Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
IL NO DI CROSETTO E PIANTEDOSI BLOCCANO IL DELIRIO SOVRANISTA
Pazza idea: nominare il generale-scrittore Roberto Vannacci
come commissario straordinario di Caivano. La suggestione sarebbe nata a palazzo Chigi – come hanno riferito fonti qualificate a Domani – proprio nei giorni di massima tensione tra Vannacci e il ministero della Difesa. Quando la premier Giorgia Meloni si è recata nel comune alle porte di Napoli dopo le notizie sullo stupro di due cuginette minorenni.
L’idea della promozione del generale è del duo Fazzolari-Meloni. Un’intuizione che si è scontrata con un doppio muro: il no categorico del ministero guidato da Guido Crosetto e quello altrettanto duro del Viminale timonato da Matteo Piantedosi. Non a caso il decreto Caivano del 7 settembre ha individuato per il ruolo un profilo decisamente meno mediatico e controverso come quello di Fabio Ciciliano, dirigente medico della Polizia.
Il caso delle violenze al parco Verde di Caivano è emerso il 25 agosto. Gli stupri avvenuti nel comune campano erano solo gli ultimi di una serie di casi simili, tutti con il comune denominatore della violenza di gruppo contro donne o ragazzine avvenuta nelle periferie urbane di grandi città.
Da una settimana, però, il dibattito pubblico era occupato dalle polemiche attorno al libro Il mondo al contrario, autopubblicato su Amazon dal generale Vannacci. Le opposizioni attaccavano da sinistra. Il ministro Crosetto, per difendere l’immagine dell’esercito, aveva richiamato il generale agli obblighi di imparzialità propri di chi indossa la divisa. Ma da destra non tutti condividevano quella posizione. Anzi, i messaggi di sostegno e condivisione del punto di vista estremo di Vannacci, anti-gay e contro i migranti, si moltiplicavano col passare dei giorni.
In questo clima il governo Meloni si trovava a riprendere i lavori dopo la sospensione estiva: con la tempesta perfetta di un militare che lanciava un messaggio forte e potenzialmente affine all’elettorato vicino all’estrema destra e il riesplodere della cosiddetta emergenza sicurezza sulla scia di una terribile violenza.
LA MOSSA DI MELONI
A mano a mano che la fama di Vannacci aumentava, cresceva anche la competizione intestina dentro il centrodestra, tanto da accendere un campanello d’allarme in casa FdI. Se il ministro Crosetto si era subito esposto per arginare e prendere le distanze dal generale («le sue sono farneticazioni», disse pur senza entrare nelle scontro politico), la Lega di Matteo Salvini aveva invece immediatamente sposato le posizioni di Vannacci, lasciando addirittura intrevedere la possibilità di candidarlo alle europee.
«Non chiudo le porte a niente», aveva da subito detto in modo sibillino il generale. Nel frattempo le vendite del libro continuavano a crescere insieme al numero di interviste e alle polemiche ogni volta che veniva organizzata una presentazione.
Anche nel mondo a destra di Meloni gli estimatori si stavano moltiplicando. In prima fila l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, impegnato a compattare l’elettorato più estremo, critico rispetto alla linea “morbida” della premier, considerata un tradimento rispetto alle promesse di campagna elettorale.
Proprio mentre era in corso questo doppio assalto al bacino elettorale di FdI – con conseguente preoccupazione dei vertici – a Fazzolari e Meloni, costretta al silenzio dal suo ruolo istituzionale ma in disaccordo con la linea prudente di Crosetto, è maturata l’idea di passare al contrattacco. Da un lato il responsabile dell’organizzazione, Giovanni Donzelli, interviene pubblicamente sul Corriere della Sera il giorno dopo Crosetto per dire che «in un mondo libero si scrive ciò che si pensa». Dall’altro palazzo Chigi ipotizza di recuperare Vannacci alla causa di FdI nominandolo commissario per l’emergenza sicurezza a Caivano.
L’obiettivo principale è politico: sottrarre il generale alla Lega per portarlo nel cerchio di influenza meloniano e recuperare così quota nell’elettorato storico di FdI, anche a costo di dare nuovo fiato alle polemiche e sbugiardare il proprio ministro della Difesa.
Ma il tentativo non ha potuto superare la netta contrarietà dei due ministeri sotto la cui sfera rientravano entrambe le questioni. Piantedosi ma soprattutto Crosetto avrebbero liquidato l’ipotesi come del tutto impercorribile. Arginando così palazzo Chigi, o forse salvandone la credibilità istituzionale.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA FIGLIO DI PAPA’ CI INFORMA CHE IN GERMANIA I NAZISTI SONO ANCORA AL POTERE
Si apprende da fonti autorevolissime, il vicesegretario della Lega Andrea Crippa, che in Germania i nazisti sono ancora al potere.
Ottant’anni fa invadevano gli altri Stati con i panzer della Wehrmacht e adesso lo fanno con le Ong dei migranti, allo scopo di creare malcontento sociale e propiziare la sostituzione della Meloni con Draghi e la Schlein (il famigerato governo Draghlein).
Chissà cosa penserebbe il Crippa se, dopo avere ascoltato le sue parole, qualche vicesegretario tedesco gli desse del mafioso mandolinista mangia-spaghetti o, con maggior rigore filologico, del nostalgico di Mussolini, accusandolo di non avere ancora digerito la sconfitta delle legioni romane nella foresta di Teutoburgo (9 d. C.).
Perché il livello delle accuse del Crippa è quello: un riuscitissimo mix di complottismo e pregiudizio. Intendiamoci, i governi tedeschi e francesi non brillano per solidarietà nei confronti dell’Italia, e nei fatti sono molto più sovranisti di quanto lo sia il nostro a parole.
Però il Crippa sposta il problema sul piano della surrealtà, appagando il bisogno popolare di trovare in fretta una soluzione e soprattutto un colpevole.
Qualcuno dirà: proprio come Salvini. Ma la differenza decisiva tra salvinismo e crippismo è che Salvini non crede sempre a quello che dice, mentre il Crippa dà la sensazione di pensare davvero che i migranti siano al soldo dei nazisti.
E che questo pensiero, per noi disturbante, a lui arrechi persino un certo sollievo
(da Il Corriere della Sera)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
ESISTE UN LIMITE ALLA BALORDAGGINE?
Ieri il ceto politico, e altri sparsi, ha celebrato alla Camera una
sinfonia sobria e ben riuscita in memoria del presidente emerito morto venerdì, Giorgio Napolitano. Sembrava tornato per un solo momento un paese freddo, razionale, emotivamente equilibrato, unito in un breve ma intenso atto memoriale di comune retorica repubblicana e nazionale. Salvini e i suoi erano tra gli officianti istituzionali, in mezzo a una sfilza di presidenti anche francesi e tedeschi. Eppure per loro nella politica quotidiana è tornata la logica del rutto libero, espressa stavolta con forte potere di immaginazione storica dal vicesegretario della Lega che ha imputato alla Germania un’invasione destabilizzatrice di migranti paragonabile all’occupazione del suolo patrio dopo l’8 settembre. Salvini il neo-Truce dà il “la”, e il concertino si fa bello delle più incredibili assonanze e dissonanze, di stridii e cachinni che sputtanano governo, maggioranza e istituzioni civili in Europa. E inducono Meloni a una rincorsa dubbia.
Il ritorno del rigurgito come strumento primitivo di comunicazione politica, a molti mesi dalla fatidica soglia elettorale per l’Unione europea e il suo parlamento, sconcerta e sorprende. Da molti anni ormai il senatore Salvini era impegnato in un’operazione di smantellamento della sua vecchia immagine ribalda, si era per così dire rimpannucciato partecipando al governo di unità nazionale e vincendo con gli alleati le elezioni politiche, ora litiga con il suo ex capo di gabinetto divenuto ministro dell’Interno, sparacchia a caso contro Bruxelles, Parigi e Berlino, ricomincia a usare un linguaggio sudicio sugli sbarchi di povericristi, che non sono un’invasione per quanto difficili da governare in un clima di forza e civiltà, eccita nei suoi il vecchio spirito massimalista e demagogico dell’epoca infausta del governo del contratto, quando leghisti e grillini prima maniera lasciarono tutti a casa e scapparono di casa facendo in un anno meno danni materiali di quelli verbali e d’immagine, fino al clamoroso suicidio dei pieni poteri e del Papeete.
Dal rutto a torso nudo e dai modi fascistoidi sembrava che i veri fascisti liberali della stagione di Meloni, subentrata con voti e poi con una certa aura di autorevolezza al casino organizzato degli anni passati, avessero, dopo le cure Franceschini e Draghi, emancipato un partito combattente che ha una classe dirigente di governatori e ministri seri ma è sempre pronto a sacrificarla pubblicamente in un comiziaccio baciasalami. Niente da fare, allo zelo istituzionale dei contraenti il patto di maggioranza il nuovo trucismo oppone grisaglie e rutti liberi, appena può impunemente sottrarsi a un comportamento minimamente decente.
Salvini non è mai un problema finché non diventa un problema. Ha più che dimezzato i voti quando ha giocato sull’assimilazione politica e di sistema, e questo lo cruccia, lo indispone, lo mette in pericolo tra la sua gente, che poi sarebbero i famosi deplorables, la minoranza qualunquista e sfasciacarrozze che la Lega dell’ex Truce voleva inglobare in un progetto nazionale e istituzionale evidentemente fallito. La sua debolezza relativa, compensata da un’alleanza vincente, ora crea debolezza e imbarazzo per la sua stessa maggioranza e per i suoi uomini di governo meno sprovveduti.
Uno deve decidere, o punta sul ponte o si butta continuamente dal ponte, risale e si ributta in uno spettacolo di autolesionismo e demagogia trita e ritrita. Il neo Truce non ha deciso e costituisce per questo un serio ostacolo alla pratica e all’immagine di destra conservatrice e di governo alla quale i veri vincitori delle elezioni di un anno fa sono attaccati e dalla quale non dovrebbero né vorrebbero scollarsi bruscamente. Lo si tollera pensando al monopoli elettorale, a una fase turbolenta da mettere nel conto, ma fino a quando, fino a che livello di balordaggine è possibile mantenere il timone della politica estera e di difesa, della politica finanziaria e delle alleanze decisive per questa nazione, come direbbe la capa del governo insidiato dalla burinaggine di un uomo del nord molto più cafone di qualunque borgataro e garbatellaro?
(da Il Foglio)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
IL FILOSOFO ESONDA: “LEI E’ IN MALAFEDE!”… AL CULMINE DEL PANEGIRICO, LOFANO HA INCORNICIATO IL FIN QUI FALLIMENTARE “PIANO PER L’AFRICA” CHE CACCIARI PRIMA INCREDULO, POI SCONFORTATO E SGOMENTO (“MA PER CARITÀ DI DIO”) HA ASSUNTO VIVIDE ESPRESSIONI MUTE, TUTTE IMMORTALATE DALLA REGIA: GUARDIA AL CIELO. VISO AFFONDATO SUL TAVOLO. OCCHI SBARRATI. BRACCIA AGITARSI. MANI TRA I CAPELLI”
Da lunedì sera, nell’ideale podio sull’uso del silenzio reso eloquente come una lectio magistralis va collocato, di diritto, il professore Massimo Cacciari. Ospite nella puntata di 8 e mezzo dedicata al bilancio del primo anno del governo Meloni, il filosofo ha elencato tutti gli insuccessi del governo della destra. Palesemente alle corde sull’economia sempre più schiacciata sotto il peso di debito pubblico e scommettere e dall’immigrazione irregolare fuori controllo, come ammesso dallo stesso premier.
Una critica fattuale condivisa da Andrea Scanzi e da Sebastiano Barisoni di Radio 24, che certo un bolscevico non è.
Mentre a spargere di lodi il cammino fin qui percorso dall’esecutivo ci pensava Rita Lofano. Forse per dovere d’ufficio, in qualità di direttore dell’Agi (l’agenzia di stampa di proprietà dell’Eni) succeduta a Mario Sechi chiamato da Giorgia Meloni per una fuggevole collegamento a Palazzo Chigi (tutto si tiene). O chissà, per convinzione personale (preferiamo la prima ipotesi).
È stato quando al culmine del panegirico, Lofano ha incorniciato il fin qui fallimentare “piano per l’Africa” che Cacciari prima incredulo (“lei è in totale malafede”), poi sconfortato e sgomento (“ma per carità di Dio”) ha infine assunto vivide espressioni mute, tutte immortalate dalla sapiente regia di 8 e mezzo.Guardia al cielo. Viso affondato sul tavolo. Occhi sbarrati. Braccia agitarsi. Mani tra i capelli. Fin quando richiesto da Lilli Gruber di un ulteriore commento sui petali di rosa disseminati dall’implacabile Lofano, Cacciari ha detto che poteva bastare così. Salutato, ne siamo convinti, dall’applauso di quanti, nelle case degli italiani, non ne possono davvero più di questo indecente manipolare la realtà. Offndere l’altra intelligenza. Negare l’evidenza.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
SONO 31 GLI ARRESTI PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO MAFIOSO FINALIZZATA AL TRAFFICO DI DROGA
Sono tre le presunte associazioni criminali smantellate oggi con
l’operazione del Ros “Monte Nuovo”. Dei 31 arrestati, in otto devono rispondere di associazione per delinquere di stampo mafioso, in sei di associazione segreta e altri 14 di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga.
Per alcuni degli indagati ci sono più contestazioni come per l’ex assessora regionale dell’agricoltura, Gabriella Murgia e il primario di Cagliari, Tommaso Girolamo Cocco, entrambi finiti in carcere insieme con Alessandro Arca, Nicolò Cossu, Tonio Crissantu (nipote di Graziano Mesina), Vincenzo Deidda, Mario Antonio Floris, Battista Mele, Giovanni Mercurio, Giuseppe Antonio Mesina, Desiderio Mulas, Paolo Murgia e Alessandro Rocca.
Ai domiciliari sono finiti, invece, Vito Maurizio Cossu, Andrea Daga, Alice Deidda, Alessia Deidda, Antonio Fadda, Giuseppe Paolo Frongia, Anna Gioi, Raffaele Gioi, Salvatore Gioi, Marco Lai, Tomas Littarru, Antonio Marteddu, Riccardo Mercuriu, Serafino Monni, Marco Muntoni, Antonio Michele Pinna, Paolo Sale, Marco Zanardi.
Facevano gli “spuntini”, anche all’interno dell’ospedale Binaghi di Cagliari, che era diventato uno dei luoghi di incontro tra i presunti criminali, il medico e l’ex assessora regionale arrestati oggi nel corso dell’operazione del Ros.
“Abbiamo accertato diversi incontri – ha detto il tenente colonnello Giorgio Mazzoli, comandate del Ros di Cagliari, nel corso della conferenza stampa – a cui hanno preso parte anche loro più volte”.
Secondo gli investigatori con questa indagine si è coperta una “saldatura” tra due mondi considerati inconciliabili: quello della criminalità legato al traffico di droga o a quello che era l’Anonima sequestri, con alcuni membri delle istituzioni.
“Questa operazione dimostra un cambiamento del paradigma in cui si vedeva che la Sardegna aveva solo associazioni e bande modulari legate alle attività storiche come gli assalti ai portavalori e i sequestri – è stato spiegato in conferenza – adesso c’è un’associazione segreta di cui fanno parte questi membri delle istituzioni che avevano capacità di intervenire nelle decisioni degli enti locali”.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
GIANFRANCO FINI DEFINISCE “SPAZZATURA” I “FALSI RACCONTI” CHE CONTINUANO A CIRCOLARE: “I TEMPI LUNGHI SULLA SFIDUCIA A BERLUSCONI? AVREI POTUTO FISSARE IMMEDIATAMENTE LA VOTAZIONE. MA NON LO FECI PERCHÉ…”
Gianfranco Fini, che ricordo ha del presidente Napolitano?
«Quello di un uomo molto rigoroso. Che diventava puntiglioso tutte le volte che si trattava di rispettare o di difendere l’equilibrio tra poteri dello Stato. Vede, Giorgio Napolitano ha avuto un rispetto sacrale della Costituzione. A differenza di alcuni predecessori, che hanno inciso nella dialettica tra partiti e in certi casi l’hanno determinata, come Scalfaro o prima ancora Cossiga, mai, neanche una volta ho sentito fare al presidente Napolitano considerazioni o anche solo accenni al dibattito politico-partitico in corso allora».
Per cinque dei nove anni di Napolitano al Colle, lei fu presidente della Camera. E anche il leader di partito che staccò un pezzo importante dalla maggioranza di Berlusconi.
«Furono anni turbolenti. E lo furono anche per alcune mie scelte politiche, certo. Ma la teoria secondo cui l’allora capo dello Stato fosse il regista di un complotto per far cadere Berlusconi con la mia complicità non solo è infondata ma anche offensiva. Con falsi racconti degni della spazzatura che continuano a circolare».
Si riferisce alle testimonianze di chi sostenne che lei avrebbe fatto ascoltare in viva voce una telefonata in cui il presidente si compiaceva delle difficoltà che le sue scelte avevano creato al governo?
«È una cosa totalmente falsa. Napolitano non si occupava delle vicende politiche in presenza, figurarsi se l’avrebbe fatto per telefono. Le voglio raccontare alcuni episodi del mio rapporto con lui».
Complotto o non complotto, come risponde a chi pensa che il Quirinale abbia avuto un ruolo nella sua decisione di presentare una mozione di sfiducia contro il governo Berlusconi?
«Nella primavera del 2010 venni estromesso dal Popolo delle Libertà…».
Il giorno del famoso «che fai, mi cacci?» con cui lei rispose a Berlusconi.
«Esattamente. Né in quel giorno, né nei giorni o nelle settimane o nei mesi successivi, il presidente Napolitano parlò con me delle dinamiche in corso nella maggioranza, del mio rapporto con Berlusconi, dell’oggettivo indebolimento dell’esecutivo».
Molti finiani denunciarono i tempi lunghi che vennero riservati al voto sulla mozione di sfiducia, sottolineando l’ampio margine che ebbero i berlusconiani per cercare i famosi «responsabili».
«La preoccupazione principale del Quirinale era mettere in sicurezza l’approvazione della legge di bilancio, in discussione al Senato. Il giorno in cui alcuni ministri si dimisero dal governo esprimendomi la loro solidarietà, a metà novembre 2010, io e Schifani venimmo convocati da Napolitano. Il capo dello Stato chiese al presidente del Senato in che tempi, ragionevolmente, l’Aula avrebbe approvato la manovra. “Venti giorni”, fu la risposta.
I tempi della mozione di sfiducia furono dettati da questo timing. Se avessi voluto, data l’assenza di un accordo nella conferenza dei capigruppo, avrei potuto fissare immediatamente la votazione sulla sfiducia. Non lo feci perché sarebbe stato irresponsabile dal punto di vista istituzionale. Solo molto tempo dopo, Napolitano mi disse di aver apprezzato la mia decisione…».
Tommaso Labate
(da il Corriere della Sera)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
FRANCO CARDINI: L’ASCESA DELLE POTENZE CLASSICHE AVVENNE GRAZIE ALLE RAZZIE DELLE RICCHEZZE DELLE COLONIE, LE STESSE DA DOVE PARTONO I MIGRANTI
Quando cominciano, nel mondo, le ere nuove? È un vecchio
problema, e non solo di periodizzazione. Certo, le “ere” storiche sono una convenzione; e ancor più lo sono gli avvenimenti che noi prendiamo volta per volta a simbolo del chiudersi o dell’aprirsi di un’epoca. La presa della Bastiglia del 1789 e la battaglia di Valmy del 1792 continuano tuttavia a occupare, nel nostro immaginario, un ruolo analogo alla conquista di Granada e alla scoperta del Nuovo Mondo del 1492. Sappiamo bene che si tratta di simboli e di convenzioni: tuttavia, non è solo per abitudine scolastica che restiamo intimamente fedeli all’idea schematica che l’età moderna sia sorta nel 1492 e tramontata, appunto, nel 1789-1792 per dar luogo all’età contemporanea. Quelle due età sono entrambe tuttavia da ascrivere al più ampio e complesso momento della storia di un “Occidente” che rappresenta l’espansione dell’Europa fuori di se stessa, l’imposizione della sua supremazia e l’avviarsi di un’economia-mondo: di quel processo che ormai siamo abituati a definire “globalizzazione” o “mondializzazione”. Tale lungo momento, durato all’incirca mezzo millennio, è forse correttamente o comunque plausibilmente definibile appunto nel suo complesso come “Modernità”: per contro, il da troppi celebrato “Postmoderno” permane in realtà nell’indefinita e indefinibile bruma dei concetti ardui a comprendersi. E si apre un problema destinato a ricevere complesse, contraddittorie risposte: “Occidente”, “egemonia dell’Occidente sul mondo” e “Modernità” sono dimensioni considerabili come sinonimiche?
Nella seconda parte del XX secolo presero ad affermarsi, in parallelo con l’avanzare dei processi di “decolonizzazione” politica e di “neo colonializzazione” finanziaria, diplomatica e tecnologica, varie forme di rivendicata o di dissimulata supremazia di movimenti neo cristiani o postcristiani successori del colonialismo storico nei confronti d’indigeni “pagani” o “infedeli” o neo convertiti o rimasti sinceramente e più o meno solidamente cristiani. Ciò era destinato a non rimanere privo di risposte da parte né di alcune componenti del panorama del fondamentalismo religioso africano, né di gruppi religioso-politici negli altri continenti. I crimini del colonialismo in tempi sia lontani sia prossimi sono successivamente tornati o stanno tornando a galla: e insieme con essi la realtà che sia stato in buona parte grazie a quei crimini, ben noti almeno alle nostre classi dirigenti, che il mondo occidentale (…) ha potuto permettersi, giovandosi del controllo da parte delle lobby finanziarie e imprenditoriali statunitensi ed europee nonché sovente con la complicità degli stessi governi locali, di gestire la sistematica spoliazione degli interi continenti africano e latinoamericano: da qui, fra l’altro, l’esodo massiccio di migranti indigeni che fuggono da quelle immense aree depresse il suolo e il sottosuolo delle quali rigurgita peraltro di ricchezze drenate. Dalla Bolivia all’Africa occidentale, la gente più miserabile del mondo lascia i suoi paesi dal suolo e dal sottosuolo ricchissimi, al pieno possesso delle cui risorse avrebbero pur diritto secondo la Carta dell’Onu, per cercare asilo e lavoro in Paesi divenuti opulenti grazie alla secolare rapina di quegli stessi sventurati popoli. E la rapina continua: non ci sono conferenze internazionali, né denunzie all’Onu, né appelli all’opinione pubblica internazionale, né patti intergovernativi bilaterali, né progetti di sviluppo che tengano.
La violenza, la frode, la corruzione sono stati gli ingredienti strutturali del colonialismo; e il colonialismo una delle colonne portanti della vita, della potenza, della prosperità dell’Occidente; e l’abolizione dello schiavismo, da un certo momento in poi della nostra storia sette-ottocentesca, è stata del tutto funzionale e compatibile con la dinamica dello sviluppo delle nostre classi dirigenti e addirittura con le dinamiche e i costi della produzione. Questo atroce non-senso, questo scandalo senza nome, i signori di Wall Street e della World Trade Organization nonché gli elitari frequentatori dei meeting di Davos lo conoscono perfettamente. Esso ha provocato e continua a provocare, ha prodotto e continua a produrre guasti immani, comprese le ricorrenti epidemie di terrorismo, le carestie, le guerre e la tragedia senza fine dei boat people, quelli che noi chiamiamo – con un’espressione da disinvolto turismo balneare – “gommoni”. La casistica dei misfatti coloniali riempirebbe intere grandi biblioteche e quel poco che se ne sa o che se ne potrebbe sapere anche solo informandosene senza sforzo grida da solo vendetta al cospetto di Dio. Ma non parlano mai o quasi mai seriamente di queste cose né la nostra educata e schizzinosa società civile, né i media asserviti alle lobby e ai tanti think tank transnazionali che nel loro complesso costituiscono il deep government cui rispondono Paese per Paese, i governi e i partiti che ospitano nel loro seno o tra i finanziatori membri dei “comitati d’affari” lobbistici, né la società civile e la scuola che ne sono degne e magari inconsapevoli complici con il conformismo uso a distribuire patenti di democrazia e di dittatura a comando e a sbattere mostri in prima pagina in modo da coprire mostri ancor peggiori che si nascondono dietro essi.
Non abbandoniamoci a ipotesi di complotto universale o a fantasie dietrologiche coperte dal pretesto di un qualche ingegnoso paradigma indiziario. Il “grande complotto”, si può esserne (quasi) certi, non esiste; non c’è alcuna Tavola (né rotonda, né di altre forme geometriche) attorno alla quale seggano “Superiori Sconosciuti”. Ma disegni e programmi formulati per conseguire interessi particolari di lobby e di corporation da personaggi e da gruppi che contano al di fuori e al di sopra della legalità interna e internazionale, questi sì, ce ne sono parecchi. E le sedi delle corporation, dei club, delle banche, delle imprese, dei pool in cui essi vengono progettati sono ben fornite di stanze dei bottoni, di tavoli, di poltrone e di computer, sia pur non immuni dagli attacchi degli hacker. (…) È troppo presto per comprendere dove sta andando la politica di questi ultimissimi anni; una politica che, peraltro, si trova a far fronte a una crisi climatica che di qui a non molto, complice la desertificazione del sud del mondo, rischia di aumentare i flussi migratori verso i Paesi benestanti, oltre a creare disastri dei quali si stenta a valutare la portata. Se ancora un ventennio or sono le avventure militari Usa sembravano imporli come potenza egemone, oggi lo scenario è diverso. Il governo italiano ha un po’ in sordina ma con decisione definitivamente abbandonato qualunque interesse per il progetto One Belt, One Road egemonizzato dalla Cina: la sua decisione – certo “suggerita” dal nostro potente alleato d’oltreoceano – è stata però giudicata da molti imprenditori della penisola come “in controtendenza”, se non inopportuna per non dire autolesionista. I Brics (…) non sono ancora un’unione militare con esiti paragonabili a quelli della Nato: ma le esercitazioni congiunte di alcuni fra quegli Stati sono ormai sempre più frequenti. La guerra in Ucraina ha spazzato via dalla Russia l’idea che un collegamento politico-economico con l’Europa fosse possibile, così come le bombe hanno spazzato via il Nord Stream tanto voluto dalla Germania e dalla Russia stessa. Oggi la Russia è sempre più “asiatica”, rinforzando la partnership economica con Cina e India, ma anche con altri Paesi asiatici, mentre in Africa le milizie mercenarie Wagner rubano spazio alle vecchie potenze coloniali (Francia, Germania); al contempo, la “Nuova Via della Seta” cinese affronta battute d’arresto in un’Europa sempre più appiattita sulle scelte statunitensi, ma per questo in grave crisi economica, mentre si espande sul suolo africano. È difficile fare la storia del presente, si è detto, soprattutto dinanzi a mutamenti che appaiono con tutta evidenza di portata epocale. Per cui non facciamo previsioni sul domani, neppure su quello prossimo, ma auspichiamo ora più che mai un linguaggio della storia che riesca a narrare la pluralità più di quanto non abbia fatto fino a oggi.
Franco Cardini
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
PERCHE’ LA MISSIVA CONTRO LE ONG E’ UN BOOMERANG
Giorgia Meloni appare ormai prigioniera di se stessa. Ingabbiata in un’immagine che si è autonomamente assegnata. Non riesce ad uscire dal cliché della donna di destra che alza la voce per risolvere i problemi e per dimostrare di essere forte. E di guidare una “nazione” altrettanto forte.
Ma quando quell’immagine si misura con i fatti e con la realtà, va immediatamente in frantumi. Mostra tutti i segni e i cocci della sua debolezza. È uno specchio introflesso, capace solo di riflettere le esigenze domestiche e che esplode in mille pezzi quando subisce la spinta ad una naturale ed europea estroflessione.
La lettera inviata al cancelliere tedesco Scholz sta provocando proprio questi effetti. I contenuti e soprattutto il tono espongono il Paese ad una fragilità inusitata.
Nel merito, infatti, la presidente del consiglio non tiene conto di alcuni aspetti che sono fondamentali e che in diplomazia marcano la differenza tra la sconfitta e la vittoria. Il provvedimento di cui si lamenta è stato approvato dalle autorità tedesche nel 2022. Il finanziamento destinato alle Ong che operano nell’attività di assistenza dei migranti rientra nel bilancio federale varato oltre nove mesi fa. Non è insomma una novità. Non è certo la prima volta che Berlino prevede quel tipo di misura e comunque è stato autorizzato quando il governo Meloni era almeno agli albori. Le parole scritte nero su bianco dalla premier, invece, non solo fanno emergere una conoscenza approssimativa delle scelte compiute da un Paese non solo leader in Europa ma storicamente alleato dell’Italia, ma fanno sospettare che il Cancelliere socialdemocratico Scholz abbia voluto deliberatamente mettere in difficoltà un esecutivo di destra.
Non si tiene poi conto degli obiettivi del fondo messo a disposizione dalla Germania. Non riguarda solo l’Italia. È un bando rivolto a tutte le organizzazioni non governative che si muovono in questo settore. Nel nostro Paese, ma anche in Polonia, nella Repubblica Ceca etc. Riguarda le iniziative avviate in mare ma anche sul terreno. Anche, ad esempio, per quei volontari che accolgono i rifugiati via terra. Si ottengono i soldi dopo aver partecipato ad un regolare bando. Tanto per fare un esempio, tra le organizzazioni che usufruiscono di questi aiuti c’è anche la Comunità di Sant’Egidio. Non esattamente un gruppo di pericolosi complici dei trafficanti di essere umani. Ma probabilmente uno dei più grandi e efficienti movimenti cattolici impegnati nella solidarietà sul campo. Di certo in Italia e in Africa. Questo governo, allora, che si richiama ai valori della tradizione, come concilia le sue presunte vocazioni con una critica così feroce ad una associazione cristiana? Come combina la pretesa di sventolare la fede con una linea così oltraggiosamente contraria ai principi che anche di recente sono stati confermati e rilanciati da Papa Francesco?
Ma queste palmari incoerenze sono incorniciate con una modalità che sottolinea l’inefficacia dello strumento. Il linguaggio e la gradazione che viene utilizzata in quel testo è assolutamente controproducente. Ricorrere a una lettera di questo tipo con la Germania significa aprire un altro conflitto dentro l’Unione europea. Meloni aveva già iniziato nei mesi scorsi mostrando inutilmente i muscoli con la Francia. Ora lo fa con Berlino. Significa non rendersi conto del contesto in cui agisce. E non capire che dentro l’Ue i risultati si conseguono con le alleanze. La logica a Bruxelles è quasi sindacale. Ma per affermarsi nel negoziato bisogna avere la consapevolezza dei propri mezzi e comprendere che senza Francia e Germania difficilmente si va da qualche parte. Che abbracciare l’ungherese Orbán, come ha fatto la presidente del consiglio pochi giorni fa, può essere utile a gonfiare il proprio ego e forse a galvanizzare la base più radicale del suo elettorato, ma certo non serve a raggiungere traguardi utili al Paese. Nemmeno a tutelare l’interesse nazionale. Soprattutto è chiaro che a Palazzo Chigi non si sono accorti che Scholz, sulla questione migranti, può essere l’alleato più prezioso. Perché anche in Germania i flussi migratori stanno esponendo il governo ad una severa difficoltà e a una gigantesca conflittualità interna.
Quella missiva, allora, può forse rifornire l’arsenale dialettico della politica interna italiana e contrastare la competizione sempre più a destra con la Lega di Matteo Salvini. Ma niente di più.
Anzi, il nostro Paese vive una fase delicata con i partner europei. Il Memorandum con la Tunisia è bloccato e messo seriamente in discussione dai partner “frugali” dell’Ue. A cominciare dalla Germania. Vogliono sapere se i soldi spesi dalla Comunità siano davvero impegnati nel modo giusto e non siano solo un regalo al Paese africano per accontentare l’Italia. Dinanzi a questi dubbi, l’esecutivo di Roma non riesce a far altro che aprire un ennesimo contenzioso proprio con i tedeschi. Una scelta che in questo momento spinge comunque il nostro Paese in un angolo. O meglio è la destra italiana a sospingerlo. E tra le questioni negoziali che ci attendono, ci sono anche la riforma del Patto di Stabilità, l’applicazione del Pnrr, la ratifica del Mes (il Meccanismo di Stabilità). Tutti dossier decisivi che dovranno essere trattati anche con Berlino. E allora è stato davvero conveniente spedire quella lettera alla Cancelleria tedesca? L’interesse nazionale avrebbe reclamato ben altro.
(da La Repubblica)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
“SE LEI E SALVINI NON MENTISSERO APPOSTA, AVREBBERO BISOGNO DI UNO PSICHIATRA”
Durissimo commento del filosofo Massimo Cacciari, ospite di
Otto e mezzo (La7), sul primo anniversario del successo elettorale di Giorgia Meloni e sulle parole autocelebrative diffuse sui social dalla presidente del Consiglio (“Oggi l’Italia è più credibile, più stabile più ascoltata”).
“Le affermazioni della Meloni hanno del paradossale – osserva l’ex sindaco di Venezia, che cede a una risata – Giorgia Meloni sarebbe più ascoltata e più credibile di Draghi in sede internazionale? Mi sembra abbastanza osé affermarlo”.
E aggiunge: “L’Italia sta meglio? Noi siamo arrivati a 2.870 miliardi di debito e stiamo procedendo con un aumento del debito pubblico pari a 10 miliardi all’anno. Come farà il governo Meloni una finanziaria decente lo sa solo lo Spirito Santo. Naturalmente non è tutta colpa del governo, ma l’Italia è in un immobilismo istituzionale e in una crisi economico-finanziaria drastica. Che cosa canta per farsi coraggio la Meloni? – continua – Cantare vittoria è semplicemente ridicolo e patetico. Questo è un paese in cui i risparmi privati sono diminuiti con un impoverimento spaventoso del ceto medio. I dati economici non sono migliorati di una virgola, anzi sono peggiorati. Questa è la realtà, al di là delle chiacchiere”.
Cacciari rincara: “Ma cosa canti vittoria? Dì le cose come stanno. Ma quando verrà il momento in cui questi politici ci racconteranno la realtà e non le loro promesse, i loro sogni, i loro desiderata? Sull’immigrazione, poi, immaginate cosa avrebbero fatto Meloni, Salvini e company con 3mila sbarchi al giorno, se fossero stati all’opposizione – aggiunge – Immaginate che casino avrebbero fatto. Non è certamente colpa loro se non c’è una politica migratoria europea, ma cosa raccontano? I successi del governo Meloni sull’immigrazione? Ma è veramente la mancanza totale del principio di realtà”.
E conclude: “Se non fosse apposta che mentono, falsificano e mistificano, sarebbero delle persone per cui chiamare lo psichiatra, perché mancano completamente del senso di realtà”.
(da agenzie)
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