Marzo 23rd, 2013 Riccardo Fucile
SONO INCOMPATIBILI LE CARICHE DI GOVERNATORE E ONOREVOLE, MA COTA HA PAURA DELLA SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULLE FIRME FALSE E SI METTE A VENTO
Manterrà due cariche. Il presidente della Regione Piemonte, il leghista Roberto Cota, è tornato tra
gli scranni della Camera ma continuerà , almeno per ora, a fare il governatore, per non perdersi alcuni passaggi importanti di questo Parlamento.
Solo che Cota è incompatibile, come sancisce l’articolo 122 della Costituzione: “Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento”.
“Farà come sta facendo Nichi Vendola”, ribatte il suo portavoce.
I radicali piemontesi però porranno la questione ai giudici.
Il presidente dei Radicali italiani Silvio Viale e Giulio Manfredi dell’associazione Adelaide Aglietta hanno annunciato che gli avvocati ricorreranno al tribunale ordinario: “I cittadini piemontesi attendevano dal presidente Cota una scelta secca e precisa. Questa scelta non c’è stata. Ne prendiamo atto e, come nel 2010, abbiamo chiesto al nostro pool legale di predisporre la cosiddetta ‘azione popolare’”.
Si tratta di un ricorso dei cittadini elettori per fare sancire l’incompatibilità fra le cariche.
Lo fecero pure quando gli allora deputati leghisti Cota e Gianluca Buonanno vennero eletti consiglieri regionali mantenendo tutti gli incarichi per qualche tempo.
“Entro un mese Cota sarà costretto a scegliere se rimanere a guidare il Piemonte — affermano Viale e Manfredi — o andare a fare il deputato magari solo per due o sei mesi, visto il grande rischio di elezioni a giugno o in autunno”.
Entrambe le poltrone di Cota sono instabili.
Se la poltrona di Roma traballa per lui come per tutti gli altri parlamentari, quella da governatore non è salda.
Il 7 luglio prossimo i giudici della Corte di Cassazione si riuniranno per decidere in maniera definitiva sul caso delle firme false delle liste “Pensionati per Cota” di Michele Giovine, consigliere regionale condannato in primo grado e in appello e poi sospeso dal governo.
Quelle liste irregolari hanno permesso a Cota di avere 27mila voti con cui battere Mercedes Bresso nel 2010.
Se la condanna diventerà definitiva il Tar del Piemonte dovrà tornare a decidere sulle elezioni e a questo punto, certificata in via penale la falsità delle firme, potrebbe annullare le regionali del 2010, spingere verso un nuovo voto o nominare presidente il secondo classificato.
In tal caso tenere il seggio alla Camera sarebbe un modo per garantirsi un salvagente.
Però Cota — afferma il suo portavoce — ha già deciso che lascerà Roma dopo alcuni appuntamenti importanti per il nuovo Parlamento, ad esempio la votazione del presidente della Repubblica.
Poi farà solo il presidente.
Per ora, con i due incarichi, ha deciso di rinunciare allo stipendio da governatore, come ha scritto agli uffici della Regione Piemonte: preferisce incassare la retribuzione da deputato per non gravare sulle finanze di una regione sull’orlo del tracollo.
Nel frattempo, per ridare stabilità e slancio alla sua giunta dopo le dimissioni dell’assessore indagato Massimo Giordano Cota ha scelto un nuovo assessore: Gilberto Pichetto Fratin, risultato il primo dei non eletti del Pdl alla Camera perchè Angelino Alfano — candidato in più circoscrizioni — ha scelto il seggio Piemonte 1: “Nei prossimi giorni formalizzerò la nomina e provvederò a definire complessivamente gli assetti della Giunta”, ha detto il presidente preannunciando un rimpasto.
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Marzo 23rd, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI TERZO, POI VENDOLA, BERLUSCONI E MONTI… DUE ITALIANI SU TRE INSODDISFATTI
Matteo Renzi e Beppe Grillo sono i leader politici di cui gli italiani hanno più fiducia. Secondo un sondaggio realizzato dall’Istituto Swg in esclusiva per Agorà , su Rai Tre, il sindaco di Firenze è in cima alla classifica col 49% dei consensi, seguito dal fondatore dei 5 Stelle che arriva al 36%.
Inoltre, dalla rilevazione emerge che il 50% degli intervistati condivide la presa di posizione dei parlamentari ‘dissidenti’ del Movimento che hanno votato Pietro Grasso alla presidenza del Senato.
Al terzo posto della classifica dei leader si colloca Pier Luigi Bersani col 32%, anche se il 60% è convinto che il segretario Pd non otterrà la fiducia a fronte di un 14% “ottimista”.
Segue il governatore della Puglia Nichi Vendola, al 26, mentre ad avere fiducia in Silvio Berlusconi è il 24 percento degli italiani.
A pari merito Angelino Alfano e Roberto Maroni (21%), infine Mario Monti con il 20.
‘Fuori classifica’ Giorgio Napolitano, che — in virtù del suo ruolo super partes — in questa fase delicatissima arriva al 52 percento di fiducia.
Il Capo dello Stato raccoglie consensi da un’ampia parte dell’elettorato di centrosinistra (86%), mentre convince di meno quello di centrodestra (38%) e il bacino elettorale dei 5 Stelle (26%).
Al campione intervistato sono state poste anche due domande sulla situazione economica.
Gli italiani insoddisfatti sono il 66% (46% nel 2007) e quelli che temono che un loro componente possa perdere il lavoro il 68% (37% nel 2007).
La rilevazione è stata effettuata nei giorni 19-20 marzo 2013 tramite sondaggio online Cawi e telefonico Cati su un campione casuale probabilistico stratificato e di tipo panel ruotato di 1500 soggetti maggiorenni (su 4900 contatti complessivi), di età superiore ai 18 anni.
Il campione intervistato online è estratto dal panel proprietario Swg. Tutti i parametri sono uniformati ai più recenti dati forniti dall’Istat.
I dati sono stati ponderati al fine di garantire la rappresentatività rispetto ai parametri di sesso, età e macro area di residenza. Margine d’errore massimo: +/- 2,9%.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 23rd, 2013 Riccardo Fucile
I FUNZIONARI: “SIAMO UNA RISORSA DELLA DEMOCRAZIA”… L’OBIETTIVO DEI PRESIDENTI E’ QUELLO DI DIMEZZARE I COSTI
Quando, martedì sera da «Ballarò», la presidente della Camera Laura Boldrini ha parlato di
«chiedere sacrifici anche ai dipendenti, perchè qui gli stipendi sono molto alti», sul telefonino di Cristiano Ceresani hanno cominciato a fioccare sms interrogativi di colleghi. Lui, da quattro anni segretario dell’Associazione consiglieri parlamentari, 41 anni, entrato alla Camera 14 anni fa, ieri in Transatlantico si limitava a sorridere: «La presidente ha detto di voler fare tutto con la collaborazione dei sindacati. Aspettiamo sereni di incontrarla, con la massima apertura, anche noi vogliamo innovare».
È così: non solo deputati e senatori, nel clima di rinnovamento anticasta ci finiscono pure loro, i dipendenti dei Palazzi
I neo presidenti, Boldrini e Grasso, l’hanno già annunciato: si tagliano i propri stipendi del 30%, e propongono l’obiettivo di portare il risparmio dei costi della politica fino al 50%.
Buoni propositi su cui però Beppe Grillo, dal suo blog, chiede chiarimenti ulteriori («quale stipendio? Si tratta di quello da parlamentare o dell’indennità aggiuntiva per i presidenti di Camera e Senato? ») e passi avanti ancora più decisi: «Chiedete il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari e la rinuncia dei rimborsi elettorali».
Questione da tempo dibattuta, quella dei costi dei Palazzi, macchine complicate con un bilancio che si aggira sul miliardo di euro per Montecitorio e circa 500 milioni per il Senato.
Nel bilancio preventivo del 2012 della Camera si prevedevano circa 88 milioni per le indennità dei deputati, circa 75 per i rimborsi spese: lo stipendio mensile per ciascun eletto è composto di varie voci, oltre all’indennità (5mila euro netti circa), c’è la diaria (3500), il rimborso spese per l’esercizio del mandato (3690), più altri soldi attribuiti per viaggi e trasporti (3323 ogni tre mesi per chi abita entro 100 km da un aeroporto, 3995 per chi abita più lontano), e una quota annuale per le spese telefoniche di 3mila euro.
Ma nel bilancio ci sono anche 241 milioni previsti per il personale.
Così, anche le oltre 1500 persone che lavorano a Montecitorio, avverte la presidente, dovranno fare sacrifici.
Figure che sono le più varie, e che hanno stipendi iniziali anche molto diversi: un consigliere parlamentare parte da 2920 euro netti, un documentarista da 1876, un assistente parlamentare, più spesso impropriamente definito «commesso» da 1690, un operatore tecnico da 1491.
Ma con ritmi di crescita negli anni che, ammette un ex questore che le cifre le conosce bene, il Pd Gabriele Albonetti, «sono più alte che nel resto della Pubblica amministrazione».
Per questo, già avevano pensato a intervenire.
«Nella scorsa legislatura avevamo preparato una delibera per tagliare del 20% le curve degli stipendi, d’intesa con l’Ufficio di presidenza del Senato, che però non ha mai deliberato», spiega Albonetti. «Basterebbe che il nuovo Ufficio di presidenza di Palazzo Madama la approvasse».
A Montecitorio, per ora nessuno commenta il rischio di nuovi tagli.
Sono una decina le sigle sindacali: oltre a Cgil, Cisl e Uil, ce ne sono varie di categoria. Ceresani, che guida l’associazione dei consiglieri, più o meno 190 persone con competenze giuridiche ed economiche, non vuole dichiarare nulla sul futuro, ma ci tiene a sottolineare come «segnali» siano già stati dati in passato: «Abbiamo fatto due riforme pensionistiche, abbiamo applicato il contributo di solidarietà e lo abbiamo esteso fino al 2015, bloccato gli adeguamenti retributivi sempre fino al 2015 — elenca tagliato del 10% le indennità di funzione e contenuto il personale di ruolo: da 1950 persone a 1550 circa. Molti di noi avevano vinto concorsi all’Avvocatura dello Stato, al Tar, in magistratura, e hanno rinunciato per stare qui», ricorda. Ora, potrebbero arrivare nuovi provvedimenti. Se dovranno adeguarsi ai tagli, si vedrà . Di certo, non amano sentirsi definire casta. «Non ci riteniamo un costo della politica, ma una risorsa della democrazia»
Francesca Schianchi
(da “La Stampa”)
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Marzo 23rd, 2013 Riccardo Fucile
RIDUZIONE DEI CONSUMI DEL 2,4%, RADDOPPIA IL DISAGIO SOCIALE, OGNI GIORNO 615 POVERI IN PIU’… SI LAVORA DI PIU’ MA SI PRODUCE DI MENO
615 nuovi poveri in più ogni giorno, taglio brusco delle stime sulla crescita dell’economia e dei consumi per il 2103. Disagio sociale raddoppiato. Altissimo numero di ore sul posto di lavoro, ma una produttività che non tiene il passo di quella francese o tedesca.
I numeri presentati da Confcommercio dipingono un Paese che fatica ad uscire dalla morsa della crisi e la cui popolazione è sempre più colpita dalla ristrettezza economica.
Dal rapporto emergono anche quelli che sono i ritardi ormai storici dell’Italia, quale il deficit di produttività che porta gli italiani a lavorare molto più di altri vicini europei, che restano però distanti in quanto a “efficacia” e – appunto – produttività .
Sempre più povertà .
Il primo dato allarmante riguarda la situazione economica delle famiglie.
Secondo Confcommercio il numero di persone “assolutamente povere” quest’anno in Italia salirà oltre quota 4 milioni.
Alla fine del 2013 verrà ampiamente superata la soglia di 3,5 milioni certificata ufficialmente dall’Istat per il 2011, pari a oltre il 6% della popolazione.
Nel 2006 l’incidenza era ferma al 3,9%. Il dato, con una previsione massima di 4,2 milioni di poveri totali, è contenuto nel Misery index Confcommercio (MiC), il nuovo indicatore macroeconomico mensile di disagio sociale.
A corollario dei dati presentati a Cernobbio, sul lago di Como, Confcommercio sottolinea che “l’Italia in cinque anni ha prodotto circa 615 nuovi poveri al giorno, con quest’area di disagio grave che è destinata a crescere ancora, e di molto”.
Stime economiche tagliate: giù Pil e consumi. Sul fronte macroeconomico, l’Associazione dei commercianti stima che la flessione dei consumi privati sarà del 2,4% nel 2013, mentre il prossimo anno le spese dovrebbero aumentare dello 0,3%.
La stima precedente dell’associazione era di una contrazione dei consumi dello 0,9% per l’anno in corso.
Alla fine del 2014, rispetto al 2007, la perdita dei consumi reali avrà raggiunto 1.700 euro a testa. Mariano Bella, direttore dell’ufficio studi, ha ricordato che “abbiamo alle spalle il peggiore anno dell’Italia repubblicana in termini di caduta dei consumi”, con il -4,3% del 2012.
Quanto all’andamento dell’economia, per il 2013 si prevede un calo del Pil dell’1,7% contro un ribasso dello 0,8% indicato cinque mesi fa.
Timide speranze per il 2014, anno per il quale la previsione è di un rialzo dell’1%.
Ieri il ministro Vittorio Grilli aveva parlato di un calo del Pil dell’1,3% per il 2013.
Imprese, l’allarme di Sangalli.
Il netto peggioramento delle previsioni economiche lascia “stimare una perdita netta di altre 90mila imprese del terziario di mercato nel complesso del biennio 2013-2014”.
Questo l’allarme del numero uno di Confcommercio, Carlo Sangalli, che nel suo intervento a Cernobbio ha correlato i dati economici e quelli sulla povertà , sottolineando come la crisi produttiva sia diventata crisi sociale: “E’ come se l’orologio produttivo della nostra economia avesse riportato indietro le lancette di quasi tredici anni”.
Sul provvedimento annunciato ieri dal governo, che sbloccherà 40 miliardi in due anni per le imprese creditrici della Pa, Sangalli ha chiesto “tempestività , e il provvedimento del consiglio dei ministri di ieri non va in questa logica”.
Sulla situazione politica il giudizio è netto: “Il ritorno alle urne sarebbe drammatico”.
Gli italiani lavorano tanto.
Confcommercio sfata infine il “falso” mito degli italiani come popolo di fannulloni. Le analisi parlano chiaro: sia nel caso dei lavoratori dipendenti sia in quello di professionisti e autonomi, nel 2011 hanno lavorato in media 1.774 ore ciascuno.
Vale a dire il 20% in più dei francesi e il 26% in più dei tedeschi. I lavoratori indipendenti, autonomi o professionisti, in Italia lavorano quasi il 50% in più del lavoratore dipendente: in cifre, 2.338 ore contro 1.604.
E’ come dire tre mesi in più, compresi sabati e domeniche. Ma è bene precisare che lo stesso fenomeno si verifica anche negli altri Paesi presi in considerazione dalla ricerca di Confcommercio.
Ma producono poco.
Il problema tutto italiano è quello della produttività . In media, ogni lavoratore italiano produce una ricchezza mediamente pari a 36 euro per ogni ora lavorata.
Rispetto a noi, i tedeschi producono il 25% in più e i francesi quasi il 40% in più. E mentre negli altri Paesi la produttività oraria è cresciuta nel tempo (tra il 2007 e il 2011, del 20% in Germania, in Francia anche di più, in Spagna dell’11% circa) in Italia questo fenomeno si pè verificato in modo molto marginale (solo il 4% rispetto al 2007).
D’altra parte, solo pochi giorni fa era stato Mario Draghi a puntare il problema chiedendo una riforma dei contratti di lavoro.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 23rd, 2013 Riccardo Fucile
CAMBIANO TUTTI I DIRETTORI GENERALI, GIRO DI VALZER IN ASL E OSPEDALI… FA CARRIERA IL CANTANTE DELLA BAND DI MARONI
L’era del ticket fra Roberto Maroni e Mario Mantovani alla guida della Lombardia inizia con il
cambio dei vertici di tutte le direzioni generali degli assessorati.
Una decisione che nelle intenzioni della nuova amministrazione ridimensiona fortemente la presenza dei ciellini negli incarichi di maggiore responsabilità , e di fatto apre le porte a un imminente giro di poltrone anche tra i dirigenti di ospedali e Asl.
Perchè, come pare abbia rimarcato il neogovernatore Maroni durante la prima seduta di giunta, da ora in poi «il direttore generale di ogni assessorato non dovrà più avere un ruolo di controllo politico, ma di fiducia».
Lo stesso che al governo c’è normalmente tra un ministro e il suo sottosegretario.
In pratica basta coi controlli, meglio più servi fedeli.
Di qui la scelta di far scegliere a ogni assessore il proprio massimo dirigente. A
nche se la trattativa tra Pdl e Lega in realtà è durata ore e pare sia stata estenuante.
L’esclusione più eccellente è quella del formigoniano Carlo Lucchina, storico direttore generale alla Sanità da oltre dieci anni, coinvolto in alcune inchieste della magistratura che hanno travolto la sanità lombarda.
Al suo posto, al fianco del neoassessore Mario Mantovani, arriva Walter Bergamaschi, un passato da direttore del Sistema informativo del ministero della Salute, poi alla guida dell’ospedale di Circolo di Varese e infine, dallo scorso settembre, direttore dell’ospedale di Niguarda, chiamato a sostituire un altro formigoniano doc, Pasquale Cannatelli, indagato per lo scandalo degli appalti assegnati in cambio di case e retrocesso alla guida dell’ospedale Sacco.
Il neoassessore regionale alla Sanità , Mario Mantovani, promette: «Chiuderò con il passato». Il prossimo passo sarà la nomina di una commissione guidata da Umberto Veronesi con il compito di garantire la massima trasparenza.
Dall’entourage del famoso oncologo confermano: «Un accordo c’è». Al momento «ipotesi da verificare», sulle basi «delle disponibilità delle professionalità contattate». Medici, ma non solo.
L’addio di Lucchina era stato preceduto da quello di un altro formigoniano: Francesco Beretta si era dimesso da direttore sanitario dell’ospedale San Gerardo di Monza.
Cambia poltrona un altro ciellino storico: Roberto Albonetti. Lascia l’assessorato alla Famiglia, finora feudo incontrastato di Cl, e segue Mario Melazzini alle Attività produttive.
Per sostituirlo, la maroniana Maria Cristina Cantù ha chiamato Giovanni Daverio, finora direttore generale dell’Asl di Varese, nonchè cantante di Distretto 51, la storica band di Roberto Maroni.
Franco Picco passa dall’Ambiente all’Agricoltura. Mario Nova lascia la Casa per l’Ambiente: alla Casa lo sostituisce Raffaele Tiscar, che in passato aveva collaborato con Maurizio Bernardo alle Reti idriche.
Alle Infrastrutture e all’Istruzione arrivano due dirigenti della Regione, rispettivamente Anna Tavano e Giovanni Bocchieri.
Viviana Beccalossi porta Paolo Baccolo al Territorio. Sabrina Sammuri segue la leghista Cristina Cappellini alle Culture. Daniela Marforio va alla Sicurezza e Giuseppina Panizzoli allo Sport.
Andrea Montanari
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Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile
SUL WEB IL POPOLO DEI GRILLINI TORNA A DIVIDERSI SULLA STRATEGIA
«Attenzione a non riconsegnare il Paese di nuovo al Cavaliere, evitiamo di cadere dalla padella alla brace».
L’allarme è lanciato e il popolo dei grillini torna nuovamente a dividersi sul blog del Fondatore.
A dare fuoco alle polveri è il pollice verso di Beppe Grillo al governo Bersani.
In poche ore si contano cinquemila post, una buone dose di polemiche e parecchi “vaffa”.
Rispetto alle ore tempestose della rivolta interna per Piero Grasso, però, l’ala dura del M5S resiste: «Le merde stanno per andare a casa — sintetizza senza garbo Salvo — Forza ragazzi, non li appoggeremo mai!».
Ma in centinaia osano comunque contestare il Capo.
Come sempre, il blog più cliccato d’Italia assomiglia a un ring.
Tanti escono allo scoperto per implorare un’intesa con i democratici. E qualche crepa pare aprirsi nel muro grillino: «Sono molto deluso — scrive Vincenzo — mi sembra si stare in una dittatura. La cosa più democratica sarebbe fare un bel referendum online, solo per gli iscritti al movimento, per capire esattamente cosa vogliono».
La trincea anti berlusconiana è argomento comunque sentito nel movimento.
E a sostenere la fronda interna ci pensano anche alcuni simpatizzanti del Pd, subito individuati e ancora più in fretta insultati.
Uno di loro scrive: «Sono un elettore di Bersani. Avete la possibilità di governare, perchè non sfruttare questa occasione unica? Il discorso del “tutti a casa” non ha senso!!!».
Ma nella piazza del grillismo stavolta il vento sembra soffiare a favore della creatura di Casaleggio.
«Avete mandato ai mittenti le foglie di fico — ricorda Gabriele — ora vedremo se vogliono sputtanarsi sostenendo che il movimento non si assume responsabilità ». Tabula rasa invoca anche il perugino Leonardo: «I partiti si stanno autodistruggendo. Bisogna andare avanti così senza cedere a lusinghe e/o inciuci e/o premi di consolazione».
L’arena più amata dal movimento lascia poco spazio a manovre diplomatiche. «Gargamella vuole gestire il “cambiamento”! È vero non sono tutti uguali — attacca Pierpaolo — per me è peggio di tutti». Avanti «come caterpillar», sembra quasi gridare Paolo.
La ferita provocata dal primo voto del Senato ha segnato il movimento.
Molti utenti mettono nero su bianco il consenso al Fondatore anche solo con un generico «forza Beppe» o «avanti così».
L’obiettivo è fare massa critica e diluire i distinguo.
L’approccio è più ruvido del solito: «Ai piddini un messaggio — scrive Ottaviano — la vostra missione di infiltrarvi nel blog è miseramente fallita. Ma non andatevene , ci piace insultarvi».
La vittima preferita è sempre più spesso il Pd: «Potete dare la fiducia al Movimento e metterlo alla prova, visto che dite sempre che non saprebbe governare. Siete solo chiacchiere e distintivo!».
Tommy si spinge anche oltre, minaccioso: «Troll (nel gergo del web un “provocatore”, ndr) falliti, lasciate in pace il nostro blog e sperate che alle prossime elezioni riusciamo a cacciarvi via democraticamente, perchè vi cacceremo via in tutti i casi».
La riflessione amara di tal Gregory fotografa comunque il vicolo cieco di un intero Parlamento: «Come no — provoca in romanesco — un governo targato Cinque stelle… Certo, il primo partito d’Itaglia… A Beppe Gri’, te ne potevi rimane’ a casa, a ‘sto punto che ce sei venuto a fa’, rappresenterete sì e no il 18% degli itagliani e non avete i nomi all’altezza per un governo? O ce mandi la massaia con tre figli e la mettiamo all’Economia?».
Tommaso Ciriaco
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Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile
IL COCIR DELLA MARINA ESPRIME “SCONCERTO”, LA UE E’ STATA TENUTA ALL’OSCURO… MARTEDI IL GOVERNO RIFERIRA’ ALLE CAMERE: SI PRESENTI COI NOMI DELLE AZIENDE ITALIANE CHE FANNO AFFARI MILIONARI IN INDIA E SE HANNO CONTRIBUITO ALLE SPESE ELETTORALI DI QUALCUNO
«Siamo militari, noi andiamo avanti e andremo avanti». Questo è lo stato d’animo con
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno preso l’aereo per riportarli in India per affrontare il processo per la morte di due pescatori locali.
Un processo che, spiega il ministro indiano degli Esteri Salman Khurshid si terrà in un «tribunale speciale».
Così mentre i due marò sono arrivati a Nuova Delhi, in Italia scoppia la polemica.
Nel mirino il governo e la gestione del caso.
ALLA CAMERA
Tanto che martedì i ministri Terzi e Di Paola riferiranno alla Camera. Lo ha deciso la Conferenza dei capigruppo.
Sel, spiega il capogruppo Gennaio Migliore, ha chiesto che lo faccia attraverso i ministri degli Esteri e della Difesa che hanno avuto un comportamento «assai censurabile».
Si è deciso di posporre a martedì, il dibattito sui marò, ha spiegato per parte sua il capogruppo del Pdl Renato Brunetta, «in cambio di un approfondimento» della vicenda per capire come vi si è arrivati.
«Di fronte all’orrenda figura dell’Italia sulla pelle dei marò e sulla credibilità nazionale del Paese», serve «chiarezza e chi ha sbagliato si assuma le responsabilità ».
Ma sarebbe oppurtuno che il governo martedi, invece che raccontare le solite palle sul rischio evitato della pena di morte (in India solo cinque casi in 15 anni e applicata a stupratori seriali) si presenti von un bell’elenco: quello delle aziende italiane che fanno affari milionari con l’India, magari accompagnato da una informativa circa gli eventuali contributi elettorali elargiti a chi e quando.
«SCONCERTO» –
E intanto il Cocer della Marina esprime «lo sconcerto e il disorientamento del personale della Marina di ogni grado e ruolo in merito alla tragica vicenda che ha coinvolto nuovamente il destino di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone».
I due sono arrivati a Nuova Delhi uno speciale aereo militare partito la notte scorsa. Con loro Steffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri.
UNIONE EUROPEA
Proprio la partenza dei due militari ha stupito Buxelles.
L’Unione europea, infatti, non è stata preavvisata dal governo italiano della decisione di rinviare i marò in India, così come non lo era stata prima della decisione opposta. «Non conosciamo ancora i dettagli della decisione, di cui abbiamo preso nota», si è limitata a dichiarare la portavoce dell’alto rappresentante per la Politica estera Ue Catherine Ashton.
«Siamo in stretto contatto con le autorità italiane dall’inizio della vicenda», ha ricordato, «ma devo verificare se in questo caso c’è stata una comunicazione».
In ogni caso, l’Ue auspica che «la controversia fra Italia e India venga risolta nella sostanza».
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Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile
SCONTRO TRA PRESIDENTE E SEGRETARIO: “SENZA DI ME, IL VOTO”
La faccia di Pier Luigi Bersani, quando esce alle sette e venti di sera dalla porta sorvegliata da due corazzieri, la faccia, dicevamo, è la stessa di questi giorni.
Contrita, pensosa, senza un sorriso che sia uno.
Lo scatto d’orgoglio arriva nelle dichiarazioni alla stampa. Per la serie: “Voglio l’incarico”, anche se non lo dice esplicitamente.
Nella sala della Vetrata si sente solo il ronzio dei clic fotografici. Bersani parla.
Dietro i capigruppo parlamentari del Pd, Luigi Zanda e Roberto Speranza, più defilato il portavoce Stefano Di Traglia.
L’attesa consultazione con il capo dello Stato, l’ultima di questa due giorni al Quirinale, si può riassumere in questa formula densa di superlativi: “cordialissima” nella forma, “malissimo” nella sostanza politica.
L’eterno scontro, da un anno e mezzo da questa parte, tra il segretario del Pd e il capo dello Stato si è espresso nei tanti “non detto”, da una parte e dall’altra.
Uno su tutti, nella testa di Bersani: “O me o il voto”.
Che poi dopo, davanti ai giornalisti, abbia precisato che l’incarico “non è un problema personale”, questo appartiene più alla forma che alla sostanza.
Oggi, sia chiaro, il candidato premier del centrosinistra si aspetta un mandato dal Quirinale per varare il governo di minoranza di cui tanto si discute.
Un mandato esplorativo almeno, nel senso che poi dovrebbe ritornare da Napolitano e riferire sul giro di incontri.
Al momento è questa l’unicai potesi in campo, al netto di scenari e retroscena, che Bersani difende con una frase dall’incipit paradossale: “Non ho piani B ma non ho neanche un piano A, ho portato la nostra riflessione e poi rispetto il ruolo del presidente della Repubblica per dire come uscire da soluzione difficile. Non abbiamo avanzato subordinate se stiamo alla politica, questo è uno ragionamento per l’avvio della legislatura”.
Senza “subordinate”, significa che oggi eventuali nomi diversi fatti dal capo dello Stato per un incarico sarebbero interpretati come “uno schiaffo” al maggior partito del Paese.
Ne sono convinti tutti nel Pd, anche chi non è troppo vicino a Bersani ammette: “Domani mattina (oggi per chi legge, ndr) è impensabile che Napolitano dia l’incarico a Grasso per un governo di scopo o del presidente”.
Su questo si scommetterà per tutta la notte nel partito, centellinando e interpretando, ancora una volta, il resoconto del colloquio durato più di un’ora al Quirinale.
Il segretario del Pd a Napolitano ha ribadito che “governabilità e cambiamento” sono “inscindibili”.
Sulle strategie e sulle valutazioni di Napolitano, teorico delle larghe intese, in questa lunga partita a scacchi che sta per concludere la sua prima fase, Bersani ha piantato un paletto grosso: “Io sento, e il mio partito sente, di avere una responsabilità da esercitare per fare qualcosa per il Paese. La nostra intenzione è di mettersi al servizio per trovare una soluzione non qualsiasi, un governo che non è di cambiamento porterebbe il Paese a guai peggiori”.
Evidente la chiusura al Pdl in quella “soluzione non qualsiasi”.
L’unico punto di contatto tra Quirinale e Pd è quando Bersani introduce il tema delle riforme istituzionali e della legge elettorale perchè su “certi temi si parla con tutti”. Ma quando poi chiede “corresponsabilità a tutte le forze” sul programma di “cambiamento” del suo progetto di governo di minoranza, anche qui ritorna la pregiudiziale sul partito di Silvio Berlusconi: “Ci rivolgiamo a tutto il Parlamento anche per quel che riguarda i punti del cambiamento. Naturalmente ci sono punti che dalla destra sono stati impediti in questi anni, anche in quest’ultimo anno, quindi immagino che su questi punti di governo sarebbe una singolare via di Damasco”.
La navigazione a vista del segretario democratico resta la stessa della vigilia.
Giocarsi in Senato le sue carte, sperando in una non ostilità di quasi tutti i partiti, compresa la Lega, evocata ieri implicitamente con la proposta di una Camera delle autonomie.
La partita delle prossime ore dovrebbe essere questa, se Napolitano cederà alla richiesta di Bersani.
Per un giorno, massimo due, si allontana l’ipotesi di un governo istituzionale da affidare al neopresidente del Senato Piero Grasso.
Nell’incontro di ieri, nessuno ha fatto questo nome. Nè altri.
È stato un match a due. Bersani e Napolitano e a questo punto inizia a profilarsi seriamente l’orizzonte delle elezioni anticipate in estate.
Perchè su un punto il Pd non si smuove: nessun dialogo con il Pdl per un governo di larghe intese.
La direzione è opposta. E anche se ieri il M5s ha chiuso di nuovo tutti i varchi, Bersani è consapevole in giro ci sono solo “debolezze”, compresa la sua.
Di qui nasce l’insistenza del governo di minoranza, “debolezza per debolezza”. Osserva un bersaniano: “Perchè un governo Grasso, magari con il sostegno del Pdl, dovrebbe essere forte quando nessuno di noi lo voterebbe?”.
Già , perchè? Bersani si sente a tutti gli effetti il primo non vincitore: “Il Pd è la prima forza checchè ne dica qualcuno. Noi siamo il primo partito, la prima coalizione e ci mettiamo al servizio del Paese e dell’Europa che guarda attenta e preoccupata la situazione italiana”.
Una “forza” che non insegue nessuno.
Il riferimento, stavolta, è ai grillini: “Ho sentito questa curiosa affermazione del Movimento 5 stelle in questi giorni, che noi dobbiamo votare i loro per rispetto ai loro elettori, ma loro non votano i nostri. Allora noi oggi abbiamo dimostrato rispetto per i loro elettori, loro non hanno mostrato rispetto per i nostri. Punto”.
Oggi Bersani conoscerà il suo destino.
In cima alla sua agenda di premier incaricato o di esploratore ci saranno punti come la moralizzazione e la lotta alla corruzione.
A sinistra non accadeva da tempo.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile
“CON UN GOVERNO DI LARGHE INTESE IL QUIRINALE NON SI TOCCA”
Concordia o meno, Napolitano deve restare al suo posto. 
Con tutta la diplomazia del caso, la delegazione guidata da Silvio Berlusconi e da Alfano lo ha fatto presente al padrone di casa, nel bel mezzo della consultazione durata quasi un’ora, allo Studio alla vetrata.
«È chiaro che se si va verso un governo indicato dal presidente e sostenuto da una maggioranza ampia, allora riterremmo opportuno che lei, presidente, continuasse al suo posto in una fase così delicata» è il messaggio che al termine, quasi a margine, il Cavaliere consegna al capo dello Stato.
Del resto, è da giorni che la linea sulla quale hanno molto lavorato Gianni Letta e, dicono, Giuliano Ferrara, è stata fatta propria dal quartier generale di Palazzo Grazioli e trasmessa con vari input al Colle.
Nessuna breccia, fino a questo momento, al muro di indisponibilità più volte opposto da Giorgio Napolitano.
Il 15 aprile, fra tre settimane, si apriranno le votazioni nelle Camere in seduta comune. Il 15 maggio comunque il presidente della Repubblica lascerà il suo incarico.
I margini sono strettissimi, quasi nulli, ma sullo spiraglio minimo Silvio Berlusconi – come ha ripetuto ai suoi anche ieri pomeriggio – intende lavorare.
Considera ormai l’attuale capo dello Stato di «assoluta garanzia» per i destini del Pdl. Di certo, più di quanto non lo siano tutti gli altri nomi circolati in queste settimane e che il Pd potrebbe imporre, in forza dei suoi numeri: da Prodi a D’Alema, passando per Amato, per finire all’outsider Bonino.
Ma la battaglia sul Quirinale è da venire.
Prima incombe l’incarico di governo.
E uscendo da quel colloquio il leader Pdl, con Alfano, Schifani e Brunetta si sono detti «rincuorati».
E un certo ottimismo continuavano a far trapelare fino a sera, anche dopo l’apparente, ennesima chiusura del segretario Pd, al termine della sua ultima e decisiva consultazione.
«Bersani si conferma una testa dura, al limite dell’irresponsabilità » ha commentato il Cavaliere coi suoi dopo averlo ascoltato in tv.
«Ma noi continuiamo a mantenere un profilo basso, stiamo facendo di tutto e nutro ancora un certo ottimismo» è la lettura del capo.
Convinto che alla fine Bersani non la spunterà .
Di quell’ottimismo si è fatto interprete anche il capogruppo Renato Schifani, durante la riunione dei senatori convocata nel pomeriggio: «Siamo fiduciosi, il presidente Napolitano non darà un incarico se i numeri dell’eventuale maggioranza non saranno certi».
Berlusconi in mattinata al Colle aveva ripetuto quanto sia «inaccettabile » che il 30 per cento degli elettori italiani «resti fuori» dai giochi, dopo che il suo partito è stato già «estromesso dalla occupazione» delle cariche istituzionale da parte del Pd.
Anche se lì sembra non abbia usato il termine «militare».
A Napolitano il Cavaliere ha rivolto dunque l’invito a mediare per convincere Bersani, «l’unica soluzione è quella da noi indicata: un governo di concordia, per noi andrebbe bene se a guidarlo fosse lo stesso segretario Pd o Grasso o chiunque venga indicato da lei, presidente».
Fiducia nel Colle e ottimismo, dunque.
Anche perchè il leader Pdl si è convinto che Bersani col suo arroccamento si sia messo all’angolo. In ogni caso subirà una scelta: o rassegnandosi a un governo ampio o arrendendosi e trascinando il Paese al voto.
«Comunque vada noi ne usciremo bene» va ripetendo Berlusconi ad Alfano e ai dirigenti.
E dall’esito delle consultazioni, nelle prossime ore, dipenderanno molto i toni e le sfumature della manifestazione di domani, quella dei 200 mila in piazza.
L’intenzione è di abbandonare i toni barricaderi della prima ora, per sposare il nuovo sottotitolo “Per una nuova Italia”.
Anche se l’affare Marò rischia di monopolizzare in parte la kermesse in chiave anti- Monti.
Se poi tutto dovesse precipitare, se dovesse essere il Pdl a ritrovarsi all’angolo, escluso dai giochi, allora, per dirla col Cav .
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
argomento: Berlusconi, Napolitano | Commenta »