Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
UN’ITALIA DI BALOCCHI E GARDENIE
Un vecchio proverbio brasiliano dice: “Accendo la tivù e c’è tutto, apro il frigo e non c’è niente”. Uff, populista, massimalista, sempre a lamentarsi, che palle. Accendere la tivù, invece, non è mai stato rilassante come oggi, almeno qui, dove qualche telegiornale sta diventando la sezione costume di un rotocalco degli anni Cinquanta, un catalogo dell’Italia Bella, quella che vorremmo, colorata, affollata di turisti a bocca aperta per le sue meraviglie, intenta a passioni solide e tradizionali, come il giardinaggio, o la cucina regionale.
Sì, è vero, si parte sempre con qualche seccatura, i migranti o l’economia, pure la guerra, qualche frase di politico, le faccette di Giorgia che sono diventate un format. Ma poi, ecco che si apre la prateria dei nostri sogni, il racconto garrulo e soave di un Paese che ha molti problemi, ma il più pressante sembra questo: sui nostri balconi, gardenie o gerani? Una sarabanda fantastica: il mercatino di tendenza, la pasta coi tuberi gialli, l’annata del tartufo, il caso umano di riscatto e rinascita (“facevo il manager, ora bado le pecore e sono felice”), il cane che conta fino a sei, la sagra delle roselline a Vergate sul Membro e il neonato che riporta la vita nel borgo abitato da sei persone. Alla fine del Tg abbiamo assistito a venti minuti di diretta dal Paese dei Balocchi, un vorticoso cinegiornale strenuamente impegnato con parole e opere (e soprattutto omissioni) a disegnare un Paese rilassato e ottimista, speranzoso nel futuro, che guarda al domani con lo sguardo fervido e acceso del pioniere del benessere.
Insomma ci si lamenta molto – e giustamente – dello stato dell’informazione italiana, della sua sudditanza al potere e del controllo politico, ma la narrazione si fa anche in altri modi e maniere, meno diretti e anche più ideologici. Visto che si sono buttati fiumi d’inchiostro sul primo anno di Meloni – e giù osanna dai suoi, nonostante i millemila fallimenti – è forse il caso di guardare a un anno di narrazione del Paese, il famoso Paese reale. E quello che ne esce, in effetti, è una specie di buco spazio temporale: fuori dal tuo incubo di inflazione, recessione, benzina, mutui, c’è tutto un mondo di notizie fantastiche: asteroidi bellissimi pieni d’oro, progressi della scienza, città meravigliose fondate dagli antichi romani, che saremmo noi di questa Nazione. Alla fine, ti senti veramente un coglione, a esserti occupato di cose così meschine come i Cpr o il caro-affitti, e se ti chiedessero “dove vuoi vivere?” non avresti esitazioni: “Nella seconda parte del Tg1”.
In sostanza, non sarebbe un’ambizione sbagliata, e tutti dovremmo tendere a vivere in un mondo senza spigoli, dove non bisogna mettere insieme il pranzo con la cena o pagare la benzina come lo champagne, un mondo di progressi scientifici e sagre paesane dove noi – perché siamo dei geni italiani – ce la caveremo sempre.
Insomma, la narrazione sì, è un po’ cambiata in questo anno, anche se la tendenza è antica e stratificata e non c’è nulla di veramente nuovo, a parte l’abuso della parola Nazione, ormai spolverata come zucchero a velo, e spesso a vanvera, su ogni discorso. Un po’ poco, in effetti, per la poderosa seduta di ipnosi che servirebbe a scordarci la realtà, ma chissà, forse si può migliorare, colorare di più, esagerare. Fornire insomma una narrazione del Paese tutta virtuale e rassicurante, va tutto benissimo, siamo felici, un’Italia a realtà aumentata, che sarebbe tra l’altro l’unica cosa che aumenta nell’anno uno dell’era meloniana.
(da IL Fatto Quotidiano)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA DIA: “SEPARAZIONE FITTIZIA PER FAR RICEVERE A MARCELLO DENARO DA BERLUSCONI”
Il processo di Palermo sulla proposta di confisca dei beni contro
il co-fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, continua nel disinteresse generale.
La difesa dell’ex senatore ha ottenuto un successo definitivo nel procedimento cautelare sul sequestro, ma la partita è ancora aperta sulla proposta di confisca dei medesimi beni.
Partiamo dalla vittoria di Dell’Utri: la scorsa settimana, la Cassazione ha ritenuto “inammissibile” il ricorso della Procura generale di Palermo sul sequestro del patrimonio dell’ex senatore, che i pm volevano esteso anche ad alcuni beni della moglie e dei figli, dando ragione ai legali dei Dell’Utri: Francesco Centonze e Francesco Bertorotta.
Quando il 9 giugno 2022 il Tribunale delle misure di prevenzione, presieduto da Raffaele Malizia relatore Luigi Petrucci, ha rigettato in primo grado la proposta di sequestro ora definitivamente bocciata, si è riservato di decidere però sul merito all’esito del contraddittorio. La proposta della procuratrice aggiunta Marzia Sabella e dei sostituti Claudio Camilleri e Calogero Ferrara per la confisca e la sorveglianza speciale contro Marcello Dell’Utri quindi è ancora in piedi.
Vinta la partita ‘immediata’ ora la difesa di Dell’Utri deve confrontarsi con i pm nella partita ‘lunga’ dove sono state calate dall’accusa le ‘nuove’ carte fiorentine, in realtà già depositate al Tribunale del Riesame del capoluogo toscano.
Nella mattinata di ieri, al tribunale delle misure di prevenzione di Palermo, davanti al giudice Vincenzo Liotta, la Procura di Palermo ha depositato quattro nuovi documenti provenienti dall’inchiesta sulle stragi del 1993 condotta dai colleghi fiorentini, in cui era indagato fino alla morte Silvio Berlusconi e resta indagato Dell’Utri. Ipotesi che, va ricordato, è stata in passato già archiviata più volte su richiesta dei pm stessi.
Le carte fiorentine sono il decreto di perquisizione e l’invito a comparire notificati a luglio a Dell’Utri più la relazione di consulenza dei periti dei pm fiorentini sui flussi finanziari che hanno dato vita al gruppo Fininvest-Berlusconi nei primi anni ‘70 e una nota della DIA del 15 settembre 2021 sui rapporti economici tra Dell’Utri e Berlusconi.
In questa nota di 154 pagine c’è anche un paragrafo dedicato alla “separazione legale fittizia dei coniugi Marcello Dell’Utri e Miranda Ratti”. Secondo la DIA “le elargizioni economiche dirette a Dell’Utri da parte di Berlusconi negli anni non hanno avuto mai interruzione”. In questo quadro, sempre per la DIA, la separazione consensuale dei due coniugi sarebbe “un ulteriore strumento per rendere non aggredibili da parte dell’autorità giudiziaria i beni riconducibili a Dell’Utri, e strumento per consentire a Berlusconi di far pervenire, o quanto meno lo è stato per il passato, a Dell’Utri, tramite Spinelli (Giuseppe, 81 anni, il ragioniere che si occupa delle spese della famiglia Berlusconi, ndr) elevate somme di denaro formalmente svincolate da rapporti tra i due”. Gli investigatori ripercorrono la storia coniugale dei Dell’Utri, a partire dal rito civile a Monza (12 giugno 1981), la separazione consensuale (11 luglio 2019) fino allo scioglimento del matrimonio (10 giugno 2020).
La DIA però scrive che “i coniugi non hanno mai messo in atto comportamenti giuridici omologabili all’abbandono del tetto coniugale o tipici delle coppie che si separano”, aggiungendo che i “coniugi Dell’Utri non hanno mai abbandonato l’ambiente domestico comune”. La DIA cita gli elementi a conforto della sua tesi: “dagli accordi per l’invio delle somme di denaro per pagare gli avvocati di Marcello Dell’Utri, agli espedienti per sollecitare il finanziamento da parte di Silvio Berlusconi delle spese di ristrutturazione delle unità immobiliari a loro riconducibili, alla condivisione di alcuni accorgimenti per attribuire ad altri la titolarità dei beni a loro riconducibili”. La DIA cita anche una telefonata nella quale Miranda chiama Marcello e chiede di aprirgli la porta perché ha dimenticato le chiavi in casa e “questo dimostra che entrambi continuano a condividere lo stesso ambiente domestico”.
I pm palermitani ritengono che il patrimonio dell’ex senatore sia frutto anche di una sorta di ricatto al Cavaliere per i segreti inconfessabili, appresi grazie al suo ruolo di mediatore nei rapporti con la mafia, agli inizi della carriera in Fininvest e ai retroscena (in ipotesi noti a Dell’Utri) sulla fase politica dopo la nascita di Forza Italia nel 1994. Tesi ritenuta non provata dal tribunale nella sentenza del giugno 2022 perché la generosità di Berlusconi “potrebbe trovare spiegazione alternativa nei rapporti di amicizia e di lavoro che uniscono i due da decenni”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA SVOLTA DOPO LE POLEMICHE: SPUNTA L’IPOTESI DI UN BIGLIETTO, DOVREBBE ESSERE GESTITA DAL PARCO ARCHEOLOGICO DELLA VALLE DEI TEMPLI
Dopo polemiche, scontri e numerose inchieste giudiziarie che si sono trascinati per molto anni, il destino della Scala dei Turchi, nell’Agrigentino, è stato deciso: la bianca scogliera rocciosa di marna diventa un bene pubblico. Lo riporta il Corriere della Sera, che spiega che il contenzioso si è risolto attraverso una cessione a titolo gratuito delle particelle di proprietà del privato, Ferdinando Sciabbarrà, al comune di Realmonte. L’atto ufficiale è stato già firmato, davanti a un notaio di Porto Empedocle. Il sindaco di Realmonte, Sabrina Lattuca, ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Un lavoro di squadra ci ha consentito di raggiungere questo grande traguardo. Ringrazio Sciabbarrà, che con un atto di grande generosità, ha mostrato a tutti che si può avere grande senso civico consentendo all’ente pubblico di tutelare un bene che è al contempo meraviglioso e fragile». Esultano anche gli ambientalisti: «Presto lo stesso Comune ricorderà questo atto di generosità del mecenate agrigentino con una targa – ha spiegato l’associazione Mareamico – e poi si attiverà per costituire una fondazione per la gestione del bene, probabilmente in collaborazione con l’Ente Parco Valle dei Templi, con il Consorzio universitario di Agrigento e il Libero consorzio provinciale di Agrigento. Ovviamente continueremo la consueta attività di controllo del sito».
Un bene prezioso
Il posto, modellato dal vento in milioni di anni, è di una bellezza mozzafiato. E non a caso ha ispirato diversi artisti nel corso degli anni, dallo scrittore Andrea Camilleri al regista Giuseppe Tornatore. Attira inoltre moltissimi turisti ogni anno, complice la vicinanza alla Valle dei Templi, e questo ha dato vita a qualche preoccupazione sulla sua conservazione. Evitare il degrado e preservarne la bellezza è molto importante e per questo motivo, come ricordato dal sindaco, la Scala dei Turchi è candidata a diventare bene dell’UNESCO. Secondo quanto annunciato nei mesi scorsi da Lattuca, la Scala dei Turchi verrà gestita dal Parco Archeologico della Valle dei Templi e sarà visitabile con un ticket.
(da Open)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
L’80% DI QUELLO CHE SERVE ALLA RUSSIA DAL PUNTO DI VISTA MILITARE PASSA DA LI’
Il consigliere di Zelensky Mikhailo Podolyak dice che l’Ucraina
ha intenzione di prendere e isolare la Crimea per vincere la guerra contro la Russia. E spiega che la controffensiva sta avendo successo: «Abbiamo pianificato l’attacco in tre fasi. Distruggere i sistemi di comunicazione radio, elettronici e le antenne radar per aprire il cielo sul Mar Nero. E siamo ad un ottimo punto. La seconda fase è la distruzione della flotta russa sul Mar Nero o almeno il suo allontanamento dalla Crimea. E ci stiamo riuscendo. La terza fase sarà compromettere le loro infrastrutture logistiche al servizio dell’Armata: caserme, basi di raggruppamento, depositi di alimentari, carburante e munizioni, vie di trasporto compreso il ponte di Kerch. Per questo vedrete ancora un incremento dei nostri attacchi alla Crimea», dice in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
La penisola contesa
Podolyak sostiene che l’80% di quello che serve alla Russia dal punto di vista militare transita dalla penisola. E che i sistemi S400 russi sono ormai fuori uso. «Restano i Triumph che però sono meno efficaci. Da qualche giorno riusciamo a colpirli con facilità con i droni. Ma anche con i missili», spiega ad Andrea Nicastro. Mentre i missili a lunga gittata Atacms che Joe Biden ha promesso all’Ucraina «servono proprio a distruggere le loro linee logistiche, ma voglio sottolineare due punti. Ci siamo impegnati a non usarli contro il territorio della Federazione russa, ma la Crimea per il diritto internazionale è ucraina, quindi non ci sarebbe nessuna controindicazione. Secondo, il nostro Stato Maggiore lavora benissimo anche con i droni di nostra produzione».
L’importanza strategica
Secondo il consigliere di Zelensky «le truppe russe al fronte andranno nel panico e la retorica politica di Mosca cambierà del tutto. Al Cremlino rispolvereranno la minaccia nucleare. Non solo Medvedev, ma Putin in persona. E poi in Occidente le lobby pro russe si metteranno a parlare della necessità di una tregua o di negoziati di pace». Podolyak spiega anche che l’importanza strategica della Crimea deriva anche dal fatto che «tra Rostov, Mariupol e Crimea non ci sono linee ferroviarie, autostrade e soprattutto magazzini sufficienti a un esercito di 500mila soldati. Non basta portare le munizioni, hanno bisogno di averle a disposizione, devono organizzare rotazioni, addestramento, cure. Sono anni che attrezzano la Crimea per questo. È lo stesso motivo per cui all’inizio dell’invasione hanno usato la Bielorussia come base di partenza. Solo lì avevano la logistica adatta».
(da Open)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
DALLA FRANCIA ALLA GERMANIA, DALLA POLONIA ALLA REPUBBLICA CECA: VIAGGIO NEI DATI CHE SMENTISCONO MELONI E SALVINI
«Così non si può andare avanti». «Siamo di fronte a una pressione epocale». «Bisogna sigillare i confini», oppure «è ora di accogliere tutti i disperati che bussano alle nostre porte».
I leader politici e giornali di quale Paese Ue hanno scandito con tono grave queste frasi nel corso dell’ultimo mese? Inutile spremersi le meningi, la risposta è fin troppo facile: quelli di mezza Europa. Già, perché se l’Italia deve indiscutibilmente far fronte in queste settimane a un afflusso ingente di migranti (illegali, se non altro per assenza di alternative), quasi tutti i nostri “partner” devono vedersela con situazioni di confine e interne almeno altrettanto delicate.
Che specie in clima pre-elettorale (in cui si trovano in questi giorni quattro grandi Paesi Ue – Germania, Polonia, Slovacchia e Paesi Bassi) diventano bucce potenzialmente scivolosissime per chi sta al governo, e terreno di caccia promettente per demagoghi d’ogni specie.
A farne le spese, quasi sempre, sono i migranti stessi. Ma proclami altisonanti a parte, quale o quali Paesi europei devono davvero fare i conti con la pressione migratoria più consistente? E quali sono i gruppi nazionali che premono più fortemente per trovare accoglienza in Europa in questo 2023?
La risposta prima, la spiegazione poi. Alla domanda numero 1: non è l’Italia, al netto dell’impennata di sbarchi di quest’estate, a dover gestire il quadro migratorio più “pesante”, né in termini assoluti né in proporzione alla popolazione. Alla domanda numero 2: non è alcuno dei Paesi africani (nord- o centro- che siano) cui siamo per riflesso automatico abituati a pensare lo Stato da cui proviene il numero più ingente di migranti/richiedenti asilo.
Il mosaico europeo è ben più vario e frastagliato di quel che siamo soliti pensare, e per capire gli scontri al calor bianco degli ultimi giorni – ma anche le possibili alleanze in divenire – tra Paesi Ue, conoscerne le tessere fondamentali torna quanto mai utile.
Chi viene e chi va
127.207. È il numero di disperati in cerca di fortuna sbarcati sulle coste italiane dall’inizio del 2023 al 15 settembre. Cifre che, come ormai arcinoto, indicano un raddoppio quasi esatto degli arrivi rispetto a un anno fa, per lo scorno della destra nel frattempo giunta al governo («i risultati sin qui ottenuti non sono quelli sperati», ha riconosciuto pochi giorni fa Giorgia Meloni). La punta dell’iceberg, d’altra parte, di un fenomeno che col colore politico della compagine al potere a Roma ha ben poco ha che fare, come ha ricordato anche Frontex nel suo ultimo bollettino di pochi giorni fa: «La rotta verso l’Ue del Mediterraneo centrale resta la più attiva quest’anno, con numeri mai visti dal 2016, e la pressione su questa rotta potrebbe persistere nei prossimi mesi, con i trafficanti disposti a offrire tariffe più convenienti ai migranti in partenza da Libia e Tunisia e un’agguerrita competizione tra i gruppi criminali», ha scritto l’Agenzia per il controllo delle frontiere Ue nel suo aggiornamento del 14 settembre.
Ciò non significa però che le altre rotte della disperazione verso l’Ue che abbiamo imparato a conoscere non siano più battute. Nei primi otto mesi dell’anno, benché in calo, gli ingressi illegali registrati tramite la rotta balcanica sono stati oltre 70mila.
Quelli attraverso la rotta del Mediterraneo orientale (tra Turchia e Grecia) poco più di 24mila. E se quando ragioniamo di clandestini (loro malgrado) pensiamo in primis all’Africa sbagliamo di grosso: la prima nazionalità di migranti che tentano di aprirsi una strada che non c’è verso l’Europa resta, a distanza di anni dallo scoppio della guerra civile, quella siriana. Con oltre 43mila persone nella prima metà abbondante dell’anno, quello di Bashar al-Assad è di gran lunga il Paese da cui proviene il maggior numero di irregolari, ben prima della Guinea e della Costa d’Avorio (poco più di 15mila e 14mila rispettivamente secondo i dati più aggiornati del nostro ministero degli Interni).
Dietro la Tunisia, a ricordarci le conseguenze – su altre rotte – di un’altra grande crisi globale dimenticata, si piazza con poco meno di 9mila partenze l’Afghanistan
Lezioni d’asilo
Che Lampedusa sia allo stremo, e l’Italia di fronte a una ripresa eccezionale di traffici di migranti nelle acque al suo meridione, non v’è dubbio insomma – e non a caso partner e istituzioni Ue non hanno potuto, dopo le iniziali incertezze, fare a meno di riconoscerlo e di porgere, per lo meno a parole, la loro solidarietà.
Eppure se in Europa continentale si guarda regolarmente con un certo stupore alle grida di dolore dal Belpaese del tono «dobbiamo portare noi sulle spalle il peso di tutti i migranti che vogliono l’Europa» non è solo per menefreghismo o atavici pregiudizi anti-italiani. È (anche) che sotto un altro cruciale profilo l’Italia all’avanguardia in Europa non lo è proprio: quello dell’accoglienza dei richiedenti asilo.
Qui sono i dati raccolti e diffusi mensilmente da Eurostat a parlar chiaro. L’Italia è stabilmente dietro gli altri grandi Paesi Ue di “taglia” simile per domande d’asilo trattate: nel 2022 le 84mila richieste gestite da Roma sono state poco più di un terzo di quelle trattate dalla Germania (quasi 244mila) e della metà della Francia (156mila); decisamente meno anche di Spagna e perfino dell’Austria. E nel 2023, stando ai dati sin qui disponibili, la musica non pare cambiata, se non per un ridimensionamento delle domande trattate da Vienna che ci porta al quarto posto dietro gli altri tre grandi Paesi Ue. Emergenze a parte, insomma, il «peso» dell’integrazione dei richiedenti asilo in Europa – coloro i quali chiedono protezione internazionale perché in fuga da guerre o persecuzioni politiche – è portato in primis dalla Germania, poi da Francia e Spagna (che ha 12 milioni in meno di abitanti di noi) e solo dopo dall’Italia.
Pure se ci si allontana con lo sguardo dall’attualità e lo si posa sullo «stock» di popolazione straniera che ciascun Paese deve fare l’oggettivo sforzo (politico, culturale, economico, urbanistico) di integrare, l’Italia non è lo Stato chiamato alle fatiche maggiori. Né in termini assoluti né in termini relativi.
Coi suoi 5,2 milioni di cittadini stranieri (appena meno, dato aggiornato al 1° gennaio 2022) l’Italia deve “gestire” una percentuale di popolazione che ha radici altrove pari all’8,8%. Numeri meno impegnativi di quelli francesi – che a Emmanuel Macron così come a svariati suoi predecessori non hanno mancato di provocare serie preoccupazioni: Oltralpe si contano (Insee, 2022) 7 milioni tondi di immigrati, pari al 10,3% della popolazione. E la Germania? Anche da questo punto di vista gioca di fatto ancora in un’altra categoria. Qui secondo l’ufficio di statistica nazionale i cittadini stranieri sono oltre 11,5 milioni (dei quali, secondo la definizione adottata, quasi 10 milioni hanno avuto una «esperienza migratoria diretta»). Pure tenendo conto della taglia demografica del Paese, più ampia di qualsiasi altro in Ue (83,1 milioni di abitanti), ciò significa che la Germania gestisce una popolazione straniera pari ad oltre il 14% del totale.
La variabile d’Oriente
Se all’espressione «pressione migratoria» popoli d’Europa diversi associano in questi mesi significati decisamente diversi – da cui nascono facilmente incomprensioni e ripicche – è poi per un’altra variabile sin qui non ricordata, perché in tutti i conteggi ufficiali categorizzata a parte: l’afflusso di rifugiati dall’Ucraina. Già, la guerra sul fronte Est d’Europa pare congelata in uno stallo disperante, e ha perso via via d’interesse agli occhi degli europei.
Ma non c’è sforzo di accoglienza più grande svolto in Europa negli ultimi 18 mesi di quello per dare un sostegno immediato e concreto a milioni di cittadini ucraini in fuga dalla guerra. E se altri Paesi giurano di avere altre priorità quando l’Italia si sbraccia per chiedere aiuto di fronte agli sbarchi-record di Lampedusa, è anche per questo.
Dei 5,8 milioni di rifugiati in Europa dal Paese aggredito dalla Russia, 4,1 dei quali hanno richiesto come previsto il regime di protezione temporanea, risultano accolte in Italia (dati Unhcr) 167.525 persone. Cifra significativa, ovviamente, ma che impallidisce al cospetto di quelle che hanno dovuto (e accettato di) gestire alcuni Paesi del centro-est Europa: in particolare la Germania (ne alloggia oggi quasi 1,1 milioni, oltre un quarto del totale); la Polonia (poco meno di 1 milione, dopo aver gestito da febbraio 2022 il passaggio di almeno 1,6 milioni di persone); e la Repubblica Ceca (366.300, che su una popolazione totale di poco più di 10 milioni di persone significa oltre 3 rifugiati ogni 100 abitanti).
La stessa Spagna, pur decisamente più remota dall’Ucraina, accoglie secondo l’Unhcr più rifugiati ucraini dell’Italia: 190.370. Per le ragioni più varie, insomma, sul fronte dell’accoglienza del popolo di Volodymyr Zelensky lo sforzo italiano è stato molto meno titanico di quello affrontato da altri Paesi.
Quanto al fronte orientale, non va infine dimenticato che in Polonia i pensieri inquieti vanno anche al confine tremebondo con la Bielorussia, l’unico vero alleato di Vladimir Putin, che negli ultimi mesi ha dichiarato di aver ricevuto dalla Russia testate nucleari e miliziani del gruppo Wagner. E il cui regime gioca spudoratamente con i migranti spedendone a migliaia verso il confine con l’Ue quando lo ritiene utile: nel 2023, secondo Varsavia, sarebbero già 19mila i tentati ingressi illegali da quella frontiera, più di quelli registrati in tutto il 2022.
Per far fronte alla sfida, il governo di Varsavia non ha lesinato gli sforzi, inviando nelle scorse settimane lungo il confine migliaia di soldati oltre alle 5mila guardie di frontiera già presenti. I metodi con cui gli agenti polacchi respingono i migranti verso gli sperduti boschi bielorussi sono brutali e indegni di un Paese europeo, denunciano da mesi le associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani. Ma tra una manciata di settimane in Polonia si vota, e i governanti di Varsavia non hanno intenzione di mostrare la minima incertezza. Così come (quasi) tutti gli altri governi Ue verso la loro, di emergenza-migranti.
(da Open)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
IN AUMENTO ANCHE IL TASSO DI INDIGENZA, CHE RIGUARDA IL 9,3% DELLA POPOLAZIONE CONTRO L’8,8% DEL PRIMO SEMESTRE 2022 – L’INDICE DI POVERTÀ AUMENTA NOTEVOLMENTE TRA LE FASCE DI ETÀ PIÙ GIOVANI
Il 40,1% degli argentini, circa 18,4 milioni di persone su un
totale di 46, vive al di sotto della soglia di povertà secondo dati diffusi oggi dall’Istituto nazionale di statistica (Indec). Il dato relativo al primo semestre del 2023 rappresenta un aumento di 3,6 punti percentuali rispetto allo stesso semestre del 2022 e dello 0,9% rispetto al semestre precedente.
In aumento anche il tasso di indigenza, che riguarda adesso il 9,3% della popolazione contro l’8,8% del primo semestre 2022 e l’8,1% del semestre precedente.
Secondo i dati ufficiali inoltre, l’indice di povertà aumenta notevolmente tra le fasce di età più giovani. In Argentina sono poveri il 56,2% dei bambini tra 0 e 14 anni e il 46,8 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Il livello di povertà si attesta in Argentina attorno al 40 per cento ormai da circa 3 anni, fin dall’inizio della pandemia, e la crisi economica e finanziaria che attraversa il Paese, con un’inflazione oltre il 100%, rischia di aggravare ulteriormente l’attuale panorama.
(da agenzie)
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