proprio in questa area centrale, un primo calcolo segnala che almeno una ottantina di onorevoli sono pronti a votare contro un candidato-presidente del “patto” che sia “vissuto” come favorevole al disegno di sciogliere anticipatamente le Camere.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
ALLA VIGILIA DEL VOTO SUL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SONO DATI CHE PREOCCUPANO IL GOVERNO
Sono 178 i potenziali frondisti nelle file dei grandi elettori di Pd e Fi in vista delle votazioni per il presidente della Repubblica.
«Renzi lo sa benissimo: c’era una possibile mediazione sull’Italicum e loro non hanno voluto mediare. Ora spetta a lui dire se si può partire dall’unità del Pd. Dare del parassita a senatori come Corsini, Gotor e Mucchetti è pericoloso. È gente per bene che non chiede niente e va trattata con rispetto. Se viene meno il rispetto è finita».
È lo stesso Pier Luigi Bersani a dare la linea entrando all’assemblea della minoranza del Pd convocata ieri pomeriggio nella sala Berlinguer di montecitorio: 140-150 i partecipanti.
Un segnale e un avvertimento plastico a una settimana dall’inizio delle votazioni in seduta comune per eleggere il successore di Giorgio Napolitano: l’accordo per il Colle va trovato dentro il Pd. E il clima in queste ore non è dei più sereni.
Alla minoranza non è andato giù il muro contro muro sull’Italicum, non è andata giù l’accusa di “parassiti” ai dissidenti del Senato lanciata dall’inventore del maxiemendamento Stefano Esposito (che comunque si è scusato), non è andata giù la vicenda della norma salva-Berlusconi che ancora pende sulla testa di tutti in attesa del Cdm del 20 febbraio, non è andato giù il modo in cui è stata liquidata la vicenda ligure e il caso Cofferati, e soprattutto non è andato giù l’incontro di lunedì con il leader di Fi.
Incontro interpretato come un modo per blindare il nome del prossimo Capo dello Stato.
«Un presidente del patto del Nazareno non lo votiamo», dice chiaro il bersaniano Davide Zoggia. Che segnala anche i 50 del Pd che hanno lasciato proprio ieri l’Aula della Camera sull’emendamento di Ettore Rosato che ripristina i senatori a vita: «È accaduto senza alcuna preparazione, senza alcuna assemblea. Sono segnali da non sottovalutare. C’è uno stress che ha raggiunto ormai livelli di guardia».
Ma i 140 sono per la verità solo un numero. Ci sono Gianni Cuperlo che parla di «mutazione genetica» del Pd, Rosy Bindi che insiste con la candidatura Prodi, Pippo Civati che chiacchiera tranquillamente con i giornalisti della sua prossima uscita dal partito.
Ma c’è anche il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, che uscendo dichiara di avere «fiducia» nel suo segretario e si mostra sereno: «La domanda che viene da questi parlamentari è che si unisca il Pd».
Con Speranza ci sono anche Cesare Damiano, Nico Stumpo, Francesco Russo, il sottosegretario alle Riforme Luciano Pizzetti.
Parlamentari non proprio sulle barricate rispetto alla linea di Renzi. Tanto che qualcuno dei “pasdaran” storce il naso e dice che c’erano parecchi «controllori» da parte di Renzi.
Dai piani altri del Nazareno mostrano tranquillità . Pallottoliere alla mano, si danno per “irrecuperabili” al massimo una trentina di voti in Senato e una quarantina al Camera: 70 su 415 parlamentari.
E lo stesso premier mostra sicurezza, come è d’altra parte nella sua indole: «Il percorso di cambiamento che l’Italia ha iniziato sta continuando, è giusto che sia così e non ci fermiamo. Non si molla di un centimetro», dice da Davos notando che i frenatori in azione ci provano ma non ce la fanno: ininfluenti alla prova dei fatti.
«Che le riforme si fanno con l’opposizione non è una novità », aggiunge Renzi tenendo distinte le due partite dell’Italicum e del Quirinale. E ricordando che in ogni caso, come dimostra lo schianto del 2013 su Prodi, il Pd non è autosufficiente nemmeno sul Quirinale.
Ma al di là della sicurezza ostentata, il premier sa bene che c’è tutta un’area che fa riferimento a Bersani (circa 80 parlamentari, se non di più) con la quale è necessario trovare la quadra nelle prossime ore.
Contatti sono in corso e un incontro è previsto prima di iniziare le consultazioni ufficiali, forse nel week end.
Emilia Patta
(da “il Sole24ore”)
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
IN DISSENSO DA FORZA ITALIA: “MA DI QUANTI LACCHE’ AVETE BISOGNO?”
Intervento “colorito” del senatore di Gal, Vincenzo D’Anna, durante la discussione in Aula sulla legge elettorale.
Il parlamentare, appartenente a una minoranza interna di Forza Italia e sostenitore dell’emendamento Gotor, poi bocciato, punta il dito contro “i muti astanti, che votano senza alcun sussulto i nominati”: “Gotor cosa ci dice? In medio stat virtus. Fatevi il 25 o il 30 per cento, ma di quanti camerieri e lacchè avete bisogno? Io credo che un paio di centinaia bastino per indossare una livrea, per sentirsi dire: quanto sei bello e intelligente; sei un genio. Sapete bene che il fumo più tossico per la mente dell’uomo è l’incenso”.
Qua — continua — “avete un sacco di persone che si sono intossicati dei salamelecchi e degli inchini talmente profondi che a molti di loro gli si vede il culo a furia di abbassarsi e non è un bel vedere, cari amici”.
D’Anna è rimproverato dalla presidente Linda Lanzillotta, ma si giustifica: “E’ un termine anatomico. L’ha usato il papa. Credo che sia consono. C’è anche una forma idiomatica: faccia da culo. Chiedo comunque scusa, lo dicevo tanto per non metterla nella semantica”.
Stoccata finale a Denis Verdini: “Dove vogliamo andare? A fare il Partito della Nazione con Matteo Renzi. Allora, caro Denis, te lo dico pubblicamente: chiamami quando farai il Partito della Nazione perchè in una nuova casa io ci devo entrare dalla porta e non come un mendicante dalla porta di servizio”
Gisella Ruccia
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL SISTEMA VOLUTO DA DA SILVIO E MATTEO
CAMERA LISTE BLOCCATE
Il modello Renzi-Berlusconi si basa su cento collegi con capilista bloccati.
Nelle simulazioni fatte sui sondaggi che circolano oggi (con il Pd al 34,8% e M5S a 20,6%), in caso di vittoria Democrat, i nominati a Montecitorio sarebbero 100 su 340 per il Pd, 97 su 97 per M5s, 70 su 70 per Forza Italia, 60 su 60 per la Lega, 18 su 18 per Ncd/Udc, 17 su 17 per Fratelli d’Italia e 15 su 15 per Sel.
Ben oltre la metà della Camera sarebbe così nominata direttamente dalle segreterie del partito
SENATO NOMINATO
Saranno le Regioni a nominare i 100 senatori previsti dalla nuova riforma costituzionale già approvata in un ramo del Parlamento e oggi all’attenzione dell’aula di Montecitorio.
Anche qui il cittadino sarà espropriato della scelta di eleggere direttamente il proprio rappresentante a Palazzo Madama
PREMIO DI MAGGIORANZA
Scatta se un partito supera il 40% o se vince il ballottaggio (che si svolge tra i primi due partiti più votati al primo turno).
Consente alla lista vincitrice di ottenere i 340 deputati sui 630 necessari alla maggioranza.
SOGLIE DI SBARRAMENTO
Anche qui si è trattato con i partiti. La soglia inizialmente fissata all’8%, si è alla fine ridotta al 3%.
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
BATTAGLIA DI CAVILLI A PALAZZO MADAMA… PARTITI SPACCATI. IL VOTO DECISIVO RIMANDATO A OGGI
Senato stracolmo, tardo pomeriggio. Il cicaleccio cala, la curiosità diventa silenzio. 
Tutti ad ascoltare Giulio Tremonti, e la sua sintesi di una giornata, forse di una stagione politica: “Sulla legge elettorale c’è un’altra maggioranza, quindi un altro governo. Se ci fosse un presidente della Repubblica…”.
L’ex superministro si risiede ridendo, accanto al leghista Roberto Calderoli. Ha consumato il suo frammento di vendetta, nell’aula in cui gira tutto al supercanguro, o tagliola, prossimo venturo: il maxiemendamento del democratico Stefano Esposito, di fatto l’intero Italicum riscritto secondo il Nazareno rinfrescato, da approvare per far cadere in un amen il 90 per cento degli emendamenti alla legge elettorale.
L’ennesimo sfregio del duo Renzi-B. a detta delle opposizioni tutte, di certo stratagemma indispensabile per Pd e Forza Italia.
Per tenersi a galla tra mille correnti, il divin Matteo e l’eterno Silvio si devono affidare allo stesso emendamento-boa .
Ma palazzo Madama rimane trincea, dove si combatte tra parecchi cavilli, citazioni dotte e qualche urlaccio.
Sempre nell’attesa (dei rivoltosi) di contarsi sull’emendamento del ribelle dem Gotor contro i capilista bloccati.
Si parte alle 17.30, in ritardo di un’ora, con il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Vestita di scuro, al microfono declama la lista degli emendamenti bocciati dal governo. Dall’elenco si salva solo il maxiemendamento di Esposito, noto come deputato piemontese pro Tav.
Ma la partita inizia davvero nel segno di Calderoli: signore dei regolamenti del Senato, prima di Natale contro l’Italicum aveva scagliato scatoloni di emendamenti.
Il leghista contesta l’ammissibilità del canguro, lo classifica come “l’emendamento che regge il Nazareno”. Chiede “almeno la possibilità ” di sub-emendamenti al testo.
“Ci dia un’ora presidente” invoca. L’esortazione è diretta alla rossissima Valeria Fedeli, pd, vicepresidente che fa le veci di Pietro Grasso, ora presidente supplente della Repubblica.
Al leghista si associano tutte le opposizioni, con lunghi interventi in cui si parla anche di crisi economica.
Fedeli e l’ostrusionismo pomeridiano
Evidente la strategia: ostruzionismo sempre e comunque. La Fedeli risponde con tono calmo. Occhi puntati soprattutto verso i 5 Stelle. Ma dai loro banchi non arrivano colpi di teatro. Soprattutto, il Movimento non vuole scoprire le carte sulla linea in aula.
“L’emendamento Gotor non sarà mai messo ai voti” twitta Vito Petrocelli. Per poi ironizzare : “Ghedini, Verdini e gli altri abituali assenteisti che sono venuti a fare in aula?”.
Ad occhio, a tenere compatte le fila dei lealisti di Forza Italia. Ma i frondisti fittiani sono vivaci. Ciro Falanga è quasi perfido: “Mica penserete che io voglia contrastare la maggioranza del mio partito?”.
Vincenzo D’Anna (Gal) è un torrente. Cita Protagora, poi s’innalza: “Vi ricordare quell’opera, la Merda d’artista fatta di feci? Voi della maggioranza che volete inscatolare?”.
Poi virerà in vernacolare: “Questo sistema elettorale è una fetenzia”. Ovazioni.
L’ex cantore di Silvio Sandro Bondi appare stanco, mentre la Boschi e Luca Lotti parlano fitto. La Fedeli rivaleggia su voto e ordini del giorno con le opposizioni e in particolare con i leghisti , i più rumorosi.
Tra i banchi del Carroccio spuntano cartelli contro la legge Fornero. I commessi rimuovono, la presidente non ferma i lavori. Calderoli insiste: “Il maxiemendamento è stato presentato fuori dei termini”.
Loredana De Petris (Sel) si sgola: “State oltrepassando ogni limite”. Doris Lo Moro, tra i 29 firmatari dem dell’emendamento Gotor: “Il maxiemendamento Esposito è inammissibile, è un ordine del giorno fatto di enunciazioni di principi”. Applausi. Ma Fedeli respinge: “L’emendamento Esposito è ammissibile”.
Il deputato piemontese risponde a Calderoli: “Non si permetta di darmi del bugiardo”.
Tra una discussione e l’ altra piove una penna contro la Fedeli, tirata (pare) dal leghista Stefano Candiani. Lei, stoica, tira dritto. Si limita a chiedere: “Ditemi chi l’ha tirata”.
I leghisti, discolacci, alzano tutti la mano.
Si arriva alle dichiarazioni di voto sul primo emendamento, proprio a firma Calderoli. Endrizzi (M5S) resta sul vago: “Per ora diciamo no, su altri emendamenti vedremo che possibilità ci sono”. Tradotto, sull’emendamento Gotor decideranno in base alle mosse di Pd e Forza Italia. Ma il voto favorevole è possibile.
Si ricomincia stamani alle 9:30
Tra i sì a Calderoli arriva quello di Francesco Campanella, del neonato coordinamento degli espulsi dall’M5S, pronto a trasformarsi in gruppo (sono in 12).
Si arriva alle 20.30, con Calderoli che fa l’ultimo dispetto e rinuncia al voto sul suo testo.
Si ricomincia oggi alle 9.30. Voto finale previsto per la prossima settimana.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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