Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
VA AVANTI LA PRATICA LEGALE CON LA RICHIESTA DI REINTEGRO
Non esclude di fare causa a Paolo Corsini, Sigfrido Ranucci, la cui battaglia legale per essere reintegrato a Report continua. E, a rigor di legge, potrebbe anche avere successo. Ma l’ex conduttore starebbe pensando anche a una causa nei confronti del direttore dell’approfondimento Rai per alcune sue parole. Per esempio, l’uso dell’espressione “non so se la bomba fosse vera o farlocca”, ma pure alcune altre sue uscite sul ruolo di Lavitola nelle inchieste di Report.
Nessuna decisione è stata ancora presa, ma un’azione legale contro Corsini non viene esclusa. Mentre continua quella per il reintegro d’urgenza per il fatto che la Rai, sempre nella figura di Corsini, non ha fornito spiegazioni chiare ed esaurienti sui motivi della rimozione, nemmeno a fronte della richiesta degli avvocati del giornalista. “Il reintegro è assolutamente possibile. Però, se ci fosse, per come si sono messe le cose per la redazione potrebbe diventare un problema…”, ragiona una fonte Rai. “Potremmo fare una conduzione a quattro, cinque o a sei”, ironizza Ranucci. Se invece l’urgenza dovesse essere rigettata, rimarrebbe la causa normale per demansionamento, che ha tempi decisamente più lunghi.
Ma c’è anche un altro aspetto. Ranucci ha 30 giorni per accettare una delle tre proposte dell’azienda (vicedirettore al Tg3 o a Rainews, oppure corrispondente al Cairo), ma, se ci fosse un rifiuto su tutto, Ranucci sarebbe passibile di licenziamento. Difficile che si arrivi a tanto, ma l’ipotesi c’è. Una soluzione provvisoria potrebbe essere accettare un incarico e mettersi in ferie, a fronte di un monte-ferie notevole.
Intanto, dopo l’accordo raggiunto (co-conduzione di Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi, e Giulio Valesini e Bernardo Iovene capo-autori), nelle stanze di via Teulada è tornato un po’ di sereno, anche se qualche strascico all’interno della redazione rimane. “A un certo punto dovevamo decidere se immolarci tutti con Sigfrido o puntare a salvare Report ed è stata scelta la seconda strada…”, spiega uno di loro. E la soluzione trovata viene ritenuta un compromesso accettabile. “È stato importante riuscire a tenere compatta la squadra, sono contenta di aver rivisto il sorriso in tutti loro”, ha dichiarato Di Pasquale ieri all’Ansa. Resta però da definire come organizzare la doppia conduzione, se Piervincenzi si limiterà a condurre Report Lab o si allargherà. E qualcuno si chiede: tra conduttori e capo-autori a chi spetterà la parola finale sulle decisioni?
Un sospiro di sollievo si tira anche ai piani alti dell’azienda dove il pasticcio sembrava divenuto inestricabile. Ma una richiesta di chiarimento è giunta da tre consiglieri di amministrazione: Roberto Natale, Alessandro di Majo e Davide Di Pietro hanno chiesto la convocazione di un cda straordinario per avere spiegazioni da Giampaolo Rossi sulla “pessima” gestione dell’“affaire Report” e lumi sulle motivazioni della rimozione di Ranucci. L’azienda, però, non ha ancora risposto.
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO CAPIREMO CHE NON SIAMO PADRONI DEL PIANETA MA SOLO SUOI ABITANTI?
Può essere che “ondate di calore” non sia la definizione corretta per l’afa quasi permanente
di questa estate. Se la cosiddetta ondata non è l’eccezione, ma la regola, allora bisognerà parlare piuttosto di “ondate di fresco” quando si rompe, per pochi giorni, la cappa dei 35-40 gradi.
È un po’ tutta la meteorologia, del resto, che si trova di fronte all’esigenza di cambiare linguaggio nella stessa misura in cui cambia il clima.
“Maltempo” per dire che piove e “bel tempo” per dire che il sole splende implacabile non sono più termini accettabili in un momento in cui si aspettano le perturbazioni come una benedizione – sempre che la pioggia non si trasformi in uragano. Il vero maltempo è quello che dissecca i campi e minaccia la malora e la fame.
Il discorso sul tempo meteorologico, in realtà, risente in modo quasi imbarazzante delle esigenze umane, anche dell’organizzazione – ormai decrepita – della società industriale (i weekend, le ferie di agosto). Si parla del clima, dunque dello stato del pianeta, come se fossero le nostre comodità a poterlo dirigere, ma di ben altri parametri tiene conto la natura, al confronto dei quali le preoccupazioni sul meteo del prossimo weekend (speriamo che non piova, c’è la prima comunione di mia nipote) assumono una valenza fantozziana, dunque patetica e comica.
Se c’è una cosa buona e positiva, nell’angoscioso trascorrere di questa estate implacabile, è la possibilità di capire che non siamo padroni del pianeta, siamo solo suoi abitanti. Il cielo è più forte di noi, e non per ragioni religiose. Per ragioni materiali.
(da Repubblica)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER DIPINGE UN PAESE CHE NON C’E’, LE TRUPPE CAMMELLATE APPLAUDONO E CHI CONTESTA E’ TENUTO LONTANO
Si è lodata senza risparmio e ha imposto a Bari, la città che ha ospitato la sua festa, il ritmo della sua musica, i toni alti e quelli bassi. Le cattiverie con i sorrisetti e quelle senza. Teatrale, ha spiegato all’Italia che senza Giorgia sarebbe un Paese di serie B.
Millequattrocento e tredici giorni più un’oretta di Giorgia live in una Bari assetata, scottata dal sole e piegata dall’ordine di azzerare ogni contestazione, ogni sibilo, ogni fischio. È la festa di Giorgia, è il governo più longevo. A sentire la premier: più sicurezza, più lavoro, più salari. E più scuole, più appalti. Più ordine pubblico, più Pnrr, più dignità per le donne, più certezza per le partite Iva, più misure per i poveri, più ricchezza per gli stipendiati. E poi i meno: meno liste di attese nella sanità, meno brutture nelle città, meno burocrazia nel respingere gli immigrati illegali, meno immigrati, meno licenziati, meno affamati in piazza.
Giorgia sola sul palco, assoluta leader di un governo che ha il marchio di Fratelli d’Italia, la destra senza il centro, anzi la destra che si è mangiata il centro. C’è Giorgia, eccola. “Vuoi fare il comizio al posto mio?”, dice a un povero fan che intendeva spingerla nel supporto celebrativo. È in scena nella sua identità romanesca, nella verve di una giornata da combattente. Lei e lei, e poi basta.
Bari recintata dalla Celere giunta da ogni parte del Paese, chiusa la bocca alla città vecchia, quella rumorosa e cattivella, fermi i bus e i taxi, vuoto il lungomare, arrestati nelle sabbie mobili del porto i crocieristi, isolato San Nicola, il santo che la Russia venera. C’è Giorgia che arriva e punge, accusa, certifica: “Con il Pnrr abbiamo provato quel che sappiamo fare. Avete visto?”. E sugli immigrati e l’Albania: “Ci avevano detto che eravamo fuori dall’Europa e invece avete visto?”. È un racconto quasi capovolto della realtà che, nelle viscere della premier, diviene però l’opposto. La verità contro le falsità della sinistra.
Giorgia è dentro “il popolo, il nostro popolo. Gente che lavora”. Il racconto di Meloni, la fotografia che fa dell’Italia è racchiusa in una diversa valutazione dell’esistenza e dell’apparenza. “Sapete perché ho voluto raccontarvi tutto questo?”, chiede lei a loro. È il popolo più legato, sono gli stretti congiunti, chiamati a salutare l’importante compleanno, giunti in autobus a Bari, nel molo turistico, e sistemati nell’ultimo tratto della striscia d’asfalto in modo che la platea festante rendesse bene all’occhio della telecamera. Sono forse cinquemila i presenti, meno del previsto, ma assiepati dietro il palco monumentale fanno scena, come effetto fa Giorgia quando cambia tono se deve dirigere gli strali sui cattivi che nell’ordine risultano: gli immigrati irregolari, gli islamisti, i jihadisti e i giudici. I primi delinquono e sono un pericolo per la sicurezza, i secondi bucano l’identità nazionale cristiana e sono pericolosi per l’integrità dei costumi occidentali. I giudici invece spesso rendono vana la fatica del governo di incarcerare i cattivi. E lo fanno perché?
Tutti lo sanno che i giudici remano contro in questa serata afosa ma finalmente addolcita dal fatto che il sole non punge più, e anche le zanzare sono esauste. La presidente del Consiglio, oggi nettamente più spigolosa e piena di fiele per l’opposizione: “Festeggeranno il tempo più lungo passato lontano dal governo. Gli auguriamo diecimila giorni così”.
Di Trump niente, non gli agevola il discorso sulla benzina che costa troppo, e nemmeno sul fatto che adesso il governo dovrà mirare meglio gli aiuti. Dice che a volte nuota “nella colla”, ma non ricorda se il ponte sullo Stretto è un’opera o un disastro, e sul clima che chiude in casa le città, svuota i ristoranti, brucia le campagne. E la grandine che buca le auto, i ghiacciai che si sciolgono, le montagne assetate e soprattutto i condizionatori accesi. Perché il peggio deve ancora venire: quando gli italiani si troveranno, tempo qualche settimana, con le bollette gonfie dell’energia utilizzata per resistere all’afa, che dirà, anzi che farà? Sul clima, insomma, zero carbonella.
Conta il resto. “Voglio che si ricordi che c’è stato un tempo in cui l’Italia ha mostrato di saper essere all’altezza”. L’inno di Mameli, il cielo buio, il tricolore. Grazie Giorgia!
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO PIÙ ECLATANTE: IL RIENTRO IN ITALIA DELL’AMBASCIATORE ITALIANO IN ETIOPIA, SEM FABRIZI A LUGLIO, IN CIRCOSTANZE MAI CHIARITE (SEMBRA CHE LA DECISIONE FOSSE NOTA DA ALMENO UN MESE PRIMA, E CHE SIA STATA PRESA IN AUTONOMIA DA PALAZZO CHIGI)… CI SONO ALMENO ALTRI DUE CASI, FINORA RIMASTI SOTTO RISERBO, IN CUI DIPLOMATICI ITALIANI SONO STATI MESSI DA PARTE SU INDICAZIONE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – LE POSIZIONI ANCORA SCOPERTE, LA POSSIBILE “PROMOZIONE” DI FABRIZIO SAGGIO E L’IMPOTENZA DI TAJANI
C’è chi ritiene che il principale problema di Antonio Tajani alla Farnesina si chiami Giorgia
Meloni, chi punta il dito contro Alfredo Mantovano, chi invece azzarda che il principale cruccio del ministro degli Esteri siano più semplicemente gli ambasciatori.
Per Tajani e il suo entourage, il refrain è che “il diplomatico deve fare il diplomatico, se necessario andare ai festival della cucina italiana, ma alla politica ci deve pensare il ministro”.
Ma l’esortazione affinché gli ambasciatori “stiano al proprio posto” è contestata. “E’ anacronistico. E’ impensabile oggi che il ministero possa occuparsi di tutto”, spiega un diplomatico.
Intanto Tajani ha deciso, come è noto da tempo, di affidare a un uomo di Chiesa, don Marco Malizia sua ex guida spirituale, un ruolo crescente nelle attività della Farnesina. Libero di affiancare il ministro nei viaggi all’estero, inviare comunicazioni agli ambasciatori e di consigliare eventi a cui partecipare […], inaugurare nuove sale. Una situazione ilare, certo. Ma che è anche rivelatrice di un tema.
Il clima che si respira in alcuni corridoi della Farnesina, storia nota sin dall’inizio del governo Meloni, va al di là delle questioni di principio e da molti viene fatto risalire al momento in cui Elisabetta Belloni ha lasciato la posizione di segretario generale.
“C’è una chiara discontinuità rispetto alle legislature precedenti, questo è palese – spiega al Foglio un altro diplomatico di lunga esperienza –. Un tempo le direzioni generali del ministero degli Esteri avevano un peso, le decisioni erano concertate con loro. Ora accade meno, c’è un accentramento che, peraltro, segue talvolta logiche di simpatie politiche”.
Insomma, “prima gli ambasciatori erano tutelati”, ci si lamenta, e il riferimento va al caso recente dell’ambasciatore italiano in Etiopia, Sem Fabrizi. Il rientro in Italia del diplomatico ad agosto, dopo avere presentato le credenziali solo a gennaio scorso è avvenuto in circostanze tuttora misteriose, parrebbe per evitare che il governo etiope arrivasse a cacciare Fabrizi come persona non grata, il massimo affronto per un paese sul piano diplomatico.
Si parla di malumori dell’Etiopia per la decisione del diplomatico di esternalizzare a una società privata la gestione della concessione dei visti, c’è chi ipotizza persino una sua eccessiva “attenzione” per il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, oltre che delle norme sull’embargo alle armi.
Sebbene il premier Abiy Ahmed porti in dote l’onorificenza delle onorificenze – premio Nobel per la Pace nel 2019 per avere messo fine al conflitto con l’Eritrea – il leader di Addis Abeba guida ora una nuova offensiva nel Tigray e ne sostiene un’altra nel Sudan, al fianco di gente poco raccomandabile come Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemedti”, capo delle Rapid Support Forces e accusato di genocidio dalle Nazioni Unite.
E però Abiy è – era? – anche il principale sponsor del Piano Mattei di Giorgia Meloni, della politica dal rinnovato slancio italiano in Africa, scollegato dalla prudenza multilaterale di stampo europeo. Proprio all’intermediazione di Abiy si deve il successo riscosso da Meloni a febbraio scorso, quando i leader africani furono riuniti dal premier etiope ad Addis Abeba con la premier italiana, nell’ambito del secondo incontro Italia-Africa.
Ma sempre in quell’occasione, come ricostruito dal Post, in un colloquio ristretto fra Meloni, Abiy e Fabrizi lo stesso premier etiope avrebbe alzato i toni, lamentandosi con la presidente del Consiglio dell’ambasciatore lì presente. Non solo, ma fonti diplomatiche spiegano al Foglio come, nel periodo immediatamente antecedente la rimozione di Fabrizi, l’ambasciatore etiope a Roma si sia recato più volte alla Farnesina per lamentarsi del diplomatico italiano.
Per Giuseppe Mistretta, nostro ambasciatore in Etiopia tra il 2014 e il 2017, nessuna tra le motivazioni fatte circolare finora può spiegare la gravità dell’iniziativa presa dal governo italiano. “In passato ci sono state tensioni importanti tra Italia ed Etiopia ma mai a nessuno sarebbe venuto in mente di ritirare l’ambasciatore”.
Per Mistretta, non regge nemmeno la formula usata dalla Farnesina per spiegare l’accaduto. “Il fatto che ‘non si sia creata la chimica’ tra Fabrizi e Abiy, come ha detto il ministero, è certamente una spiegazione discutibile e insufficiente. Abiy è stato abituato dalla nostra premier a ottenere ciò che voleva. Dalla vicenda di Fabrizi è chiaro che l’Etiopia ci ha dettato l’agenda e noi abbiamo eseguito”.
Al Foglio risulta che la decisione di richiamare a Roma l’ambasciatore fosse nota da almeno un mese prima, da luglio, e che sia stata presa dalla presidenza del Consiglio dei ministri.
“La Farnesina ha solo preso atto della decisione”, spiega un funzionario che preferisce restare anonimo. Da comunicazioni ufficiali del ministero degli Esteri, Fabrizi è rientrato per essere assegnato a un nuovo incarico, incarico però finora sconosciuto, anche perché non ci sono bandi interni per posizioni aperte, secondo quanto risulta al Foglio.
La posizione di ambasciatore ad Addis Abeba resta quindi scoperta, pur trattandosi di una tra le più ambite, assegnata prevalentemente a chi è destinato a una lunga e brillante carriera. Non che l’Etiopia sia l’unica casella ancora scoperta della diplomazia italiana. C’è anche Parigi, dove Emanuela D’Alessandro ha lasciato la posizione per andare al Quirinale, per riprendere l’incarico di consigliera diplomatica del presidente della Repubblica.
Nonostante la posizione sia di prestigio, è rimasta scoperta ormai da quasi due mesi e gira il nome di Riccardo Guariglia, attuale segretario generale della Farnesina come suo successore.
Certo, non è in sé una novità che Palazzo Chigi faccia sentire la sua voce nella gestione della politica estera, talvolta prevaricando le competenze della Farnesina, ma di certo, dice Mistretta, “non con una tale brutalità”.
Al Foglio risultano almeno altri due casi, finora rimasti sotto riserbo, in cui diplomatici italiani sono stati messi da parte su indicazione della presidenza del Consiglio dei ministri.
Questi episodi mostrano un attivismo di Chigi più che malvisto dal personale della Farnesina. “Succede così: loro chiamano direttamente l’Ufficio del personale delle risorse umane del ministero degli Esteri. Dicono: quello lì non va bene. E subito dopo viene spostato di ufficio, declassato”.
E’ successo di recente per chi curava la candidatura italiana per la sede della nuova Autorità doganale europea – alla fine l’ha spuntata Lille a scapito di Roma –, un fallimento che ha portato a reazioni evidentemente contrariate da parte di Chigi nei confronti del personale diplomatico.
In altri casi, una dichiarazione considerata non propriamente in linea con i desiderata della presidenza del Consiglio ha portato a un altro intervento diretto nei confronti del diplomatico, anche in questo caso scavalcando la Farnesina, declassandolo.
Poi ci sono vicende già finite sui giornali.
Nel 2023 era stato emblematico il caso dell’accreditamento del nuovo ambasciatore dell’Unione europea in Libia. In quel caso fu la stessa presidenza del Consiglio dei ministri a ostacolare la nomina del candidato italiano, che era in competizione con un francese, perché considerato non adatto al ruolo.
E sempre in Libia è noto l’attivismo dei servizi segreti italiani, guidati dal generale Giovanni Caravelli, che a più riprese ha scavalcato l’ambasciatore italiano a Tripoli, Gianluca Alberini, nella gestione di dossier delicati, come le relazioni speciali con Khalifa Haftar, nell’est del paese.
Più volte, i meeting con gli Haftar, anche legati a questioni squisitamente economiche, sono stati tenuti all’esclusiva presenza di Caravelli e non di Alberini – “lui è sempre stato così, quando arriva in un paese non avvisa mai”, commenta un ambasciatore.
E più di recente, ha fatto discutere il caso della competizione per la scelta del nuovo ambasciatore dell’Ue in Kosovo. Il governo italiano aveva proposto un suo candidato, un ambasciatore con grande esperienza nei Balcani e nel Mediterraneo. Il rivale, lo sloveno Marko Macovec, dato per favorito, ha però fallito la prova psicologica, tenuta da un ente terzo e imparziale.
Invece di assegnare la carica al diplomatico italiano, l’unico rimasto in corsa, la Commissione Ue ha deciso incredibilmente di azzerare tutto e annullare la procedura di selezione. Anche in quella circostanza, la Farnesina era apparsa debole e impacciata nella difesa di un proprio diplomatico, lasciato vittima di una situazione paradossale (ora l’ambasciatore dell’Ue in Kosovo, insediatosi pochi giorni fa, si chiama Dirk Schiebel).
Ma se alcuni ambasciatori effettivamente “portano pena”, altri evidentemente ne portano meno, almeno agli occhi di Meloni, che sin dall’inizio della sua legislatura si appoggia alla consulenza di Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Chigi e coordinatore del Piano Mattei.
in molti lo vorrebbero come nuovo rappresentante italiano a Washington prima della scadenza della legislatura e nonostante la sua giovane età al posto di Marco Peronaci, insediato appena un anno fa. Ma per una posizione tanto importante il discorso dei canonici quattro anni di mandato non vale, dato che il ruolo di ambasciatore negli Stati Uniti è una nomina squisitamente politica, spiegano al Foglio due diplomatici.
Saggio è visto come il giusto mediatore per addolcire i rapporti tesi fra Giorgia Meloni e Donald Trump. Una mattina di fine giugno, il consigliere diplomatico della premier è comparso all’improvviso a Washington al fianco di Massad Boulos, consuocero del presidente degli Stati Uniti. Mentre l’inviato della Casa Bianca per l’Africa era impegnato nel presentare al segretario di stato Marco Rubio il vicecomandante generale libico di Bengasi, Saddam Haftar, come presidente in pectore della nuova Libia unificata con l’ovest, ecco spuntare in alcune foto anche Fabrizio Saggio.
Un cameo sorprendente e anche un modo per accreditare Saggio – si dice – come potenziale anello di congiunzione fra Stati Uniti e Roma in tempi tanto difficili.
Ma è con il ruolo di coordinatore della cabina di regia del Piano Mattei che Saggio gioca il grosso delle sue carte. Il fiore all’occhiello della politica estera di Giorgia Meloni ha però creato molte gelosie sulle modalità di gestione delle risorse. Accentrando la gestione di una fetta importante dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, […] Chigi è accusato da più parti di volere esautorare la Farnesina. E proprio dalla Farnesina si sono levate non poche critiche
“Sembra un fondo di investimento, più che uno strumento politico. Ed è tutto accentrato attorno a Chigi, qui la Farnesina non tocca”, spiega un diplomatico. “Fa riflettere poi il fatto che nello staff del Piano Mattei non ci sia un solo esperto di Africa. C’è un chiaro problema di governance”, osserva Mistretta.
Il ministro degli Esteri intanto è relegato alla scomoda posizione di spiegare come funziona il Piano Mattei senza averne mai gestito nemmeno un euro. E’ successo domenica scorsa, per esempio, quando Tajani ha partecipato a un convegno, “Il piano Mattei a due anni dal lancio. Cosa cambia per la cooperazione e gli investimenti”, gentilmente ospitato dalla Fiera campionaria del peperoncino a Rieti.
(da “il Foglio”)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’AVVOCATO FIUMEFREDDO INVIA UN NUOVO DOSSIER AI PM DI ROMA: PER LEGGE NON POSSONO ASSUMERE CARICHE IN UN PARTITO
Si va dal poliziotto indicato come vicepresidente di un circolo di Futuro nazionale, al dirigente sindacale della Polizia che ha organizzato un incontro pubblico con Roberto Vannacci. Una casistica che, secondo la rete civica Fronte antifascista, conta ormai numerosi casi in tutta Italia.
È da questa mappa di episodi che prende forma l’integrazione dell’esposto presentato alla Procura di Roma dall’avvocato di Catania Antonio Fiumefreddo, coordinatore nazionale del Fronte antifascista. La richiesta è dettagliata: verificare se tra iscritti, dirigenti, coordinatori territoriali e attivisti di Futuro nazionale vi siano appartenenti in servizio alla Polizia di Stato o agli altri corpi di polizia a ordinamento civile. Per legge i poliziotti e i militari possono iscriversi a un partito politico ma non possono assumere cariche direttive né incarichi organizzativi al suo interno.
Uno dei casi citati nelle ricostruzioni del Fronte antifascista riguarda un referente dell’area campana legata a Vannacci che, annunciando l’adesione a Futuro nazionale, indicò come proprio vicepresidente un agente della Polizia di Stato.
Un altro episodio riguarda un dirigente del principale sindacato di polizia a Torino, già alla guida di un team collegato al precedente movimento politico di Vannacci e definito dalla stampa come vicino al generale.
Nel maggio scorso lo stesso sindacato organizzò un convegno con Vannacci dedicato, tra gli altri temi, a remigrazione, certezza della pena e tutela delle forze dell’ordine.
E ancora: tra Ragusa e Siracusa, un ex sovrintendente capo della Polizia di Stato, ormai in pensione, è stato indicato dalla stampa come promotore di un comitato e tra i partecipanti all’assemblea costituente di Futuro nazionale dello scorso giugno.
Sono episodi pubblici che il Fronte antifascista mette in fila e sui quali chiede accertamenti. Perché il punto, per Fiumefreddo, non è stabilire quali idee politiche possano avere gli uomini in divisa. Il confine è un altro: se l’eventuale partecipazione politica di un appartenente alle forze dell’ordine resti nell’ambito delle libertà individuali oppure se si trasformi nell’assunzione di incarichi, attività organizzative o esposizione pubblica incompatibili con i doveri di imparzialità, correttezza e neutralità. E soprattutto se la qualifica, il grado, l’uniforme o l’esperienza professionale vengano utilizzati per dare maggiore forza a un progetto politico.
«Il nostro non è un sospetto», insiste l’avvocato. Il Fronte antifascista sostiene di avere raccolto una quantità significativa di materiale pubblico: post, fotografie, video, comunicati, interviste e immagini pubblicate sui social. Una sorta di archivio dal quale, secondo l’organizzazione, emergerebbero ulteriori situazioni da verificare.
La vicenda si intreccia con gli accertamenti preliminari avviati dalla Procura militare di Roma sulla possibile presenza di appartenenti alle Forze armate nella struttura organizzativa di Futuro nazionale, dopo una segnalazione del sindacato dei militari. L’esposto del Fronte antifascista riguarda invece le forze di polizia a ordinamento civile. «Non voglio fare allarmismo – sottolinea Fiumefreddo – oggi non esiste alcuna verità accertata che autorizzi a parlare di un possibile rischio di colpo di Stato. Eppure, alcuni segnali meritano di essere osservati con attenzione».
La preoccupazione nasce soprattutto dalla possibile sovrapposizione tra ambienti politici che evocano l’intervento dei militari e un eventuale coinvolgimento organizzato di appartenenti alle forze dell’ordine. Una presenza politica strutturata di uomini in divisa, «molto particolare» che, secondo l’avvocato, deve essere accertata ed eventualmente fermata. «Meglio prevenire che curare», è la sintesi di Fiumefreddo.
(da Repubblica)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2024 L’ITALIA È STATA LA DESTINAZIONE SCHENGEN PIÙ RICHIESTA: 161MILA DOMANDE DALLA FEDERAZIONE RUSSA, DI CUI IL 94.3%ACCETTATE. IACOBONI: “COME MAI ITALIA, FRANCIA E SPAGNA SONO COSÌ GENEROSE CON I VISTI AI RUSSI? QUI ENTRANO IN GIOCO ORIENTAMENTI GOVERNATIVI. NON A CASO, SONO I TRE PAESI CHE SI OPPONGONO ALL’INSERIMENTO DI ULTERIORI RESTRIZIONI AI RUSSI”
Dopo l’invasione su larga scala della Russia in Ucraina nel 2022, l’Unione europea ha
drasticamente ridotto il rilascio di visti per i cittadini russi.
Eppure Italia, Francia e Spagna continuano a essere i Paesi che concedono più visti ai russi, da soli coprono nel 2025 il 75% di tutti i russi entrati nell’area-Schengen. […] L’Italia in particolare è una specie di colabrodo.
Secondo un ufficiale di una intelligence occidentale, la preoccupazione «molto fondata è che la Russia approfitti e infili un buon numero di agenti o asset dei servizi russi».
In questo mare di legittimi viaggiatori russi benestanti, o ricchi, che hanno case e proprietà in Sardegna, a Portofino o Forte dei Marmi, può poi entrare di tutto, dalle spie alla figlia di Putin. I due “turisti” russi che andarono a fare gli attentati a Skripal a Salisbury, agenti del Gru, erano passati tranquillamente, più volte, dagli aeroporti di Roma e Milano.
Una delle figlie di Vladimir Putin, Katerina Tichonova, prima di finire nell’elenco delle sanzioni russe (con divieto di ingresso in Europa) dal 2015 a tutto il 2022 ha visitato molto spesso la Germania […] grazie a un visto Schengen emesso dall’Italia oltre 20 volte, che non figurava neanche nei registri. Il bielorusso accusato dalla Germania dell’attentato a Lipsia è entrato con visto consolare ottenuto a Minsk. La tradizione continua.
Non una tradizione gloriosa.
I numeri ufficiali forniti dalla Commissione sono eloquenti. Nel 2019, prima della pandemia, i cittadini russi avevano ottenuto circa 4 milioni di visti Schengen. Poi, dopo l’invasione di Putin in Ucraina del 22 febbraio 2022, grazie soprattutto all’impegno dei Paesi del nord e dell’est Europa, il numero totale dei visti ai russi è sceso a 600 mila (nel 2022) e 500 mila (nel 2023). Nel 2024 e nel 2025 si è verificato un leggero aumento, con 552.600 e 620.000 visti. Ma in questa cifra il grosso passa da Italia e Francia (e subito, in terza posizione, la Spagna di Sanchez).
Nel 2024 l’Italia è stata nettamente la destinazione Schengen più richiesta dai russi: 161.401 domande, […] circa il 26,6% delle 606.594 domande Schengen presentate in quell’anno dalla Federazione Russa. Di queste l’Italia ne ha generosamente accettate 152.254, il 94,3%. Nel 2025, delle 170.511 domande di visti russi (tra consolati di Mosca e Pietroburgo) l’Italia ne ha accettate 163.908.
A queste vanno aggiunti almeno i visti dal consolato di Minsk, dove i russi che chiedono, ottengono: 50.912 domande russe, 50.711 visti russi concessi. Non ci piace dire no a Putin e Lavrov. Lasciamo stare i visti concessi a russi attraverso consolati a Tashkent (Uzbekistan), Baku (Azerbaijan), Ashgabat (Turkmenistan 2
Come mai Italia Francia e Spagna sono così generose, e di gran lunga, rispetto a tutti gli altri Paesi, con i visti ai russi? Qui entrano in gioco orientamenti governativi che influenzano consolati e ambasciate. Non a caso, sono (e di gran lunga) i tre Paesi che si oppongono all’inserimento di ulteriori restrizioni ai russi.
Poi c’è una questione che riguarda i visti russi illegali, o eventuali reati. L’ambasciatore italiano in Uzbekistan, il nobile Piergabriele Papadia de Bottini (che avrebbe agevolato anche diversi ingressi di russi per il padiglione russo alla Biennale di Venezia), è stato arrestato in primavera in un’inchiesta della Procura di Roma perché avrebbe venduto visti a russi a cifre impossibili per russi normali (da 4 mila a 16 mila euro a persona), ma assolutamente fattibili per oligarchi, e siloviki, ossia gli uomini dei servizi russi.
Papadia per i pm aveva inserito nel suo ufficio una russa di 53 anni, residente in Bulgaria, di nome Tatiana Tarakanova, che aveva già lavorato con lui e dove? Al consolato italiano a Mosca. In questo modo sono entrati in Italia 97 nuovi russi. Di questi cento, un certo numero è legato ai servizi di Mosca, e sotto l’attenzione, ci dice una fonte, delle nostre agenzie d’intelligence.
(da “La Stampa”)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA, VINCENZO CAMPORINI, RIDIMENSIONA L’ALLARME: “LA MIA ESPERIENZA NON MI HA MAI FATTO PERCEPIRE IL SOSTEGNO A MOVIMENTI AUTORITARI” … IL CASO DI DELL’UFFICIALE IN SERIVZIO ANTONSERGIO BELFIORI, ASSEGNATO AL TERZO STORMO DI VILLAFRANCA, DOVE HA FONDATO LA SEDE LOCALE DI FUTURO NAZIONALE
Il capitano e il generale. L’unico ufficiale in servizio a scendere apertamente in campo al fianco di Roberto Vannacci si chiama Antonsergio Belfiori: è assegnato al Terzo Stormo di Villafranca (Verona), dove quest’estate ha fatto nascere la sede locale di Futuro Nazionale.
E’ salito sul palco della Costituente che ha lanciato il partito di Vannacci, tra un esaltatore della lotta contro i musulmani a Lepanto e un imprenditore che loda la X Mas e vuole la remigration.
Il capitano Belfiori ha parlato di «operatori silenziosi per la sicurezza a cui non bastano più le pacche sulle spalle. Tra pochi anni avremo militari e agenti in pensione con il 60 per cento dello stipendio: la nuova classe povera del Paese».
Ma qual è il seguito del Generale nelle caserme? Non ci sono stime e i pareri sono discordi, anche se nelle forze armate c’è la sensazione di un consenso limitato. «La mia esperienza non mi ha mai fatto percepire il sostegno a movimenti autoritari – dichiara il generale Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica -. Ho passato una vita in divisa e non ci sono mai state pulsioni di questo tipo».
Diversa la visione del generale Maurizio Fioravanti, che ha guidato la Folgore e i reparti speciali: «Mi è difficile quantificare quanti siano con Vannacci. Credo che rispecchino la quota attribuita dai sondaggi a Futuro Nazionale: intorno al 15 per cento.
Sono militari che manifestano il malcontento per la carriera che non hanno avuto; altri che votavano 5Stelle o a destra. Certamente sono una minoranza, che dimentica un valore fondamentale: la politica non deve interferire con le forze armate perché si tratta di un’istituzione al servizio del Paese».
Un mix di rancore e opportunismo, di nostalgici o di propugnatori di legge e ordine: né più e né meno come nel resto della società italiana. C’è un episodio che segna uno spartiacque e ha spinto molti militari ad aprire gli occhi sui fan di Vannacci: le minacce a Gianfranco Paglia, il colonnello dei parà e medaglia d’oro, costretto sulla sedia a rotelle per le ferite subite al check point Pasta di Mogadiscio.
«Gli ha alienato molte simpatie – rimarca Camporini – perché Paglia gode di una rispetto assoluto, sia per l’eroismo in Somalia sia per il rigore che ha continuato a dimostrare soprattutto nell’impegno per i diritti dei disabili»
La Folgore è diventata terreno di una battaglia politica, tirando per la giacchetta – o meglio per la tuta mimetica – il corpo a cui apparteneva il Generale. Il vannacciano Gianni Alemanno l’ha definita «quintessenza della destra italiana».
«Come se le nostre truppe fossero la sezione di un partito o il trofeo da esibire alla sagra della nostalgia», hanno commentato sulla chat degli ex avieri di Taranto. La replica più decisa è arrivata dal generale Carmine Masiello, che è il capo di Stato maggiore ed è un parà: «Quell’unità dell’Esercito, come tutto l’Esercito, non è quintessenza di nessuno – ha detto davanti a uno schieramento di soldati -. Noi siamo la quintessenza della Patria, la quintessenza dei valori della Costituzione su cui avete giurato.
La Folgore oggi viene spesso osservata come fosse il termometro dell’appoggio a Futuro Nazionale. Vannacci – come Masiello – è stato al vertice della brigata ma tra gli ex comandanti le sue scelte, dalla pubblicazione de Il mondo al contrario alla candidatura con la Lega, sono state accolte con profonda disapprovazione.
Anche il generale Marco Bertolini, all’inizio forse la figura a lui più vicina, ha voluto tracciare una linea netta contro le strumentalizzazioni e ha annullato un evento con Vannacci dell’Associazione nazionale paracadutisti: Bertolini ne è presidente e l’ha considerato contrario «alle finalità apartitiche del nostro statuto».
(da Repubblica)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
È LA PRIMA VOLTA DOPO QUINDICI ANNI CHE UN PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NON VA ALL’ONU (AL SUO POSTO, L’ITALIA SPEDIRA’ QUEL MERLUZZONE DI TAJANI)… PERCHÉ LA DUCETTA DISERTA IL CONSESSO INTERNAZIONALE? SAREBBE VOLATA NEGLI USA SOLO SE TRUMP AVESSE DECISO DI ORGANIZZARE UNA RIUNIONE CON I LEADER MONDIALI ACCORSI A NEW YORK
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non sarà alla prossima riunione dell’Assemblea
generale delle Nazioni Unite a New York, salvo ripensamenti dell’ultimo minuto. L’Italia sarà comunque presente, su delega della premier, con il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Lo apprende l’Adnkronos da fonti di governo.
La scelta – spiegano fonti di Palazzo Chigi interpellate – si inserisce in un orientamento già esplicitato pubblicamente da Meloni, che lo scorso 8 luglio, al termine del vertice Nato, spiegò la decisione di delegare al ministro degli Esteri Tajani la partecipazione a successivi appuntamenti internazionali con queste parole:
”Non per disimpegno, ma perché arrivo da diversi vertici internazionali e ho l’obbligo di occuparmi di diversi dossier anche in Italia”. Una scelta, dunque, che ”non ha bisogno di essere giustificata né difesa”, spiegano da Palazzo Chigi, richiamando precedenti o assenze di altri leader internazionali. ”Negli anni scorsi, infatti, si sono registrate le assenze del primo ministro britannico Starmer, del cancelliere tedesco Merz e del primo ministro del Canada Mark Carney”, concludono le stesse fonti.
Quindici anni. Da tre lustri, un presidente del Consiglio italiano non diserta l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Dovesse davvero decidere di farlo “inviando” Antonio Tajani, come non si esclude al vertice dell’esecutivo in queste ore, Giorgia Meloni sfiderebbe una tradizione consolidata.
Ad eccezione del 2020 e 2021 – anni funesti di Covid e videoconferenze – bisogna risalire al 2011 per imbattersi in un altro premier che manda un suo delegato a New York. Ai tempi, il Cavaliere cancellò l’appuntamento nel pieno della crisi politica che lo costrinse poi alle dimissioni.
Eppure, Meloni medita il forfait. Finirà così, raccontano fonti a lei vicine, a meno che non si realizzi una specifica condizione: un vertice tra leader presieduto da Donald Trump. Proprio attorno alla figura del tycoon ruota buona parte di questa storia. Ragioni diverse che si mescolano e che meritano di essere raccontate nel dettaglio, dopo aver consultato fonti informate.
Partiamo da ciò che è certo e che risulta a tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nell’eventuale missione: al momento il programma provvisorio dell’Assemblea prevede l’intervento di Tajani subito prima del russo Lavrov. Ciononostante l’agenda di Meloni è libera tra il 18 e il 22 settembre. O meglio, non c’è nulla che non si possa cancellare o rinviare senza troppa difficoltà.
È una misura precauzionale decisa tenendo conto dell’estrema volatilità dello scenario internazionale: nessuno può escludere un cambio di programma legato a una delle numerose crisi in corso. In quel caso, il viaggio a New York sarebbe preceduto da una tappa istituzionale in Norvegia. Ma torniamo al dilemma: da cosa dipende la scelta?
Il fattore decisivo, si diceva, risponde al nome di Trump. Nella sede del governo si è fatto il punto della situazione, pesando costi e benefici di una rinuncia. E lo si è fatto rispondendo ad alcuni quesiti. Primo: quanto costa politicamente cancellare la missione a New York? Poco, è stato il ragionamento, visto che il tycoon è il primo a mal sopportare gli organismi multilaterali.
Secondo dubbio: come giustificare un’assenza a un evento che ospiterà riunioni sulla riforma del Consiglio di sicurezza (pallino della diplomazia italiana da decenni), sulla guerra in Ucraina e in Medio Oriente, ma soprattutto sul Libano? A dicembre, è bene ricordarlo, scade la missione Unifil dell’Onu e Roma spinge da mesi per prorogarla.
Fin qui, tutto gestibile. Politicamente scomodo e scivoloso, certo, visto che soprattutto Unifil è una priorità, ma comunque gestibile. Diverso, invece, è se fosse Trump a guidare le danze. C’è un’ipotesi che circola da settimane. Riguarda la possibilità che il presidente degli Stati Uniti sfrutti la presenza dei principali big del globo sul suolo americano – anche Xi Jinping sarà alla Casa Bianca in quei giorni, il 24 settembre – per presiedere vertici di massimo livello. In quel caso, è la linea decisa a Palazzo Chigi, Meloni volerà negli Usa. Stravolgendo così i piani a cui la diplomazia lavora da tempo.
Un viaggio negli Stati Uniti, infatti, è al centro delle strategie meloniane da mesi. Con discrezione e mantenendosi a distanza di sicurezza, per evitare nuovi incidenti. La questione, in sintesi, è la seguente: la premier vorrebbe ricucire con Trump, ma senza rischiare di scottarsi di nuovo. E senza mostrarsi all’inseguimento dell’alleato. Si spiega così l’intervista al New York Times: bastone e carota, risposte gelide alternate a segnali di pace al resto dell’amministrazione.
C’è infine un’altra ragione capace di condizionare il forfait della premier all’Onu: la politica interna. Si avvicinano le elezioni e intende concentrarsi sui dossier nazionali. Girare il Paese, favorire riscontri d’immagine immediati. Per rispondere anche alla sfida di Roberto Vannacci. Il quale, per paradosso, progetta a sua volta un viaggio negli Usa per accreditarsi con la galassia Maga.
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
I SINDACATI A MELONI: “RISCHIO BOMBA SOCIALE”
L’Aigi, associazione delle imprese dell’indotto-appalto ex Ilva di Taranto, ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà oltre 2.500 lavoratori. «Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», ha spiegato il presidente dell’Aigi Nicola Convertino. «Un diretta conseguenza – prosegue – dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre. Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende».
I sindacati chiedono incontro urgente in difesa indotto
Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto hanno chiesto in mattinata un incontro urgente a Confindustria, Aigi e Confapi per affrontare le criticità che si sono generate nel sistema degli appalti e dell’indotto di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano che prevede la sospensione delle attività dell’area a caldo dell’ex Ilva entro il 28 ottobre. «In attesa del confronto a Palazzo Chigi previsto per l’8 settembre e dell’udienza del 9 settembre, nella quale sarà discussa l’istanza di sospensiva del provvedimento – spiegano i sindacati – crediamo sia necessario avviare un confronto con le parti datoriali al fine di garantire un futuro ai lavoratori e alle stesse aziende dell’appalto». Per i sindacati il tema dell’indotto deve inoltre entrare a pieno titolo nel confronto con il Governo. La richiesta di incontro è stata formalizzata oggi, 4 settembre, alle tre associazioni datoriali. «Sicuri di un vostro positivo riscontro», concludono.
La lettera a Meloni: «A Taranto il rischio di una bomba sociale»
Nel frattempo, Fiom Cgil di Taranto, in una lettera aperta indirizzata alla premier Giorgia Meloni, ha lanciato l’allarme sul rischio «bomba sociale». «Non vorremmo ricordare il governo più longevo della storia repubblicana come quello che ha chiuso l’Ilva senza offrire alcuna prospettiva occupazionale, industriale e ambientale», si legge. «Il governo più longevo della storia repubblicana avrebbe potuto e dovuto dare risposte a migliaia di lavoratori, ma la sua stabilità non ha purtroppo evitato il disastro sociale e ambientale che sta per abbattersi sul capoluogo ionico», scrive il sindacato, riferendosi alla vertenza dell’ex Ilva e dell’appalto.
(da agenzie)
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