Novembre 1st, 2017 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DEL GIUDICE DI PACE APRE LA STRADA A UNA VORAGINE NELLE CASSE GIA’ DISASTRATE DEL CAMPIDOGLIO
Le multe annullate per la preferenziale di via del Portonaccio potrebbero costare
ancora più care al Comune di Roma. Qualche tempo fa sono stati infatti accolti i primi due delle centinaia di ricorsi presentati dai legali di Avvocato del Cittadino a tutela di una delle vittime della corsia preferenziale di via di Portonaccio.
Il Giudice di pace di Roma ha anche condannato il Comune di Roma alla refusione delle spese legali in favore degli automobilisti multati. A vincere un signore di 41 anni con otto multe e una signora di 55 con due multe.
Ed è proprio questo il dettaglio che potrebbe mettere a rischio il Comune.
Il procuratore della Corte dei Conti Andrea Lupi ha aperto un fascicolo sulla vicenda e sul caso indagherà il pm Francesco Maffei per i 160 euro di spese legali riconosciuti ai due ricorrenti: se tutti gli automobilisti multati vincessero il ricorso, le spese totali che il Comune dovrebbe sostenere raggiungerebbero quota 40 milioni di euro.
Cifra che, spiega il Messaggero oggi, i pubblici ufficiali responsabili del pasticcio potrebbero essere chiamati a restituire all’Amministrazione.
I mancati introiti per le multe non incassate, invece, ammontano a circa 23 milioni.
La decisione del Giudice di pace, per la Corte dei conti, apre la strada a una serie di bocciature che, sommate tra loro, potrebbero scavare una voragine nelle casse già disastrate del Campidoglio.
Nel frattempo,il Comune è corso ai ripari, ammettendo di fatto l’errore.
Il 12 luglio le strisce bianche e gialle a terra sono state riverniciate. E nelle scorse settimane lungo la strada la segnaletica è stata sostituita: un nuovo cartello sorretto da un palo ha integrato quelli installati al lati della carreggiata, ma nascosti dagli alberi.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
COSTRETTA A RITIRARE UN BANDO DA 500 MILIONI PER LA BOCCIATURA DELL’ANTITRUST… ORA RISCHIA DI PERDERE ANCHE DAVANTI AL TAR PER I RICORSI DELLE PMI ROMANE
Chi va piano va sano e va lontano, questo sembra essere il motto che illumina
l’accidentato percorso del MoVimento 5 Stelle alla guida di Roma Capitale.
O meglio, usando le parole della Sindaca Virginia Raggi: «seguire le procedure di legge richiede tempo» e che i tempi lunghi ci sono sì, ma «perchè facciamo le gare. Resistiamo alle minacce».
Preparare i bandi insomma affinchè siano all’altezza dello standard pentastellato richiede parecchio tempo. E ai 5 Stelle romani non piace l’idea di improvvisare soluzioni d’emergenza e pasticciati. Le cose si fanno secondo le regole, e serve tempo.La gara d’appalto Multiservizi bocciata dall’Antitrust
Il risultato è che i bandi non ci sono.
Ma non perchè non sono pronti o non sono stati pubblicati, il Comune si è messo d’impegno ed è riuscito a pubblicarne alcuni.
Uno era la famosa — e corposa — maxigara dall’importo di 475 milioni di euro bandita dal Dipartimento Scuola del Comune di Roma. Gara sospesa dal Comune dopo la bocciatura da parte dell’Antitrust il 18 ottobre.
Attualmente a gestire i servizi di manutenzione e gestione, di guardiania e pulizia delle scuole e del verde pubblico è la società Roma Multiservizi.
Una società partecipata dal Comune di Roma (51% Ama Spa e 49% Manutencoop) che Marino voleva dismettere. La Raggi (con Frongia, De Vito e Stefà no) quando era all’opposizione invece si oppose ad una eventuale dismissione dell’azienda auspicando una internalizzazione dei dipendenti.
Ed è grazie a quella battaglia che i 5 Stelle si sono garantiti un bacino elettorale.
Solo che come sempre, come per i tassisti o per i dipendenti di ATAC questo significa che il M5S deve ora restituire quella “cambiale” elettorale.
Il problema di Roma Multiservizi è che mano a mano che i contratti vanno a scadenza la società ha difficoltà a mantenere in servizio tutti i dipendenti. Quando ad agosto 2016 finì il contratto per la pulizia dei mezzi di ATAC la Raggi procedette con un affidamento diretto a Roma Multiservizi che però non riuscì ad aggiudicarsi tutti i lotti (ne vinse uno su otto) della successiva gara d’appalto indetta a fine 2016.
Il 6 giugno 2017 la Raggi ha pensato di risolvere il problema con la “gara a doppio oggetto“. In pratica l’idea era quella di dare vita ad una nuova società inizialmente pubblica dove far confluire Roma Multiservizi.
Successivamente la nuova società si sarebbe aperta alla partecipazione (minoritaria, tra il 30% e il 49%) di partner privati. Secondo la Raggi si trattava della “soluzione tecnicamente e giuridicamente migliore”.
Il Comune ritira il bando Multiservizi
Dopo la bocciatura dell’Antitrust il bando è stato sospeso. Nel frattempo per Confartigianato Roma ha presentato un esposto all’ANAC e diverse associazioni di categoria, in rappresentanza delle Pmi romane hanno fatto ricorso al Tar contro il bando da quasi cinquecento milioni di euro. Secondo i ricorrenti la gara predisposta dall’Amministrazione pentastellata viola i principi della libera concorrenza e di fatto avrebbe l’effetto di consolidare un monopolio milionario, quello di Roma Multiservizi che da anni ha in mano la gestione dei servizi capitolini.
Se è giusto salvare i lavoratori a rischio licenziamento non bisogna però dimenticare che dall’altra parte ci sono gli altrettanto numerosi (se non di più) dipendenti delle aziende che finirebbero escluse dalla gara a doppio oggetto).
Cosa succederà ora?
Il Comune riscriverà la gara secondo le indicazioni dell’Antitrust (ovvero secondo le regole) e lo ripubblicherà nella speranza di concludere la vicenda entro la fine del 2018. Perchè si sa, per fare le cose bene ci vuole tempo.
E poco importa se stiamo parlando di una situazione che si trascina da anni e che non è certo esplosa durante il mandato della Raggi.
Nel frattempo il Comune dovrà mettere mano ad altri bandi che riguardano altre commesse in scadenza di Roma Multiservizi: ad esempio quello per la rimozione dei veicoli.
Il bando per la manutenzione del verde pubblico ritirato a giugno
Non è la prima volta che la Raggi ha un problema con i bandi. Ad esempio un altro bando — anzi i bandi — per la manutenzione del verde pubblico a Roma. Ad aprile l’assessora Pinuccia Montanari dava notizia dell’apertura di due bandi di gara europei per la manutenzione del verde pubblico a Roma. Si tratta di due bandi attesi da tempo che però nel 2016 l’assessorato guidato all’epoca da Paola Muraro non aveva approntato.
Accade però che in seguito alla modifica del degli appalti (avvenuta circa una settimana prima della pubblicazione del bando) il Comune abbia dovuto rimettersi al lavoro per adeguare la gara d’appalto.
Risultato: quel bando al quale l’amministrazione capitolina aveva lavorato “per bene” per oltre otto mesi è stato sospeso “a data da destinarsi”.
Cose che capitano, in fondo la burocrazia italiana è un coacervo di norme che accavallano una sull’altra.
In fondo i 5 Stelle sono “nuovi” (anche se dopo un anno di amministrazione la scusa non tiene più) e devono mettere mano agli errori delle “precedenti amministrazioni”.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 27th, 2017 Riccardo Fucile
IN 16 MESI, SU 373 ATTI, 114 RIGUARDANO LE ASSUNZIONI NELO STAFF
Visto che il consiglio comunale di Roma è fermo e la settimana scorsa ha lavorato ben cinque ore, i giornali romani cominciano ad occuparsi dell’amministrare con lentezza che coinvolge la Giunta Raggi così come i Municipi a guida M5S.
Nelle ultime due settimane infatti il presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito non ha potuto convocare l’Aula perchè mancavano “cose” dell’esecutivo da approvare.
Dalla giunta arriva poco e niente. Per oggi è però convocata la conferenza dei capigruppo che dovrebbe stabilire l’agenda dei prossimi lavori dell’Aula Giulio Cesare.
Nel frattempo il Messaggero aggiorna i numeri dei lavori della Giunta Raggi, “scoprendo” che ha approvato finora 373 delibere, di cui 114 riguardano “risorse umane”, ovvero assunzioni di esterni, regolamenti, salari, codici di comportamento o altro.
La percentuale è del 31% ma la parte divertente, in questo caso, è che dopo un anno era del 29%.
Il confronto con il passato è impietoso: nello stesso periodo erano 470 le delibere di giunta, di cui 88 relative ad assunzioni esterni e comandi dell’amministrazione Marino; Alemanno invece arrivava a 637 di cui 154 relative ad assunzioni di esterni. E le altre delibere?
Dopo il settore delle Risorse Umane (cioè quello delle nomine), ci sono la Ragioneria generale (9,2%) e il dipartimento Partecipate (9,2%).
Seguono cultura, mobilità , ambiente e urbanistica.Tutti gangli vitali del Comune, e della vita della Capitale, che dopo 16 mesi non brillano di attivismo.
Ciascuna voce incide infatti solo per circa 5%. Per scuola e sociale sono state licenziate in totale 10 delibere, per sicurezza e protezione civile 9.
Il grosso sono le poltrone, dunque. Per l’esattezza gli atti su nomine sono arrivate a quota 98 (assunzione esterne, comandi, staff sindaca e assessori) per un totale dell’85,96% dei provvedimenti che riguardano le risorse umane: dopo dodici mesi si era arrivati al tetto dell’84%.
Le ordinanze della sindaca
Le ordinanze della sindaca seguono più o meno lo stesso ritmo. In 16 mesi di governo sono state 317 di cui 196 dedicate sempre a nomine e revoche, conferimenti e spostamenti di dirigenti.
Al secondo posto dei provvedimenti urgenti presi dalla pentastellata ci sono l’inquinamento e la circolazione. Ovvero le domeniche ecologiche e le aperture della Ztl. Ma sono state finora solo 57: il 17,9% di tutto il pacchetto.
Repubblica Roma invece aggiunta l’andazzo dei conti nei municipi già fatto dal Messaggero nei giorni scorsi:
Le minigiunte per ora hanno partorito 204 delibere. Con una distribuzione sbilanciata dalle parti del centro storico: ben 88 atti sono marchiati dal primo municipio della presidente dem Sabrina Alfonsi.
Sotto Marino la produzione era di certo più corposa: 294 le decisioni votate dagli esecutivi municipali. Anche in questo caso i consigli delle ex circoscrizioni fanno da cartina da tornasole: in era Raggi il contatore è fermo a quota 687 deliberazioni, con Marino ne erano state votate 829.
E poi c’è l’estrinseca litigiosità delle giunte grilline: sono 18 gli assessori revocati dalle giunte M5S in 15 mesi di attività , con il XII Municipio che è in maggiore difficoltà e ne ha visti cacciati o sostituiti ben quattro.
E mentre l’VIII è già caduto, anche il III Municipio è a rischio per la faida interna alla maggioranza ammessa anche dalla presidente Roberta Capoccioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 25th, 2017 Riccardo Fucile
OGGI SCOPRIAMO CHE ROMA ADERIRA’ AL PATTO DEI SINDACI: PECCATO LO ABBIA GIA’ FATTO NEL 2009
Virginia Raggi ha annunciato su Facebook che grazie all’opera della sua amministrazione “Roma è sempre più ad emissioni zero, una città più sostenibile e resiliente”.
Finalmente, scrive la Sindaca, sarà avviato un percorso virtuoso “per rendere Roma più sostenibile e per migliorare concretamente la qualità della vita di noi cittadini”.
Peccato però che quel percorso sia già stato avviato anni fa e che al solito la Raggi si prenda i meriti delle precedenti amministrazioni (e non è la prima volta).
La Raggi ha infatti scritto che a breve verrà presentata in Assemblea Capitolina la proposta di adesione della città di Roma al “Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia” (PAESC).
Si tratta di un’iniziativa promossa dalla Commissione Europea per coinvolgere attivamente le città nel percorso verso la sostenibilità energetica e ambientale. Il problema è che Roma ha aderito al Patto dei Sindaci già nel 2009, per la precisione il 18 giugno di quell’anno quando il sindaco era Gianni Alemanno.
Non è poi così difficile verificare l’inesattezza delle informazioni fornite dalla Raggi. È sufficiente andare sul sito del PAESC e cercare Roma tra le città che hanno già aderito. Ne emerge che anche il Piano d’Azione è già stato presentato, contrariamente a quanto sostiene la Raggi che spiega che la sua amministrazione sta “realizzando” il Piano d’Azione che verrà approvato entro il 2019.
Risulta infatti che la Capitale ha presentato e approvato nel 2013 un Piano d’Azione con la quale si impegna a ridurre le emissioni di CO2 sul proprio territorio del 20% entro il 2020.
Ora la Raggi sostiene che l’Amministrazione pentastellata si impegnerà a ridurre le emissioni di CO2 del 40% ma entro il 2030.
Esattamente come previsto e chiesto nel 2015 su proposta del Commissario Miguel Arias Caà±ete. Due anni fa la Commissione europea e il Patto dei Sindaci hanno avviato infatti un processo di consultazione sul futuro del Patto dei Sindaci per una sua eventuale revisione.
Si legge sul sito del PAESC che la risposta «è stata unanime: il 97% ha chiesto di andare oltre gli obiettivi stabiliti per il 2020 e l’80% ha sostenuto una prospettiva di più lungo termine. La maggior parte delle autorità ha inoltre approvato gli obiettivi di riduzione minima del 40% delle emissioni di CO2 e di gas climalteranti entro il 2030».
Estella Marino, ex Assessore all’Ambiente della giunta Marino, ricorda che Roma aderì nel 2015 al “Covenant of Mayors” una versione aggiornata e su scala globale del Patto dei Sindaci aderendo agli impegni del nuovo Patto.
L’adesione e gli impegni presi però — anche a causa della caduta di Ignazio Marino — sono rimasti lettera morta.
E a guardare il sito del Global Covenant of Mayors for Climate and Energy non sembra che qualcuno si sia preso la briga di far aggiornare le informazioni riguardo Roma.
Dal momento che a partire da ottobre 2015 i firmatari del Patto si impegnano ad adottare un approccio integrato per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, si legge nel sito del PAESC che “essi devono sviluppare Piani d’azione per l’energia sostenibile e il clima con l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 almeno del 40% entro il 2030 e ad aumentare la resistenza ai cambiamenti climatici entro due anni dall’adesione“.
Questo significa che Roma avrebbe avendo aderito nel 2015 avrebbe dovuto presentare il nuovo Piano d’Azione aggiornato agli obiettivi del 2030 entro il 2017. Per la Raggi invece è un successo riuscire a farlo nel 2019, perchè secondo la Raggi Roma aderirà “a breve” a qualcosa cui ha già aderito.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
OGGI UN PINO E’ CADUTO SU DUE AUTO, SI E’ SFIORATA LA TRAGEDIA
Oggi un pino è caduto su due automobili in transito a Piazza delle Cinque Giornate. Tre auto
sono rimaste coinvolte, ma senza feriti.
Secondo quanto si è appreso, il ferito è un uomo e non è in gravi condizioni. È stato soccorso dal 118 e trasportato in codice giallo all’ospedale Santo Spirito. È al lavoro una squadra dei vigili del fuoco con l’autogru.
L’assessore capitolino all’Ambiente Pinuccia Montanari, dopo essersi recata sul posto, ha sostenuto che “Siamo in attesa della perizia, ma dalle prime informazioni sembra che l’albero sia caduto a causa dell’assenza delle radici, tagliate durante dei lavori fatti all’epoca di Alemanno”.
Le due donne a bordo delle auto sono rimaste miracolosamente illese : “Era appena scattato il verde — racconta una delle donne, 35 anni, coinvolte sotto shock all’Adnkronos — sono salva per miracolo. Sono scesa dall’auto e ho subito chiamato i miei genitori”.
L’autista del taxi estratto dai vigili del fuoco è stato trasportato al Santo Spirito. I due clienti stranieri a bordo del taxi sono in buone condizioni.
“Non è possibile vivere così — racconta un passante — ero appena passato sulla moto, lo sapevano tutti, anche il barista, che l’albero era pericolante e nessuno ha fatto niente, è una vergogna”. Anche un altro albero sulla via del Mare è caduto oggi.
Inutile ricordare che il 13 ottobre scorso Virginia Raggi aveva pubblicizzato sulla sua pagina Facebook l’intervento di monitoraggio del Comune su 15mila degli ottantaduemila alberi sotto la responsabilità del Comune di Roma.
“In tre mesi abbiamo valutato 15.400 alberi in tutti i Municipi di Roma e il 3 per cento di questi e’ da abbattere- ha spiegato oggi Montanari- Purtroppo sono dieci anni che non vengono effettuati monitoraggi e potature. Noi abbiamo iniziato a farlo, ma gli alberi a Roma sono 330 mila. Ci vuole tempo”.
Montanari ha poi sottolineato la pericolosita’ dei cantieri, dove puo’ accadere che durante i lavori vengano tagliate le radici. “È in questo modo che si indeboliscono alberi sani- ha sottolineato- Poi diventa difficile capirne il reale stato”.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 19th, 2017 Riccardo Fucile
MONICA ROSSI IN DIECI MESI E’ PASSATA DA 30.000 A 55.000 EURO… I ROM SONO INVECE SEMPRE AL LORO POSTO
La superconsulente ingaggiata dal M5S per occuparsi dei Rom ottiene dal Comune un
discreto aumento in busta paga.
Lo stipendio di Monica Rossi è quasi raddoppiato, passando dai 30mila euro del primo contratto, firmato a dicembre 2016, ai 55mila previsti dalla delibera approvata dalla giunta lo scorso 9 ottobre.
Della vicenda parla oggi il Messaggero, sottolineando anche i clamorosi risultati del Piano Rom della sindaca di Roma, di cui abbiamo parlato ripetutamente e che sono sotto gli occhi di tutti
Il Camping River doveva chiudere entro il 30 settembre e invece è ancora lì. Il bando per smantellare l’accampamento della Monachina è andato deserto; per ora l’unica procedura ad andare avanti è quella per il villaggio della Barbuta. Non proprio un successone. Eppure l’amministrazione comunale ha deciso che gli sforzi della consulente andavano in qualche modo premiati. Con un bel ritocco al rialzo in busta paga.
Il cambio di contratto è giustificato dal fatto che la gestione della chiusura dei campi infatti è passata dal dipartimento Sociale al nuovo “Ufficio Speciale Rom, Sinti e Caminanti” istituito a inizio luglio e che fa capo al gabinetto della Raggi.
Cambiando ufficio, la consulente ha anche dovuto cambiare il contratto.
E le nuove mansioni di Monica Rossi?
Nella delibera di dicembre per la Rossi era previsto un incarico di «supporto» all’assessore al Sociale «per le attività in materia di progettazione europea, con particolare attenzione ai temi dell’inclusione sociale, delle migrazioni e dei Rom» e di «supervisione» di tutte le procedure di «monitoraggio e valutazione dei progetti».
E ora? Col nuovo contratto la consulente dovrà occuparsi del «raccordo operativo» con il Tavolo Rom, «l’assistenza nella tenuta dei rapporti istituzionali con le agenzie nazionali e le istituzioni europee», il «raccordo operativo tra l’organo di vertice capitolino, l’amministrazione capitolina e gli organismi istituzionali nazionali ed europei per dare attuazione a una cultura inclusiva e non discriminante».
Chiaro, no?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 17th, 2017 Riccardo Fucile
MINACCIA DI QUERELA L’ESPRESSO, NEGA DI SPENDERE PIU’ DI MARINO E ALEMANNO MA TAROCCA I DATI RISPETTO A QUANTO AVEVA DETTO UN ANNO FA… E UNA DELIBERA LA INCHIODA
Virginia Raggi ha già chiesto al suo avvocato di presentare querela contro l’Espresso colpevole di aver parlato di “casta del Campidoglio” in relazione ai nominati dalla giunta.
A riferirlo è la stessa sindaca nei commenti al suo post di ieri sera dove ha voluto rimarcare la differenza tra la sua e le precedenti amministrazioni sia per quanto riguarda il numero dei nominati sia per quanto riguarda il costo complessivo dell’esercito dei collaboratori.
Secondo la Raggi non sono 102, come sostiene l’Espresso, ma solo 54.
I collaboratori della Raggi costano di più di quelli di Marino?
Su Facebook la Raggi definisce “indegno” l’ultimo numero dell’Espresso anzi «degno del peggior giornalismo. Quello che non racconta la verità dei fatti ma getta solo fango per screditare a fini politici l’Amministrazione di Roma».
Secondo la sindaca i numeri e le cifre sono sballati e l’articolo sui miracolati dell’Amministrazione a 5 Stelle di distingue per una diffusa disonestà intellettuale. Virginia Raggi non ha gradito la copertina del settimanale “al limite della blasfemia” che la ritrae come una Madonna dei Miracoli e fa sapere che è assolutamente falsa l’affermazione secondo la quale “Raggi fa il pieno di collaboratori: 102 in 16 mesi”. I collaboratori della Giunta — ribadisce la Raggi sono la metà , 54 in tutto.
L’ammontare totale dei compensi si aggira intorno ai 3,8 milioni di euro e non 5 milioni come riportato dall’Espresso.
La sindaca poi ci tiene a rimarcare la differenza con i suoi predecessori: Ignazio Marino in due anni e mezzo di mandato ha nominato 154 collaboratori per un costo complessivo pari a 7 milioni di euro.
La Raggi insomma non solo ha ridotto il numero dei nominati ma ha pure risparmiato. In proporzione però — basandoci unicamente sui dati forniti dalla sindaca — la Raggi spende di più per lo staff rispetto a Marino.
Con appena un terzo dei collaboratori rispetto al suo predecessore la Raggi spende più della metà di quello che spendeva Marino.
Insomma, anche solo guardando quello che dice la sindaca i suoi collaboratori saranno anche meno ma per i loro stipendi pesano di più sul bilancio rispetto a quelli di Marino
Quanti sono i nominati dalla giunta Raggi?
Come ristabilire la verità ? Chi ha ragione, la Sindaca o l’Espresso?
Per ristabilire la verità è possibile andare a leggere il testo dell’ordinanza numero 84 del 12 giugno 2017 con la quale la sindaca ha stabilito la “Disciplina per la costituzione degli uffici di diretta collaborazione del Sindaco, del Vice Sindaco e degli Assessori“.
Vale a dire il tetto e il numero dei collaboratori che ogni assessore può assumere. Dal documento emerge che dei 34 membri dello staff della Raggi 18 sono interni (ovvero già dipendenti comunali) e 16 sono esterni a chiamata.
Al vicesindaco Luca Bergamo ne spettano 22, di cui nove assunti a tempo determinato. Per fare un confronto Marino aveva fissato a 11 il tetto dei collaboratori esterni del suo ufficio e a 7 quello per l’ufficio del Vice Sindaco.
Altri trenta collaboratori esterni potranno essere assunti dagli Assessori Luca Bergamo, dal dimissionario Massimo Colomban (sostituito da Alessandro Gennaro), Daniele Frongia, Flavia Marzano e Pinuccia Montanari cui ne spettano sei ciascuno. L’Assessore al bilancio (all’epoca Andrea Mazzillo ora Gianni Lemmetti) potrà assumere 11 collaboratori esterni mentre nove ciascuno spettano agli assessori Luca Montuori, Laura Baldassarre, Adriano Meloni e Linda Meleo.
Si arriva così al numero di 102 assunti con contratto a tempo determinato. La giunta di Ignazio Marino si era fermata a 90.
Attualmente sono stati nominati solo la metà dei collaboratori previsti, 54 appunto il cui costo è pari a 3.8 milioni di euro.
Siamo quindi ben al di sopra del milione di cui la sindaca parlava qualche tempo fa. Ed è possibile che una volta ultimate le nomine possa essere superato anche il tetto massimo dei cinque milioni di euro l’anno. Si vedrà eventualmente quando tutte le nomine saranno ultimate.
Il gioco delle tre carte del M5S sugli stipendi dello staff dei sindaci di Roma
Ad agosto del 2016, a due mesi dalle elezioni, la Raggi faceva sapere che non aveva ancora completato le nomine e che “non arrivava al milione di euro“.
La sindaca prometteva che la sua Amministrazione aveva fissato l’obiettivo di spendere meno di cinque milioni di euro l’anno per lo staff. Ovvero appena trecentomila euro in meno di quanto faceva Marino.
Ora la sindaca “scopre” che Marino spendeva addirittura sette milioni di euro e Alemanno 12 milioni di euro.
A pensar male si potrebbe dire che nel M5S si sono accorti che l’operazione risparmio non sta funzionando e quindi per far credere ai romani di aver abbassato i costi della politica hanno pensato bene di “far lievitare” i costi sostenuti dalle amministrazioni precedenti.
Fare come ha fatto la sindaca ieri, che ha rivendicato il “successo” di aver nominato meno collaboratori esterni rispetto a Marino quando deve ancora finire di fare tutte le nomine è un’operazione intellettualmente disonesta.
Anche perchè c’è un documento firmato dalla stessa sindaca dove viene stabilito che la giunta potrà nominare 102 collaboratori.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 17th, 2017 Riccardo Fucile
DOVEVA COMBATTERE GLI SPRECHI E TAGLIARE LE POLTRONE, INVECE LA SINDACA FA IL PIENO DI ASSUNZIONI, SPESSO NEL GIRO DEGLI AMICI
Alcuni mesi fa la città di Roma aveva deciso di migliorare le condizioni di vita dei gatti
randagi. Il 21 aprile, infatti, la giunta di Virginia Raggi aveva assunto un collaboratore, Edgar Helmut Meyer, scrittore, animalista, portavoce dell’associazione “Qua la zampa”. Tra i suoi compiti c’era quello di «promuovere iniziative a favore dei diritti degli animali» e istituire dei corsi di formazione «per tutor di colonie feline», rivolti ai dipendenti del Comune. Tutte le metropoli civili devono affrontare il problema della salute di cani e gatti abbandonati e, dunque, lo stipendio di 41.425 euro che l’assessore Giuseppina Montanari aveva dato a Meyer era certamente ben motivato.
Anche se, va detto, è curioso notare come un mese dopo l’ingresso in Campidoglio, Meyer si sia presentato sul palco tra i fondatori del Movimento animalista di Michela Vittoria Brambilla, mettendosi subito in rotta di collisione con i Cinque Stelle, che non hanno gradito.
A Roma, in effetti, scorrere il lungo elenco dei collaboratori assunti dalla giunta Raggi dall’insediamento a oggi fa venire il sospetto che tra gli oltre 23 mila dipendenti comunali ci siano poche persone davvero in grado di lavorare.
Il 4 agosto scorso, ad esempio, un medico fisioterapista dell’Ospedale Israelitico, Andrea Pece, è stato assunto (stipendio: 55.158 euro) per favorire la pratica dello sport inteso come «ricerca del benessere fisico», coinvolgendo le società dilettantistiche presenti sul territorio e promuovendo lo sviluppo «di un’impiantistica leggera negli spazi aperti». Qualche mese prima era toccato a Andrea Lijoi, allenatore di rugby e docente di scienze motorie, ingaggiato con una retribuzione di 44.720 euro per aiutare, pure lui, il vice-sindaco Daniele Frongia a convincere i romani a darsi all’attività fisica, «tenuto conto della valenza», dice la delibera, che ha «quale strumento di formazione della persona».
I nomi di Meyer, Pece e Lijoi fanno parte di uno squadrone ben nutrito.
Tra i collaboratori esterni, i manager presi e poi licenziati, i (rari) funzionari trasferiti da un altro ente pubblico, in un anno e quattro mesi Virginia Raggi ha già assunto 102 persone, una dozzina in più di quante ne avesse prese in due anni e mezzo di governo il predecessore Ignazio Marino.
Non tutti sono ancora a libro paga dell’amministrazione, perchè nel via vai di assessori sfiduciati o dimissionari qualcuno è presumibilmente tornato a casa.
Tuttavia, se ci si limita ai collaboratori che lavorano per l’intera giunta o assunti dagli assessori oggi in carica, il numero resta elevatissimo: 85 persone.
Il costo complessivo è di 4,1 milioni di euro se si considerano gli stipendi e sale a circa 5 milioni, tenendo conto degli altri oneri a carico del Comune.
Nel bilancio di una metropoli come Roma può sembrare una cifra trascurabile.
Eppure, leggere la sequenza dei nomi di chi ha trovato un posto grazie a Virginia Raggi aiuta a mettere a fuoco due immagini molto chiare.
La prima è la fotografia quasi scontata di un movimento di protesta che, arrivato nella stanza dei bottoni, assapora l’ebbrezza di dispensare poltrone e stipendi. E, con il paravento del rapporto fiduciario, sceglie con criteri di selezione mai dichiarati anche amici e attivisti, di cui fornisce curriculum ridotti all’osso.
Quando, invece, Roma avrebbe bisogno di puntare con determinazione su persone capaci di far ripartire una città che fatica persino a spendere i soldi che ha a disposizione per gli investimenti, se solo sapesse organizzare meglio i propri uffici.
La seconda immagine, meno prevedibile, è la radiografia delle varie fasi che la giunta Raggi ha attraversato nel suo travagliato percorso.
I sedici mesi della sindaca alla guida del Campidoglio, in effetti, sembrano suddivisibili in almeno tre momenti diversi fra loro, dall’euforia dei primi, confusissimi, giorni, alla realpolitik dei tempi correnti, quando i manager arrivati dal Nord con il viatico di Davide Casaleggio e dell’assessore (anche lui uscente) alle partecipate, Massimo Colomban, si sono trovati a dominare le scelte più controverse, come l’approvazione del progetto per lo stadio della Roma o il commissariamento dell’azienda dei trasporti, l’Atac.
È forse questa la chiave di lettura più interessante del boom di incarichi assegnati dalla sindaca Raggi, i quali, visti in successione, forniscono una rappresentazione delle vicissitudini attraversate dalle elezioni in poi.
Dopo il primissimo start, con addetti stampa, colleghi di lavoro degli uffici di provenienza dei diversi assessori, personale politico legato al Movimento 5 Stelle, si entra nel pandemonio suscitato dai “Quattro amici al bar”, come si era battezzato in una chat telefonica il gruppetto di collaboratori più fidati della sindaca, il vice Frongia, Salvatore Romeo, il tuttofare della scalata al Campidoglio, e Raffaele Marra, il dirigente inviso a una parte del partito ma che la prima cittadina aveva deciso di difendere a ogni costo.
La promozione con annesso maxi-aumento di stipendio di Romeo, l’insofferenza dei quattro nei confronti della giudice Carla Raineri, il capo di gabinetto la cui nomina era stata avallata da Casaleggio e Beppe Grillo, l’arresto di Marra con l’accusa di corruzione per una vicenda immobiliare che risale a quando lavorava con Gianni Alemanno, sono fatti ormai noti.
Eppure, proprio i materiali depositati nel corso dell’indagine a carico di Marra permettono di percepire il clima di quei giorni, quando il gruppo dei “quattro amici” si gioca ogni carta utile per sbarazzarsi degli avversari interni o dei funzionari che considera meno pronti a seguire il nuovo corso.
Marra aveva stretto un rapporto di confidenza con Antonio De Santis, un assistente parlamentare che la sindaca aveva prelevato nel gruppo dei Cinque Stelle alla Camera, affidandogli la delega al personale (stipendio: 55.158 euro).
E questo permetteva a De Santis di esprimergli qualche perplessità persino sull’attivismo di Romeo, l’uomo che aveva indicato Virginia come beneficiaria di una polizza vita: «Salvatore sembra che ha conquistato la Gallia e deve costituire l’impero… Ci vuole calma invece… Quando entro in confidenza mi permetterò di dirglielo», scriveva De Santis a Marra via WhatsApp il 23 luglio 2016, prima ancora di ottenere ufficialmente l’incarico dalla giunta.
In quei primi mesi, tuttavia, non era il solo Romeo a respirare a pieni polmoni l’atmosfera euforica di conquista.
Il 4 ottobre lo stesso De Santis segnala a Marra un «amico di grande fiducia» che lavora in Corte dei Conti, e che potrebbe occupare una posizione nell’ufficio di Romeo; il 17 ottobre gli annuncia di aver «appena mandato su Saturno» qualcuno vicino a un altro funzionario dello staff; il medesimo funzionario che, qualche giorno dopo, De Santis si rallegrerà di aver rimproverato aspramente «in pompa magna davanti a tutti».
Marra, inizialmente vice-capo di gabinetto, poi retrocesso a direttore del dipartimento organizzazione e risorse umane, smista continuamente richieste e sollecitazioni che riguardano ruoli e poltrone.
Sui toni delle telefonate si potrebbe scrivere un trattato di sociologia ma poche suonano vivide come quelle con Giovanni Boccuzzi, presidente grillino del Quinto Municipio di Roma.
Il 3 novembre Marra gli telefona per fargli il nome di una persona che gli manderà per una posizione vacante. Boccuzzi è sul chi va là , ha sentito parlare del carattere difficile della candidata e vuole rassicurazioni sul fatto che sia adatta a lavorare: « Quanti anni c’ha?», chiede, «perchè se è una giovane, uno ce se po’ parla’, se una è già anziana, è incancrenita, non ce se po’ parla’…»
Quella prima fase di euforia e di scontro interno va esaurendosi già dall’autunno 2016. Con la sindaca nel mirino di una parte del Movimento, la radiografia delle nomine mostra l’emergere di due diverse figure. Il primo è Colomban, l’assessore mandato da Casaleggio e da Grillo per gestire la grana delle società partecipate dal Comune; il secondo è Andrea Mazzillo, il responsabile della raccolta fondi durante la compagna elettorale, assunto inizialmente nello staff di Virginia (86.000 euro), poi promosso assessore al Bilancio per sostituire Marcello Minenna, dimissionario con la giudice Raineri.
Colomban inizia a tessere la sua tela e assume sei persone, Mazzillo altrettante.
Quando anche quest’ultimo perderà la poltrona, alla fine dello scorso agosto nella battaglia su come gestire la crisi dell’Atac, alcuni suoi collaboratori passeranno a Rosalba Castiglione, una degli assessori che la sindaca nomina per sostituirlo.
Colomban e Mazzillo non sono gli unici a circondarsi di nuovi collaboratori.
Il vice-sindaco Luca Bergamo arriva a quota 7, l’assessore all’ambiente Montanari a 6 (più Meyer).
Anche la sindaca, nonostante le difficoltà , non smette di rinforzare la sua squadra, che raggiunge le dodici teste.
Lo spettro degli incarichi dei suoi si allarga sempre più: Ghislana Caon segue il Far East (45.177 euro), Massimo Castiglione le pagine Facebook e Twitter (41.078 euro), Rosalba Matassa arriva dal ministero della Salute per guidare la Direzione tutela degli animali (59.600 euro).
Diversi stipendi vengono aumentati: Fabrizio Belfiori, assunto tra i primi con poco più di una mancia (1.216 euro l’anno) nel giro di poche settimane riesce a farselo portare a livelli più onorevoli (22.840 euro).
Un filo conduttore di questa seconda fase, in effetti, sembra essere il tentativo di premiare chi si è dato da fare in campagna elettorale, magari per dare un segnale alla base dopo le polemiche sui casi Marra e Romeo.
Il fisioterapista Andrea Pece, ad esempio, che aveva vissuto un momento di popolarità locale come titolare della striscia “Impecettati”, su GoldTv, dove dava consigli agli amanti dello sport, nel 2012 aveva partecipato ai tavoli di lavoro istituiti dal Movimento per raccogliere le proposte dei cittadini e si era candidato alle elezioni del 2013, senza essere eletto.
Tra gli attivisti, qualcuno si merita una carriera fulminea: Margherita Gatta, assunta il 28 giugno 2017 dall’assessore all’urbanistica Luca Montuori con uno stipendio di 55.158 euro per aiutarlo nella «pianificazione strategica delle politiche urbanistiche», poche settimane dopo viene promossa assessore alle Infrastrutture.
Anche lei, quando si ritrova in mano i cordoni della borsa, non esita a chiamare persone dall’esterno e per la sua prima assunzione punta su un profilo più qualificato di quanto fosse il suo quando era stata presa da Montuori, assumendo come responsabile dello staff Maria Grazia Lalloni.
Piccolo dettaglio: il ruolo della neo arrivata Lalloni suona simile a quello vecchio della Gatta quando era una semplice collaboratrice. Pure lei contribuisce alla «definizione della pianificazione strategica delle politiche infrastrutturali». Ma essendo più qualificata, guadagnerà di più (88.728 euro) di quanto facesse la sua nuova capa.
Uno dei problemi più drammatici di Roma è, ormai da tempo, l’incapacità di programmare investimenti seri, utili per migliorare la qualità della vita, di realizzarli nei tempi previsti e senza scaricare costi impropri sulla città .
Uno dei paradossi della Capitale è che, dopo il commissariamento dei debiti cittadini, in parte rifilati allo Stato, il bilancio della città potrebbe tranquillamente sopportare un aumento della spesa per interessi.
Gli addetti ai lavori calcolano che, in base ai vincoli dettati dalle normative nazionali per il patto di stabilità interno, Roma potrebbe spendere dieci volte quanto fa oggi in oneri sui finanziamenti. Il problema non è la mancanza di quattrini ma gli sprechi e gli uffici che non funzionano.
Un piccolo esempio, spesso sottolineato in consiglio dall’opposizione. Quest’anno dovevano entrare in cassa 10 milioni di euro dai condoni, ne arriverà uno solo per una vecchia bega di rapporti contrattuali tra il dipartimento cittadino che dovrebbe occuparsene e una società controllata, la Risorse per Roma.
Lo stesso vale per le cosiddette “affrancazioni”, i quattrini che i cittadini dovrebbero pagare per poter rivendere gli alloggi popolari acquistati a prezzi agevolati: manca un software per rendere fluide le procedure, e tutto va a rilento.
Solo il tempo dirà se, nell’ondata di assunzioni fatte, ci sono profili capaci di aiutare la città a uscire dall’impasse.
Resta il fatto che le sbandate della giunta hanno generato un’evoluzione che si è manifestata pienamente soltanto all’inizio dell’estate scorsa, con la terza fase dell’era Raggi.
Per capire cos’è successo, si può partire nuovamente da un tweet, questa volta dell’assessore Montuori: mostra il via libera arrivato la scorsa primavera al nuovo stadio della Roma, a Tor di Valle.
Sono affiancate due immagini: il vecchio progetto, elaborato ai tempi di Marino e del suo assessore all’urbanistica, il professor Giovanni Caudo, e quello nuovo. Nel primo spiccano tre grattacieli, nel secondo non ci sono più.
Lo slogan scelto dai Cinque Stelle per far digerire lo stadio agli elettori è stato: abbiamo ridotto le cubature.
C’è un però: è vero che nel vecchio progetto si concedeva ai costruttori di edificare di più ma i profitti generati dalle cubature extra andavano per intero a finanziare opere pubbliche, come un ponte nuovo di zecca sul Tevere, l’estensione della metropolitana dall’attuale fermata Magliana alla nuova Tor di Valle, parcheggi di interscambio, un parco fluviale, un ponte pedonale per connettere l’impianto alla stazione ferroviaria sulla Roma-Fiumicino.
Con il nuovo progetto, una bella fetta di queste opere è giudicata non necessaria, e non verrà costruita. Occhio alle cifre: a fronte di una riduzione delle cubature del 40 per cento, le opere pubbliche diminuiscono molto di più, del 70 per cento. I costruttori avranno certamente gradito.
A negoziare l’accordo fra la giunta Raggi, stretta nella gabbia della propaganda che aveva costruito attorno al progetto, e i costruttori, forti del plebiscito dei tifosi giallorossi è stato chiamato un avvocato di Genova, Luca Lanzalone, fino a poco tempo fa ignoto al grande pubblico.
La partita era delicatissima e il legale è stato paracadutato a Roma grazie alla fiducia, si racconta, di Casaleggio. Lanzalone ha lavorato gratuitamente ma lo scorso maggio ha ottenuto la poltrona più prestigiosa della sua carriera: la presidenza di Acea.
Nell’azienda che fornisce acqua, gas e luce alla città è entrato al fianco del nuovo amministratore, Stefano Donnarumma, uno stimato tecnico del settore.
Nomine sulle quali, dal punto di vista del curriculum, pochi hanno da dire. Resta però la peculiare marcia di avvicinamento a Roma di Lanzalone, con il ruolo di mediatore non retribuito in un affare miliardario, che fa il pari con l’altra nomina partorita da Massimo Colomban in questi mesi, il nuovo numero uno dell’Atac, Paolo Simioni, veneto come l’assessore che lo ha scelto.
Anche qui: Simioni ha un profilo tecnico certamente qualificato ma il suo debutto sulla scena romana è stato quanto mai particolare. È arrivato a fine 2016 come coordinatore di un tavolo tecnico sulle partecipate del Comune, pagato (240.000 euro) non dal municipio ma dall’Acea, che lo ha assunto come dirigente proprio per partecipare al suddetto tavolo tecnico.
Poi, il 2 agosto, gli è stato affidato l’incarico di presidente e amministratore delegato di Atac, seguito da quello di direttore generale.
L’undici agosto la prima firma, pesantissima: una parcella da 270 mila euro per dare mandato a un avvocato di Roma, Carlo Felice Giampaolino, di assistere l’Atac nel fallimento pilotato richiesto in tribunale.
Tutto rapidissimo, com’è proprio di una rivoluzione in cui i cittadini, però, appaiono ormai lontanissimi.
(da “L’Espresso”)
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Ottobre 16th, 2017 Riccardo Fucile
54 MILIONI, DI CUI 20 PER I NUOVI AUTOBUS, CHE VENGONO DA FONDI EUROPEI, SONO FERMI
Gli investimenti a Roma sono al palo? Vero, e uno dei motivi è che il Comune di Roma
non sfrutta i fondi a disposizione.
Come i 54 milioni in totale, di cui 20 per nuovi autobus, che vengono dall’«Accordo di Programma tra Regione Lazio e Roma Capitale in attuazione del programma di utilizzo dei fondi europei Por-Fesr 2014/2020 destinati a “Energia sostenibile e mobilità ”».
Questi soldi sono frutto di un accordo già deliberato tra Regione Lazio e Comune di Roma e sono suddivisi in 14 milioni di tecnologie per la mobilità urbana di Roma, 20 milioni per i nodi di scambio dell’area metropolitana e 20 per l’acquisto di autobus elettrici e a metano.
Ma la Regione Lazio fa sapere che per gli impianti semaforici intelligenti e i varchi di accesso, tipico esempio di tecnologia in mobilità urbana, Roma Capitale non ha ancora inviato atti e progetti: per questo quei soldi sono fermi.
Così come sono fermi quelli per i parcheggi di scambio, dove c’era una lista già pronta preparata dall’amministrazione precedente che la Giunta Raggi ha chiesto di rivedere e modificare.
Con calma, visto che anche qui di carte in Regione non ne hanno viste.Il Messaggero riepiloga oggi il tutto in questa infografica:
Cosa sta succedendo?
Sul quotidiano Mauro Evangelisti riporta la voce della Regione: «Ci hanno inviato solo degli atti provvisori, alla fine è probabile che attingano alla gara di appalto nazionale indetta dalla Consip».
Aggiungono dalla Regione: «La programmazione era mirata alla riduzione delle emissioni inquinanti, in particolare nell’area metropolitana, attraverso l’innovazione con impianti semaforici intelligenti, con l’acquisto di nuovi autobus ecologici e attraverso nuovi nodi di scambio. Pensare che queste risorse siano ancora ferme è sconcertante».
Tutte le volte che il Comune ha dimenticato di spendere i soldi
Questo non è ovviamente l’unico caso in cui il Comune di Roma ha “dimenticato” di spendere i soldi dei fondi. In Regione ancora si chiedono come sia possibile per la Raggi chiedere più sicurezza per la città e dimenticare di partecipare a un bando per la videosorveglianza con i soldi messi a disposizione da via della Pisana.
Eppure è accaduto, a causa della dimenticanza dell’invio delle carte da parte di un funzionario, che a quanto pare è stato almeno punito.
Poi c’è stato il caso dei bandi per i fondi alle biblioteche, spiegato dal consiglio di amministrazione di Biblioteche di Roma in modo cristallino: tra il 28 aprile (data della scadenza del bando) e “marzo” (data dell’insediamento del nuovo consiglio di amministrazione) ci sono “pochi giorni” di differenza.
Evidentemente deve trattarsi di qualche riforma del calendario di rito capitolino.
Nella lista ci sono anche i 40 milioni non spesi per l’emergenza abitativa, una storia venuta fuori dopo lo sgombero di via Curtatone, o i fondi per il sociale che un municipio dimenticò di chiedere allo stesso comune. Fino alle scuole e ai nidi.
Ma d’altro conto loro avevano promesso trasparenza, mica efficienza. No?
(da “NextQuotidiano“)
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