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BERSANI AVRA’ UN INCARICO: LA STRADA DEL MANDATO “CONDIZIONATO”

Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO PD AVRA’ DUE-TRE GIORNI PER DIMOSTRARE DI AVERE L’AUTOSUFFICIENZA

Lo stallo è continuato fino a sera.
La strada per risolvere il rebus del dopo voto da stretta, anzi, strettissima, sembrava diventata un vicolo cieco.
Eppure Pierluigi Bersani non si rassegnava e non si rassegna: è pronto a combattere fino in fondo e rivendica il diritto di imboccarlo, quel sentiero.
Per quanto impervio e buio possa essere.
Attraverso un richiamo alla corresponsabilità , vuole provare a mettere in piedi il suo «governo di cambiamento».
Insomma: è determinato ad aprire la sfida (sul proprio progetto, il proprio programma, i propri nomi) a «tutte le forze parlamentari», a costo di farsi dire pubblicamente di no e di non raggiungere così l’autosufficienza di cui avrebbe bisogno in Senato.
E in ogni caso senza digerire l’idea di un passo indietro per carità  di patria.
Ecco l’aggrovigliato nodo che ieri sera Giorgio Napolitano si è trovato a sciogliere, al termine di due giorni di consultazioni, facendo ricorso a tutta la sua esperienza politica e istituzionale.
È difficile, per lui, non concedere al segretario del Partito democratico questa chance, attraverso un incarico.
Difficile, per non dire impossibile, anche se sa bene – e lo sa Bersani – che un simile tentativo è esposto al rischio del fallimento e potrebbe dunque rivelarsi un azzardo, oltre che una perdita di tempo.
Tuttavia il presidente della Repubblica un tale passo lo deve fare, in forza del responso delle urne, in base al quale il Pd può vantare la vittoria, seppur mutilata.
Ora, a parte lo scatto d’orgoglio politico e personale del candidato premier, a parte il suo bisogno di tenere unita una dirigenza in tensione e sotto stress, a parte il vago sapore pre elettorale che questa mossa si porta dietro, ciò su cui ci si è interrogati a lungo era la natura del mandato.
Che, si può anticipare, non sarà  pieno.
Qualcuno azzardava che potrebbe essere «esplorativo», così che Bersani in persona verificasse se è in grado di ottenere i numeri dei quali ha bisogno: ma gli «esploratori» sono di solito figure terze, quasi sempre alte cariche dello Stato, e tale scelta non si applica mai a chi deve poi mettere in piedi il governo.
Sarà  quindi, comunque il Quirinale decida di qualificarlo (e la definizione risulterà  dagli stessi contenuti con cui il presidente lo configurerà ), un mandato «condizionato», e in un passaggio come il nostro la condizione regina è ovviamente che ci sia una maggioranza per la fiducia.
Sarà  questo il primo, e provvisorio, giro di boa del consulto quirinalizio.
Napolitano lo formalizzerà  nel pomeriggio di oggi, dopo aver completato in solitudine le sue riflessioni e tratto un bilancio dal faticoso confronto che ha avuto con tutti gli attori in campo.
Il primo dato sensibile raccolto è che esiste una larga maggioranza che, nonostante le minacce incrociate dei giorni scorsi, non vuole tornare al voto: risultato scontatissimo, se non altro per l’istinto di autoconservazione che percorre un Parlamento appena insediato.
Ha poi dovuto affrontare l’atteso faccia a faccia con il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo (e c’è stata molta curiosità  reciproca e qualche ironia sdrammatizzante), dopo il quale ha dovuto verbalizzare quel che in rete era stato già  ripetuto infinite volte dal blogger: nessuna stampella al Pd, nessuna foglia di fico, nessuna fiducia a governi dei vecchi partiti.
A parte il copione già  recitato del centrodestra berlusconiano, l’autentico scoglio da aggirare era l’incontro delle 18 con Bersani.
Dal Pd erano stati fatti filtrare segnali duri e preoccupanti anche per il Quirinale. Dall’entourage del vertice si continuava a bocciare qualsiasi scenario di larghe intese con il Pdl.
Un arroccamento fondato su un vero ukase: se si insiste per un accordo con Berlusconi, si deve capire che, a parte una quarantina di renziani e una decina di veltroniani, gli altri 290 parlamentari del partito si schiereranno compatti contro.
E non resterà  altro che il voto.
Una pressione finalizzata a scoraggiare Napolitano e chiunque coltivi l’ipotesi di un esecutivo «del presidente», «istituzionale», «di scopo», o comunque lo si chiami (ipotesi sposata dal centrodestra nel tentativo di rimettersi in gioco), e sulla quale si erano sprecati gli identikit del possibile premier.
Da stasera toccherà  a Bersani, provare a far uscire il Paese dall’impasse.
Non avrà  molto tempo: due o tre giorni al massimo.
Dopo di che, se tornerà  sul Colle senza dimostrare – carta alla mano – di essersi guadagnato l’autosufficienza, l’ultima mossa sarà  del capo dello Stato.
E, contro ogni obliqua minaccia, c’è da giurare che un impensabile deus ex machina per un suo governo lui lo scoverà .

Marzio Breda
(da “il Corriere della Sera”)

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VITA DA GRILLINO: MARZIANI SI’, FESSI NO: I CINQUESTELLE ALLA PROVA DEI BENEFIT

Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile

I CINQUESTELLE ALLA FINE PERCEPIRANNO CIRCA 5.000 EURO NETTI AL MESE, PIU’ VIAGGI GRATIS…LA RIDUZIONE DEL 50% E’ PREVISTA SOLO SULLO STIPENDIO BASE

Quando nell’aprile del 1994 arrivarono i leghisti a Roma, le idee si fecero chiare da subito: pranzo al Pantheon, Freccia Alata, la sala vip dell’aeroporto.
Questi — intesi come i grillini — almeno per ora faticano a capire dove si trovi Fiumicino, e comunque non avrebbero i soldi per comprare il biglietto.
Guai parlare di ristoranti e sale riservate, anche perchè non sono “onorevoli, ma cittadini”.
Ma poi la realtà  a volte supera ogni tipo di immaginazione, e l’impatto è forte, irresistibile per molti.
Le stanze suscitano talvolta belle emozioni, pensare a tutti quei privilegi e usufruirne è un attimo. E’ già  successo, per fare un esempio, al cittadino Adriano Zaccagnini, immortalato da “Chi”, chiamato a rispondere dai giornalisti per un pranzo nel ristorante della Camera.
Zaccagnini ha spiegato ai cronisti che non sapeva “che in quel ristorante di lusso la quota a carico del deputato è di 15 euro” e il resto del conto, probabilmente 80-90 euro, è a carico dei contribuenti.
“Ammetto il mio errore aggiunge e sono pronto a restituire la parte eccedente del conto. In totale sono stato a mangiare lì tre volte, a 15 euro a pasto, quello che manca lo restituirò di tasca mia. Pensavo che in quel ristorante si risparmiasse”.
Zaccagnini è uno e vale uno.
Anche perchè la maggior parte di loro oggi non ha nè il contante in tasca (buona parte di loro proviene dagli anni Duemila, lavori precari, nella migliore delle ipotesi, e liste di disoccupazione) nè la malizia di presentarsi allo sportello del Banco di Napoli, a Montecitorio, a chiedere l’anticipo sullo stipendio.
Il direttore della filiale bancaria più ambita (in quelle quattro stanze si sono sempre fatte amicizie utili) si strofinerebbe le mani a vederli apparire: sarebbero prestiti garantiti da un datore di lavoro che paga puntuale e fino all’ultimo centesimo.
Quanto? Tanto, anche se il regolamento a 5 Stelle impone dei paletti e delle riduzioni drastiche: nella sostanza i parlamentari dovranno lasciare il 50 per cento dei 10 mila 435 euro previsti in busta paga.
Dunque ne percepiranno 5.217 lordi.
Ma a questi va aggiunta la diaria che si aggira attorno ai 3.500 euro al mese e resta intatta. Purchè rendicontata.
In sostanza, al netto, spese incluse, ogni parlamentare, guadagnerà  poco meno di 5000 euro netti.
Senza contare che il traghetto è gratis, l’aereo e il treno anche, idem per l’autostrada.
E a questi benefit non rinunceranno. Questo, almeno dice il regolamento in vigore.
Anche se in rete c’è chi inizia a chiedersi quanto sia corretto che un parlamentare stellato raggiunga la Val di Susa il problema si presenterà  già  sabato per una manifestazione contro la Tav a spese del contribuente.
E, per di più, con un treno ad alta velocità . Questione complessa. Loro obietteranno che pagheranno il biglietto.
Ma chi può verificarlo?
Oggi, comunque, capita di vederli chiedere una sigaretta, cercare un bed & breakfast “30 euro a notte, tassa di soggiorno inclusa”.
Sempre oggi può succedere che chiedano un passaggio in auto.
Marziani e senza un centesimo.
Ma dopo? “Continueremo così”, dicono in coro.
“Cerchiamo di stringere accordi con le compagnie telefoniche per strappare un contratto low cost. Anche perchè un parlamentare può godere di un rimborso telefonico di 3100 euro nette all’anno, noi contiamo di spendere 600”.
Il problema è capire — e in quei corridoi tutto diventa sempre complicato — dove verrebbero ripartiti i soldi che non spendono. Perchè va bene essere marziani, ma fessi no.
Bisogna andare a rispolverare vecchi regolamenti che i leghisti del 1994 si guardarono bene dal consultare.
Come quello che prevedeva un rimborso di taxi, forfettario e senza rendicontazione, di 3900 euro ogni tre mesi.
“Grasso ci ha dato ampia disponibilità ”, dice Crimi.
Roma era ladrona per i leghisti, ma anche loro ci sguazzavano bene.
Tanto non era loro l’acqua della piscina. E a proposito di piscine quella a Montecitorio non c’è, ma la sauna è lì, a disposizione.
Per ora i grillini manco si sono affacciati, sempre nella loro politica dell’austerity.
Lasciamo passare l’estate, magari aspettiamo novembre, sempre che ci sia un governo.
Poi tiriamo le somme.
Zaccagnini insegna.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“SIAMO LA PRIMA FORZA POLITICA DEL PAESE”: LE PALLE DEI GRILLINI

Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile

NON E’ VERO: PER 148.216 VOTI IL PRIMO PARTITO E’ IL PD

«Il Movimento 5 Stelle è primo per numero di voti per questo chiediamo ufficialmente un incarico di governo».
Ha esordito così la capogruppo del M5S alla Camera, Roberta Lombardi, nella dichiarazione ufficiale al termine dell’incontro al Quirinale tra la delegazione grillina e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nell’ambito delle consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo.
Un concetto ribadito anche da Beppe Grillo nel post odierno sul suo blog: «Il M5S è stato il primo per numero di voti alle elezioni. Per questo chiede ufficialmente un incarico di governo per realizzare il suo programma».
Ma questa affermazione, almeno nella parte che rivendica il primato, è sbagliata. Poteva essere valida nelle prime 48 ore dopo lo spoglio dei risultati elettorali del 24 e 25 febbraio, quando ancora non si conoscevano i numeri del voto degli italiani all’estero.
Ma di certo oggi è una dichiarazione scorretta.
La prima forza politica per numero di voti è infatti il Partito Democratico.
I NUMERI
Non è questione di interpretazioni, ma di pura matematica.
Il «fact checking» è piuttosto semplice, basta uno sguardo ai dati del Viminale che riepilogano l’andamento dell’ultima tornata elettorale.
Bisogna concentrarsi sulla Camera, perchè è l’unica per la quale il suffragio è davvero universale (per il Senato non votano infatti gli elettori con meno di 25 anni; in ogni caso il Pd ha ottenuto a Palazzo Madama oltre un milione di voti in più del M5s, 8.400161 contro 7.285.850).
Sul territorio italiano il Pd ha raccolto 8.644.523 voti, pari al 25,42% del totale; il Movimento 5 Stelle ne ha messi insieme 8.784.499, vale a dire 139.976 in più, per una percentuale pari al 25,55%.
Un leggero vantaggio che ha fatto proclamare, la notte dello spoglio, il M5S come prima forza politica del Paese.
Questa verità  è durata però, appunto, giusto lo spazio di 24-48 ore.
Una volta ultimato lo scrutinio con i dati della circoscrizione Estero (gli aventi diritto, cioè cittadini italiani residenti al di fuori del territorio nazionale e iscritti all’apposita anagrafe, sono quasi 3 milioni e mezzo e a questo giro ha votato il 34,59% di loro), i voti per il Pd sono aumentati di 288.092, portando il totale a 8.932.615.
Quelli per il M5S sono cresciuti di 95.041, per un totale di 8.784.499.
A spoglio completo, dunque, la prima forza politica per numero di voti è il Pd che precede il Movimento di soli 148.216 voti.
Pochi, ma pur sempre sufficienti per rivendicare la primazia del consenso.

(da “il Corriere della Sera“)

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“SONO A RISCHIO COMMESSE PER MILIONI DI EURO”: LA LITE CON TERZI E LA “SCELTA CINICA” DI MONTI IN CONSIGLIO DEI MINISTRI

Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile

SUL CASO MARO’ SI SONO SCATENATE LE LOBBIE E MONTI E’ SCATTATO SULL’ATTENTI: DA BUON CATTOLICO PRATICANTE, MEGLIO SACRIFICARE I FIGLI DEL POPOLO CHE INIMICARSI I POTERI FORTI

La scena ieri era questa: il ministro della Giustizia indiano telefona a Monti e pretende il rientro dei due marò per “evitare atti di oltraggio alla Corte suprema di New Delhi”, quella per intenderci che da un anno ci piglia per i fondelli sulla sua presunta competenza giuridica in materia, smentita non solo da organismi internazionali ma persino dalla corte indiana.
Lo ribadiamo: la nave era in acque internazionali, è stato un abuso farla rientrare in porto, è stato un abuso far scendere i due militari dalla nave.
Se invece che italiani i due marò fossero stati americani, francesi o israeliani, sarebbero intervenute le forze speciali e qualcuno si sarebbe trovato con una pallottola in fronte.
Fermo restando che se giudicati colpevoli dalla corte di un Paese civile i due militari avrebbero dovuto subire la giusta condanna.
Ritorniamo a ieri: Monti convoca il Consiglio dei ministri a palazzo Chigi, presenti Grilli, Cancellieri, Terzi, Di Paola, Passera.
Terzi illustra la situazione e si dichiara contrario a rispedire i marò in India: scoppia una lite furibonda con Monti che accusa Terzi di averlo tenuto all’oscuro del passo precedente (ovvero la decisione di tutelare i marò trattenendoli in Italia).
Alla fine emerge che Terzi avrebbe deciso da solo senza informare nè Monti nè Napolitano, probabilmente sapendo con chi aveva a che fare.
Terzi non ci sta e fa mettere a verbale: “E’ una decisione che non condivido, assolutamente sbagliata”.
Ma Monti   a quel punto si svela: “Sono a rischio commesse per milioni di euro, le aziende italiane sono preoccupate”.
E’ arrivato l’ordine dei poteri forti e i servitori scattano sull’attenti.
Non hanno rilevanza lo strazio e le urla dei familiari e dei bambini dei due militari italiani “rispediti” come un pacco postale in India, quello che conta sono le “scelte ciniche” di chi ha reso l’Italia ridicola nel mondo.

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IL RETROSCENA: CINQUE ORE DI VERGOGNOSE PRESSIONI SUI MARO’ PER “COSTRINGERLI” A TORNARE IN INDIA

Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile

MASSIMI ESPONENTI DELLA DIPLOMAZIA E DELLA MARINA IN PRESSING SUI DUE MILITARI… ORA MONTI TIRI FUORI I NOMI DEI POTERI ECONOMICI PER CUI SI E’ VENDUTO I DUE MARO’

Stanno tornando in Puglia i due marò per prendere i loro effetti personali e ripartire subito alla volta dell’India.
“Non possiamo parlare, capite il momento” spiegano i familiari di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, distrutti dalla notizia.
“Non ce l’aspettavamo” dicono soltanto.
La tensione arriva al termine di un pomeriggio durissimo con i due marò che sono stati per più di cinque ore davanti ai massimi esponenti della diplomazia e della Marina italiana.
E’ nel pomeriggio che i due sono stati “convinti” a tornare immediatamente in India davanti chiaramente alle loro paure di quello che potrà  accadere da domani in poi.
Salvatore Girone è giunto dopo le 22 nella sua abitazione nella ex frazione barese di Torre a Mare dove ha incontrato la moglie Vania, i due figli e i parenti più stretti.
Il fuciliere, entrando in casa, non ha fatto alcuna dichiarazione ai giornalisti.
In casa di Girone si trovano anche il sindaco di Bari, Michele Emiliano, e uomini del Battaglione San Marco.
Anche Massimiliano Latorre è tornato a casa per poco tempo per salutare i parenti.

(da “La Repubblica“)

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MONTI SI E’ VENDUTO I MARO’: GLI INTERESSI COMMERCIALI FANNO PREVALERE LA LEGGE DEI TAGLIAGOLA ALLA DIGNITA’ NAZIONALE

Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile

MONTI E TERZI HANNO RIDICOLIZZATO L’ITALIA… I DUE MARO’ RISPEDITI IN INDIA, PAESE ESPERTO IN VIOLENZE ALLE BAMBINE E SEQUESTRI DI DIPLOMATICI

I marò sono stati rispediti stasera stessa in India da un governo di cacasotto.
Con la ridicola garanzia da parte di New Delhi che “non sarà  applicata loro la pena di morte e che i due fucilieri di Marina potranno stare nell’ambasciata italiana”.
Dopo settimane di braccio di ferro con l’India, la svolta della linea italiana sulla vicenda dei due militari arriva in serata a meno di 24 ore dalla scadenza del permesso di quattro settimane concesso dalla Corte suprema indiana.
È stato Palazzo Chigi a prendere in mano la questione con decisione e, con l’avallo del Quirinale, a determinare il cambio di rotta.
Oltre alle conseguenze diplomatiche, hanno pesato, riferiscono alcune fonti, anche gli ingenti interessi commerciali in ballo tra i due Paesi.
«Il governo italiano – recita la nota farsa di Palazzo Chigi – ha richiesto e ottenuto dalle autorità  indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sarà  riservato ai fucilieri di Marina e alla tutela dei loro diritti fondamentali. Alla luce delle ampie assicurazioni ricevute, il governo ha ritenuto l’opportunità , anche nell’interesse dei Fucilieri di Marina, di mantenere l’impegno preso in occasione del permesso per partecipare al voto del ritorno in India entro il 22 marzo. I Fucilieri di Marina – fa sapere il governo – hanno aderito a tale valutazione».
La formula della «tutela dei loro diritti fondamentali» in pratica sarebbe che non sarà  applicata la pena capitale ai militari in caso di eventuale condanna per la morte dei due pescatori indiani di cui sono accusati; e che Latorre e Girone potranno risiedere nell’ambasciata italiana, dove avranno «piena libertà  di movimento».
Poi una chicca degna di un governo cialtrone: «Potranno anche andare al ristorante se vogliono», ha aggiunto il sottosegretario.
«La parola data da un italiano è sacra: noi avevamo solo sospeso» il loro rientro «in attesa che New Delhi garantisse alcune condizioni», ha spiegato ancora.
Ma di che condizioni parla questo extraterrestre?
Quelle poste dal potere economico e finanziario che preferisce un paese di tagliagole rispetto alla dignità  nazionale?
Quelle ricattatorie di un Paese che sequestra una nave in acque internazionali?
Quelle di un Paese dove ogni giorno vengono violentate bambine senza che il governo riesca a porre un freno alla criminalità ?
Ma di che cazzo parli Monti?
Ti sei venduto i due marò perchè non sei riuscito neanche a ottenere una condanna internazionale contro l’India: se si fosse trattato di tutelare banche e spread magari lo avresti fatto, ma la dignità  dell’Italia non passa solo attraverso la Borsa.
Non ce lo dimenticheremo, governo di cacasotto.

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BOLDRINI E GRASSO FREGANO GRILLO: SI DIMEZZANO STIPENDIO, RIMBORSI E RINUNCIANO ALL’ALLOGGIO: MA BEPPE QUANDO DEVOLVERA’ IL 50% DEL SUO REDDITO AI BISOGNOSI?

Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile

GRASSO RIDUCE ANCHE LA SCORTA E IL FONDO CONSULENZA, ORA I CINQUESTELLE RINUNCINO ALLA DIARIA, AI VIAGGI GRATIS E AI VARI BENEFIT, COSI’ LA FINISCONO DI PRENDERCI PER IL CULO

Il presidente del Senato Pietro Grasso e la presidente della Camera Laura Boldrini mettono all’angolo Beppe Grillo che li aveva invitato a dimezzarsi lo stipendio.
Oltre a questo, l’ex procuratore nazionale antimafia ha deciso di tagliare del 50% la scorta e ha detto che rinuncerà  all’appartamento.
Stessa scelta anche per Boldrini che in una nota spiega di dimezzare indennità  e rimborso spese di rinunciare ad alloggio di servizio e rimborso delle spese di viaggio e telefoniche.
Inoltre, ha aggiunto, “domando che l’indennità  di funzione connessa alla carica di presidente della Camera dei Deputati e il mio rimborso delle spese per l’esercizio del mandato parlamentare siano ridotti della metà . Quanto specificamente a quest’ultima voce, preciso che rinunzio alla parte dovuta ai rimborsi forfettari”.
Una decisione alla quale ha aderito già  anche il vicepresidente Roberto Giachetti.
“Si deve partire — ha detto Grasso giustificando i tagli — dando l’esempio: mi auspico che lo stesso metro possa essere adottato da tutti i componenti dell’Ufficio di Presidenza di un Senato che intendo convocare dal lunedì al venerdì”.
Nei giorni scorsi Grasso e Boldrini avevano deciso di tagliare i loro emolumenti del 30%. U
na misura, però, che per i 5 Stelle non era sufficiente. In più, secondo il Movimento, i due presidenti “devono convincere i partiti a fare altrettanto e a rinunciare ai rimborsi elettorali”.
”Stamattina — scrive il presidente del Senato in una nota — leggendo i giornali ho visto che a seguito dei tagli annunciati alle spese del Parlamento si è scatenata una rincorsa di cifre: tante e tutte diverse”.
“Nel mio primo discorso da Presidente — spiega   Grasso — ho auspicato che il Senato divenisse una ‘casa di vetro’. Credo nella trasparenza, nei fatti che seguono le dichiarazioni”.
Quindi, “dopo il primo studio delle voci di spesa di martedì”, Grasso ha “approfondito con gli uffici competenti le possibilità  di risparmio”.
Per quanto riguarda il suo compenso “fatte salve le indennità  irrinunciabili, ho deciso di tagliare completamente tutto il resto (diaria, rimborso spese generali e rimborso spese per l’esercizio del mandato), passando dai 18.600 euro netti previsti a circa 9mila euro netti”.
Calcolatrice alla mano, prosegue nel comunicato, “questo significa un risparmio complessivo di euro 111.960 su 223.169,76 euro. Rinuncio anche agli appartamenti e agli autisti, mentre per la scorta, che per me a partire dal maxiprocesso non è stata un privilegio ma una dolorosa necessità , ho stabilito di dimezzare quella prevista dal Ministero dell’Interno per il Presidente del Senato”.
Il conteggio dei risparmi del presidente del Senato include anche “il costo complessivo lordo del Gabinetto del Presidente e del fondo consulenza, che ammonta attualmente a quasi un milione e mezzo di euro l’anno” a cui ha voluto applicare “un taglio del 50%, con un risparmio annuo di circa 750mila euro. Il risparmio complessivo sarà  quindi di circa 861.960 euro l’anno”.
Stessa linea alla Camera: “Rinunzio all’uso dell’alloggio di servizio e al rimborso delle spese accessorie di viaggio e telefoniche — ha spiegato oggi la presidente Boldrini -. Inoltre, domando che l’indennità  di funzione connessa alla carica di Presidente della Camera dei Deputati e il mio rimborso delle spese per l’esercizio del mandato parlamentare siano ridotti della metà . Quanto specificamente a quest’ultima voce, preciso che rinunzio alla parte dovuta ai rimborsi forfettari”.
I soldi risparmiati, aveva detto ieri Boldrini, saranno usati “a fini sociali”.
L’ex commissario Onu per i rifugiati aveva cominciato subito dopo l’elezione di sabato a dare l’esempio, mangiando alla mensa della Camera (e non al lussuoso ristorante per i deputati) e andando a piedi alle consultazioni al Quirinale.
Infine Roberto Giachetti, deputato del Pd neoeletto alla vicepresidenza di Montecitorio, rinuncia all’alloggio di servizio e all’auto blu.
Lo scrive in una lettera alla Boldrini. “Nel concordare pienamente con gli indirizzi da lei indicati al termine della Conferenza dei Capigruppo del 19 marzo scorso — si legge — le comunico, come mio primo atto a seguito dell’elezione a vicepresidente della Camera, la rinuncia unilaterale all’alloggio di servizio e all’utilizzo della macchina di servizio”.
Ora chi ha votato Cinquestelle si aspetta una cosa: che Grillo dià  l’esempio, dopo averlo preteso e ottenuto dagli altri.
Devolva il 50% del suo reddito milionario ai bisognosi, come hanno fatto la Boldrini e Grasso e disponga che i suoi eletti rinuncino alla diaria di 3.500 euro al mese, ai viaggi gratis e ai vari benefit.
Altrimenti la sua è solo demagogia a senso unico e gli italiani ne trarranno le conseguenze.

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ONOREVOLI TRA RABBIA E RASSEGNAZIONE: “ALLA FINE ARRIVEREMO A PAGA ZERO”

Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile

FIORONI: “AGIRE SULLE INDENNITA'”…. RAZZI: “POI MI OSPITANO LORO”

Rieletto per miracolo, Antonio Razzi stringe i pugni come per difendere il biglietto della lotteria che si è ritrovato tra le mani: «Grillo propone di ridurci lo stipendio a 5 mila euro lordi. È impossibile, a meno che non andiamo a dormire in un sacco a pelo. Oppure possono ospitarci i grillini a casa loro…».
L’uomo che salvò Silvio Berlusconi nel 2010 contesta in Transatlantico la linea del leader del M5S: «Io già  vado a dormire in un albergo a una stella che ha appena appena il bagno. Mi adatto perchè vengo dal mondo operaio, altrimenti non mi rimane una lira. Ma chi è stato imprenditore come fa?».
La domanda rimbomba in Parlamento, tra deputati appesi al filo di consultazioni complicatissime.
E innervosisce: «A un grillino ho detto: “Non è che viviamo al paesino, qui si paga anche l’aria. Prima di fare queste proposte state sei mesi a Roma, poi ne riparliamo” ».
Il confine tra sacrosanta austerity e demagogia spinta è sottile.
Rincorrere Grillo praticamente impossibile.
Lo sa Gianfranco Rotondi, capofila di chi sembra rassegnato allo tsunami dell’antipolitica: «Possiamo anche dimezzarci lo stipendio — sorride il democristiano convertito al berlusconismo — ma sarà  sempre troppo poco. Dobbiamo prima riconsacrare il Parlamento, poi parliamo della retribuzione».
L’ex ministro, in verità , la prende con ironia: «Cinquemila lordi? Non ho più questo problema. Berlusconi non ha ricandidato i miei amici De Luca e Cutrufo, che versavano tremilacinquecento euro al mese alla Dc. Ora l’onere è tutto mio, sono deputato a titolo gratuito. Quando finirò di pagare vi dirò come si campa con cinquemila euro lordi al mese…».
Quando nomini Grillo, il deputato democratico Beppe Fioroni si irrigidisce.
E prova a ribaltare i termini del problema, partendo dall’autoriduzione annunciata dai presidenti delle Camere: «Li invito a prendere in considerazione le indennità  aggiuntive dei deputati, per vedere se è il caso di tagliarle: segretari di presidenza, commissioni, vicepresidenze».
E se invece la ghigliottina calasse sui peones, senza distinzioni: «Io faccio il medico, opterei per il mio stipendio. Sempre che non cambino la legge».
Al Senato, visti i numeri, tira un’aria peggiore.
Eppure il pidiellino Lucio Malan sembra sereno: «Noi sosteniamo la riduzione. Resta singolare lo sfoggio di pauperismo da chi come Grillo guadagna 5 milioni all’anno o da chi prende pensioni statali da 20 mila euro al mese».
Riduzione, ma non salasso: «Bisogna capirci: se sono cinquemila lordi con una parte esentasse, va bene. Ma così sarebbero duemila netti. Con questo approccio demagogico si arriva a dire che la paga deve essere zero!».
Infine fa di conto: «Con l’azzeramento totale delle retribuzioni ci sarebbe un beneficio di trenta centesimi al mese per ogni italiano…».
L’unica che non sembra temere la mannaia a cinque stelle è la giovane deputata Pd Marianna Madia: «Io sono d’accordo, ma è riduttivo parlare di una sola voce. Spero ci sia trasparenza anche sulle indennità  di funzione. La nostra proposta è di equiparare l’indennità  a quella dei sindaci».
Non la insegue Aldo Di Biagio, eletto nelle liste di Scelta civica: «Su tutto si può ragionare, ma a breve Grillo si renderà  conto di quanto sia complicato il nostro compito: l’importo non è stretto, ma almeno giusto. Sono ben altri gli stipendi nel Paese che devono essere rivisti».
Dall’alto delle sei legislature consumate tra i banchi della Camera, Pino Pisicchio non nasconde il fastidio di chi pensa di meritare la paga di fine mese: «Vivere con cinquemila lordi? Mi rifiuto di fare questo ragionamento, c’è gente che campa con molto meno. Io ribalto il ragionamento e domando: come perimetriamo le remunerazioni di chi onestamente e studiando è impegnato in forme di rappresentanza? Se si sparano numeri, c’è sempre un numero più basso da sparare».
E i grillini, cavie della drastica riduzione?
Angelo Tofalo, giovane campano del movimento, attende immobile: «Ti rispondo tra un mese, quando avrò preso il primo stipendio».

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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E SUI POSTI CHIAVE VIA LIBERA DAL PD: AI GRILLINI QUESTORI E VICEPRESIDENZA

Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile

LITE NEI GRUPPI SULLE QUOTE ROSA, UNA CARICA ANCHE AI MONTIANI

«Chi ha più buonsenso lo usi». Bersani conclude il vertice del Pd sugli ultimi tasselli del puzzle istituzionale, imponendo la linea della «massima apertura» e del dialogo.
Oggi il Parlamento vota i vice presidenti, i questori, i segretari di presidenza, e il leader democratico – pur ripetendo che una cosa è la partita istituzionale, altra quella per gli accordi di governo – sa che blindarsi significherebbe bruciare ogni futura chance. Quindi, sì ai questori che i 5Stelle chiedono: Laura Castelli, 26 anni da Collegno, tecnico dei bilanci alla Regione Piemonte, per la Camera (per il Pd, sarà  proposto Paolo Fontanelli); e Laura Bottici per il Senato.
E nella strategia bersaniana, i Democratici sono pronti anche a cedere una vice presidenza delle Camere ai grillini e un’altra ai montiani.
Lo schema è questo, alla fine di una giornata in cui si riuniscono correnti e si formano e si disfano capannelli in Transatlantico, mentre le parlamentari conducono l’offensiva delle donne.
Parte la girandola di nomi, ma soprattutto i malumori, le divisioni, la rabbia degli esclusi e le perplessità  sul grillismo che soffia nel partito.
La schiera democratica più numerosa è quella degli “avvelenati”, di chi fa buon viso a un gioco che giudica «impazzito».
Commenti a mezza bocca.
Dario Nardella, vice sindaco di Renzi approdato in Parlamento, invece è esplicito: «O si cede qualcosa perchè c’è una reciprocità , oppure quale è il senso? Oltretutto il ruolo di questore è estremamente delicato, il collegio dei questori decide all’unanimità , non è che si va lì per fare Wikileaks… “.
In Parlamento i grillini si aggirano con l’adesivo sul bavero della giacca: “Questori uguale controllori”.
«Ecco – osserva Michele Mela – è la loro ragione sociale, come si fa a dirgli di no?».
A un certo punto si sparge la voce che si potrebbe congelare l’elezione delicatissima dei questori. Le discussioni sono ancora più accese.
Tra i supporter di Franceschini c’è molto malcontento: «Avranno senso di responsabilità , ‘sti grillini. Qua noi diamo, diamo via tutto… “.
Bersani e il capo della segreteria, Migliavacca riuniscono ieri sera i neo capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda. C’è il risiko dei nomi.
E c’è la richiesta di rispettare le “quote rosa”.
Nel momento della scelta dei nuovi capigruppo, lunedì, il segretario aveva garantito che il rapporto del 40% di presenza femminile non sarebbe stato messo in discussione.
Poichè fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, le deputate democratiche convocano una lunga assemblea dalla quale scaturisce una “sotto riunione” delle “under 40”.
Una vice presidenza dovrà  andare a una donna, del resto Rosy Bindi è la vice presidente uscente.
«Ci vuole la parità  tra uomini e donne alla guida della Camera e del gruppo», twitta Stella Bianchi.
I nomi sono quelli di Sesa Amici, Marina Sereni, Marianna Madia, anche se Roberto Giachetti, renziano, è in pole position.
L’altra vice presidenza il Pd la darebbe alla Camera o a Luigi Di Majo (indicato dai grillini) o a Andrea Romano (Scelta civica, tendenza Montezemolo).
Al Senato, lo schema delle vice presidenze prevede Gasparri (Pdl); Calderoli (Lega); un 5Stelle (Orellana) oppure Scelta civica (Lanzillotta) e il Pd fino a tarda sera si giocava la partita tra Roberta Pinotti, franceschiniana, e il dalemiano Nicola Latorre.
Le donne del partito sono sul piede di guerra e assai restie a rinunciare agli spazi che si sono conquistate portando acqua al mulino del partito.
Scalpitano i “giovani turchi” riuniti fino a tarda sera, che si sentono non rappresentati.

Giovanna Casadio
(da “la Repubblica“)

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