Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
I PREZZI AL RIBASSO SPIAZZANO BCE E FED, IMPEGNATE CONTRO LA DEFLAZIONE
Perchè la svalutazione dello yuan cinese preoccupa così tanto il mondo? 
Non è tanto il fatto in sè, quanto l’impressione che i governanti della Cina siano in difficoltà . In una economia globale che stenta a trovare le energie per una crescita robusta, se un peso massimo come la Cina invece di cooperare cerca di scaricare i suoi problemi sugli altri, sono guai per tutti.
In che senso la Cina vuole scaricare i suoi problemi sugli altri?
Le tre grandi banche centrali del mondo avanzato, Federal Reserve americana, Bce, Banca del Giappone, stanno impegnando tutte le loro forze nella lotta contro la deflazione. Ritengono che prezzi fermi o in ribasso ostacolino la ripresa dell’economia, dunque cercano di creare aspettative di rialzo. Se la Cina, numero uno del commercio mondiale, annuncia che i prezzi delle sue merci si muovono al ribasso esercita una potente spinta in senso contrario.
Lo yuan più debole significa anche che per i cinesi i prodotti stranieri diventeranno più cari. Le esportazioni europee saranno danneggiate?
In sè i numeri per ora non sono preoccupanti. Lo yuan in due giorni si è svalutato poco meno del 4% dopo che si era apprezzato del 15% nei dodici mesi precedenti, dunque è prematuro fasciarsi la testa; ogni conto su meno esportazioni europee in Cina o più importazioni di merci cinesi in Europa è aleatorio. La Repubblica popolare assorbe solo il 6% dell’export tedesco e il 3% circa di quello italiano. Certo che altre valute asiatiche, come già subito quella del Vietnam, vadano a loro volta al ribasso una influenza la può avere. Ma la strombazzata «guerra delle monete» è improbabile: una rapida discesa dello yuan metterebbe in moto una fuga di capitali all’estero. Questo sarebbe molto pericoloso per il sistema finanziario cinese che è già molto fragile. Ciò che i mercati temono in questi giorni è piuttosto il rischio che dentro la Cina qualcosa vada storto. Ovvero, che all’economia mondiale venga a mancare il contributo della crescita di un Paese tanto grande.
Già c’era stato il crollo della Borsa di Shanghai, in luglio… Al quale pure il governo cinese aveva reagito in modo nervoso, con un assurdo tentativo di sostenere artificialmente le quotazioni. Negli anni passati, la leadership di Pechino si era mostrata molto abile nel reagire alle novità ; ripeteva di sapere benissimo che il pianeta è troppo piccolo perchè un Paese enorme come la Cina possa indefinitamente svilupparsi solo esportando. Lo sforzo per investire sul futuro ha ormai raggiunto i suoi limiti: grattacieli per uffici vuoti, autostrade con poco traffico, fabbriche che non sanno a chi vendere se il potere d’acquisto della popolazione non aumenta. Ma la grande svolta verso una crescita affidata ai consumi interni si è rivelata ardua; tutta una struttura di potere consolidatasi negli anni resiste all’aumento dei salari che sarebbe necessario. Così l’economia rallenta sempre più e nasce la tentazione di tornare indietro, ad esempio svalutando la moneta.
Il governo di Pechino si giustifica sostenendo che ha solo cominciato ad adeguare il cambio al mercato, perchè vuole che lo yuan sia riconosciuto come moneta mondiale. E’ vero?
Solo in piccola parte. La moneta cinese, ufficialmente chiamata Renminbi, non è convertibile (non si può comprare e vendere liberamente, al contrario di dollaro, euro, sterlina, yen giapponese) e questo rappresenta un freno al ruolo della Cina nell’economia mondiale. Logico che il governo di Pechino voglia cambiare. Ma il Fondo monetario internazionale, che all’inizio dell’anno prossimo dovrà discutere se riconoscere lo yuan come valuta di riserva, ha accolto le decisioni dell’altro ieri con grande cautela.
Stefano Lepri
(da “la Stampa“)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA VERA MINACCIA PER L’ITALIA NON ‘ IL CAMBIO, MA LO STOP DELL’ECONOMIA DI PECHINO
Mentre la Cina prova a mettere il turbo alle proprie esportazioni svalutando ancora la propria moneta, per la terza volta in tre giorni, dall’altra parte del globo crescono le inquietudini sull’impatto che lo scossone asiatico potrà avere sulle economie europee.
Per l’Italia le turbolenze sullo yuan arrivano a ridosso di un appuntamento con un dato molto atteso, quello sulla crescita registrata dall’Istat nel primo trimestre, che anche se ovviamente non sconta in alcun modo gli eventi degli ultimi giorni, potrebbe quantomeno già dire se l’obiettivo di crescita del Pil fissati per quest’anno, +0,7%, sia ancora a portata di mano.
Cina permettendo, visto che dal Tesoro si registra una certa apprensione sulle conseguenze impreviste che le turbolenze potrebbero avere sulla nostra ripresa.
“Non c’è dubbio cje quanto accade in Cina parla all’Italia e desta preoccupazione”, ha spiegato a Repubblica il viceministro dell’Economia Enrico Morando.
Niente panico, sintetizzano gli addetti ai lavori. Non sono le manovre sul cambio a doverci impensierire.
“Siamo focalizzati sulla svalutazione ma il vero problema è l’andamento dell’economia cinese che mostra già da tempo segnali di debolezza”, spiega ad Huffpost Luca Mezzomo responsabile analisi macroeconomica della direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo.
“Il commercio estero sta registrando una forte contrazione e stava già generando effetti negativi anche su Europa e Italia”.
Quanto alle svalutazioni degli gli ultimi giorni però i timori sono contenuti.
“La variazione non è preoccupante, stiamo parlando di una svalutaizone del 4,5% sul dollaro, che va a riassorbire il rafforzamento del remminbi (lo yuan ndr) che si era realizzato nell’anno precedente”, spiega Mezzomo.
“Gli interventi sul cambio avranno poco effetto, anche nei settori che sono stati maggiormente colpiti in Borsa,non penso che porteranno a grosse variazioni nei volumi di vendita”.
La vera paura, come detto, è altrove.
“Quello che si sta avverando è una crisi delle prospettive dell’economia cinese. Ci si era abituati a ritmi di crescita alti, ora si è cominciato a capire che anche al Cina si sta muovendo ai ritmi di sviluppo delle economie avanzate”. Non solo.
“Viviamo una fase di passaggio con un problema di instabilità finanziaria. È la prima volta che la Cina si trova a fronteggiare un eccesso di indebitamento, che parte dal 2007 nel settore privato. Ci sono problemi strutturali che devono essere affrontati e c’è incertezza da parte delle autorità su come gestirli”.
Sono quindi i timori di una Cina che rallenti la propria corsa a dover impensierire le nostre aziende, come già ha evidenziato in mattinata anche dalla Bce, secondo cui – si legge nei verbali del Consiglio di luglio, ovvero settimane prima della svalutazione, gli sviluppi finanziari in Cina “potrebbero avere un impatto negativo maggiore del previsto, dato il suo ruolo importante nel commercio globale”.
“Il nostro Paese è prevalentemente esportatore e le nostre esportazioni sono fatte principalmente da imprese piccole e medie e una svalutazione porta un ritorno in termini di minore competività , mette in guardia ad Huffpost l’ad di Invitalia Domenico Arcuri, anche membro della Fondazone Italia-Cina.
“Le nostre Pmi però sono dinamiche e sono in grado di reagire, saranno in grado di ovviare in tempi ragionevoli ai problemi causati dagli eventi di questi giorni”.
“Peraltro – prosegue Arcuri- si verifica anche un interessante paradosso: economie come quella europea che si sono fondate per anni sulle svalutazioni, ora che non sono più in grado di farlo si trovano ad essere colpiti dalla stessa arma che hanno usato per decenni”.
Ma sui rischi per la nostra già fragile ripresa anche Arcuri è ottimista: “Dire che cresceremo di meno perchè la Cina ha svalutato mi sembra prematuro”.
Giudizio condiviso anche dal direttore generale dell’Ice Roberto Luongo. “Non vedo un rischio immediato per le imprese italiane. Se si dovessero protrarre queste svalutazioni competitive o se ci fosse un forte rallentamento dell’economia cinese questo sarebbe preoccupante. Queste svalutazioni per ora sono assorbili”, ha detto in una intervista all’Adnkronos
Cina o non Cina, un primo segnale chiaro se il nostro Paese sia o meno sulla buona strada per centrare gli obiettivi del Def arriverà venerdì mattina dall’Istat.
“Per quello che si è visto fino ad ora il secondo semestre è stato positivo per la Spagna e persino per la Grecia, anche se bisognerà capire meglio perchè”, spiega ad Huffpost Francsco Daveri, ordinario di Economia all’Università Cattolica e docente alla Bocconi.
“Anche se la produzione industriale ha frenato mi aspetto un dato positivo, simile o migliore a quello registrato nel primo trimestre, quindi intorno al +0,3%”.
Un buon dato al giro di boa che consentirebbe di agganciare l’obiettivo fissato dal governo. “Come spiegherò in una articolo su lavoce.info, per centrare lo 0,7% serviranno lo 0,4% nel terzo trimestre e il +0,3% nel quarto trimestre”.
Quanto alla Cina, le imprese italiane possono dormire sonni relativamente tranquilli.
“Alcune delle imprese italiane di punta, come quelle del lusso, sono state più colpite da altre mosse del governo cinese, più che dalla svalutazione. Penso alla battaglia alla corruzione ad esempio, con cui si combatte un uso improprio di soldi che non vengono contabilizzati e che spesso venivano utilizzati per consumi opulenti”, spiega ancora Daveri.
“Rispetto alle nostre esportazioni in Cina, rappresentano meno del 7% del totale, un dato molto basso se confrontato con il resto dei Paesi europei o gli Stati Uniti. Non dobbiamo proeccuparci”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL “COMUNISTA PADAGNO” CHE DA’ DEL COMUNISTA AGLI ALTRI: SOLO DEI CAZZARI DI DESTRA POSSONO DAR CREDITO A UN POVERACCIO CHE PIAZZA LE MOGLI A SPESE DEI CONTRIBUENTI E PRENDE 15.000 EURO DA QUELLA UE CHE SCHIFA A PAROLE
Rispolvera l’insulto preferito da Silvio Berlusconi e ritorna alle sue origini, quando bazzicava nei
centri sociali milanesi dove non se lo filava nessuno, ma la birra era a buon prezzo e i rutti erano compresi nella consumazione.
È un Matteo Salvini formato Arcore quello che, in un’intervista al Corriere della Sera, si lascia scappare l’appellativo di “vescovo comunista” per monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei.
Galatino aveva definito Salvini per quello che è: un “piazzista da 4 soldi“, accusandolo di fare “chiacchiere da bar che rilanciate dai media rischiano di provocare conflitti“a proposito dell’accoglienza degli immigrati e chiedendo quanti poveri lui ospiti a casa sua (ovviamente zero)
Apriti cielo: abituato a insultare tutti, salvo scappare a gambe levate quando qualcuno lo va a cercare, ecco l’eroe padagno sproloquiare su un uomo di Chiesa con le palle, quelle che mancano a lui.
“Conosco uomini di Chiesa che non la pensano come questo vescovo comunista”: il che fa pure ridere detto da uno che aveva presentato al congresso della Lega una lista denominata “Comunisti padani” con esito peraltro tragico.
Ma il poveraccio un risultato, a furia di scodinzolare per i corridoi di via Bellerio, l’aveva ottenuto: ottenere uno stipendio, prima da consigliere comunale, poi parlamentare europeo, poi italiano e poi ancora europeo.
Per uno che è stato 14 anni fuoricorso all’università e non ha mai fatto un cazzo in vita sua un bel traguardo.
Venti anni che vive a spese dello Stato, uno dei più longevi tromboni della politica italiana.
E’ pure riuscito a piazzare la prima moglie in Comune e la seconda in Regione: assunzione per chiamata diretta, senza concorso.
Per casi simili altri rischiano la galera, ma lui ha l’immunità padagna e la scorta al seguito.
Era comunista, poi bossiano, poi padagno, poi antiterroni, poi secessionista, poi con Maroni, a seconda di dove girava il vento: una vita a corte senza accorgersi che in Lega rubavano a più non posso, una garanzia per il governo dell’Italia.
E una pletora di cazzari di destra, quelli che parlano di legalità (solo per gli altri) che gli leccano il culo per un posto in lista o in qualche partecipata.
Lui si gode il momento sparando dieci cazzate al giorno: a Renzi fa comodo una macchietta da avanspettacolo che blocchi la destra al 20%, impedendole di tornare mai al governo.
Alla fine ci voleva un uomo di Chiesa per dire quello che milioni di italiani di destra vera pensa.
“Padagna is not Italy”: siamo d’accordo, fuori dai coglioni.
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
SILVIO PRONTO A UN NAZARENO BIS, MA VUOLE UN IMPEGNO DA RENZI
Stretta sulle intercettazioni, limiti alla carcerazione preventiva, separazione delle carriere dei magistrati e cambio sulla formazione dei collegi giudicanti.
Le condizioni di Silvio Berlusconi per tornare al tavolo delle riforme con il Pd e pensare a un patto del Nazareno bis passano per il suo tallone d’Achille: la riforma della giustizia.
Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, l’ex Cavaliere sarebbe pronto a rimettersi alle spalle il gran tradimento di febbraio dell’elezione del presidente della Repubblica a patto che Matteo Renzi sia disposto a quattro interventi mirati.
Italicum, elezione diretta del Senato e altri dettagli importano poco, il leader di Forza Italia ha altre richieste in testa.
Nella lista ci sono: un intervento per limitare la pubblicazione e l’utilizzo delle conversazioni nelle indagini, tema di cui il governo ha già intenzione di occuparsi; il ricorso al carcere preventivo solo nei casi di reati considerati “gravi”; la creazione di due Consigli superiori della magistratura, uno per chi giudica e uno per chi indaga; infine un intervento sui criteri di formazione dei collegi giudicanti.
La bozza della proposta è circolata tra alcuni fedelissimi e incaricato della trattativa è, scrive il Corriere, il capogruppo azzurro al Senato Paolo Romani. In vacanza a Forte dei Marmi, abbastanza vicino geograficamente al segretario Pd per non destare troppi sospetti nei suoi spostamenti, è il portavoce incaricato di ridare il via alle danze. Berlusconi ha visto che l’aria era cambiata dopo l’elezione di Monica Maggioni alla presidenza della Rai: l’accordo tra Renzi e Fedele Confalonieri per il via libera al nome proposto a sinistra ha dimostrato che il dialogo non solo è possibile, ma serve a entrambi.
Mentre la politica sotto l’ombrellone minaccia rappresaglie e barricate al rientro in Parlamento, Renzi cerca i voti che gli serviranno per far approvare la riforma del Senato a settembre. Minoranza Pd, Sel, M5S, Lega Nord e Forza Italia hanno la possibilità di far saltare il banco se compatti chiederanno l’elezione diretta della seconda Camera e il presidente del Consiglio sa che per farcela dovrà trovare una mediazione o almeno un accordo.
“Ci auguriamo un approfondimento politico di Forza Italia per recuperare un legame che serve al Paese”, ha detto il capogruppo Pd Ettore Rosato.
“Aspettiamo pazienti”, ha ribadito il vicesegretario Lorenzo Guerini.
I democratici guardano a Forza Italia e ignorano la sinistra Pd: gli azzurri quella riforma l’hanno già votata una volta, prima che saltasse tutto, e potrebbero essere la sponda che richiederà meno compromessi sul testo.
Anche perchè Berlusconi ha in mente altro.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
E SI “SCOPRE” CHE META’ DELLE SECONDE CASE SONO AFFITTATE IN NERO
Affitti per le case in nero, vendite senza fatture, benzinai che truccano i conti del distributore e
prodotti falsificati venduti in ogni angolo delle località di villeggiatura. La retata estiva della Guardia di Finanza ha finora portato a 676 denunciati, 12 arresti e alla scoperta di sei opifici illegali.
Sono stati controllati 905 distributori stradali di carburante in tutto il territorio nazionale.
Più di 200 le violazioni contestate, tra cui quasi 80 alla disciplina sui prezzi con sanzioni amministrative a carico dei gestori degli impianti.
Nei casi più gravi, invece, 24 responsabili sono stati denunciati alle Procure della Repubblica insieme al sequestro di oltre 354mila litri di prodotti petroliferi.
Le attività ispettive si svolgono attraverso il riscontro del carburante erogato con l’importo pagato dagli utenti, mediante verifiche sulla qualità dei prodotti per individuare miscelazioni abusive con sostanze dannose per gli autoveicoli e controlli sul rispetto della disciplina dei prezzi.
I controlli in corso nelle aree costiere, balneari e montane sono indirizzati anche a tutela delle imprese regolari. Oltre 1.400 i venditori e gli esercenti che, seppure in possesso delle prescritte autorizzazioni, non hanno rispettato gli obblighi fiscali risultando, quindi, evasori totali.
Nei loro confronti, i reparti della Guardia di Finanza hanno avviato specifici approfondimenti operativi finalizzati alla corretta individuazione del giro di affari nascosto al fisco.
Oltre 1.300 sono, invece, i lavoratori ‘in nero’ individuati, tra cui 13 minori.
Infine, sono stati eseguiti 500 interventi a contrasto degli affitti irregolari di seconde e terze case nelle principali località di villeggiatura; violazioni sono state riscontrate nella metà dei casi.
Il piano operativo dei controlli proseguirà per tutto il periodo estivo.
(da agenzie)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO DELLA CORTE DEI CONTI SUGLI ENTI PUBBLICI
Quattordici miliardi di spesa in più in soli tre anni per carta, bollette e benzina, dai 121,1 miliardi del 2011 ai 135,3 del 2014.
Stando ai dati contenuti nella relazione della Corte dei conti sugli andamenti della finanza territoriale, consultati dall’Adnkronos, la macchina pubblica in alcuni settori anzichè risparmiare negli ultimi anni ha sensibilmente aumento le proprie spese.
A lievitare sono state soprattutto le spese di beni e servizi delle aziende sanitarie, arrivate a 78,5 miliardi (+17,3%) e degli enti locali, che hanno raggiunto i 33,9 miliardi (+11,5%).
Dalle tabelle della magistratura contabile emerge che il totale dei pagamenti effettuati dalle strutture pubbliche negli ultimi anni è aumentato in modo costante, arrivando a 838,1 miliardi lo scorso anno.
Rispetto a tre anni prima l’incremento è stato di 25,5 miliardi (+3,1%).
Anche la spesa per beni e servizi ha registrato un costante incremento (+5,7% nel 2012, +4,2% nel 2013 e +1,5% nel 2014), con delle differenze tra le varie amministrazioni.
Gli enti locali hanno visto aumentare le proprie ogni anno, anche se con percentuali molto differenti: +1,4% nel 2012, +9,5% l’anno successivo e +0,4% nel 2014.
Le aziende sanitarie hanno ‘copiato’ il trend ascendente di comuni e province: si è infatti registrata una crescita del +6,2% del 2012, del +6,3% nel 2013 e infine del 3,9%.
Le regioni hanno invece alternato una riduzione del 12,5% nel 2012, a un aumento del 16,9% per poi scendere di nuovo del 13,9% lo scorso anno, fermandosi a 2,7 miliardi.
Gli enti previdenziali, dopo un anno di incremento della spesa +4,6% nel 2012) e uno di variazione minima (+0,2% nel 2013), nel 2014 hanno ridotto i pagamenti del 4,5% fermandosi a 2 miliardi.
Il settore statale, infine, nel 2012 aveva registrato un incremento della spesa del 19,7%, che negli anni successivi si è ridotta del 17,5% e del 4,1%, fermandosi a 13,3 miliardi.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
SYRIZA SI SPACCA ANCORA, ATENE VOTA IL PIANO DI SALVATAGGIO
Il Pil greco cresce a sorpresa nel secondo trimestre con un +0,8% sui 3 mesi precedenti messo a
segno nonostante il durissimo negoziato con i creditori e malgrado le attese di una flessione dello 0,5% da parte degli economisti.
Su base annua l’incremento è del 1,5%.
L’istituto statistico ha anche rivisto in meglio le stime per i primi 3 mesi dell’anno, in stagnazione rispetto al -0,2% stimato in precedenza.
I parlamentari greci hanno cominciato a discutere nelle commissioni parlamentari il nuovo accordo con i creditori internazionali che questa sera sarà poi votato dall’assemblea parlamentare.
“Il calendario è serrato e siamo costretti a questa procedura di emergenza”, ha detto Gerasimos Balaouras, deputato di Syriza, avviando la discussione.
Il deputato ha ricordato che la Grecia deve rimborsare giovedì prossimo 3,4 miliardi di euro alla Bce e punta, con il voto sul terzo piano di salvataggio del paese, a ottenere una prima rata degli aiuti, che oscillano tra gli 80 e gli 86 miliardi di euro nei prossimi tre anni.
Dopo le commissioni parlamentari, il disegno di legge sarà discusso in seduta plenaria con i 300 parlamentari, con il voto previsto in tarda serata.
Il governo di Alexis Tsipras dovrebbe ottenere l’approvazione del piano grazie anche ai 106 voti dei principali partiti di opposizione, ma sarà chiamato di nuovo a confrontarsi con l’ala minoritaria del suo partito, contraria alle nuove misure di austerità , con diverse defezioni tra i deputati di Syriza, come già avvenuto nelle scorse votazioni di luglio.
Il portavoce del governo di Atene non esclude un voto in autunno.
“È noto – afferma in un’intervista televisiva – che alcuni parlamentari di Syriza non voteranno a favore dell’accordo” e che “un governo che non ha una maggioranza per governare non può andare lontano”.
Sulle divisioni dentro Syriza il portavoce chiarisce che “è possibile che in futuro si possa cercare il modo di ottenere un nuovo mandato popolare… Questo accadrà quando avremo una valutazione sulla possibilità di indire nuove elezioni”. Tsipras ha già deciso che Syriza terrà un congresso straordinario dopo il dibattito parlamentare.
L’ex ministro dell’energia greco, Panagiotis Lafazanis, che guida l’ala radicale di Syriza, ha annunciato la creazione di un nuovo movimento politico anti-piano di salvataggio.
In un documento siglato da Lafazanis e da altri 11 esponenti del partito del premier Tsipras, i ribelli hanno preannunciato la creazione di “un movimento unitario che risponderà alla necessità della popolazione in termini di democrazia e giustizia sociale”.
La lotta contro il nuovo memorandum of understanding “inizia da subito con la mobilizzazione dei cittadini in tutti gli angoli del paese”.
Yanis Varoufakis, ex-ministro delle Finanze greco, continua a dire che non ci sono dubbi sul fatto che il nuovo piano di aiuti concordato da Atene con i creditori internazionali non è sostenibile: “non chiedete a me – ha detto in un’intervista alla Bbc – chiedete a Wolfgang Schaeuble, al board dell’Fmi, a chiunque ne capisca qualcosa dell’economia greca. Tutti vi diranno che l’accordo non può funzionare”.
Secondo Varoufakis, anche il suo successore alle Finanze, Euklidis Tsakalotos, è della stessa opinione. “Sono sicuro – ha previsto Varoufakis – che Schaeuble andrà al Bundestag e dovrà ammettere di fronte ai deputati che l’accordo non è sostenibile”.
Secondo il Financial Times, Wolfgang Schaeuble muoverà nuove obiezioni al terzo piano di salvataggio.
Nei giorni scorsi la Germania ha chiesto ad Atene di accettare un prestito ponte che consenta una negoziazione più accurata del nuovo piano di salvataggio, considerato da Berlino “insufficiente”.
Non è chiaro se una simile proposta verrà riproposta venerdì all’Eurogruppo. In ogni modo, secondo il Ft, Schaeuble, senza respingere quanto finora concordato tra Atene e i creditori, intende avanzare “alcune questioni aperte da indirizzare all’Eurogruppo”. Sono tre le sue principali obiezioni: la sostenibilità del debito greco, i possibili rinvii alle riforme e il ruolo del Fmi, che nei due precedenti salvataggi ha affiancato Bruxelles negli aiuti.
Schaeuble nota che alcune delle riforme concordate contengono alcuni rinvii ad ottobre e novembre per l’implementazione e altre “non sono ancora specificate”.
In un’intervista alla radio tedesca Deutschlandfunk il viceministro delle finanze tedesco, Jens Spahn, apre a una riduzione del debito greco, anche se continua a escludere un haircut.
“Quello che non è possibile è un haircut, ovvero rinunciare a una parte del debito, non previsto neppure dal trattato dell’Eurozona. Potrebbero esserci comunque riduzioni del debito attraverso un allungamento delle scadenze o periodi senza tassi di interessi, di questo si può parlare. L’abbiamo sempre detto”, ha affermato sottolineando “la grande disponibilità alle riforme e l’atteggiamento costruttivo” del governo greco che “si è dato molto da fare”.
Spahn ha comunque aggiunto che “la Grecia deve cambiare se vuole restare nell’Eurozona. E’ stato raggiunto molto, ma trovo del tutto naturale che si pongano domande e si valuti quanto realizzato” e come si voglia procedere, in particolare riguardo al fondo sulle privatizzazioni.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
TRA OLOGRAMMI, FORESTE E TANICHE DI BENZINA
L’hanno paragonato a una grande fiera. Del cibo soprattutto, perchè a Expo quello che non manca sono ristoranti, chioschi e baracchini.
Il gusto è soddisfatto, anche se col rischio di sborsare qualche euro di troppo.
Ma all’occhio cosa resta?
I più critici non ci vedono altro che un mega luna park costruito a suon di milionate di pubblico denaro.
O un susseguirsi ininterrotto di pro loco nazionali per autocelebrare il rispettivo paese.
Di certo una cosa colpisce, subito al di là del metal detector: la vastità dell’area, con un decumano lungo un chilometro e mezzo da percorrere tutto, dall’inizio alla fine.
Padiglioni a destra e a sinistra, da dove incominciare? Che cosa scegliere?
Ecco una breve guida del meglio e del peggio di Expo.
Dai grandi classici, che grazie al passaparola sono diventati i padiglioni che è quasi d’obbligo visitare. A quelli che boh, chissà perchè li hanno tirati su. Sempre che non siano così brutti che una visita la meritano proprio per questo.
I grandi classici
Il simil canyon progettato da Norman Foster per gli Emirati Arabi è uno dei più gettonati.
Al termine della visita un ologramma-bambina mostra a ritmo di rap tutta la sua preoccupazione per la scarsità delle risorse della Terra.
Un po’ di lavoro sul tema “nutrire il pianeta, energia per la vita” qui è stato fatto, un risultato per nulla ovvio a giudicare da molti altri padiglioni.
Sui contenuti hanno ragionato anche in Svizzera, dove quattro torri sono riempite di acqua, sale, caffè e mele, ma solo finchè i visitatori non avranno portato via tutto, visto che possono prendere quello che vogliono.
Apprezzato il Padiglione Zero, il primo che si incontra se si arriva in treno o metrò, con una mostra sulla storia dell’uomo in relazione al suo rapporto con il cibo.
Code per entrare tra le strutture di legno e le installazioni tecnologiche del Giappone, con la “diversità armoniosa” come idea ispiratrice.
Nessuno vuole poi rinunciare a una camminata sulla grande rete del Brasile: inutile chiedersi che c’entri con l’alimentazione, meglio stare attenti a non ruzzolare giù.
Un buon riparo dal caldo lo dà una passeggiata nella foresta ricreata dall’Austria.
E a proposito di alberi trapiantati a Expo, il Bahrain dà la possibilità di visitare dieci micro frutteti che dovrebbero dare prodotti diversi nei sei mesi dell’esposizione.
Non è certo un grande classico tra i padiglioni, anzi l’edificio anonimo passa piuttosto inosservato.
Ma chi non ha mai visto una pianta di papaya, la trova lì dentro insieme ai giuggioli, uno stimolo per farsi venire la curiosità di scoprire una volta per tutte perchè si dice “andare in brodo di giuggiole”.
Piace il Kazakistan, con la storia del paese raccontata per immagini da un’artista che disegna sulla sabbia e un corto in 3D che tra un effetto speciale e l’altro porta tutti nella capitale Astana per l’Expo 2017. Padiglione più incentrato su questo che sulla nutrizione, ma stavolta si può perdonare.
Ahimè, l’abito non fa il monaco
Dal decumano è uno dei padiglioni che si notano di più, con la sua distesa di fiori gialli e il tetto a onde di bambù. Così un salto in Cina sembra proprio vada fatto.
Solo che una volta dentro non c’è molto al di là di un campo con migliaia di “spighe” a led. Questioni alimentari che coinvolgono 1,4 miliardi di persone? Non pervenute.
Eppure lo spazio da riempire nel secondo padiglione per dimensioni era tanto. Bello grande è anche l’edificio della Thailandia.
Sarà che il paese ha le sue attrattive, sarà che i draghi dorati all’ingresso fanno già atmosfera, la voglia di entrare arriva quasi subito.
Bene, si viene condotti a gruppi in tre diverse stanze, ognuna con il suo video da guardare. Prima stanza, prima domanda: ma perchè? E ora la seconda: quando finisce?
Nella terza ecco la proiezione di un filmato sui progetti agricoli voluti dal re: la voce narrante si lascia andare a frasi del tipo “anche quando piove, sua maestà lavora per il popolo”.
Il brusio che sale appena il video termina è la risposta a tutte le domande.
Che c’azzecca con l’Expo?
La palma di questa categoria la vince senza dubbio il padiglione del Turkmenistan. Ad accogliere chi entra c’è una gigantografia del presidente Gurbanguly Berdimuhammedow e, più in là , due lunghi tappeti che pendono dal soffitto.
E l’esposizione? Taniche di olio per motori, ampolle con combustibili, modellini di aerei della compagnia di bandiera. In verità il tentativo di sviluppare il tema dell’Expo l’hanno pure abbozzato: ecco su alcuni scaffali la frutta, i biscotti e poi uno dei prodotti che a quanto pare è tra i più tipici del Turkmenistan: la pasta. Imperdibile.
Solo che la domanda “ma questo cosa c’entra con Expo?” viene da farsela anche in molti altri padiglioni.
Prendiamo la Moldavia. Un cartello informa che l’industria del vino impiega 250mila persone, certo. Poi però uno si trova di fronte a dei neon che rappresentano certe costellazioni “visibili solo in Moldavia”, a un prisma che riflette la luce del sole e a un video con danzatori in costumi tradizionali.
Embè
Lo stupore è analogo davanti al mega schermo della Romania, o ai video dell’Irlanda, tanto per non allungare troppo l’elenco.
Proviamo con il Vietnam: a parte qualche statua esposta non è altro che una rivendita di souvenir. Idem dicasi per diversi paesi ospitati nei cluster, che alla tipologia negozio di prodotti locali alternano quella di ufficio di promozione turistica.
Ma a non demordere qualche soddisfazione arriva lo stesso, come quando ci si imbatte nella Corea del Nord (cluster delle Isole), per un assaggio del regime di Pyongyang, con tanto di raccolte di francobolli.
Expo tecnologico
Caratteristica comune a molti padiglioni è l’utilizzo di trovate tecnologiche e installazioni interattive per la fruizione dei contenuti.
Applauditi i due robot della Corea del sud che fanno roteare i loro schermi video mentre ‘danzano’ lungo una coppia di binari.
La Germania ha invece scelto di distribuire a ogni visitatore una ‘seedboard’, una sorta di tablet di cartone su cui nelle varie stazioni del padiglione vengono proiettati immagini e testi.
Da provare, anche se dopo un po’, chi fosse davvero interessato alle spiegazioni finisce per trovare il tutto troppo laborioso.
Riguardo ai messaggi, a volte possono far riflettere come quando informano che “degli alimenti venduti in Germania, uno su otto finisce nella spazzatura”, ma altre volte risultano piuttosto banali, come quando sottolineano che l’acqua è “necessaria per vivere”
A proposito di tecnologia, il Future food district è il supermercato del futuro allestito in una delle aree degli sponsor, quella della Coop: pannelli interattivi riportano provenienza e caratteristiche del prodotto da scegliere, mentre un braccio meccanico afferra una mela, la impacchetta e te la porge. Se fra qualche anno faremo la spesa così, si vedrà .
Per il momento vale la pena dare un’occhiata.
Una visita non si nega a…
Da non perdere il padiglione del Vino, uno degli spazi voluti dal nostro paese per celebrare le italiche virtù a tavola. Si trova poco prima di Palazzo Italia, lungo un cardo fin troppo ‘brandizzato’.
Al piano terra un piccolo museo, sopra una serie di erogatori messi in fila con stile che consentono di fare degustazioni scegliendo tra 1.300 etichette: una ‘biblioteca’ del vino, con catalogazione per regioni e i sommelier a dare consigli.
Nel padiglione del Belgio una vasca con dentro pesci mostra cosa sia l’acquaponica, un mix di agricoltura e allevamento: le sostanze di scarto dei pesci vengono filtrate da delle piantine, che ne traggono nutrimento, mentre l’acqua viene immessa nuovamente nella vasca a chiudere il ciclo.
Se poi si è arrivati fino in fondo al decumano, perchè non fare un salto nel padiglione del Qatar? Tanto per vedere come una terra desertica riesca a dare frutti.
Tra gli spazi delle onlus, infine, quello di Save the children consente di seguire la storia di un bambino che soffre la fame, mentre un erogatore spray dà la possibilità di sentire l’odore della guerra: un po’ troppo profumato forse, ma di sicuro effetto.
Un bambino a Expo
Chi di certo non si annoia a Expo sono i bambini. Hanno a loro disposizione uno spazio ‘ufficiale’, il Children park, con giochi e percorsi didattici, come quello che li porta a riconoscere l’odore di diverse erbe aromatiche.
Ma le opportunità per farli divertire sono anche altrove. Della rete del Brasile si è già detto.
Ci sono poi le altalene dell’Estonia, lo scivolo sul tetto della Germania, qualsiasi installazione interattiva. Fino al padiglione di uno degli sponsor, il produttore di macchine agricole New Holland: chi è mai salito su uno dei mezzi più grandi, la mietitrebbiatrice?
Ecco, qua si può fare, oppure anzichè stare fermi su quella vera si può andare avanti e indietro con il simulatore.
I re della notte
Ora che si è fatta sera un birra fresca ce la siamo meritata. Niente male bersela al ‘non padiglione’ dell’Olanda.
Qui è tutto all’aperto: i furgoncini che vendono street food, la mini ruota panoramica, il palco con Dj set o musica dal vivo.
L’atmosfera di vacanza all’estero è assicurata. Hanno un palco per spettacoli anche altri padiglioni, come quelli di Angola, Germania e Belgio.
A darsi da fare per attirare la movida ci sono pure Polonia e Slovenia. Occhio però a non farsi prendere troppo, che poi ci si scorda dell’appuntamento con l’Albero della vita.
Un peccato perdere il suo spettacolo di luci, acqua e suoni.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI E’ POSSEDUTO DA UN DEMONE CHE GLI FA DIRE E FARE COSE OPPOSTE A QUELLE CHE PREDICAVA
Chiamate padre Amorth, o chi per lui. 
Perchè per Renzi ormai ci vuole l’esorcista: è chiaro che il suo corpo è posseduto da un diavoletto che gli fa dire e soprattutto fare cose che il Matteo d’antan, quello che scaldava i cuori del popolo Pd e vinceva le primarie in carrozza (contro Gianni Cuperlo), non avrebbe mai detto nè fatto.
Anzi, avrebbe aborrito come tipiche della “vecchia nomenklatura” che lui voleva a tutti i costi “rottamare”.
L’ultima è la tirata in difesa della sua lottizzazione della Rai contro “questa retorica insopportabile della società civile da contrapporre al partito (come se il Pd fosse la società incivile).
Continuiamo con il meccanismo del passato per cui chi viene dai movimenti e dai girotondi è per definizione più bravo di chi sta nei circoli?”.
Pare quasi che il vecchio centrosinistra, gestito dai vari D’Alema,Fassino,Rutelli, Veltroni, Bersani ed Epifani, fosse infestato da esponenti dei movimenti e dei girotondi, insomma della società civile, piazzati dappertutto dal partito in odio al partito.
Forse ci siamo persi qualche passaggio: ma chi sarebbero, di grazia, i girotondini che hanno dominato il Pds-Ds-Margherita-Pd e tutto l’indotto statale e parastatale negli ultimi vent’anni?
Nanni Moretti è mai stato segretario del partito? O Paul Ginsborg premier? O Pancho Pardi presidente della Rai? O Paolo Flores d’Arcais ministro della Cultura?
Non risulterebbe proprio.
Nella Seconda Repubblica i politici hanno continuato imperterriti a fare ciò che facevano nella Prima, quando almeno c’era un Enrico Berlinguer, non proprio uno zuzzurellone, che denunciava — nell’intervista del 1981 a Eugenio Scalfari sulla questione morale — lo scandalo dei partiti: “Hanno occupato gli enti locali,gli enti di previdenza,le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università , la Rai, alcuni grandi giornali. Tutto è già lottizzato e spartito e tutto si vorrebbe lottizzare e spartire”.
E dal 2010 fu proprio Renzi a echeggiare quei concetti berlingueriani (e anche un bel po’ grillini) che erano musica per le orecchie della base e fumo negli occhi dei vertici. “Un partito democratico che funziona — diceva Matteo — dà spazio, dentro il suo corpo robusto, al protagonismo sia degli amministratori periferici sia della società civile” (29.5.2012).
“Io ho un’idea di partito che è mare e non stagno, non fatto da addetti ai lavori, ma da persone normali. Per me il partito deve essere qualcosa di leggero mentre il gruppo dirigente del Pd ha un’idea ottocentesca. Gli italiani ci chiedono qualcosa di diverso” (17.6.2012).
“I sindaci rappresentano oggi la frontiera più avanzata della società civile”(16.1.2014).
Un altro cavallo di battaglia popolarissimo erano le nomine, da farsi non più per tessera, ma per competenza. E, anche lì, società civile come se piovesse.
Alla Leopolda 2011 il professor Luigi Zingales denunciò la demeritocrazia italiota: “L’Italia è governata dai peggiori: l’80% dei manager dichiara che la prima strada per il successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza è solo quinta”.
E Renzi dietro: “Vogliamo un’Italia fondata sul merito, sulla conoscenza e non sulle conoscenze”.
Nell’aprile 2013 aggiunse, parlando di Finmeccanica: “Quante volte la politica ha messo nei cda gli amici degli amici, anzichè mettere persone competenti”.
Infatti poi a Finmeccanica ha piazzato l’amico Fabrizio Landi, imprenditore della sanità e leopoldista di quattro anni fa; all’Enel l’amico Alberto Bianchi, curatore delle Leopolde; alle Poste l’amica Elisabetta Fabbri, albergatrice; alle Fs Simonetta Giordani, leopoldista annata 2011; al Demanio Roberto Reggi, amico suo; e all’Eni addirittura tre amici: Diva Moriani, braccio destro di un finanziatore della Leopolda, Marco Seracini, presidente del collegio sindacale di Stazione Leopolda srl e — ma tu guarda — Zingales (poi prontamente fuggito).
Più che le conoscenze, conta la conoscenza: di Renzi.
Su Viale Mazzini, poi, il Rottamatore pontificava: “Via i partiti dalla Rai, via dalle nomine nei Cda. L’ho detto a Servizio Pubblico, ma lo diciamo fin dalla Leopolda” (19.4.2012).
“Costi quel che costi, io ho intenzione di togliere la Rai ai partiti.Se siamo rottamatori vuol dire che lo siamo non per finta. Io non ho mai parlato con i vertici Rai e trovo folle che ora si pensi che la Rai sia nelle mani del Pd. La Rai non è nè dei sindacalisti nè dei candidati dei partiti che mettono bocca sui nomi anche delle ultime nomine” (16.5.2012).
“Quando scelgo una persona, cerco di metterla competente,svincolata dalle tessere del partito, capace di fare le cose che deve fare” (18.6.2012).
“Il Pd deve tener fuori l’interesse del singolo partito e portare dentro la Rai politica con la P maiuscola. Una sfida alta,senza interessi di bottega, superando il piccolo cabotaggio di quei politici che cercano di avere un servizio in più nel tg regionale delle 22” (14.4.2014).
“Niente paura. Il futuro arriverà anche alla Rai. Senza ordini dei partiti. Io non ho mai incontrato nè il presidente nè l’Ad della Rai. Voglio che sia di tutti e non dei partiti, perciò non metterò mai bocca su palinsesti, conduttori e direttori,ma anche la Rai deve fare la sua parte in questa operazione di redistribuzione” (13.5.2014).
“Fuori i partiti dalla Rai, mai più nomine politiche. In passato i partiti hanno già messo troppo bocca sulla Rai. Io invece non metterò mai il mio partito nelle condizioni di prendere decisioni sulla Rai” (19.5.2014).
“A quelli che vogliono fare carriera in Rai dico : state lontani da me perchè in questi termini non conto niente…” (1.6.2014).
“La Rai va tolta ai partiti per ridarla al Paese” (30.7.2014).
“La Rai non è il posto dove i singoli partiti vanno e mettono i loro personaggi, ma è un pezzo dell’identità culturale ed educativa del Paese” (22.2.2015).
Ora, alla Rai, ha sistemato il suo ghost writer Guelfo Guelfi, l’ex segretaria di Orfini, Rita Borioni,e l’amico leopoldiano Antonio Campo Dall’Orto, e ha lasciato che FI e Ncd facessero altrettanto evitando accuratamente il benchè minimo esperto di tv.
Poi ha iniziato a sparare sui “girotondini”, mai visti in Viale Mazzini nemmanco per sbaglio, rivendicando il presunto primato degli uomini di partito su quelli della società civile.
Forse Renzi non sa che sta confessando di aver violato persino la legge Gasparri, che esclude categoricamente gli iscritti ai partiti, in quanto non indipendenti per definizione (“Possono essere nominati membri del consiglio di amministrazione della Rai… persone di riconosciuto prestigio e competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti…”).
E forse crede pure di essere originale.
Ma purtroppo ha già detto tutto un altro leader: quello che lui detesta di più (e ne è cordialmente ricambiato).
Uno che nel 1995 scrisse per Mondadori (e te pareva) il libro
Un paese normale, a sei mani con Claudio Velardi e Gianni Cuperlo (ahiahi), contro il “radicalismo parolaio e salottiero” della sinistra “nuovista” contrapposta alla sacrosanta “partitocrazia”.
Uno che nel 1997 a Gargonza, stilando l’atto di morte dell’Ulivo, tagliò corto sprezzante: “Siamo seri, non conosco questa politica che viene fatta dai cittadini e non dai partiti”.
Uno che cinque anni fa, alla festa dell’Unità di Bologna, così bombardò il giovine Renzi: “Smettiamola di cercare l’uomo della Provvidenza, l’Obama bianco, il candidato nella società civile, quando la società civile è solo il gruppetto con cui si va a cena.
È sbagliata l’idea che ci voglia il papa straniero: il papa di solito viene eletto dai cardinali, la classe dirigente non nasce sotto un cavolo. Invece qui basta che un giovanotto dica che vuole cacciarci a calci in culo, e subito gli vengono concesse paginate e interviste” (16.9.2010).
Era Massimo D’Alema. Che ora, unico rottamato, sta consumando la più atroce delle vendette, impossessandosi della mente e della lingua di Matteo.
Spirito del Conte Max, sii buono: esci da quel corpo!
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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