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VIAGGI ALLE MALDIVE, OROLOGI DA 25MILA EURO E LINGOTTI D’ORO: LE SPESE PAZZE DI MARIO ADINOLFI CON I SOLDI DEI CLIENTI. DIETRO A QUELLA CHE IL GIORNALISTA, CATTOLICONE E POKERISTA, CHIAMAVA “SCOMMESSA COLLETTIVA” C’ERA UN SISTEMA CAPACE DI RACCOGLIERE QUASI 5 MILIONI DI EURO PROMETTENDO GUADAGNI SICURI E CAPITALE SEMPRE DISPONIBILE MA ADINOLFI NON AVEVA TITOLI PER FARLO

IL GIP GLI CONTESTA QUATTRO REATI: ESERCIZIO ABUSIVO DELL’ATTIVITÀ FINANZIARIA, RACCOLTA ABUSIVA DEL RISPARMIO, TRUFFA AGGRAVATA ED EVASIONE FISCALE. È STATO DISPOSTO ANCHE IL SEQUESTRO DI BENI FINO A 400 MILA EURO, LA SOMMA CHE GLI INVESTIGATORI RITENGONO CORRISPONDERE ALLE IMPOSTE NON VERSATE – IL MECCANISMO ISPIRATO ALLO SCHEMA PONZI, LA CAUSALE “CRISTO REGNA” E IL CONTO CORRENTE IN LITUANIA, IL PATRIMONIO DIFFICILE DA AFFERRARE (A PARTE UN’AUDI A6, GLI INVESTIGATORI NON TROVANO BENI INTESTATI A MARIONE, CHE NELL’ORDINANZA VIENE DESCRITTO “SCALTRO E SPREGIUDICATO NELL’ATTUAZIONE DEL PROGETTO CRIMINOSO”)

All’alba di ieri mattina il campanello ha chiuso una storia che per anni aveva viaggiato su bonifici, mail e promesse di rendimenti. Quando la Guardia di finanza ha lasciato la casa di Mario Adinolfi, il giornalista e fondatore del Popolo della Famiglia era già agli arresti domiciliari.
Per la procura di Roma, dietro quella che lui chiamava “Scommessa Collettiva” c’era un sistema capace di raccogliere quasi cinque milioni di euro promettendo guadagni sicuri e capitale sempre disponibile.
Il gip gli contesta quattro reati: esercizio abusivo dell’attività finanziaria, raccolta abusiva del risparmio, truffa aggravata ed evasione fiscale. Contestualmente è stato disposto anche il sequestro di beni fino a 400 mila euro, la somma che gli investigatori ritengono corrispondere alle imposte non versate.
Nelle carte dell’inchiesta la storia comincia molto prima delle telecamere delle Iene, che per prime avevano parlato pubblicamente di questo business illecito. Comincia con una mail, una telefonata, il passaparola. Per entrare bastava versare il denaro sui conti personali di Adinolfi.
Nessun contratto, nessun accordo scritto, nessuna clausola da firmare. Solo bonifici, spesso divisi in più tranche, accompagnati da causali essenziali: “versamento”, “quote”, a volte semplicemente “scommessa collettiva”. A chi decideva di affidargli i propri soldi venivano promessi rendimenti fino al 40 per cento per le quote vip, ancora più alti per le formule “vip plus”. E soprattutto una certezza: il capitale, assicurava Adinolfi, sarebbe rimasto sempre disponibile e avrebbe potuto essere ritirato in qualsiasi momento.
È proprio qui che, secondo il giudice, si consuma il cuore della vicenda. Per la procura Adinolfi svolgeva un’attività riservata a soggetti autorizzati senza avere alcuna abilitazione prevista dalla legge.
Non un semplice gruppo di scommettitori, ma una raccolta di denaro organizzata, alimentata negli anni da milioni di euro confluiti sui suoi conti correnti.
Poi, raccontano le persone che quei soldi li avevano versati, qualcosa si rompe. I rimborsi rallentano, arrivano solo in parte oppure si fermano del tutto. Alle richieste seguono spiegazioni sempre nuove: problemi bancari, verifiche antiriciclaggio, operazioni bloccate, bonifici da spezzare, l’impegno all’Isola dei Famosi. Per alcuni una parte del capitale torna indietro, per altri quasi nulla. Da quelle storie nasceranno gli esposti che daranno il via all’inchiesta del comando provinciale della Guardia di finanza.
Gli accertamenti bancari e fiscali ricostruiscono un flusso di denaro che, secondo il procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, supera i 4,7 milioni di euro. Solo una quota limitata sarebbe stata destinata alle scommesse sportive; il resto, sostiene il pm, avrebbe preso altre strade, tra trasferimenti a privati e spese personali. La vicenda giudiziaria si intreccia così con quella di uno dei personaggi più conosciuti del cattolicesimo conservatore italiano.
Mentre qualcuno aspettava di riavere i risparmi di una vita, quei soldi finivano sotto il sole delle Maldive. Oppure dell’Egitto. Finivano nell’acquisto di un orologio da 25 mila euro, di una barca, di un quadro, di un gommone. E poi di monete straniere comprate in una gioielleria romana.
Mentre qualcuno aspettava un bonifico che non sarebbe mai arrivato, quei soldi continuavano a prendere altre strade. È il percorso del denaro ricostruito dalla Guardia di finanza nell’inchiesta che ha portato ieri Mario Adinolfi ai domiciliari.
Un percorso che racconta molto più di un conto corrente: racconta dove sarebbero finiti milioni di euro affidati da decine di persone convinte di entrare in un investimento capace di garantire rendimenti e capitale.
Ma l’inchiesta mette a fuoco anche un’altra storia. Quella di un patrimonio difficile da afferrare. A parte un’Audi A6, gli investigatori non trovano beni intestati ad Adinolfi. Eppure dalle movimentazioni bancarie emergono acquisti di beni di lusso, perfino lingotti d’oro comprati nell’agosto del 2025 per 14 mila euro. Beni che sarebbero stati pagati con il denaro transitato sui suoi conti ma che non risultano riconducibili direttamente a lui.
E i soldi, per gli investigatori, potrebbero non essersi fermati ai confini italiani: gli accertamenti sono arrivati fino a un conto corrente in Lituania.
Quel meccanismo ha un nome preciso: “schema Ponzi”. Quello inventato all’inizio del Novecento dal finanziere italoamericano Charles Ponzi, fondato sull’ingresso continuo di nuovi capitali per pagare, almeno in parte, chi aveva investito prima, alimentando l’illusione che tutto funzionasse. È così che sarebbero stati distribuiti rimborsi e vincite parziali, sufficienti a rafforzare la fiducia e a convincere altri a versare denaro.
Le storie raccolte nell’inchiesta coordinata dall’aggiunto Maurizio Arcuri raccontano tutte la stessa parabola. C’è chi affida 143 mila euro e ne recupera 83 mila. Chi versa 152 mila euro e ne rivede appena 5 mila. Chi investe oltre 221 mila euro e si ferma a 60 mila di restituzione. Altri non riavranno più nulla.
Intanto, mentre le richieste di rimborso si accumulano e le spiegazioni fornite da Adinolfi parlano di controlli bancari, verifiche antiriciclaggio o pagamenti rinviati, il denaro continua a uscire dai suoi conti per prendere altre direzioni.
Secondo il gip, a rendere credibile quel sistema contribuiva il personaggio. Giornalista, ex parlamentare Pd, fondatore del Popolo della Famiglia, volto televisivo e uomo che aveva costruito la propria immagine pubblica attorno ai valori della famiglia e della fede cattolica. Nell’ordinanza si legge che molte persone abbiano deciso di affidargli i propri risparmi anche per quella reputazione di persona affidabile, oltre che per la notorietà politica e mediatica e per l’immagine di esperto giocatore di poker capace, a suo dire, di ridurre il rischio grazie a specifici algoritmi.
Nemmeno quando le richieste di restituzione diventano sempre più insistenti, però, il sistema si ferma. Anzi. Nel 2025 arrivano nuove formule. “Vip Coppa”, collegata ai Mondiali del 2026. E poi “Cristo Regna”, un’ulteriore iniziativa che prevedeva il versamento di quote associative sui conti personali di Adinolfi. Per la procura erano semplicemente nuovi ingressi nello stesso meccanismo.
Ed è anche la personalità dell’indagato a pesare nella decisione del giudice. Un passaggio dell’ordinanza lo dice senza mezzi termini: «Anche sotto il profilo della valutazione della personalità dell’indagato si deve rimarcare la scaltrezza, la pervicacia, la spregiudicatezza nell’elaborazione ed attuazione del progetto criminoso, indicativa di una specifica volontà, oltre che abilità, nella movimentazione dei rilevanti flussi di denaro, che evidenziano una spiccata propensione all’occultamento dei flussi reddituali e all’elusione dei controlli dell’amministrazione finanziaria».

(da agenzie)

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