VANNACCI, TORNA A STUDIARE I CLASSICI! IL LEADER DI FUTURO NAZIONALE HA PROCLAMATO CHE IL SUO MODELLO DI “PATRIARCATO BUONO” È ULISSE (“LASCIA LA SUA TERRA PER DIFENDERE LA PATRIA. NON CEDE ALLA BELLEZZA DI CIRCE O ALLE LUSINGHE DI CALIPSO ETORNA DALLA MOGLIE”) MA HA DETTO UNA BAGGIANATA DOPO L’ALTRA
ALBERTO MATTIOLI: “ULISSE CEDE SIA A CIRCE SIA A CALIPSO. POI NON LASCIA AFFATTO ITACA PER DIFENDERE LA PATRIA MA PER ATTACCARE QUELLA ALTRUI, TROIA. IL PUNTO DAVVERO CLAMOROSO È CHE IL GENERALISSIMO ELOGI IL PIÙ CELEBRE RENITENTE ALLA LEVA DI TUTTA LA MITOLOGIA: ULISSE, PUR DI NON PARTIRE PER LA GUERRA, SI FINGE PAZZO. E DIMENTICA UN DETTAGLIO: ULISSE È SOPRATTUTTO UN MIGRANTE, SBATTUTO SU E GIÙ PER IL MEDITERRANEO…”
I classici andrebbero citati con parsimonia, e possibilmente dopo averli letti. Altrimenti si finisce uccellati sui social; e si sa, chi di meme ferisce di meme perisce. Sono i danni collaterali dell’Odissea di Nolan (foto), film bellissimo che però ha trasformato Ulisse in una popstar di cui tutti si sentono autorizzati a discettare senza conoscerla davvero.
Ultimo arrivato, il generale Roberto Vannacci, fra i cui innumerevoli titoli di studio non c’è evidentemente una laurea in Letteratura e nemmeno una dignitosa maturità classica. Il cólto generalissimo è stato còlto sul fatto di leso Omero (sì, sono importanti anche gli accenti) a Orvieto.
Arringando i futuristi nazionali, ha spiegato che il suo modello di patriarcato buono è, appunto, l’eroe omerico: «L’idea dell’uomo che abbiamo è Ulisse che lascia la sua terra per difendere la patria. Non cede alla bellezza di Circe, non cede alle lusinghe di Calipso, ma torna dalla moglie e quando arriva stermina i proci e difende la propria famiglia».
Intanto, Ulisse cede sia a Circe, con cui vive per un anno e, secondo alcune fonti, fa anche un figlio, Telegono, sia a Calipso, con la quale si ferma per ben sette anni. Poi non lascia affatto Itaca per difendere la patria ma per attaccare quella altrui, Troia, e soltanto perché Agamennone lo obbliga per via delle corna del di lui fratello Menelao.
Ma il punto davvero clamoroso è che il generalissimo elogi il più celebre renitente alla leva di tutta la mitologia. Infatti Ulisse, pur di non partire per una guerra che evidentemente non sente, si finge pazzo, esattamente come, in epoche di naja, provavano a fare i diciottenni per non finire nelle grinfie dei Vannacci di turno. Si arruola soltanto perché lo sgamano.
Ma nel frattempo chi aveva difeso davvero la casa era stata la moglie Penelope, con il trucco della tela eternamente fatta e disfatta (e, ogni riferimento alle lezioni di vita del ministro Tajani è puramente voluto, non per allungare la minigonna e quindi farsi sposare da un bravo ragazzo, visto che un marito l’aveva già).
Non pago, Vannacci ha tirato in ballo anche Enea, l’uomo che fugge da Troia portando sulle spalle il padre. Anchise ringrazia e in effetti il pio Enea, come modello di patriarca «buono», è più plausibile, benché con la povera Didone non si comporti poi benissimo, sia pure per obbedire ai superiori comandi («Veramente non hanno / altra cura gli dei che il tuo destino», ironizza lei, secondo Metastasio, però).
E tuttavia il generale più famoso d’Italia dimentica un dettaglio: Ulisse ed Enea sono, soprattutto, dei migranti, sbattuti su e giù per il Mediterraneo alla ricerca di qualcuno che dia loro asilo.
Con il primo, i Feaci sono così ospitali e amichevoli che glielo accordano subito, senza nemmeno chiedergli chi sia, da dove venga e se per caso non voglia mandare le figlie a scuola in burqa. Con il secondo, i cartaginesi si mostrano invece ostili: minacciano la remigrazione, diciamo così.
E allora Ilioneo, compagno di Enea, si rivolge a Didone con una tirata celeberrima e profetica: «Qui, in pochi, nuotammo alle vostre spiagge. Che razza di uomini è questa? O quale patria così barbara permette simile usanza? Ci negano il rifugio della sabbia; dichiarano guerra e ci vietano di fermarci sulla terra più vicina. Se disprezzate il genere umano e le armi degli uomini, temete almeno gli Dei, memori del bene e del male».
Forse un vero Futuro nazionale dovrebbe partire dalla conoscenza del passato.
Alberto Mattioli
per “il Giorno”
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