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DIMISSIONI DI MASSA: “MA CHI CE ‘HA FATTO FARE?”

Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile

TRA I PARLAMENTARI PDL IL GIORNO DOPO LO SHOW L’ENTUSIASMO È GIà€ SVANITO… MEDIASET CONTRO I FALCHI

Quel piatto, esangue, non cambia mai aspetto: pieno, e triste. La pasta non va giù, per niente. Il prosciutto provoca acidità . Soltanto la dieta, involontaria, procede bene.
A pranzo con Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e con il mal di stomaco per il comunicato di Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi ha cercato rassicurazioni dai commensali: “Non è che abbiamo fatto una cazzata con queste dimissioni di massa?”. Anche le rassicurazioni restano lì, solitarie e tristi, davvero tristi.
Perchè il Cavaliere, archiviato lo sfogo di un’ora e mezza a Montecitorio, ha un pensiero fisso: l’arresto a palazzo Grazioli o in villa San Martino appena decaduto dal Senato, un mandato da Napoli o da Milano.
Il Quirinale ha ripetuto in pubblico quello che aveva spiegato al segretario Angelino Alfano in privato: non possiamo garantire sui magistrati e sui giudici.
L’uomo emaciato e depresso, però, raccatta sempre un briciolo di forza per insultare Napolitano e per non ritirare lo scontro: “Questi mi vogliono distruggere, non ha senso restare al governo anche se il Colle non ci manderà  a votare con questa legge elettorale. Non c’è nulla da chiarire con Enrico Letta. Non dovrò illustrare io agli italiani i motivi di questa crisi”.
Tra Camera e Senato, i berlusconiani vagano con la determinazione di chi s’è licenziato, di fatto, ma non sa neppure quando e non capisce, soprattutto, perchè.
E allora la dieta, il piacere di un etto di troppo, è l’unica consolazione.Gli gnocchi di Fitto e le burla di Sposetti
A Montecitorio, il mutismo di Raffaele Fitto s’interrompe davanti a una cima di gnocchi con il pomodoro freschissimo e la mozzarella filante: “È vero, io sto cercando di dimagrire. Ma non posso parlare, non posso commentare, quindi mi concedo qualcosa di buono”.
I capigruppo Renato Brunetta, più spigoloso del solito e Renato Schifani, più infuriato che mai, ordinano di telefonare ai colleghi, di strappare adesioni e di firmare foglietti in bianco, cioè senza data, destinati ai presidenti di Camera e Senato.
Non per oggi, non per domani, ma per quel giorno di lutto nazionale per l’uscita da Palazzo Madama del condannato Silvio Berlusconi.
I deputati e i senatori, spento l’entusiasmo di mercoledì sera, definiscono la sceneggiata una “mozione d’affetto” per Berlusconi.
Anche perchè la procedura non permette le dimissioni di massa, ma uno alla volta dovranno chiedere e ottenere l’approvazione in aula.
E così Ugo Sposetti, l’ex tesoriere Ds notoriamente bravo a far di conto, scherza con gli alleati di Forza Italia: “Senti, ti potrei salvare. Invece quel tuo amico lo mando a casa”.
Partito democratico e Movimento Cinque Stelle potrebbero decidere di trattenere o cacciare Gasparri, Cicchitto e compagni.
Già , Fabrizio Cicchitto. Se pure il fedelissimo ex socialista contesta la strategia del Capo, per verità  l’ideona è di Brunetta, vuole dire che Forza Italia più che imbarazzare Colle e Pd ha imbarazzato se stessa.
Maurizio Gasparri è amletico: “Comprendo chi all’inizio non se le sentiva. La prima legislatura è un rischio, qualcuno può temere di non tornare”.
Il ministro per le Riforme s’allontana dal partito
Mentre Brunetta e Schifani si gettano contro il Quirinale (“La definizione di colpo di Stato è giusta”), Gaetano Quagliariello e Daniela Santanchè litigano a distanza.
Il ministro per le Riforme, che non ha apprezzato la pantomima di Montecitorio e che non ha interrotto i contatti con il Quirinale, dà  una lezioncina al partito: “Le dimissioni non s’annunciano, si danno”.
La Santanchè gli salta addosso: “Le abbiamo date, forse non ha inteso”.
Nemmeno ieri sera, però, Quagliariello le aveva date.
E l’inedita e ben assortita coppia Brunetta e Schifani s’è precipitata in televisione a rendicontare l’operazione.
Brunetta: “I 97 deputati hanno risposto con un atto d’amore per Berlusconi”. Schifani: “Siamo a 87 su 91. Sì, anche Scilipoti è dentro”.
Sì, Scilipoti preoccupava. Anche se Giovanardi e Compagna non vogliono partecipare perchè hanno un movimento in proprio, in comunione di beni, e si chiama Popolari Liberali Solidali.
Dunque, non vale la pena sottolineare quanto Giovanardi sia solidale con il Cavaliere.
La rabbia di Confalonieri e la fine dell’impero
I vertici di Mediaset, da Fedele Confalonieri in giù, non sopportano più le provocazioni e le tattiche dei vari Santanchè,Verdini e Brunetta: li detestano.
E chiamano il Capo per farlo ragionare: “Se rompi con Letta non conti più nulla. Tu sei finito, il tuo impero è finito”.
Di moduli per le dimissioni, però, ne sono stati compilati decine in meno di quanti trionfalmente annunciati. Non importa. È pur sempre una finzione.
Che sarà  manifestazione di piazza il 4 ottobre. Il giorno di una delicata e decisiva seduta pubblica in Giunta per le elezioni al Senato.
Berlusconi vorrebbe andare lì è recitare la parte del prigioniero politico, nel senso proprio di prigione.
Ogni giorno, accanto a Francesca e Dudù, si sveglia e si rivede in galera.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NEL PDL IL DISSENSO CRESCE NELL’OMBRA

Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile

ALMENO DIECI SENATORI PRONTI A VOTARE LA FIDUCIA A LETTA… GIALLO SULLE DIMISSIONI DI QUAGLIARELLO

Berlusconi li chiama uno a uno. Perchè nel Pdl i dubbiosi non mancano.
A mezza bocca, lontano da orecchie indiscrete, sono tanti i parlamentari che si lamentano dell’ennesima svolta del capo.
Alzano gli occhi al cielo e non ne vogliono sapere di lasciare lo scranno. E si riservano di decidere davvero quando si arriverà  al momento della verità .
A palazzo Grazioli, quindi, il centralino è rovente. Come nei momenti cruciali in cui si gioca il tutto per tutto – e mai come questa volta – il Cavaliere finisce di leggere la nota di Napolitano, salta sulla poltrona e si fa chiamare i parlamentari ritenuti border line,quelli più a rischio.
Raccontano dalla residenza del leader che ne abbia rintracciato a decine, in poche ore.
Dimissioni di massa, dimissioni sulla carta, ma quanti mal di pancia nell’esercito pidiellino-neoforzista.
Sulla carta nessuna defezione o quasi, al pallottoliere serale. Novantasette su 97, può gongolare a fine giornata il capogruppo Brunetta alla Camera.
Tutti meno i quattro all’estero, rilancia dal Senato Schifani a conta conclusa. Ma le colombe del partito sono le più riottose e poi resta il giallo del ministro Quagliariello.
Con lui, a Palazzo Madama, c’è un gruppo di almeno una decina di senatori che, pur avendo firmato ieri, sono pronti a entrare in partita quando e se il premier Letta porrà  la questione di fiducia.
Insomma, archiviata la raccolta firme dall’effetto molto mediatico assai riuscito, lo scenario è destinato a mutare già  la settimana prossima.
Solo allora il dissenso potrebbe prendere altre strade, sortire effetti a sorpresa.
Per adesso, anche il drappello dei senatori siciliani che fanno capo al catanese Giuseppe Castiglione, per essere chiari, è ligio e firma l’attestato di fedeltà .
A restare nel limbo, avvolta da un mezzo giallo, la firma del senatore e ministro Gaetano Quagliariello.
Gli altri, Alfano, Lupi («non tradisco, se mai non faccio più politica»), Lorenzin e De Girolamo, sottoscrivono e inviano al capogruppo le dimissioni da deputato, non certo quella da ministro: avrebbe comportato l’immediata apertura della crisi.
Quagliariello in mattinata aveva già  scatenato la reazione dei falchi: «Le dimissioni non si annunciano, si danno».
Incassando la replica piccata di Daniela Santanchè: «Era presente mercoledì sera con Berlusconi, pensavo avesse capito che le dimissioni le abbiamo già  date».
Poi, quando nel tardo pomeriggio a margine di un convegno sono tornati a chiedere al responsabile delle Riforme se le avesse rassegnate, lui ha tagliato corto: «Non conosco gli ultimi sviluppi, quando avrò qualcosa da comunicare, lo farò».
A ora di cena Schifani parte in contropiede dando per scontate le firme di tutti, anche le sue. Ma, raccontano, è stata più una mossa per stanare il più moderato dei ministri-colombe, costringendolo a venire allo scoperto.
Succede anche questo in un partito dove in tanti ormai non si fidano del vicino.
Tutto è in bilico. I due terzi dei deputati hanno preferito firmare il prestampato che il capogruppo Brunetta si è premurato di mettere a disposizione, piuttosto che buttare giù due righe personali. Mara Carfagna, nella veste di «capoclasse», ha raccolto firme e lettere facendo per ore la spola tra Transatlantico e aula. I cattolici sono i più pensierosi.
Al senato Maurizio Sacconi, alla Camera Eugenia Roccella, dicono.
Al Senato il primo è l’ex responsabile Antonio Razzi: «Ho ancora il mutuo da pagare, magari finirò sul lastrico, ma firmo con convinzione ».
Così pure Domenico Scilipoti, salvo poi ammettere che «le conseguenze non sono obbligatoriamente la caduta del governo ».
Per non correre rischi sui subentranti, tutti i coordinamenti regionali Pdl hanno avuto l’ordine di raccogliere le stesse lettere dai non eletti nelle liste di febbraio.
Ma qualcuno non ci sta. Ulisse Di Giacomo, primo dei non eletti in Molise, tergiversa: «Deciderò che fare».
Come lui, tanti altri, a quanto sembra.
Anche in Transatlantico del resto, dietro anonimato sono tanti a confidare di aver sottoscritto quel prestampato turandosi il naso.
Il fatto è che molti nel partito stanno ancora lavorando perchè tutto questo non porti a votare contro la fiducia al governo Letta, da qui a pochi giorni.
Le colombe tacciono ma volteggiano. Cicchitto spera ancora in un mutamento di scenario. «Auspichiamo che dal Pd venga un ravvedimento, chiediamo che Berlusconi abbia diritto di difesa» afferma Mariastella Gelmini.
Il senatore Roberto Formigoni continua a ripetere che la crisi secondo lui andrebbe scongiurata. Ma il treno ormai è in corsa e il Cavaliere è ai comandi senza freni.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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IL RETROSCENA DEL “DIMETTIAMOCI TUTTI”: LA COMPETIZIONE TRA SANTANCHE’ E BRUNETTA PER LA MEDAGLIA DEL PIU’ SOLIDALE AL CAPO

Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile

I PEONES SI IMMOLANO MA RESTANO SMARRITI: “DAVVERO DOBBIAMO DIMETTERCI TUTTI?'”

Il giorno del “grande errore” del Pdl, quello che sta portando i berluscones verso un redde rationem da dove potrebbero uscire con le ossa rotte (e il partito in frantumi) è cominciato ieri all’ora di pranzo a Palazzo Grazioli, dove un Berlusconi in uno stato di prostrazione fisica e mentale (ha preso 11 chili di peso per lo stress, non li ha persi, come invece si era detto in precedenza) aveva chiamato i suoi colonnelli (presenti tutti, compreso Alfano) per decidere come agire.
Una discussione cominciata già  dall’antipasto, con Daniela Santanchè e Renato Brunetta che da subito hanno incrociato le spade sparando le ipotesi più fantasiose per rispondere all’esigenza berlusconiana di “dare un segnale forte” al Pd sulla sua decadenza e al governo sulla necessità  di non pestare troppo sull’acceleratore sia sul fronte delle riforme (quella elettorale in particolare) che su quello del patto di legislatura, che il Cavaliere non ha alcuna intenzione di firmare.
A quel punto, in un clima surriscaldato dal litigio, Renato Brunetta ha spiazzato l’uditorio dei commensali facendo sua la proposta delle dimissioni di massa, proposta che in passato era stata invece avanzata dalla Santanchè.
Una “guerra tra falchi”, insomma, che ha portato verso una sorta di cupio dissolvi del centrodestra berlusconiano: se deve “morire” il capo, noi moriremo con lui.
Mossa strategicamente e politicamente sbagliata che ha vissuto, però, il suo momento più drammatico (ma forse anche grottesco) la sera, nella sala della Regina di Montecitorio, dove Berlusconi aveva convocato i gruppi parlamentari.
E, infatti, c’erano tutti, al tavolo Schifani, Brunetta e Alfano, davanti le truppe berlusconiane al gran completo. E’ stato Schifani, con un discorso definito da alcuni dei presenti come “di alto profilo istituzionale” a rimarcare sullo sgarbo fatto dal Pd nell’accelerazione compiuta in Giunta sulla decadenza di Berlusconi da senatore “senza aver neppure voluto prendere in considerazione la nostra richiesta di avere contezza della retroattività  della legge Severino”.
A quel punto è stata la volta di Brunetta, che si è attaccato proprio alla legge Severino per comunicare ai presenti che le dimissioni di massa sarebbero state la mossa decisa dal vertice per il “segnale”.
Quindi la parola sarebbe dovuta passare ad un Alfano assolutamente titubante e per nulla convinto della necessità  “di arrivare a tanto” quando ha fatto il suo ingresso nel salone Silvio Berlusconi, scusandosi “per aver interrotto l’assemblea”.
Schifani, a quel punto, si è rivolto ai colleghi chiedendo la disponibilità  di chi “si era iscritto a parlare” di lasciare spazio “al presidente”, “anche se credo di parlare a nome di tutti — questo il passaggio chiave — nel dire che nel momento in cui il Presidente dovesse essere dichiarato decaduto, noi non potremo certo restare qui, quindi ci dobbiamo considerare fin da ora tutti formalmente decaduti al suo fianco…”.
E’ partito un applauso che ha suggellato (almeno in apparenza) la volontà  dei parlamentari pidiellini di “morire insieme al Capo”, anche se poi, finita la sbornia dell’emozione, le facce di molti peones si sono fatte subito pallide e impacciate: “Ma davvero dobbiamo dimetterci tutti?”. Si, e lo ha deciso Brunetta, si dovrebbe sottolineare.
“Che non si è reso conto — commenta un ‘alta fonte del Pdl — di portarci tutti verso un vicolo cieco; se si andrà  ad una verifica parlamentare della crisi, il partito andrà  in mille pezzi, ma soprattutto adesso non sappiamo come uscirne: è stata fatta una vera cazzata…”.
Berlusconi, ieri sera, dopo l’applauso dei suoi, si è mostrato commosso, ma c’è chi sostiene, dentro il Pdl, che la sua paura di essere arrestato “da una delle tante procure d’Italia che vuol mettersi la medaglietta e mettermi le manette ai polsi” sia tale da aver ormai preso ampiamente il sopravvento sulla strategia.
E, soprattutto, sulla ragione.

Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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DA NEW YORK LETTA SFIDA SILVIO: “ANDIAMO IN PARLAMENTO LA PROSSIMA SETTIMANA E VEDIAMO SE CI VOTANO CONTRO”

Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile

“BASTA RICATTI”: IL PREMIER METTE IL PDL ALL’ANGOLO… IL TITOLO MEDIASET CROLLA IN BORSA…CONFALONIERI TENTA DI RICUCIRE LO STRAPPO DEL PDL PER SALVARE L’AZIENDA

“Se vogliono buttare giù il governo se ne devono assumere la responsabilità  di fronte al Parlamento e al paese”.
In contatto costante con Roma Enrico Letta spiega da New York che stavolta di fronte al ricatto di Berlusconi c’è una sola possibilità : sfidarlo in Aula e parlamentarizzare la crisi.
L’idea è di chiedere un voto di fiducia già  la prossima settimana.
È il “piano” condiviso col Quirinale impegnato nel tentativo di contenimento: “Se oggi non rientra la minaccia di Berlusconi — spiega un ministro del governo vicino a Letta — allora la prossima settimana si va in Parlamento e vediamo se il Pdl vota contro”.
È appeso a un filo il tentativo di far rientrare la crisi.
A quello che sta facendo Napolitano, che oggi al Quirinale incontrerà  i capigruppo del Pdl per un ultimo avviso.
Se non verranno fornite precise garanzie, e non generiche buone intenzioni, allora la verifica si fa in Parlamento.
Già , nella giornata di martedì.
Con Letta pronto a inchiodare il Pdl a un voto di fiducia: o dentro o fuori. E se è fuori non è per motivi economici o per l’Iva su cui le coperture ci sono, ma perchè Berlusconi — di fronte alle condanne — sceglie la linea del muoia Sansone con tutti i filistei.
Enrico Letta è categorico.
Stavolta non si può far finta di niente, e dire “abbiamo scherzato”.
Un segnale del clima che si vive nel governo è gelo tra Franceschini e Alfano materializzatosi nella telefonata di stamattina.
Anche Enrico Letta rimprovera al suo vicepremier il doppio registro di chi fa il responsabile dentro il consiglio dei ministri, e quando esce cambia casacca e va a battere le mani a chi minaccia le dimissioni.
Perchè quello che non ha funzionato nelle ultime ore è stata proprio la “parola” di Angelino. Che dava rassicurazioni a Franceschini dentro le stanze del governo per poi uscire e partecipare a una manifestazione dai toni “eversivi”.
Ecco la scelta di mettere il Pdl di fronte alle proprie responsabilità , e di parlamentarizzare la crisi.
Prima che la Giunta del Senato voti la fiducia.
È quando Letta rientrerà  stanotte da New York che sarà  dato il via liberta al piano dopo un confronto col capo dello Stato, impegnato in un’azione di contenimento.
Non è sfuggito a palazzo Chigi che in queste ore si è già  messo in moto il “partito Mediaset” con l’intento di frenare una crisi che Doris e Confalonieri vedono come devastante per le aziende.
È sempre Mediaset l’unico argine tra Berlusconi e la crisi. È bastata la fiammata delle dimissioni per far crollare il titolo che a mezzogiorno era già  a meno tre.
Molto però dipende dalle parole e dagli atti del partito di Berlusconi.
Le dichiarazioni contro Napolitano di Bondi, Santanchè e dell’ala dura di certo non aiutano a far rientrare l’incidente.
Nè Letta può essere indifferente all’insofferenza che arriva dal Nazareno: “Salva te stesso e l’onore” è il messaggio.
Il capogruppo Roberto Speranza ci va giù duro: “La minaccia del Pdl è gravissima, serve un chiarimento vero, forte e definitivo sia sul piano politico che istituzionale”. Già , definitivo.

(da “Huffington Post”)

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IL SOLITO BLUFF DEL PDL: “SE DECADE BERLUSCONI, CI DIMETTIAMO IN MASSA”

Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile

POI GASPARRI PRECISA: “I MINISTRI RESTANO E LE DIMISSIONI SARANNO CONSEGNATE AI CAPIGRUPPO”… NON SIA MAI CHE LI CONSEGNINO COME DA REGOLAMENTO ALLA PRESIDENZA DI CAMERA E SENATO E VENGANO PRESE SUL SERIO

Il Pdl minaccia la crisi e annuncia un’iniziativa clamorosa per evitare di rimanere “prigioniero” di un documento vincolante di Letta con la supervisione di Napolitano.
La tensione nel Pdl non è soltanto per gli assetti futuri della nuova Forza Italia, ma soprattutto perchè ritorna prepotente la minaccia dimissioni di massa di tutti i parlamentari berlusconiani, ministri inclusi, in caso di decadenza del leader.
Senatori e deputati unanimi consegneranno le dimissioni nel caso di decadenza della loro guida. Silvio Berlusconi vede avvicinarsi sempre di più la data del 15 ottobre quando dovrà  dire se vuole essere affidato ai servizi sociali oppure se scegliere gli arresti domiciliari perchè bisognerà  eseguire la pena a un anno per frode fiscale (tre sono stati condonati per indulto, l’interdizione dei pubblici uffici dovrà  essere rideterminata) dopo la condanna definitiva nel processo Mediaset.
E in vista di questo appuntamento che il Cavaliere, come ha anticipato l’agenzia Radiocor, ha cambiato residenza portandola da Milano a Roma a Palazzo Grazioli.
Il Cavaliere teme che senza lo scuso dell’immunità  parlamentare alcuni pm potrebbero chiedere misure cautelari: “Sono sicuro, mi vogliono arrestare, vogliono umiliarmi.   Non mi fido più di nessuno”.
Il Quirinale non vuole una crisi, non vuole le elezioni, ma il Pdl vuole garanzie precise sul leader. Berlusconi arringa la folla di parlamentari: “Non ho mai rubato, non dormo da 55 giorni e ho perso 11 chili”.
Anche la Lega Nord sarebbe disponibile a dimettersi in linea con le decisioni prese dal Pdl.
Ci sarebbero stati dei contatti tra il Carroccio e diversi esponenti pidiellini.
Sandro Bondi è tra i più sicuri dell’ipotesi di dimissiopni di massa: “E’ una questione morale noi restiamo in Parlamento se c’è Berlusconi, se non c’è lui non ci restiamo neppure noi”. “Speriamo che sulla decadenza di Berlusconi ci sia saggenza e che non si applichi retroattivamente una legge” afferma Maurizio Gasparri, il quale però conferma che le dimissioni saranno consegnate ai capigruppi azzurri di Camera e Senato, ma non riguarderebbero i ministri Pdl del governo Letta   .
Modo di procedere assai sospetto.
Le dimissioni quindi appaiono essere l’ennesimo capitolo della lotta di nervi con il Quirinale per ottenere garanzie, esercitando quindi pressioni continue con l’innalzamento dell’asticella.
Il premier Enrico Letta starebbe preparando un documento, una sorta di capitolato di governo chiamato anche documento di ripartenza, da sottoporre al prossimo Consiglio dei ministri.
In questo contratto delle larghe intese ci sarebbero non solo le priorità  urgenti per la ripresa economica e gli strumenti per evitare l’aumento dell’Iva (tramite l’aumento delle accise su tabacchi, benzina e giochi), ma anche il tema della riforma elettorale (che da oltre un anno viene invocato da Giorgio Napolitano).
Il Pdl e Berlusconi non vogliono che questo documento sia troppo vincolante, per evitare un guinzaglio troppo stretto al partito e al suo leader.
Con il Porcellum ancora lì però il presidente della Repubblica potrebbe, in caso di crisi, non sciogliere le Camere.
Il documento dovrebbe quindi diventare la chiave della cassaforte in cui chiudere, almeno fino al 2015 spera il Colle, la stabilità  di governo.
Le dimissioni di massa non comporterebbero comunque l’automatico scioglimento delle Camere, perchè i seggi lasciati vuoti verrebbero occupati dai primi dei non eletti.
“Prima che arrivi il presidente in sala diteci se vi dimettete o no” ha chiesto Schifani, parlando ai gruppi del Pdl riuniti alla Camera.
Nel corso della riunione mattutina invece a Palazzo Grazioli le ‘colombe’ avevano tentato di far tornare sui propri passi i colleghi da sempre contrari alle larghe intese, con l’unico risultato che tutti i parlamentari azzurri consegneranno ai capigruppo la rinuncia ufficiale alla carica ricoperta. Dimissione da congelare fino al voto della Giunta del Senato.
A spuntarla quindi i falchi che avrebbero protestato dopo l’esito dell’incontro tra il segretario e vice premier Alfano e il capo dello Stato.
Secondo l’ala dura del Pdl Alfano “terrebbe troppo a questo governo” e alla sua “sopravvivenza”.
Ecco allora lo scontro soprattutto ora che con la nuova Forza Italia sarebbero libere alcune poltrone di potere.
Sul tavolo della discussione c’è stato infatti anche l’argomento nuovi assetti del partito. Chi sarà  alla guida della nuova “cosa azzurra” accanto al leader è stato l’argomento al centro di una lungo vertice ieri sera a Palazzo Grazioli, finito a notte tarda e senza nessuna soluzione.
Tanto che Berlusconi ha deciso di riconvocare i big del partito a pranzo per tentare di arrivare ad un compromesso che metta d’accordo le diverse anime pidielline.
Raccontano che la tentazione dell’ex premier sia quella di un forte rinnovamento che porti all’azzeramento di tutti gli incarichi per tornare ad un modello di partito simile a quello della discesa in campo nel ’94.
Una soluzione però che sembra difficilmente praticabile perchè, se è vero che l’obiettivo è creare una struttura molto più snella, l’assenza di una gruppo dirigenziale, anche minimo, appare complicata.
Ed è proprio sugli assetti da dare al nuovo partito che si è scatenata la tensione a palazzo Grazioli.
Uno dei problemi da risolvere riguarda il ruolo di Angelino Alfano. Nella nuova Forza Itala non dovrebbe più esserci la figura del segretario, ma una delle ipotesi potrebbe essere quella di dare all’attuale vice premier il ruolo di ‘primus inter pares’ rispetto al resto dei dirigenti.
L’idea che si cambi lo statuto per creare la casella di vice presidente del partito, invece, non sembra avere grandi chance.
E’ allo studio poi la possibilità  di creare un gruppo dirigenziale composto da diversi esponenti del partito, da affiancare ad Alfano.
Proprio la composizione però genera spaccature dentro il Pdl: c’è chi ipotizza che a farne parte debbano essere solo i due coordinatori ed i capigruppo e chi invece vorrebbe una struttura più allargata, magari a chi ricopre già  dei ruoli all’interno del Pdl.
Un esempio è quello di Daniela Santanchè, fedelissima del Cavaliere e responsabile organizzazione del partito.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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DOPO IL SILURO ALLA SANTANCHE’, SULLA CARICA DI VICE-PRESIDENTE DELLA CAMERA E’ SCONTRO NEL PDL

Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile

IN POLE BALDELLI, MA IL PARTITO FIBRILLA: TROPPI GLI SCONTENTI

Simone Baldelli rimane in pole position per succedere a Maurizio Lupi nel ruolo di vicepresidente della Camera in quota Pdl.
Ma quella che porterebbe l’attuale segretario d’aula azzurro sullo scranno più alto di Montecitorio è una partita tutt’altro che chiusa.
L’interessato scherzava all’ora di pranzo sull’argomento con i colleghi, come se si trattasse di una questione già  archiviata. È tale, o quasi, per Renato Brunetta.
Proprio il capogruppo avrebbe virato in direzione del suo vice, cercando una mediazione fra le varie anime del partito.
E connotando le sue come posizioni sempre più lontane da quelle dei falchi, che non si smuovono da quella che ritenevano una posizione acquisita.
Quale? “Per me il nome di Baldelli non esiste – ragionava un deputato tra i più vicini a Berlusconi – Nel senso che io sono rimasto all’unica linea politica che ha dato il partito, che è quella di votare Daniela Santanchè”.
La pasionaria pidiellina fu bloccata all’inizio dell’estate dal veto del Pd. Ma, fino a ieri, la sua era l’unica candidatura in campo.
E anche oggi, in pieno pomeriggio, l’interessata non si sbilanciava: “Ne stiamo discutendo in queste ore, ci stiamo riflettendo”.
Un segnale che la scelta di Brunetta non è stata accolta serenamente.
E per tutto il giorno è stata oggetto di conciliaboli tra gli onorevoli azzurri in Transatlantico.
La scelta, oltre che dalla Santanchè, è risultata poco digeribile per chi ambiva alla poltrona di vice di Laura Boldrini.
Su tutti si è registrato il malumore di Stefania Prestigiacomo, che descrivono come furibonda, ma anche quello di Mara Carfagna e di Laura Ravetto non è un mistero.
A Brunetta si contesta una gestione verticistica del gruppo. “Ma se devi trovare una mediazione in poche ore – spiegava un deputato di lungo corso – è impossibile convocare un gruppo di 100 persone, non si troverebbe mai la quadra”.
Il nodo politico tuttavia rimarrebbe l’andare a Canossa sul nome della pitonessa, la cui testa rotolerebbe su un veto posto dai Democratici, ipotesi che fa fibrillare l’ala dura del partito.
“Per quanti franchi tiratori dei nostri ci possano essere – continua il deputato – Simone è uno che prenderà  voti anche dal centrosinistra, mentre Daniela finirebbe impallinata”.
Con il voto segreto, sarà  assai complicato se non impossibile misurare il dissenso, soprattutto se il segretario d’aula del Pdl intercettasse i voti anche dai banchi del Pd. Ma la quadra per gli azzurri sta risultando più complicata del previsto.
Una carta da giocare per arginare, almeno parzialmente, i malumori, è quella della sostituzione di Baldelli come vicecapogruppo e segretario d’aula.
Potrebbero essere le stesse Carfagna, Prestigiacomo o Ravetto a succedergli. Ma circola in queste ore anche il nome di Antonio Leone.
Un contentino per la pitonessa e i suoi supporter, il cui ruolo nelle dinamiche di partito, in caso di passo indietro, potrebbe essere ridimensionato.
Soprattutto se, come sembra, anche i deputati vicini a Denis Verdini non si straccerebbero le vesti qualora la sua candidatura dovesse tramontare.
Dopo l’accertata antipatia di Francesca Pascale, sarebbe un altro segnale di (temporanea?) difficoltà  della pitonessa nelle dinamiche interne alla (ri)neonata Forza Italia.

(da “Huffingtonpost”)

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IN FORZA ITALIA LO SCONTRO CONTINUA

Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile

UN ALTRO VERTICE CON I BIG: DIVISO TRA LA ROTTURA E LA STABILITA’

Un lungo vertice giovedì sera con tutto lo stato maggiore del partito, uno più ristretto oggi a pranzo con segretario, coordinatori, capigruppo.
E alla fine delle riunioni, i partecipanti concordano sull’interpretazione delle intenzioni di Silvio Berlusconi: «Il governo non lo entusiasma, tutt’altro, ed è ancora molto arrabbiato per quello che gli hanno fatto in Giunta. Ma la decisione di staccare la spina non l’ha presa. Per ora».
Raccontano che il Cavaliere, partito ieri sera per Arcore e forse presente oggi al lancio a Milano della nuova Forza Italia (dove ci saranno sia la leader dei falchi Santanchè che quello delle colombe Alfano), abbia ascoltato le ragioni di tutti.
Di chi proprio non riesce ad accettare l’idea di rimanere al governo con una sinistra che oltre a volerlo «abbattere per via giudiziaria» propone solo «tasse su tasse senza riuscire a imprimere alcuna svolta all’economia» (su questa posizione continuano a stare Santanchè, Verdini, Capezzone, Bondi, ma negli ultimi giorni anche Ghedini, in parte Brunetta), e di chi invece ritiene un errore imperdonabile rendersi artefici di una rottura che gli italiani non capirebbero oggi (tutta l’ala governativa più i moderati come Letta, Schifani).
Alla fine, dicono, ha retto l’urto situandosi su una posizione mediana: si va avanti «combattendo le nostre battaglie, dalla giustizia alle tasse».
Poi si vedrà , anche perchè «il Pd ha più problemi di noi a sostenere l’esecutivo…».
Così si capiscono i toni alti di Brunetta, che annuncia la rottura se verrà  alzata l’Iva, ma anche quelli più soft ma altrettanto decisi della Gelmini, secondo la quale «per evitare che l’economia abbia un colpo drammatico si tagli la spesa».
E si capisce come per tutti, di qualsiasi area, si navighi a vista.
Gaetano Quagliariello fissa il momento della verità  «a gennaio, febbraio», confidando che «finchè le categorie produttive lo sosterranno, il governo non cadrà ».
Maurizio Gasparri è più tranchant: «Prima di gennaio viene il primo ottobre, e l’Iva… E poi il 4 ottobre, quando la Giunta vedrà  una seduta pubblica, e il 15 ottobre, quando l’Aula voterà  la decadenza: la strada è lastricata di ostacoli».
In questo clima, dopo l’accelerazione mediatica del lancio di Forza Italia è il momento di fermare i motori: decisioni sui gruppi e sulle gerarchie sembrano sospese, in attesa che Berlusconi decida quale strada imboccare.
Dicono che Alfano stia recuperando posizioni (sono piaciute al Cavaliere le ultime uscite televisive del segretario), e al momento non si toccano organigrammi.
Piuttosto, l’emergenza oggi è «raccogliere le firme per i referendum sulla giustizia» e tutti gli altri proposti dai Radicali, dice Luca D’Alessandro, e infatti Verdini sta stressando i coordinatori regionali perchè portino «risultati importanti» , sulla base dei quali verranno giudicati anche per il futuro.
Ma nel Pdl-FI lo scontro sotterraneo continua in tutte le forme.
Mercoledì prossimo si dovrebbe votare finalmente per il vicepresidente della Camera in quota Pdl, e ufficialmente la candidatura della Santanchè non è stata ritirata, nonostante sia difficilissimo, con l’aria che tira, che a scrutinio segreto venga eletta.
Anche per questo, e visto il suo impegno a tempo pieno nel partito, lo stesso Verdini starebbe convincendola al passo indietro, ma si discute su chi potrebbe sostituirla.
Se una candidatura di moderate come la Gelmini o la Carfagna passerebbe senza problemi ma verrebbe vista come un atto di guerra interno, quella della Prestigiacomo, a lei vicina (e piuttosto ostile ad Alfano), potrebbe andar bene alla Santanchè.
A meno che non si arrivi a un’ipotesi di mediazione sulla quale si sta ragionando, rappresentata da Simone Baldelli, grande esperienza d’Aula e sponsorizzato da Brunetta.

Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)

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SICILIA, IL PDL NON ACCANTONA 300.000 EURO E I DIPENDENTI DEL GRUPPO IN REGIONE RESTANO SENZA TFR

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

I DODICI IMPIEGATI IN CARICO AL GRUPPO FANNO UN DECRETO INGIUNTIVO AI PARLAMENTARI

Quasi trecentomila euro scomparsi.
Sono i soldi del trattamento di fine rapporto che sarebbero dovuti arrivare nelle tasche di dodici dipendenti del gruppo parlamentare del Pdl all’Assemblea Regionale Siciliana.
E invece alla scadenza della scorsa legislatura quei soldi non si sono visti.
E per la verità  i dodici dipendenti del loro Tfr non hanno avuto notizie neanche dopo, quando nel dicembre del 2012 si è aperta la nuova legislatura, con l’insediamento del nuovo gruppo parlamentare del Pdl, che per l’occasione ha cambiato nome: da Popolo della Libertà  a Pdl per il Ppe.
Solo un cambio di sigla perchè comunque quei soldi ai dipendenti del gruppo parlamentare toccano di diritto.
È l’Assemblea Regionale Siciliana che finanzia i gruppi parlamentari ogni anno: nell’ultima legislatura, dal 2008 al 2012, sono costati ai contribuenti quasi sessanta milioni di euro, come appurato dai militari della guardia di finanza che da alcuni mesi stanno cercando di fare luce sull’utilizzo che i partiti fanno dei fondi parlamentari.
Dei sessanta milioni sborsati dall’Ars, tredici milioni e mezzo sono finiti sul conto del Pdl. Denaro utilizzato soprattutto per pagare ogni mese lo stipendio ai dipendenti, mentre una parte doveva appunto essere accantonata per il successivo pagamento dei Tfr.
E invece di quel tesoretto di trecentomila euro non si hanno notizie.
Per questo i dipendenti del gruppo parlamentare si sono rivolti ad un legale: l’avvocato Vito Patanella, lo stesso che in passato aveva messo in mora i vertici di Palazzo dei Normanni per 24 milioni di euro.
Questa volta i decreti ingiuntivi ammontano soltanto a 230 mila euro: denaro già  versato dall’Ars al gruppo parlamentare del Pdl per pagare i Tfr ai dipendenti. Che però, come detto, è svanito nel nulla.
Per recuperare il loro Tfr, i dipendenti hanno quindi fatto pervenire un decreto ingiuntivo ai parlamentari del Pdl che siedono o sedevano sui banchi di Sala d’Ercole.
Decreto subito bloccato dall’opposizione dello studio legale Greco, che difende gli interessi dei deputati pidiellini.
I dipendenti del gruppo parlamentare in pratica, non avendo trovato un euro nel fondo dedicato al loro Tfr, hanno provato ad attaccare i beni personali di deputati di spicco come l’ex presidente dell’Ars Francesco Cascio o l’ex assessore regionale e oggi senatore Francesco Scoma, recentemente condannati dalla Corte dei Conti, insieme ad altri 15 colleghi, a risarcire con circa 700mila euro a testa la Regione per lo scandalo delle assunzioni al servizio d’emergenza del 118.
Nella lista dei parlamentari “insolventi” nei confronti dei dipendenti anche l’attuale capogruppo del Pdl all’Ars Nino D’Asero, che cerca di minimizzare la questione: “Ci sono tanti problemi perchè crearne degli altri?” esordisce il deputato pidiellino. “Abbiamo affidato il problema burocratico ai legali — continua — e spero si risolva tutto per il meglio e in tempi brevi”.
Ma quel buco da trecentomila euro, soldi già  erogati dall’Ars al Pdl, com’è stato creato?
Che fine ha fatto quel denaro? D’Asero non ne ha idea.
“Onestamente non so che dirle, dato che non ero io il responsabile, non essendo il capogruppo”.
Nell’ultima legislatura infatti il capogruppo del Pdl era Innocenzo Leontini, che alle ultime elezioni non è riuscito a confermare il suo seggio da deputato.
Leontini, anche lui destinatario del decreto ingiuntivo promosso dai dipendenti, ha una sua personale spiegazione su come si sia creato quel buco da trecentomila euro nei conti del Pdl. “Tutta colpa della spaccatura — spiega — quando Gianfranco Miccichè creò il Pdl Sicilia, e poi Grande Sud, si portò soltanto due dipendenti del gruppo parlamentare. Tutti gli altri rimasero a noi che però avevamo meno deputati di prima, e quindi anche l’Ars ci erogava fondi in meno. Dovevamo pagare quegli stipendi e quindi non siamo riusciti a mantenere il fondo per il Tfr” spiega .
E in effetti il gruppo parlamentare del Pdl aveva fatto già  notizia in passato, quando, con soltanto 15 parlamentari, pagava lo stipendio a ben 23 dipendenti.
Alcuni, raccontano fonti interne al partito, negli uffici del gruppo parlamentare non si sarebbero mai visti.
Ed è per questo che i dodici dipendenti lasciati senza Tfr oggi sono imbufaliti.
“Quei soldi ci spettano di diritto, dato che l’Ars li aveva già  erogati al gruppo” dicono, dopo che proprio nelle ultime ore hanno visto i deputati far saltare i lavori della commissione sulla spending review per evitare il taglio degli stipendi.
Solo quelli loro, però, che ammontano a tredicimila euro lordi al mese: gli stipendi di dipendenti e funzionari, infatti, sono già  stati tagliati da mesi come prevede il decreto Monti.
Per risolvere la questione e pagare i trecentomila euro di Tfr ai dipendenti, i parlamentari del Pdl stanno pensando di chiedere un mutuo all’Ars.
Palazzo dei Normanni si vedrà  dunque chiedere un prestito dal Pdl per pagare spese che dovevano essere già  coperte dai tredici milioni e mezzo erogati nell’ultima legislatura: una condizione che difficilmente una banca sarebbe mai disposta a sottoscrivere.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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TRADITORI PDL, IL CASO SICILIA, PER MICCICHE’ “DIETRO DI LORO C’E’ ALFANO”

Settembre 18th, 2013 Riccardo Fucile

DOPO LE DICHIARAZIONI DI CASTIGLIONE CHE AVEVA PARLATO DI “FRONDA”, NEL PDL SICILIANO VOLANO GLI STRACCI

Giuseppe Castiglione, sottosegretario catanese che in un fuorionda su La7 aveva ammesso l’esistenza di una fronda pronta in caso di crisi di governo, a lasciare il Pdl per andare in soccorso del governo Letta, fa i conti con un partito, il suo, che gli si è scatenato contro.
Il “caso Castiglione” è esploso violentemente all’interno del mondo berlusconiano. Matteoli, Nitto Palma chiedono la convocazione di un ufficio di Presidenza per affrontare la questione, Daniela Santanchè si dice basita.
Il più duro di tutti è un altro siciliano, Gianfranco Micchichè che solleva il sospetto più pesante: “Castiglione smaschera – spiega il sottosegretario alla Pubblica Amministrazione – le intenzioni del suo puparo, Alfano, pronto a pugnalare Berlusconi per preservare la poltrona”.
Alfano per ora getta via ogni sospetto: “La prima linea la stabilisce Berlusconi e il partito, chi non la segue e fuori”.
I sospetti però all’interno del Pdl crescono, alcuni dentro il partito di Berlusconi, si domandano se le parole di Castiglione non siano state casuali ma un modo (anche di Alfano) per mandare un messaggio al Cavaliere e al ticket Verdini Santanchè pronto a guidare la nuova Forza Italia.
E dunque la Sicilia, come racconta il Giornale, il centro geografico di una faida in corso nonchè la patria dei cambi di casacca.
Che ci sia un sospetto regionale, continua il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, lo dimostra che subito dopo gli altri coordinatori regionali hanno manifestato fedeltà  e preso le distanze dai siculi.
“Letta-bis? Attenti ai trasformisti catanesi – dice Stefania Prestigiacomo in un’intervista al Mattino – scissioni e faide personali: la storia del partito in Sicilia è sotto gli occhi di tutti”.

(da “Huffington Post“)

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