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ALESSANDRA GHISLERI: “IL CASO EPSTEIN INTERESSA GLI ITALIANI PERCHÉ RACCONTA UNA STORIA CHE GIÀ CONOSCIAMO: QUELLA DI UN POTERE OPACO E DI VERITÀ CHE FATICANO A EMERGERE. IL 60% DEGLI ITALIANI È CONVINTO CHE TRUMP SIA COINVOLTO NELLO SCANDALO SESSUALE”

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

“IN ITALIA ESISTE UNA DIFFIDENZA STORICA VERSO I POTENTI CHE “SE LA CAVANO SEMPRE”, E QUESTO CASO SEMBRA CONTENERNE TUTTI GLI INGREDIENTI: FESTE, MILIARDARI, POLITICI, CELEBRITÀ INTERNAZIONALI, DONNE AFFASCINANTI

C’è un’Italia che crede al coinvolgimento di Donald Trump nello scandalo Epstein e un’altra che lo assolve. A prevalere è la prima: il 60,0% degli italiani è convinto che il presidente americano sia coinvolto nello scandalo sessuale legato a Jeffrey Epstein.
All’interno di questo fronte, il 10,6% ritiene che il coinvolgimento sia marginale, una lettura che trova particolare riscontro tra gli elettori dei partiti oggi al governo. Non a caso, nell’area dell’esecutivo un elettore su tre della Lega (30,3%) è convinto che Trump non abbia alcuna implicazione nella vicenda che continua a tenere con il fiato sospeso numerose figure di primo piano della scena internazionale.
Le vicende di Jeffrey Epstein e della sua ex compagna Ghislaine Maxwell continuano a colpire profondamente l’opinione pubblica italiana, e non solo per la loro dimensione giudiziaria. A renderle così pervasive è una combinazione di fattori politici, culturali e mediatici. In Italia esiste una diffidenza storica verso i potenti che “se la cavano sempre”, e questo caso sembra contenerne tutti gli ingredienti: feste, miliardari, politici, celebrità internazionali, donne affascinanti, reti di influenza e, sullo sfondo, il sospetto del coinvolgimento di apparati di intelligence.
L’idea che persone ricchissime possano commettere crimini gravissimi restando impunite tocca un nervo scoperto in un Paese in cui il tema della giustizia a due velocità è profondamente radicato nell’immaginario collettivo. Non è solo una storia americana: è una vicenda che gli italiani riconoscono, perché somiglia a molte altre già viste.
Quasi un italiano su due (46,2%) ritiene che lo scandalo possa indebolire ulteriormente la figura del presidente americano, già al centro di forti contestazioni per le sue politiche. A resistere a questa lettura sono soprattutto gli elettori del centrodestra, a conferma di come il caso venga interpretato anche attraverso lenti ideologiche e geopolitiche.
Di segno opposto, infatti, l’atteggiamento degli elettori del Partito democratico (67.0%), di Alleanza Verdi e Sinistra (57.0%), di Italia Viva (89.0%) e di Azione (73.0%), che si dicono largamente convinti di un possibile indebolimento internazionale di Donald Trump anche a causa di questa vicenda. Più sfumata, invece, la posizione dell’elettorato del Movimento 5 Stelle (44.0%), che pur collocandosi nell’area dell’opposizione esprime maggiori dubbi sugli effetti politici dello scandalo
Il caso Epstein si inserisce in una fase storica in cui la fiducia degli italiani verso gli Stati Uniti è in calo. Non si tratta solo di Donald Trump o di un singolo scandalo, ma di una percezione più ampia: quella di un Occidente che predica valori universali mentre fatica a fare i conti con le proprie ombre.
Jeffrey Epstein diventa così una prova simbolica dell’idea che “l’intero sistema è marcio”, un sistema che protegge sé stesso prima delle vittime. Anche se la vicenda nasce oltreoceano, il coinvolgimento – diretto o indiretto – di figure europee e internazionali rafforza la sensazione di uno scandalo globale. Gli italiani percepiscono di far parte di questo mondo e temono che le ricadute, politiche e morali, non siano affatto lontane.
In un Paese abituato ai misteri irrisolti, alle mezze verità e ai silenzi di Stato, la morte di Epstein – ufficialmente un suicidio, ma segnata da clamorose falle nella sorveglianza – riattiva una cultura profonda del sospetto, figlia del diffuso sentimento del “non ce la raccontano giusta”.
Il caso Epstein interessa gli italiani perché racconta una storia che già conosciamo: quella di un potere opaco, di servizi segreti che sfiorano la trama, di vittime dimenticate e di verità che faticano a emergere. È uno specchio inquietante in cui l’Occidente – e noi con esso – è costretto a guardarsi
Forse il caso Epstein non ci ossessiona perché non sappiamo cosa sia successo, ma perché intuiamo benissimo cosa potrebbe essere accaduto e temiamo che nessuno abbia davvero interesse a dimostrarlo. Resta la domanda più scomoda, quella che rende questo scandalo ancora vivo: la verità verrà mai chiarita fino in fondo, o resterà sepolta insieme a chi avrebbe potuto raccontarla.
(da “La Stampa”)

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SI È GIA’ BLOCCATO IL “MOTORE” ROMA-BERLINO CON CUI MELONI SPERAVA DI FAR SALTARE LO STORICO EQUILIBRIO GERMANIA-FRANCIA: DOPO CHE MERZ HA CRITICATO TRUMP E LE BATTAGLIE MAGA, LA DUCETTA HA PRESO LE DISTANZE DAL CANCELLIERE PER RIBADIRE IL SUO VASSALLAGGIO AL COATTO CASA BIANCA

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

ORA LA STATISTA DELLA SGARBATELLA È SEMPRE PIÙ ISOLATA IN EUROPA … SORGI: “L’ORA DEL PROTAGONISMO INTERNAZIONALE PER MELONI È PASSATA. ANCHE PER L’URGENZA A CUI LA RICHIAMANO LE SCADENZE INTERNE”

È durato davvero poco il “motore” Roma-Berlino (“asse” ancora oggi è un termine scomodo, che ricorda l’alleanza tra Hitler e Mussolini), con il quale Meloni sperava di cambiare lo storico equilibrio Germania-Francia su cui l’Europa ha poggiato da sempre. E ieri è arrivata la conferma che la premier non è pronta a sottoscrivere il duro intervento con cui il Cancelliere tedesco ha reagito all’atteggiamento americano nei confronti dell’Europa (manifestato un anno fa dal vicepresidente JD Vance proprio a Monaco, dove Merz ha parlato venerdì in apertura, e ribadito un mese fa dallo stesso Trump a Davos).
Merz ha parlato chiaramente di una «crepa» che s’è aperta tra le due sponde dell’Atlantico. Meloni ha reagito dicendo che non è pronta a seguire la Germania nelle critiche al presidente Usa e l’Italia si prepara a partecipare […] al vertice del Board of Peace di Trump, sia pure come “osservatrice” dato che esistono ostacoli costituzionali a una completa adesione. La premier, in sostanza, a prendere le distanze da Trump e dai fondamenti del sovranismo racchiusi nell’ideologia Maga, non ci sta.
In un certo senso, poi, l’ora del protagonismo internazionale per Meloni è passata, anche se certo non potrà spostarsi bruscamente da una presenza così assidua agli appuntamenti europei o globali a un progressivo ritorno ai suoi compiti nazionali, che del resto non ha mai trascurato.
Ma per l’urgenza a cui la richiamano le scadenze interne, a cominciare dal voto del 22 e 23 marzo per il referendum sulla riforma della separazione delle carriere. Dall’andamento dei sondaggi, di cui è attenta studiosa più che semplice lettrice, e che pure danno ancora il “sì” governativo in vantaggio, Meloni s’è resa conto che una partita del genere non può essere semplicemente delegata.
E sebbene è consapevole che l’opposizione e il fronte del “no” non aspettano altro, per avere a disposizione il bersaglio grosso su cui mirare, sa anche che il momento di entrare in campo è venuto. Si tratta solo di decidere quando.
(da agenzie)

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NORDIO ORMAI E’ FUORI DA OGNI LIMITE: “TRA I MAGISTRATI UN SISTEMA PARA-MAFIOSO”

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

INSORGONO LE OPPOSIZIONI, CONTE; “SI SCUSI CON CHI HA PERSO LA VITA LOTTANDO CONTRO LA MAFIA”, SCLEIM_ “MELONI PRENDA LE DISTANZE, NORDIO INSULTA LA STORIA DELLA MAGISTRATURA”

Il sistema delle nomine dei magistrati è un “meccanismo para-mafioso“. In un’intervista pubblicata sui quotidiani del gruppo Nord-Est Multimedia (Mattino di Padova, Messaggero Veneto e altri) Carlo Nordio alza il livello dell’attacco alle toghe: rivendicando il sorteggio del Consiglio superiore della magistratura previsto dalla sua riforma, il ministro della Giustizia paragona i metodi dell’organo di autogoverno a quelli della criminalità organizzata. “Il sorteggio rompe questo meccanismo para-mafioso, questo verminaio correntizio, come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Roberti, poi eletto con il Pd al Parlamento europeo. Un mercato delle vacche. Lo scandalo Palamara ha mostrato tutto questo: ma hanno messo il coperchio su questo scandalo, quattro o cinque disgraziati costretti alle dimissioni e poi nulla è cambiato”, accusa il Guardasigilli. Nella sua tirata, Nordio
omette che sono sempre stati i rappresentanti della maggioranza al Csm a “salvare” i magistrati coinvolti nelle chat dell’ex pm radiato (in alcuni casi addirittura promuovendoli). Omette di aver chiamato una di loro, Rosa Sinisi, come dirigente al ministero. E omette pure di citare il caso di Cosimo Ferri, uno dei principali protagonisti dello scandalo, salvato da una probabile radiazione dal Parlamento, che (coi voti del centrodestra) ha negato al Consiglio l’uso delle intercettazioni.
È il riferimento al “sistema para-mafioso”, però, a indignare le opposizioni. “Il ministro Nordio, dopo aver annunciato tagli alle intercettazioni per “modestissime mazzette“, ora addirittura accosta il funzionamento della giustizia con tutti i giudici che ci lavorano a dinamiche “para-mafiose”. Succede dopo che per giorni la maggioranza ha gettato fango su Gratteri, un magistrato che rischia la vita per la lotta contro le mafie, nonostante avesse ben chiarito il suo pensiero”, scrive sui social il leader M5s Giuseppe Conte. “Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera. È davvero incredibile vedere un governo che getta fango e ombre sulle istituzioni e su servitori dello Stato solo per portare a casa una riforma che mira a salvare i politici e i governi dalle inchieste. Fermiamoli, votiamo No”, conclude l’ex premier.
Poco prima era già intervenuta Elly Schlein: “Svegliarsi con un’intervista del ministro Nordio che assimila i magistrati ai mafiosi è una cosa gravissima, soprattutto se a farlo è il ministro della Giustizia. Ci aspettiamo che Giorgia Meloni prenda immediatamente le distanze da queste parole e ci aspettiamo le scuse da parte del ministro”, ha detto la segretaria dem da Bari, a margine di un’iniziativa per il No al referendum. Il paragone di Nordio, afferma, “insulta anche la storia di tanta magistratura che si è battuta per anni contro le mafie, che ha pagato con il prezzo della vita. Parliamo di persone come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Rocco Chinnici. È inaccettabile che un ministro parli in questo modo dei magistrati”, accusa. “Noi siamo qui per ribadire le nostre ragioni nel merito di questa riforma che riteniamo sbagliata, ma pensiamo che Nordio abbia oltrepassato il limite. Giorgia Meloni intervenga immediatamente su quello che è accaduto”.
Sulla stessa linea la responsabile Giustizia dem, la deputata Debora Serracchiani: “Le parole del ministro Nordio sono gravissime. Paragonare i magistrati italiani ai mafiosi è di una gravità inaudita, e se lo fa il ministro della Giustizia in carica sa tanto di eversione. Ricordiamo al ministro Nordio che il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilevanza costituzionale presieduto dal presidente della Repubblica! La presidente Meloni ha il dovere di prendere immediatamente le distanze da un ministro che piccona le istituzioni democratiche, contro lo stesso giuramento formulato sulla Costituzione”. Il primo a commentare l’intervista era stato un altro esponente del Pd, il senatore Walter Verini: Nordio, ha scritto su X, “ha toccato il fondo. Non straparli, chieda scusa. Perché le mafie i magistrati li hanno uccisi

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MASSIMO D’ALEMA: “LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA È INUTILE, SBAGLIATA E PERICOLOSA. C’È LA PRETESA DEL GOVERNO DI CAMBIARE LA COSTITUZIONE AVENDO UNA CONCEZIONE PARTIGIANA DELLE REGOLE” E ATTACCA “IL TRAVESTIMENTO GARANTISTA” DELLA DESTRA CHE “IN REALTÀ ERA E RESTA FORCAIOLA. TRANNE POCHE ECCEZIONI, COME MARINA BERLUSCONI”

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

“BAFFINO” SI DIVERTE A INFILZARE NORDIO: “AVRÀ RIFLETTUTO SULLA SUA ESPERIENZA DA MAGISTRATO, QUANDO PER 8 ANNI INDAGÒ SUL RAPPORTO TRA IL PCI E LE COOPERATIVE, COSTRUENDO UN MONSTRUM PER IL QUALE FU CONDANNATO DOPO UNA MIA DENUNCIA. ORA CHE NON PUÒ PIÙ DARE CATTIVI ESEMPI RITIENE DI DARE BUONI CONSIGLI”

Sostiene Massimo D’Alema che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati sia «inutile, sbagliata e pericolosa». Perciò voterà no al referendum. Ritiene che le personalità della sinistra decise a votare sì non siano «compagni che sbagliano, ma compagni che hanno cambiato opinione». E attacca «il travestimento garantista» della destra che «in realtà era e resta forcaiola. Tranne poche eccezioni, come Marina Berlusconi».
Il sorteggio non spezza l’egemonia delle correnti?
«È falsa l’idea che così verrebbero eliminate le correnti: i magistrati, sia pure estratti a sorte, potranno continuare a far parte di associazioni note e persino di consorterie ignote. Solo che in questo modo si trasferirebbe il potere dalle correnti democraticamente legittimate col voto, a gruppi che vincono alla lotteria del sorteggio. La democrazia è più trasparente».
Considera trasparente l’attuale gestione del Csm, che assolve il 75% dei magistrati chiamati davanti alla sezione disciplinare e promuove ogni anno il 99% delle toghe con una logica correntizia spartitoria?
«Assolutamente no. Considero la cosa gravissima e penso che si dovrebbe intervenire in senso garantista. Infatti ai tempi della Bicamerale decidemmo di mantenere un solo Csm con due sezioni, perché l’unitarietà delle carriere rende più difficile la chiusura corporativa e auto-referenziale. Mentre per l’azione disciplinare proponevamo un’Alta corte separata dal Csm. Il corpo separato dei pubblici ministeri non ha nulla di garantista. Si deciderebbero la carriera da soli. Con il sorteggio, certo. Ma se penso ad alcuni pm… Venissero estratti bisognerebbe fuggire all’estero. Quindi tutto lascia immaginare che questo disegno anticipi dell’altro».
Cioè la sottoposizione della magistratura al potere politico? Ma non è previsto dalla riforma.
«È così, ma in tutti i Paesi al mondo dove i pm sono separati dei giudici essi normalmente dipendono dal governo. E questo ha una logica perché almeno i governi debbono rispondere in Parlamento del loro operato. Se noi diamo luogo ad un ordinamento che non appare sostenibile è ragionevole sospettare che la riforma prepari il passo successivo».
Possibile che questo «sospetto» non sia venuto alle personalità della sinistra decise a votare sì al referendum? Augusto Barbera, Cesare Salvi e molti altri ancora sono quindi «compagni che sbagliano»?
«Non sono compagni che sbagliano, sono compagni che hanno cambiato opinione ( sorride, ndr ). Io ricordo che Salvi in Bicamerale votò contro la separazione delle carriere. Ma gli voglio bene lo stesso. Più in generale penso che noi dovremmo essere più disponibili a riforme garantiste per rendere più equilibrato il rapporto tra difesa e accusa. Noi… Chi guida oggi il centrosinistra. Io sono un pensionato».
Che mette in guardia per i rischi celati dietro la riforma.
«C’è la pretesa del centrodestra di cambiare la Costituzione avendo una concezione partigiana delle regole».
Sta paventando un processo di fascistizzazione dell’Italia?
«Non arrivo a parlare di fascismo, però c’è un’impronta di decisionismo autoritario inaccettabile. Eppoi, questo travestimento garantista della destra… Si possono fare eccezioni. Marina Berlusconi, per esempio, è garantista. E penso anche che la revisione di Carlo Nordio sia autentica.
Magari avrà riflettuto sulla sua esperienza da magistrato, quando per otto anni indagò sul rapporto tra il Pci e le cooperative, costruendo un monstrum per il quale fu condannato dopo una mia denuncia. E ora che non può più dare cattivi esempi ritiene di dare buoni consigli».
Quando si dice una buona parola…
«Credo alla buona fede del ministro della Giustizia. Ma la destra è forcaiola. Basti pensare ai provvedimenti proposti contro i giovani che manifestano nelle piazze».
Così fa sorgere il sospetto che il no al referendum abbia al fondo una ragione politica: che la battaglia contro la riforma sia la linea Maginot della sinistra per evitare che Giorgia Meloni rivinca nel 2027 e il centrodestra conquisti il Quirinale.
«No. Io ho espresso critiche nel merito, sul testo della riforma. È chiaro però che oltre al testo c’è il contesto. Per mille ragioni auspico un’alternativa al governo di Giorgia Meloni. Ma questo è un voto sul referendum. È nel 2027 che ci saranno le elezioni politiche. A meno che non abbiano in mente qualche altra riforma…».
(da Corriere della Sera)

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“NAVALNY È SEMPRE STATO IL NEMICO PUBBLICO NUMERO 1 DEL REGIME RUSSO”: NIKOLAJ LJASKIN, IL PIÙ STRETTO COLLABORATORE DELL’OPPOSITORE DI PUTIN, COMMENTA LA CONFERMA SECONDO CUI NAVALNY È STATO UCCISO CON IL VELENO DELLA RANA FRECCIA

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

“NON IMPORTA QUALE SIA STATA LA VERA CAUSA, SE IL VELENO, GLI ANNI IN CARCERE IN CONDIZIONI DURE O UN COLPO IN TESTA. TUTTE LE IPOTESI SAREBBERO PLAUSIBILI PERCHÉ CONDUCONO SEMPRE ALLO STESSO RISULTATO: ELIMINARE ALEKSEJ. È CHIARO CHE SI È TRATTATO DI UN ASSASSINIO. PUTIN INVIDIAVA LA CAPACITÀ CHE LUI AVEVA DI RIUNIRE LA GENTE ATTORNO A SÉ. UN EREDE DI NAVALNY? LUI È UNICO, MA LE SUE IDEE NON SONO MORTE”

È l’unico stretto collaboratore di Aleksej Navalny a non aver lasciato la Russia. E, come tutti i pochi dissidenti rimasti, soppesa ogni frase. «Anche se, nel nostro Paese, non sai mai per quale parola o azione finirai nei guai», dice in videocollegamento da Mosca. Con Navalny dal 2010, capo del quartier generale moscovita della sua campagna presidenziale nel 2018, uno dei dirigenti della sua Fondazione anti-corruzione Fbk e del suo partito “Bella Russia del futuro”, a soli 43 anni Nikolaj Ljaskin ha subito innumerevoli fermi e detenzioni e persino un’aggressione con una spranga di ferro.
Nel 2021 è stato arrestato e condannato a un anno di “libertà vigilata” insieme al fratello, alla portavoce e al braccio destro dell’oppositore morto in carcere. I suoi ex compagni di lotta hanno lasciato il Paese quando Fbk è stata dichiarata fuorilegge. Ljaskin no. E nonostante cinque Paesi occidentali sostengano che Navalny sia stato ucciso dallo «Stato russo» con una tossina letale rivenuta nelle rane freccia sudamericane, resta un incrollabile ottimista: «Le autorità hanno fallito. Le idee di Navalny vivono».
Dopo il Novichok, la rana freccia. Che cosa ne pensa?
«Non ci vedo niente di strano o di nuovo. Aleksej Navalny è sempre stato il nemico pubblico numero 1 del regime russo. Non importa quale sia stata la vera causa della sua morte, se il veleno di una rana, gli anni in carcere in condizioni dure o un colpo in testa. Tutte le ipotesi sarebbero plausibili perché conducono sempre allo stesso risultato: eliminare Aleksej, fare semplicemente in modo che non ci sia più.
Perché il potere collettivo, Vladimir Putin e i siloviki (gli uomini dei servizi di sicurezza, ndr), da un lato temevano Aleksej, dall’altro ne invidiavano la capacità di riunire la gente attorno a sé. Perciò, qualunque sia stata la causa della morte di Aleksej, è chiaro che si è trattato di un assassinio».
Navalny stava scontando 19 anni di carcere. Perché ucciderlo?
«Pur in carcere, Navalny era la migliore fonte di ispirazione per tutte le forze di opposizione. Ogni parola che arrivava da lui era una specie di lanterna nel buio. Pur da dietro le sbarre, Aleksej parlava non solo a titolo personale, ma a titolo di tutta la Russia. Ne aveva il diritto morale. E lo ascoltavano tutti anche i suoi nemici».
A due anni dalla sua morte, qualcuno è riuscito a prenderne il testimone?
«Non c’è e non ci potrà mai essere un erede di Navalny. Era unico. Non ci sarà nessuno come lui. Ma Aleksej ha fatto molto di più che passare il testimone. Ha dato a milioni di persone la consapevolezza che si può andare contro il sistema, che si può lottare perché la Russia diventi un Paese libero e normale. Ora Navalny è in ciascuno di noi».
A molti russi, però, manca un punto di riferimento. La morte di Navalny ha ucciso la speranza?
«In un certo senso sì e in un certo senso no. Le autorità pensavano che, eliminando Navalny, avrebbero risolto tutti i loro problemi. Sì, lui non c’è più, ma le sue idee vivono. Perché c’è ancora parecchia gente che crede nelle sue idee e può agire come lui. E finché esisteranno queste persone, le autorità non avranno raggiunto il loro obiettivo al cento per cento».
Esiste, dunque, la “bella Russia del futuro” che Navalny sognava?
«Certo. Non è un concetto astratto. La Bella Russia del Futuro è la gente che è rimasta e continua a lottare».
Lei teme per la sua incolumità?
«Sì. Come tutti in Russia».

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CACCIA AI SABOTATORI. NON È ANCORA ARRIVATA LA RIVENDICAZIONE DEI DUE SABOTAGGI COMPIUTI IERI, CHE HANNO CAUSATO FORTI RITARDI SULLA LINEA FERROVIARIA AD ALTA VELOCITÀ

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

CHI HA AGITO HA UTILIZZATO LA BENZINA PER BRUCIARE CAVI ELETTRICI SOTTERRANEI. MA I DUE ATTACCHI, IN DUE CENTRI MANUTENZIONE DELLE FERROVIE ALLE PORTE DI ROMA, DIMOSTRANO UNA CONOSCENZA, OLTRE CHE DEI LUOGHI DA COLPIRE, ANCHE DELLE POSSIBILI CRITICITÀ DELL’INFRASTRUTTURA FERROVIARIA

Benzina al posto delle bombe incendiarie (costruite seguendo le istruzioni sul web) per bruciare cavi elettrici sotterranei. A distanza di sette giorni un gesto ritenuto più semplice per ottenere comunque il massimo risultato: paralizzare di nuovo la circolazione ferroviaria dell’Alta velocità.
Questa volta, come è successo invece dopo i sabotaggi a Bologna e Pesaro 24 ore dopo la cerimonia di apertura delle Olimpiadi, senza una rivendicazione. Non è detto però che non arrivi nei prossimi giorni e che non ricalchi quella di «Sottobosko», il misterioso writer anarchico che il 9 febbraio ha annunciato altri attacchi di questo genere
Proprio quello che è successo l’altra notte alle porte di Roma, nel centro manutenzione delle Ferrovie di Villa Spada— all’inizio della tratta della Roma-Firenze che da Settebagni porta al Nord, monitorato dalla sala operativa di Bologna — e poi anche in via di Salone, a Corcolle, dalla parte opposta della Capitale, dove transita la linea Roma-Napoli, controllata invece dagli operatori di Roma Termini.
Il primo alle 4.30, il secondo alle 5.40. Orari cruciali per l’inizio del servizio di trasporto quotidiano che dimostrano una conoscenza, oltre che dei luoghi da colpire, anche delle possibili criticità dell’infrastruttura ferroviaria.
Dietro ci potrebbero essere tuttavia una mente e una mano diverse rispetto a quelle entrate in azione una settimana fa. A renderle simili il fatto di aver agito sempre di sabato, ma nel caso romano — come era già successo giorni fa a Lecco— si
potrebbe trattare di emulazione, seguendo uno dei principi cardine dei movimenti anarchici per attaccare il sistema. È fra le ipotesi seguite da chi indaga.
Ma c’è anche il sospetto che a colpire siano state persone esperte, che hanno scelto non in modo casuale punti chiave della linea: hanno agito di notte, alzando botole in cemento (in una sarebbe stata trovata una catena, usata forse per aiutarsi nell’apertura) e quindi utilizzando liquido infiammabile per dare fuoco alle condotte sotterranee. L’allarme nelle sale operative, che ha fatto scattare in automatico il fermo dei treni, è scattato subito: sembravano guasti, invece erano altri sabotaggi.
Gesti compiuti per avere ancora visibilità nazionale, sui quali la polizia di prevenzione, insieme con la Digos romana, indaga non solo per scoprire chi siano i responsabili, ma anche chi rivendica le azioni su piattaforme social che assicurano l’anonimato. Atti che potrebbero ripetersi, in segno di continuità con quanto gli analisti hanno notato negli ultimi tempi, ovvero un fermento anche sul fronte comunicativo, così come altri sabotaggi collegati sempre all’emulazione che potrebbero coinvolgere gruppi anarchici diversi.
Proprio per questo motivo è stata aumentata la vigilanza su tutta la linea ferroviaria nazionale, in particolare in prossimità dei nodi di scambio e delle infrastrutture e sui binari.
Sempre nella consapevolezza che telecamere e pattuglie non possono essere ovunque su una rete di oltre 24mila chilometri, con migliaia di pozzetti e condotti che possono potenzialmente essere attaccati per bloccare la circolazione. Uno scenario inquietante, che si inserisce tuttavia in una stretta della sicurezza.
(da agenzie)

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GIORGIA, CHE BEI TIPINI DEMOCRATICI FREQUENTI! VIKTOR ORBÁN SENZA FRENI NEL SUO DISCORSO SULLO STATO DELLA NAZIONE: HA PROMESSO DI “ELIMINARE LE PSEUDO ORGANIZZAZIONI DELLA SOCIETÀ CIVILE” E DI CONTINUARE L’OFFENSIVA CONTRO “I GIORNALISTI, I GIUDICI E I POLITICI COMPRATI”

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

PUNTANDO SULLA RICONFERMA NELLE PROSSIME ELEZIONI DI APRILE (NON SCONTATA, STANDO AI SONDAGGI), IL PREMIER UNGHERESE HA DETTO CHE IL SUO LAVORO È SOLO “A METÀ” – IL MESE SCORSO MELONI HA PARTECIPATO A UN VIDEO DI SOSTEGNO A ORBAN, INSIEME A WEIDEL, LE PEN, ABASCAL

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha promesso ieri di «eliminare le pseudo organizzazioni della società civile» e di continuare la sua offensiva contro «i giornalisti, i giudici e i politici comprati».
Contando sulla riconferma nelle prossime elezioni di aprile (in realtà non scontata, almeno stando a quanto indicato dai sondaggi), Orbán ha detto che il suo lavoro è solo «a metà»
Nel suo discorso annuale sullo stato della nazione, pronunciato ieri a Budapest, Orban è tornato ad attaccare l’Unione europea, affermando che «la macchina oppressiva di Bruxelles è ancora in funzione in Ungheria: ma dopo il voto di aprile riusciremo a spazzarla via».
(da agenzie)

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PREPARATE POP CORN E XANAX, CI ASPETTA UN FINALE DI CAMPAGNA REFERENDARIA BOLLENTE: VISTI I SONDAGGI CHE CERTIFICANO LA RIMONTA DEL FRONTE CONTRARIO ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, MELONI È COSTRETTA A SCENDERE IN CAMPO E METTERCI DEFINITIVAMENTE LA FACCIA

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

PER ISPOS IL “NO” È IN VANTAGGIO CON IL 50,6% CONTRO IL 49,4%. E PER RIPORTARE AVANTI IL “SÌ” È NECESSARIO CHE L’AFFLUENZA RAGGIUNGA ALMENO IL 46% … MARCELLO SORGI: “IL CENTRODESTRA È COSTRETTO A SPARARE LA CARTUCCIA PIÙ FORTE CHE SA DI AVERE: UNA MELONI NON TANTO IN VERSIONE PREMIER INTERNAZIONALE, MA LEADER COMIZIANTE

La domanda che tutti si fanno, nel governo e nel centrodestra, è non se, ma quando “Giorgia”, come la chiamano loro, si deciderà a scendere in campo nella campagna per il referendum del 22 e 23 marzo. Al momento, si valutano due scenari e si fanno i conti con una realtà in cui ancora, sia pure non di molto, il “sì” è in vantaggio. In termini percentuali di un punto, 38 a 37. Ma se si estende questo 75 per cento al 100, il “sì” ha 350 mila voti in più.
Primo scenario: Meloni entra nella campagna per consolidare questo dato e rafforzarlo, dandosi l’obiettivo di vincere con quasi un milione di voti in più. Un traguardo impossibile, e lei è la prima a saperlo.
E allora, scenario numero due, Meloni stavolta è obbligata a muoversi in prima persona per far sì che il vantaggio non si assottigli o che addirittura la situazione si capovolga, con il “no” che va in vantaggio.
Al momento, sono 17-18 milioni gli elettori disposti ad andare alle urne su un argomento “freddo” come la riforma della separazione delle carriere.
Per il “sì”, (inutile negarlo, la campagna si presenta più difficile: i problemi che la gente ha di fronte nella vita di tutti i giorni sono diversi, e il governo lo sa bene. Altro che i magistrati e la giustizia. Di qui la necessità di sparare la cartuccia più forte che il centrodestra sa di avere: una Meloni non tanto in versione premier internazionale, ma leader comiziante, pronta a mettersi di fronte l’intero schieramento avversario e a spiegare ai cittadini che perdere questa sfida vuol di
giocarsi tutto quel che il governo ha fatto finora. Ecco perché gli ultimi quindici giorni di campagna saranno esplosivi.
(da agenzie)

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SONDAGGIO EMG, DESTRA E SINISTRA QUASI PARI

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

TRA I DUE SCHIERAMENTI SOLO LO 0,6%

Con un’affluenza stimata al 58%, le prossime elezioni politiche potrebbero essere quelle meno partecipate di sempre. Ma potrebbero essere anche tra le più contese, stando ai nuovi risultati del sondaggio politico dell’Osservatorio Emg. Tra le due coalizioni di centrodestra e di centrosinistra, per come sono composte attualmente (da una parte FdI, FI, Lega e Noi moderati; dall’altra Pd, M5s, Avs, Italia viva e +Europa), corre mezzo punto di distanza. Un distacco che è virtualmente un pareggio, considerando il margine di errore statistico. Fuori dalle coalizioni ci sono forze come Futuro nazionale e Azione che potrebbero avere un peso decisivo. E manca poco più di un anno all’appuntamento con le urne.
Fratelli d’Italia è al 26,9% dei voti. Certo, si parla comunque della prima forza politica in Italia con un certo margine. I meloniani non devono certo temere, nell’immediato, la concorrenza diretta del Pd. Tuttavia, è tra i risultati più bassi che il partito della presidente del Consiglio ha raggiunto negli ultimi anni. È paradossalmente migliore di quello ottenuto nel 2022, quando il 26% bastò per trionfare e portare il centrodestra al governo. Ma la situazione è cambiata.
Anche perché il resto della coalizione vede alti e bassi molto significativi. Forza Italia è al 9%, e nonostante i possibili tumulti interni che si intravedono all’orizzonte per ora i forzisti sono in linea con gli ultimi anni. Invece la Lega è al 7,8%. Un calo netto per il partito di Matteo Salvini, scivolato anche al di sotto del risultato (già deludente) ottenuto alle ultime elezioni politiche.
La coalizione è completata da Noi moderati con l’1,3%. Numeri alla mano, quindi, il centrodestra oggi prenderebbe il 45% dei voti. È un calo, ma non una crisi. Nel 2022 vinse con un punto in meno, contro un’opposizione che si presentava divisa e litigiosa.
La differenza potrebbe farla – condizionale d’obbligo – proprio l’opposizione. Oggi il Partito democratico è al 22,2%, in linea con l’oscillazione tra il 21 e il 23% in molte rilevazioni negli ultimi mesi (e in lieve calo rispetto al 24% delle europee). Per i democratici, confermare questo risultato alle urne sarebbe comunque un passo avanti rispetto alle ultime elezioni, quando non raggiunsero il 19%
Il Movimento 5 stelle è al 12,1%. Alleanza Verdi-Sinistra invece al 6,1%, decisamente più alto del 3,5% preso nel 2022. Soprattutto, la differenza è che
queste forze potrebbero presentarsi in una coalizione unitaria, come non avvenne tre anni e mezzo fa. Insieme a Italia viva di Matteo Renzi (al 2,4%) e +Europa (all’1,6%), la coalizione raggiungerebbe il 44,4%. Circa mezzo punto di distanza, come detto.
Ci sono anche delle forze politiche che si considerano fuori dalle coalizioni, al momento. Azione di Carlo Calenda è stabile al 3%, e sempre nell’area centrista il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin è all’1,8%. La novità delle ultime settimane è Futuro nazionale di Roberto Vannacci: prende il 2,9% dei voti, secondo il sondaggio.
È interessante notare che i consensi di Vannacci vengono per l’1,1% da Fratelli d’Italia e ‘solo’ per lo 0,7% dalla Lega, il suo ex partito. Mezzo punto da altri partiti e mezzo punto dagli astenuti. È una platea interessante, anche se manca più di un anno al voto. E c’è da vedere se il generale proverà a piazzarsi nella maggioranza di centrodestra (con una manovra che al momento appare quasi impensabile) o correrà da solo, con il rischio di non raggiungere la soglia di sbarramento.
(da Fanpage)

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