Gennaio 20th, 2013 Riccardo Fucile
“DA PROSCIOLTO RESTO FUORI, IL PLURINDAGATO FORMIGONI INVECE DENTRO”
«Perchè il sottoscritto non è considerato degno di candidarsi e lo è invece il pluri-indagato Formigoni? Secondo quale logica quello che fa perdere i voti sarei io, ma non viene considerato tale per esempio Verdini? Come mai lo stesso criterio applicato a me non deve valere per tutti quanti i condannati o inquisiti?».
Se Scajola dovesse rompere il silenzio-stampa, e dare libero sfogo a ciò che gli bolle dentro, dalla sua bocca fluirebbero gli stessi ragionamenti uditi ieri dai più fedeli amici e collaboratori, la stessa amarezza per il «doppiopesismo» dell’amico Silvio («soltanto lui è perseguitato dalla giustizia?»), la stessa voglia di mandare tutti quanti a quel paese…
Però l’ex-ministro ha deciso di cucirsi le labbra; a parte l’annuncio del ritiro, zero commenti pubblici; l’entourage incaricato di descriverlo serafico», indifferente alla cadrega, «non ha certo bisogno dei denari pubblici per sbarcare il lunario» conferma il suo combattivo portavoce Andrea Camaiora.
L’ordine di scuderia è tacere. Solo per il momento, tuttavia.
Ogni cosa a suo tempo.
Scajola è un democristiano di lunghissimo corso, più volte finito nella polvere e sempre resuscitato.
Potrebbe tenere corsi di sopravvivenza politica, insomma sa il fatto suo.
Prima di rompersi definitivamente i ponti alle spalle, ha voluto misurare fino a che punto si è spinta la «pulizia etnica» nei suoi confronti.
Berlusconi poteva accontentarsi della sua testa offerta spontaneamente alla ghigliottina, senza depennare dalle liste gli scajoliani, senza mettere a ferro e fuoco un intero sistema di potere.
Poteva, volendo…
Invece la risposta è arrivata ieri sera, quando la fazione avversa (Scandroglio-Minasso-Grillo) ha cantato vittoria, e le prime posizioni della lista sono diventate appannaggio dei nemici giurati di Scajola.
Attendiamoci adesso guerra totale, sabotaggio delle liste compreso.
La scissione è nelle cose, due consiglieri regionali hanno abbandonato ieri sera il partito.
E lui, Scajola, a questo punto non si terrà più dentro nulla, dirà tutto quello che pensa sull’uomo da cui si sente volgarmente tradito.
Con il Cavaliere, nessun contatto telefonico.
La separazione si è consumata senza neppure un «ciao».
L’ultima conversazione vis-à -vis risale a parecchi giorni fa. Silvio, confermano a Palazzo Grazioli, era stato piuttosto evasivo «come fa lui quando ti vuole segare», cioè astenendosi da una parola definitiva, da un impegno con stretta di mano: «Vedremo come si potrà fare…».
Poi sui giornali era stato tutto uno stillicidio di indiscrezioni, Berlusconi non ricandiderà Scajola, non gli perdona la storia della casa acquistata senza saperlo, lo considera una zavorra che frena i sondaggi in irresistibile ascesa; per cui a Claudio «i cosiddetti giravano già non poco», rivelano dalla sua Imperia, e sono girati ancor di più quando sempre sui quotidiani lui s’è letto nel mazzo degli impresentabili, addirittura più in forse di chi (come Dell’Utri, come Papa, come Cosentino) è condannato o inquisito per mafia e camorra.
Lui dice nel comunicato ufficiale di aver reagito contro gli «esami morali», per tutelare la dignità propria e della sua famiglia, quando nessuno gli aveva ancora chiesto un passo indietro: «Come ha dimostrato D’Alema, la politica si può fare anche fuori del Parlamento», è un’altra delle battute che gli vengono attribuite dagli amici. Però anche un bambino capirebbe che, pure senza il nobile gesto del ritiro, l’esito sarebbe stato identico: nel momento in cui Berlusconi ha deciso di fare «piazza pulita», Scajola non aveva più scampo in ogni caso.
«Il bello è che, finora, l’unico a essere stato prosciolto sono io», non si dà pace l’ex uomo-forte di Forza Italia, colui che nel 2000 trasformò il partito di plastica in macchina da guerra.
E che tra i capi d’accusa si ritrova quello di essere «poco affidabile», un potenziale traditore.
«Ecco, questo è ciò che più l’ha ferito», spiegano nel suo fortino, «il dubbio sulla sua lealtà . Mentre hanno candidato Sacconi in Senato, che fino al giorno prima era in trattative con Monti…».
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Gennaio 19th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI PREME DOPO I SONDAGGI DELLA GHISLERI… L’EX MINISTRO ANNUNCIA: “BASTA ESAMI SULLA MIA MORALITA'”
Aria tesa a palazzo Grazioli dove, in un vertice ristrettissimo, si sta cercando di
risolvere il rebus della compilazione delle liste.
Tra i nodi, a creare maggiori attriti, è ancora quello sulla presenza dei cosiddetti«impresentabili».
Secondo quanto viene riferito dalle agenzie i stampa, infatti, starebbe emergendo la linea dura.
Lo stesso Silvio Berlusconi, con un occhio anche ai sondaggi e alle indicazioni che sono arrivate nei giorni scorsi dalla fidata Ghisleri, si sarebbe convinto della necessità di varare liste quanto più «pulite» possibile.
Una linea che – sempre secondo quanto viene riferito – potrebbe anche fare vittime illustri: oltre a Marcello Dell’Utri (ancora ieri sera il Cavaliere aveva spiegato che molto probabilmente non sarebbe stato candidato), a essere escluso potrebbe essere anche Nicola Cosentino.
Una decisione che sarebbe in controtendenza con quanto emerso negli ultimi vertici in cui a predominare era stata la posizione di Denis Verdini, spesso in forte contrasto con il segretario, Angelino Alfano.
Sempre secondo quanto viene riferito, la delicata pratica di contattare telefonicamente i candidati all’esclusione è stata affidata all’avvocato Niccolò Ghedini.
La riunione è ancora in corso e i capovolgimenti non possono essere esclusi: d’altra parte il campano Cosentino, e con lui anche Luigi Cesaro o Amedeo Laboccetta, sono considerati portatori di voti che potrebbero essere fondamentali, soprattutto per l’obiettivo di essere determinanti al Senato.
Nonostante le pendenze giudiziarie, dovrebbe essere candidato a palazzo Madama in Lombardia, il Governatore uscente Roberto Formigoni.
Nessun dubbio anche sull’inclusione di Denis Verdini.
Annusata l’aria che tirava, e dopo un incontro di due giorni fa con Silvio Berlusconi andato sostanzialmente a vuoto, ha deciso di ritirarsi dalla corsa l’ex ministro Claudio Scajola: “Per la dignità mia e della mia famiglia non sopporto più esami da parte di alcuno sulla mia moralità . Per queste ragioni ritiro la mia candidatura. I miei valori, la mia storia e il mio stile di vita parlano per me. Con buona pace di qualunque arbitro. Per quel che concerne le mie ‘vicende giudiziarie’, tocca ricordare, nero su bianco, che Claudio Scajola ha inanellato solo archiviazioni, proscioglimenti e tanti mal di pancia”.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 18th, 2013 Riccardo Fucile
PREVEDIBILE IL SI’ A DELL’UTRI, COSENTINO, SCAJOLA… A RISCHIO MILANESE, LABOCETTA, PAPA E LANDOLFI… SCURE SUGLI EX AN: RISCHIANO AUGELLO, LAFFRANCO, ARACRI E SAGLIA
L’immagine è quella della tela di Penelope: liste che vengono chiuse e poi riaperte nel giro di dieci minuti.
La tensione tra via dell’Umiltà e palazzo Grazioli è alle stelle.
L’input del Cavaliere è quello di andare avanti ad oltranza tanto che lo stesso ex premier avrebbe riconvocato i big pidiellini che si occupano delle liste a tarda sera a via del Plebiscito.
Riunione che inizierà dopo la fine della trasmissione ‘Italia Domanda’ che vede unico ospite protagonista proprio Berlusconi.
Il nodo da sciogliere continua ad essere quello delle deroghe e dei cosiddetti ‘impresentabili’. Nodi su cui da giorni si registrano pesanti divergenze tra Denis Verdini e Angelino Alfano.
Ragionamenti però a cui non rimane indifferente nemmeno Berlusconi.
L’ex capo del governo continua a ripetere ai suoi fedelissimi di essere un garantista per cui contrario ad escludere dalle liste ‘big’ del Pdl che non sono stati condannati in via definitiva.
A mettere però in allarme l’ex premier sarebbe una parte dei suoi consiglieri pronta ad invitarlo ad una «seria riflessione» prima di dare il via libera ufficiale alle liste: devi considerare – è una delle tesi sottoposte all’ex capo del governo in queste ore a palazzo Grazioli – che gli avversari farebbero la guerra sul tema delle liste pulite.
Parole che avrebbero fatto scattare un campanello dall’allarme soprattutto in chiave ‘sondaggi’ ed il rischio che Berlusconi vuole evitare è che candidature cosiddette ‘scomode’ possa fermare la risalita dei consensi pidiellini.
L’argomento sarà affrontato (pare in via definitiva) nella riunione che l’ex capo del governo ha convocato nella notte a palazzo Grazioli.
Una summit ristrettissimo preceduta da una riunione a cui avrebbero preso parte solo Alfano, Renato Schifani e Denis Verdini.
Lo schema al momento prevede la presenza nelle liste di Nicola Cosentino (in realtà il più blindato), di Claudio Scajola e pare anche di Marcello Dell’Utri.
Più in bilico Marco Milanese, Amedeo Labocetta, Alfonso Papa e Mario Landolfi.
In attesa di conoscere le loro sorti, così come i nomi di tutta la pattuglia dei ‘derogati’ (non più di una trentina) si prova a disegnare il risiko delle altre regioni.
Se in Lombardia Formigoni dovrebbe aver ottenuto un buon posto per la lista al Senato insieme a Sandro Bondi e Paolo Romani, in Abruzzo, nonostante non ci sia ancora l’ufficialità , dovrebbe essere candidato Gaetano Quagliariello al Senato insieme a Paola Pelini mentre alla Camera il capolista ‘top secret’ dovrebbe essere un esponente della società civile.
In Sicilia Alfano è confermato capolista nella circoscrizione occidentale mentre in quella orientale ci sarebbe l’ex ministro della Difesa Antonio Martino.
Al Senato, dopo il Cavaliere, verrebbe candidato Schifani.
Nel Lazio 1 ed in buona posizione invece c’è Barbara Saltamartini, unica dei deputati vicini al sindaco Gianni Alemanno che verrebbe ricandidata.
La ‘scure’ si dovrebbe abbattere poi su diversi esponenti provenienti dalle file ex An. In bilico Andrea Augello, Pietro Laffranco e Francesco Aracri così come Stefano Saglia.
(da “il Messaggero”)
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Gennaio 18th, 2013 Riccardo Fucile
VERSO IL VOTO: “BASTA RICORDARSI DI CHI SONO AMICO IO E DOVE SONO SEMPRE STATO”
Fino a qualche giorno fa rispondeva una segreteria telefonica dall’accento ispanico.
Adesso risponde lui, Marcello Dell’Utri, in viaggio fra Milano e Roma, celiando sulle vacanze di Capodanno oltreoceano: «Sì, sono tornato pure io dal… Guatemala».
Ovvio riferimento ad Antonio Ingroia, il suo massimo accusatore che lo ha sempre indicato come il manovratore del boss Vittorio Mangano, più «guardiano» che stalliere di Arcore.
Lunga odissea giudiziaria sfociata davanti ai giudici di Cassazione che l’hanno graziato evitando d’un soffio il carcere, seppur bollandolo come «mediatore» fra Berlusconi e la mafia, con un verdetto di rinvio ad altro dibattimento.
Lo stesso che approda proprio oggi in Corte d’appello a Palermo con il sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio pronto a chiedere la nuova condanna sulla quale si avrà una sentenza nei primi giorni di marzo.
Assolto a Milano per una estorsione, ancora sotto processo per la trattativa Stato-mafia e in attesa della sentenza di marzo, indicato da avversari e qualche voce interna al centrodestra come «impresentabile», si ricandiderà comunque, senatore Dell’Utri?
«Nenti vitti, nenti sacciu».
Niente vide e nulla sa? Che aria tira? La rottamano, molla o si ricandida?
«Nessuno mi ha candidato, non ho ricevuto proposte».
Allora non vedremo il suo nome in corsa per la riconferma di un seggio?
«Ma che dice? Certo che mi candido. Finchè sono vivo, continuerò a candidarmi. Non lo farò più solo da morto. Ma fino a quando non sarò morto…».
Allora è vero che troveremo il suo nome nel listone di Grande Sud, con Gianfranco Miccichè?
«Io con Gianfranco? Ma chi se l’è inventata questa storia?».
Dica lei con chi correrà , allora.
«Un’idea l’avrei. Potrei candidarmi col Pd di Bersani».
Le piace scherzare.
«Beh, sì, potrei anche chiedere spazio in lista a Ingroia. O forse è meglio evitare i suoi spazi ristretti»
Com’è successo a Berlusconi, adesso forse incrocerà anche lei Ingroia senza toga. Che effetto le fa?
«Per me resta il capofila di una Procura che ha continuato a sostenere tesi da fanatici. Fissati su teorie inesistenti. Sul nulla».
Guardi che per una sua candidatura resta solo «Grande Sud», stando ai pronostici dei bookmaker della politica.
«Grande minchiata».
E che si fa una sua listarella autonoma?
«Lei la farebbe? Certo che penso ad altro…».
Dica.
«Non dico. Pongo io il quesito: chi sono io? Si faccia una domanda e si dia una risposta, come si sente echeggiare la notte in tv».
Vuol sapere chi è lei? Un amico di Berlusconi.
«Ecco, basta ricordarsi dove sto io, dove sono sempre stato».
Vuol dir che rivendica un posto nel Pdl, nelle liste guidate da Angelino Alfano?
«Non dico niente».
Così rischia di mettere in difficoltà qualche suo amico perchè lei viene collocato in cima alla lista dei cosiddetti «impresentabili»
«Questo non me l’ha mai detto nessuno».
Giusto per fare un nome, parla di una sua «presenza ingombrante», e lo disse già ad Annozero, la ex leader di Giovane Italia Carolina Varchi, oggi candidata in Sicilia con Fratelli d’Italia.
«Ma lo vuole capire che interviste non ne faccio?».
Felice Cavallaro
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Gennaio 16th, 2013 Riccardo Fucile
E BERLUSCONI CHIEDE DIECI POSTI BLINDATI PER “ESPONENTI DELLA SOCIETA’ CIVILE”
Di sicuro sulle liste del Pdl ci sono due cose: «Che Berlusconi è candidato, e che litigheremo fino all’ultimo minuto utile, come per noi è tradizione…».
E’ uno dei pochi sorrisi che si strappano in via dell’Umiltà , dove ormai da giorni e giorni sono barricati i vertici di un partito nel quale si stanno combattendo decisive guerre di potere.
Mentre si tenta di porre freni alla sfilata dei tanti deputati e senatori che cercano la ricandidatura (nei giorni scorsi il buon alibi era che «stiamo lavorando agli apparentamenti», ora il filtro è più difficile), Alfano, Verdini, in tavoli allargati a Lupi, Fitto, Matteoli, Casero, Fontana e ieri ai vari coordinatori regionali, lavorano a griglie ristrette con una consapevolezza: degli oltre 240 deputati uscenti del partito, meno della metà saranno ricandidati.
E questo perchè si calcola in «110-115» il numero degli eletti certi, basandosi su un Pdl attestato alla fine sul 22-23%, risultato che ieri Berlusconi ha assicurato ai suoi che «abbiamo già raggiunto» lasciando più d’uno perplesso
Saranno dunque decisivi i criteri di selezione (dal pagamento dei contributi al partito, al numero di legislature che non deve superare le tre complete all’età non oltre i 65-70 anni) e il numero di deroghe che verranno concesse, tenendo conto che per quasi tutti i ministri, oltre che per i capigruppo, la ricandidatura dovrebbe essere certa.
Ma il vero nodo che sta spaccando il partito in queste ore è quello delle candidature degli inquisiti.
Perchè, per capire anche i pesi che avranno le varie anime del Pdl, bisognerà vedere chi vincerà il braccio di ferro tra i sostenitori della linea «giustizialista» portata avanti da Alfano, che ieri ha avvertito come «sulle liste abbiamo gli occhi di tutti addosso», e quelli della linea «garantista», capeggiata da Verdini, sostenuta dai falchi come la Santanchè («Tutti gli inquisiti vanno ricandidati, le liste non le fanno i magistrati»), in quello che è diventato un ruvido scontro di potere dei due uomini forti del Pdl.
A decidere la sorte di Dell’Utri, Cosentino, ma anche di Milanese, Papa, Cesaro sarà una «commissione di nostri parlamentari avvocati» ha annunciato ieri il Cavaliere, che in mattinata con i suoi erano stato molto cauto: «Dobbiamo essere capaci di decisioni difficili, perchè non possiamo esporci a critiche».
La sensazione è che Cosentino alla fine sarà candidato in Campania, forse anche Cesaro, mentre le porte resteranno chiuse per Milanese e Papa e anche per Dell’Utri, che potrebbe essere ripescato al Senato in Sicilia da Miccichè anche se i posti sicuri per Grande Sud in Sicilia sarebbero già appaltati (dei 4, tre andrebbero a Lombardo e Romano).
Si torna dunque al numero esiguo di candidature certe, a un partito in subbuglio sul territorio che rifiuta «i paracadutati» e di nuovo allo scontro di anime nel Pdl.
Quella dei fedelissimi berlusconiani, per dire, vuol farla pagare a chi – da Sacconi a Quagliariello, da Roccella ad Alemanno – ha flirtato troppo con Monti: se e in quale posizione di lista saranno ricandidati uomini vicini ad Alfano è una delle battaglie delle prossime ore.
E mentre cercano di farsi spazio nelle liste Pdl dalla Polverini (dirottata però su Grande Sud) a Lotito, mentre Mastella tratta in Campania per il Senato, mentre Scajola insiste che lui ci sarà mentre dal partito avvertono che «sulla casa ha ancora un’inchiesta…», mentre monta l’ostilità su Formigoni che non sarà ai primi posti al Senato, Berlusconi batte cassa: «Vi chiedo almeno dieci posti blindati per candidati della società civile che hanno accettato di correre con noi», ha avvertito ieri. Provocando un brivido sulla schiena, stavolta unitario, nei vertici del Pdl.
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 10th, 2013 Riccardo Fucile
COSENTINO, LANDOLFI, NESPOLI, LABOCCETTA, STASI, MILANESE, TUTTI IN LISTA NEL PDL… IN COMUNE HANNO I GUAI CON LA GIUSTIZIA E LA RICERCA DI UNA RICONFERMA
Rinviato a giudizio per camorra, o inquisito per bancarotta fraudolenta. 
Oppure in attesa di sentenza per reati contro la pubblica amministrazione.
Nessuno di questi è un impedimento a un posto nelle liste del Pdl in Campania. Tra Camera e Senato, c’è spazio.
E’ il partito in cui l’unico criterio di incandidabilità pare essere quello dell’età e della lunghezza del mandato: rischi di stare fuori solo se hai più di 65 anni o sei hai collezionato più di 15 anni di esperienza parlamentare.
Deroghe a parte.
A cominciare da Nicola Cosentino, 17 anni di parlamento alle spalle e due ordinanze di arresto in carcere respinte dalla Camera ma tuttora valide e culminate in due processi.
Il primo per collusioni con la camorra, il secondo per aver fatto da collegamento tra banca e imprenditori in odor di criminalità organizzata per strappare un mutuo in favore della realizzazione di un centro commerciale a Casal di Principe (Caserta).
Il Gip di Napoli Egle Pilla lo ha definito nella seconda ordinanza di arresto “il referente politico nazionale del clan dei Casalesi”.
La deroga, Cosentino, la deve avere: altrimenti per lui si spalancherebbero le porte della galera.
Anche se proprio Berlusconi, in una delle sue apparizioni televisive di oggi (nello specifico a Porta a Porta) si è spinto a dire che l’ex coordinatore regionale del partito potrebbe rimanere fuori.
Cosentino peraltro si è solo formalmente dimesso da coordinatore regionale del Pdl, carica che di fatto continua a ricoprire a braccetto col commissario Francesco Nitto Palma.
Ha persino partecipato al vertice tra i coordinatori e commissari provinciali Pdl, convocato da Nitto Palma per discutere delle candidature.
Pur non avendo un incarico ufficiale nel partito.
Deroga in vista anche per Mario Landolfi, deputato di Mondragone da 19 anni ed ex ministro delle Comunicazioni di un dimenticabile governo Berlusconi, assurto a imperitura fama quando presiedeva la commissione di Vigilanza Rai per aver passato un bigliettino all’allora direttore del Tg1 Gad Lerner raccomandando l’assunzione di una giornalista precaria.
A maggio Landolfi è stato rinviato a giudizio per concorso in corruzione e truffa aggravate dall’avere agito per favorire i clan casalesi.
Avrebbe corrotto un consigliere comunale di Mondragone facendolo dimettere un mese prima della scadenza del consiglio, del quale si impedì così lo scioglimento; in cambio il parlamentare gli avrebbe offerto un contratto di lavoro di tre mesi per la moglie nel consorzio “Eco4” e un posto nella futura giunta comunale.
In caso di mancata riconferma — ha quattro legislature alle spalle — rischia l’arresto (ma solo ai domiciliari) il sindaco di Afragola e senatore Vincenzo Nespoli, che è riuscito a mantenere entrambe le cariche perchè il Parlamento ha applicato la sentenza sull’incompatibilità dei primi cittadini ai soli deputati.
L’ordinanza cautelare risale al maggio 2010.
Nespoli è indagato di concorso in bancarotta e riciclaggio nell’ambito di un’inchiesta sul fallimento di una ditta di vigilanza e sulla distrazione di fondi verso alcune operazioni immobiliari di una società riconducibile alla moglie.
Mentre l’accusa di corruzione elettorale — promesse di assunzioni nelle società di vigilanza in cambio di voti — è caduta in prescrizione.
In corsa per la riconferma in Campania altri due inquisiti eccellenti, i deputati Alfonso Papa e Marco Milanese. Papa, ex pm di Napoli poi distaccato al ministero di Giustizia, è sotto processo per le trame della P4 ed è indagato per l’uso ‘privatistico’ delle auto blu della Finanza, messegli a disposizione per accompagnare la famiglia al mare e i figli a scuola.
Milanese, già ufficiale della Finanza, ha rischiato il carcere (richiesta rigettata dal voto della Camera) ed è stato recentemente raggiunto da una richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Napoli per corruzione: gioielli, soldi, favori e viaggi per circa un milione di euro ricevuti da un imprenditore del ramo assicurazioni a cui avrebbe offerto ‘protezione’ rispetto a indagini in corso.
Milanese inoltre è imputato a Roma per finanziamento illecito nell’ambito del processo sugli appalti Enav ed iscritto nel registro degli indagati a Milano per corruzione nell’inchiesta sul presidente di Bpm, Ponzellini, dove è indagato un altro parlamentare napoletano in cerca di riconferma, il deputato Amedeo Laboccetta.
Mentre è freschissima la richiesta di condanna di un altro parlamentare Pdl, l’ex prefetto di Caserta Maria Elena Stasi, colei che avviò le procedure per lo sblocco delle interdittive antimafia a carico delle imprese della famiglia Cosentino, attraverso procedure legittime e corrette ma poco applicate in passato.
Nell’udienza dell’8 gennaio il pm Antonello Ardituro ha chiesto per lei due anni e otto mesi di reclusione per fatti risalenti a quando era commissaria prefettizia di Caserta: avrebbe fatto aggiudicare illegalmente un appalto per l’installazione delle centraline dell’aria a una ditta intestata a un prestanome del famigerato ex consigliere regionale Udeur Nicola Ferraro, condannato in primo grado per camorra.
In questo poco idilliaco quadretto di plurinquisiti, il discusso Luigi ‘Giggino ‘a Purpetta’ Cesaro, sfiorato da mille voci e dimessosi da presidente della Provincia di Napoli per farsi confermare per la quarta volta a Montecitorio (pronta la deroga anche per lui), fa la figura di un giglio immacolato. Non ha indagini penali a carico, dopo che la sua posizione nell’inchiesta Cosentino-bis è stata archiviata. Ma è inseguito dalla Corte dei conti di Napoli che gli intima di restituire 700.000 euro di danni erariali per l’abuso di consulenze nella società provinciale dei rifiuti. Lui non si è fatto trovare impreparato all’appuntamento della notifica: pochi mesi prima, infatti, aveva effettuato una serie di donazioni ai suoi familiari, mettendo i beni al riparo.
Insomma, l’unico indagato campano che quasi certamente non tornerà in Parlamento dovrebbe essere il corpulento senatore-giornalista napoletano Sergio De Gregorio: in qualità di ex socio del faccendiere Valter Lavitola ha sul groppone una richiesta di arresto per i 23 milioni di euro di finanziamenti illeciti al quotidiano ‘L’Avanti’.
Il suo nome non ricorre nelle trattative per la composizione delle liste, il suo movimento personale ‘Italiani nel mondo’ pare dissolto tra le disavventure economiche e le inchieste.
Sarebbe l’eccezione che conferma la regola.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile
PALETTI PER I CANDIDATI: TRE LEGISLATURE E 65 ANNI DI ETA’… MALUMORI IN PIEMONTE PER LA SCELTA DI METTERE CAPOLISTA LA SANTANCHE’
L’accordo con la Lega è fatto. Ora bisogna fare le liste Pdl.
Ma l’ufficio di presidenza di ieri sera in via dell’Umiltà non è stato risolutivo.
Anche perchè Silvio Berlusconi non c’era.
Ma apparendo in tv, in contemporanea al vertice, rendeva il compito della scrematura più spinoso. «Sui nomi siamo ancora in alto mare, abbiamo però fissato dei criteri», spiegavano all’uscita della riunione, dove è stato approvato un documento con le regole.
Mentre il Cavaliere da Telelombardia annunciava: «Cambieremo praticamente tutto». Per le Regionali «nessuno dei vecchi consiglieri del Pdl in Lombardia sarà rimesso in lista, e la stessa cosa faremo nel Lazio», dichiarava, senza precisare il destino di Renata Polverini.
A sbrogliare la matassa spettava a Denis Verdini, alle prese con problemi non da poco, come i malumori di alcuni parlamentari uscenti e dei dirigenti torinesi del partito alle indiscrezioni di una probabile candidatura come capolista in Piemonte di Daniela Santanchè.
Che l’ultima parola spettasse al Cavaliere era nel conto.
Ma che fosse in simultanea no.
Mario Mauro? «È una scheggia impazzita». Emilio Fede? «Se me lo chiedesse non avrei alcun problema». I calciatori? Smentito l’arrivo in Parlamento di ex giocatori: Paolo Maldini o Rino Gattuso.
Tra i paletti fissati il limite di tre legislature, o di 15 anni in Parlamento, e un tetto anagrafico (65 anni).
Il «no» alla candidatura degli europarlamentari.
Ma ci saranno deroghe per chi «ha contribuito alla reputazione del partito», chi ha un «significato particolare sul territorio» e chi è stato importante per l’«attività parlamentare».
Torneranno molti ex ministri e volti noti del partito.
La prima deroga sarà per Berlusconi, capolista in Senato, nelle regioni più calde. Il Cavaliere annuncia anche che saranno candidati solo i parlamentari che hanno «contribuito con un emolumento ai costi della nostra formazione politica»: quelli in pari con i circa mille euro mensili da versare al partito.
In più Berlusconi anticipa il patto da sottoscrivere: «Impegnarsi a votare l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti», «il dimezzamento dei parlamentari e dell’emolumento» e non restare per più di due legislature.
In Campania, al Senato, al secondo posto dopo Berlusconi, l’ex ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma seguito da Nicola Cosentino, e da Marco Milanese. Poi, un imprenditore vicino a Flavio Briatore.
Mara Carfagna forse sarà capolista alla Camera in Campania.
Simonetta Matone forse nel Lazio per la Camera.
Resta l’incognita Marcello Dell’Utri. È prevista l’applicazione della legge sull’incandidabilità , che però non lo esclude. Ma di nomi si riparlerà .
Ieri si è iniziato a discutere con Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia) del programma comune delle liste collegate.
Virginia Piccolillo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 5th, 2013 Riccardo Fucile
FORZITALIOTI E PADAGNI UNITI NELLA LOTTA (PER LA POLTRONA)
L’accordo tra Pdl e Lega per confermare l’alleanza sia in Lombardia che alle elezioni politiche sarebbe ormai fatto.
Ma nessuno lo vuole ancora confermare.
Berlusconi rinuncerebbe alla candidatura a premier, ma non ci sarebbero altre candidature ufficiali dei due partiti a Palazzo Chigi.
Il Cavaliere si limiterà a fare il capo della coalizione. Alla fine e solo in caso di vittoria, il più votato dagli elettori tra i nomi di bandiera sarà il candidato di tutti.
Un escamotage consentito dall’attuale legge elettorale che non obbliga i partiti a dare l’indicazione.
In cambio, il Carroccio ottiene il sì di Berlusconi alla candidatura unica di Roberto Maroni in Lombardia e all’idea di trattenere nella stessa regione il 75 per cento del gettito fiscale. Spalmato, però, in più anni.
«Berlusconi ha fatto un passo indietro – spiega un luogotenente di Maroni – e noi ne facciamo mezzo verso di lui. Del resto, spetta al Presidente della Repubblica dare l’incarico di formare il nuovo governo ».
In questo modo la Lega potrebbe continuare a sponsorizzare il nome del sindaco di Verona Flavio Tosi e il Pdl quello del segretario politico Angelino Alfano.
L’ufficializzazione dell’accordo dovrebbe arrivare solo dopo il faccia a faccia tra Berlusconi e Maroni oggi o domani.
I due si sarebbero già sentiti al telefono.
L’unica incertezza sull’appuntamento è la coincidenza con la festività dell’Epifania. «Solo una questione di dettagli» conferma il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani, uno dei più stretti collaboratori del Cavaliere, che però ammette: «Speriamo che questa vicenda non diventi la guerra dei Trent’anni».
In ogni caso, la decisione sarà in tempo per il consiglio federale che il Carroccio ha convocato martedì.
Anche se, al momento, resta comunque ancora più di una incognita.
L’ordine del giorno della riunione del parlamentino leghista, in realtà , prevede la definizione dei candidati delle liste.
Maroni, infatti, ha già ricevuto all’unanimità il mandato a trattare con il Pdl. Ma è più che probabile che la componente veneta, la più scettica finora all’idea di confermare l’alleanza con Berlusconi, faccia sentire la sua voce.
«Al momento non ci sono novità » tagliava corto significativamente ieri sera un autorevole dirigente leghista veneto, nonostante il tam tam di indiscrezioni sull’accordo ormai raggiunto che si sono rincorse per tutto il giorno.
In Lombardia, qualche conferma in più, ma a patto di non rilasciare commenti.
Nella Lega tutto resta ancora sospeso. Almeno finchè il capo non darà l’ok. Ieri, Maroni si è limitato a stigmatizzare su Twitter i risultati del governo Monti in tema di sicurezza.
Non si sbilancia nemmeno il segretario della Lega Lombardia Matteo Salvini, i cui toni si erano comunque ammorbiditi negli ultimi giorni.
In base alla bozza elaborata nei giorni scorsi al tavolo tecnico formato dai leghisti Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti, Andrea Gibelli e dai pidiellini Luigi Casero e Paolo Romani, la proposta di trattenere sul territorio regionale il 75 per cento del gettito fiscale fuori dalla Lombardia sarebbe stata parecchio edulcorata.
Per renderla meno indigesta ai dirigenti pidiellini delle regioni del Sud.
Il meccanismo è quello dell’applicazione dei costi standard.
In altre parole, le altre regioni potranno trattenere una percentuale del gettito fiscale fino al 75 per cento, ma proporzionata alla virtuosità nel contenimento dei costi.
In caso contrario, tutto resterà come prima.
L’intesa tra Pdl e Lega sarebbe soprattutto sul programma.
Ancora tutte da definire le candidature e gli accordi sui collegi.
Resta in campo l’ipotesi di un ticket in Lombardia tra Maroni e l’ex ministro pidiellino Mariastella Gelmini.
Anche se Ignazio La Russa spingerebbe per l’opzione Viviana Beccalossi.
Ma c’è chi è pronto a scommettere che alla fine tra le due potrebbe spuntarla proprio il senatore berlusconiano Mantovani.
Andrea Mantovani
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Dicembre 30th, 2012 Riccardo Fucile
“GRAZIE AL PARTITO, PERSONE HANNO SVOLTO RUOLI PER CUI NON AVEVANO ALCUNA PREPARAZIONE”…”SONO DIVENTATI MINISTRI SOGGETTI SENZA STORIA POLITICA E CON VICENDE PERSONALI INCOMPATIBILI CON LE ISTITUZIONI”
“Il giorno che la Camera dei deputati della Repubblica italiana ha votato una mozione nella quale si sosteneva che Ruby fosse la nipote di Mubarak, non ce l’ho fatta più, la mia coscienza si è ribellata. Esiste un limite, quel limite si era varcato. Anche perchè fino a quel momento avevo già dovuto mandare giù troppe cose”.
Gaetano Pecorella, parlamentare ed già avvocato di Silvio Berlusconi nei processi storici come Sme e Imi-Sir, in una intervista al Corriere della Sera, spiega i motivi per cui si è allontanato dal Cavaliere e appoggerà l’agenda Monti.
“Non è certo una scelta di oggi questo mio passaggio politico … la mia critica al partito di Silvio Berlusconi è cominciata oltre un anno fa. Lo avevo detto al Cavaliere: serviva più democrazia interna, altrimenti il partito si sarebbe logorato”.
Una democrazia che non è mai arrivata con la cancellazione delle primarie del Pdl e il ritorno a tutto campo del leader, che in questi giorni rilascia interviste e si fa ospitare in tutte le trasmissioni.
Pecorella, già presidente della Commissione Giustizia alla Camera, riflette che è stata anche questa assenza di democrazia a lacerare il suo rapporto con il Pdl: “Anche. Ma questo è stato semplicemente un elemento logorante. È stato tutto il resto che lo ha devastato. E la verità è che io sono rimasto nel Pdl cercando di trattenermi, di volta in volta. Il più possibile. Fino a quando possibile non mi è stato davvero più”. L’avvocato parla di “escalation.
Ad un certo punto nel Pdl si erano concentrati troppi procedimenti penali a carico di persone che venivano protette all’interno del partito”.
Insomma un affastellarsi di inchieste, indagini in cui si era chiamati, Cavaliere in primis, a infilarsi troppe volte la toga: “Intanto vorrei precisare che io sono diventato avvocato di Berlusconi quando già ero diventato parlamentare. Non viceversa. E che ho difeso Berlusconi fin quando ho creduto nelle idee che il partito ci aveva propugnato. Avremmo dovuto cambiare la giustizia, dare al paese più libertà , più libertà economica … Sulla giustizia come presidente della commissione della Camera ho seguito e fatto approvare i vari lodi (il cosiddetto lodo Alfano, ad esempio). Tutti quelli che ha voluto Berlusconi, in ogni caso. Erano indispensabili per continuare a governare, mi dicevo. Ho eseguito. Poi è venuto meno il presupposto politico del partito e tutto è crollato. Le riforme vere non si sono più fatte. Intendo le riforme costituzionali. E ad un certo punto abbiamo toccato il fondo”.
Con quel voto che di Montecitorio e con quei 315 deputati che hanno detto di essere convinti che una ragazzina marocchina, ospite delle serate ad alto tasso erotico di Arcore secondo la Procura di Milano, fosse parente dell’ex presidente dell’Egitto.
Il processo, che vede imputato l’ex presidente del Consiglio per concussione e prostituzione minorile, è ormai agli sgoccioli e il prossimo 14 gennaio Ruby dovrà testimoniare.
Non c’è solo la marocchina nel cahier de doleance di Pecorella.
Grazie al partito ci sono state persone hanno svolto ruolo e incarichi per cui non avevano nè curriculum nè preparazione: “… Persone che senza nessuna storia politica e con storie assolutamente non compatibili con la politica arrivassero in Parlamento e avessero poi anche incarichi importanti. Non faccio nomi. Diciamo comunque che erano cariche da ministro”.
Quindi Pecorella ora guarda avanti e oltre: “Ho la sensazione che con la figura di Mario Monti potrò finalmente recuperare i valori nei quali avevo creduto. La capacità . Il merito. L’onestà . E, perchè no? Il rigore”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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