“IL PONTE SULLO STRETTO? UN CANTIERE IMMAGINARIO CHE VA DAI TEMPI DEI BORBONE ALLA NOSTRA REPUBBLICA DEL TIKTOK. MANCAVA ANCORA LA VARIABILE DELLO SCANDALO
È ARRIVATO ORA CON L’INCHIESTA DELLA MAGISTRATURA APERTA SULLE PRESUNTE IPOTESI DI CORRUZIONE DEI FUNZIONARI, LE PROMESSE DI INCARICHI, LE PRESSIONI SULLA CORTE DEI CONTI, LE INTERCETTAZIONI
Finalmente un primato. Non nella ricerca scientifica, nei salari, nella puntualità dei treni. L’Italia può vantare la più grande opera mai costruita senza che sia mai stata costruita: il Ponte sullo Stretto di Messina. Una tela di Penelope finanziata a rate. Un cantiere immaginario che va dai tempi dei Borbone alla nostra repubblica del TikTok.
All’enigma architettonico, al secolo di annunci, ai cento dubbi sulle faglie sismiche, sui rischi di inutilità dell’opera, sui 13,5 miliardi di spesa prevista, mancava ancora la variabile dello scandalo. È arrivato or ora con l’inchiesta della magistratura aperta sulle presunte ipotesi di corruzione dei funzionari, le promesse di incarichi, le pressioni sulla Corte dei Conti, le intercettazioni. E intanto le prime dimissioni degli indagati in attesa dei prossimi sviluppi. Chi l’avrebbe mai detto?
Il Ponte lo immaginavano già i Savoia. Lo accarezzava Mussolini. Lo prometteva Berlusconi. Lo cancellava Prodi. Lo riesumò Renzi. E oggi lo custodisce Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, come suo cimelio personale […] Il plastico esibito a Porta a Porta. Una sequenza così fitta di inaugurazioni preventive […] E naturalmente di polemiche per colpa dei contestati controlli ambientali, delle scarse verifiche antimafia, dei progetti sempre più vecchi e dei costi sempre maggiori.
A parte l’idea lisergica del ministro degli Esteri Antonio Tajani – «in caso di guerra servirà all’evacuazione dei siciliani dal Fronte Sud della Nato» – nessun calcolo economico, ingegneristico, sociale, ne ha validato i vantaggi. Al punto che da gran tempo il Ponte ha smesso di sfidare la modernità, diventando il simbolo del nostro presente, dove la politica galleggia sulla eterna propaganda, e la Sicilia sprofonda nel passato che non passa: manca l’acqua nelle sue città, nei paesi, nei campi, la mafia governa le autobotti, scuole e sanità arrancano, i rifiuti sono un’emergenza, le strade restano scassate, i treni ancora viaggiano in bianco e nero: 10 ore tra Trapani e Ragusa. L’inchiesta è il lampadario appeso anche se il tetto dell’opera ancora manca. Illumina il grande romanzo dell’incompiuto
Pino Corrias
per vanityfair.it
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