Febbraio 27th, 2013 Riccardo Fucile
IPOTESI GOVERNO DEL PRESIDENTE APERTO AL SOSTEGNO DEL PDL…SE LA DEPUTATA DEL M5S ANDASSE A PRESIEDERE LA CAMERA AL SENATO ANDREBBE LA FINOCCHIARO
Torna Giuliano Amato o quanto meno se ne riparla. 
Il Dottor Sottile potrebbe infatti essere richiamato in servizio nel caso fallisse il primo tentativo, quello fatto da Bersani per convincere Grillo a una qualche forma di collaborazione.
E del resto Amato, che salvò il paese nella tempesta dell’estate del 1992 e, di recente, è stato artefice di un piano di riforma dei partiti e del finanziamento alla politica, potrebbe avere per Napolitano il profilo ideale per guidare un governo di larghe intese Pd-Monti-Pdl.
Intanto, nella Roma politica ancora sotto choc per il ciclone Grillo, è già partito il risiko delle presidente delle Camere.
Perchè questa volta la possibilità di trovare un accordo di governo andrà verificata sull’elezione dei successori di Fini e Schifani, prima stazione della via crucis verso la creazione di una nuova maggioranza.
Marta Grande, la nuova “Pivetti” grillina, o Dario Franceschini?
Anna Finocchiaro o Silvio Berlusconi? Il gioco delle coppie è in corso.
Un passaggio difficile, da cui tuttavia si capirà quale formula di governo – unità nazionale o intesa Grillo-Bersani – potrà portare il paese verso nuove elezioni. Giacchè nessuno si illude che la legislatura possa durare più di qualche mese.
Al momento è proprio l’apertura di Bersani al Movimento 5 Stelle l’ipotesi di lavoro più concreta.
Il segretario Pd l’ha condita con un’esplicita offerta a Grillo: indicate un vostro candidato per la presidenza di Montecitorio.
Il più convinto sostenitore di questa linea è Nichi Vendola: «La notte delle elezioni – confida il leader di Sel in un Transatlantico ancora deserto – ho parlato a lungo con Bersani. Gli ho detto che l’unica strada è innervare il programma di governo con l’agenda Grillo. Pier Luigi ha capito. Mi piace l’idea di fare da pontiere fra Grillo e Bersani!».
Ma i grillini ci staranno? «Prima o poi – spiega Vendola – scenderanno dal loro Aventino morale. E noi saremo lì ad aspettarli: parlavamo con i leghisti, che quando venivano al Sud si stupivano di trovare i bidet, e non parliamo con loro?».
Certo, trovare un attivista del M5S disposto a sedersi sul trono di Montecitorio non sarà facile.
Ma nel Pd hanno già messo gli occhi sulla giovanissima Marta Grande, la grillina spedita a commentare i risultati in diretta tv.
A quel punto un esponente del Pd, Anna Finocchiaro, si andrebbe a sedere sullo scranno più alto di palazzo Madama.
Certo, la possibilità di reggere le dure prove che si profilano per il paese con un governo appeso ai referendum on line di Grillo è vista da molti, nello stesso Pd, con grande scetticismo.
«L’apertura di Bersani al M5S è una buona mossa – ragiona Paolo Gentiloni – ci fa guadagnare tempo. Ma poi? I presidenti delle Camere si eleggono tra 20 giorni, nel frattempo cosa facciamo?».
Domande che in queste ore risuonano senza risposta nei conciliaboli tra dirigenti democratici.
Il piano di riserva è quello di non assumersi l’onere diretto della presidenza del Consiglio, lasciando che sia Napolitano a sbrogliare la matassa.
Nascerebbe quindi un altro governo del presidente, grazie ai voti del centrosinistra, del Pdl e di Monti.
Un governo con pochi punti nel programma, studiati apposta per spuntare gli artigli a Grillo e poi riportare il paese al voto: in autunno o nella prossima primavera.
È appunto lo scenario per cui si fa il nome di Giuliano Amato come presidente del Consiglio, vicino al Pd ma gradito a Berlusconi.
È evidente che un accordo di questo tipo passa anche per i presidenti delle Camere.
A Montecitorio si tornerebbe a un democratico, Dario Franceschini, mentre il presidente del Senato sarebbe ceduto dal Pd agli alleati del governissimo.
A quel punto anche l’impensabile diventerebbe possibile.
Perchè la strada delle larghe intese passa da un accordo con Silvio Berlusconi, che vedrebbe bene se stesso nel ruolo di seconda carica dello Stato.
Lo aveva confidato lui stesso con una battuta la sera dello spoglio: «Vuoi vedere che mi toccherà fare il presidente del Senato?».
In alternativa l’altro candidato “naturale” è Mario Monti, che non fa mistero di considerare proprio il governo di salute pubblica come l’unica soluzione praticabile per far fronte agli impegni presi dal-l’Italia con l’Europa.
Eletti i presidenti delle Camere si aprirà la partita più importante, quella del Quirinale. Anche per il Colle torna in ballo il nome del Dottor Sottile.
L’idea di mandarci Giuliano Amato, come sigillo di un’eventuale intesa Pd-Pdl, è l’alternativa più forte a Romano Prodi, candidato più consono a una maggioranza sinistra-Grillo.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 27th, 2013 Riccardo Fucile
ETA’ MEDIA 48 ANNI (45 A MONTECITORIO, 53 A PALAZZO MADAMA) … LA PRESENZA FEMMINILE SALE DELL’11%… NEL PD IL 40% SONO DONNE
Età media: 48 anni. Donne: 31%. Eccoli, i due numeri che descrivono il nuovo parlamento italiano. 
Quello più giovane e con maggiore presenza femminile della storia repubblicana.
A fare i conti anagrafici in tasca ai nuovi deputati e senatori è stata la Coldiretti, che racconta il volto nuovo delle istituzioni.
Età .
I deputati eletti avranno una età media di 45 anni e i senatori di 53 anni. Il che significa un consistente ringiovanimento rispetto alla scorsa legislatura in cui l’età media dei deputati era di 54 anni (9 anni di differenza) mentre quella dei senatori di 57 anni (4 anni di differenza).
Il gruppo parlamentare con l’età media più bassa è di gran lunga il Movimento 5 Stelle, con 37 anni (33 alla Camera e 46 al Senato), davanti a Lega Nord con 45 anni (42 alla Camera e 48 al Senato), al Partito Democratico (Pd) con 49 (47 alla Camera e 54 al Senato), a Sinistra ecologia e libertà (Sel) con 47 anni (46 alla Camera e 50 al Senato), al raggruppamento Lista Monti-Udc-Fli con 55 anni (55 anni alla Camera e 56 anni al Senato) e al Popolo della Libertà (Pdl) con 54 anni (50 alla Camera e 57 al Senato).
Donne.
Rafforzata la presenza femminile che nella legislatura conclusa era pari al 21% alla Camera e al 19% al Senato: nel nuovo Parlamento saranno il 32% alla Camera e il 30% al Senato.
Tra i partiti maggiori il più alto numero di donne si trova nelle liste del Pd, con il 41%, che precede Movimento Cinque Stelle al 38%, Pdl e Lista Monti-Udc entrambi al 22%, Sel al 20%, Lega Nord al 14% e Pdl, con il 25,8%.
Ed è una donna anche la più giovane candidata al Parlamento: Marta Grande 25 anni, che ha conquistato un posto alla Camera sotto le insegne del Movimento Cinque Stelle nel Lazio mentre il candidato più anziano, Sergio Zavoli (89 anni) è stato eletto nelle liste del Pd al Senato in Campania.
Una sfida generazionale.
“Al di là dei diversi schieramenti e delle ipotesi di alleanze, il nuovo Parlamento rappresenta soprattutto una sfida generazionale per i tanti giovani che per la prima volta arrivano in Parlamento per svolgere importanti funzionali istituzionali dalle quali dipende il futuro del Paese” ha detto il presidente della Coldiretti Sergio Marini, sottolineando che “in loro si ripongono le speranze di cambiamento in un Paese come l’Italia che ha la classe dirigente più vecchia in Europa con una età media di 59 anni, con punte di 67 anni per i banchieri, di 63 per i professori universitari e di 61 per i dirigenti delle partecipate statali”.
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
SONO 186 GLI EX PARLAMENTARI CHE DOVRANNO ASPETTARE I 60 O 65 ANNI PER LA PENSIONE… CHI ERA DIPENDENTE POTRA’ TORNARE AL VECCHIO LAVORO GRAZIE ALL’ASPETTATIVA
Chiamarli esodati, anche se col paracadute, potrebbe suonare offensivo per gli esodati veri, dunque il paragone è improprio pure se l’istituzione per la quale hanno prestato il loro impegno, cioè il Parlamento, li ha lasciati senza stipendio e senza pensione in attesa di raggiungere i nuovi limiti di età .
Ma attenzione: loro stessi l’anno scorso hanno votato questa riforma, ben sapendo che se cambiavano le regole per tutti gli italiani, stessa cosa doveva valere a maggior ragione per la cosiddetta Casta.
Dunque c’è chi dovrà aspettare due anni, come Livia Turco o Veltroni, chi un anno come Rutelli e chi dieci, come Isabella Bertolini del Pdl.
E in ogni caso sono molti quelli che non avranno difficoltà a ricollocarsi, anche se costretti a tornare indietro nel tempo.
Uno di questi e’ l’Udc Renzo Lusetti, classe 1958: comincerà a ricevere la sua pensione nel 2018 e ora tornerà al lavoro nell’azienda dove si mise in aspettativa dal 1987.
Conta comunque 186 nomi questa schiera di onorevoli non ricandidati e rimasti pure senza pensione, grazie alla riforma che l’anno scorso cambiò i vitalizi: fissa
«Non potevamo certo permettere che in Italia ci fossero 300 mila esodati veri e infuriati e che i politici potessero riscuotere il loro vitalizio a 50 anni», spiega infatti uno degli estensori della riforma.
Uno dei volti noti incappati nelle maglie di questa riforma fu la Pivetti, oggi ricandidata alla Regione Lazio e quindi in predicato di rielezione, che quest’anno avrebbe avuto diritto al vitalizio in base alle vecchie regole.
Lei alla fine non presentò ricorso, ma lo fecero una trentina di onorevoli intenzionati ad aver conto e ragione dei cosiddetti diritti acquisiti.
Che furono ripagati con una sonora bocciatura del loro ricorso da parte del consiglio di Giurisdizione della Camera, presieduto dal finiano Consolo.
E così dunque, scremate le liste, spuntate le varie ricandidature dei 945 parlamentari uscenti, grazie allo screenig fatto dall’istituto Hume si vede che in questa terra di mezzo resta un nutrito numero di deputati e senatori.
Quasi sempre in grado di rientrare in gioco senza problemi, visto che la schiera di professionisti nei rami del parlamento è alta: avvocati, notai, commercialisti, medici, giornalisti, ma anche molti docenti e lavoratori dipendenti.
Ma ci sono i casi più disparati: due ambientalisti come Della Seta e Ferrante, non ricandidati anche se dopo una legislatura provenienti dalle fila di Legambiente, dovranno convertire il loro impegno politico in altre forme.
Francesco Pionati, candidato nel Lazio, potrà invece rientrare in Rai, mentre Andrea Sarubbi non essendo negli organici, perchè lavorava a contratto, resta fuori.
Ma a parte tutto va detto che — come per chiunque lasci un posto di lavoro – ognuno di questi 186 non dovrà ripartire proprio da zero: tutti riceveranno un assegno di fine mandato (quello che in Germania e Francia viene chiamato sussidio di reinserimento lavorativo), pari all80% dell’importo mensile lordo dell’indennità per ogni anno di mandato effettivo: circa 46 mila euro per una legislatura, 140 mila per tre mandati, importi ricavati dal monte di contributi versati ogni mese da ogni singolo deputato.
E in questa lista dei 186 figurano comunque i nomi più disparati, da Franco Frattini a Massimo Calearo, dallo scrittore Gianrico Carofiglio a Marco Follini, da docenti universitari come Giovanni Bachelet, Stefano Ceccanti o Salvatore Vassallo, all’ex capogruppo leghista Marco Reguzzoni, fino agli ex An, come Adolfo Urso e Andrea Ronchi.
E dai non ricandidati finiti nella tagliola delle liste pulite, come Papa, Cosentino, Milanese del Pdl, Luongo o Papania del Pd, fino a Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita.
Carlo Bertini
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
LA RICERCA DI OPEN POLIS: DEI MIGLIORI SOLO 18 SU 60 SONO GLI ELETTI SICURI, 22 GLI ESCLUSI, 14 A RISCHIO
L’associazione OpenPolis valuta la produttività dei parlamentari.
Presenze in aula e in commissione, disegni di legge presentati, assenze, voti espressi. Tutta l’attività di deputati e senatori viene macinata da un algoritmo che restituisce un indice per ognuno.
Chi è più assiduo e propositivo finisce in cima alla classifica.
All’associazione OpenPolis sono in nove, molti giovani, tutti bene assortiti.
Scienziati, politici, matematici, ingegneri.
Per l’algoritmo che calcola l’indice di produttività , si sono avvalsi dell’aiuto dei parlamentari stessi che hanno contribuito a determinare il «peso» dei comportamenti dei parlamentari.
E contano su un bacino di 25mila sostenitori che in modalità «wiki» li aiutano a non sbagliare.
L’indice di produttività che hanno costruito è stato preso come modello a livello internazionale. Può essere migliorato, ma già ora restituisce la fotografia di sgobboni e sfaccendati tra Montecitorio e Palazzo Madama.
La graduatoria che si può consultare in questi giorni è di fatto quella finale della legislatura.
Le Camere possono ancora essere convocate a domicilio nelle prossime tre settimane, ma le posizioni sono consolidate. Impossibili ormai i sorpassi.
Chi è stato il migliore tra i due rami del Parlamento? Chi il peggiore? E soprattutto: sono stati ricandidati i migliori? E i peggiori? In posizione eleggibile o no?
Insomma, paga essere produttivi in Parlamento o è meglio frequentare i talk show per sperare nella ricandidatura?
Abbiamo incrociato i dati.
Il migliore in assoluto alla Camera è Donato Bruno (Pdl), premiato con un seggio sicuro. Seggio sicuro anche per il peggiore, l’avvocato Niccolò Ghedini: molto assente in Aula, e poco incisivo nelle battaglie che ha cercato di portare avanti.
Ma evidentemente gli oltre mille punti di distacco tra i due non sono stati sufficienti per convincere il partito a non ricandidare l’avvocato del Cavaliere.
Il Pd ha scelto di non ricandidare il peggiore senatore in assoluto, quel Vladimiro Crisafulli che ha fatto il pieno alle primarie dei parlamentari.
Ma la decisione è arrivata in seguito alle disavventure giudiziarie del senatore siciliano e non dovute alla bassa, bassissima, produttività nella legislatura che sta per chiudersi. In totale sui 60 migliori sono 24 gli eletti sicuri, 14 quelli in posizione a rischio e 22 quelli non più ricandidati.
Diciotto dei 60 peggiori invece sono sicuri di rientrare, trenta sono stati esclusi e dodici sono quelli a rischio ingresso.
A rischio nostro, ovviamente.
Marco Castelnuovo
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
IL BALZELLO VIENE FATTO PAGARE AI PRIMI SEI NELLA LISTA AL SENATO E AI PRIMI NOVE ALLA CAMERA… LA LEGA SI FIDA TANTO DEI SUOI CHE LI OBBLIGA A FIRMARE DAVANTI AL NOTAIO
Un gettone d’ingresso per diventare parlamentare. 
È quello che chiedono il Pd e il Pdl ai loro candidati. E più precisamente ai primi sei nella lista al Senato e i primi nove della Camera.
Quasi fosse un balzello, un pegno da pagare perchè tanto quei soldi, a spese dei contribuenti, rientreranno attraverso lo stipendio.
La differenza della pratica bipartisan sta solo nelle cifre: il Pd chiede 35mila euro, il Pdl 25mila.
Ma la differenza è anche nel metodo di pagamento: i berluscones pretendono che la somma sia cash e assolutamente anticipata, nel partito di Bersani c’è invece la possibilità di rateizzare la cifra.
Più alta, ma pagata nei mesi di mandato attraverso una detrazione dallo stipendio di deputato a favore del partito.
Non ne fanno uno scandalo gli aspiranti onorevoli che lo chiamano “contributo alla campagna elettorale”.
“Ciascuno di noi versa la stessa cifra, poi ovviamente se non vieni eletto ti viene restituito fino all’ultimo centesimo”, chiarisce il Carlo Giovanardi, che alle prossime politiche corre per il Senato, dietro a Silvio Berlusconi e ad Anna Maria Bernini.
Un gigante del partito, mai messo in discussione e che ha precisato che per fare il parlamentare occorre soprattutto “esperienza”.
Giovanardi, che nell’ultimo governo Berlusconi è stato sottosegretario, è deputato dal 1992. La bellezza di 21 anni.
E un seggio sicuro anche alle prossime elezioni.
Nonostante le posizioni omofobe più volte espresse, sino alla negazione dell’Olocausto per i gay pronunciata proprio nella Giornata della memoria.
“Paga solo chi si trova in cima alla lista e che quindi ha buone chance di essere eletto, sicuramente non quelli in seconda fascia”, spiega Filippo Berselli, senatore e coordinatore del Pdl in Emilia Romagna, entrato in Parlamento la prima volta 30 anni fa con l’Msi.
Berselli, a sorpresa, non sarà candidato.
Ma lui l’ha presa con filosofia, e difende il partito e il gettone d’ingresso .
“Non vuol dire pagarsi il posto – spiega — ma fare un investimento, che, se si tiene conto degli stipendi da parlamentari, non è poi così elevato. In fondo, prima del Porcellum, quando c’era ancora il sistema con le preferenze, ognuno per guadagnarsi i voti doveva tirare fuori i soldi per spot, cartoline, santini, cartelloni e manifesti, andando a sborsare molto di più. Per questo oggi pagano tutti con il sorriso sulle labbra”.
E se non dispongono subito di quella cifra?
“Se la fanno prestare. Ne troveranno a bizzeffe di finanziatori. La pratica è stata introdotta nel 2006, non ci sono mai stati problemi”.
Berselli ironizza, ma nel suo partito, un altro escluso illustre, Fabio Garagnani, non ha preso bene la mancata candidatura : “Io avevo già pagato i 25mila euro e non mi hanno messo in lista”. Garagnani, perchè non sollevasse un caso, dopo tre giorni è stato rimborsato fino all’ultimo centesimo.
Uu sistema diventato ormai una tradizione.
“Diamo una mano al partito dai tempi del Pci — racconta Andrea De Maria, candidato alla Camera dopo aver sbancato alle parlamentarie di Bologna con oltre 10mila preferenze — Qui in Emilia Romagna la somma richiesta è 35mila euro, da versare nei cinque anni di legislatura con un prelievo dalle indennità da parlamentari. Non c’è niente di male”.
Nel partitone potrebbe essere concesso uno strappo alla regola ai candidati più giovani e con meno disponibilità .
Probabile che Bersani conceda loro uno sconto. “Quello che mi chiederanno verserò, sono le regole e le rispetto” dice convinto Enzo Lattuca, classe 1988, enfant prodige del Pd alle prossime elezioni.
“Al limite chiederò un prestito un banca. Non credo incontrerò difficoltà ”.
Contributi a rate anche nella Lega Nord.
Secondo quanto raccontato alla Procura di Forlì dalla ex-segretaria di Umberto Bossi Nadia Dagrada, dal 2000 il Consiglio federale del Carroccio obbliga i candidati a pagarsi il seggio in Parlamento, facendo firmare un’impegnativa davanti al notaio. L’accordo prevede 2000 euro al mese alla prima elezione, e 2400 euro alla seconda, da versare nei 60 mesi di legislatura.
Emiliano Liuzzi e Giulia Zaccariello
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
UN ONOREVOLE SU CINQUE AVRA’ MENO DI 35 ANNI ALLA CAMERA E 50 AL SENATO…CENTINAIA GLI ESORDIENTI, IN TESTA GRILLINI E VENDOLIANI… NEL PDL CONFERMATO L’80%
Come sarà il prossimo Parlamento? A questa domanda si dovrebbe rispondere che lo sapremo soltanto tra un mese, dopo il voto, ma non è così.
La legge elettorale con cui saremo chiamati alle urne anche questa volta permette ai cittadini di scegliere soltanto un simbolo ma non i deputati e i senatori che li rappresenteranno.
I parlamentari, come noto, li hanno già scelti i partiti – con delle differenze non di poco conto dove ci sono state le primarie – e molti di loro sanno già quante possibilità hanno di conquistare un seggio.
Ogni forza politica ha compilato le sue liste distinguendo tra gli eletti sicuri, i possibili e quelli improbabili basandosi sui sondaggi.
La Stampa, insieme alla Fondazione Hume e a Luca Ricolfi, ha seguito lo stesso percorso per simulare la composizione del prossimo Parlamento.
Abbiamo preso come riferimento il sondaggio Piepoli pubblicato ieri (che indicava quanti possibili seggi ogni partito può conquistare in ogni collegio e in ogni regione alla Camera e al Senato) e incrociandolo con le liste elettorali abbiamo ottenuto dei risultati molto interessanti e in parte sorprendenti.
Il prossimo Parlamento sarà molto più rosa e giovane dei precedenti, portandoci al livello dei Paesi europei più avanzati, e il tasso di ricambio degli eletti, ovvero l’ingresso di volti nuovi, non è mai stato così alto.
Naturalmente non tutte le forze politiche si sono comportate allo stesso modo,
Le previsioni indicano che nei futuri emicicli siederanno deputati con un’età media di 46 anni, a fronte dei 54 della scorsa legislatura, e senatori di 50 anni, contro i 57 di quelli uscenti.
Un rinnovamento che con una donna su tre rafforza la «quota rosa» in Parlamento, finora rappresentato solo da un 21% di deputate e 19% di senatrici.
Per quanto riguarda gli schieramenti politici, il Movimento 5 Stelle vede candidati i più giovani, con un’età media di 42 anni, davanti alla Lega Nord (47), il raggruppamento Lista Monti, Udc, Fli, Sinistra ecologia e libertà e Partito Democratico con 48 anni; a seguire, Popolo della Libertà con un’età media di 49 e Rivoluzione Civile Ingroia con 50. Mentre il maggior numero di donne, pari al 46,3% del totale, sarà nelle file del Pd, seguito da Sel con il 43,7 per cento.
Ultimo «5 Stelle» con solo il 17,3% di presenze femminili.
Tra le curiosità , è una donna — Anna Granato, 20 anni — anche la più giovane candidata al Parlamento, nelle file del Pdl in Campania. E nella stessa regione figura il candidato più anziano — Sergio Zavoli, 89 anni — che corre per il Pd al Senato.
Mario Calabresi
(da “la Stampa“)
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Gennaio 16th, 2013 Riccardo Fucile
SENZA CHANCE DI RIELEZIONE DOPO I CAMBI DI CASACCA E LE LITI FURIBONDE
Luca Barbareschi, Franco Barbato, Daniela Melchiorre, Antonio Razzi, Domenico Scilipoti,
Italo Tanoni: in ordine alfabetico, perchè stilare l’ordine di merito è da ingrati.
Senza di loro, la legislatura calante non sarebbe stata la stessa e la prossima rischia seriamente di non trovare sostituiti di livello.
Tre del gruppo (Barbato, Razzi, Scilipoti) li dobbiamo al fiuto – così devastante da poliziotto e poi da pm, così costipato da leader politico – di Antonio Di Pietro.
Sebbene lui si difenda: che dubbi si potevano nutrire a proposito del presidente della Federazione emigrati abruzzesi in Svizzera (Razzi), poi sospettato dagli affiliati, forse malignamente, di essersi ingoiato i fondi per i terremotati?
E quali a proposito di un ginecologo, ostetrico e agopuntore, professore convitato all’Università del Paranà (Scilipoti)?
Furono invece loro due a mollare l’Italia dei Valori per fondare i Responsabili e salvare Silvio Berlusconi dal putsch di Gianfranco Fini, dicembre 2010.
E fu proprio Barbato a vendicare l’onore del partito filmando di nascosto Razzi mentre illustrava le ragioni non strettamente ideali del cambio di casacca: «Io avevo già deciso da un mese prima (di votare la fiducia, ndr). Mica avevo deciso, figurati, tre giorni prima».
E l’altro: «Ma come? Tre giorni prima hai detto male di Berlusconi».
E Razzi: «L’ho detto apposta. Dieci giorni mi mancavano. E per dieci giorni mi inc… Perchè se si votava dal 28 marzo come era in programma io per dieci giorni non pigliavo la pensione».
Non è bastata nemmeno la generosa inclinazione all’horror di Vittorio Sgarbi, che presentò alla Camera il libro autobiografico di Razzi, a restituire un calibro al deputato.
A quella presentazione arrivò un tizio uguale sputato a Scilipoti, il quale poi sostenne, con una certa immaginazione, di essere dotato di molti sosia, essendo altrettanti e di più gli impegni.
Purtroppo non gli era consentito di impiegare le controfigure in aula, dove rientrava trotterelloso, lui così alla Danny De Vito, per il perenne ritardo al voto; e se prendeva parola, a ogni pausa gli ex amici dell’Idv intonavano in coro: «Munnezzaaaa».
E lui, che è un fenomeno, faceva le pausa apposta sinchè al tremillesimo «munnezzaaaa» i dipietristi se ne annoiarono.
Era questa la Camera a cui andiamo a dire addio.
La Camera dello stesso Barbato, che per la missione di spiare tutti con la telecamerina, e dare il filmato alle tv, finì con l’essere detestato anche dai suoi: «Non so se è peggio lui o Scilipoti», disse Gabriele Cimadoro, cognato di Tonino.
Ci resteranno, di questo ex socialista della Prima repubblica, le soluzioni al problema-Fiorito («Quelli come lui in Cina li uccidono o li torturano»), i capelli alla chitarrista di piano bar, le giacche a scacchi arrotolate sulle braccia, una certa interpretazione del mandato parlamentare culminata con arcane dimissioni, e con il ritorno in aula pochi mesi dopo a formulare il giudizio sul governo: «Avete rotto i c…».
L’ultimo giorno espresse un saluto all’altezza: «Cari deputati, andate tutti a quel paese».
Adesso ha da occuparsi di un’inchiesta a suo carico per tentato millantato credito: i superpoteri di parlamentare in cambio di ventimila euro.
Nel misto, attiguo ai Responsabili – dopo aver cominciato la legislatura nel Pdl e averla proseguita nel Fli – finì anche Barbareschi, ritornato in pagina per i modi istintivi adottati contro quei gran rompitasche delle Jene.
Ha litigato più o meno con tutti.
«Scusate, se è in politica è colpa mia», disse Ignazio La Russa, in genere refrattario all’autocritica.
Un giorno l’onorevole attore arrivò al pranzo del mercoledì dei finiani, nello studio di Italo Bocchino, e metà di loro si alzò e se ne andò.
Barbareschi valutò sè e i camerati: «Mi hanno emarginato. E quando non ho più contribuito alla strategia s’è visto il risultato: Fli era al 9 per cento, ora è all’uno».
Impegnato nella strategia, firmò sbadatamente una proposta di legge che aumentava gli emolumenti ai partiti («un banale errore») e si astenne sul caso Ruby («No no, io ho votato con Fli, ci sarà stato un contatto»).
Vicino a lui sedeva l’ex magistrato Daniela Melchiorre, a nostro giudizio la campionessa assoluta.
Bisogna apprezzare la biografia politica (tutta insieme col fido Tanoni), che attraversa questa e la scorsa legislatura: presidente della Margherita di Milano, passa con Lamberto Dini, fonda i Liberal Democratici, diventa sottosegretario di Clemente Mastella nel governo Prodi, si candida nel 2008 col Pdl, fonda i Liberal Democratici Riformisti, esce dal centrodestra e passa al misto, dal misto passa all’opposizione, presenta alle Europee del 2009 i Liberal Democratici Riformisti insieme col Movimento Associativo Italiani all’Estero e con l’appoggio del Movimento Europeo Diversabili Associati e del Fronte Verde Ecologisti Indipendenti, prende lo 0,23 per cento (è la lista meno votata), alle Regionali del 2010 è con l’Udc, partecipa alla fondazione del Polo della Nazione con Fli e Udc, esce dal Polo della Nazione, torna nel centrodestra, diventa sottosegretario allo Sviluppo Economico, si dimette dall’incarico, torna fra i centristi che ora non la candidano più, nè lei nè Tanoni.
Però, caruccia e dolce, cancellò da Facebook le centinaia di vili insulti ricevuti in una delle occasioni sopra elencate; ebbe cura di lasciare l’annuncio dell’uscita della «splendida compilation» di canzoni dedicate alla mamma, da Anna Oxa a Beniamino Gigli.
Ci piace ricordarla così.
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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Gennaio 12th, 2013 Riccardo Fucile
“ALTRO CHE TRAVERSATA, CI HANNO PORTATO NEL DESERTO PER POI ABBANDONARCI A MORIRE”… IL DURO ATTO DI ACCUSA AI VERTICI DI FLI DELLA GIOVANE PARLAMENTARE MONZESE
Quando nacque Futuro e Libertà , nacque da un dito puntato sulla cattiva politica , dalla voglia di cambiamento , dal desiderio di ritornare a discutere di politica tra la gente , di raccogliere le istanze di chi viveva e vive nella sofferenza …..
Nacque dal desiderio di libertà di pensiero all’interno del proprio partito di appartenenza , dalla rinuncia che molti di noi avevamo fatto, passando da una condizione politica di maggioranza a quella di minoranza .
Molti si sono chiesti il perchè di questa scelta, la risposta è ed era elementare : il partito che doveva rappresentarci e che rappresentavamo non rispondeva e non corrispondeva più a quel senso nobile che la politica deve avere, che è poi quello di garantire una buona qualità della vita di tutti i cittadini …..
Quindi , aderii al movimento , non per un colore di appartenenza politica : l’esperienza mi ha insegnato che la buona e cattiva politica può essere ovunque, destra sinistra o centro perchè quello che conta sono gli uomini , ma perchè nel suo manifesto valorizzava il mondo della sussidiarietà …..
Aderii per portare la voce del mondo del volontariato , del cittadino sofferente , di quei bisogni espressi da chi non ha più voce ne mezzi per essere ascoltato e la mia brevissima esperienza al Senato ne è l’esempio :mozioni, interrogazioni, disegni di legge, ordini del giorno proposte e contestazioni , impegno il mio orientato sempre in un unica direzione : la difesa della qualità della vita di ogni singolo cittadino che non ha la forza per essere rappresentato da nessuno ….
Nonostante i buoni proposti , il partito non è decollato come avremmo voluto , nonostante la base ci abbia messo impegno , soldi e amore ( vedi le mille e infinite associazioni che in due anni sono nate all’interno del partito)
Per costruire una casa occorre fare un lavoro di èquipe , pertanto servono gli ingegneri come i mutatori . Occorre impegno, fatica e sacrificio e sopratutto occorre un confronto costante tra le diverse figure in gioco ……
Il lavoro di èquipe non c’è stato per la distanza tra chi vive la realtà quotidiana fuori dal palazzo e chi invece vive nel palazzo da troppi anni e ha perso il senso della realtà .Dove hanno fallito questi signori ?
Hanno fallito per la loro incapacità di ascoltare , di mettersi al posto dell’altro , di capirne i bisogni …
Non sono stati capaci di coinvolgere il mondo del cittadino comune perchè molti di queste persone non avevano nulla da dire a questo mondo e non solo !
Non avevano nulla da dire neanche a chi li ha seguiti nell’attraversata nel deserto : ci hanno portati nel deserto per poi abbandonarci a morire.
Un anno fa inviai le dimissioni da FLI a Bocchino , Menia e Valditara .
Bocchino che forse non vedeva l’ora che me ne andassi per piazzare un suo uomo al mio posto, non aveva neanche fatto finta di farmi una telefonata di circostanza .
Menia e Valditara, così come il grande Gianfranco Paglia e Raisi si adoperarono per farmi ritornare sui miei passi , ( rimpiango di averlo fatto !)
Avevo mandato quelle dimissioni proprio perchè vivevo con grande disagio molte delle scelte che il partito , non di Fini ma di Bocchino stava facendo a tutti i livelli ….
Rimasi nel partito e continuai a spendere un sacco di soldi insieme a Marco , per mantenere la sede e tutte le iniziative sul territorio ( il partito non mi ha mai dato neanche una bandiera) ….
Arrivarono le comunali a Monza su quest’argomento ci sarebbe da scrivere un romanzo intero, dico solo una cosa : mi hanno impedito di utilizzare il simbolo per paura di confrontarsi con l’UDC, ma ho dimostrato orgogliosamente che anche senza simbolo avrei raggiunto un buon risultato, infatti presi il 4 ,3 % sola soletta con la mia lista civica .
Dalle elezioni in poi iniziai a vivere FLI in modo sofferente tanto che confidai a settembre all’amica Sabrina Cortese che volevo andar via da FLI …
Mi scrisse Granata convincendomi a rimanere, non ebbi ancora una volta il coraggio di uscire , perchè in cuor mio vivevo ancora quel grande sogno a cui avevo creduto
Due mesi fa , arrivò la nomina in senato , qui mi fermo perchè sarebbe troppo lunga da spiegare come ho vissuto questi due mesi … Troppo lunga e doloroso …
Questa sera ho riunito il direttivo di FLI , ci siamo dimessi tutti , abbiamo fatto fatica a credere in questi mesi a Monti e ancor più a FINI .
Finalmente sono libera ma nello stesso tempo ho il cuore spezzato , ho abbracciato tutti i miei ragazzi , ho pianto con lacrime amare , una piccola parte di me ,di noi è morta ….
E’ morto un sogno e il risveglio è stato brusco , ma ricominceremo a sognare ….
Lasciamo FLI ma rimarremo tutti insieme, perchè a differenza di chi vive di politica, noi viviamo di sogni e valori reali che vanno oltre agli schieramenti .
Anna Mancuso
senatrice Futuro e Libert�
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Gennaio 12th, 2013 Riccardo Fucile
LASCIATI I VECCHI PARTITI PER PUNTARE SU MONTI, NON SARANNO IN PARLAMENTO
La zattera è piena e nessuno, al centro, è disposto a scansarsi per far spazio ai naufraghi dei due poli.
Monti non ha avuto pietà , ha ignorato le suppliche e si è rifiutato di imbarcare quei parlamentari uscenti che avevano mollato gli ormeggi attratti dalle sirene centriste.
E così, a destra e a sinistra, sono rimasti a bagno in tanti.
Destinati ad affogare pure gli «eroi» del montismo, immolatisi nell’autunno del 2011 per far cadere il governo Berlusconi.
Lungo è l’elenco dei transfughi beffati, che si sentono «utilizzati e scaricati»: chi dal Professore, chi da Casini, chi da Riccardi, chi da Montezemolo…
«Quelli di Italia Futura hanno la puzza al naso», sbatte la porta uno degli esclusi.
E Santo Versace, un altro che si era fatto delle idee: «Avevo dato la mia disponibilità a Monti, ma ho visto camarille, clientele e vecchie logiche spartitorie da compromesso storico».
Per tenersi alla larga e mettere al riparo la sua storia di veterano del Parlamento il senatore Beppe Pisanu si è sfilato due giorni fa, con una formula colma di amarezza: «Sostengo Monti, ma non partecipo ad esami di ammissione nelle sue liste. Non ho l’età ».
Dopo quarant’anni di seggio, il teorico dell’unità ex dc sognava di agguantare il record della longevità parlamentare, ma il traguardo è sfumato.
Eppure la prima pietra della casa dei moderati è opera di questo illustre pioniere del montismo, cui non è stato risparmiato neppure il tormento del totocandidati.
Un supplizio che un altro pezzo grosso del Pdl come Mario Mantovano, destra cattolica vicina ad Alemanno, ha sopportato fino a mercoledì, quando ha rinunciato con stile al seggio per «un insieme di ragioni personali».
In mare aperto è rimasto anche Roberto Antonione, ma rifarebbe tutto: lascerebbe Berlusconi al suo destino, fonderebbe i Liberali per l’Italia con Gava, Sardelli, Pittelli e Giustina Destro, voterebbe a Monti una fiducia via l’altra…
Tutto invano: «La riconoscenza non è virtù praticata in politica – si sfoga l’ex presidente del Friuli, che si credeva vicino a Montezemolo –. Chi è rimasto acquattato per saltare all’ultimo sul carro di Monti è stato premiato, mentre noi…».
Ce l’ha con Monti? «Senza di me non avrebbe fatto il premier. C’è amarezza, certo».
Ci ha parlato? «Non ha tempo. Lui parla con chi gli fa comodo, come la Vezzali. Forse sono un cretino perchè non ho trattato».
Cosa farà , adesso? «Sono dentista, una professione che non si dimentica».
Luciano Sardelli risponde al cellulare dal suo ambulatorio di pediatra e dice di essere già tornato al suo «amato mestiere», lui che quindici mesi fa fu determinante per far scendere «da quota 316 a quota 308» la maggioranza berlusconiana.
Anche lei trombato? «No… Gli amici dell’Udc mi hanno offerto una candidatura, ma a Cesa e Casini ho spiegato che non sopporterei di essere accusato di trasformismo».
Avrà in cambio uno strapuntino al governo? «Io non voglio niente e non rinnego nulla, farò campagna elettorale per l’Udc».
Di lacrime e sale è colmo anche il mare in cui nuoteranno d’ora in avanti i profughi del Pd.
Se Pietro Ichino è approdato per primo (e da protagonista) in terra montiana, il già renziano Mario Adinolfi è in bilico dopo appena sei mesi da deputato: «Sono in mano a Ichino, ma se viene valutato che ci sono altri migliori di me, pazienza. Non ho gli strumenti, nè l’ardimento necessario per oppormi fisicamente».
Stefano Ceccanti ha lottato e si è arreso.
Ieri il senatore uscente, costituzionalista di rango, ha inviato ai giornalisti un lungo papiello dal desolatissimo titolo «Rassegna stampa su mancata candidatura e questioni connesse».
Fuori dalla Camera è rimasto anche un altro fan dell’agenda Monti come Salvatore Vassallo e la stessa sorte è toccata a Lucio D’Ubaldo.
«Beppe, fo’ una strambata!» aveva detto a Beppe Fioroni prima di annunciare l’addio agli ex Popolari e al Pd per inseguire Monti: «Opportunismo? No, convinzione politica. Abbiamo subito un contraccolpo, ma ci crediamo ancora e non perderemo la dignità della linea politica». Con lui, che aveva sperato nei buoni auspici del ministro Riccardi, restano in mezzo al guado Flavio Pertoldi e Giampaolo Fogliardi, mentre Benedetto Adragna ha qualche chance di essere candidato in Sicilia per incroci locali.
Salvo miracoli sono fuori anche i protagonisti della più massiccia scissione subita dal Pdl di recente, Isabella Bertolini e Giorgio Stracquadanio.
Già noti come i cospirati dell’Hotel Hassler – in cima a Trinità de’ Monti prepararono il terreno all’esecutivo di Monti – i fondatori di Italia Libera furono bollati da Berlusconi come «traditori», ma in cambio non hanno avuto nulla.
E così, oltre alla pasionaria del berlusconismo che fu e all’inventore del Predellino.it, restano a spasso l’avvocato Gaetano Pecorella, Franco Stradella, Angelo Santori e Roberto Tortoli. Stracquadanio sperava che dal Pdl lo avrebbero seguito in massa per andare con Monti: «Hanno preferito fare le vittime sacrificali di Silvio… Devono avere il gusto della macellazione». Lui quel gusto non ce l’ha e infatti è già partito verso una nuova avventura in Lombardia, al fianco di Gabriele Albertini.
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)
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