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“BERLUSCONI E’ FINITO, IL GOVERNO ALLO SFASCIO”: COSI’ BISIGNANI RACCONTA IL TRAMONTO DEL PREMIER

Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile

DA LA RUSSA A TREMONTI, DALLA GELMINI ALLA CARFAGNA, DA SCARONI A CAPEZZONE, GLI SFOGHI DEGLI ALLEATI CONTRO IL PREMIER

Luigi Bisignani il gran commis della politica e degli affari italiani, lo aveva previsto. Le informazioni che raccoglieva da uomini dell’alta finanza, militari, magistrati amici ed infedeli, gli sfoghi dei ministri, sottosegretari e onorevoli vari non lasciavano dubbi.
Al telefono, nel suo ufficio di piazza Mignanelli, ascoltava.
E più ascoltava, più capiva. Che «il Governo è ormai allo sfascio», che «il povero Gianni Letta non ha più nessun tipo di ascendente», che Silvio Berlusconi «si fa male da solo», che «il comportamento dei ministri è da asilo Mariuccia».
Bisignani ascolta, passa ore al telefono, annota nomi, muove pedine.
La Guardia di Finanza – in un’informativa ai pm – stila una classifica dei contatti più frequenti: in testa, il sottosegretario Daniela Santanchè e il ministro Frattini.
A seguire Lorenzo Cesa, Raffaele Fitto, Mario Baccini, il ministro Prestigiacomo, Denis Verdini, Clemente Mastella e altri.
«Chiedono tutti ripetutamente un appuntamento, o anche solo un contatto al telefono». Lui non si nega.
Gli raccontano di un Consiglio dei ministri che vara la Finanziaria in tre minuti.
«Una roba vergognosa, il governo non esiste più». Gli spiegano le faide interne e lui si preoccupa. Teme che Berlusconi possa cadere e andare a processo e «con le regole normali, lo condannano sicuro, finisce la festa per tutti».
Cerca di ricucire lo strappo dei finiani, ma gli attacchi di Libero e il Giornale sulla casa di Montecarlo gli scombinano il puzzle.
Al grande “confessore” arrivano pure i gossip.
Il più succoso: «Mara Carfagna vuole sposare Silvio Berlusconi».
Questo lo scenario che si apre agli occhi di Bisignani: ricorda vagamente “le Iene” di Quentin Tarantino, tutti contro tutti, zero fiducia, ansia da fine impero.
Una sceneggiatura “scritta” nelle migliaia di intercettazioni, contenute nella richiesta di arresto per Luigi Bisignani e per il deputato del Pdl Alfonso Papa.
Il 14 ottobre del 2010 alle 15,23, Roberto Sambuco, il Garante per la sorveglianza dei prezzi, chiama Bisignani.
Il Consiglio dei ministri è stato un lampo, appena tre minuti, e Sambuco racconta: «Gianni Letta ha portato la Finanziaria pregando tutti di non intervenire, una roba vergognosa. Non funziona più Luigi, se è così è finita. Lui (Tremonti, ndr) si è fatto pure la conferenza stampa, Paolo Bonaiuti almeno ha avuto il buon gusto di non andare».
E le agenzie stampa riportano le parole di Tremonti, quel giorno: «Abbiamo varato la Finanziaria dopo una discussione responsabile».
E che la situazione all’interno del Governo sia esplosiva, Bisignani lo capisce anche da Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni.
Scaroni: «Devo dire la verità , lui (Berlusconi ndr) parla bene, è un fuoriclasse assoluto. Se soltanto…».
Bisignani chiude la frase: «Se soltanto si mettesse a fare il Presidente del Consiglio…».
«Infatti – chiosa Scaroni – Berlusconi si fa male da solo».
Un’opinione, quella dell’ad dell’Eni, che si rafforza dopo aver incontrato ad Arcore il premier il 25 ottobre: «Ma che tristezza – racconta all’amico Gigi – non sa proprio che pesci pigliare».
Lo strappo di Fini, le polemiche sulla casa di Montecarlo, tormentano Bisignani per tutta l’estate: «Questa rottura è una follia – si lamenta con Ciriaco Pomicino, suo amico intimo – Berlusconi è caduto nella trappola di Ignazio La Russa, di Gasparri e di Matteoli che gli hanno fatto fare quello che non sono mai riusciti a fare e che avrebbero voluto fare con Fini».
E Pomicino: «Ti devo dire la verità , il vero nemico è l’altro, il ministro Tremonti». Bisignani: «Certo che è l’altro, ha soltanto da guadagnarci…Il povero Letta non ha nessun tipo di ascendente in questo momento, è in balia proprio. Le trattative riservate le sta facendo tale Silvia Rossi (forse Mariarosaria Rossi deputata del Pdl ndr), una che ha l’ottava misura, guarda sono senza parole…».
A fine estate il telefono di Bisignani brucia.
Lo chiamano l’allora ministro Andrea Ronchi, il ministro la Russa («tu mi puoi aiutare a trovare il bandolo della matassa»).
Arriva anche la chiamata di Daniele Capezzone, portavoce del Pdl. «Per organizzare il programma degli interventi alla festa di Milano, sapessi, la fiera delle piccole vanità , a livelli da asilo Mariuccia. E si tratta di ministri, viceministri, sottosegretari… degli spettacoli da ridere. Se sulle cose più banali si fa questo circo, figurati sulle cose serie».
È il 22 ottobre quando Bisignani chiama il giornalista Roberto D’Agostino.
I due parlano del ministro delle Pari opportunità  Mara Carfagna e del gossip riguardo a una sua relazione con Italo Bocchino.
«È sempre più matta – dice D’agostino – l’ultima che mi hanno detto è che lei vuole…pretende davvero la mano di Berlusconi, vuole che la prenda…la impalmi». Bisignani: «Ma cose da pazzi».
«E non hai idea di cosa sta facendo quell’altro, Mezzaroma (Marco, il fidanzato della Carfagna, ndr). Mezzaroma mezza comparsa ovviamente».
Denis Verdini, coordinatore del Pdl, chiama il ministro Maria Stella Gelmini per ringraziala dell’aiuto.
Il ministro informa subito Bisignani e gli racconta di avere affrontato un incontro con 40 parlamentari impazziti, che volevano la testa di Verdini, degli altri coordinatori e dei capigruppo.
Gelmini informa ancora l’amico Luigi di aver firmato un patto di non belligeranza con gli ex di An.

Fabio Tonacci e Francesco Viviano
(da “La Repubblica”)

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ORA BERLUSCONI PUNTA SUL RIMPASTO: LA BERNINI AL POSTO DI ALFANO, CHIUSURA VERSO CASINI, IL CASO DECRETO SALVA-NAPOLI

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER CERCA DI PACIFICARE LA MAGGIORANZA DISTRIBUENDO I POSTI DI GOVERNO VACANTI

E adesso il rimpasto.
Per “pacificare” una maggioranza scossa dall’inchiesta sulla P4 e provare a gettare olio sulle onde, Berlusconi mette all’asta i posti vacanti nel governo.
Superata la verifica, il Cavaliere è deciso infatti a rimettere mano alla squadra, a partire dalla postazione più prestigiosa, quella di ministro della Giustizia. Un’operazione imposta nei tempi dalla imminente ratifica – il primo di luglio – di Angelino Alfano come segretario del Pdl, una carica che gli imporrà  di dare le dimissioni da Guardasigilli.
Che voglia tranquillizzare la coalizione lo si è capito pure dalla telefonata fatta ieri a Bossi per invitarlo a lasciare Reguzzoni alla guida del gruppo leghista.
La partita per la successione a via Arenula sembra sul punto di chiudersi: ieri Berlusconi ha confidato di avere su quell’incarico “le idee chiarissime”, ma in realtà  l’incastro di sta rivelando più difficile del previsto.
L’intenzione del premier è infatti quella di indicare per la poltrona che fu di Togliatti l’avvocato Anna Maria Bernini, 45 anni.
Agli amici l’interessata ha confidato di essere abbastanza sicura della promozione, facendo i debiti scongiuri: “Già  altre volte sono entrata nel totonomine e poi non se n’è fatto niente… vedremo”.
Il fatto è che, benchè il premier la sostenga, il resto del Pdl e soprattutto quelli che si occupano di giustizia, le hanno già  fatto terra bruciata intorno.
In queste ore stanno sussurrando nell’orecchio del Cavaliere mille obiezioni: “È alla sua prima legislatura… Napolitano sarebbe contrario… Stiamo andando allo scontro finale con i pm, ci serve un ministro di guerra”.
Dubbi che tuttavia non avrebbero fatto breccia in Berlusconi, che si è preso ancora una settimana di tempo per la decisione definitiva: “Ne parleremo al mio rientro dal consiglio europeo di Bruxelles”.
Sul tavolo anche l’ingresso di un altro leghista al governo – sarebbe Marco Reguzzoni – per premiare la fedeltà  di Bossi all’alleanza.
La poltrona sarebbe quella liberata da Andrea Ronchi: le politiche comunitarie. In alternativa a Reguzzoni potrebbe essere promosso Roberto Castelli.
Il rimpasto è rimasto comunque fuori dall’incontro al Colle tra Berlusconi, Letta e Napolitano.
Il capo dello Stato non intende infatti farsi trascinare in uno screening preventivo dei candidati, lasciando al governo la responsabilità  politica delle nomine. Nel faccia a faccia si è discusso invece della verifica parlamentare, dalla quale Berlusconi è uscito ringalluzzito. “Vado avanti fino al 2013, ha visto che numeri presidente?”, si è vantato il Cavaliere con Napolitano, forte di quella “quota 317” raggiunta il giorno prima alla Camera.
Il capo dello Stato, che aveva espressamente chiesto al governo di riferire in Parlamento sulla nuova maggioranza (quella nata dopo l’ingresso di Scilipoti & Co.), si è mostrato soddisfatto per l’andamento del dibattito.
Soprattutto perchè ha potuto apprezzare, da parte della maggioranza ma anche di tutte le opposizioni, la “consapevolezza comune” della necessità  imprescindibile della manovra di correzione dei conti.
Insomma, a differenza della Grecia, pur mantenendo ogni partito le sue ricette, in Italia nessuno gioca al peggio.
Anche per questo la verifica, dice Napolitano, “è stata utile”.
Ma, in questo momento, c’è un’altra faccenda complicata che sta molto a cuore al presidente della Repubblica.
Sono i cumuli di immondizia che soffocano la sua città , persino la strada dove è nato. Così Napolitano ha chiesto al Cavaliere di intervenire immediatamente, approvando senza altri indugi, al prossimo Consiglio dei ministri, il decreto sui rifiuti che è stato bloccato dalla Lega.
Se sulla verifica parlamentare Berlusconi può dirsi soddisfatto, c’è una cosa tuttavia che l’ha fatto imbestialire.
È stata la risposta che Pier Ferdinando Casini ha dato alla sua apertura. “Adesso basta corrergli dietro – è sbottato il Cavaliere dopo aver ascoltato il leader dell’Udc – la partita con Casini è chiusa”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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LA SANTANCHE’ “DOVEVA FALLIRE”, LA SALVO’ BISIGNANI

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL FACCENDIERE RACCONTA LA ROTTURA TRA “CRUDELIA” E GLI ANGELUCCI… ACCENNI A FATTURE FALSE, CAMBIALI E BANCAROTTA

Secondo Luigi Bisignani: “Daniela Santanchè doveva fallire”.
Si è molto mormorato negli ambienti editoriali sulle vere ragioni della rottura brusca del rapporto tra l’attuale sottosegretario del governo Berlusconi, titolare della concessionaria di pubblicità  Visibilia con Tonino Angelucci, deputato del Pdl ma anche editore di Libero.
Per anni i due politici erano stati soci e il giornale allora diretto da Vittorio Feltri veleggiava sui 10 milioni di euro di pubblicità  grazie proprio alla concessionaria della Santanchè, la Visibilia, che procurava paginate di inserzioni.
Luigi Bisignani ha raccontato ai magistrati di avere aiutato Daniela
Santanchè spingendo sull’Eni e non a caso Libero ha ricevuto decine di pagine di pubblicità  dell’Eni.
L’aveva anche presentata all dottoressa Elisa Grande della Presidenza del consiglio, alla quale Daniela aveva subito chiesto di avere un po’ più di pubblicità  istituzionale. Poi avviene una doppia rottura.
Da un lato Bisignani e Santanchè rompono improvvisamente e dall’altro anche Angelucci sceglie un’altra concessionaria.
A sentire Luigi Bisignani però non ci sarebbe solo la gelosia di Libero verso il concorrente dietro la scelta di rompere con la Santanchè.
In una conversazione, intercettata dalla Finanza, con Flavio Briatore, Bisignani insinua che i fatturati pubblicitari spettacolari portati in dote dalla Visibilia a Libero hanno poi avuto delle ricadute negative.
Il 14 ottobre del 2010 viene intercettata una conversazione tra Luigi Bisignani e Flavio Briatore. “Nel corso di tale conversazione”, scrive la Guardia di Finanza, Briatore riferisce che la Santanche andava in giro a dire che Bisignani non l’aveva difesa con gli Angelucci.
Il lobbysta reagisce: “Allora perchè tu lo sappia. Tu glielo dici che me l’hai detto e che se non era per me .. , quelli la facevano fallire per fatture false.
Briatore: Pensa tè.
Bisignani: E glielo puoi proprio dire. E lei lo sà  benissimo. Dato che ci sono rimasto male. Gliel’ho chiesto, perchè mi sembrava una cosa. grave. Lei sà  benissimo che se non fosse stato per il mio intervento, facevano fallire la società  per bancarotta.
Briatore: Pensa tè, che cretina …
Bisignani: tant’è che lei ha dovuto addirittura pagare delle cambiali. Tre milioni e due di cambiali. No, no, diglielo, … perchè io veramente … E che, cavolo.
Briatore: No, no. Comunque non si merita un cazzo. Guarda. Non si merita un cazzo.
Bisignani: Ma diglielo proprio. E ti dico pure i particolari. Le persone che hanno fatto la trattativa, alle quali io ho chiesto in tutti i modi che trovassero un accordo e non facessero fallire la società . Al punto… addirittura.
Briatore: … (incomprensibile)…. Loro sono usciti adesso, nò?
Bisignani: Eh cazzo. Sono usciti, ma per non far fallire la società . Con un buco pazzesco eh… Ma, roba da pazzi…
Briatore: La stessa roba con Preziosi, eh…
Bisignani: Ah. Pure?
Briatore: Se tu parli. Ti ricordi che Preziosi era socio… della sua società ?
Bisignani: Assolutamente.
Briatore: Se tu parli con Preziosi. Perchè io ho sentito la campana di Daniela. Preziosi ha detto: lei mi fregava i soldi, sai. Poi è una che io… (incomprensibile)… cinquanta. Alla fine lei utili non ce ne ha mai perchè li prende dalla società .
Bisignani: Io non sò… se li fregava o non li fregava perchè io non ho mai avuto un centesimo… da niente. Detto questo mi sono battuto perchè si trovasse una composizione… Quelli erano inferociti (incomprensibile)… Ti prego non facciamo casino. Poi hanno trovato una composizione.
Briatore: Però, sono brave persone gli Angelucci, mi sembra, no?
Bisignani: Si, ma comunque erano esasperati. Ma diglielo, perchè questa è una cosa grave, non la riferisse a nessuno perchè se nò, mi incazzo.

Marco Lillo e Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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EFFETTI DELLA RIFORMA FISCALE: MENO TASSE SUI REDDITI PIU’ ALTI E IVA AL 21%

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

LA RIFORMA ANNUNCIATA DAL PREMIER PREVEDEREBBE TRE ALIQUOTE AL 20, 30 E 40%… SAREBBERO RIDISEGNATI GLI SCALONI, COSTEREBBE DAGLI 11 AI 24 MILIARDI CHE VERREBBERO TROVATI CON UN AUMENTO DELL’IVA ED ELIMINANDO MOLTE DETRAZIONI E DEDUZIONI ATTUALMENTE ESISTENTI

Tre aliquote, più basse, senza buchi di bilancio.
Un’equazione di difficile risoluzione quella che Silvio Berlusconi, sulla scia dello schema tremontista a tre aliquote, ha sposato.
Non più le due aliquote annunciate nel 2001 a Porta a porta (23 e 33 sopra i 100 mila euro), ma la terna uscita dal Libro Bianco del 1994 ai primordi della rivolta fiscale del centrodestra.
Con un problema: il costo.
Che andrebbe dagli 11 ai 24 miliardi, se si vuole abbandonare il sistema attuale a cinque aliquote e scegliere la nuova strada a tre soglie.
Come funzionerà ?
In base alle simulazioni che girano nelle ultime ore si starebbe ragionando su una ipotesi di minima che si articolerebbe sul 20 per cento fino a 15 mila euro (oggi è il 23%), sul 30 tra i 15 e i 55 mila euro (si accorperebbero di fatto le due aliquote attuali del 27 e del 38%) e infine si darebbe una sforbiciata molto forte ai redditi più alti: oltre i 55 mila euro lordi si pagherebbe solo il 40 per cento (mentre oggi si paga il 43 oltre i 75 mila).
Una griglia che potrebbe essere modificata con una seconda ipotesi che porterebbe a fino 28 mila euro la soglia entro la quale si paga il 20 per cento: ma in questo caso il costo salirebbe intorno ai 24 miliardi.
Dove trovare i soldi? Le ipotesi sono quattro.
Un punto in più di Iva (9 miliardi), lotta all’evasione (da cifrare), tagli alla spesa (ma ci sono già  oltre 40 miliardi da trovare per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014), sfrondamento delle agevolazioni (in tutto 11 miliardi, ma tolte quelle per carichi familiari e lavoro dipendente restano detrazioni e deduzioni per qualche decina di miliardi assai difficili da eliminare).
Tutte ipotesi che potrebbero soddisfare le richieste dell’Europa, e ieri anche dell’agenzia di rating Fitch, di non tagliare le tasse in deficit.
Se questo è il rebus del fisco, quello della manovra è ancora più complesso.
La caccia ai 40 miliardi è aperta, ma nel frattempo cresce la necessità  di risorse.
Come per la revisione del patto di stabilità  per i comuni virtuosi, annunciata ieri da Berlusconi: un prezzo pagato alla Lega.
Sostanzialmente, oggi, i Comuni che hanno residui attivi di bilancio, fenomeno che accade nei primi mesi dell’anno per quasi tutti i 2.417 municipi soggetti al patto interno, non possono spenderli.
I loro “tesoretti” sono legati dal rispetto della regola in base alla quale i sindaci non possono firmare assegni per una cifra che superi la somma di spesa corrente e investimenti del triennio precedente.
Ora il patto sarà  probabilmente allentato, ma si parla di un costo di 2 miliardi per un ammorbidimento del solo 10 per cento.
Per il resto i tecnici lavorano sul menù tradizionale: sanità  (5-6 miliardi), pubblico impiego (1,5), pensioni delle donne (4-6 miliardi), sforbiciata agli enti (2 miliardi).
Oltre ai costi della politica (portati alla media europea) e alla ricerca di tagli chirurgici e selettivi.
Fare riforme a costo zero vuol dire semplicemente togliere da una parte per dare dall’altra.
Ma il risultato finale è sempre lo stesso.

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PRESTIGIACOMO: “PURTROPPO BERLUSCONI NON E’ INTELLIGENTE”

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

AL TELEFONO CON BISIGNANI IL MINISTRO AFFERMA: “MA CHE GOVERNO DI 20 MINISTRI, QUATTRO COMANDANO E GLI ALTRI SONO DI CONTORNO”

Povera ministra Prestigiacomo che si sente sottovalutata, quasi un soprammobile.
Si sfoga con l’amico Luigi Bisignani: «O io ora sono in condizione di essere lì e di fare delle cose e di avere la mia quota di visibilità  perchè faccio delle cose, oppure che ci sto a fare? Il gioco è non un governo di venti ministri, ma di quattro ministri che comandano e gli altri fanno il contorno. Io sono considerata il contorno…».
Sembra asciugarsi le lacrime, prendere fiato e poi riprendere lo sfogo, Stefania Prestigiacomo: «E’ che non mi amano, no purtroppo ci troviamo tutti in un centro destra e sono tutti referenti di Berlusconi, stanno tutti per Berlusconi… per esempio, lui si incazzerà  domani perchè gli ho stoppato l’apertura della discarica di Serre… Lui non sa niente di quello che faccio io, lui non sa niente, lui domani fa, sarà  a noi il problema di competere con Berlusconi».
Quanto è crudele la microspia.
Che registra i sospiri, i fruscii, i pensieri profondi.
Quello che pensa il ministro Prestigiacomo del presidente del Consiglio è disarmante: «(Denis Verdini, ndr) gli consiglia di non occuparsi (inc.) però BERLUSCONI deve essere intelligente e purtroppo non lo è..».
Ecco, quello che angoscia il responsabile del ministero dell’Ambiente è l’emergenza rifiuti in Campania, la vicenda dei termovalorizzatori.
Ne parla con il suo amico Bisignani e sembra fare riferimento alla ministra salernitana, Mara Carfagna.
«Allora, siccome lei fino a quando non si fottono a Berlusconi (inc) elezioni Cosentino deve fare cioè Cosentino deve farlo questo passo indietro….».
Considerazioni premonitrici, quelle del ministro a proposito della gestione dei rifiuti: «L’unica cosa che non si può fare è fare girare i rifiuti per le Regioni, lì si che metti in moto la criminalità  organizzata cioè è una cosa enorme allora questo decreto non lo può gestire Berlusconi, lui è dannifero in queste cose».
Ecco la gelosia tra donne è un giudizio cattivo: «Lui (Berlusconi, ndr) dà  ragione a Mara (Carfagna, ndr) su tutto e lui gli dice e a Salerno quindi lì bisogna già  che lei ci vada con una soluzione che non fa danni, poi la perdonerà  sul piano personale».
Che incubo Michele Santoro. Per Silvio Berlusconi e per tutti. Persino per Stefania Prestigiacomo.
Michele Santoro ha mandato a quel paese in diretta il direttore generale della Rai, Mauro Masi. Luigi Bisignani chiede alla ministra: «Verrà  licenziato. In qualsiasi azienda al mondo uno che manda affanculo il suo direttore generale viene cacciato».
Risponde il ministro: «E’ una ulteriore prova dell’incapacità  di questa maggioranza, di questo governo, di gestire ogni cosa. No, non è opportuno cacciarlo. Ma tu lo vuoi fare, no?». Risponde Bisignani: «Se non lo fai adesso non lo fai più, cioè un destro così non ti verrà  mai più nella vita».
Poi, Stefania Prestigiacomo si apre, confessa le sue inquietudini e paure: «Ho fatto un sogno, un tetto di un palazzo non finito… io sono una normale».
Bisignani: «Vabbè perchè io non sono normale?».
Prestigiacomo: «Sì, ma capito… la Santanchè… tutte… le trame, ste cose, io sono una trasparente, queste cose mi mettono anche un po’ paura…».

Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)

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ALESSANDRIA, CONSIGLIERE COMUNALE DEL PDL ARRESTATO: ERA AFFILIATO ALLA ‘NDRANGHETA CON LA QUALIFICA DI “PICCIOTTO”

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

INTERCETTATA L’AFFILIAZIONE DI GIUSEPPE CARIDI, ELETTO NEL 2007… ARRESTATE IN TOTALE 18 PERSONE…I RAPPORTI CON   LA POLITICA

Giuseppe Caridi il 27 maggio 2007 è stato eletto nel consiglio comunale di Alessandria tra le file del Pdl.
Il 28 febbraio 2010 viene affiliato alla ‘ndrangheta con la dote di “picciotto”.
Ieri i è finito in carcere per mafia
È stato difficile accettarlo, ma alla fine è diventato uno dei loro.
Il consigliere comunale del Pdl ad Alessandria Giuseppe Caridi, compare Peppe o anche U’ scarparu per gli “amici”, aveva già  giurato fedeltà  allo Stato e quindi non avrebbe potuto dare la sua parola all’onorata società .
“Alla fine il ‘problema’ è stato risolto perchè anche il politico capace di adeguarsi alle regole dell’associazione può rivelarsi utile”, ha detto il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli stamattina dopo l’arresto di 18 persone legate alle locali della ‘ndrangheta nel Basso Piemonte.   Per il gip Giuseppe Salerno, che ha convalidato gli arresti dell’operazione “Maglio”, la presenza di un politico e uomo delle istituzioni, anche se in un gradino basso della piramide criminale, “rappresenta più di altri un concreto pericolo per la libertà  e la democrazia”.
“Caridi — si legge nell’ordinanza d’arresto firmata dal gip di Torino — viene ammesso ufficialmente a partecipare alle attività  del locale guidato da Pronestì”.
Bruno Pronestì è capo del locale di ‘ndrangheta che riubisce i comuni di Asti, Alba e Cuneo.
Nella casa di Caridi, una cascina nella campagna tra Alessandria e Tortona, vengono attribuite “doti verosimilmente corrispondenti alla santa ad alcuni degli affiliati”.
La santa è una nomina molto importante.
“A un santista — riferisce il pentito Antonino Belnome – è permesso fare affari con la politica”. Un dato testimoniato “dalla partecipazione, oltre che dei sodali incardinati nel locale di Novi Ligure anche di una delegazione degli affiliati del locale di Genova, guidata da Domenico Gangemi, il quale, proprio in relazione all’ingresso nella compagine criminale del Caridi, che ricopre l’Ufficio di consigliere presso l’amministrazione comunale di Alessandria, ha esternato prima e dopo il conferimento, il suo pensiero in riferimento ai rapporti che dovrebbero intercorrere tra la ‘ndrangheta e gli appartenenti all’ambiente politico-amministrativo”.
Il padrino della ‘ndrangheta ligure ne parla già  il 18 febbraio 2010.
Il suo interlocutore è Antonio Maiolo, altro uomo organico alla ‘ndrangheta piemontese.
Il 21 febbraio, una settimana prima del rito di affiliazione, di nuovo Gangemi ne parla con Onofrio Garcea, affiliato alla locale di Genova. I due “discutono valutandone l’opportunità  e la corrispondenza alle regole sociali”
Il 28 febbraio, ad affiliazione avvenuta, ecco di nuovo Domenico Gangemi commentare la cerimonia. “Una voltata e una girata ne abbiamo fritti (fonetico: friimm’) tre, dei tre …”.
Ovvero sono state affiliate tre persone.
Tra questi, prosegue Gangemi, Caridi. Ne parla sempre con Onofrio Garcea.
Annota il gip: “Non vi è dubbio che i prevenuti nell’occasione stiano parlando di istituti di ‘ndrangheta, affermando, in tale contesto, che al Caridi era stata assegnata la ginestra, diventando, quindi, giovanotto ad intendere la sua qualità  di picciotto: in tale prospettiva, deve leggersi il riferimento alla minna, ovvero al seno materno, ad indicare la “giovane età ”, l’essere quasi un lattante nelle gerarchie del sodalizio”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I GIUDIZI DI BISIGNANI, RASSICURANTI PER LE ISTITUZIONI: “LA MINISTRA BRAMBILLA? UN MOSTRO, UNA MIGNOTTA COME POCHE”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

E ANCHE BRIATORE COMMENTA: “INCREDIBILE CHE SILVIO ABBIA POTUTO FARE SOTTOSEGRETERIA LA SANTANCHE”… QUANDO A TAVOLA FELTRI PARLAVA MALISSIMO DI BERLUSCONI

Luigi Bisignani i giudizi non se li risparmiava.
E spesso diceva quello che pensa anche in modo crudo.
Questo è quanto si può, al minimo, dire leggendo le intercettazioni pubblicate oggi da Repubblica nelle quali il faccendiere discute di tutti i maggiori personaggi che ruotano intorno alla politica italiana.
Cominciamo da Michela Vittoria Brambilla:
Bisignani parla con suo figlio, Renato, che ha passato la giornata all’autodromo per il Gran Premio di Monza.
È il 12 settembre 2010. Bisignani jr racconta di essersi presentato alla Gelmini come «il figlio di Luigi».
Il ministro dell’Istruzione, «carina», si è subito interessata, Renato riporta le sue parole: «Peccato che suo padre non me l’ha detto, se l’avessi saputo mi sarei preso io cura di lei, le avrei fatto fare un giro».
Bisignani jr continua: c’era « il figlio di Ignazio (probabilmente la Russa) non mi sono azzardato a salutarlo perchè non mi piace per niente».
Il padre chiede: «E invece Ignazio non c’era? ». Renato risponde di no e prosegue con il gossip: «La conosci la ministra rossa, quella del turismo?».
Bisignani senior: «No, è una stronza, brutta, un mostro, mignotta come poche, la più mignotta di tutte».
Niente a che vedere con la Gelmini, secondo il figlio: «Invece Stella, devo dire, veramente carina». Il faccendiere concorda: «Mi ha mandato il messaggio prima di te, pensa. Subito me l’ha mandato!».
C’è spazio anche per Daniela Santanchè:
Il sottosegretario Pdl è infatti un personaggio fisso del sistema Bisignani.
Per questo torna spesso nelle intercettazioni. Specialmente in quelle con Briatore, amico sia di “Gigi” sia di Daniela.
Il 18 agosto, dopo aver definito l’Italia «un paese senza timoniere», Briatore dice: «Guarda io la conosco da 30 anni, lei anche se fa una roba per te, la fa in funzione che te un giorno fai il doppio per lei (…) Quello che mi fa strano è che il presidente l’ha messa lì».
Ciò che colpisce gli inquirenti è la capacità  “informativa” di Bisignani: «Te la racconto io quella storia lì… E tutto il casino che è stato fatto perchè lei andasse lì».
La telefonata ha un finale sentimentale, Briatore: «Adesso con Sallusti è ufficiale, la roba». Bisignani sempre informatissimo: «Che poi lì si incazza Feltri come una pantera di sta cosa».
Con “il Giornale”, Bisignani ha un rapporto altalenante.
Nel pieno della campagna su Fini e la casa di Montecarlo, di cui non gradisce la virulenza e teme gli esiti politici, dice: «Ne abbiamo due o tre da zittire».
E il 9 agosto 2010, del “Giornale” e del suo direttore in quei giorni, Vittorio Feltri (tornerà  a “Libero” due mesi dopo), discute con Enrico Cisnetto, editorialista del quotidiano. «Lui ha in testa di candidarsi in politica appena Berlusconi schioda», dice Cisnetto.
«Secondo me — aggiunge — alcuni passaggi che lui (Feltri ndr.) fa sono pienamente finalizzati a creare problemi a Berlusconi, perchè poi, quando si è messo a tavola a parlare di Berlusconi, ne parlava talmente male… Se avessi avuto un registratore, mandavo la cassetta al Cavaliere. Sarebbe svenuto. Cosa non ha detto».

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I MINISTERI RESTERANNO A ROMA, BOSSI SCONFITTO: “NON SI PUO’ AVERE TUTTO”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

CONTRORDINE PADANI, A PONTIDA VI HANNO SOLO PRESO PER IL CULO, COME SEMPRE…NIENTE TRASFERIMENTO DI MINISTERI: LA TARGA CALDEROLI SE LA ATTACCHERA’ A CASA E LA PIANTA DEL PALAZZO REGIO IL SINDACO DI MONZA POTRA’ RIVENDERLA SULLE BANCARELLE DELL’USATO

Finisce in «ammuina», assai poco padana.
Coi ministeri che non si smuovono da Roma.
Con la Lega che strappa “uffici di rappresentanza” al Nord per salvare la faccia.
E con un gran pasticcio parlamentare che consente però al governo di non andare sotto ed evitare che il testo dell’accordo Pdl-Lega venga messo ai voti.
Il Carroccio si accontenta. «Un passo alla volta, non si può avere tutto e subito» commenterà  Bossi. Che comunque non rinuncia alla la legge di iniziativa popolare e al «milione di firme».
Bersani ironizza: «Storia finita nel ridicolo in 48 ore: poveri leghisti, andati a Pontida per nulla». «Lega umiliata», sintetizza D’Alema.
Sta di fatto che alla guerra pomeridiana degli ordini del giorno, alla fine, tutti possono dichiararsi vincitori.
A buon titolo Pd, Idv e terzo polo, che ottengono l’approvazione dei rispettivi documenti, nonostante prevedano il categorico «no a ogni ipotesi di delocalizzazione» dei ministeri: incassano a sorpresa perfino il parere favorevole del governo (per evitare sorprese dal pallottoliere). Di più.
Il testo dei democratici viene approvato anche da una massiccia fronda formata da 16 deputati Pdl e tre Responsabili.
Compresi sei sottosegretari: Giorgietti, Cesario, Saglia, Crimi, Giro e Rosso.
La maggioranza dei berlusconiani invece si astiene.
A Palazzo Chigi tirano un sospiro di sollievo però quando Cicchitto riesce a scongiurare la votazione sull’ordine del giorno Pdl-Lega-Responsabili: il loro.
Quello che prevede appunto il mantenimento dei dicasteri nella Capitale con la possibilità  di aprire sedi di rappresentanza «operative» altrove «senza costi aggiuntivi».
E il frutto della mediazione raggiunta nottetempo a Palazzo Grazioli tra il premier Berlusconi e il ministro Calderoli, per disinnescare la mina di un documento dei pidiellini romani ispirato da Alemanno e Polverini e sostenuto dal ministro Giorgia Meloni.
L’ordine del giorno della “pace” viene depositato in mattinata per essere messo ai voti. Ma è a rischio “ko”, il governo allora lo fa proprio, come si dice in gergo, ne accoglie cioè i contenuti. E finisce lì.
Un pasticcio, appunto, dato che poco prima lo stesso governo si era schierato a favore dell’ordine del giorno Pd che escludeva le sedi decentrate.
«Qui non siamo a Bisanzio» sbotta il presidente della Camera Fini. Che accusa il capogruppo Pdl Cicchitto di «furberia tattica» Sono scintille.
I leghisti non gradiscono, loro vorrebbero che venisse votato e approvato l’ordine del giorno. Infatti escono dall’aula e non parteciperanno ad alcuna votazione.
Eppure, perBossi la soluzione trovata non è un «passo indietro».
Comunque va avanti perchè «quella roba li (i ministeri decentrati, ndr) la fanno in Gran Bretagna e Germania e in tutta Europa».
Alemanno, Polverini e la Meloni cantano vittoria, anche perchè nello stesso giorno viene stoppata la norma sul pedaggio sul Raccordo anulare nel decreto Sviluppo.
Il sindaco di Roma festeggia a pranzo con cotoletta al self service perchè comunque lui «non ce l’ha con i milanesi».
Da Milano, sbeffeggia a suo modo i leghisti anche il governatore Formigoni: «Tanto, nella Villa Reale di Monza non c’era un solo mq per i ministeri».

Lopapa Carmelo
(da “La Repubblica“)

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STOP DELLA CAMERA AL TRASFERIMENTO DEI MINISTERI AL NORD: E’ CAOS IN AULA, FINI FA ESPLODERE LE CONTRADDIZIONI DEL PDL

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

PDL E LEGA NON RISCHIANO IL VOTO: IL GOVERNO DA’ PARERE FAVOREVOLE AI TESTI DI PD, IDV E FLI, CONTRO IL TRASFERIMENTO DEI DICASTERI PER EVITARE CHE SIA MESSO IN VOTAZIONE IL PROPRIO…ERANO UNA VENTINA I DEPUTATI DI MAGGIORANZA CHE NON L’AVREBBERO VOTATO…LITE CICCHITTO-FINI

Stop della Camera al trasferimento dei ministeri al nord, ma nell’aula di Montecitorio va in scena il caos.
Il governo accoglie l’ordine del giorno firmato da Pdl e Lega che recepisce l’accordo tra Berlusconi e Bossi: nessun trasloco di ministeri, al Nord saranno aperte solo sedi di rappresentanza.
Ma l’esecutivo, per evitare problemi, dà  via libera anche a tutti gli ordini del giorno del Pd, dell’Idv e del Terzo Polo: quello del Pd esclude «ogni ipotesi di delocalizzazione dei ministeri» e nel testo si afferma il “no” anche alla «semplice introduzione di sedi decentrate delle amministrazioni centrali, ipotizzata da alcuni esponenti delle maggioranza».
Una scelta, quella di accogliere «coscientemente» ordini del giorno dal contenuto tra loro «contraddittorio», stigmatizzata da Gianfranco Fini, protagonista di uno scontro in aula con il capogruppo del pdl Fabrizio Cicchitto.
Il sì del governo agli ordini del giorno a volte viene ritenuto sufficiente da chi li presenta, e non si arriva alla votazione.
Pd, Idv e Terzo Polo, invece, chiedono che l’aula voti ugualmente sui loro documenti. Il Pdl è in imbarazzo.
Su quei testi, il Pdl si astiene mentre i deputati della Lega non partecipano alla votazione.
C’è confusione in aula; a sorpresa, il Pdl vota l’ordine del giorno del Fli con cui si impegna il governo «a rigettare la richiesta proveniente dalla Lega di spostamento dei ministeri al Nord».
L’atteggiamento del governo viene duramente criticato dal Pd e dall’Udc.
«Se per non andare alla votazione, il governo accoglie gli ordini del giorno cui non dà  attuazione, si crea un malcostume politico e istituzionale di cui la presidenza si deve far carico», dice il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che chiede a Fini di convocare la Giunta per il regolamento per dirimere la questione.
In Aula va in scena una battaglia in punta di regolamento: teoricamente, una volta approvato l’ordine del giorno del Pd, tutti gli altri sarebbero assorbiti, ma Fini decide di far pronunciare l’aula su tutti i testi per i quali si richieda la votazione.
Giunti al testo di Pdl e Lega, però, Fabrizio Cicchitto annuncia di «accontentarsi» : il governo ha già  dato il suo ok, argomenta, inutile votare.
Il Pd insiste: per andare comunque al voto due deputati democratici provano a far proprio l’ordine del giorno, ma Cicchitto è irremovibile.
È qui che va in scena lo scontro con Fini.
«Qui non siamo a Bisanzio» dice il presidente della Camera. E poi aggiunge: «Non ho alcuna difficoltà  a dire, assumendomene la responsabilità , che considero una furberia tattica l’atteggiamento dell’onorevole Cicchitto che sa perfettamente che qualora venisse posto in votazione l’ordine del giorno correrebbe il rischio di vederlo bocciato».
E mentre infuria la protesta della maggioranza, Fini bacchetta anche il governo: «Anche se non è potestà  della presidenza valutare l’intima coerenza dei pareri espressi – sostiene – il governo ha espresso coscientemente dei pareri contraddittori tra di loro dando un parere favorevole a ordini del giorno che sostenevano delle opinioni diversificate».
Più tardi, in capigruppo, Cicchitto e Fini si chiariscono. Ma il presidente della Camera resta del suo avviso: «Non si è mai visto – commenta con i suoi collaboratori – che il governo dia parere favorevole su tutti gli ordini del giorno pur di non farli votare».

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