Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
SI PARTE CON UNA MANCIATA DI VOTI A FAVORE DI GRASSO, MA L’IMPREVISTO E’ SEMPRE DIETRO L’ANGOLO… CONTRASTI INTERNI NEI CINQUESTELLE E IN SCELTA CIVICA
Tutto gira intorno ai 53 voti, o non voti, del Movimento 5 Stelle al Senato. 
Mentre l’elezione di Laura Boldrini a presidente della Camera era quasi scontata, la partita per l’elezione del presidente del Senato si gioca al ballottaggio, iniziato alle 16.40, sul filo di una manciata di voti di scarto.
Il voto è segreto, M5S ammette che nell’ultima riunione la decisione non è stata unanime.
E anche gli uomini di Mario Monti (19) potrebbero non essere compatti.
IL TESTA A TESTA –
C’è un testa a testa tra Renato Schifani, che il Pdl ha deciso di ricandidare per la presidenza (sostenuto anche dalla Lega) e Piero Grasso, ex procuratore antimafia e candidato del Pd.
Il divario, con cinque senatori del Pdl, compreso Silvio Berlusconi, assenti era di 9 all’ultima chiama. I «grillini» confermano l’intenzione di votare scheda bianca perchè – parola del capogruppo Vito Crimi – «questo voto non è la scelta tra una persona e l’altra, ma tra due strategie politiche. Noi non facciamo la stampella di nessuno». Scelta Civica in mattinata con una nota aveva annunciato l’intenzione di votare scheda bianca, e se si attenesse al programma, la vittoria andrebbe a Grasso.
BERLUSCONI PRESENTE –
La terza votazione al Senato ha portato al ballottaggio, con Grasso che ha ricevuto 120 voti e Schifani 111.
Secondo quanto si apprende da fonti parlamentari del Pdl, cinque senatori del Popolo della Libertà non hanno votato al terzo scrutinio (Silvio Berlusconi e Maria Rosaria Rossi, Luciano Rossi, Malan che si è sbagliato e Matteoli che non c’era).
Ma questi cinque, confermano le stesse fonti, ci saranno nel pomeriggio, quindi il distacco non è di 9 voti, ma di 4, con qualche variabile.
VERTICE A PALAZZO GRAZIOLI E CON MONTI –
Intanto Berlusconi e i big del partito, tra cui il segretario Angelino Alfano, si sono riuniti in un vertice a Palazzo Grazioli (presenti, tra gli altri, anche Niccolò Ghedini, Renato Brunetta e Paolo Bonaiuti).
Fonti vicine a Scelta civica, inoltre, avevano riferito che Berlusconi avrebbe incontrato Mario Monti a Palazzo Giustiniani prima del voto.
Poco prima della chiama, comunque, il senatore Gabriele Albertini ha confermato la scheda bianca del suo schieramento.
I MONTIANI ANNUNCIANO L’ASTENSIONE –
Scelta Civica già in mattinata aveva diffuso un comunicato ufficiale nel quale si sostiene che, non sussistendo «le condizioni politiche e istituzionali per dar vita a un percorso ampio di condivisione e responsabilità », il gruppo avrebbe votato scheda bianca anche al Senato.
«Nessun accordo su poltrone che non abbia un valore decisivo per sbloccare la situazione è percorribile», aggiungeva la nota.
I 5 STELLE: SCHEDA BIANCA, MA NON UNANIME –
Quello che è certo è che il comportamento dei 5 Stelle sarà decisivo al ballottaggio. «Qualcosa potrebbe cambiare – spiega una senatrice 5 Stelle -. Per noi Grasso, al di là del giudizio sulla persona, sarebbe comunque il portavoce di un sistema».
Ma il capogruppo Vito Crimi aveva assicurato prima dell’ultima riunione: «Noi abbiamo fatto una scelta e quella scelta manteniamo», cioè non votare un candidato del Pd o del Pdl.
La base, almeno sul blog di Grillo, invita però a prediligere Grasso, ricordando che un voto oggi «non significa allearsi con il Pd».
La scelta di puntare sulla scheda bianca, di fatto, «non è stata presa all’unanimità », ha spiegato l’ex candidato al Senato Luis Alberto Orellana: «Come persone Grasso e Schifani non sono equivalenti: una è una scelta in continuità con il passato. Mi sono espresso personalmente contro la scelta del collega Schifani».
LA PROIEZIONE –
Nella quarta chiama l’ex magistrato dovrebbe raccogliere i voti dei 109 democratici e 7 di Sel, per un totale di 116, a cui si aggiungono anche i 6 di Autonomie e il singolo voto di Lista Crocetta: in tutto 123 preferenze.
Il presidente uscente di Palazzo Madama, Renato Schifani, oltre ai 98 voti dei colleghi di partito anche quelli, a quanto si apprende, della Lega Nord (17): in tutto 115.
I voti, o non voti, dei 5 Stelle, sono 53, Scelta Civica ne conta 19.
La astensione dei «grillini» e dei montiani, quindi, lascerebbe il risultato sul 123-115 per Grasso.
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
A 20 ANNI IL PRIMO VIAGGIO IN VENEZUELA: “MIO PADRE NON MI PARLO’ PER OTTO ANNI”…”NON BISOGNA MAI ABITUARSI AL DOLORE DELL’UMANITA'”… QUANDO SUA FIGLIA PICCOLA LE PREPARAVA UNA PICCOLA VALIGIA: “DEVI DARLA A UN BAMBINO CHE NON HA NIENTE, MA DEVI FARE UNA FOTO, COSI’ SONO SICURA”
Bisogna tornare al 1981.
Laura Boldrini ha vent’anni, ha passato l’ infanzia e l’adolescenza nelle Marche, prima in campagna poi a Jesi: «Abituata a vivere in zone rurali, mi sembrava di essere in una metropoli».
La metropoli verrà presto, Laura lascerà i genitori e i quattro fratelli minori per trasferirsi a Roma e studiare giurisprudenza. Lì comincia a maturare la svolta.
Anzi, probabilmente l’ha già maturata senza saperlo: «In campagna si correva all’ aria aperta, si giocava senza paura delle auto, si viveva al ritmo delle stagioni e della natura. Frequentavamo la scuola rurale del posto. Finito il classico a Jesi, arrivai scalpitante a Roma, dove divisi il mio anno in due: per sei mesi avrei studiato a ritmi serratissimi e negli altri sei mesi avrei potuto viaggiare».
Volare via: un impulso giovanile, forse una fuga per chi fino ad allora aveva sofferto di claustrofobia da provincia: «Ci portavamo dietro l’ eco del mito americano del viaggio on the road».
Se Laura Boldrini ha lavorato alla Fao e se poi è passata alle Nazioni Unite come portavoce del Programma Alimentare Mondiale e da dieci anni come portavoce dell’ Alto Commissariato per i Rifugiati, è perchè nell’ 81 ha preso uno zaino ed è salita su un aereo.
Per dove? «America Centrale. Con un’amica, ho deciso di andare in Venezuela a lavorare in una “finca de arroz”, un’ azienda di riso a Calabozo, un paesino del Sud. Mio padre era contrarissimo, mentre mia madre si mostrò subito più malleabile».
I genitori si oppongono finchè hanno qualche speranza di essere ascoltati, ma poi in genere finiscono per adeguarsi alle scelte dei figli: «Mio padre non mi ha parlato per otto anni, mi voleva avvocato. È un padre difficile, un uomo molto speciale: riservato, studioso, solitario, tradizionalista, molto religioso, ama la campagna e la musica classica, spesso si esprime in latino e in greco. I suoi princìpi non si coniugavano con la mia curiosità ».
Ci ride su, Laura Boldrini.
Forse suo padre non capisce ancora oggi perchè quella figlia di vent’ anni decise di andare a lavorare con i «campesinos» venezuelani: «Mi misero in ufficio, ma io volevo conoscere la vita nei campi: rimasi lì tre mesi, abbastanza per capire come vivono i contadini in quella parte del mondo, li vedevo lavorare duramente per otto ore, poi la sera andavano nei bar a spendere i soldi che avevano guadagnato di giorno».
Laura Boldrini ricorda i «chinchorros», le amache in cui passava le notti per evitare le minacce dei serpenti velenosi della savana: «Visitavamo le risaie, una volta invece degli stivali indossai dei sandali, perchè faceva caldo: a un certo punto il direttore dell’ azienda mi urlò di star ferma, di stare calma, di spostare solo la gamba destra… Vicino al mio piede c’ era un “trepassi”, un serpentino corallo pericolosissimo, il cui veleno entra subito in circolo».
Quel primo viaggio prosegue avventurosamente verso Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Guatemala, poi Messico e Stati Uniti, fino a New York. «Viaggiammo ancora per tre mesi nell’ America centrale in pullman, ma a un certo punto mi rubarono la borsa con i soldi e il passaporto: fu un battesimo duro. Non volevo ricorrere alla mia famiglia per attestare la mia indipendenza e in qualche modo me la cavai…».
Ben presto verranno il Sud Est asiatico, l’ Africa, l’ India, il Tibet. Poi, con gli incarichi internazionali alle Nazioni Unite, le missioni nei luoghi di crisi: Bosnia, Albania, Kosovo, Pakistan, Afghanistan, Sudan, Caucaso, Angola, Zambia, Iran, Iraq, Giordania, Tanzania, Burundi, Ruanda, Sri Lanka, Siria e Yemen.
Ma i primi viaggi, quelli per piacere, non si scordano mai: «Viaggiare è la scuola di vita più importante. Guardando il mondo da diversi punti di vista, capisci che tutto è relativo: le culture, le religioni, i costumi, le lingue. Oggi c’ è un localismo identitario esasperato che certo non aiuta la conoscenza reciproca. Quel che consiglio ai giovani è di liberarsi dei pregiudizi, perchè globalità è curiosità e conoscenza. Oggi, poi, tutto è molto più semplice, il mondo ce l’ abbiamo in casa».
A proposito di giovani. C’ è un’ altra svolta nella vita di Laura Boldrini.
Bisogna saltare al 1993, quando nasce Anastasia: «Mia figlia mi ha aperto un’ altra dimensione anche nel lavoro. Con la maternità ho scoperto la parte interiore ed emotiva che stava dentro di me, un lato rimasto in ombra. Da allora ho capito che non bisogna mai abituarsi al dolore dell’ umanità : ho cominciato a vedere nella sofferenza degli altri gli occhi di mia figlia».
La separazione dopo dieci anni di matrimonio, un lavoro sempre più impegnativo, e ancora viaggi.
Disagi per la madre e disagi, probabilmente, anche per la figlia: «Non ho mai vissuto Anastasia come una rinuncia, ho solo cercato di organizzarmi al meglio: mi auguro di essere riuscita a darle una serenità e se ci sono delle mie mancanze è per ragioni che credo e spero lei condivida. Da piccola, quando io partivo, Anastasia mi preparava una piccola valigia. Diceva: la devi dare a un bambino che non ha niente, però devi fare la fotografia perchè voglio essere sicura…».
Mamma Laura allora lavorava al Programma alimentare delle Nazioni Unite. Anastasia pensava che il suo lavoro consistesse nel cucinare per gli altri e diceva: «Ma poveretti, la mamma sa fare solo la pasta in bianco…».
Se Anastasia volesse partire fra qualche anno, come fece Laura a suo tempo?
Sorriso: «Mia figlia l’ ho già portata in Madagascar, in Tanzania, negli Stati Uniti più volte, è stata in Spagna, in Francia, in Inghilterra. Alla sua età io avevo fatto qualche gita al Monte San Vicino… Però avevo già avuto i miei conflitti, a scuola, in famiglia… I conflitti fortificano.Oggi il mondo non è più pericoloso di allora, ma i ragazzi sono più fragili e meno pronti ad affrontarlo. Se Anastasia mi dicesse: parto da sola, morirei di paura».
Paolo Di Stefano
(da “il Corriere della Sera“)
26 luglio 2009
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
NON C’E’ ACCORDO TRA I TRE GRUPPI PRINCIPALI… IL CENTROSINISTRA DIVISO SULLE SOLUZIONI, NEL CENTRODESTRA LA LEGA STRIZZA L’OCCHIO AL PD, I GRILLINI GIOCANO A FARE I PRIMI DELLA CLASSE
Cinque votazioni non sono bastate a sbloccare l’impasse che attenaglia il nuovo Parlamento.
Come era nelle previsioni e negli annunci della vigilia, i tre poli politici in cui sono al momento rigidamente divise le Camere sono rimasti sulle loro posizioni e alla fine le tre votazioni di Montecitorio e le due di Palazzo Madama si sono concluse con la valanga di schede bianche espresse da centrodestra e centrosinistra, mentre il Movimento Cinque Stelle ha votato compatto per i suoi candidati, Roberto Fico e Luis Alberto Orellana.
A questo punto tutto è rinviato a oggi, quando la Camera e il Senato torneranno a riunirsi alle 11.
A Montecitorio il quorum scende e per l’elezione servirà la maggioranza assoluta dei voti.
A Palazzo Madama alla terza votazione sarà sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dei presenti (e non dei ‘componenti’ com’è stato nelle due prime votazioni).
E si dovranno computare tra i voti anche le schede bianche.
Qualora nessuno riesca a riportare detta maggioranza, il Senato procede nello stesso giorno al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti e verrà proclamato eletto quello che consegue la maggioranza, anche se relativa.
A parità di voti sarà eletto o entrerà in ballottaggio il più anziano di età .
A decidere i giochi saranno quindi probabilmente i contatti informali e le riunioni ufficiali dei diversi gruppi previste per questa mattina.
Il tam tam dei corridoi parlamentari parla di una possibile soluzione targata Pd-Scelta civica. Anna Finocchiaro sarebbe in pole position per la presidenza del Senato e Lorenzo Dellai, neoeletto con il centro di Mario Monti, per la Camera.
Berlusconi, che in serata ha lasciato l’ospedale San Raffaele, insorge: “Il Pd è irresponsabile, ignora la nostra disponibilità a garantire un governo al Paese. Noi ci chiamiamo fuori da ogni trattativa di spartizione delle principali cariche istituzionali. La sinistra non occupi anche il Colle”.
Ma l’ipotesi dell’intesa con i montiani è una scelta di ripiego per i democratici, all’ostinata ricerca di un confronto con i 5 Stelle, che permetterebbe quanto meno di salvare il principio della condivisione nelle scelte delle cariche istituzionali.
E poi i democratici rischiano di aprire una prima frattura nella coalizione di centrosinistra con Sel, visto che oggi il leader Nichi Vendola ha più volte ripetuto l’auspicio della nomina di un presidente di Montecitorio targato M5S, così da “far sentire al movimento il peso della reponsabilità “.
Trovare un’intesa resta però complicato e stando alle indiscrezioni, il Pd avrebbe chiesto di ritardare le prime votazioni nei due rami del Parlamento in attesa di capire l’esito dei contatti in corso con le forze politiche.
Lo stallo assoluto nella scelta dei presidenti non ha impedito però di fare di questa prima giornata di lavori parlamentari una data storica, viste le tante novità .
L’atmosfera era quella da primo giorno di scuola per i tanti neoeletti, soprattutto del M5S.
In attesa dell’assegnazione definitiva dei posti, che avverrà dopo la costituzione dei gruppi parlamentari, i deputati grillini hanno deciso di non sedersi nè a destra nè a sinistra, ma di occupare gli scranni nella parte superiore dell’emiciclo di Montecitorio.
A Palazzo Madama i senatori grillini hanno invece optato per gli scranni centrali dell’aula.
I presidenti provvisori delle due assemblee, Antonio Leone alla Camera ed Emilio Colombo al Senato, hanno salutato i nuovi eletti sottolineando che il nuovo Parlamento è il più giovane e il più “rosa” nella storia della Repubblica.
Parole che sono state accolte con un lungo applauso. C
amera e Senato hanno anche reso omaggio al Presidente della Repubblica e hanno salutato l’elezione di papa Francesco.
Prima di iniziare le procedure di voto, le due assemblee hanno registrato le eventuali rinunce dei parlamentari e il “ripescaggio” dei subentranti.
La senatrice M5S Giovanna Mangili ha subito rinunciato al seggio per ragioni personali. A seguito della rinuncia di Silvio Berlusconi, che è stato eletto in più regioni e ha dovuto optare per una sola circoscrizione, sono entrati in Senato Domenico Scilipoti e l’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini.
(da “la Repubblica“)
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Marzo 15th, 2013 Riccardo Fucile
TUTTI I PASSAGGI RICHIESTI PER ELEGGERE I PRESIDENTI DI CAMERA E SENATO
Con la prima convocazione di Camera e Senato, oggi si apre la diciassettesima legislatura. 
Come si comincia?
La Camera è convocata per le 10,30 di stamattina. All’ordine del giorno la costituzione dell’ufficio provvisorio di presidenza, la costituzione della Giunta delle elezioni provvisoria e la proclamazione dei deputati subentranti, e infine l’atto più importante, l’elezione del presidente. Per questo primo giorno l’assemblea è presieduta dal più anziano per elezione tra i vicepresidenti della legislatura precedente: in questo caso sarà il deputato del Pdl Antonio Leone. A Palazzo Madama i senatori sono convocati per le 11, con lo stesso ordine del giorno. A presiedere la seduta sarà il senatore a vita più anziano, Emilio Colombo.
Come si elegge il presidente della Camera?
Il presidente di Montecitorio si elegge a scrutinio segreto. Quale sia il «quorum» necessario lo spiega il regolamento interno: per essere eletti al primo scrutinio serve la maggioranza dei due terzi dei componenti dell’assemblea. Dal secondo scrutinio la maggioranza è sempre dei due terzi, computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti.
Come sono gli equilibri di voti a Montecitorio?
Alla Camera la coalizione che ha la maggioranza assoluta dei voti è quella guidata da Bersani, con circa 345 deputati. Sui 125 sono gli scranni della coalizione di centrodestra, 109 invece i deputati del Movimento 5 Stelle. 47 quelli dello schieramento che presentava come candidato premier Mario Monti. La coalizione di centrosinistra avrebbe i voti per eleggere, al terzo scrutinio, un nome di suo gradimento. Colloqui e incontri sono in corso però tra i gruppi per vedere se sia possibile arrivare a una figura condivisa.
Qual è il compito del presidente della Camera?
Si tratta di una figura al di sopra delle parti che, oltre a presiedere le sedute, dirigendo la discussione e dando la parola ai deputati, decide dell’ammissibilità dei progetti di legge, degli emendamenti, ordini del giorno, mozioni, interrogazioni e interpellanze. Cura l’organizzazione dei lavori convocando la conferenza dei capigruppo e nomina i componenti degli organi interni di garanzia istituzionale, la Giunta per il regolamento, la Giunta delle elezioni e la Giunta per le autorizzazioni.
Chi è stato il più giovane presidente della Camera?
Irene Pivetti, della Lega, eletta a 31 anni il 16 aprile 1994, presidente nella dodicesima legislatura. Rimase in carica fino all’8 maggio 1996.
Quante presidenti della Camera donne sono state elette?
Dal 1948 a oggi solo due: Nilde Iotti, dal ’79 all’83 e poi ancora dall’83 all’87 e dall’87 al 1992 (ottava, nona e decima legislatura), e, appunto, Irene Pivetti.
Come è composto l’Ufficio di presidenza della Camera?
Accanto al presidente, l’assemblea dovrà poi eleggere un Ufficio di presidenza, composto da quattro vicepresidenti, tre questori, almeno otto segretari (possono essere anche di più, per consentire la presenza nell’Ufficio di presidenza di tutti i gruppi parlamentari). All’Ufficio sono attribuite varie competenze, tra cui i ricorsi sulla costituzione dei gruppi parlamentari e la composizione delle Commissioni, la ripartizione dei rimborsi elettorali e la deliberazione del bilancio della Camera (da sottoporre all’approvazione dell’assemblea).
Come si elegge il presidente del Senato?
Anche al Senato lo scrutinio per l’elezione del presidente è segreto. Per essere eletti al primo scrutinio, serve la maggioranza assoluta dei voti dei componenti (160 voti, essendo i senatori eletti 315 più quattro senatori a vita). Se non si raggiunge questo numero nemmeno al secondo scrutinio, si rinvia al giorno successivo, e nella terza votazione basta la maggioranza assoluta dei presenti, contando anche le schede bianche. Se non si arriva all’elezione, si procede al ballottaggio tra i due candidati più votati nello scrutinio precedente. In caso di parità di voti è eletto o va al ballottaggio il più anziano d’età .
Come sono gli equilibri al Senato?
La situazione dei numeri è più complicata. La coalizione di centrodestra ha 117 voti sicuri, quella di centrosinistra circa 120. Il Movimento 5 Stelle ha portato 54 senatori, la Lista Monti 19, più Mario Monti stesso, che è senatore a vita. Nessuno ha la maggioranza assoluta che possa garantire un’elezione certa.
Qual è il compito del presidente del Senato?
Il presidente rappresenta il Senato e regola l’attività di tutti i suoi organi, spiega il regolamento interno. Dirige la discussione, mantiene l’ordine, giudica la ricevibilità dei testi, sovrintende alla funzioni attribuite ai questori e ai segretari. A lui si affianca il Consiglio di presidenza: 4 vicepresidenti, 3 questori e un numero di segretari che garantisca la rappresentanza di tutti i gruppi.
C’è mai stata una presidente donna?
No, la carica di presidente del Senato, seconda carica dello Stato, al pari della prima (presidente della Repubblica) non è mai stata ricoperta da una donna.
Francesca Schianchi
(da “La Stampa”)
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Marzo 15th, 2013 Riccardo Fucile
I CINQUESTELLE FANNO MURO, IL PD GUADAGNA UN GIORNO DI TRATTATIVE CON LA SCHEDA BIANCA
Il Parlamento riapre in stato confusionale.
Nessuno ha idea di come potrà nascere il governo, condizione per non tornare alle urne.
Ma senza proiettare lo sguardo avanti (se ne occuperà Napolitano dalla prossima settimana), una fitta nebbia avvolge i passaggi più immediati, che consistono nella scelta dei presidenti di Camera e Senato.
Bersani sperava di intavolare con Grillo qualche forma di negoziato, concedendo per esempio lo scranno più alto di Montecitorio al M5S in cambio di un appoggio grillino al candidato Pd per Palazzo Madama (in pole position la Finocchiaro).
Ci contava perchè da cosa potrebbe nascere cosa, se il confronto decolla chissà dove può portare… Invece niente.
Da Grillo zero aperture, semmai qualche ulteriore provocazione. Come la sfida a tagliare gli stipendi dei parlamentari Pd, massimo 2500 euro netti al mese (più benefit) come hanno già fatto quelli a Cinque stelle.
Di trattare non se ne parla, tantomeno sulle poltrone.
Pare che ben cinque volte il telefono del capogruppo Crimi sia suonato, e per altrettante volte il vicesegretario Pd Letta si sia sentito rispondere che uno scambio sulle presidenze «sarebbe un suicidio».
A sera, Grillo ha messo sul suo blog un intervento del costituzionalista Becchi, il quale esorta a «non ascoltare le sirene Pd». piuttosto «meglio un salto nel buio».
Il guaio è che questo salto non viene gradito in Europa, dove condividono la nostra sorte.
Il tedesco Spiegel addita in Grillo «l’uomo più pericoloso» per l’Ue, tanto più dopo l’intervista al quotidiano Handelsblatt dove Beppe ha dichiarato «siamo già fuori dall’euro».
Pur con tutto il bene che può volergli in questo momento, Bersani è costretto a metterci un freno: «Andarlo a dichiarare proprio a un giornale tedesco, non è il massimo della trovata. Vuol dire che andiamo nel Mediterraneo con della carta straccia in tasca e un disastro di proporzioni cosmiche per questa fase».
Certe posizioni anti-euro, il Pd non le regge.
Se poi il Grillo non fa nemmeno lo sforzo di dialogare…
Ecco dunque come si annuncia la giornata odierna: le Camere si riuniscono già sapendo che le prime votazioni saranno un nulla di fatto. il M5S presenterà i propri candidati, scelti attraverso votazioni interne (Fico per Montecitorio, Orellana per Palazzo Madama); il Pd esprimerà scheda bianca in attesa che qualcosa maturi.
Dalle parti del Nazareno si sosteneva che, come gesto nobile e lungimirante, sarebbe stato bene concedere la presidenza della Camera al grillino, perfino senza nulla in cambio…
Però la prospettiva di rinunciare gratis allo scranno che fu di Fini provoca mugugni nel partito.
Franceschini (candidato numero uno per quella posizione) non si troverebbe d’accordo.
Renzi ha riunito i suoi in una logica che un tempo si sarebbe definita di corrente, mettendo sul chi vive Bersani.
Per farla breve: il cadeau della presidenza ai grillini non è ancora stato consegnato. Una riunione serale tra le delegazioni è stata disdetta. Per ricucire in teoria c’è tempo fino a stasera, in quanto domani di riffa o di raffa i due presidenti andranno per forza eletti.
Al Senato il regolamento prevede che, dopo la terza votazione, scatti il ballottaggio tra i candidati più votati.
Questo ballottaggio si terrà domani sera, e qualcuno mette in giro la voce che alla Camera andranno a rilento per vedere come finisce nell’altro ramo, e regolarsi di conseguenza.
L’unica buona notizia per le istituzioni repubblicane è che il Pdl non farà l’annunciato Aventino.
Decisivo nel far recedere Berlusconi è stato Napolitano, unitamente alla Lega che dà l’impressione di smarcarsi da Silvio, e addirittura potrebbe regalare qualche sorpresa nelle votazioni.
Si vocifera di contatti in corso tra montiani e Pdl, nella eventualità che il Prof possa diventare presidente del Senato e magari, tra un mese, della Repubblica.
In cambio Monti spinge perchè il centrodestra non venga tagliato fuori dai giochi (condizione per proporre se stesso come ago della bilancia).
Il Cavaliere scettico sta a guardare.
Per il momento ha dato ordine ai suoi di votare pure loro scheda bianca, poi a seconda della convenienza si vedrà .
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
VIA TARGHE E VINI: IL PALAZZO SI PIEGA AI 5STELLE
Solo per Emilio Colombo il tempo sembra non passare mai.
E non tanto perchè porta i suoi quasi 93 anni bene che più bene non si può.
Il senatore a vita sembra essere l’unico, nei palazzi della politica, a restare attaccato alle tradizioni, e non c’è Beppe Grillo che tenga.
Colombo, che presiederà la prima seduta dell’assemblea di palazzo Madama essendo il più anziano in quel consesso, ha già messo le mani avanti con gli amici: «Se i senatori del Movimento 5 Stelle si presentano senza giacca e cravatta io non li faccio entrare in Aula».
L’esponente della «fu» Democrazia cristiana sembra l’unico a voler resistere all’onda dei grillini.
Per il resto, nei palazzi della politica romana ci si adegua con incredibile velocità .
Alla Camera funzionari che annusano il vento hanno fatto sparire le tracce dei privilegi.
Nella stanza riservata ai deputati che volevano leggere i giornali – ma che più che altro la usavano per lunghi pisolini – è sparita la targa che precisava come il luogo fosse off limits per i comuni mortali.
All’ufficio della posta si è volatilizzata come d’incanto l’insegna d’ottone che ammoniva a dare la precedenza agli «onorevoli deputati».
In Corea, il corridoio parallelo al Transatlantico, quello posto alle spalle dell’Aula, i commessi non inseguono più i giornalisti per cacciarli.
Per un regolamento interno di Montecitorio anche quello spazio è riservato ai parlamentari.
Ufficialmente perchè possano tenere le loro riunioni lontane da orecchie indiscrete, in realtà perchè non vengano visti in compagnia di clienti, lobbisti e ospiti di dubbia moralità .
Ma con i grillini in arrivo meglio chiudere un occhio, anzi due, anzi ancora, meglio lasciarli entrambi serrati e voltarsi pure dall’altra parte.
Non si sa mai dicano che la «casta» vuole tenersi stretto qualche metro quadrato di corridoio.
Anche alla buvette la Camera si è adeguata al nuovo che avanza.
Sembra di entrare in un emporio bulgaro, dice qualcuno. No, sembrano i magazzini Gum della Mosca sovietica, replica qualcun altro.
Le scatole di cioccolatini di marca sono scomparse.
Le poche bottiglie di vino decenti anche.
Restano sui banconi panini stantii, un po’ di frutta dall’aria affranta e qualche tavoletta di cioccolato non particolarmente pregiato.
I prezzi sono esposti ovunque, a mostrare che non sono più bassi che altrove.
Fatica sprecata.
L’altro giorno, quando hanno fatto la loro gita a Montecitorio, i grillini si sono tenuti ben lontani dalla buvette, quasi fosse un luogo del demonio.
Al Senato, nel frattempo, si provvede a competere in austerity con la Camera.
Il ristorante che è stato chiuso pochissimo tempo fa, resterà sbarrato.
Era stato la pietra dello scandalo per i prezzi bassissimi e ora è più opportuno evitare che i grillini si ricordino quell’episodio non propriamente commendevole.
Si farà un altro appalto, si manterrà l’attuale, sarà quel che sarà , ma si deciderà solo quando si saranno insediati i nuovi senatori.
Per ora basta e avanza il bar interno.
Maria Teresa Meli
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL GRADITO RITORNO DI MOLTI ALL’IMMUNITA’…STAVOLTA SONO PIU’ AL SENATO
Per molti è un gradito ritorno all’immunità , per altri una felice prima volta, ma la pattuglia di
impresentabili è ancora molto nutrita.
Stavolta la loro “casa” è soprattutto al Senato, ma anche alla Camera la compagnia è gaudente e numerosa.
A partire da due ospiti di spicco: Raffaele Fitto e Saverio Romano.
Entrambi militanti di lungo corso pidiellino, sono stati rieletti nelle rispettive regioni nonostante una fedina penale lucidata di fresco.
Come quella di Fitto, che proprio in campagna elettorale è stato riconosciuto colpevole in primo grado di corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio.
Ad incastrare il parlamentare la presunta tangente da 500mila euro che l’ex ministro Pdl avrebbe ricevuto dall’editore e imprenditore romano Giampaolo Angelucci. Per il fedelissimo di Totò Cuffaro, invece, era arrivata l’assoluzione per concorso esterno in associazione mafiosa che subito si è riaperta un’altra voragine, stavolta per corruzione: avrebbe ricevuto 50mila euro da Gianni Lapis, storico tributarista di Vito Ciancimino, per inserire in finanziaria una norma a favore della Gas spa, l’azienda energetica che avrebbe fatto capo all’ex sindaco mafioso di Palermo e a Bernardo Provenzano.
E siamo solo all’inizio.
Mentre si saluta chi c’è sempre stato come Lorenzo Cesa e qualcuno avverte che presto potrebbe rientrare nelle fila Pdl alla Camera anche Amedeo Laboccetta, non eletto per un soffio, ecco che si ritrova Luigi Cesaro, “Giggino a’ purpetta”, ex presidente pidiellino della provincia campana e indagato dalla Dda per associazione camorristica, ma anche Antonio Angelucci (indagato per associazione a delinquere, truffa e falso) ed Elvira Savino, che in Puglia deve rispondere di concorso in riciclaggio.
Ci sono anche delle new entry di prestigio.
Come quella di Paolo Alli, vice di Formigoni, inquadrato come “intermediario” dalla magistratura di Milano; avrebbe ricevuto 250mila euro che sarebbero stati consegnati all’uomo di fiducia del Celeste, Mazarino De Petro, già coinvolto nell’inchiesta Oil for Food.
E, infine, Nino Minardo, dalla Sicilia sempre con furore, dopo che la sua condanna ad un anno per abuso d’ufficio è stata ridotta ad 8 mesi.
C’è di che festeggiare.
Ma è il Senato, si diceva, la vera “casa” dei nuovi (o antichi) impresentabili.
C’è Alfredo Messina, Pdl, accusato di favoreggiamento in bancarotta, Paolo Romani, indagato per peculato e istigazione alla corruzione, Ignazio Abrignani, indagato per dissipazione post fallimentare e Salvatore Sciascia, sempre Pdl, condannato a due anni e sei mesi per corruzione.
Poi, loro, uomini del calibro di Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, entrambi rieletti (Calabria e Abruzzo) per ordine del Cavaliere, così come — per lo stesso motivo — Elena Centemero in Lombardia (è stata insegnante dei figli di B) e Augusto Minzolini in Liguria.
E ancora l’ex ministro Nitto Palma con Riccardo Villari in Campania.
Quest’ultimo, di cui si ricorderanno le gesta come uomo Pd che non voleva dimettersi da presidente della Vigilanza Rai, oggi veste la maglia di Arcore.
“Come si cambia per non morire”, cantava Fiorella Mannoia e i versi si addicono anche a Franco Carraro, detto “il poltronissimo”, eletto in Emilia nelle file montiane, ma soprattutto a Bernabò Bocca, genero di Geronzi e presidente Federalberghi.
Ma il meglio, di direbbe, lo si tiene per ultimo.
Intanto, arrivano dal Pd alla Camera Rosaria Capacchione, cronista del mattino indagata per calunnia e Francantonio Genovese, lui per abuso d’ufficio, mentre al Senato il Pd schiera Bruno Astorre, anche lui un guaio per abuso d’ufficio.
Reati che, comunque, sbiadiscono davanti a quelli sfoggiati dal “Celeste” Roberto Formigoni o da Antonio D’Ali, sempre Pdl, un rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa.
E, soprattutto, da Denis Verdini.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile
L’ONDATA DEI GRILLINI SPOSTA GLI EQUILIBRI INTERNI… MENO POLITICI DI PROFESSIONE, CI SONO DUE CASALINGHE
È la domanda che tutti, più o meno, si stanno ponendo in queste ore: come cambierà il nuovo Parlamento?
I nuovi eletti hanno firmato ieri, ma l’incognita principale, è chiaro, è rappresentata dall’ondata di grillini che approderà alla Camera e al Senato.
Si tratta di 109 eletti a Montecitorio: l’età media è di 33 anni, i più vecchi ne hanno 39, i più giovani, e sono in 5, ne hanno 25, e più di un terzo è donna.
E 54 al Senato, di cui il 44% è donna, età media 46 anni e un massimo di 59 anni.
Anche scorrendo le professioni ci si accorge che non si è più davanti ai soliti noti.
Non ci sono politici di professione, ma questo si sa, è la forza del movimento.
Tra Camera e Senato prevalgono gli impiegati e i liberi professionisti, ma ci sono anche disoccupati, o meglio ex disoccupati. Tanti, poi, gli ingegneri e gli informatici.
Un quadro che coincide con quanto anticipato da uno studio del Centro italiano studi elettorali, diretto da Giuseppe D’Alimonte e pubblicato dal sito Lavoce.info qualche giorno fa.
Un’analisi anche delle strategie di selezione politica.
Se dunque nel vecchio Parlamento il 65 per cento dei deputati possedeva una laurea, adesso i laureati saranno compresi tra un 65 e un 72 per cento.
Ma, analizzando più nel dettaglio i dati degli eletti alla Camera, sorpresa, le liste con il minor numero di laureati risultano essere quelle del Pd (67%) e della Lega (40%).
Centrosinistra al 70%, centrodestra al 65%.
Il picco però è toccato dall’Udc, con il 95% di laureati, seguito da Scelta Civica con Monti (78%). Terzo posto per i grillini, sempre con un 78%.
Tra l’altro, secondo un’indagine della Coldiretti, con un’età media di 48 anni i nuovi parlamentari italiani sono i più giovani eletti nelle assemblee di Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna e Usa.
Per quanto riguarda invece la professione dei nuovi eletti, rimangono le differenze tradizionali della selezione politica dei partiti della Seconda Repubblica.
In media, sempre a Montecitorio, nel centrodestra risultano esserci più imprenditori (14%), avvocati e magistrati (14%).
Alto anche il numero dei dirigenti pubblici e privati (10%). Nel centrosinistra spiccano gli impiegati 32%, i politici di professione (10%) e i sindacalisti (3%).
Il Movimento 5 stelle, in questo senso, porta una chiave diversa di lettura.
Il 15 per cento degli eletti è al di fuori della forza lavoro: pensionati, studenti, casalinghe…
Uno spicchio di società finora mai così rappresentato.
Queste stesse categorie nel centrodestra sono il 7,5%, mentre nel centrosinistra il 6,6%.
Nel M5s alto anche il numero di impiegati, il 35%, seguito a ruota dal Pd (33,2%).
Ma tra i grillini si vedono anche tanti liberi professionisti (23,8%), a fronte di quelli di Scelta civica (12%).
Il record di medici spetta invece al centrosinistra, (10,3%), superato solo dai montiani (15%).
E anche i professori, categoria un tempo ben rappresentata dal centrosinistra, questa volta sembra invece aver preso strade diverse.
Se ne trovano il 3,4% nel centrosinistra, l’8,3% in Scelta civica e il 7,1% nel Movimento 5 stelle.
Infine, un elemento: nel M5s zero politici, che nel centrosinistra sono il 9,5% e nel centrodestra il 5%.
Angela Frenda
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile
OBIETTIVO E’ SISTEMARE IN EXTREMIS I PORTABORSE…IL PERSONALE SCHIZZERA’ A 580 ELEMENTI, CIFRA RECORD…COSTO TRE MILIONI DI EURO IN PIU’
Quando pure l’aria condizionata di Montecitorio si faceva irrespirabile, per quel vento implacabile contro la casta, il solerte ufficio di presidenza emanava comunicati a raffica: risparmiamo di qua, tagliuzziamo di là .
E sciorinava piani triennali: la Camera ha cassato 150 milioni di euro.
D’un colpo. Ora che mezza casta è rimasta a casa, prima di consegnare il testimone, il medesimo ufficio di presidenza da Gianfranco Fini (non eletto) e con i rappresentanti di Lega, Pdl, Udc, Idv, Pd e deputati di agglomerati sciolti — prepara una succosa delibera per l’ultima riunione del 5 marzo: 30 assunti a tempo indeterminato.
D’un colpo, ancora.
I contratti non cadono per sbaglio: vanno a proteggere i collaboratori, fidati assistenti e segretari, che hanno lavorato per i 18 componenti dell’ufficio di presidenza.
Ci sono a disposizione 30 posti, ancora da spartire, ma che mettono tutti d’accordo. Tant’è che i questori — cioè i deputati che amministrano la Camera — non sono riusciti a controllare l’informazione riservata.
I fortunati 30 hanno seguito un percorso diverso: a chiamata.
Siccome il tempo per i rispettivi referenti politici è finito, la chiamata va resa infinita con una sanatoria che costerà 3 milioni di euro l’anno.
Lo scontrino (pubblico) ha un valore, poi c’è il retroscena buffo.
L’ufficio di presidenza, lo scorso dicembre, aveva approvato un documento per bloccare una prassi che procedeva spedita dal ’94: i collaboratori dei gruppi parlamentari, conclusa la legislatura di cinque anni, venivano regolarizzati e distribuiti ai nuovi entranti.
Soltanto che la prassi si è gonfiata troppo: è diventata un plotone di 550 persone in meno di vent’anni.
Con una mano si ferma la tradizione e con una mano si rinnova: i 30 assunti verranno inseriti nell’organico a disposizione dei prossimi gruppi.
Ma non erano già di un numero esagerato?
Domanda: e se il Movimento Cinque Stelle non dovesse accettare il supporto di un ex berlusconiano o bersaniano? Non succede nulla.
Non ci saranno disoccupati.
Perchè i 30 sono di fatto distaccati, ma appartengono all’Ufficio di presidenza che avrà , invece, un ammanco di 3 milioni di euro in bilancio.
Questa è l’estrema furbata di un Parlamento che non ha giocato con le tre carte, ma che le ha nascoste.
Per anni, dal ’94, Montecitorio è stato imbottito di ex portaborse, a volte meritevoli e a volte inadeguati, finchè l’antipolitica non li ha travolti.
Valeva una regola: varcato il portone centrale, non si esce più.
Poi le conseguenze sono piovute nel mucchio. Senza distinzioni. Senza ricordare che, spesso, c’erano consulenti giuridici sottopagati, proprio quelli che aiutavano i deputati a scrivere le leggi.
Stavolta, un Parlamento che non esiste più si industria per salvare gli amici: e non con una retribuzione di medio livello, ma con l’inquadratura da dirigente.
In soldoni: circa 100mila euro l’anno — in media — per ciascuno dei 30.
Il Fatto ha contattato i portavoce di Gianfranco Fini, Antonio Napoli, Rosy Bindi e direttamente i deputati Silvana Mura e Mimmo Lucà : c’è chi non ha risposto, chi non rammentava, chi aspettava l’ordine del giorno.
C’è un pezzo di Montecitorio — quelli assunti superando un concorso pubblico — che tifa contro l’ennesima sberla morale.
Mancano tre giorni per fermare le penne che dovranno firmare una delibera da 3 milioni di euro.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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