Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile
IL SI’ DI GIOVANI TURCHI E RENZIANI
La ruota gira, direbbe Bersani. I renziani sono i più entusiasti della mossa del segretario. «Scelte ottime, personalità nuove e straordinarie. Magari durano due mesi, ma tanto di cappello».
Lo dice Luca Lotti, neodeputato, quasi un fratello del sindaco di Firenze.
La senatrice umbra Nadia Ginetti ha un sorriso largo così: «Questo è il cambiamento che vogliamo noi. Oggi si può essere orgogliosi di rappresentare il Pd».
Quando è ancora in corso il ballottaggio al Senato, Bersani già vola verso Milano, tappa intermedia prima di tornare a casa a Piacenza.
Vuole solo dormire, dopo una notte in bianco, la notte «in cui abbiamo dimostrato che cambiare si può».
Poi, l’esito del voto a Palazzo Madama lo spinge a valutare la decisione dei grillini. «C’è gente che comincia a capire che vogliamo davvero il cambiamento. Non a chiacchiere, coi fatti. Dimostreremo che siamo pronti a seguire ancora questa strada».
Nessuna concessione all’antipolitica, sia chiaro.
«Semmai, Boldrini e Grasso dimostrano che la polita sa offrire un’immagine nobile dell’Italia, che le istituzioni sono vive. È tutta salute, vedrete».
Il nodo politico del governo però sta ancora lì, grande e intricato.
Bersani cercherà di scioglierlo con la politica dei piccoli passi, ricostruendo innanzitutto il rapporto con Napolitano.
Ieri lo ha fatto con una telefonata «delicata» che ha sorpreso il presidente della Repubblica, che ha registrato qualche lungo secondo di silenzio dopo l’annuncio.
Ma alla fine la tensione si è sciolta.
Sono le otto di mattina, la decisione finale presa da Bersani, Dario Franceschini, Enrico Letta e Nichi Vendola è diventata concreta da appena mezz’ora.
Il leader del Pd chiama il Quirinale. «Abbiamo deciso per Boldrini e Grasso ».
Il capo dello Stato è spiazzato, ma non si perde d’animo. «Sono due scelte importanti. Conosco bene Grasso e lo stimo. Conosco meno la Boldrini, ma so del suo impegno». È il via libera definitivo.
A notte fonda, dopo la riunione di Scelta civica che rinuncia a candidare un montiano, solo in pochissimi conosco i presidenti in pectore. Il “cambiamento” prevede il passo indietro dei candidati di partenza, Franceschini e Finocchiaro. Il primo partecipa all’indicazione di Laura Boldrini. E gestisce la comunicazione ai parlamentari democratici con un discorso alto.
Tra i dirigenti del Pd è quello che conosce meglio Boldrini. La voleva candidata nelle liste democratiche, ma arrivò prima Vendola.
Anna Finocchiaro viene avvertita intorno alle 8 da Bersani.
Reagisce da professionista e da signora, senza nascondere l’amarezza. Per questo Bersani la invita alla Camera e all’ora di pranzo l’accompagna sottobraccio nel Transatlantico, come se fosse lei la vincitrice.
Intorno alle 4 di notte, tanti sono ancora svegli. Si sparge la voce che il Pd vira su una donna giovane e nuova a Montecitorio. Per questo alcuni pensano a Marianna Madia anche se il suo nome non è mai stato nella testa del segretario.
Per qualche ora, sembra che possa tenere la coppia rosa Boldrini-Finocchiaro. Ma qui entra in ballo il braccio di ferro, ormai scoperto, con i tifosi interni delle larghe intese, primo fra tutti D’Alema.
Escludendo la capogruppo del Senato, Bersani, raccontano i suoi fedelissimi, manda un messaggio chiaro a quella fetta del partito che pensa a «manovrette »: «C’è solo Pier Luigi in campo per il governo. Non esistono piani B».
Lo schema del piano B prevedeva infatti il rapido trasferimento da Palazzo Madama a Palazzo Chigi per la Finocchiaro in caso di fallimento del tentativo Bersani.
La senatrice finisce stritolata in questo vortice e non è la prima volta che le capita.
Il segnale arriva anche ai giovani del Pd, alle new entry, sui diffonde attraverso i social network che festeggiano i volti inattesi.
È la vittoria dei “turchi” di Stefano Fassina, Matteo Orfini e Andrea Orlando, dei deputati liberi pensatori come Andrea Martella, dei figli delle parlamentarie come Pippo Civati, dei renziani.
Ora Bersani è chiamato a tenere unito il Pd dei giovani e i “maggiorenti”, mentre gli equilibri cambiano e i nomi dei presidenti sono lì a testimoniare la rivoluzione in atto. Correnti, scettici, ambizioni.
Il Pd è anche questo, anche se da Largo del Nazareno spiegano che tutti sono «in grado di leggere il livello delle reazioni su Internet».
Quindi si daranno una regolata.
È la vittoria del nucleo emiliano: Vasco Errani, Miro Fiammenghi e Maurizio Migliavacca, sostenitori.
C’è però da allontanare il fantasma di una vittoria di corto respiro.
La posta vera è il governo, è Bersani premier. «Se si valutano bene i numeri si vedrà che lo spiraglio c’è», dice Migliavacca con la valigia in mano. «Torno a casa di corsa. Ho fatto il mio lavoro, mi pare», dice soddisfatto.
Non ci sono alternative al segretario: «Il cambiamento può guidarlo solo lui», ripetono quelli che gli sono più vicini.
Ma i sostenitori di un accordo con il Pdl aspettano un passo falso del leader.
Anche piccolo.
Il sentiero del resto rimane stretto e pieno di ostacoli.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile
“FACCIAMO NASCERE IL GOVERNO, VEDRETE CHE VA AVANTI”
È notte fonda, quando i vertici del Pd decidono la svolta. 
Pier Luigi Bersani capisce che per uscire dall’angolo sono necessari due nomi nuovi per Camera e Senato. «Ci vuole uno come Piero Grasso, ragazzi. Uno che può mettere in difficoltà i grillini, che li può far riflettere. Uno a cui è difficile per loro dire di no».
L’idea viene accettata subito dal gruppo dirigente.
«E ora ci vuole una donna per la Camera». L’immancabile rappresentante femminile, quella che serve per non farsi dire che i partiti, anche a sinistra, sono tutti maschilisti. Potrebbe essere Marianna Madia, propone qualcuno. Ma alla fine la scelta cade su Laura Boldrini. Vasco Errani la conosce bene. E anche Dario Franceschini che dovrà cederle suo malgrado il posto.
È stata eletta con Sel, ma va più che bene al Pd, che avrebbe dovuto candidarla ma, non avendo più posti sicuri nelle liste, ha lasciato che fosse il movimento di Vendola a candidarla. «Perfetto», mormora Bersani mentre morde il sigaro.
Il compito forse più difficile è quello di comunicare la notizia a Giorgio Napolitano. Ma tocca farlo. Dall’altro capo del filo, dopo aver sentito i nomi, il capo dello Stato fa una pausa.
Silenzio, poi: «Ottima scelta».
Bersani sa che il presidente della Repubblica avrebbe preferito una soluzione condivisa e gli spiega: «Concordo con i tuoi appelli, ma in queste condizioni l’unità nazionale non è proprio possibile».
No, da quell’orecchio il segretario del Partito democratico non ci vuol sentire. Per lui ci sono solo due strade: o il governo da lui presieduto, o il voto.
Possibilmente il 30 giugno e il primo luglio. Perchè a ottobre è tardi. Si rischia di più.
In autunno le primarie saranno inevitabili: questa volta bisognerà farle vere, allargate, e Matteo Renzi è pronto.
Per quella data Bersani potrebbe non essere più in campo.
Ma nel Pd si è già individuata la possibile avversaria del sindaco di Firenze, nel caso in cui Bersani si faccia da parte: Laura Boldrini.
Sì, proprio lei: «Sarebbe un’ottima candidata e fossi in Renzi ne avrei paura», spiega ai suoi, Beppe Fioroni, assiso su un divanetto del Transatlantico.
Ma questo eventuale scenario riguarda il futuro, per adesso il segretario pensa di aver fatto «la mossa del cavallo».
E intende chiedere nuovamente, e con maggior forza, il mandato a Napolitano.
Forte del fatto che i grillini non si sono mostrati più una falange compatta e ostile al dialogo con il Pd.
Alla Camera, dove pure non hanno votato per Boldrini, l’hanno applaudita e poi incontrata.
Al Senato il gruppo del Movimento 5 Stelle si è spaccato. Più di dieci parlamentari nel segreto dell’urna hanno votato Grasso. Insomma, secondo Bersani in quel fronte «qualcosa si potrebbe muovere»: «Cerchiamo di far nascere questo governo, e poi vedrete che va avanti».
Anche perchè Bersani potrebbe proporre altri nomi adatti per un confronto con i grillini. Potrebbe indicare Stefano Rodotà per la presidenza della Repubblica, o inserirlo nel suo governo insieme ad altre personalità che non dispiacciono a quel mondo.
Si vocifera che anche Luigi Ciotti potrebbe dare una mano per aprire un canale di comunicazione tra Partito democratico e 5 Stelle.
Ma c’è chi ritene che in realtà questa mossa di Bersani porti soltanto alle elezioni.
«Due nomi degnissimi, però si sembra che siano due nomi da campagna elettorale», osserva Ermete Realacci. E Rosy Bindi confida a un amico: «Questa legislatura dura poco».
Già , anche perchè, per dirla con il veltroniano Andrea Martella, «i problemi restano tutti».
Nel senso che questa soluzione per le presidenze delle due Camere non ha creato una maggioranza autosufficiente.
Inoltre quelli di Boldrini e Grasso sono due nomi difficili da usare per un governo istituzionale perchè incontrerebbero il no del centrodestra: segno, secondo alcuni Democrat, che Bersani sta facendo di tutto per ridurre a due le possibili alternative: o un governo da lui guidato, o le elezioni il prima possibile.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile
L’AMBIZIONE DEL PREMIER HA FRENATO OGNI POSSIBILITA’ DI FAR EMERGERE LA CANDIDATURA DI UN ALTRO ESPONENTE DI LISTA CIVICA
Per il Professore di Scelta civica l’analisi della sua disfatta è più psicologica che politica. Ammette un senatore centrista, a microfoni spenti: “Il premier ha perso completamente la lucidità ”.
Spiega sgomento un big del Pd che ha seguito la trattativa decisiva dell’altra notte, tra venerdì e sabato: “Era come impazzito, a ogni nome che abbiamo proposto per sbloccare lo stallo con il centro lui ha risposto: ‘O me o nessuno’. Questo nonostante avesse promesso di tirarsi indietro dopo il no di Napolitano” .
Un’ambizione tignosa che ha scorticato a sangue la celebre sobrietà incarnata dall’uomo in loden verde.
Monti è salito su una giostra perdente che in 24 ore lo ha portato da Bersani e Napolitano ai berlusconiani e infine all’isolamento nel polo di centro, spaccatosi per la sua ostinazione. Riassunto della puntata precedente: venerdì mattina, Monti pretende dal Pd la candidatura a presidente del Senato, Bersani oscilla e a risolvere la questione è il Quirinale che intima al premier di fare un passo indietro istituzionale.
A quel punto il Pd offre ai centristi la Camera (Balduzzi o Dellai) poi lo stesso Senato (l’ex formigoniano Mario Mauro), ma Monti continua a dire no.
Il sabato neri del Professore si apre con una scena del tutto diversa.
Gli squali del Pdl fiutano il colpaccio e vanno in pressing sui montiani, a tutto campo.
B. ha messo in campo Schifani e gli schieramenti hanno numerosi contatti. Da un lato, per il Pdl: Gasparri, Quagliariello, Verdini, Bonaiuti. Dall’altro, per i centristi: Mauro, l’ex aclista Olivero, Della Vedova.
Viene anche organizzato un faccia a faccia tra Monti e Berlusconi, grazie al lavorìo di Federico Toniato, uomo ombra del premier a Palazzo Chigi.
L’annuncio del vertice tratteggia scenari che vanno oltre i voti di Scelta civica a Schifani nel ballottaggio con Grasso: lo stesso Monti presidente del Senato o leader del centro-destra oppure ancora capo dello Stato.
Un centrista autorevole decifra così il mistero montiano: “Vuole il Senato per andare al Quirinale”.
Casini, senatore anche lui, aiuta il premier a fare i conti sui voti. Prima della seduta pomeridiana, il gruppo di Monti si riunisce e si spacca.
La scelta è di votare scheda bianca e non fare “la stampella di nessuno”.
Ma c’è una fronda filodemocrat: Olivero, Lanzillotta , Maran, Ichino.
Gli ultimi tre provengono proprio da quell’area. Il confronto è duro ma prevale la linea dell’unità per non indebolire ancora di più il confuso Monti. Si vota scheda bianca.
Gasparri denuncia: “I montiani piegano la scheda prima di entrare nella cabina per farsi controllare”.
È il caso della Lanzillotta che si avvicina al seggio e piega la scheda davanti a tutti. Poi dichiarerà : “I nostri voti sono stati decisivi per l’elezione di Grasso: siamo 21 e la differenza di voti rispetto a quelli ottenuti da Schifani è stata di 20 voti”.
Grasso passa che è già buio e ancora Gasparri si prende la sua vendetta: “I montiani ci hanno offerto cose oscene”, avrebbero votato Schifani in cambio di un disimpegno del Pdl per favorire la nascita di un governo tra Pd e Scelta civica.
Commento di un berlusconiano: “Secondo Monti loro dovevano fare il governo e noi andarci a nasconderci nei cessi. Roba da mentecatti”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMA VOLEVA FARE IL PRESIDENTE DEL SENATO COI VOTI DEL PD, POI HA PROVATO A CERCARE L’APPOGGIO DEL PDL… I SUOI SONO SPACCATI IN QUATTRO, LUI PROVA A GIOCARSI LE (POCHE) CARTE PER IL QUIRINALE
“Quantitè negligeable“. Certo, qualche mese fa Silvio Berlusconi non avrebbe mai usato
questa sprezzante espressione francese nei confronti del premier Mario Monti.
Ma se ieri, entrando al Senato, ha sentito il bisogno di commentare così la ‘quantità ininfluente’ dei voti montiani, lo si deve senz’altro alle ultime intemerate del leader di Scelta Civica.
Ebbene Monti voleva farlo lui il presidente del Senato.
E ne ha fatto esplicita richiesta, tanto da mettere in seria difficoltà Bersani.
Però, quello che si è visto ieri per l’elezione del tandem Boldrini-Grasso, è in fondo proprio quello che diceva il Cavaliere, cioè che le schede bianche dei montiani — viste anche le posizioni di M5s — ad oggi sono un pacchetto di voti non determinante.
Eppure Monti, nonostante la sua ininfluenza, è deciso a far pesare i suoi voti su altri tavoli: quello del futuro governo, e quello per il nuovo inquilino del Colle.
Le trattative febbrili ed i contatti con Pd e Pdl (dal quale il premier uscente e i suoi si sono lasciati corteggiare per l’elezione di Schifani a Palazzo Madama) hanno davvero fatto pensare, ieri, ad un premier in bilico tra l’accordo con Bersani e l’intesa con Berlusconi.
Non era così.
Tanto che, ad un certo punto, Monti è stato accusato platealmente dal Pdl di aver cercato di giocare una partita tutta sua per ottenere, alla fine, l’agognato Colle: ”Tramite Letta ha fatto sapere a Berlusconi di essere pronto a votare Schifani chiedendo in cambio di aiutarlo a far nascere un governo Bersani e promettendo che ottenuto ciò il Pd lo avrebbe votato per il Quirinale andando così a garantire il Cav, dalla Presidenza della Repubblica”, ha accusato un dirigente pidiellino.
E’ successo così.
Che davanti a queste accuse, i montiani sono rimasti amareggiati e perplessi dall’atteggiamento personalistico del Prof, deciso a ritrovare nuovo ruolo nel prossimo scenario politico. E
sono andati in mille pezzi.
Mentre, infatti, al Nazareno si viveva lo psicodramma di una scelta che si sarebbe potuta rivelare esiziale per il partito, in beata solitudine Monti premeva in modo fortissimo sul Capo dello Stato per raggiungere l’obiettivo.
Nessuna possibilità di mediazione, come era stata offerta dal Pd, nessuno dei suoi alla presidenza della Camera; o lui, o niente.
Momenti di tensione ed imbarazzo, per questa intransigenza, soprattutto per il chiaro intento che si celava dietro una mossa personale: da presidente del Senato, in caso di prossimo governo istituzionale, Monti avrebbe avuto l’incarico dal Capo dello Stato restando, in questo modo, anche al governo.
Un disegno tutto solitario, cioè non sostenuto neppure dai suoi, ormai spaccati in quattro correnti distinte, da quella di Sant’Egidio capitanata da Riccardi, ai montezemoliani e agli ex Udc, tra cui Lorenzo Cesa che – si dice – sia già pronto a prendere il largo in settimana prossima.
Monti, invece, ci credeva. Al punto, si è detto, da farne esplicita richiesta al Capo dello Stato. Che l’ha presa male, però. Molto male.
Monti, a quanto sembra, il suo discorso lo aveva preparato bene, con tanto di cartellina con i pareri di fior fiori di giuristi che sostenevano la possibilità di passare, senza colpo ferire, da presidente del Consiglio a Presidente del Senato.
E poi, avrebbe aggiunto Monti, il suo lavoro di premier si poteva considerare concluso, visto anche il risultato del Consiglio Europeo.
Napolitano ha respinto ogni avance, fatto che ha poi avuto immediate conseguenze sulla tenuta del gruppo al Senato.
Adesso Monti pensa in cuor suo essere in corsa per il Colle, ma l’aspirazione, al momento, resta solo personale.
Sembra sia certo che Bersani non potrà prescindere, se vorrà provare a governare, dal suo appoggio.
Ma intanto, su Twitter, il senatore Pd Andrea Martella, citando De Gregori, fa capire che aria tira: ”Che figuraccia Monti: un campione si riconosce dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…”.
Quella che gli è mancata sul più bello, facendolo cadere (definitivamente) tra le riserve, spuntate, della Repubblica.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER PUNTA SU SCHIFANI E SBAGLIA CAVALLO, RIVENDICA LA PARITà€ DI VOTI TRA PDL E PD E ATTACCA I GRILLINI“SCIENTOLOLOGY”
Il bello della politica è che in poche ore può impazzire, come la maionese”.
Scherza con i giornalisti Renato Schifani mentre i senatori vengono chiamati uno per uno a scegliersi un presidente.
La decisione di riproporre Schifani era stata presa durante una riunione del gruppo parlamentare del Pdl, all’alba. Silvio Berlusconi non c’era.
Arriverà nel pomeriggio per legittimare il suo impedimento a presentarsi in tribunale. Ma il nome lo avalla lui, dopo una telefonata con Roberto Calderoli che conferma la fedeltà del Carroccio.
Due siciliani a confronto, uno accusato da un pentito di avere rapporti con la mafia, l’altro procuratore antimafia.
Un duello sulla giustizia, impossibile da vincere per Schifani, almeno sulla carta.
Del resto Berlusconi era stato chiaro: non è questa la poltrona che mi interessa. Ma la politica è come la maionese. E allora durante la prima chiama dei senatori lo scenario improvvisamente cambia.
Il regista dell’operazione è Denis Verdini. à‰ più forte di lui, se c’è una partita, se la gioca.
Incita i suoi: “Ci mancano meno di dieci voti, ce la possiamo fare”. 117 consensi sicuri contro i 126 del Pd.
La notizia corre fino alla Camera. Lì la storia è già chiusa,
Laura Boldrini è stata eletta presidente, sta leggendo il suo discorso davanti ai pidiellini impietriti.
Più le donne: vedono davanti a loro l’immagine di una signora forte che le stupisce.
“à‰ nata una stella” scrive Deborah Bergamini su Twitter.
L’aria sembra cambiata ma dal Senato arriva l’ipotesi di un accordo tra Pdl, Lega e montiani e gli animi si surriscaldano.
“Chiunque ci può aiutare nei rapporti con i senatori di Scelta civica lo faccia” chiede Verdini. Il primo messaggero è Maurizio Gasparri.
L’ex capogruppo prima prova un attacco su Mario Mauro in aula, poi si avvicina direttamente al banco di Monti.
Il colloquio va per le lunghe, in serata Gasparri dichiarerà che in cambio del voto a Schifani i montiani avrebbero chiesto al Pdl di uscire dall’aula in occasione della fiducia per far nascere un governo di minoranza Pd-Sel-Scelta civica, eventualmente appoggiato dalla Lega.
Di certo hanno chiesto un candidato “votabile”. Nulla di fatto.
La politica è come la maionese.
I senatori del MoVimento 5 stelle capiscono di poter determinare, con una loro scheda bianca, la vittoria di Schifani e cominciano a discutere il da farsi.
Prima della riunione il capogruppo Vito Crimi ribadisce il “no” a entrambi i candidati. Verdini è alla buvette, ci crede, ha il sorriso delle grandi occasioni.
Ma la riunione dei grillini va per le lunghe, c’è tensione, comincia a delinearsi un voto secondo coscienza. La politica, la maionese.
I montiani, che avevano strizzato l’occhio al Pdl, scelgono la scheda bianca. “Sono ininfluenti — dirà Silvio Berlusconi — una quantitè negligeable”.
Invece avrebbero potuto fare la differenza, eccome.
L’ex premier è a Roma dall’ora di pranzo ma non si presenta al Senato fino all’ultimo secondo utile, avvertito da Verdini del fallimento delle trattative.
Quando scende dalla macchina, di fronte al Palazzo, con un paio di occhialoni neri, una ventina di persone lo contestano: “Buffone”. Lui risponde, “vergognatevi, siete degli stupidi”.
Succederà lo stesso all’uscita. Entra in cabina con gli occhiali e se li toglie subito dopo, in segno di sfida contro le visite fiscali. “C’è una setta come Scientology in Parlamento” dice attaccando i grillini, e rivendica la parità dei voti tra Pd e Pdl.
I suoi lo applaudono, gli si stringono intorno. Ma questa volta non è andata bene. Schifani è rimasto solo con i suoi 117 consensi. Passa Piero Grasso con 137 voti, 14 in più della somma di Pd, Sel e Svp, che comunque non sarebbero nemmeno serviti.
Il Pdl grida all’inciucio Pd-Sel-5stelle ma sanno bene che il rischio maggiore è che montiani e Lega facciano nascere un governo guidato dai democratici e si accordino anche su un nome per il Quirinale, lasciandoli fuori da tutto.
Non gli resta che sperare nella maionese.
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile
“SIAMO QUA PER SALUTARCI, PARLARCI, IN QUESTA PIAZZA CHE HA LE DIMENSIONI DEL MONDO”
Una grande speranza che si tocca con mano. 
Una folla impressionante, mai vista dal giorno dei funerali di Wojtyla.
Una folla diversa da quella consueta: pellegrini, certo, ma anche tante ragazze giovani, padri con i bambini, anziani del quartiere che hanno portato gli animali di casa dopo aver visto il Papa benedire un cane-guida per i ciechi.
Piazza San Pietro piena già un’ora prima dell’Angelus, folla per tutta via della Conciliazione sino al Tevere davanti ai maxischermi, striscioni con la scritta: «Francesco sei la primavera della Chiesa», «Francesco va e ripara la mia casa».
IL DISCORSO –
Il Papa ha visto, ha capito, ha sorriso. E ha incentrato il suo discorso, improvvisando spesso a braccio, sul perdono e anche sulla fiducia reciproca, sul rispetto, sulla bellezza dei rapporti umani.
Al mattino aveva già detto la messa nella chiesa di Sant’Anna, e alla fine anzichè sparire in sacrestia con i concelebranti si è fermato a salutare i parrocchiani uno a uno. Poi esordisce con un semplice “buongiorno”: «Siamo qui per salutarci, parlarci, in questa piazza che grazie ai media ha le dimensioni del mondo».
Commenta il Vangelo dell’adultera che Gesù salva dalla condanna a morte: «Non sentiamo parole di disprezzo o di condanna ma soltanto parole di amore, di misericordia, che invitano alla conversione. Il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete presente la pazienza di Dio con noi? Egli non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito».
LA CITAZIONE –
Il Papa cita il libro del cardinale Kasper, «un teologo in gamba»: «Ma non credete che faccio pubblicità ai libri dei cardinali!».
«E’ un libro che mi ha dato molto, mi ha insegnato che un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto».
Evoca Isaia: «Se anche i nostri peccati ci facessero rossi scarlatto, la misericordia di Dio ci farà bianchi come neve».
E racconta un episodio che mortifica l’orgoglio intellettuale degli studiosi ed esalta la semplicità dei fedeli: «Un giorno a Buenos Aires venne la Madonna di Fatima. Ci fu una grande messa per gli ammalati. Io sono andato a confessare e alla fine è venuta da me una donna anziana, molto umile. Io le ho detto “Nonna lei vuole confessarsi?». Sà, mi ha risposto. «E se il Signore non la perdonasse?» «Se il Signore non perdonasse, tutto il mondo non esisterebbe». A me veniva da dire: «Signora lei ha studiato alla Gregoriana?». Questa è la sapienza!».
Poi Francesco rinnova l’invito a pregare per lui.
Ricorda di aver scelto il nome del patrono d’Italia, «il che rafforza il mio legame con questa terra dove sono le radici della mia famiglia. Non dimenticate questo: il Signore mai si stanca di perdonare; siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono».
La folla piange e ride, è commossa ma anche di buonumore.
E lui, sorridendo: «Buona domenica e buon pranzo».
Un carisma immediato che non ha bisogno di spiegazioni.
Semplice. Straordinario.
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile
MA CHI NON SA COMPRENDERE LA PROPRIA BASE TORNI A FARE I BAGNI A NERVI… IL NEO DITTATORE MINACCIA: “CHI NON HA RISPETTATO LE DECISIONI PRESE A MAGGIORANZA NE TRAGGA LE CONSEGUENZE”
Chiamato alla prima vera prova della democrazia rappresentativa il Movimento 5 Stelle si è lacerato. Diviso.
Nella scelta se optare per la scheda bianca o per sostenere Piero Grasso alla presidenza del Senato.
Alla fine alcuni di loro hanno sostenuto il magistrato per lo scranno più alto di palazzo Madama e in serata è arrivato il commento di Beppe Grillo, sul suo popolare blog.
«Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo», del voto segreto e a maggioranza «ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze», ha scritto Grillo sul suo blog invitando alle dimissioni quei senatori del M5S che oggi in Aula al Senato, a suo dire, non hanno rispettato il «codice di comportamento degli eletti».
«Nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sua azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il Movimento 5 Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarino il loro voto».
Quella dei senatori grillini a Palazzo Madama è stata una giornata lunga.
Scandita, come mai prima, da discussioni, spaccature. Da una crepa che ha innescato nel MoVimento un confronto duro, serrato.
Al centro, la scelta di non sostenere il senatore del Pd alla presidenza del Senato.
Una scelta che per qualcuno è stata in linea con l’impostazione del MoVimento. Per altri, “un errore” che va contro i valori dei Cinque Stelle.
E, alla fine, tra i senatori di Grillo non manca chi va contro l’ordine di scuderia, e vota l’ex procuratore antimafia.
Alla fine Vito Crimi ammette: “Abbiamo mantenuto la linea. Per alcuni c’è stato un voto secondo coscienza, ma una cosa è la presidenza del Senato, un’altra il voto di fiducia al governo”.
Tutto inizia con la riunione del pomeriggio. E’ lo stesso Luis Alberto Orellana, senatore, che ammette: “Non c’è stata unanimità per decidere se votare Piero Grasso o mantenere la linea tenuta fino ad ora”.
Una riunione turbolenta. Da cui provengono “applausi, ma anche urla e rumori”.
E pugni sul tavolo: gesti che scalfiscono il monolitismo del MoVimento.
Poco prima della fine della riunione, Rosario Petrocelli, eletto in Basilicata, abbandona l’incontro scuro in volto, senza rilasciare nessuna dichiarazione alla stampa. Ancora: qualche senatore uscendo, scuote ancora la testa e contesta la decisione.
Lo scambio di battute dei senatori grillini, è rivelatorio: “Dai non te la prendere, non siamo un partito”. La reazione di una collega: “Insomma, pensavo fossimo cresciuti un po’”.
E anche la prossemica è rivelatoria. Si passa dal blocco compatto ai capannelli.
Come quello che si riunisce proprio intorno a Orelliana durante lo spoglio: diversi senatori parlano in gruppo, in piedi in varie zone dell’emiciclo.
Poi le indiscrezioni sulla decisione presa: per alzata di mano si sceglie di non votare Pietro Grasso. E non mancano le indiscrezioni: “Se vince Schifani quando torniamo a casa a noi siciliani ci fanno un mazzo tanto…”.
E’ quanto avrebbe detto un senatore siciliano durante la riunione dei grillini. Poi l’ammissione: “Molti di noi hanno detto che voteranno Grasso”.
Proprio in rete si gioca per i grillini un’altra partita.
Forse quella più importante per la loro ragione sociale.
Su Twitter nasce un hashtag, #M5SpiùL che fa il verso al modo con cui Grillo chiama il Pd (PdmenoL).
In definitiva, due le cose che vengono rimproverate ai senatori 5 Stelle: la mancanza di diretta streaming della loro riunione per decidere l’atteggiamento da tenere al ballottaggio, e la stessa indecisione di fronte alla scelta tra Schifani e Grasso.
”Uno è l’ex procuratore nazionale antimafia l’altro accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Scelta difficile, Beppe”.
Ancora: “Oggi al Senato i grillini ci mostreranno il lato oscuro delle stelle”.
Se Grillo pensa di gestire questa base come se gestisse una caserma ha poco da minacciare espulsioni, meglio farebbe a pensare a fare i bagni a Nervi: la bella stagione si avvicina.
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
PUR DI GOVERNARE, IL CENTROSINISTRA POTREBBE CERCARE L’APPOGGIO DI CHI SEMBRA DISPOSTO A TUTTO PER UNA POLTRONA E DI CHI TEME DI SCOMPARIRE IN CASO DI ELEZIONI… IL NODO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
“Ora c’è da fare il governo: e l’intesa tra Pd, montiani e Lega è possibile”, dice un
eletto di Scelta Civica.
L’elezione di Pietro Grasso alla presidenza del Senato sblocca lo stallo istituzionale, e in molti, tra i tre soggetti interessati, vedono ora un po’ più possibile arrivare alla formazione del governo.
E con una maggioranza piena anche senza il Pdl: 161 senatori, contando i 122 di Pd-Sel, i 22 di Monti per l’Italia, e i 17 della Lega.
Senza contare i segnali di cedimento nel monolite a Cinque Stelle.
Peraltro, con i grillini magari fuori dall’Aula al momento della fiducia, basterebbe anche un voto d’astensione dei leghisti per garantire il numero legale e dunque il via libera al governo.
Si ragiona così, a tarda sera, dopo una delle giornate politiche più difficili da dopo le elezioni.
L’elezione di Grasso passata per un filo, i grillini che si spaccano, il Pd che naviga a vista con Bersani e Berlusconi che come un falco attende il momento giusto per attaccare.
E, casomai, spingere verso un ritorno alle urne.
Giornata campale. Ma la democrazia partecipata è una fatica.
“Certo, è stato stressante, ma è la democrazia…”. E’ forse tutta in queste parole di Bartolomeo Pepe, senatore campano del Movimento 5 stelle, la sintesi della giornata più difficile soprattutto per i neo eletti di Beppe Grillo, divisi e nervosi alla prima scadenza parlamentare seria e alla prima mossa politica del Pd pensata probabilmente anche per metterli in difficoltà : la candidatura di Piero Grasso, ex procuratore nazionale antimafia, alla presidenza del Senato.
E la cosa, puntualmente, è accaduta.
Lo stesso Pepe ha poi pubblicato su Facebook un post inequivocabile. “Amici: Libertà di voto. Senza contrattazioni e senza trucchi. Borsellino ci chiede un gesto di responsabillità e noi non siamo irresponsabili”.
Qualcuno gli ha dato retta, in coscienza. E il risultato ha pagato.
La riunione dei ‘grillini’, quella determinante prima del voto, è stata dura.
E nonostante il lavoro severo dei commessi di palazzo Madama per tenerli a distanza, i cronisti hanno potuto distintamente sentire qualche urlo che ha trapassato le porte, compreso questo: “Io un mafioso al Senato non lo voto”, segno che la sfida tra Grasso e il presidente uscente Renato Schifani, siciliano anche lui, non ha lasciato affatto indifferenti tutti i ‘cittadini’ a 5 stelle.
Alla fine divisi nel voto per alzata di mano: “Si è deciso a maggioranza”, ha ammesso uno di loro.
Anche in aula, dopo, si sono mostrati piuttosto sfilacciati, e impegnati in capannelli di discussione separati, segno di una divisione che ha lasciato qualche strascico anche umano.
Una mossa che ha la sua genialità , quella di Bersani (“Quando si vuole, si può”, ha gioito il segretario Pd), anche se il messaggio che è arrivato poi dal voto sulla Boldrini (le sono mancati in totale una ventina di voti) ha fatto capire che la resa dei conti dentro il Nazareno è solo rimandata di qualche giorno, non di più.
Il segretario del Pd, con questa scelta, voleva anche “stanare i grillini” e quanto è accaduto nel pomeriggio al Senato ha fatto chiaramente capire che è stata la mossa giusta.
Ora, però, si apre una partita davvero complicata.
Nella mente di Napolitano, dopo che la Camera e il Senato avranno chiuso tutti gli adempimenti rituali (l’insediamento delle commissioni, le nomine dei relativi presidenti, ma anche l’elezione dei vicepresidenti delle Aule e quello delle cariche “amministrative”, come segretari d’aula e i questori) si dovrà fare il più presto possibile per aprire le consultazioni.
Si parla del 20 marzo (mercoledì) come data di inizio. E la confusione regna ancora sovrana.
La “vittoria” di Bersani portata a casa con le nomine di Boldrini e Grasso, certamente farà sì che il primo incarico per tentare di formare il governo sia dato proprio al segretario Pd.
Poi, però Napolitano potrebbe scegliere di dimettersi. E c’è già una data che circola, quella del 6 aprile, ossia qualche settimana prima della scadenza naturale del 15 maggio.
Il ragionamento del Capo dello Stato è semplice; non potendo sciogliere le Camere in caso di fallimento di Bersani (ma anche di un possibile fallimento di un successivo governo istituzionale, presieduto proprio da Piero Grasso) è preferibile lasciare al successore l’onere del portare di nuovo ad elezioni il Paese in tempi rapidi.
Per non lasciare troppo tempo all’incertezza.
L’elezione del nuovo capo dello Stato, dunque.
E’ questo il nodo, la partita vera e determinante che le forze politiche stanno già giocando da giorni.
Con la nomina di Grasso e Boldrini, Bersani si sarebbe preclusa la possibilità di indicare una personalità di area per il Colle — almeno secondo la prassi — lasciando di fatto campo libero al centrodestra per un loro candidato.
Forse Gianni Letta, forse anche Massimo D’Alema, ora impegnato in una partita tutta personale, forse un outsider.
Berlusconi (lo ha detto chiaramente in più occasioni) punta ad avere al Colle una personalità che lo tuteli dal punto di vista giudiziario.
Con un salvacondotto sembra improbabile, ma si sa che il Cavaliere punterebbe alla nomina a senatore a vita, questione al momento fuori discussione, ma lui ci crede.
I suoi più fedeli scudieri ragionano sul fatto che “non si può pensare di avere tutte le principali cariche istituzionali alla fine vadano a sinistra e a noi non resti che tremare per Berlusconi che può finire fuori dai giochi per una condanna definitiva (processo Mediaset,ndr) vogliamo essere determinanti per la nomina del prossimo Capo dello Stato”.
Qualcuno sussurra che il nome di Piero Grasso per il Colle piacerebbe anche a Berlusconi che si è sentito riconoscere proprio dal procuratore antimafia, in tempi non sospetti, l’alloro di “governo che ha fatto di più contro la lotta alla mafia”.
Una frase che suscitò polemiche, ma che ora potrebbe fare la differenza nella scelta del centrodestra.
Anche se il cavaliere ha sempre il solito nome nel cassetto: Gianni Letta.
Comnque, la partita del Quirinale è aperta:
“Da lì passa tutto”, spiega un altro montiano.
“Se riusciamo a ‘imporre’ al Pd un presidente che ha a cuore la durata della legislatura e non uno che abbia il ‘mandato a sciogliere’, allora vorrebbe dire che è possibile un’intesa”.
Tradotto, “Prodi significa voto, D’Alema magari no…”.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
UN RITORNO ALLA PASSIONE POLITICA RIVOLTO ALLA DIFESA DEI PIU’ DEBOLI
Care deputate e cari deputati,
permettetemi di esprimere il mio più sentito ringraziamento per l’alto onore e la responsabilità che comporta il compito di presiedere i lavori di questa Assemblea.
Vorrei, innanzitutto, rivolgere il saluto rispettoso e riconoscente di tutta l’Assemblea e mio personale al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Applausi — I deputati si levano in piedi), che è custode rigoroso dell’unità del Paese e dei valori della Costituzione repubblicana.
Vorrei, inoltre, inviare un saluto cordiale al Presidente della Corte costituzionale e al Presidente del Consiglio. Faccio a tutti voi i miei auguri di buon lavoro, soprattutto ai più giovani, a chi siede per la prima volta in quest’Aula (Applausi).
Sono sicura che, in un momento così difficile per il nostro Paese, insieme riusciremo ad affrontare l’impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane.
Vorrei rivolgere, inoltre, un cordiale saluto a chi mi ha preceduto, al Presidente Gianfranco Fini, che ha svolto con responsabilità la sua funzione istituzionale (Applausi).
Arrivo a questo incarico dopo avere trascorso tanti anni a difendere e a rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. È un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera. Farò in modo che questa istituzione sia anche il luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno (Applausi)
Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Dovremo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà , e non contro i poveri. In questa Aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella Pag. 35capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno. Questa Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà , costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia (Applausi).
Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore (Prolungati applausi), ed è un impegno che fin dal primo giorno affidiamo alla responsabilità della politica e del Parlamento.
Dovremo stare accanto a chi è caduto senza trovare la forza o l’aiuto per rialzarsi, ai tanti detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante (Applausi), come ha autorevolmente denunziato la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.
Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di smarrire perfino l’ultimo sollievo della cassa integrazione, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato (Applausi), ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana (Applausi) e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce ogni giorno gli effetti della scarsa cura del nostro territorio (Applausi).
Dovremo impegnarci per restituire fiducia a quei pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti (Applausi).
Dovremo imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la ricchezza interiore e inesplorata di un disabile.
In Parlamento sono stati scritti questi diritti, ma sono stati costruiti fuori da qui, liberando l’Italia e gli italiani dal fascismo (Prolungati applausi).
Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e per questa democrazia. Anche con questo spirito siamo idealmente vicini a chi oggi, a Firenze, assieme a Luigi Ciotti, ricorda tutti i morti per mano mafiosa (Prolungati applausi). Al loro sacrificio ciascuno di noi e questo Paese devono molto. E molto, molto, dobbiamo anche al sacrificio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta (Applausi), che ricordiamo con commozione oggi, nel giorno in cui cade l’anniversario del loro assassinio.
Questo è un Parlamento largamente rinnovato. Scrolliamoci di dosso ogni indugio nel dare piena dignità alla nostra istituzione, che saprà riprendersi la centralità e la responsabilità del proprio ruolo. Facciamo di questa Camera la casa della buona politica (Applausi), rendiamo il Parlamento e il nostro lavoro trasparenti, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani (Prolungati applausi).
Sarò la Presidente di tutti, a partire da chi non mi ha votato. Mi impegnerò perchè la mia funzione sia luogo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese. L’Italia fa parte del nucleo dei fondatori del processo di integrazione europea. Dovremo impegnarci ad avvicinare i cittadini italiani a questa sfida, a un progetto che sappia recuperare per intero la visione e la missione che furono pensate con lungimiranza da Altiero Spinelli (Applausi). Lavoriamo perchè l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, appunto un luogo della libertà , della fraternità e della pace.
Anche i protagonisti della vita spirituale e religiosa ci spronano ad osare di più. Per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice (Generali applausi), venuto emblematicamente dalla fine del mondo.
A Papa Francesco il saluto carico di speranza di tutti noi.
Consentitemi un saluto anche alle istituzioni internazionali, alle associazioni e alle organizzazioni delle Nazioni Unite, in cui ho lavorato per 24 anni, e permettetemi, visto che questo è stato fino ad oggi il mio impegno, un pensiero per i molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce (Applausi).
Un mare che dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni.
Sento forte l’alto richiamo del Presidente della Repubblica all’unità del Pag. 36Paese. Un richiamo che quest’Aula è chiamata a raccogliere con pienezza e convinzione. La politica deve tornare ad essere una speranza, un servizio, una passione (Prolungati applausi).
Stiamo iniziando un viaggio, oggi iniziamo un viaggio: cercherò di portare, assieme a ciascuno di voi, con cura e umiltà , la richiesta di cambiamento che alla politica oggi rivolgono tutti gli italiani, soprattutto i nostri figli.
Grazie
Laura Boldrini
argomento: Parlamento | Commenta »