“SANCHEZ HA TUTTO L’INTERESSE A COMBATTERE UNA GUERRA CULTURALE, CHE LA DESTRA HA TUTTO L’INTERESSE A EVITARE”
ALDO CAZZULLO: “IL PREMIER SPAGNOLO È LOGORATO, SI GIOCHERÀ LE ULTIME CARTE CON UNA CAMPAGNA POPULISTA, DALLA PARTE DELLA PIAZZA, ACCUSANDO SIA IL PP SIA VOX DI ESSERE AL SERVIZIO DEI PADRONI E DELL’INTERNAZIONALE DI DESTRA, CAPEGGIATA DA DONALD TRUMP” – “SE IL PP E VOX CADESSERO NELLA TRAPPOLA DI UNA GUERRA DELL’IDEOLOGIA E DELLA MEMORIA, ALLORA AVREBBERO TUTTO DA PERDERE”
Se la politica fosse razionale, Pedro Sánchez non dovrebbe indire elezioni anticipate, e
soprattutto non avrebbe la quasi certezza di perderle. La Spagna è l’unico Paese europeo che va bene, cresce al 2 per cento, ha un’economia che tira. Certo, l’inflazione e la difficoltà a trovare casa esistono anche lì, come in tutto l’Occidente.
La storia di Maricarmen, sfrattata a 87 anni, è diventata emblematica. Ma Sánchez ha preparato in fretta e furia un decreto per la casa che la destra ha bocciato, con il concorso dei conservatori catalani. Quindi i manifestanti dovrebbero avercela più con la destra che non con Sánchez.
Invece, a meno di un miracolo, la destra stravincerà le elezioni anticipate, convocate per il 29 novembre. Certo, se qualcuno può fare un miracolo, è lui, l’autore di Manuale di resistenza. Ma stavolta pare davvero molto, molto difficile.
Sánchez è logorato. Ha gestito male l’emergenza Ceuta, andando in vacanza alle Canarie. Ha la moglie sotto processo, il fratello condannato a nove anni di interdizione dai pubblici uffici, l’ex braccio destro in galera. Gli scandali hanno travolto pure il suo mentore, l’ex capo del governo José Luis Rodriguez Zapatero. Ma l’unica differenza tra i socialisti e i popolari è che gli scandali socialisti sono più recenti.
La vera causa delle difficoltà di Sánchez è che, pur di restare al potere, ha stretto un patto con i nazionalisti baschi e con i separatisti catalani, sia quelli di destra – che ora l’hanno abbandonato – sia quelli di sinistra, la Esquerra Republicana (la Spagna sarebbe un regno, ma i repubblicani catalani il re non lo riconoscono e rifiutano anche solo di incontrarlo).
Un po’ tutti gli altri spagnoli si sono indignati, perché detestano i separatisti catalani. La reazione è stata Vox.
Il capo di Vox è un basco, Santiago Abascal. Che però è uno spagnolista, fedele alla corona e ostile ai nazionalisti baschi. Il nonno era un sindaco franchista. Ma il voto per Abascal non è nostalgico, almeno non soltanto. È un voto giovane, urbano, metropolitano. Viene da gente che non rimpiange Franco, ma neppure lo condanna, e comunque più che dalla storia è angosciata dall’immigrazione araba e nera (quella latina è bene accetta, in particolare i cubani ricchi, grandi elemosinieri di Abascal).
Questa è una grande incognita per i popolari. Quanto conterà l’estrema destra? Anche il Pp ha le radici nel franchismo: è stato fondato da Manuel Fraga Iribarne, delfino del Caudillo, galiziano come lui (e come l’ultimo premier del partito popolare, Mariano Rajoy, e come l’attuale leader, Alberto Nunez Feijóo).
Ma il Pp ha governato a lungo la Spagna, in perfetta intesa con la Germania di Angela Merkel (una quota importante del debito pubblico spagnolo è in mano tedesca). Vox è un’incognita, come lo sarebbe Vannacci in Italia. Quanto influirà Vox in un probabile governo delle destre?
È su questo che Sánchez si giocherà le ultime carte. Farà una campagna populista, dalla parte della piazza, accusando sia il Pp sia Vox di essere al servizio dei padroni e dell’internazionale di destra, capeggiata da Donald Trump.
I socialisti hanno tutto l’interesse a combattere una guerra culturale, che il Pp ha tutto l’interesse a evitare.
È un concetto difficile da capire in Italia, dove gli antifascisti hanno perso la guerra della memoria, e dove le elezioni le vince quasi sempre la destra, nelle sue diverse versioni: moderata, conservatrice, nazionalista; la Dc, Berlusconi, Meloni. In Spagna è diverso.
Felipe Gonzalez andò al governo nel 1982 superando il 48 per cento dei voti e vinse altre tre elezioni, senza aver bisogno di riaprire le ferite della guerra civile. La guerra culturale è stata accesa da Zapatero, con le leggi sulla memoria, e da Sánchez, che ha traslato il corpo di Franco dal monumentale Valle de los Caídos a un cimitero di periferia.
Sono riaffiorati i fantasmi della guerra civile e della dittatura, i massacri, le fosse comuni, gli oppositori garrotati o fucilati ancora negli Anni ’70; e dall’altra parte l’odio per la sinistra, la diffidenza della Chiesa (Sánchez è un ateo dichiarato), la paura del disordine sociale. Poi certo si vota sulla casa, sugli stipendi, sull’immigrazione, sulla sicurezza. E la vittoria delle destre è probabile, anzi probabilissima. Se però il Pp e Vox cadessero nella trappola di una guerra dell’ideologia e della memoria, allora avrebbero tutto da perdere.
Aldo Cazzullo
per il “Corriere della Sera”
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