GLI HACKER RUSSI SARANNO TEMIBILI MA LE DIFESE INFORMATICHE ITALIANI SONO UN COLABRODO. DOPO L’ASSALTO AI FRIGORIFERI, IL GRUPPO “NONAME” SOSTIENE DI ESSERSI INFILTRATO ANCHE NEI SISTEMI DI UNA CENTRALE IDROELETTRICA, DI UN’AZIENDA TESSILE VENETA E NELLE TELECAMERE DI SORVEGLIANZA DI ALCUNE FARMACIE IN ITALIA
DUE GRANDI AZIENDE ITALIANE AVREBBERO PAGATO RISCATTI DI CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO PER RECUPERARE I PROPRI DATABASE, SENZA DENUNCIARE PUBBLICAMENTE GLI EPISODI … PER GLI INVESTIGATORI, DIETRO AGLI ASSALTI INFORMATICI NON CI SAREBBE SOLO IL MOVENTE ECONOMICO: L’OBIETTIVO E’ DIFFONDERE PAURA E SFIDUCIA NEL NOSTRO PAESE, MOSTRANDO QUANTO SIANO VULNERABILI LE INFRASTRUTTURE DIGITALI
L’Italia non finisce al Brennero. Perché se la società che gestisce il tunnel ha deciso di denunciare pubblicamente l’attacco hacker subito, altri soggetti, altrettanto strategici, hanno scelto di tacere. Di risolvere tutto lontano dai riflettori. In almeno due casi, secondo quanto risulta a Repubblica, a grandi aziende italiane sono stati chiesti riscatti di centinaia di migliaia di euro per riavere i propri database. E li hanno ottenuti.
Gli hacker entrano nei sistemi, paralizzano le attività, sequestrano i dati. Poi chiedono soldi. Oppure mostrano in Rete le proprie incursioni, come trofei, per dimostrare quanto siano vulnerabili le nostre infrastrutture. Non è sempre la stessa mano.
Ma la direzione verso la quale guardano gli investigatori è sempre più spesso la stessa: Est. Da lì arrivano alcune delle rivendicazioni più esplicite, quelle degli hacker filorussi di NoName057(16). Altri attacchi non hanno una firma, e attribuirli è molto più difficile. Non significa che dietro ogni intrusione ci sia Mosca. Ma tracce e modalità operative concentrano l’attenzione sull’area russa. Per la prima volta sarebbero comparsi anche elementi concreti da approfondire. E gli accertamenti potrebbero arrivare a un punto in tempi relativamente brevi.
Intanto NoName continua a esibire gli scalpi. Nei messaggi diffusi sui propri canali ha sostenuto di aver violato il sistema di controllo di un’azienda veneta che produce macchinari per l’industria tessile. […]«Abbiamo effettuato l’accesso. Abbiamo guardato. Abbiamo riscritto le ricette», è la rivendicazione, accompagnata da un racconto beffardo delle modifiche che gli hacker sostengono di aver compiuto. La portata dell’intrusione non è verificata.
Il secondo bersaglio rivendicato è più delicato: una centrale idroelettrica del nord Italia. Gli hacker hanno pubblicato schermate riconducibili a un sistema di controllo industriale Siemens e affermato di poter intervenire sui livelli dell’acqua, sulle turbine, sui generatori e sui comandi di avvio e arresto. «Siamo dentro. L’impianto è sotto controllo». Anche qui la rivendicazione non dimostra da sola che fosse possibile alterare davvero il funzionamento della centrale. Ma la posta in gioco è raggiungere sistemi da cui dipendono servizi essenziali.
Il 29 ottobre NoName ha sostenuto di aver mandato off-line siti di organismi della Difesa italiana, a cominciare dall’Agenzia Industrie Difesa. E c’è poi il caso delle farmacie, trasformate in una macabra serie a puntate. Attraverso la compromissione di sistemi di videosorveglianza, gli hacker hanno diffuso immagini riprese all’interno di esercizi italiani: dipendenti dietro i banconi, clienti tra gli scaffali, ingressi, magazzini.
È su questa dimensione psicologica che insiste la lettura della Polizia postale. L’obiettivo di alcune operazioni non è necessariamente il danno immediato, ma l’esibizione della fragilità: convincere cittadini, imprese e istituzioni che nessun sistema sia davvero protetto. Alimentare sfiducia, insicurezza, paura.
E non escludono un’altra motivazione, strettamente economica. Mostrare pubblicamente quanto sia esposta una grande azienda può creare il mercato per chi si offre di proteggerla, anche attraverso consulenze milionarie.
È un’ipotesi ma ci sono elementi per poter pensare che sia anche qualcosa di più. C’è infine una distinzione che nelle indagini viene considerata decisiva. Le mail dei falsi allarmi bomba e gli attacchi contro industrie e infrastrutture non appartengono necessariamente allo stesso fenomeno. Anzi.
Per provocare evacuazioni, ritardi, voli scortati dai caccia può bastare una mano leggera: pochi messaggi, competenze modeste, nessuna struttura complessa. Penetrare nei sistemi di un grande gruppo o di un impianto strategico richiede invece preparazione, strumenti e conoscenze. Ed è su questo secondo fronte che si affaccia con maggiore forza il sospetto di interessi di stati esteri.
(da Open)
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