Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
DOPO LA GESTIONE FALLIMENTARE DELLA PANDEMIA E’ ANCHE INDAGATO PER LA VICENDA DEI CAMICI DEL COGNATO… SALVINI VORREBBE CANDIDARE GIORGETTI (PER SPEDIRLO LONTANO DA ROMA), GLI ALTRI NOMI IN CIRCOLAZIONE GARAVAGLIA E CENTINAIO
Mentre nel centrosinistra si ragiona ancora su quale sarà il perimetro della coalizione in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo anno, è certo che il presidente della Lombardia Attilio Fontana voglia ricandidarsi alle regionali nel 2023: è quanto ha dichiarato negli scorsi giorni al suo leader di partito.
Ma sul bis pendono ancora l’accordo nel centrodestra su un altro governatore uscente (Nello Musumeci in Sicilia, sulla cui riconferma la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni non transige) e le vicende giudiziarie che vedono Fontana indagato: venerdì il giudice dell’udienza preliminare deciderà se mandarlo o no a processo.
Non solo: la chiave politica più importante di tutta la questione è che sulla sua ricandidatura si è aperta un’accesa discussione con lo stesso leader della Lega. La scorsa settimana infatti, secondo quanto appreso dal Corriere, Matteo Salvini è andato da Fontana per offrirgli, piuttosto, una candidatura al Senato.
Il leader della Lega, secondo fonti interne al partito, avrebbe dato troppo per scontato che il governatore non si sarebbe voluto ricandidare. I dubbi di Salvini sarebbero relativi all’operato del governatore in questi anni, alla gestione iniziale dell’emergenza Covid e alla vicenda giudiziaria che lo coinvolge.
Le prime due avrebbero pesato dal punto di vista elettorale, e la terza condizionato inevitabilmente la scelta. Fontana, però, non ha alcuna intenzione di lasciare i piani alti di Palazzo Lombardia e su questo si sarebbe consumato lo scontro tra i due.
Preso atto della volontà del governatore di ricandidarsi, martedì Salvini, al Pirellone per la riunione del gruppo, ha annunciato che non ci sono veti su Fontana da parte di Meloni e del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi e che quindi anche lui è d’accordo sul suo nome. Ne parlerà al governatore dopo le amministrative del 12 giugno. Ecco l’orizzonte temporale per conoscere con certezza chi sarà il candidato della coalizione.
«Inizialmente Salvini non aveva detto né sì né no alla ricandidatura di Fontana — dice il capogruppo leghista al Pirellone Roberto Anelli —: si tratta di una partita importante che si gioca anche a livello nazionale, com’è sempre stato nel centrodestra, vale a dire concordando con gli alleati le mosse».
E quindi decidendo una linea comune sui governatori uscenti Fontana e Musumeci. Ma «entro giugno — assicura Anelli — uscirà il nome del candidato. Fontana in questo momento è sicuramente in pole position: Salvini ha confermato che se Fontana darà sua disponibilità (cosa che ha già ribadito con forza al suo leader, ndr) il candidato sarà lui, sempre che ci sia accordo nel centrodestra».
«Non vedo motivazioni per la non ricandidatura di Fontana — commenta il leghista Max Bastoni —. Ha lavorato bene in questi cinque anni nonostante l’emergenza Covid, la Regione ne è uscita a testa alta e quindi il suo mandato è stato svolto».
Le alternative Garavaglia e Centinaio
Il suo, quindi, è il nome che da più parti si dà quasi per certo. Senza dimenticare «il sogno nel cassetto» del centrodestra: il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, che però «non accetterà mai».
Gli altri nomi che in circolazione sono quelli del ministro del Turismo Massimo Garavaglia e del senatore Gian Marco Centinaio. Anche la vicepresidente Letizia Moratti ci terrebbe, ma al momento la strada per lei è in salita. L’incognita più grossa è legata alle questioni giudiziarie: il governatore scoprirà il 13 maggio se sarà processato per il caso camici.
Il gup deciderà in quella data il rinvio a giudizio suo, del cognato Andrea Dini, titolare di Dama Spa, di Pier Attilio Superti, vicesegretario generale della Regione, e dell’ex Dg di Aria spa Filippo Bongiovanni. L’accusa, per tutti, è di frode in pubbliche forniture. Nel partito si valuterà come andrà la vicenda giudiziaria, per poi decidere entro l’estate. Al momento dare continuità a Fontana è l’unica scelta che viene presa in considerazione
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DELL’EX COMANDANTE DELL’ARMATA DI PUTIN CHE AMMETTE: “PERDITE ENORMI NELL’ESERCITO”
Lo chiamano “la Brigata delle tenebre”, è la truppa di mercenari di
Putin, per molti una delle sue armi segrete, forse la più pericolosa. È famoso per la ferocia delle proprie operazioni, in Siria come in Africa e Ucraina, dove ha combattuto e sta combattendo al fianco (ma sarebbe meglio dire all’ombra) degli eserciti e degli schieramenti ufficiali. Il Gruppo Wagner è questo, ma anche molto altro. Per la prima volta viene raccontato dall’interno, grazie alla testimonianza di un suo ex ufficiale, Marat Gabidullin. “Io, comandante di Wagner” (288 pagine, 18,90 euro, codice ISBN 979128002 29571, edito da Libreria Pienogiorno) esce oggi in contemporanea internazionale. Ma ha anche rischiato di non uscire mai. Nel 2020 un piccolo editore siberiano aveva annunciato la pubblicazione della prima testimonianza non anonima dall’interno del gruppo di mercenari, ma il giorno dopo l’autore aveva ricevuto minacce tali da costringerlo ad annullare il progetto. Ora questa testimonianza viene alla luce. Per gentile concessione dell’editore e in anteprima per l’Italia, ilfattoquotidiano.it pubblica qui sotto un estratto del documento.
È stato solo poco tempo fa che ho capito davvero le ragioni che mi hanno spinto a scrivere un libro sui mercenari russi. Il primo impulso l’ho provato quando ho cominciato di nuovo a leggere dopo un lungo periodo di stagnazione intellettuale. Ho letto tutto d’un fiato I racconti di Sebastopoli di Lev Tolstoj e le mie mani si sono mosse verso la tastiera come animate di vita propria. Ero tormentato da un bisogno insopprimibile di far comprendere ai miei connazionali un’idea semplicissima, ma che la nostra morale pubblica rifiuta, o addirittura giudica sacrilega perché incompatibile con la visione dello sviluppo storico peculiare della Russia: siamo come tutti gli altri. E la nostra cosiddetta identità tanto singolare, spirituale e romantica non è altro che un mito, alimentato da coloro che traggono profitto.
Questo libro non è tanto il resoconto delle avventure militari di un mercenario e dei suoi compagni, quanto piuttosto un tentativo di illustrare il modo in cui la Russia usa il mercenarismo. Ci viene detto che i soldati di ventura sono un fenomeno tipico dell’Occidente e che il mercenarismo è un prodotto dell’idra capitalista, ma anche noi ce ne siamo serviti per promuovere gli interessi del nostro Paese all’estero. I nostri uomini politici mantengono un silenzio pudico sull’esistenza di compagnie militari private russe e respingono in blocco qualunque allusione al ricorso a tali formazioni non governative. Da parte loro, i propagandisti indottrinano pesantemente i russi inculcando loro l’idea di una politica estera propria della Russia ed eludendo qualunque risposta diretta alle domande riguardanti l’uso dei mercenari.
A chi torna comodo questo stato di cose? Anzitutto, a coloro che vivono a spese del popolo, cercando di convincere quello stesso popolo della loro utilità. I generali russi in Siria, ad esempio, hanno messo in campo con successo una strategia che avrebbero potuto battezzare “qui non ci sono”, creando l’illusione di vittorie poco costose in termini di vite umane nei ranghi dell’esercito. Ma le cifre reali dei cittadini russi morti nella guerra contro lo Stato Islamico non corrispondono ai dati ufficiali. Il numero dei mercenari russi morti in Siria è superiore, e di gran lunga, di quello dei soldati dell’esercito. E tuttavia, ai russi viene tenuta nascosta perfino la partecipazione della cmp (Compagnia militare privata), sempre per alimentare il mito di una guerra non sanguinosa. I militari russi di ogni grado presenti in Siria si crogiolano nella gloria e si lasciano adulare dal popolo ignorante che ha davvero rischiato la vita per sconfiggere i jihadisti dello Stato Islamico.
Anche i dirigenti politici traggono vantaggio da ciò che definiscono pomposamente un “fenomeno incompatibile con i nostri valori morali”. Il salvataggio del regime di Bashar al-Assad ha consentito alla Russia di crearsi la fama di protettrice di criminali di ogni specie in ogni parte del mondo. Il continente africano rimane terreno vergine per la diplomazia russa e gli intrallazzatori politici. Il potere è in mano a leader senza scrupoli che hanno saputo apprezzare l’aiuto fornito da Mosca a Damasco e si sono mostrati pronti a lasciare che la Russia mettesse le mani sulle risorse naturali dei loro Paesi ricchi d’oro, diamanti e petrolio. Il ricorso ai mercenari da parte della Russia è un fatto assodato, irrefutabile. Questo libro non fa altro che ripercorrere la storia di uno di loro. Ognuno di noi sceglie per quali ideali lottare. Io un giorno ho deciso che, se avessi dovuto tornare a combattere, l’avrei fatto solo per mettere fine alla guerra. Non sono l’unico a pensarla così, ma siamo una minoranza. Gli altri sono pronti a servire Dio e Mammona; in fin dei conti, sono mercenari.
Il 24 febbraio, il presidente della Federazione Russa ha lanciato un’ “operazione speciale” contro quello che chiama “il regime nazista dell’Ucraina“. Ma nel giro di qualche giorno l’ “operazione speciale” si è rivelata una guerra su larga scala: città distrutte, civili uccisi. In un conflitto, discutere quale delle parti sia responsabile della morte dei civili non ha alcun senso. È sempre l’aggressore che ha torto. Chi ha iniziato la guerra è l’unico a dover rispondere delle conseguenze dello scambio di colpi. Un proiettile di mortaio o un missile che finiscono su una casa, da qualunque parte vengano, sono stati sparati soltanto perché è in corso una guerra. A giudicare dalle armi sofisticate e dalle munizioni ad alta precisione e di grande potenza, la Russia ha cominciato a prepararsi alla guerra molto tempo fa, investendo in questo progetto miliardi di dollari, quando le persone anziane sono costrette a vivere di pensioni umilianti e le cure mediche per i bambini sono finanziate con le raccolte fondi in tv!
E l’esercito? Nonostante il dominio totale dello spazio aereo e la superiorità delle armi moderne, ha subìto perdite enormi.
Il ministero della Difesa non mente quando dichiara il numero di morti, semplicemente non dice tutto. Un soldato di cui viene ritrovato e identificato il corpo è considerato morto. I resti non identificati o abbandonati in territorio nemico sono classificati sotto la voce “destino sconosciuto”.
La guardia nazionale Rosgvardia non fa parte dell’esercito e il ministero della Difesa non è obbligato a rendere conto delle perdite nelle sue file; lo stesso vale per le formazioni armate delle repubbliche popolari. Quando è stato necessario combattere in Siria, l’esercito mandava i mercenari a fare il lavoro sul terreno, e oggi raccoglie i frutti di quella vittoria artefatta. Ieri l’esercito russo combatteva senza troppa convinzione contro lo Stato Islamico, la peste ideologica del XXI secolo. Oggi sacrifica con notevole zelo i suoi combattenti in una guerra contro una nazione sorella.
Anche i mercenari russi sono scritti in una colonna a parte dell’elenco delle vittime, coperta dal segreto. E in Ucraina sono molto numerosi, in tutte le ramificazioni della cosiddetta operazione speciale. Le formazioni delle repubbliche del Donbass, riconosciute solo dalla Russia e che in otto anni hanno perseguito unicamente una strategia difensiva, non sarebbero in grado di condurre operazioni offensive senza il supporto di un’altra forza, quella dei mercenari. Fino a poco tempo fa, attorno a Kiev c’erano almeno due distaccamenti di mercenari, assegnati specificamente a questa operazione. Inoltre, tre distaccamenti di Wagner partecipano ai combattimenti a Mariupol e Kharkiv. I mercenari sono pagati in dollari. La nuova tendenza, all’interno delle forze d’invasione, è scambiare il patriottismo con i dollari. L’ideologia non c’entra, quello che conta è riempirsi le tasche.
E la Russia? Come al solito, la maggioranza approva la linea del partito e del governo. Il cervello dei miei connazionali, che la propaganda ha trasformato in pappa, accetta senza battere ciglio l’idea di “denazificazione” e “demilitarizzazione” dell’Ucraina. Pieni di soldi, ben pasciuti e con indosso abiti firmati occidentali, i proprietari di ville in Europa e negli Stati Uniti hanno fiaccato a tal punto lo spirito dei russi che i miei connazionali sono pronti a sentirsi orgogliosi per le esibizioni di forza, dimenticando le loro esistenze miserabili. Ogni 9 maggio i russi esibiscono le fotografie dei loro cari caduti nella Grande guerra patriottica, ma non osano fare i conti con il “pericoloso” Ceceno (2). L’essersi appropriati della vittoria dei padri non è più sufficiente a soddisfare le loro menti traviate né la brama di grandezza. Stavolta il colpevole di tutti i mali è il regime “nazista” dell’Ucraina e i suoi sostenitori occidentali e americani, che ci sono sempre stati ostili.
Il popolo russo trionfa e scrive la lettera “Z” sui muri e sui veicoli. E la vittoria in questa guerra, di cui non si deve pronunciare il nome, è già assicurata in anticipo dalla legge che sanziona qualunque forma di dissidenza o di narrazione che si discosti dalla versione ufficiale nel campo dell’informazione accessibile alla maggior parte dei russi. La televisione, la radio e i giornali sono imbavagliati e non tutti sanno come aggirare i blocchi su internet, né sentono il bisogno di farlo: la situazione ideale per trasformare qualunque sconfitta in una vittoria. Le difficoltà economiche legate all’isolamento internazionale non spaventano la maggioranza dei russi, che non hanno mai vissuto nell’abbondanza o non hanno avuto il tempo di abituarcisi. L’amicizia con Paesi in via di sviluppo, assai costosa per il nostro budget, e la cooperazione asimmetrica con la Cina paiono soluzioni accettabili per resistere ai “diktat” dell’Occidente, dove con “diktat” bisogna intendere la capacità di negoziare e di imporsi standard elevati per rimanere competitivi.
Con la Cina o la Repubblica Centrafricana è più semplice: nel primo caso, si china la testa, perché è Pechino a dettar legge. Nel secondo, siamo noi ad avere il coltello dalla parte del manico: i leader dipendono totalmente dai mercenari. Difficile prevedere cosa ne sarà del mio Paese, e di me. Temo forse per la mia vita e la mia libertà? Non sono una figura di spicco come Aleksej Naval’nyj (3) o Boris Nemcov (4). Non lancio appelli per salire sulle barricate e non dirigo alcun movimento di opposizione. Non faccio altro che parlare apertamente, e con conoscenza di causa. Mi accuseranno di essere un nemico del popolo? Ormai questa espressione viene usata per marchiare chiunque osi dire ad alta voce ciò che alcuni preferiscono passare sotto silenzio e altri non vogliono riconoscere. Ebbene, sono pronto a vivere con questo marchio d’infamia, che ha senso soltanto per coloro che appiccicano etichette. Chi vivrà vedrà.
(da il Fatto Quotidiano)
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Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
UN OPERAIO SENEGALESE DI 38 ANNI AGGREDITO IN PIENO CENTRO DALLA TEPPAGLIA RAZZISTA
In più di un’occasione lo avevano minacciato e insultato con epiteti razzisti, poi – lo scorso 5 maggio, intorno all’ora di cena – le parole sono diventate azioni: un gruppo di 4 ragazzi ha aggredito in strada a Viterbo, in via dell’Orologio vecchio, Khadime Niang, 38 anni, operaio originario del Senegal da tempo trasferitosi nel Lazio per lavoro insieme ai suoi cinque figli.
Le autorità hanno già identificato uno dei presunti aggressori, un ventenne mentre sugli altri sta indagando la squadra mobile. “È stata un’aggressione di stampo razzista”, ha affermato a Tusciaweb il legale di Niang, Carlo Mezzetti. “Un mese – ha aggiunto – fa il figlio Khadime, che fa ancora le scuole elementari, stava giocando a pallone al centro, a Valle Faul. A un certo punto è tornato in lacrime dal papà, raccontando di aver ricevuto insulti razzisti da un gruppo di ragazzi che gli avevano anche fatto a pezzi il pallone. Quando il padre è andato a chiedere spiegazioni ha ricevuto anche lui insulti a sfondo razziale”.
Due settimane dopo questo episodio il gruppetto in questione avrebbe nuovamente insultato in pubblico Khadime, fino al culmine raggiunto giovedì scorso: “Khadime stava fumando non distante da piazza del teatro, questi ragazzi lo hanno insultato per l’ennesima volta. Quando ha chiesto spiegazioni, uno di loro gli ha sferrato un pugno in volto, un altro lo ha gettato a terra e poi lo hanno preso a calci. Erano in quattro”.
È stato refertato in ospedale con una prognosi di guarigione di 30 giorni: ha riportato lesioni al volto e una costola rotta. La vittima ha fatto sapere di voler presentare una denuncia in procura, anche se si tratta di un reato per il quale si procede d’ufficio, senza querela di parte. Ancora da definire i reati contestati, anche se si ipotizzano le lesioni personali aggravate dal motivo della discriminazione razziale.
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
LA PROSSIMA VOLTA MANDATECI LE VOSTRE MOGLI E LE VOSTRE FIGLIE, CHE VOLETE CHE SIA SE LE INSULTANO O LE METTONO UNA MANO SUL CULO
Leggendo la prima pagina di Libero di questa mattina sembra che a
Rimini le vittime siano gli Alpini e non le decine di donne che hanno raccontato di essere state molestate in strada da alcuni membri delle penne nere.
“Agguato alle penne nere. La sinistra molesta gli alpini”, è il titolo di apertura del giornale, che rimanda all’editoriale del direttore Alessandro Sallusti.
“Le molestie sono presunte – scrive il giornalista – non per garantismo ma perché sono davvero presunte, visto che per ora c’è una sola denuncia. Un tam tam, insomma, partito probabilmente dal racconto di una ragazza messa in imbarazzo da complimenti un po’ spinti di qualche penna nera su di giri che giorno dopo giorno si è ingigantito arrivando a disegnare una sorta di mega stupro di massa con almeno 150 casi di molestie”. Nell’editoriale arriva mediata e moderata, la condanna (con condizionale) per quanto accaduto: “Ovvio che se qualche alpino ha commesso un reato dovrà risponderne in tutte le sedi, ma oggi come oggi mancano sia l’alpino che il reato. Eppure per la sinistra a Rimini gli alpini hanno commesso qual-che cosa di paragonabile ai crimini di guerra di cui trattiamo da oltre due mesi”.
A Sallusti non sono bastati i video di Fanpage che mostrano i continui avvicinamenti molesti, commenti vergognosi e atteggiamenti irrispettosi per farsi un’idea del clima circolato al raduno di Rimini. E neanche i racconti delle donne che si sono rivolte all’associazione femminista Non una di meno.
Per lui bastino le parole di Elly Schlein, vicepresidente della Regione Emilia Romagna: “Le segnalazioni che sono arrivate devono essere prese sul serio anche quando non prendono la forma di una denuncia alle forze dell’ordine”. “Spesso le donne non denunciano – ha aggiunto – perché temono di non essere credute. Chi ha segnalato ha bisogno del supporto delle istituzioni. Non si tratta di episodi di maleducazione o di ubriachezza: queste sono molestie. E troppo poco si è capito che il problema è molto più profondo, è anche culturale. In un paese con una cultura patriarcale così profondamente radicata vanno ascoltate e approfondite, non minimizzate”.
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
“CI GUARDAVANO CON LA BAVA ALLA BOCCA, CI PALPEGGIAVANO” … FORMALIZZATE LE PRIME DENUNCE
«Mi hanno presa per un braccio, strattonata, insultata con sconcezze irriferibili… Erano in tre, tre alpini. È successo sabato pomeriggio tra la folla… Sono riuscita a divincolarmi in qualche modo e a scappare». Ancora sotto choc, lo ha raccontato ai carabinieri di Rimini una 26enne che, ieri, accompagnata dal suo avvocato, ha presentato una denuncia.
È la prima, sporta per molestie contro ignoti, arrivata alle forze dell’ordine dopo che domenica, nella cittadina romagnola, si è concluso il raduno nazionale delle «penne nere» contrassegnato da fischi, offese e palpeggiamenti che alcuni avrebbero indirizzato a donne e ragazze a spasso tra i viali oppure al lavoro nei bar, ristoranti, alberghi e negozi.
Altri esposti sono attesi nelle prossime ore. In mattinata le attiviste e i legali di «Casa Madiba» e «Non Una di Meno-Rimini» che hanno raccolto le segnalazioni si riuniranno per preparare il dossier da portare in Questura.
Conterrà «almeno due o tre denunce circostanziate» spiega Alice, una delle militanti.
Ma ci saranno anche gli estremi dei circa 200 «terribili racconti», giunti agli account social delle due associazioni che già nei giorni scorsi avevano preparato un questionario online per chiedere di eventuali molestie al raduno.
Una delle testimonianze è quella di Federica, di Cattolica, commessa a Misano. Sabato sera era a Rimini con due amiche e il fidanzato di una loro, tutti diciannovenni. Già dopo aver parcheggiato l’auto «abbiamo capito – racconta al Corriere – che l’atmosfera, con tutti quegli alpini che affollavano il lungomare, era terribile».
Insulti, sconcezze, «persino una bestemmia urlata a squarciagola» quando «uno di quei vecchi, non lo definirei diversamente, si è avvicinato squadrandoci come se non avesse mai visto una donna». Il quartetto si è fatto largo «tra i palpeggiamenti delle penne nere», «molti già ubriachi, parevano senza controllo», raggiungendo infine una piadineria.
«Accanto al nostro tavolo c’era una dozzina di alpini, tutti sopra i cinquant’ anni. Ci guardavano con la bava alla bocca. Hanno chiesto di unirci “per una birra assieme”. Abbiamo detto no, loro hanno insistito. Al nostro ennesimo rifiuto, in quattro si sono alzati, sollevando la panchina e trascinandola verso di loro. Ridevano come fosse un gioco normale. Ero terrorizzata… Abbiamo gridato e ci hanno lasciato in pace ma solo dopo averci rivolto queste parole: “Voi tre donne dovreste fare più sesso”». Il ritorno all’auto è stato un «altro incubo: un settantenne si è avvicinato per dirmi che avevo “bellissime gambe” mimando poi un gesto osceno”».
Intanto altri gruppi «cercavano di bloccarci e se siamo riusciti a proseguire è stato solo perche il compagno della mia amica ci ha protette sgomitando». In tanti orinavano sul lungomare e quando, infine, «ho riposto la mia borsetta nel bagagliaio, uno mi ha gridato un’altra frase volgare».
Non diverso il racconto di Golshan 33 anni, iraniana laureata a Bologna e un impiego a Rimini nel settore del commercio. «Sabato sera stavo andando al lavoro a piedi, mangiando un gelato. A un tratto – è il racconto – uno di questi alpini si è avvicinato facendomi cadere il cono. Un uomo accanto a lui ha fatto una smorfia disgustosa con la lingua… Pochi metri più avanti un altro gruppetto ha cercato di bloccarmi. Per liberarmi mi sono messa a correre».
Una testimonianza che finirà nel dossier delle femministe di Rimini al pari di quella di Raffaela, diciottenne bolognese arrivata in Riviera sabato in treno assieme a un’amica e al fidanzato. Anche lei apostrofata, infastidita, circondata. Il momento peggiore è stato al ritorno quando «un alpino mi ha seguita, avvicinandosi d’improvviso. Non so che intenzioni avesse: ma so che per fermarlo è intervenuto il mio amico, preso a pugni. Fortunatamente dei poliziotti nelle vicinanze sono intervenuti, fermando l’aggressione. Ho chiesto perché non avessero arrestato quel violento. Mi hanno risposto che dovevo essere io a denunciarlo».
(da il Corriere della Sera)
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Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
MOSCA SI STA ORGANIZZANDO PER UNA GUERRA DI LUNGA DURATA E A BASSA INTENSITÀ
«I russi non avanzano di un centimetro, però bombardano da lontano
con missili e artiglierie pesanti. Qui hanno sparato cinque giorni fa contro la stazione di benzina, forse pensavano ci fosse un deposito di carburanti. Intanto però gli ultimi civili rimasti se ne sono andati, la sera non vedo più neppure una luce accesa nelle finestre dei condomini qui attorno».
Il poliziotto 28enne che dice di chiamarsi Gregory procede a fatica sul retro della stazione di servizio, tra i sassi e le zolle di terra che circondano l’enorme cratere: un buco profondo oltre sette metri e largo almeno dieci.
«Uno spreco assurdo, il missile costava almeno dieci volte ciò che ha distrutto. Però loro fanno così, visto che non riescono ad ottenere vittorie militari rilevanti, mirano a devastare le infrastrutture, costringendo la gente ad andarsene. Ovvio che non intendono finire domani, questa è una strategia per la lunga durata», aggiunge e le parole di questo giovane agente, a sua volta timoroso che un secondo missile possa colpire se i droni dovessero intercettare troppe persone assembrate nell’area, confermano dal campo ciò che l’intelligence americana va ripetendo ormai da giorni.
La fase due Putin non intende affatto bloccare l’offensiva, anzi, Mosca si sta organizzando per una guerra di lunga durata e a bassa intensità, dato che ha perso subito in partenza quella agile dei blitz veloci.
La stessa massima responsabile dei servizi d’intelligence Usa, Avril Haines, ha ribadito ieri di fronte al Congresso che Putin in persona «prepara un conflitto prolungato in Ucraina».
Torniamo nelle regioni del Donbass prospicenti Donetsk per verificare come, a circa sei settimane dal suo inizio, la «fase due» dell’invasione russa risulti sostanzialmente in stallo e le posizioni dei due eserciti siano le stesse che vennero determinate dal cessate il fuoco seguito al conflitto del 2014.
La cittadina di Kurakhove è spettrale: negozi chiusi, pochissime persone per strada, i campi coltivati tutto attorno sono stati abbandonati, soltanto qualche camion militare passa veloce con al traino le artiglierie di lunga gittata appena arrivate dagli alleati americani e si dirige verso la prima linea del fronte, una quindicina di chilometri più a est.
Combattimenti più intensi si verificano invece a nord, verso le zone a ovest di Lugansk, oltre a Izium e Kramatorsk. E proprio qui in alcuni punti gli ucraini sono stati costretti ad arretrare un poco. I successi più rilevanti continuano invece ad ottenerli attorno a Kharkiv (la seconda città del Paese), dove ormai i netti ripiegamenti russi hanno allontanato la loro artiglieria pesante che adesso sembra non riuscire a colpire il centro città.
Ma se ormai la guerra è soprattutto di logoramento non possono essere ignorati i danni enormi che sta procurando alla struttura sociale ed economica dell’intera Ucraina. Le Nazioni Unite osservano che ormai oltre 6 milioni di civili sono profughi all’estero e gli sfollati interni sfiorano quota 8 milioni.ù
Ciò significa che oltre un terzo della popolazione ha abbandonato le proprie abitazioni e quasi sempre anche le attività lavorative. Secondo le stime della European Bank for Reconstruction and Development, l’economia nazionale è destinata quest’anno ad un tonfo superiore al 30 per cento rispetto ai valori del 2021.
La classe media
Sono dati che testimoniano dell’enorme crisi strisciante: molti liberi professionisti cercano lavoro all’estero, la classe media rischia di venire messa in ginocchio. Putin mira così a vincere l’Ucraina per esaurimento interno. Un conflitto che si alimenta anche di paure e propaganda.
L’Onu tende adesso ad ascoltare con attenzione le denunce ucraine contro i crimini ai danni della popolazione commessi dalle truppe russe nelle regioni a nord di Kiev e parla di circa 300 civili uccisi senza alcun motivo e addirittura torturati.
I portavoce militari ucraini raccontano inoltre di decine di cadaveri di soldati russi chiusi dentro sacchi bianchi che sarebbero stati trovati ammassati in un vagone refrigerato dopo il ritiro del loro esercito a fine marzo.
Il canale inglese della tv qatariota Al Jazeera ne ha fatto un servizio raccontando tra l’altro che in uno dei sacchi sarebbero stati trovati anche gioielli, forse refurtiva rubata alla popolazione.
«La Russia non vuole questi corpi, ognuno rappresenta la prova di un crimine di guerra», spiega il colonello Volodymyr Liamzin. Inoltre, a detta del capo dell’amministrazione militare di Kharkiv, Oleg Sinegubov, numerosi altri soldati morti sarebbero stati trovati «per le strade, nelle case e nelle discariche delle zone appena abbandonate dal loro esercito».
(da il Corriere della Sera)
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Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
“TROVEREMO LA STRADA DI CASA, ANCHE SE SONO TUTTE DISTRUTTE”: IL TESTO INTEGRALE DELLA CANZONE
La Kalush Orchestra, il gruppo rap-folk che quest’anno rappresenta l’Ucraina all’Eurovision Song Contest di Torino, si è esibita sulle note di Stefania, un brano che è stato scritto per la madre del frontman del gruppo, Oleh Psiuk. Una madre che, simbolicamente e in senso più universale, vuole rappresentare tutte le madri ucraine in attesa del ritorno dei figli dal conflitto scatenato dalla Russia.
Nel brano si parla infatti del ricordo protettivo e delle tenere e care parole rassicuranti sussurrate da una madre a un bambino. Ma dopo l’inizio della guerra il brano ha assunto un nuovo significato, passando a un livello più universale, elevandosi a diventare un brano in difesa della propria terra natia, delle proprie radici, della sicurezza e protezione delle persone più indifese.
Al termine della loro esibizione, il pubblico in platea al PalaIsozaki ha sventolato decine di bandiere giallo-blu, mentre sullo sfondo del palco, anche la scenografia si tingeva dei colori della bandiera ucraina.§
La traduzione del testo di “Stefania” della Kalush Orchestra
Madre Stefania, Stefania mia madre
Il campo è in fiore, ma i suoi capelli stanno diventando grigi
Madre, cantami la ninna nannaVoglio sentire la tua cara parola
Mi cullava da piccola, mi dava un ritmo
E non puoi togliere la forza di volontà in me
Come l’ho presa io da lei
Penso che ne sapesse più di re Salomone
Troverò sempre la strada di casa
Anche se tutte le strade sono distrutte
Non mi sveglierebbe nemmeno se fuori ci fosse un temporale
O se c’è stata una tempesta tra lei e la nonna
Si fidava di me più di tutti gli altri
Anche quando era stanca, continuava a cullarmi
Ninna nanna, ninna nanna
Madre Stefania, Stefania mia madre
Il campo è in fiore, ma i suoi capelli stanno diventando grigi
Madre, cantami la ninna nanna
Voglio sentire la tua cara parola
Non sono più un bambino,
Ma mi tratterà sempre come tale
Non sono più un bambino
Ma continua a preoccuparsi per me, ogni volta che esco
Madre, sei ancora giovane
Se non apprezzo la tua gentilezza
Sto andando verso un vicolo cieco
Ma il mio amore per te non ha fine
Madre Stefania, Stefania mia madre
Il campo è in fiore, ma i suoi capelli stanno diventando grigi
Madre, cantami la ninna nanna
Voglio sentire la tua cara parola
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
I RUSSI SI RIFIUTANO DI PRENDERLI IN CARICO E DAR LORO UNA DEGNA SEPOLTURA… IMMONDI, NON HANNO RISPETTO NEANCHE DEI LORO MORTI
Un video mostra diversi cadaveri delle truppe russe all’interno di sacchi
bianchi ammucchiati in un vagone refrigerato di un treno nella capitale ucraina. Si tratterebbe dei corpi dei soldati che sono stati lasciati indietro dalle truppe di Mosca mentre si ritiravano da Kiev.
A diffondere le immagini è stata l’emittente televisiva del Qatar Al Jazeera English che ha avuto all’accesso all’area liberata.
Nel servizio viene spiegato che uno dei corpi «era di un’élite di paracadutisti» e lo si capirebbe dalle ‘mostrine’ che ha sulla divisa. Sono stati ritrovati anche diversi oggetti di valore, ad esempio gioielli, all’interno dei sacchi. Secondo l’emittente sarebbero stati rubati ai civili ucraini.
«I russi si rifiutano di prenderli, così l’Ucraina potrebbe anche doverli seppellire a spese proprie», ha commentato su Twitter Anton Gerashchenko, consigliere del ministro degli Interni ucraino.
Il colonnello dell’esercito ucraino Volodymyr Liamzin facendo riferimento al servizio ha dichiarato: «Gli ucraini hanno trattato i morti dei nemici meglio di come loro hanno trattato i civili. Saranno tenuti finché sarà necessario. Deciderà il governo perché la Russia si rifiuta di prenderli. Non li vuole. Ogni corpo è una prova di un crimine di guerra. Così se rifiutano di prenderli, l’Ucraina li seppellirà a proprie spese»
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2022 Riccardo Fucile
LE CONIUGI DEI MILITARI AVEVANO SCRITTO AL PONTEFICE, POI E’ ARRIVATO L’INVITO A SORPRESA
Papa Francesco ha incontrato le mogli di due ufficiali del Battaglione Azov al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro.
Le mogli dei militari di Azov avevano scritto nei giorni scorsi al Pontefice e a sorpresa è arrivato loro ieri l’invito per l’incontro in udienza. Katarina Prokopenko e Yulia Fedoshyuk, le due mogli dei soldati, hanno detto che l’incontro con il Papa è stato «un momento storico. Speriamo tutti insieme che questo possa aiutare a salvare i nostri mariti, i soldati che sono nella Azovstal a Mariupol. Noi speriamo che questo incontro ci dia una chance per salvare le loro vite».
Il Papa, riferiscono le due «ha detto che pregherà per noi e che farà il possibile. Gli abbiamo chiesto di venire in Ucraina e di parlare con Putin perché se ne vada», ma su questo «non ha risposto. Ha detto che pregherà per noi».
Intanto Bergoglio nell’udienza ha citato il personaggio biblico di Giuditta che «col suo modo furbo di agire è capace di sgozzare il dittatore che veniva contro il Paese. Era coraggiosa questa donna», ha commentato. «Giuditta liberò la sua ancella e colmò tutti di attenzioni. Da giovane si era conquistata la stima della comunità con il suo coraggio. Da anziana, la meritò per la tenerezza con cui ne arricchì la libertà e gli affetti. Vorrei che fossero così le nostre nonne, sagge, che lasciano non l’eredità dei soldi ma della saggezza», ha concluso il Pontefice.
Ieri il Battaglione ha mostrato le foto dei soldati feriti nell’Azovstal di Mariupol. «Tutto il mondo civile deve vedere le condizioni in cui si trovano e agiscono i difensori feriti di Mariupol!», hanno scritto i militari della città sotto assedio sul loro canale Telegram. Stamattina il media bielorusso Nexta ha pubblicato un video che mostra un nuovo bombardamento sull’acciaieria.
(da agenzie)
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