Settembre 30th, 2013 Riccardo Fucile
LA RESISTENZA INTERNA SI ORGANIZZA MENTRE SI COMPILA L’ELENCO DEI TRADITORI… MA UN ASPETTO POSITIVO C’E’: PER UN GIORNO LA SANTANCHE’ E’ STATA ZITTA
Era l’unto del Signore. Oggi ha quattro ministri in fuga e al petto il piombo di una frase irredentista
pronunciata da Angelino Alfano, il segretario del partito: “Sono diversamente berlusconiano”.
All’orizzonte nitida la foto di una diserzione di gruppo pianificata, secondo i sospetti, tra il Colle e la sala da pranzo di casa Alfano, con un ministro — Gaetano Quagliariello — che ha addirittura accostato Forza Italia a Lotta Continua, esibendo bandiera bianca: “Io non ci sto”.
Quagliariello è stato messo alla porta immediatamente: “Tu sei fuori”, bollato come traditore, dipinto come elemento deviato, “uomo del Quirinale”, dunque nemico al cento per cento.
Anche Beatrice Lorenzin è fuori: lei è scappata prima del decreto di espulsione, incitando alla resistenza contro “gli estremisti” che stanno portando alla rovina il Capo.
Nel più tragico dei compleanni possibili, mentre Mara Carfagna da amazzone penitente lo chiamava Einstein, Silvio Berlusconi ha visto sbriciolarsi la torta prima ancora che potesse assaggiarla.
I tratti del caos distruttivo, di una onnipotenza che regredisce a inconcludenza e si trova di fronte capi all’insù invece che teste chine sono numerosi e distinti.
Segniamoli tutti in questa domenica 29 settembre, la prima giornata d’autunno vero, con tempeste di pioggia e di vento al nord come al sud.
Guerra per bande, isolati sconfinamenti, e trappole tese a identificare i ribelli, sterilizzandone le capacità di resistenza.
Una maestosa zuffa che ha coinvolto tutti, piccoli e pesci grandi.
Nomi illustri e spicciafaccende. Personalità di spicco e generico minestrone berlusconiano. Tanti, troppi però a utilizzare parole diverse da quelle del Capo.
Il mondo ciellino, per bocca di Maurizio Lupi subito chiarisce con chi sta: “È ora che Alfano si metta in gioco”, dice il ministro plenipotenziario.
In gioco c’è un nuovo partito di centro, figlio legittimo del Ppe, cuginetto di Enrico Letta, premier amico ora in pericolo.
È la via antica e sempre sospirata di un ritrovo democristiano, di una casa sicura al centro del centro.
In tanti aspettano che l’ora arrivi: si risente anche la voce del redivivo Luca di Montezemolo.
Ce la faranno i nostri? Non si sa, ma è certo che Alfano battaglia via telefono col Capo.
Il colloquio dura molti minuti, le parole si accavallano e Angelino (l’uomo a cui manca un quid per essere leader, disse B.), per la prima volta si fa forza e presenta il suo quid: “O me o Ghedini”.
Nella fanchiglia di un corpo a corpo tremendo le colombe sono andate contro i falchi.
Contro Ghedini e la Santanchè (ieri silenziosissima) i Capezzone, i Bondi, i Verdini (immortale il suo “Berlusconi tocca l’anima”).
Dal Veneto la voce del socialista Sacconi. Anche lui segna una importante defezione.
E al sud i deputati briganti alla Giuseppe Castiglione, il siciliano sempre in perenne dondolo tra l’abbandono e la sovversione.
Democristiani eterni come Carlo Giovanardi scuotono la testa, ed è sempre la prima volta, si rifiutano di ottemperare al-l’ordine di Arcore: “Io non mi dimetto”. Gianfranco Rotondi, stessa casa e medesima fratellanza, stranisce: “Sono dei pazzi”.
E Stefano Caldoro, il governatore della Campania, resta a bocca aperta, nell’incresciosa situazioni di chi è chiamato alla lotta ma non sente le forze nel suo corpo debilitatato.
Nunzia De Girolamo, quarta dei ministri al governo, è l’ultima a parlare.
Prova a stare in mezzo, “con Berlusconi ma contro ogni estremismo”. Sempre fedele a Forza Italia ma fuori dal circolo dei duri e puri.
È imbarazzata, non muove foglia, si ferma sul ciglio della strada e sceglie di stare alla finestra.
Resta inquadrata però una lunga crepa nel muro berlusconiano.
Sporcato il fard sul viso, danneggiata l’immagine vitale di uomo immortale e solo al comando.
In tv, alla tribuna prandiale di Rai1, Giletti deve convocare due esponenti e non più uno per dare voce a Forza Italia.
Di qua, per la minoranza, c’è Fabrizio Cicchitto, depistato ed emigrato a figura di secondo piano, perciò novello contestatore: “Quando si assumono simili decisioni è necessario coinvolgere il segretario, i capigruppo, gli organi dirigenti del partito”.
Di là c’è un Gasparri confusamente focoso, ma distintamente allineato alla maggioranza.
Iniziano anche a essere visibili i segni dei cazzotti. Da qualche parte sbuca Galan che mena: “Sappiamo tutti che Cicchitto andrà via. Ci renda breve la sua agonia”. Lui: “È il suo solito travaso di bile”.
La giornata prosegue con i messaggini, le telefonate, il porta a porta delle dichiarazioni rese, delle ultime posizioni possibili.
Berlusconi convoca le telecamere di Mediaset e consegna ai resistenti la sua dichiarazione di pace: ha deciso da solo di sganciare la bomba a mano contro Enrico Letta, da solo di farlo cadere.
E l’ha fatto con serena coscienza e la profonda convinzione che “ai miei tempi quando c’era una crisi di governo noi imprenditori festeggiavamo.
L’economia teneva, il Pil cresceva e insomma tutto andava a meraviglia”.
Ecco chiarito il punto della nuova strategia: meno si governa e meglio è per tutti.
Meno si governa e “meno danni si fa all’economia”.
Per una coincidenza meteorologica, le parole di Berlusconi sono state accompagnate a Roma da tuoni e fulmini.
Oggi il pallottoliere è di nuovo alla prova.
Con ogni probabilità mercoledì, nella drammatica conta del Senato, l’ennesimo, ultimo e tragico show down.
Antonello Caporale
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Settembre 30th, 2013 Riccardo Fucile
ALFANO: “FERMIAMO GLI ESTREMISTI”… NAPOLITANO MANDA LETTA IN PARLAMENTO: CHIEDERA’ LA FIDUCIA A GOVERNARE FINO AL 2015… OGGI SFIDA NEI GRUPPI
È Il big bang del Pdl. 
Berlusconi piazza la carica sotto Palazzo Chigi, ma a esplodere nel giro di 24 ore è il suo partito. La scissione ora è dietro l’angolo.
Ex ministri, capigruppo, colombe, semplici parlamentari sono pronti a dire addio alla Forza Italia di Berlusconi, Santanchè e Verdini, se non maturerà una clamorosa e improbabile retromarcia nell’assemblea convocata dal leader questo pomeriggio.
Le caselle postali dei ministri in un giorno e una notte vengono invase da mail di protesta degli elettori. Non ne fanno mistero. Ai parlamentari non va meglio.
Sono decine, al Senato se ne conterebbero almeno venti, pronti a fare squadra, a sostenere il governo Letta quando mercoledì si andrà al muro contro muro.
Quando dopodomani si andrà in aula, infatti, la resa dei conti sarà definitiva. Lì, nel catino di Palazzo Madama, tutto sarà più chiaro.E tutto sarà definitivo.
LA RIVOLTA CONTRO I FALCHI
Già , mercoledì e non martedì. Angelino Alfano chiama il presidente del Consiglio. Chiede tempo per lavorare su Berlusconi, da un lato, ma anche per organizzare la sua area, se la rottura sarà definitiva col suo leader.
I ministri si vedranno in queste ore prima della resa dei conti vera, che andrà in scena alle 17 a Montecitorio, con la riunione dei gruppi Pdl convocata d’urgenza da Berlusconi.
Estremo tentativo di evitare la rottura e imporre la linea dura: al voto, al voto. Ma la macchina del Cavaliere stavolta si inceppa.
Dopo gli altri ministri, nel giro di poche ore anche il vicepremier Angelino Alfano dice «no a una Forza Italia in mano agli estremisti», proponendosi come «diversamente berlusconiano».
Il ministro Gaetano Quagliariello traduce il concetto: «Per essere diversamente berlusconiano – dice intervistato dal Tg3 in serata – bisogna dividersi».
Non è il solo ormai a pronunciare il verbo più temuto dal Cavaliere.
«Alfano ha tutte le doti per guidare una forza moderata», rincara Fabrizio Cicchitto, che conferma la sua critica allo strappo di governo.
I capigruppo Schifani e Brunetta tacciono, silenzio che pesa: non si schierano dalla parte di Berlusconi ed è clamoroso.
Denis Verdini chiama personalmente decine di parlamentari, soprattutto senatori, per stanarli e chiedere sostegno.
Ma solo in pochi usciranno allo scoperto con un comunicato stampa.
Galan litiga con Cicchitto, li invita a uscire dal partito se proprio non comprende la linea. «Hai travasi di bile da accogliere con umana comprensione» gli replica l’ex capogruppo.
Sono ormai due partiti. Ma la maggioranza non ha gradito l’apertura della crisi e si prepara a disertare la manifestazione organizzata per venerdì a Piazza Farnese.
Siamo all’ammutinamento.
I MINISTRI IN TRINCEA
Parte da almeno quattro dei cinque ministri la rivolta che porta nel giro di una mattinata alle uscite pubbliche in dissenso con la decisione presa da Berlusconi. Gaetano Quagliariello va in mattinata al Festival del diritto a Piacenza e strappa applausi a scena aperta quando parla di «partito geneticamente modificato» per concludere: «Io a quel partito non aderirò».
E comunque, aggiunge, «serve assolutamente un governo anche per fare elezioni anticipate. Ascoltare Letta sarà un passaggio fondamentale, il momento mette tutti di fronte alla propria responsabilità e alla propria coscienza».
È il segnale che tanti aspettavano.
Maurizio Lupi (Infrastrutture) a seguire: «Così non va. Forza Italia non può essere un movimento estremista. Vogliamo stare con Berlusconi ma non con i suoi cattivi consiglieri. Alfano si metta in gioco per questa buona e giusta battaglia».
Quindi Beatrice Lorenzin, ormai ex alla Sanità , per dire di stare dalla parte del Berlusconi «perseguitato », che si dimette anche lei, ma che non condivide «la linea di chi lo consiglia in queste ore: questa nuova Forza Italia sta dimostrando di essere molto diversa dal ’94, ci spinge verso una destra radicale in cuinon mi riconosco».
La collega Nunzia De Girolamo (Agricoltura) chiede un chiarimento interno, è l’unica con Alfano ad essere stata avvertita personalmente da Berlusconi dell’apertura della crisi, sabato pomeriggio.
La sua critica è più contenuta: «Non posso tacere l’amara constatazione nel vedere come siano sempre più evidenti atteggiamenti, posizioni, radicalismi che poco hanno a che vedere con i valori fondativi del nostro movimento liberale ».
La sostanza non cambia.
LA SCISSIONE E IL PPE ITALIANO
È Quagliariello a parlare con chiarezza della possibilità che il Pdl si sdoppi, a questo punto. In passato ci sono stati «tre partiti Gaullisti», in questo periodo «ce ne sarebbero due».
Come dire, Forza Italia e il Pdl. È uno scenario possibile. Non l’unico.
Anzi, un nuovo soggetto moderato si profila all’orizzonte.
Il pressing dall’esterno è cominciato. Telefoni roventi per i ministri Mario Mauro, Gianpiero D’Alia, i leader Mario Monti, Pier Ferdinando Casini.
Tutto è in movimento per dar vita a breve a un gruppo di sostegno al governo Letta bis, per non chiudere comunque qui la legislatura.
«La nostra linea non cambia, restiamo convinti che il governo deve andare avanti per il bene del Paese e che Alfano debba guidare il partito, lontano dagli estremismi» sostiene Giuseppe Castiglione, senatore che detiene da solo mezzo bacino dei voti forzisti in Sicilia che pure continua a dichiararsi berlusconiano.
Con lui, tra gli altri, Torrisi, Pagano, Gibiino alcuni dei senatori che lo seguono. Ma ormai dice «no a derive estremiste» e chiede apertamente ad Alfano di rappresentarli anche il cattolico Maurizio Sacconi.
Vicina alla sua posizione anche Eugenia Roccella. E poi Giovanardi, «per mantenere ferma la rotta dei moderati ».
Il tam tam incessante della stampa cattolica sta sortendo i suoi effetti.
Andrea Augello, relatore in giunta in favore di Berlusconi, come gli altri: «Preoccupazione per come si fanno le scelte nel Pdl».
Il progetto in cantiere riprende proprio l’idea dell’“Italia popolare” alla quale molti di loro stavano già lavorando a dicembre dopo la crisi del governo Monti.
Ppe italiano, altra sigla in circolazione nel frullatore.
BERLUSCONI VA ALLA CONTA
Oggi, dopo aver festeggiato il suo compleanno più amaro, in tarda mattinata Berlusconi tornerà a Roma e prima di riunire i gruppi alle 17 vuole vedere in faccia Alfano, far rientrare la rivolta del delfino e dei suoi.
Questa volta però il segretario è intenzionato a giocarsi il tutto per tutto.
Strappare, ora o mai più, la carica di coordinatore della nuova Forza Italia: a lui e non alla Santanchè o a Verdini lo scettro.
Diversamente, punterà a tenersi il Pdl con tutta l’ala moderati, da affiancare magari a Forza Italia.
«Diversamente berlusconiano », appunto. Più probabile, per costruire qualcosa di nuovo, dato che il Pdl sembrerebbe abbondare soprattutto di debiti: non sarebbe certo un affarre sobbarcarselo.
La carta che oggi si giocherà Alfano lo porterà a chiedere a Berlusconi ancora tempo per trattare col Pd un rinvio della legge Severino sulla decadenza alla Consulta, ma sa di non avere chance.
Il Cavaliere ha in testa solo il voto anticipato.
Mercoledì si andrà alla conta in aula. Nel Pdl in tanti parlano della possibilità di uscire dall’aula.
Altri lavorano perchè si arrivi subito a un sì al Letta bis per voltare pagina.
Senza altri tentennamenti.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 30th, 2013 Riccardo Fucile
INCONTRO DEI MINISTRI A CASA DI QUAGLIARELLO
A casa di Gaetano Quagliariello, ministro dimissionario per volere di Berlusconi, va in scena il vertice tra i ‘responsabili’ del Pdl che non vogliono Forza Italia in mano agli ‘estremisti’, ma che soprattutto pensano ad una ipotesi di Letta bis.
Ieri notte, a Roma, si sono incontrati, come documentano le foto del Fattoquotidiano, i ministri dimissionari Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo, Angelino Alfano e Maurizio Lupi.
Un vertice prolungato che è finito intorno all’una e mezza quando i presenti hanno lasciato casa Quagliariello.
All’uscita bocche cucite, solo Nunzia De Girolamo ha ironicamente consigliato: “Parlate con Alfano. E’ più appetitoso”.
Il dimissionario ministro dell’Interno, con i cronisti tenuti a distanza dalle scorte, non ha rilasciato alcuna dichiarazione.
Per Berlusconi il rischio è che lo strappo non solo provochi uno tsunami nel suo partito, ma sortisca anche un altro effetto: il sostegno da parte dei dissidenti ad un nuovo governo Letta.
Per parte sua l’ospite di queste vertice, Gaetano Quagliariello, ha parlato in una intervista al Messaggero.
“Dobbiamo vedere se possiamo creare una nuova formazione dove sia possibile essere diversamente berlusconiani. D’altra parte in Francia di partiti gollisti ce ne furono tre, qui da noi potremmo averne due”.
Il ministro è convinto che nel Pdl sia il momento “di tenere insieme i moderati che devono essere guidati da moderati. Non esiste che siano diretti da un gruppo di estremisti”.
“Berlusconi — spiega — mi sembra abbia aperto alla possibilità di andare avanti votando la legge di stabilità ”.
Se Angelino Alfano non riunisce gli organismi dirigenti del partito è perchè “nella riunione dove hanno deciso le dimissioni dei ministri Alfano non c’era — spiega Quagliariello. — La decisione di lasciare il governo si sarebbe dovuta prendere insieme, magari nell’ufficio di presidenza del partito”.
Il ministro per le Riforme sottolinea che “le dimissioni dei parlamentari saranno anche stato un atto simbolico”, ma sono “un atto di una inusitata gravità . Forza Italia è stata il partito della maggioranza silenziosa del Paese e questo lo si deve a Silvio Berlusconi. Invece nell’ultima settimana è sembrata una riedizione di Lotta Continua. Questo è inaccettabile e se Forza Italia sarà questo io non posso riconoscermi”.
Quanto alla tenuta del Governo, “aspettiamo di sentire cosa dirà Letta in aula. Dipende molto da cosa metterà nel programma. Poi decideremo”. Certo è, aggiunge, che all’Italia “non serve un governicchio che fa solo la legge elettorale o la legge di stabilità ”, serve un esecutivo “che abbia l’ambizione di fare le riforme”.
Toni simili si ritrovano anche nelle parole di Beatrice Lorenzin, che cambia semplicemente la similitudine: da Lotta continua ad Alba Dorata.
”Non lascio il mio partito — ha detto il ministro della Sanità al Corriere della Sera – ma non sono disposta a stare in una formazione guidata da estremisti contrari allo spirito e alle idee che abbiamo professato in questi 19 anni”.
Non si può, ha detto, “accettare l’idea di un partito alla Alba Dorata che considera traditori chi la pensa diversamente”.
Lorenzin spiega che intende battersi affinchè nel suo partito “ci sia spazio per i moderati”, “ci sono poche ore per decidere quale strada prendere”.
“Sono tra i più berlusconiani del Pdl”, afferma, “in questo momento drammaticissimo sono vicina a Silvio Berlusconi e difendo la sua posizione. La Storia giudicherà quello che gli stanno facendo. Però domando: è possibile essere berlusconiani senza mandare il cervello all’ammasso?”.
Carlo Tecce e Nello Trocchia
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 29th, 2013 Riccardo Fucile
DISSENTONO ANCHE LUPI, CICCHITTO, FRATTINI…”BASTA CON DERIVA ESTREMISTA E TONI INACCETTABILI, IL PARTITO E’ STATO GENETICAMENTE MODIFICATO”
Dopo il dito alzato premonitore di Fini, per la prima volta nella sua storia, il Pdl si spacca:
protagonisti stavolta non gli ex An, ma molti nomi storici di Forza Italia.
Una frattura non solo evidente, ma anche rumorosa, con il malcontento espresso in forme e toni forti.
Ieri Giovanardi, oggi Cicchitto, Quagliariello, Beatrice Lorenzin e Maurizio Lupi (seppur in forma diversa): nomi che nel Pdl contano, e non poco.
E tre di loro sono ministri.
Hanno subito le indicazioni del capo e del suo cerchio magico, ma non le condividono e lo dicono chiaro e tondo.
Critiche che si concludono con un annuncio: “Non aderiremo a Forza Italia”.
Si sfilano (tranne per ora Lupi), insomma, il che conferma un’indiscrezione sempre più forte nelle ultime ore: la fuoriuscita di un numero imprecisato di parlamentari dal Pdl/Fi e la contemporanea creazione di un nuovo movimento (si chiamerebbe Italia popolare) che farebbe da stampella ad un ipotetico Letta-bis o a un governo di minoranza.
Un’azione che, a quanto pare, è già avanzata a Palazzo Madama, dove lo ‘scouting’ in corso potrebbe arrivare a formare un gruppo parlamentare, quindi coinvolgerebbe fino a 10-15 senatori.
In dettaglio, sarebbe soprattutto tra i senatori siciliani e campani (ma non Vincenzo D’Anna, Pietro Langella, Antonio Milo e Ciro Falanga, che hanno giurato fedeltà al Cavaliere) sino ad ora iscritti al Pdl che attingerebbe il nuovo gruppo di moderati.
Cicchitto: “Basta estremisti di estrema destra nel partito”
Il primo a esprimere critiche corrosive contro la decisione del Cavaliere è stato Cicchitto con una lunga nota. E non le ha mandate a dire. Anzi.
“Berlusconi avrebbe bisogno di un partito serio, radicato sul territorio, democratico nella sua vita interna, un partito di massa, dei moderati, dei garantisti, dei riformisti — ha detto l’ex capogruppo Pdl alla Camera — e non un partito di alcuni estremisti che nelle occasioni cruciali parlano con un linguaggio di estrema destra dall’inaccettabile tonalità anche nel confronto con gli avversari politici che non dobbiamo imitare nelle loro espressioni peggiori”.
Parole durissime quelle di Cicchitto, nonchè un attacco diretto ai falchi del partito, che invita a non illudersi su elezioni subito.
Per Cicchitto questa mancanza di dialogo interno è un problema assai grave, “anche perchè, da oggi fino alle prossime elezioni — che nessuno si può illudere che avvengano immediatamente visto che va rifatta la legge elettorale — i parlamentari devono svolgere un ruolo decisivo in Parlamento e sul territorio e quindi il loro ruolo politico è assai importante e non possono essere trattati come delle semplici pedine da manovrare, in modo per di più disordinato, ad opera di pochi dirigenti del partito”.
Quagliariello: “Se Forza Italia è questa io non aderirò”
“Se Forza Italia è questa, io non aderirò”. E’ un messaggio netto quello del ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello, a Piacenza per il Festival del diritto.
Per il ‘saggio’ Quagliariello, l’annuncio di dimissioni dei parlamentari del Pdl è stato un “fallo di reazione”. “Io — ha aggiunto — non ho aderito perchè penso che una persona che fa politica deve avere l’inclinazione al compromesso. Io le dimissioni non ho avuto nessuna remora a darle — ha aggiunto il ministro — però è evidente che se si fa in una sede in cui a discutere sono alcuni esponenti di un partito, senza il segretario, quel partito è geneticamente modificato: a questa Forza Italia non aderirò”.
Uno degli obiettivi delle dimissioni dei ministri del Pdl dal governo potrebbe essere “avere elezioni anticipate”, ma “non è il mio obiettivo” ha detto Quagliariello, secondo cui “le elezioni anticipate e le vittorie elettorali anticipate sono vittorie di Pirro”.
Toccando, invece, il tasto delle dimissioni da parlamentari, sempre per quanto riguarda il Pdl (dimissioni non date da Quagliariello, che lo farà appena possibile, pur non condividendo la scelta), il ministro ha aggiunto che “le dimissioni da parlamentari hanno creato una slavina, si è sganciata l’atomica, una cosa incredibile — ha concluso — mai fatta nel Parlamento italiano”.
A chi parla di scissione all’interno del Pdl, Quagliariello risponde con un ragionamento chiaro: “Non so se c’è una scissione: so che il centrodestra non è quello che si è espresso ieri”.
Riferendosi alle decisioni prese ieri ad Arcore, ossia alla richiesta di dimissioni dei ministri del centrodestra, Quagliariello ha poi aggiunto che “non è quella la storia del centrodestra maggioritaria, non è quella la storia dei moderati in Italia”.
Il ministro per le Riforme, inoltre, ha rivolto un appello ai suoi colleghi di partito: “Ho detto come la pensavo, non ho avuto dubbi a dare le dimissioni, ora vediamo che cosa accade: spero che altri parlino lo stesso linguaggio di chiarezza“.
Lorenzin: “Mi dimetto, ma non condivido la linea del partito”
“Non giustifico nè condivido la linea di chi lo consiglia in queste ore”, “tentano di distruggere tutto quello che Berlusconi ha costruito e rappresentato”.
Parole e concetti chiari quelli espressi in una nota dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin che, pur dimettendosi, ha annunciato che non farà parte di questa Forza Italia poichè “spinta verso una destra radicale”.
Dopo aver espresso soddisfazione per i cinque mesi trascorsi nel governo Letta e aver rivendicato la bontà del lavoro svolto, Lorenzin è passata all’attacco. “Questa nuova Forza Italia sta dimostrando d’essere molto diversa da quella del ’94. Manca di quei valori e di quel sogno che ci ha portati sin qui” ha detto la titolare della Sanità , che poi critica la direzione che sta prendendo la nuova creatura del Cavaliere perchè “ci spinge verso una destra radicale in cui non mi riconosco, chiude ai moderati e li mette fuori senza alcuna riflessione culturale, segnandoli come traditori. Esprimo il mio dissenso”.
Poi il solito discorso: sì alle dimissioni, no alla nuova Forza Italia, almeno così concepita. “Accetto senza indugio la richiesta di dimissioni fatta durante un pranzo a cui non partecipavano nè i presidenti dei gruppi parlamentari, nè il segretario del partito, per coerenza politica nei confronti di chi mi ha indicato come ministro di questo Governo — ha concluso l’esponente del Pdl – Continuerò ad esprimere le mie idee e i miei principi nel campo del centrodestra, ma non in questa Forza Italia”.
Lupi: “Forza Italia non può essere estremista”
Diversa e con più sfumature la posizione del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi: lui sta con il Cavaliere, ma non con i suoi consiglieri. “Così non va. Forza Italia non può essere un movimento estremista in mano a degli estremisti — ha detto il politico ciellino — Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri. Si può lavorare per il bene del Paese essendo alternativi alla sinistra e rifiutando gli estremisti. Angelino Alfano si metta in gioco per questa buona e giusta battaglia”.
Frattini su Twitter:
“Grave voltare le spalle al Paese. L’Italia è in difficoltà , non merita una irresponsabile crisi al buio”. Poi, in una nota, aggiunge: “Mi riconosco nelle parole di chi in queste ore, nel centrodestra, ha preso le distanze dalla decisione del Pdl di ritirare la delegazione al governo, e guarda quindi con dolore a un gesto che lacera le prospettive future dell’Italia”.
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Settembre 29th, 2013 Riccardo Fucile
“NON CI FACCIAMO COMANDARE DA VERDINI E DALLA SANTANCHE’, NON MUORIAMO PER LORO”
In quel momento Francesca stava addobbando il carrello per i dolci con Marina, preparativi per un compleanno, oggi, familiare e funerario ad Arcore.
Silvio Berlusconi era seduto, muto, in salotto. Daniela Santanchè e Denis Verdini urlavano, Sandro Bondi ascoltava a mani incrociate, Niccolò Ghedini prendeva appunti.
E allora, stremato, il Cavaliere ha ripreso coscienza e deciso: “I nostri ministri si ritirano, addio governo di Enrico Letta. Non accettiamo ultimatum”.
Daniele Capezzone aveva abbozzato un comunicato, solito gancio contro la sinistra che tassa, riferimenti al Consiglio dei ministri, l’Iva che aumenta e l’Imu che tormenta.
I ministri non sapevano nulla.
Angelino Alfano ha ricevuto una telefonata, e ha replicato con un suono labiale che accompagna le sue conversazioni con il Capo: si.
Ma i colleghi di governo non hanno accettato di firmare la nota di Arcore senza conoscere il testo e, soprattutto, le motivazioni. Gaetano Quagliariello e Maurizio Lupi, ormai in rotta con il Cavaliere, mirano ai carnefici: “Non ci facciamo comandare da Verdini e Santanchè. Non moriamo per loro”.
Attimi di apprensione. Da Arcore era scattato l’ordine di disintegrare l’alleanza, ma i ministri stavano lì, nervosi, a tracciare una via di fuga: “È una follia”.
Berlusconi compone cinque numeri di telefono differenti, anzi quattro perchè non c’era bisogno di ammansire Alfano o di fornire una spiegazione. Il Cavaliere parla con Lupi, Lorenzin, Quagliariello e De Girolamo: “Non possiamo farci stritolare da Letta e dal Pd. I nostri elettori non potranno perdonarci se alziamo le tasse. Andiamo a votare. Io non mi fido di Napolitano”.
Quella che il Capo chiama la delegazione di Forza Italia scrive un paio di righe, recepisce il messaggio: “Non ci sono più le condizioni per restare”.
Non finisce, però, la devastazione interna. E non soltanto per la reazione di Fabrizio Cicchitto: “Dovevamo discutere prima”.
Il segnale fa scattare la rivolta. Anche Alberto Giorgetti, sottosegretario al Tesoro, ripudia l’editto di Arcore: “Contesto il metodo usato per i ministri, non lascio da deputato”.
E il pericolo si chiama “scissione”, incontrollabili e clamorosi spostamenti al centro per far nascere un nuovo esecutivo.
L’elenco di Palazzo Madama è abbondante: Giovanardi, Compagna, Naccarato, Falanga; i siciliani Castiglione, Torrisi e Pagano. E il saggio Quagliariello, assieme al cattolico Lupi (Montecitorio, però) che non sopporta più la versione Forza Italia Garnero in Santanchè.
A Roma guardano con sospetto al gruppo di Arcore che ha imposto al Cavaliere l’uscita per Letta: i moderati si vedono, tramano e sperano.
E fra le tante voci che circolano, e che contengono un retroscena di verità , dicono che fra i più accaniti consiglieri di B. ce ne siano due che temono conseguenze giudiziarie: non del Capo, ma personali.
La sindrome del guinzaglio, ormai esperto in materia per le frequentazione di Dudù, è l’ultima malattia del Cavaliere.
La sceneggiata “dimissione di massa” ha dimostrato che B. non riesce più a tenere insieme il partito. Ha chiuso la partita perchè non dorme per i traditori: “Venerdì notte è stato sveglio. Non riusciva a riposare per la storia del Cdm e per tutti i problemi che lo assediano”, racconta con affetto Sandro Bondi.
Quando non vuole sentire rimproveri, il Cavaliere allontana gli amici più cari.
Ad Arcore non c’erano Paolo Bonaiuti e Gianni Letta, e nemmeno li ha informati, coinvolti. Marina non era d’accordo col padre, non voleva far precipitare la situazione, per il bene di un’azienda di famiglia che subisce i sussulti di palazzo Chigi.
E non sorprende che abbia disertato la riunione ristretta con Verdini e Santanchè, che hanno convinto il Cavaliere ad aprire la campagna elettorale con un comizio durante la manifestazione del 4 ottobre, giorno di seduta in Giunta per le Elezione, giorno di decadenza. Oggi fa 77 anni.
Carlo Trecce
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 29th, 2013 Riccardo Fucile
CRESCE IL DISSENSO ALLA LINEA ESTREMISTA DI SANTANCHE, VERDINI E CAPEZZONE
Il quadro sarà più chiaro nelle prossime ore. Sono 19 i senatori necessari a formare una
maggioranza con il Partito democratico
La fotografia è di un ministro del Pdl che ormai vive in bilico. “Si può difendere Berlusconi e la nostra storia anche senza fare la Repubblica di Salò”. Immagine potente, capace di evocare tradimenti e battaglie intestine.
Questo è il Pdl, oggi. Un partito allo sbando, sull’orlo di una scissione che potrebbe favorire un Letta bis.
Al progetto lavorano i big centristi di Scelta civica e del Pd. Ma lo scudo politico è di Enrico Letta e la stella polare, naturalmente, Giorgio Napolitano.
Non tutti i senatori azzurri seguiranno Silvio Berlusconi. Non stavolta, anche se il Cavaliere li contatterà — uno ad uno — nelle prossime ore.
Il comunicato con cui il leader ha sancito la crisi ha peggiorato il clima. La miccia è stata il pranzo di Arcore.
I falchi che circondano un Cavaliere disposto a farsi circondare per staccare la spina, i ministri del Pdl che vergano una nota di dimissioni in cui si segnala però quanto di buono ha prodotto il governo, in aperta polemica con il Capo.
Ecco, proprio dai ministri bisogna partire.
Gaetano Quagliariello, che pure ha lasciato il ministero, sosterrà un nuovo esecutivo ispirato dal Colle. E’ lui una delle linee di frattura del Pdl. E la crepa si allarga conil passare delle ore.
Al Senato potrebbero essere una decina. Allo scoperto è uscito Fabrizio Cicchitto, contestando uno strappo deciso senza consultare gli organi di partito. Lui, con altri ex socialisti, potrebbe addirittura restare nel Pdl, sfida estrema alla nuova Forza Italia di “Verdini&Santanchè”.
La pensa come Cicchitto il senatore Maurizio Sacconi, lacerato dai dubbi: “Sono d’accordo con Fabrizio”, si limita a dire.
Ma è tutto il mondo cattolico a fibrillare. Mario Mauro ha trascorso un intero pomeriggio al telefono. Pezzi grossi di Comunione e liberazione sono tornati ad ascoltarlo.
Pressa senza tregua Maurizio Lupi, ministro berlusconiano sconvolto per la mossa del Cavaliere.
L’idea di Mauro è di aggregare al centro, convincendo i senatori più inquieti. Anche Beppe Fioroni è stato contattato, perchè l’idea è di unire ciò che la Seconda Repubblica ha diviso.
Luca Cordero di Montezemolo, poi, fa direttamente i nomi: “Spero che persone come Lupi, Quagliariello, Sacconi, Gelmini, Lorenzin e lo stesso Alfano riflettano bene prima di assecondare una deriva che porterà il Paese sul ciglio del baratro”.
Il sottosegretario Giuseppe Castiglione ha detto addio al governo, ma non ha firmato le dimissioni da deputato. Potrebbe esseredella partita centrista, portando in dote due o tre senatori siciliani.
“Si tratta comunque di un’accelerazione imprevista che nei prossimi giorni andrà capita meglio”. Contrarissimo alla rottura il sottosegretario Alberto Giorgetti, che per tutta risposta ha ritirato le sue dimissioni da parlamentare.
Preoccupato, Verdini si è incollato (telefonicamente) ai senatori siciliani, calabresi e campani. E’ convinto che da lì arriverà qualche pugnalata.
Pier Ferdinando Casini, che pure negli ultimi mesi si è riavvicinato alle colombe berlusconiane, ha fiutato l’aria.
E crede nella scissione: “A me sinceramente dispiace per Berlusconi, ma questa è una follia autolesionista. Il Ppe non è questa cosa qui. Ed è chiaro che questa accelerazione interpella tutti, nel Pdl. Credo che ci saranno dissociazioni significative”.
Serve tempo, a chi crede in un nuovo gruppo filogovernativo e a chi intende sfilarsi dal Pdl.
A Letta questo è stato chiesto, qualche giorno in più per riuscire ad aggregare.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Settembre 28th, 2013 Riccardo Fucile
IL PDL RITIRA I MINISTRI E CERCA DI ADDOSSARNE LA RESPONSABILITA’ AGLI ALTRI… ALFANO SCATTA SULL’ATTENTI, CICCHITTO E’ CRITICO
Fine del governo Letta. 
Tutto accade dopo una nota di Silvio Berlusconi diramata nel pomeriggio, in cui chiede ai ministri del Pdl di “valutare l’opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà , di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani”. Pochi minuti dopo il ministro dell’Interno e vicepremier Angelino Alfano esegue: l’invito è stato accolto.
“I ministri del Pdl — ha comunicato la portavoce del segretario Pdl dicendo di parlare a nome di tutta la delegazione del Popolo della Libertà – rassegnano le proprie dimissioni”.
Dalla compagine di centrodestra presente nell’esecutivo viene così condivisa la proposta del capogruppo alla Camera Renato Brunetta che aveva chiesto ai colleghi di partito di dimettersi in massa.
E viene disatteso anche l’invito di Giorgio Napolitano di garantire continuità e non una “campagna elettorale permanente”.
E il Quirinale in una nota fa sapere che il Presidente della Repubblica “dopo il rientro a Roma concorderà con il Presidente Letta l’incontro che le decisioni odierne rendono necessario”.
Per parte loro, i ministri di centrodestra confermano: “Non ci sono condizioni per restare”. Il motivo? Sono le “conclusioni alle quali il consiglio dei ministri di ieri è giunto sui temi della giustizia e del fisco“, proprio come era scritto nella nota del Cavaliere.
Se da un lato le dichiarazioni ufficiali vogliono fare ricadere sull’aumento dell’Iva la responsabilità della crisi dell’esecutivo, in realtà il braccio di ferro tra i ministri Pdl e Letta è legato alla decadenza di Berlusconi da senatore, a seguito della sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna a quattro anni per frode fiscale.
Infatti Alfano aveva chiesto invano a Letta un decreto interpretativo sulla legge Severino.
I ministri Pdl spiegano però che le loro dimissioni sono dovute all’aumento dell’Iva, replicando quanto scritto nella nota dell’ex premier. Ma il presidente del Consiglio Enrico Letta risponde a stretto giro: la colpa dell’aumento dell’imposta è dovuta alle dimissioni del Pdl e chiede un “chiarimento in Parlamento, davanti al Paese“.
E, secondo fonti di Palazzo Chigi, il tentativo di “rovesciare la questione” è contraddetto dai fatti perchè il mancato intervento sull’imposta è frutto delle dimissioni dei suoi parlamentari e quindi del fatto che non era garantita la conversione del dl in legge.
Interviene sul passo indietro dei ministri di centrodestra anche il segretario del Partito democratico Guglielmo Epifani secondo cui le dimissioni “sono una ulteriore azione di sfascio per l’azione del governo” e aprono “formalmente nei fatti una crisi”. Ora, prosegue il leader democratico, “dovremo valutare esattamente le conseguenze di questo. L’irresponsabilità sta salendo a livelli che non erano razionalmente valutabili”. Fabrizio Cicchitto ha criticato le modalità con cui si è arrivati alle dimissioni dei ministri del Pdl.
“Prima di arrivare a questo passo, ha spiegato, sarebbe stata necessaria «una discussione approfondita» negli organismi dirigenti e nei gruppi parlamentari del Pdl.
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
LE MISURE PER DISSUADERE I SUBENTRANTI A CAMERA E SENATO
Alle 13.20, ora in cui i deputati si attovagliano al ristorante della Camera, Renato Brunetta torna da palazzo Grazioli, varca il portone di Montecitorio e strappa Fabrizio Cicchitto ai tiggì.
Gli parla nell’orecchio con tono grave e una parola si distingue sulle altre: «Napolitano».
Brunetta è una furia, coi suoi passi velocissimi corre verso l’Aula: «Sono scioccato dalla Procura di Palermo»
I magistrati e il capo dello Stato, ecco il corto circuito che ha innescato la miccia.
Ma ad accendere il fuoco, insinuano, è stato uno di loro, Gaetano Quagliariello.
Lo sussurrano i deputati più vicini a Verdini e Santanchè, spiegano che è stata la dichiarazione del ministro delle Riforme sulle dimissioni che «si danno e non si annunciano» a convincere anche i più riottosi che l’ora di «tirar fuori gli attributi» è ormai scoccata e che altro non resta da fare che dimettersi in massa.
Tutti, subito. Un’azione senza precedenti che, a sentire i più estremisti, porterà dritto al voto di sfiducia, tirando giù a valanga anche le giunte locali…
Ma no, è solo un’ipotesi bellicosa che a sera il capogruppo del Lazio, Luca Gramazio, si affretterà a smentire.
Dall’Aula di Montecitorio esce per primo il capo ufficio stampa, Luca D’Alessandro. «Stanno firmando tutti».
Gli dicono che al Quirinale c’è grande agitazione e lui, insultante: «L’imperatore d’Italia lascia? Bene! Così è il primo e la smette di comandare nel partito nostro». Questi gli umori che ribollono tra i falchi del Pdl mentre i deputati, colombe comprese, lasciano l’Aula con facce di pietra e, sul corridoio dei passi perduti, i prestampati per le dimissioni passano di mano in mano.
C’è chi firma e chi temporeggia. Lei si è dimesso, onorevole Piso? «Ancora no. Brunetta lo ha chiesto, ma vediamo, valutiamo».
A sera avranno capitolato tutti, anche quel Giuseppe Castiglione finito nel mirino per le aperture a una nuova maggioranza.
I siciliani, vigilati speciali, si affrettano a siglare il patto di fedeltà al capo, alla Camera e al Senato. «Il gruppo è compatto», allontana i sospetti Giuseppe Ruvolo.
Un oscuro peone non si capacita di dover dire addio allo scranno e un amico democratico lo prende in giro: «Ti sei dimesso? Ma che, sei scemo?».
Dorina Bianchi sorride, con un che di rassegnato sul viso: «Le ho date, sì. Perchè? Lo abbiamo fatto tutti…».
Mariastella Gelmini scivola via in un silenzio indecifrabile, che scioglierà in una nota di agenzia: «Chiediamo solo che il Pd si ravveda».
Pina Castiello lo dice in napoletano stretto: «Da cittadina mi dispiace se Letta cade, però mandare a casa Berlusconi non si può».
Preoccupazione, sgomento, paura del salto nel buio.
Finchè, a ondate, i deputati del Pdl si risvegliano dallo choc e cominciano a ragionare sulle conseguenze del loro collettivo «atto di affetto» verso Berlusconi.
Che succede, adesso? E se i primi dei non eletti decidessero di subentrare allegramente ai dimissionari?
Gira voce di una lettera di dimissioni in bianco che il capogruppo avrebbe in mente di far firmare ai «subentranti».
Categoria che improvvisamente (e fisicamente) si materializza.
Ecco apparire Osvaldo Napoli, primo dei non eletti a Torino dopo Alfano, Capezzone e Annagrazia Calabria. «La crisi c’è già – sentenzia – come fa Letta a non presentarsi dimissionario da Napolitano?».
E lei, subentra? «Ma no, non posso farmi dare del venduto»
Dimissionari, subentranti, pretendenti. E gufanti.
Giorgio Stracquadanio, berlusconiano pentito e strafelice di poter lanciare in piena crisi la sua nuova «Cosa blu», predice agli ex colleghi un fosco futuro: «Letta metterà la fiducia e vi sgonfierete come un soufflè».
Isabella Bertolini, la fu pasionaria del Cavaliere, concorda: «È l’ennesima sceneggiata. Come farete a non votare la fiducia?».
Ma i falchi hanno l’aria di chi ha tagliato i ponti. Per Mara Carfagna, tailleur pantalone color panna, l’addio a orologeria è tutt’altro che simbolico e pazienza se le conseguenze saranno irreparabili: «Che amarezza! La decadenza di Berlusconi è l’emblema di un sistema malato. L’emergenza è lo Stato di diritto, non il governo». Uno smarrito Maurizio Bianconi si aggira in scarpe da ginnastica: «Questo governo fa schifo, ma può restare dov’è».
Voterà la sfiducia? «La regola del Pdl è obbedire».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL SENATORE SI E’ RIFIUTATO DI FIRMARE: “SAREBBE BASTATO RINVIARE LA LEGGE SEVERINO ALLA CORTE COSTITUZIONALE”
Senatore Giovanardi, proprio lei, un fedelissimo di Berlusconi che alla fine lo tradisce e non firma le dimissioni.
“Lei non ha letto bene la mia dichiarazione. Io non tradisco nessuno. Questa è una doppia mascalzonata, quella che sta facendo il Pd e anche quella che sta studiando qualcuno ai danni di Berlusconi”.
Spieghi meglio.
“Il Pd sta facendo una forzatura sul voto di decadenza dal Senato del Cavaliere. Sarebbe bastato rinviare la legge Severino alla Corte Costituzionale e tutto si sarebbe aggiustato”.
Lei è un democristiano di vecchio stampo, così forse si aggiustava tutto, ma l’elettorato del Pd non l’avrebbe perdonato.
“Si però adesso fanno la parte dei giustizialisti. Inutilmente. E il governo rischia. Inutilmente”.
Perchè dice che anche dentro il partito questa storia delle dimissioni non giova a Berlusconi?
“E’ una cosa che è stata gestita malissimo. Anche Martino (il senatore Antonio Martino, ndr) non è d’accordo, perchè non serve a nulla, non si sa a cosa voglia arrivare. Poi, adesso sto ascoltando interpretazioni diverse da parte di alcuni colleghi che dicono che comunque è solo un gesto di solidarietà a Berlusconi, nulla di più. Ma con le dimissioni non si scherza, io quindi non mi dimetto”.
Diranno che lei è attaccato alla poltrona.
“Dicano pure ciò che vogliono, ho fatto il ministro, il capogruppo, il sottosegretario, il vicepresidente, ho un’esperienza parlamentare che alcuni dei miei colleghi se la sognano, cosa vuole che stia attaccato alla poltrona? Dico solo che questa storia non sta in piedi”.
Non crede che il suo gesto, decisamente coraggioso visto dall’esterno e visto il suo ruolo dentro il partito, possa servire da apripista anche per altri senatori, casomai alla prima legislatura?
“Io il mio gesto l’ho motivato. Io non ho firmato e non firmerò le dimissioni perchè ritengo non siano la modalità giusta per costringere le forze politiche ad assumersi le responsabilità nei confronti del Paese, soprattutto in vista della campagna elettorale. Poi, se il 4 ottobre il Pd si renderà complice di questa mascalzonata contro Berlusconi, allora sarà evidente che non ci sono più le condizioni per continuare un’alleanza di governo. Che bisogno c’è di dimettersi? Per darci in pasto ai grillini che poi, una volta dovessero mai arrivare al voto dell’aula, si divertirebbero a votare uno sì e uno no. “Tu resti perchè ci sei simpatico, tu invece no perchè sei antipatico”, ma che razza di cultura politica è mai questa? Ripeto, non è una cosa seria”.
Scusi, ma lei l’altra sera c’era alla riunione dei gruppi dove avete deciso di dimettervi in massa
“Certo che c’ero”.
E perchè non l’ha detto subito che lei non ci stava?
“Io ho chiesto la parola, poi è arrivato Berlusconi e mi è stato detto che il dibattito non c’era più, quindi non mi sono potuto esprimere”.
Quanti altri come lei?
“Parecchi. Non faccio numeri, ma le assicuro che non ho visto mica tanti entusiasmi in giro”.
Tanti da costituire una gamba per una maggioranza alternativa?
“Ma questo proprio non lo so, è veramente presto per parlarne”.
Già , ma visto che vi siete ficcati in un cul de sac, adesso come pensate di uscirne?
“Ah, non ne ho proprio idea. Io non ho firmato, quindi questo gioco non mi riguarda. Se la vedesse chi l’ha inventato”.
E’ stato Brunetta.
“Io ho fatto un gesto in piena coscienza, non ho firmato. Se la vedesse lui con la sua”.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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