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ANCHE DIO È CONTRO LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: LA CHIESA SI È ATTIVATA PER LA CAMPAGNA DEL “NO” AL REFERENDUM, CON EVENTI IN DIOCESI E ORATORI IN TUTTO IL PAESE

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL VICEPRESIDENTE DELLA CEI, MONSIGNORE FRANCESCO SAVINO, IL 13 MARZO A ROMA PARTECIPERÀ A UN INCONTRO DAL TITOLO “L’INSOFFERENZA PER LO STATO DI DIRITTO E IL NUOVO VOLTO DEL CAPO” … IL NUMERO UNO DELLA CEI, IL CARDINALE MATTEO ZUPPI, È STATO CHIARO: “C’È UN EQUILIBRIO TRA POTERI DELLO STATO CHE I PADRI COSTITUENTI CI HANNO LASCIATO COME PREZIOSA EREDITÀ E CHE È DOVERE PRESERVARE”

Al referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo bisogna votare No perché così avrebbero voluto sia Leone XIII sia, soprattutto, san Giovanni XXIII. L’organizzatissima campagna per respingere la riforma varata dal governo lascia da parte le questioni tecniche, il sorteggione per il Csm e altri cavilli annoianti e punta sul timor di Dio, scomodando Papi santi e Papi tornati di moda.
Giuseppe Mastropasqua, socio della sezione di Trani dell’Unione dei giuristi cattolici italiani – che è una specie di Comintern del No – e presidente del tribunale di Sorveglianza di Lecce, da un mese va per chiese e saloni parrocchiali delle diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, Molfetta e Andria, a spiegare perché nell’urna si debba infilare la scheda con ben sbarrato il niet.
Le motivazioni date all’uditorio – numeroso e motivato assai, con tanto di foglietti per prendere appunti, come si vede da gallerie fotografiche e video appositamente
diffusi su social e siti internet – è che “già nella Rerum novarum si sanciva come giusta la divisione dei poteri dello stato.
Il calendario degli eventi delle tre diocesi pugliesi è solo l’esempio più eclatante di un impegno, neppure troppo timido, di sostegno della Chiesa di base alle ragioni del No. Se non altro, di un impegno ben più organizzato di chi vorrebbe che vincesse il Sì.
Il Polesine veneto è in prima linea: l’Anpi organizzerà l’11 marzo, nell’Aula magna dell’ex Collegio vescovile di Este, un pomeriggio per “analizzare la riforma costituzionale e i possibili riflessi sui processi ambientali”. Relatori: il procuratore di Rovigo, Manuela Fasolato, l’avvocato Matteo Ceruti e Giampaolo Zanni della Cgil Veneto. Ceruti e Fasolato, assieme alla giudice Silvia Ferrari, a metà gennaio hanno partecipato alla prima uscita del Comitato “Giusto dire no!” a Rovigo. Location: la sala tel teatro parrocchiale di San Bortolo
“Alla fine ne è uscito un quadro evidente di giudizio negativo sulla riforma costituzionale”, si legge nelle cronache. Strano, dato i partecipanti. A coordinare il tutto, il presidente della sezione locale di Libera, l’associazione di don Ciotti.
Copione identico al sud. In Sicilia, la chiesa dell’Immacolata a San Gregorio di Catania ha ospitato un incontro dal titolo neutro che più neutro non si può, da tribuna politica degli anni Sessanta in bianco e nero: “Dialoghi sulla riforma costituzionale Nordio”. Peccato che i due relatori fossero entrambi per il No.
Impegnati nella battaglia campale sono anche i Pontifici oratori romani. Tra qualche giorno, il 19 febbraio, a Roma si terrà “un momento di confronto per un voto consapevole”. Confronto che però prevede la presenza di un solo relatore: Gherardo Colombo. In pratica, un sit-in per il No. Dall’oratorio assicurano che non sarà un monologo perché “la platea potrà intervenire” e che comunque è previsto anche un secondo appuntamento, stavolta per il Sì. Si è alla ricerca di un interlocutore all’altezza di Colombo.
Qualche sacerdote, pur chiarendo nella maggioranza dei casi che i dibattiti non avverranno in chiesa ma in oratori o saloni parrocchiali, spiega che dopotutto a favore del No è intervenuta la stessa Cei e quindi non c’è ragione alcuna di scandalo. Come e dove la Cei avrebbe invitato il Popolo fedele a votare No, non si
sa. Forse, avrà visto il programma di quanto accadrà il 13 marzo a Roma al cinema Aquila. Titolo dell’evento: “Preferirei di no!”. Alle 11 il panel “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo” .
Relatori: Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, la scrittrice Benedetta Tobagi, il costituzionalista Francesco Pallante e l’eccellentissimo monsignore Francesco Savino, rampante e mediaticamente attivissimo vicepresidente della Cei, uno che negli anni ha contrastato tutto ciò che arrivasse da destra (premierato, autonomia differenziata).
Di certo, non ha semplificato il quadro quanto detto dal cardinale Matteo Zuppi nella prolusione dell’ultimo Consiglio permanente, alla fine dei gennaio: “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare.
Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione.
Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”.
Immediati i titoli: la Cei è per il No. Il giorno dopo, la Cei smentisce e chiarisce che in quel passaggio del cardinale presidente c’era solo un invito a informarsi e a votare consapevolmente. Quello che fa ogni volta che si va a votare e che fece anche nel 2016.
Caso chiuso? Neanche per idea. Un sacerdote, don Alberto Carrara, ha scritto sul sito La Barca e il Mare: “Dunque, mi domando. Se io buon cattolico (i preti, di solito, sono buoni cattolici) volessi obbedire ciecamente a quello che i miei vescovi mi dicono di fare, dovrei preferire il no al sì perché tutti mi dicono (oddio, quasi tutti) che il no è meglio del sì per difendere l’autonomia del giudici. Perché torna un problema che annoia perché torna, ma torna perché è importante. Questo.
I vescovi mi danno le indicazioni di massima. Tocca a me elettore trarre le mie personali indicazioni di minima. E cioè decidere cosa votare. Solo che le indicazioni di minima sono strettamente legate alle indicazioni di massima. Anzi: le indicazioni di massima non servono a nulla se non intercettano le indicazioni di minima. Ed è talmente vero, questo, che nel caso del referendum sulla giustizia anche il cardinal Zuppi sembra sbilanciarsi e suggerirmi che è meglio votare no.
Il cardinal Zuppi non me lo dice, ma me lo suggerisce, che è un altro modo di dire. Che dice delicatamente, ma dice”. I vescovi, per lo più, tacciono. E’ finita l’èra della Cei impegnatissima sul campo di battaglia: allo stesso Consiglio permanente nessuno è intervenuto sul tema, eccezion fatta per le perplessità – espresse da un arcivescovo – sul Sì di Camillo Ruini annunciato in un’intervista al Giornale. Viene data mano libera alle diocesi e alle parrocchie, che – loro sì – appaiono assai attive.
Tra le grandi associazioni laicali, a esprimersi nettamente a favore della riforma Nordio è stata la Compagnia delle opere (Cdo): “Cdo – si legge in un manifesto – è consapevole che la riforma Nordio non esaurisce né risolve tutte le problematiche del sistema giudiziario italiano e che molto dipenderà dalle leggi di attuazione che il Parlamento sarà chiamato ad approvare.
Tuttavia, di fronte all’alternativa tra il mantenimento dello status quo e l’avvio di un percorso di riforma, la scelta del Sì appare la più ragionevole e responsabile. Nella convinzione che la ricerca di un modello ideale non debba diventare un alibi per l’immobilismo, Compagnia delle opere invita a cogliere l’occasione del referendum come un primo passo verso una giustizia più equilibrata e più rispettosa dei diritti”.
(da “Il Foglio”)

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IL DOGE È SEMPRE E SOLO ZAIA: DALLE OLIMPIADI DI MILANO CORTINA AI SOCIAL, L’EX PRESIDENTE DEL VENETO SI MUOVE COME SE FOSSE ANCORA IN CARICA, OSCURANDO IL SUO SUCCESSORE, L’INVISIBILE STEFANI

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

PER ORA SALVINI RIDIMENSIONA LE SUE SPERANZE DI DIVENTARE VICESEGRETARIO DEL CARROCCIO: “OGNI COSA A SUO TEMPO”

La frase con cui Matteo Salvini ridimensiona le speranze di Luca Zaia di diventare vicesegretario della Lega, e magari — ma non sembra crederci più nessuno — di scalarla, è un capolavoro di perfidia. Ogni cosa a suo tempo, dice il leader.
A proposito di un ex presidente di Regione che ha governato quindici anni, che è nella Lega da oltre trenta, che si è visto passare davanti personaggi come Roberto Vannacci e Silvia Sardone. Loro sì, diventati vicesegretari praticamente seduta stante.
Per capire da dove derivi tanta cautela nei confronti di Zaia, però, bisogna osservare quel che succede in Veneto. Dove all’allora presidente è stato impedito di correre per un terzo mandato che sarebbe stato — in realtà — il quarto, ma pare che lui non se ne sia accorto.
Se aprite i suoi social, o la tv, o scrollate video su Tik Tok, o ascoltate i passaggi alla radio, il campione di preferenze Luca Zaia, subito eletto presidente del Consiglio regionale con una sorta di mesto premio di consolazione, è ovunque. A rincorrere se non a oscurare il nuovo presidente Alberto Stefani: giovane, salviniano di ferro anche se radicalmente diverso dal suo padrino politico, religioso, attento ai temi sociali, ma visibilmente in difficoltà davanti a tanto attivismo.
Stefani va al pranzo di Natale di Sant’Egidio, due giorni dopo Zaia è in visita al
carcere di Padova a parlare con i detenuti di reinserimento lavorativo. Stefani visita un ospedale, Zaia si fa operatore di call center e risponde a una vecchietta che deve prenotare una Tac: «Lo faccio io!». All’inaugurazione del carcere minorile di Rovigo si ritrovano in due, e non si sa bene chi è che debba tagliare il nastro.
Ci sono le Olimpiadi a Cortina, da oltre un mese Zaia posta immagini di quando il Cio le ha assegnate all’Italia. «Sono qui grazie a me», rivendica parlando con chi gli chiede le ragioni di una presenza così assidua. Registra un podcast, Il fienile: primo ospite Giovanni Malagò.
Su Twitter ha cominciato il conto alla rovescia con 34 giorni di anticipo. Da allora, è un aggiornamento continuo. Su Instagram, un video lo mostra mentre guarda — in diretta da bordo pista — la discesa di Federica Brignone. Si volta verso la telecamera. Prevede: «Vince. Guardate come scia». Segue esultanza istituzionale, mentre Stefani è altrove, eclissato. «Mi sto occupando di ospedali e case di comunità», racconta a chi gli domanda dove sia finito.
E quindi, ecco Zaia accanto a Mattarella; Zaia che stringe la mano a J.D. Vance; Zaia con la presidente del Consiglio Meloni e con quella del Cio. Cortina è il suo regno, il suo mondo, la sua ribalta e — per ora — la sua rivalsa. Così come lo è Venezia quando c’è la mostra del Cinema. E occhio a Sanremo, potrebbe fare un salto
La certezza è che se la telecronaca inaugurale fosse stata affidata a lui, sarebbe andato molto meglio del direttore di RaiNews Petrecca tanto appare preparato. Intorno a lui e al suo successore c’è chi si meraviglia, chi si infastidisce, chi dice: “Se continua così, finirà male”. Ma il governatore che non avrebbe mai voluto smettere, non ci fa caso.
Respinge gli inviti di Salvini a candidarsi alla guida di Venezia, che certo è più di una città, ma insomma, “nessuno può mettere Luca in un angolo”, avrebbe detto Patrick Swayze in Dirty Dancing. E infatti, lui ha fatto capire che per il collegio lasciato libero da Stefani alla Camera per quel che resta della legislatura non è proprio il caso di cercarlo.
Meglio prepararsi, con il massimo della visibilità possibile, per le politiche del 2027. E puntare a bersagli più grossi. Certo, la Lega incarnata da Zaia — e per
paradossale verità anche da Stefani — è molto diversa da quella di Salvini. Ma questi son dettagli che fin qui, nessuno sembra intenzionato ad approfondire. Chissà se fino al prossimo sondaggio, con Vannacci in possibile ascesa, o fino alle prossime elezioni.
(da “la Repubblica”)

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ALTRO CHE IL NUOVO ASSE ROMA-BERLINO CHE SBATTEVA FUORI MACRON, SPACCIATO DA MELONI E I SUOI LACCHE’ COME UNA SVOLTA TRA I DUE PAESI PIÙ FILO-TRUMP D’EUROPA

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

DALLA CONFERENZA DI MONACO, MERZ HA LANCIATO UN DURISSIMO ANATEMA CONTRO LO SQUILIBRATO DELLA CASA BIANCA E RIFILATO UNO SCHIAFFONE AL CAMALEONTE MELONI, SUBITO VOLATA IN ETIOPIA A CIANCIARE DEL FANTOMATICO PIANO MATTEI… OGGI DA ADDIS ABEBA, LA DUCETTA SI AFFRETTA A CONFERMARE A “THE DONALD” LA SUA FEDELTÀ INCONDIZIONATA: “NON CONDIVIDO LE CRITICHE DI MERZ AL MONDO MAGA”

Pensavamo a un “motore”, invece era un calesse. Il nuovo asse Roma-Berlino — depurato da ogni riferimento alle tragedie novecentesche — è poco più che una parafrasi del vecchio film di Troisi. La premier Meloni l’ha spacciato come una svolta tra i due Paesi più filo-yankee del Vecchio Continente, come sempre supportata dai soliti lacchè da telecamera e tastiera.
Il cancelliere Merz ha fatto buon viso a cattivo gioco, salvo poi ricominciare a tessere il consueto filo con Macron e soprattutto, alla Conferenza di Monaco del giorno dopo, lanciare un durissimo anatema contro lo sceriffo di Washington
Cosa resta, allora, del vertice celebrato nel sontuoso castello teutonico? Cosa può far cambiare in meglio la vita di noi cittadini europei? Ancora una volta lo scarto tra apparenza e sostanza appare incolmabile. Promettiamo tempesta, seminiamo solo vento. L’America di Trump ci strozza con i dazi e con il kombinat militare-industriale-digitale. La Cina di Xi ci tiene in scacco con l’export, il renminbi deprezzato e le terre rare.
La Russia di Putin ci minaccia con la guerra del gas e le bombe sull’Ucraina. Schiacciata tra gli imperi, l’Europa continua a vagare nel suo labirinto, sospesa tra “momento Monnet” e “momento Pangloss”. Non c’è sedicente statista dell’Unione che non dica “facciamo presto”. Se solo sapessero dirci a fare cosa
Siamo il mercato più vasto del mondo, 450 milioni di consumatori. Siamo il più grande importatore/esportatore di beni e servizi, per un valore di 3.600 miliardi di dollari. Siamo il primo partner commerciale per più di 70 Paesi.
Mentre i capi di governo ad Alden Biesen tracciano brevi cenni sull’universo, a Vienna Isabel Schnabel per conto della Bce ci spiega che l’Europa, pur con tutti i suoi deficit di competitività, resta uno dei posti più felici del pianeta: per qualità della vita, protezione sociale, istruzione pubblica, infrastrutture, ambiente.
Nonostante questo enorme potenziale, scontiamo il noto ritardo strutturale. Non abbiamo debito né difesa comune, non abbiamo materie prime né colossi dell’high-tech e dell’Intelligenza artificiale, non abbiamo discipline fiscali né politiche
industriali armonizzate. Nell’ultimo anno di crisi geo-strategiche abbiamo perso il 10% della produzione energetica e il 15% di quella tecnologica.
Nel disordine globale e post-occidentale, accelerato dall’architetto del caos della Casa Bianca, dovremmo fare subito quello che suggeriscono Enrico Letta e Mario Draghi, autori dei due Rapporti più apprezzati e inascoltati della storia europea.
Da un lato, dovremmo costruire un “ambiente” giuridico in grado di unire davvero i 27 mercati esistiti finora: nell’energia (per ridurre i prezzi e garantire gli approvvigionamenti), nella tecnologia (per moltiplicare le reti e gli investimenti), nei servizi finanziari (per veicolare il risparmio verso l’innovazione).
Dall’altro lato, dovremmo lanciare il benedetto eurobond per finanziare questi progetti, procedendo con il metodo delle cooperazioni rafforzate che dal 1990 in poi rese possibile la nascita dell’euro
È il modello draghiano del “federalismo pragmatico”: l’Europa delle due velocità e delle riforme fatte con chi ci sta. Dove l’abbiamo adottato, come nel commercio e nella moneta, abbiamo portato a casa la pagnotta (vedi l’accordo sulle barriere doganali con l’India e con l’America Latina). Dove l’abbiamo evitato, come nella difesa e nella politica industriale, abbiamo preso solo schiaffi (vedi l’aiuto militare a Kiev e le joint venture nelle reti satellitari).
Il patto italo-tedesco e l’Unione “a geometrie variabili”, che abbiamo visto materializzarsi tra le brume di Fiandra, va nella direzione esattamente contraria. E produce un doppio danno.
C’è un danno per l’Europa stessa, prima di tutto: se di fronte alle criticità della fase la risposta è il rilancio degli Stati nazionali, allora siamo di nuovo alla malattia venduta come cura. Invece di condividere, frammentiamo ancora di più, come esige la dottrina delle destre sovraniste: quelle che governano (Fdi, Lega e l’ungherese Fidesz), quelle che ambiscono a governare (Afd e Rassemblement National) e quelle che non governeranno mai (come il vannacciano Futuro nazionale e il neo-franchista Vox).
Possiamo anche cedere a questa deriva, se il respiro delle leadership attuali è così corto da limitarsi a obiettivi minimi: un altro colpo di freno al Green Deal e all’auto elettrica, una sgrossata all’emissione dei titoli “verdi” per le aziende inquinanti e una sforbiciata alla iper-regulation a carico delle imprese. Ma così il malato prende giusto un brodino, e ci si rivede tutti a primavera al summit di Tolosa. Non è di questo che abbiamo bisogno, per credere ancora al bel sogno di Ventotene.
Poi c’è un danno per l’Italia. Cercare una sponda con Merz non ci porta in tasca un bel niente (a parte il dispettuccio meloniano al nemico Macron e al “bolscevico” Sánchez). La Germania chiede deroghe al limite comunitario agli aiuti di Stato, per sostenere l’industria tedesca in recessione: il cancelliere ha spazi di bilancio e se lo può permettere. La Sorella d’Italia invece non può spendere un centesimo: aspetta ancora di uscire dalla procedura per deficit eccessivo.
La Germania rifiuta nuove forme di mutualizzazione del debito: il cancelliere non vuole condividere il rischio con il Club Med. La Sorella d’Italia invece ne avrebbe un gran bisogno: come ai tempi della pandemia e del NextGenEu, che per noi si è tradotto nei 200 miliardi del Pnrr.
Se anche Roma e Berlino convincessero Bruxelles ad aggredire il Leviatano della burocrazia comunitaria, non avremmo risolto granché. Le barriere amministrative alla circolazione interna equivalgono a dazi doganali del 96% per i servizi e del 67% per le merci.
Ma è fin troppo facile, per Von der Leyen, rispondere a Meloni che buona parte degli ostacoli al mercato sono auto-prodotti: siamo pur sempre il Belpaese dei tassisti e dai balneari, delle rendite idro-elettriche e delle concessioni autostradali, degli affidamenti diretti nel trasporto pubblico locale e nella gestione dei rifiuti.
Possiamo maledire Maastricht finché vogliamo: ma se abbiamo il record assoluto sul prezzo dell’elettricità (115 euro a megawattora, contro gli 89,3 della Germania, i 65,2 della Spagna, i 61 della Francia e i 49 della Finlandia) la colpa non è della Commissione Ue. È solo nostra, che ancora paghiamo i misteriosi “oneri impropri” e “di sistema”.
Per la prossima settimana il governo annuncia l’ennesimo decreto legge, a beneficio delle famiglie piagate dal costo della luce: un contributo straordinario da 90 euro, ovviamente una tantum. Un altro pannicello caldo, che non risolve niente ma riflette l’ipocrisia di questa Italietta patriottica, autarchica ed euroscettica. Torna in mente la vecchia storiella dell’esattore Enel, che piomba in casa di due anziani e grida: fermi tutti, questa è una bolletta.
(da ilfoglio.it)

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QUI PUTIN CI COVA, GIULIO TREMONTI LANCIA LA BOMBETTA CONTRO ROBERTO VANNACCI: “MI CHIEDEREI CHI HA SCRITTO IL LIBRO ‘IL MONDO AL CONTRARIO’. HO COME L’IMPRESSIONE CHE SIA UN PRODOTTO DEI RUSSI. BASTEREBBE CHIEDERE A UN LINGUISTA. SE CI FOSSE ANCORA IN VITA AVREI CHIESTO AL GRANDE UMBERTO ECO. LEGGETE BENE, OGNI CAPITOLO HA UN MANO DIVERSA, UNO STILE DIVERSO”

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO L’EX MINISTRO, OGGI DEPUTATO DI FDI, IL GENERALE “HA L’OBIETTIVO DI FARE MALE A SALVINI, PUÒ DIRE TUTTO QUELLO CHE SALVINI NON PUÒ DIRE.”… “ IL PARTITO DI VANNACCI FA MALE ALLE COALIZIONI. QUANDO SI È APPAIATI, E SI RISCHIA DI ESSERE APPAIATI, OGNI VOTO DIVENTA DECISIVO”

Ascoltate cosa pensa Giulio Tremonti di Vannacci, “il De Gaulle alla Scilipoti”. Professore, che idea si è fatto del generale? “Innanzitutto mi chiederei chi ha scritto il libro “Il mondo al contrario”, il testo che lo ha portato alla ribalta, che ci ha fatto scoprire il generale”. Chi lo ha scritto? “Leggete bene i capitoli, ogni capitolo ha un mano diversa, uno stile diverso”. Cosa significa? “Che è un prodotto assemblato
anche perché, mi creda, un generale difficilmente ha tempo di scrivere libri. Il libro è un prodotto”. Il prodotto di chi? “Ho come l’impressione che sia un prodotto dei russi e basterebbe chiedere a un linguista. Se ci fosse ancora in vita avrei chiesto al grande Umberto Eco”.
Tremonti, Vannacci pesca nell’astensionismo o strappa voti a Salvini e Meloni?
“Ha l’obiettivo di fare male a Salvini, può dire tutto quello che Salvini non può dire. Penso che non prenda né i voti della destra né i voti della sinistra ma solo i voti degli incazzati della terra, e mi creda che gli incazzati si trovano sempre anche nel migliore dei mondi possibili”.
Tornando al libro, cosa altro ha notato?
“Guardate la copertina. Il testo è stato autoprodotto. Secondo lei una copertina con il titolo al contrario, girato, è un’intuizione di un generale? E ancora, se lei ha un libro nel cassetto non lo propone prima a una casa editrice?”.
Professore, Vannacci che destra è?
“Più che destra mi sembra un contenitore che rischia di far male alle forze responsabili. E non mi riferisco ai sondaggi, gli ultimi, che ho letto e che assegnano a Futuro Nazionale il 3.3 per cento. Quando dico che fa male mi riferisco alle coalizioni. Quando si è appaiati, e si rischia di essere appaiati, ogni voto diventa decisivo”.
(da agenzie)

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SONDAGGIO TERMOMETRO POLITICO: CALA LA FIDUCIA IN GIORGIA MELONI, ANCHE FDI PERDE CONSENSO

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI PERDE 1,3 PUNTI IN UNA SOLA SETTIMANA, LA SFIDUCIA SUPERA IL 61%

Il nuovo sondaggio settimanale di Termometro Politico restituisce la fotografia di un quadro politico in lieve ma costante movimento, dove anche piccoli spostamenti nei numeri raccontano dinamiche significative. Tra le opposizioni, il Pd resta
stabile, mentre il Movimento 5 Stelle recupera leggermente terreno. Nel centrodestra, Fratelli d’Italia mostra un lieve rallentamento, anche se l’area appare più equilibrata tra i principali partiti. Il dato più sorprendente riguarda però Giorgia Meloni: la popolarità della premier registra infatti un arretramento, in un clima segnato da crescenti critiche alla sua leadership.
Fratelli d’Italia in flessione
Iniziamo da Fratelli d’Italia. Il nuovo arretramento del partito della premier continua a cedere qualcosa sul terreno del consenso, scendendo dal 29,8% al 29,5%. Un calo di tre decimi che, isolato, potrebbe apparire marginale, ma che inserito in una tendenza più ampia segnala invece una fase meno brillante per il partito di Meloni, con una parte dell’elettorato di destra che sembra orientarsi verso altre forze dell’area.
Centrodestra: un equilibrio fragile tra Lega e Forza Italia
Nel frattempo, nel centrodestra, dopo il forte contraccolpo registrato la scorsa settimana, si rassottigliano le distanze tra Forza Italia, che si attesta all’8,1%, e la Lega, ora al 7,8%. Una forbice minima che riporta equilibrio nell’area guidata da Matteo Salvini, soprattutto dopo la fuoriuscita di alcuni parlamentari dalla Lega, che hanno scelto di avvicinarsi al progetto politico promosso da Roberto Vannacci, contribuendo nelle scorse settimane ad alimentare tensioni e a ridisegnare i rapporti di forza interni al centrodestra.
Opposizioni stabili: bene il Pd, il M5S recupera
Sul versante delle opposizioni, il Partito Democratico di Elly Schlein rimane stabile al 22%, consolidando una posizione che appare ormai strutturata, mentre il Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte recupera terreno e sale al 12,1%, guadagnando due decimi. È un segnale, quest’ultimo, che suggerisce una lenta ma costante ricomposizione del consenso pentastellato.
Cresce AVS e Futuro Nazionale
Segnali di crescita, seppur contenuti in un solo decimale, arrivano anche da Alleanza Verdi e Sinistra, che sale ora al 6,5%, e dalla nuova creatura guidata proprio da Vannacci, Futuro Nazionale, che raggiunge il 3,6%, confermando una presenza non trascurabile in una fascia elettorale minoritaria ma già visibile. Tutti gli altri partiti restano invece al di sotto della soglia di sbarramento.
Cala la fiducia in Giorgia Meloni
Il dato più significativo, però, riguarda senza dubbio la fiducia nella presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che in una sola settimana perde 1,3 punti, scendendo così dal 39,2% al 37,9%. Un arretramento importante che si accompagna a un dato affermato di sfiducia, sommando chi dichiara di averne poca o nulla, che super il 61% e delineando così un clima profondamente complesso, nel quale la tenuta elettorale del principale partito di governo convive ora con una crescente area critica nei confronti della sua stessa leadership.

(da Fanpage)

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LA NIPOTE DI TRUMP: “MIO ZIO E’ UN BUGIARDO PATOLOGICO, QUALCOSA NON TORNA SUL SUO ATTENTATO”

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

MARY L. TRUMP DUBITA DELL’ATTENTATO SUBITO NELL’ESTATE DEL 2024

Figlia di Freddy Trump, fratello di Donald morto giovane per alcolismo, Mary L. Trump ha scritto un libro che le ha dato notorietà, in cui racconta le vicende della sua famiglia e del suo rapporto con lo zio Donald. Ospite di Cinque Minuti su Rai 1, la nipote del tycoon non fa sconti allo zio.
“Moltissime persone in America sono in disaccordo con molte delle cose che dice Donald. In effetti lui è un bugiardo patologico”, ha detto parlando con Vespa. “Sappiamo che ha mentito decine di migliaia di volte nel suo ruolo di presidente degli Stati Uniti”, ha spiegato, accusando lo zio di causare danni “attraverso le sue politiche, non soltanto negli Stati Uniti ma come abbiamo visto recentemente, nel modo in cui si è comportato rispetto alla Nato e ad altri alleati, proprio a livello globale”.
A inizio intervista la donna ha ripercorso la vicenda di suo padre, morto molto giovane per alcolismo e a cui si attribuisce anche il fatto che Donald Trump sia astemio. “Mio padre era il fratello maggiore, aveva lo stesso nome di mio nonno e ci si aspettava che prendesse il controllo dell’impero di famiglia, ma non è stato completamente chiaro per me il motivo per cui lui ha deluso mio nonno”, ha ricordato, “Invece il fratello più giovane, di otto anni più giovane, Donald, è stato designato come suo successore. Nel corso del tempo poi mio padre è diventato sempre più emarginato nella famiglia, di conseguenza anch’io lo sono stata”, ha detto.
Mary Trump non ha apprezzato nemmeno la freddezza mostrata dallo zio in occasione del attentato a pochi mesi dalle presidenziali. “Devo dire che ci sono dei quesiti rispetto a quel tentativo di omicidio, così come lo definiscono”, ha detto. “Devo confessare che la reazione di Donald per me è stata sorprendente, perché io§so che è un codardo e quindi tra questo e il comportamento molto poco professionale dei servizi segreti penso che ci sia qualcosa che non viene raccontato di quella storia”.
Incalzata dal giornalista, alla domanda se secondo lei il tycoon avesse inscenato l’attentato, ha risposto: “Non sto suggerendo” che Trump si sia sparato da solo. “Quello che sto dicendo in realtà è che ha reagito in maniera tale che mi ha sorpreso e anche la reazione dei servizi segreti mi ha sorpreso. Ci sono molte cose che sono andate storte nell’organizzazione dei servizi segreti, non era stato protetto appropriatamente né prima, né durante né dopo quella sparatoria. È questo che sto dicendo. Non sto suggerendo nessun tipo di complotto”, ha aggiunto.
Commentando il grande successo elettorale dello zio, ha detto: “Penso che l’America sia diventata sempre più polarizzata. Siamo un paese razzista, misogino e sicuramente c’è stata una reazione alla presidenza Obama. È difficile per me capire perchè quasi 78 milioni di persone abbiano votato per lui nel 2024, dopo quello che ha fatto la sua prima amministrazione a questo Paese, in particolare durante il Covid. È qualcosa che dovremo capire meglio, perchè ha consolidato cosi tanto potere che sembra al momento che non ci siano nulla che possa fermarlo negli Usa. Dovremo contare sui leader degli altri Paesi, che possano almeno fare un tentativo di questo gemere”, ha sottolineato la figlia del fratello maggiore del presidente.

(da Fanpage)

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GIUSTIZIA, LA PM FRUSTACI: “SU GRATTERI POLEMICA COSTRUITA, IL VERO RISCHIO E’ DARE PIU’ POTERE ALLA POLITICA”

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

“IL POTERE DISCIPILNARE NON PUO’ DIVENTARE UNO STRUMENTO DI PRESSIONE SULLE INDAGINI”

La riforma costituzionale della giustizia torna al centro del confronto pubblico, in vista del referendum che propone di modificare l’assetto dell’autogoverno della magistratura e della sua responsabilità disciplinare. Tra i nodi più discussi c’è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare separata dal Csm, chiamata a giudicare i magistrati. Un cambiamento che, secondo una parte della magistratura associata, incide direttamente sugli equilibri tra poteri dello Stato. Fanpage.it ne ha parlato con Annamaria Frustaci, Sostituta Procuratrice della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro (UNICOST) e co-segretaria di Unità per la Costituzione. Per Frustaci, il punto centrale non è la polemica politica di questi giorni, ma la sostanza della riforma: “Il potere disciplinare è il cuore dell’indipendenza della
magistratura. Se viene sottratto all’autogoverno e reso più permeabile alla politica, la minaccia del procedimento disciplinare può trasformarsi in uno strumento di influenza sulle indagini più sensibili”. La pm calabrese, impegnata da anni nei processi contro la ‘ndrangheta, sottolinea come il rischio non sia astratto: “Quando le inchieste toccano centri di potere e interessi forti, autonomia e indipendenza non sono privilegi dei magistrati, ma garanzie per i cittadini”
Dottoressa Frustaci, in questi giorni il dibattito sul referendum sulla giustizia si è riacceso anche dopo alcune dichiarazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Lei come ha letto quelle parole? E che effetto pensa possano avere in una fase così delicata?
Sono parole importanti, pronunciate da un magistrato che sta dedicando la sua vita al servizio delle istituzioni e al contrasto delle mafie. Come Unità per la Costituzione, di cui sono co-segretaria, riteniamo si sia costruita una polemica su frasi riprese in modo parziale e decontestualizzato. In una fase così delicata occorre restare nel merito. In un Paese come il nostro, è doveroso interrogarsi su eventuali interessi opachi che possono muoversi attorno a una riforma della giustizia. L’assetto costituzionale degli ultimi decenni ha consentito di contrastare terrorismo e criminalità organizzata anche grazie all’indipendenza della magistratura. Per questo il referendum merita un confronto serio e rispettoso, senza attacchi personali, a partire dal rispetto per chi è al servizio dello Stato.
Dopo quelle dichiarazioni è stata aperta una pratica al CSM? Questo episodio dimostra che gli strumenti per valutare eventuali eccessi o sconfinamenti esistono già e funzionano oppure rafforza l’idea che l’attuale sistema disciplinare sia inadeguato e debba essere cambiato?
I titoli di stampa sono stati fuorvianti. Un consigliere laico ha annunciato l’intenzione di chiedere l’apertura di una pratica, ma ciò è ben diverso dal dire che il CSM l’abbia aperta. Per avviarla serve una proposta della Commissione competente e il voto del plenum. Inoltre, i profili disciplinari spettano al Ministro o al Procuratore Generale presso la Cassazione. Il CSM giudica, non promuove l’azione. L’episodio non dimostra l’inadeguatezza del sistema. Al contrario, quello italiano è tra i più rigorosi in Europa: negli ultimi quindici anni il CSM ha deciso centinaia di procedimenti, con una media di 42 condanne disciplinari l’anno, più che in Francia e Spagna. Anche il vicepresidente del CSM, Fabio Pinelli (Consigliere laico eletto in quota Lega), ha recentemente difeso l’operato della Sezione disciplinare, ricordando che le impugnazioni del Ministro Nordio sono state pochissime rispetto alle decisioni adottate (6 su 159 al 31 dicembre 2025).
Entrando nel merito della riforma: il testo modifica le regole costituzionali che oggi disciplinano l’autogoverno e la responsabilità disciplinare dei magistrati, istituendo una nuova Alta Corte separata dal CSM. Per chi non è un tecnico del diritto, che cosa cambia concretamente rispetto al sistema attuale? E perché lei ritiene che questo passaggio incida sull’indipendenza della magistratura?
Il potere disciplinare nei confronti dei magistrati è il cuore della riforma: viene strappato al CSM e affidato all’Alta Corte. Tre parole ne rivelano e riassumono i rischi: “composizione” dei collegi, “rappresentatività” e “impugnazione” delle decisioni disciplinari. Termini che rischiano di spalancare le porte della magistratura alla politica. Il potere viene attribuito a un tribunale speciale – previsto solo per la magistratura ordinaria – di cui conosciamo soltanto la composizione: quindici membri, nove magistrati e sei laici. Anche qui ai magistrati è sottratto l’elettorato attivo e passivo. Nulla sappiamo, però, su collegi e funzionamento: una delega in bianco alla maggioranza politica del momento. Il potere disciplinare non serve solo a garantire il corretto esercizio della funzione giudiziaria, ma anche a tutelare l’autonomia e l’indipendenza da pressioni esterne. Con queste regole, la minaccia del procedimento disciplinare potrebbe diventare uno strumento di influenza sulle indagini più delicate.
Oggi il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica, figura di garanzia e super partes. Con la riforma, invece, il presidente dell’Alta Corte disciplinare sarebbe sempre un componente laico, cioè di nomina politica. Perché questo elemento, che può sembrare formale, è in realtà così delicato nel rapporto tra magistratura e potere politico?
Il nuovo testo dell’art. 105 della Costituzione prevede che il presidente dell’Alta Corte sia sempre un componente laico e mai un magistrato. Anche questo elemento, inciso direttamente nella norma costituzionale, sembra segnare una supremazia della componente politica su quella togata. Naturalmente sarà decisivo verificare, in concreto, chi verrà designato a ricoprire questo ruolo di garanzia e come lo interpreterà. Solo allora si potrà comprendere il peso dell’indirizzo che il presidente potrà esercitare.
Anche nei collegi disciplinari dell’Alta Corte la componente laica potrebbe essere maggioritaria. Che cosa comporta, in concreto, per un pubblico ministero sottoposto a procedimento disciplinare? Può incidere sul modo in cui un magistrato esercita le proprie funzioni, soprattutto nei casi più sensibili?
L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: tre laici nominati dal Presidente della Repubblica, tre laici sorteggiati da una lista preconfezionata dal Parlamento e nove togati (sei giudici e tre PM) estratti tra magistrati con funzioni di legittimità. Sulla composizione dei collegi disciplinari, però, la norma tace e rinvia a una legge ordinaria, limitandosi a parlare di “rappresentatività dei giudicanti o dei requirenti”. In concreto, sarà la maggioranza politica di turno a stabilire – e poter modificare – le regole, con il rischio che nei collegi prevalga la componente laica su quella togata. La congiunzione “o” apre inoltre due scenari, entrambi problematici: o giudici e PM siedono insieme nei procedimenti disciplinari, nonostante la separazione delle carriere; oppure si giudicano separatamente. In questo secondo caso, nei collegi sui giudici ci sarebbe parità (sei togati e sei laici), mentre in quelli sui PM i togati sarebbero in minoranza (tre contro sei laici). Se il PM fosse esposto a una pressione politica prevalente, il rischio sarebbe quello di condizionare a monte l’esercizio dell’azione penale, incidendo sull’avvio stesso delle indagini e dei processi più delicati.
Le decisioni dell’Alta Corte non sarebbero più impugnabili davanti alla Corte di Cassazione, ma solo davanti alla stessa Alta Corte in diversa composizione. Perché questo punto è così rilevante sotto il profilo delle garanzie? È corretto dire che si tratterebbe di un’eccezione rispetto al sistema di tutele riconosciute normalmente ai cittadini
Ai magistrati viene tolto anche il diritto di ricorrere in Cassazione contro le decisioni dell’Alta Corte per violazione di legge. Un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini viene così escluso proprio per chi esercita la funzione giudiziaria. L’unica impugnazione possibile sarà davanti alla stessa Alta Corte. Ed è difficile immaginare che lo stesso organo possa smentire sé stesso in appello. Paradossalmente, qualunque cittadino può ricorrere in Cassazione per una multa o per reati gravissimi; ai magistrati questo diritto viene negato.
Lei lavora da anni in Calabria occupandosi di processi contro la ‘ndrangheta. In un territorio in cui il rapporto tra poteri criminali, economia e istituzioni è particolarmente delicato, che cosa significa avere un pubblico ministero potenzialmente più esposto al potere disciplinare? Può avere effetti anche sulla libertà di avviare o portare avanti determinate indagini?
In Calabria le indagini sulla ‘ndrangheta hanno spesso coinvolto “colletti bianchi”, portando al commissariamento di aziende sanitarie e allo scioglimento di numerosi comuni per infiltrazioni mafiose – circa 130 dal 1991, soprattutto tra Reggio Calabria e Vibo Valentia. Si procede anche per concorso esterno contro esponenti della cosiddetta “zona grigia”, talvolta vicini al mondo politico. È evidente che indagini di questo tipo, che toccano centri di potere e interessi sensibili, richiedono piena autonomia e indipendenza. Un pubblico ministero più esposto alla minaccia disciplinare potrebbe incontrare maggiori difficoltà nell’avviare o proseguire procedimenti delicati. Già oggi non mancano pressioni sulle inchieste in corso. Con l’Alta Corte il rischio di un effetto condizionante sarebbe tutt’altro che teorico.
La scorsa estate lei ha scritto una lettera pubblica in cui diceva che questa non è una battaglia “dei magistrati”, ma dei cittadini. In che modo l’assetto dell’autogoverno e della disciplina può incidere concretamente sulla vita di chi denuncia, di chi si costituisce parte civile, di chi chiede giustizia contro poteri forti
Non è una battaglia dei magistrati, ma dei cittadini, si. Autonomia e indipendenza non sono privilegi corporativi. Un magistrato libero decide senza guardare al peso economico o politico delle parti. Questo vale nei processi penali con parti civili fragili, ma anche nei giudizi civili o del lavoro, quando un cittadino si trova contro un ministero o una grande amministrazione. Se si indebolisce l’autogoverno e si espone il magistrato a pressioni disciplinari, si indebolisce la tutela di chi denuncia, di chi si costituisce parte civile, di chi chiede giustizia.
Un’ultima domanda, di rito. Qual è secondo lei lo scenario peggiore se vincesse il Sì? E avesse davanti un cittadino indeciso, cosa gli direbbe per convincerlo a votare No?
Il rischio concreto è quello di avere un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato in cui la politica possa interferire nell’attività dei magistrati, con un arretramento delle garanzie per i cittadini e un aumento delle disuguaglianze. C’è poi un altro rischio: la frammentazione dell’attuale CSM in tre organi distinti comporterebbe maggiore spesa pubblica e sottrarrebbe risorse a priorità come personale della giustizia, forze dell’ordine, servizi e infrastrutture. Il referendum di marzo riguarda sette articoli della Costituzione. È un appuntamento con la storia del nostro Paese. Non è solo un passaggio tecnico. A un cittadino indeciso dico questo: quando si toccano le regole che garantiscono la libertà e l’uguaglianza davanti alla legge, la prudenza è un dovere. Se c’è il rischio di indebolire l’indipendenza della giustizia, il voto più sicuro per difendere i propri diritti è il No.
(da Fanpage)

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PAOLO PETRECCA E LE COLLABORATRICI ESTERNE A RAI SPORT

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

PER GIUSTIFICARE IL RICORSO A PROFESSIONISTE ESTERNE PARLAVA DI “PHYSIQUE DU ROLE”

Non si placa la tensione in Rai dopo la telecronaca colma di gaffe della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Milano-Cortina, firmata dal direttore di Rai Sport Paolo Petrecca. Venerdì 13 febbraio, i giornalisti dell’emittente pubblica hanno aderito a uno sciopero delle firme in segno di solidarietà con la redazione sportiva. Una presa di posizione che, secondo il sindacato Usigrai, ha potuto contare su un’adesione «massiccia».
Le richieste dei giornalisti Rai
L’obiettivo della protesta, si legge in una nota di Usigrai, è «ristabilire con decisioni chiare la credibilità dell’azienda». E la risposta alle criticità emerse non può certo essere il silenzio. Sulla stessa linea anche il comitato di redazione di Rai Sport, con Fabrizio Tumbarello che rivendica il dovere di segnalare i problemi e sollecitare soluzioni: «Finora l’azienda non ne ha avanzate. Andiamo avanti con la nostra protesta». Anche Unirai, sindacato minoritario nato a fine 2023, chiede all’azienda di farsi carico delle questioni editoriali e organizzative, pur prendendo le distanze da quelle che definisce «proteste strumentali».
L’ipotesi di dimissioni dopo le Olimpiadi e i tagli a Rai Sport
Nelle redazioni – scrive il Corriere della Sera – si dà per probabile un cambio alla guida di Rai Sport al termine dei Giochi Invernali. Anche perché tra marzo e aprile si decidono le linee di spesa più rilevanti, con Rai Sport che rischia tagli superiori al 20%, una percentuale doppia rispetto alle altre testate. In una riunione di inizio febbraio, il direttore avrebbe annunciato la riduzione dei secondi commentatori nelle telecronache e il taglio degli inviati sul campo per gli sport minori, da seguire solo a distanza. Scelte che avrebbero inasprito il clima interno, anche alla luce dell’aumento della spesa per le collaborazioni esterne, passata nel 2025 da 1,7 a 2,34 milioni di euro.
La polemica sulle collaboratrici estern
Proprio il tema delle collaborazioni è stato al centro delle assemblee di redazione che hanno portato a una doppia sfiducia nei confronti di Petrecca. In un incontro del
20 gennaio, i giornalisti di Rai Sport hanno contestato l’impiego massiccio di collaboratrici esterne in ruoli di conduzione e nella squadra destinata ai Giochi invernali, oltre che in occasioni ufficiali. Alla richiesta di chiarimenti, il direttore avrebbe risposto parlando di «physique du rôle», una frase poi ridimensionata, ma che gli è valsa il deferimento alla commissione Pari opportunità dell’Usigrai.
La «formula magica» di Petrecca
Sulla gestione dell’immagine femminile in video era intervenuta già la scorsa estate anche Paola Ferrari, storica conduttrice de La Domenica Sportiva e oggi volto di Processo al 90°. In un’assemblea dai toni accesi, scrive ancora il Corriere della Sera, Ferrari avrebbe accusato il direttore di aver privilegiato figure esterne rispetto alle professioniste interne, criticando anche una presunta «formula magica» per le trasmissioni di successo: «Mettiamo sempre un giornalista, una donna e degli opinionisti».
(da agenzie)

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TEST PSICOATTITUDINALI PER TUTTI

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

PERCHE’ SOLO AI MAGISTRATI? ALLARGHIAMO LA PLATEA AI MINISTRI DI GOVERNO, A COMINCIARE DA NORDIO

Si potrebbe raccogliere la provocazione (che poi è una brutta copia dell’originale berlusconiano) del ministro Nordio sui test psico-attitudinali per i magistrati. Anzi, volendo si potrebbe fare di più, allargando la platea dei testati ai rappresentanti di governo e a tutta la classe dirigente politica italiana
Si potrebbe per esempio sottoporre a test una ministra al Turismo plurindagata anche per reati di truffa ai danni dello Stato. Così il test potrebbe finalmente dirci
per quale arcano motivo vorrebbe essere una presenza rassicurante nel suo ruolo di garanzia verso i cittadini.
Si potrebbe testare un ministro ai Trasporti che rivendica credibilità pur avendo avuto in diversi campi (giustizia, ponte, rapporti internazionali solo per citarne qualcuno) una posizione e poi il suo contrario.
Si potrebbe testare un ministro della Giustizia, sì lo stesso Nordio, per verificare come sia possibile alzare i toni di una campagna referendaria mentre se ne denunciano i toni troppo alti. Oppure il test attitudinale potrebbe dirci come sia possibile che il ministro neghi che qualcuno del governo abbia mai detto che la riforma “velocizzerà la giustizia” proprio mentre il partito della sua presidente del Consiglio scrive letteralmente “Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 vota Sì per una giustizia più efficace, veloce, giusta”.
Si potrebbe testare il ministro degli Esteri, quello che parla di “diritto internazionale fino a un certo punto” per sapere una volta per tutte di quale punto stiamo parlando, dove sia esattamente, se appena dopo un genocidio oppure due metri prima della polizia americana che spara ai cittadini americani per difendere i confini americani.
Pensandoci bene si potrebbe testare anche la catena di comando della Rai. Potremmo sapere finalmente che sindrome sia quella di fare di tutto per perdere autorevolezza, spettatori, credibilità a danno dei giornalisti che ci lavorano, degli italiani che la guardano e di quelli che la pagano.
Oppure potremmo testare proprio lei, la presidente del Consiglio, per comprendere come classifichi le priorità del Paese e degli italiani, sorvolando sulla povertà che cresce e sul lavoro che si impoverisce per ossessionarsi (e ossessionarci) sui prossimi ospiti di Sanremo.
Ha ragione Nordio, via con i test.
(da lanotiziagiornale.it)

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