Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
“LA LIBERTA’ PERSONALE E’ INVIOLABILE, DICE LA COSTITUZIONE, E QUESTO VALE PER TUTTI”… “MELONI PRIVA DI SENSO DI UMANITA'”
Meloni sui migranti? “Priva di senso d’umanità”. La difesa a oltranza
dei confini? “I decreti Salvini assurti a paradigma”. La premier con Von der Leyen a Lampedusa? “Ma a fare che?”. Chiusi per 18 mesi nei centri di trattenimento? “La libertà personale è inviolabile dice la Costituzione, e questo vale per tutti, migranti compresi”. Il costituzionalista della Sapienza Gaetano Azzariti ascolta il video di Meloni e dice subito: “C’è un incredibile scarto tra la consapevolezza del dramma migratorio e le misure esclusivamente sicuritarie”.
Meloni va addirittura oltre Salvini?
“Il modello, anzi il ‘paradigma’ che Meloni vanta, è esattamente quello sicuritario già perfezionato da Salvini che non solo non ha risolto i nodi strutturali delle politiche migratorie, ma ha fatto fare grandi passi indietro al paradigma umanitario, che è quello proprio della nostra Costituzione. E da lei adesso non è arrivata neppure una parola sui diritti umani”.
La premier può chiudere con ogni mezzo le porte dell’Italia?
“La sua insensibilità totale proprio sui diritti umani si evince da due passaggi. La difesa a oltranza del governo tunisino, al punto da attaccare chi parla di ‘un regime oppressivo’, cioè esattamente quello che la Tunisia è, definita invece dalla nostra premier addirittura come un ‘porto sicuro’. E poi le accuse ai governi che lei definisce ‘migrazionisti’ colpevoli di porre in essere politiche di accoglienza”.
La stretta di Meloni è costituzionale?
“Alcune misure sono pura retorica. Altre sono molto criticabili se rapportate alla nostra Carta. Altre ancora cercano di forzare il nostro ordinamento”.
È retorica il blocco navale?
“Ma certo. Lei può mai credere che si possa organizzare una missione congiunta degli Stati europei per bloccare, come ipotizza la premier, le partenze dall’Africa? Stiamo forse ipotizzando di dichiarare guerra a tutto il continente africano? Inutile che mi soffermi su quanto un’ipotesi del genere sia del tutto incompatibile non solo con la nostra Carta, ma con tutti gli accordi, le dichiarazioni, le prassi internazionali. Inviterei l’attuale governo a rendersi conto in che mondo vive”.
Invece i 18 mesi nei campi sono solo criticabili?
“Prolungare la detenzione amministrativa nei centri va contro il principio della libertà personale, nonché contro i doveri inderogabili di solidarietà riconosciuti e garantiti per tutti. La Consulta è intervenuta in passato con decisioni forse ancora insufficienti. Ma ciò non giustifica affatto che non ci si debba porre il problema”.
Meloni dice ai migranti: “Non vi conviene venire in Italia, sarete trattenuti e rimpatriati”. Ma lo può fare?
“I rimpatri non dipendono né da lei, né dalle sole leggi italiane, sono necessari accordi coi singoli Stati, che oggi in gran parte mancano, tant’è che questo strumento nei fatti è poca cosa. Ma forse Meloni pensa ad altro, ad allargare i casi di espulsioni, cioè l’obbligo di lasciare il Paese se un migrante viene sottoposto a un procedimento penale, tradendo così l’idea che tutti sono dei delinquenti. Ma anche in questo caso i diritti di difesa garantiti dalla Costituzione non consentirebbero mai di abusare oltremodo di queste misure”.
Lei cosa consiglierebbe a Meloni?
“Di abbandonare l’idea che, per usare le sue parole, soluzioni “strutturali” del problema migratorio si possano fare a colpi di decreti legge sulla base dell’emozione del momento. Pensi invece a un disegno di legge che garantisca, oltre alla sicurezza, anche i diritti umani e la dignità della persona”.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
IL SILURO DI ZAIA AL “CAPITONE”: “IO CI SONO, MA PER QUELLI DEL PRATO, NON PER CHI È SUL PALCO”
Il sacro prato dei lumbard accoglie il suo popolo con una scritta: “Veneto libero”. L’erba non è tagliata di fresco. Il palco leghista del raduno più xenofobo delle sue trentatré edizioni, viene montato da un gruppo di immigrati africani con la maglietta “Crew”.
Sui camper i manifesti invocano “Bossi”. La coreografia rimanda alle origini: “Salvini premier”, “Padania repubblica indipendente federale”, “Autonomia subito”. Sulle bandiere sventolano leoni di San Marco e guerrieri anti-Barbarossa. Da Alberto da Giussano e Marine Le Pen lo spettacolo attuale è però opposto.
Il gelo della base, sotto le attese i giovani presenti ieri, ora agita il Capitano. “Ha sbagliato indirizzo – sintetizza Luigi Dossena, tessera numero 69 del partito – con Le Pen non doveva invitarci a Pontida, ma andare a Predappio”. Ammettere che “la base ha mal di pancia” è un eufemismo. “Siamo nati per la secessione del Nord – dice un gruppo di ragazzi della Brianza – ci ritroviamo con il ponte sullo Stretto e l’icona francese del centralismo statale europeo”.
Nel luogo-simbolo del Carroccio il lancio della campagna per le Europee, superando a destra Meloni e FdI, rischia di fallire ancora prima di cominciare. A temere la trappola è Salvini, ma anche la Le Pen.
Un pasticcio: l’ex popolo del Nord ancora pretende di “difendere la libertà delle genti padane dal potere romano”, ma il suo leader lo consegna all’ultradestra anti-Europa sovranista. “Ovvio che Bossi non possa più venire qui – dice Giovanni Bruseghin, attivista di Vicenza – lui resta un profeta: vederlo a braccetto con Le Pen sarebbe la demolizione plastica dei suoi ideali”.
Ancora più netto Marzio Favero, il “filosofo” del partito: “Le Pen a Pontida – dice – ricorda il ferro ligneo. Come una bestemmia in chiesa”. Sulla stessa linea l’ex pasdaran vicentina Manuela Dal Lago: “Che c’azzecca la Lega – domanda – con i fascisti? Così tradiamo la nostra missione autonomista e diventiamo una semplice forza di estrema destra”.
In allarme non è solo il sacro prato. Da Milano a Venezia il malessere contagia partite Iva e imprenditori campioni dell’export: spaventati dalla prospettiva di un’Italia sempre più spostata a destra, isolata su posizioni nazionaliste e xenofobe.
Di qui anche i mugugni in vista del congresso in Lombardia e gli strascichi dello scontro in Veneto. A Pontida la luce rossa, nella base, si accende anche sul caso-Zaia. Dice il governatore veneto: “Io ci sono, ma per quelli del prato, non per chi qui è sul palco”. Dietro il gelo con il Salvini a braccetto con Le Pen, il futuro suo e del partito.
Il Veneto tornerà alle urne per le regionali nel 2025 e Zaia, senza un cambio della legge elettorale, non può fare il quarto mandato. Il Capitano in queste ore, con l’incubo del sorpasso di Meloni e FdI, lo pressa per averlo capolista del Nordest alle Europee. Le cariche sono però incompatibili.
L’antipasto già al raduno dei giovani, presto abbandonato da Salvini per il derby di Milano. Un mare di bandiere venetiste, poche quelle ufficiali del partito. Oggi la protesta interna si annuncia pure silenziosa: i dirigenti disobbedienti promettono di disertare il palco e di restare muti sul prato, per marcare la loro “estraneità ai valori lepenisti”.
“Siamo incompatibili – dicono – e se veniamo qui è solo per ricordare che la Lega di Bossi è il contrario del neofascismo”.
A prevalere, il pressing degli ultimi giorni. Gli eletti assenti a Pontida saranno chiamati a giustificarsi personalmente con Salvini. Chi non verserà 30 mila euro per finanziare la campagna delle Europee, rischia la poltrona
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
PERCHE’ E’ SOLO FUMO NEGLI OCCHI PER I GONZI
Giorgia Meloni rompe il silenzio sul caos migranti e annuncia, con un
videomessaggio, la linea dura del governo. In realtà questi annunci sembrano più fumo negli occhi che reali soluzioni: sia per il numero irrisorio di rimpatri che l’Italia riesce a effettuare che per la quantità di posti nei Cpr, totalmente distanti dai numeri degli sbarchi in Italia.
Così mentre ritorna il tormentone del blocco navale (questa volta chiedendo all’Ue una “missione europea, anche navale se necessario”) la presidente del Consiglio presenta la sua ricetta e promette un giro di vite sui rimpatri.
Due gli annunci chiave: potenziare i Centri di permanenza per i rimpatri e aumentare a 18 mesi il termine di trattenimento nelle stesse strutture. Grazie a questo, per la premier, chiunque entrerà illegalmente in Italia sarà “effettivamente trattenuto in queste strutture per tutto il tempo necessario alla definizione della sua eventuale richiesta di asilo e per la sua effettiva espulsione nel caso sia irregolare”.
Ma ecco cosa non torna nella “linea dura” annunciata da Meloni.
Come funzionano i Cpr
I Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), sono quelli che qualche anno fa si chiamavano Centri di identificazione ed espulsione (Cie), e sono nati come “luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione“.
Cioè sono dei luoghi di detenzione per tutti coloro i quali entrano illegalmente in Italia e non hanno diritto all’asilo o alla protezione internazionale (per i quali, invece, è prevista la rete di accoglienza in attesa della definizione della domanda).
Con il decreto Cutro, in realtà, è stata aperta la possibilità del trattenimento del richiedente asilo durante la procedura accelerata di esame della domanda di asilo presentata alla frontiera al solo scopo di accertare il diritto ad entrare nel territorio dello Stato.
I posti disponibili
Ma è possibile trattenere nei Cpr tutti i migranti che arrivano in Italia? Assolutamente no. Dal primo gennaio al 15 settembre sono sbarcati in Italia 127.207 migranti. E i posti nei Cpr in tutta Italia? Sono solo poco più di mille.
Attualmente sono operativi solo 9 centri per i rimpatri e si trovano a Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma e Trapani. Il Cpr di Torino risulta chiuso dal 4 marzo 2023 dopo alcune rivolte.
La loro capienza è di circa 1.100 unità, come viene fuori dai dati forniti dal Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nella relazione al Parlamento.
Non basterebbe neppure per trattenere i migranti a cui è stato sottoposto un ordine di rimpatrio, quindi i veri e propri irregolari.
Guardando ai dati del 2022 (quando i numeri degli arrivi via mare erano molto inferiori agli attuali) su 105.129 migranti sbarcati, ci sono state 77.195 richieste di asilo. Quasi 28 mila dovevano essere quindi subito trattenuti nei Cpr per essere rimpatriati. E a loro andrebbero aggiunti i migranti che hanno visto rigettata la loro richiesta di protezione internazionale (nel 2022 il 53%).
Rispetto ai dati del 2022, pertanto servirebbero almeno 70 mila posti nei Cpr, contro il migliaio attuale.
“Un Cpr in ogni regione”
È la stessa Meloni a fare presente nel video che i posti sono pochi, scaricando la colpa a chi l’ha preceduta: “Altri anni di governi immigrazionisti ci hanno consegnato una situazione per la quale i posti nei centri di permanenza per i rimpatri sono scandalosamente esigui“. Il governo però adesso intende potenziare le strutture. “Un Cpr in ogni regione“, hanno detto più volte gli esponenti dell’esecutivo (un’idea in realtà vecchia, mai concretizzata, ma già avuta dell’allora ministro Minniti). Per questo nell’ultima finanziaria sono stanziati 42,5 milioni di euro per i prossimi tre anni proprio per “l’ampliamento della rete dei Centri di permanenza per il rimpatrio”.
Secondo quanto riportato sul rapporto “L’affar€ CPR” della Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (CILD), nel triennio 2021-2023, le prefetture competenti hanno bandito gare d’appalto per la gestione dei Cpr presenti in Italia, complessivamente, “per 56 milioni di euro, da sommare al costo del personale di polizia e la manutenzione delle strutture”. Con i fondi stanziati, pertanto, il governo potrebbe raggiungere (forse) l’obiettivo di arrivare a poco più 2 mila posti.
Ma anche se fossero in numero maggiore sarebbero comunque molto lontani dall’obiettivo sbandierato da Meloni di “trattenere tutti gli irregolari”.
L’aumento dei termini
E l’aumento a 18 mesi del termine massimo di trattenimento nei Cpr? Diminuirebbe il ricambio di migranti nei centri e renderebbe necessarie sempre più strutture. Il termine ha subito numerose modifiche nel corso degli anni. Era già a 18 mesi con Maroni ministro. Poi era stato diminuito a 180 giorni e nell’ottobre del 2020 era stato ridotto ulteriormente a 90 giorni, prorogabili di ulteriori 30. Nel decreto Cutro (all’articolo 10 bis) i 30 giorni di proroga erano stati aumentati a 45. Adesso sempre il governo Meloni riporta tutto a un massimo di 18 mesi, prolungando la presenza dei migranti nei Cpr. Nonostante i poco più di 1000 posti disponibili, nel 2022 sono stati trattenuti nei centri per il rimpatrio 6.383 migranti.
E quanti sono stati realmente rimpatriati? Solo la metà: 3.154, principalmente in Tunisia (2.308), in Albania (58), in Egitto (329) e in Marocco (189). Gli altri hanno lasciato la struttura per diverse ragioni, come per “trattenimento non convalidato dall’Autorità giudiziaria” o perché “non identificati allo scadere dei termini”.
I rimpatri
Come spiega il Garante, in Italia “la percentuale di rimpatri non ha mai raggiunto il 60 percento delle persone ristrette anche per lungo tempo in tali strutture”. Guardando al quadro completo, in Italia solo il 13,2% dei migranti sottoposti ad ordine di rimpatrio sono stati effettivamente rimpatriati e, dal 2014, non ne sono mai state effettivamente rimpatriate più del 24% (dati di Openpolis relativi al 2020).
Il problema sta negli accordi bilaterali tra l’Italia e i Paesi di provenienza, che non li firmano o non vogliono aumentare le quote. Nel 2023 i rimpatri sono stati fin qui solo 2.500, contro i circa 6.500 degli anni 2018 e 2019. Un punto, ovviamente, mai citato dalla presidente del consiglio nel suo videomessaggio. Perché il problema reale rimane quello dei rimpatri: le soluzioni proposte da Meloni sono quasi impossibili da mettere in pratica e comunque utili a poco, se non ad aumentare eventualmente la detenzioni dei migranti nei Cpr.
Trattenuti per il rimpatrio ma mai rimpatriati
Per capire quanto possono essere “utili” gli annunci della premier basta leggere le parole del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nella sua relazione nel giugno scorso al Parlamento. Partendo dal principio che “la privazione della libertà, bene definito ‘inviolabile’ dalla nostra Carta, possa attuarsi solo nella prospettiva di una chiara finalità, legalmente prevista e sotto riserva di giurisdizione” il Garante ha ricordato che “il 50,6 percento delle persone trattenute ha avuto un periodo di trattenimento detentivo senza il perseguimento dello scopo per cui esso era legalmente previsto”.
Cioè trattenuti per il rimpatrio ma mai rimpatriati. “Una sottrazione di tempo vitale non giustificata di fatto dalla finalità che il primo comma dell’articolo 5 della Convenzione europea per i diritti umani assume come previsione per la privazione della libertà e che la stessa Direttiva europea sui rimpatri del 2008 (la direttiva CE/115/2008) ritiene non accettabile perché non caratterizzata da una credibile possibilità di attuare il rimpatrio”.
Per questo il Garante – precisando che non intendeva “intervenire su scelte politiche che non sono di sua competenza” – invitava Parlamento e Governo a considerare questi dati “in un momento in cui l’ampliamento di strutture di questo tipo è stato avanzato come elemento strategico”. Spunti che, però, sembrano non essere stati analizzati dal governo.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
LA PATTUGLIA ACROBATICA USA AERMACCHI-339 DAL 1982, MA LA SUA AFFIDABILITA’ E’ ANCORA ALTISSIMA
È un modello di 44 anni fa l’Aermacchi-339, lo stesso di Pony 4 delle Frecce Tricolori che ieri 16 settembre si è schiantato a Caselle, nel Torinese, uccidendo una bambina di cinque anni.
Quello pilotato dalla pattuglia acrobatica italiana sarebbe destinato ad andare in soffitta, secondo il comandante delle Frecce Tricolori, il colonnello Paolo Rubino: «Nel prossimo futuro è prevista la sostituzione dei velivoli nel ciclo dell’ammodernamento della flotta della pattuglia». Subito dopo la tragedia, sono stati sollevati dubbi sull’opportunità di usare mezzi così vetusti, su cui però gli esperti escludono legami con le cause dell’incidente, considerando il modello usato dalle Frecce Tricolori ancora tra i più affidabili. Alla famiglia della piccola scomparsa, Rubino alla Tgr Friuli Venezia Giulia ha detto: «Ci stringiamo alla famiglia della bimba, è stato un caso di vera fatalità».
Il modello ideato da Ermanno Barsocchi nel 1979
Quello precipitato a Caselle, così come quelli del resto della pattuglia, è in dotazione alla Frecce Tricolore dal 1982. È un monomotore biposto da addestramento avanzato, ricorda il Corriere della Sera, predisposto anche come appoggio tattico usato da diverse aeronautiche militari nel mondo. Tra queste quella della Nuova Zelenda, Perù e Argentina. Ad acquistarlo era stato anche la compagnia militare privata Usa Draken International. A ideare il 339 era stato uno dei più grandi progettisti dell’aeronautica italiana, l’ingegnere Ermanno Barsocchi, morto nel 2005 dopo aver lavorato quasi esclusivamente per l’Aeronautica Macchi, un’azienda storica del settore. Il marchi oggi fa parte del gruppo Alenia e in passato aveva realizzato caccia anche per la seconda guerra mondiale. Sui modelli ideati da Barsocchi si sono addestrati quasi tutti i piloti militari italiani e parecchi civili. Il modello MB326, sempre di Barsocchi, era stato scelto dall’Alitalia tra gli anni ’60 e ’70 per addestrare i piloti.
Perché cambieranno i modelli
Gli esperti escluderebbero qualsiasi nesso tra l’anzianità dei caccia usati dalle Frecce Tricolori e l’incidente, continua il Corriere. Di certo c’è che l’Aeronautica militare italiana ha intenzione di passare a modelli più moderni. Soprattutto per una questione di costi legati all’età dei modelli in questione. Parecchi pezzi di ricambio non sono ormai più in produzione e la manutenzione rischia di essere sempre più costosa.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA È CHE IN MOLTI CASI I CONDOMINI SCELGONO L’AMMINISTRATORE CHE COSTA MENO CON IL RISULTATO CHE SPESSO VENGONO SCELTI FURBETTI E TRUFFATORI
La cosa che sogna di più il 43% dei condomini è avere un
amministratore «che tenga una contabilità affidabile e trasparente per non rischiare di essere truffati», secondo un sondaggio su settemila famiglie realizzato da Condes, società specializzata nel benessere abitativo.
Secondo Confabitare, l’associazione che rappresenta i proprietari di immobili i veri truffatori, quelli che scappano dopo aver svuotato il conto condominiale, sono una minoranza, che in alcune grandi città arriva però a un 5% di casi. Ma se per truffa si intende accordarsi con le ditte a cui si affidano gli appalti condominiali per intascare una percentuale «si viaggia intorno all’80% dei condomini», ammettono da Confabitare.
«Il problema va visto da ambo i lati, ossia anche da quello degli inquilini che scelgono quasi sempre l’amministratore che costa meno anziché quello più adeguato a ricoprire il ruolo», afferma l’ingegner Francesco Burrelli, presidente di Anaci, la più grande associazione di amministratori condominiali.
In Italia il “governo” dei condomini è affidato a 20 mila professionisti scritti in ben 49 associazioni di categoria, anche se ad amministrare palazzi e palazzine sarebbero in realtà molti di più, almeno 80 mila. Un esercito nel quale si nascondono furbi e truffatori.
A Bergamo l’amministratore di 117 condomini presentando falsi verbali con spese mai sostenute si è messo in tasca circa un milione prima di essere denunciato. A Novi Ligure 28 famiglie si sono ritrovate con ammanchi di decine di migliaia di euro per bollette elettriche mai versate.
La legge parla chiaro ed è bene tenerlo a mente: l’amministratore agisce su delega dei condomini che lo nominano e questi ultimi sono responsabili delle sue azioni e debbono perciò controllarne e sorvegliarne l’operato. Altrimenti sono responsabili di omesso controllo e costretti a pagare una seconda volta i fornitori.
Sarebbe bene far fronte compatto tra condomini quando si acquista casa in uno stabile di nuova costruzione, dove i primi tempi, avendo ancora dalla sua molti millesimi, il costruttore riesce a far nominare un amministratore di sua fiducia.
Con il rischio che poi questo, per “riconoscenza”, finisca per addebitare agli inquilini riparazioni causate da difetti di fabbricazione che spetterebbe alla ditta costruttrice pagare. Fenomeno tutt’altro che isolato, fanno sapere le associazioni degli inquilini. Ma siccome anche in questi casi è meglio prevenire che curare, ecco qualche consiglio utile dispensati dagli esperti di Condominioweb.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA A VERONA: OSPITE ANCHE AL QUIZ SU RAI 1, MA ERA IN MALATTIA
Tutti l’aspettavano nel piccolo comune di Tregnago, alle porte di Verona, ma anche questa volta si è fatta attendere. La dottoressa Maria Colavita, classe 1963, di Isernia, avrebbe dovuto entrare in servizio lo scorso primo settembre come medico di base nella cittadina scaligera, ma per giorni non si è fatta vedere. Fino a mercoledì scorso, quando arrivando allo studio per la prima volta, ha trovato non solo decine di pazienti stanchi di aspettarla, ma anche i Carabinieri, che le hanno notificato una denuncia per interruzione di pubblico servizio.
La dottoressa, specializzata in urologia e ginecologia «non risponde praticamente mai e tantomeno si presenta in ambulatorio» hanno dichiarato i cittadini che l’attendevano al civico 15 di via Unità d’Italia. «Il nuovo medico di base di Tregnago? E chi l’ha vista, starà visitando negli Emirati Arabi… », commenta qualcun altro, citato dal Corriere del Veneto, che provando a contattare la specialista molisana non ha ricevuto risposta, esattamente come i pazienti.
La rabbia del sindaco
«A me e al Servizio Sanitario arrivano molte segnalazioni riguardo il mancato servizio e l’assenza di risposte del nuovo medico di medicina generale a Tregnago, ha dichiarato tramite un post Facebook il sindaco del comune Simone Santellani. I disagi sono molti, posso solo dire che la situazione è monitorata dagli enti competenti, è un servizio pubblico importante che deve essere svolto con consapevolezza».
Secondo quanto riferisce il Corriere, l’Ulss 9 starebbe esaminando la questione dal punto di vista legale per sostituire al più presto l’urologa considerata «inadempiente». Chissà se in Comune era noto che questa non è la prima volta che Colavita sparisce. La dottoressa, infatti, ha una storia di assenteismo lunga 15 anni, che l’ha portata a finire su Striscia la Notizia, ma non solo. Particolarmente controversa è la sua partecipazione alla trasmissione di Rai Uno I Soliti Ignoti mentre, ufficialmente, era in malattia.
La condanna del 2008 e Striscia la Notizia
Era il 2008 e fu allora che Colavita divenne nota alle cronache locali. Dichiarava di essere caduta, e per questo di non poter lavorare. Ed effettivamente lo scivolone dalle scale c’era stato. In pronto soccorso a Colavita venne diagnosticata solo qualche ammaccatura, che però, grazie alle «diagnosi di medici compiacenti», per usare le parole del gip Enrico Manzi, le hanno consentito di prolungare la sua assenza dal lavoro per oltre un anno.
Durante questo periodo, Colavita riuscì a trovare le forze di recarsi a Roma, per partecipare alla trasmissione allora condotta da Fabrizio Frizzi. La dottoressa fu condannata, e passò un anno e sei mesi ai domiciliari.
Della vicenda si è occupata anche Striscia la Notizia, che riuscì a rintracciare la dottoressa nel 2018. «Sono sposata con un cittadino degli Emirati Arabi e lavoro un mese all’anno in loco grazie alle sue conoscenze. Non ho mai abbandonato un paziente in vita mia. Essermi assentata per lavorare è un mio diritto», dichiarò allora la specialista.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
IL PARTY A MARZO CON MEZZO GOVERNO… IL TITOLARE DELL’HOTEL SI SAREBBE RIVOLTO AI CLAN PER UN RECUPERO CREDITI
Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e ministro delle
Infrastrutture e dei Trasporti, ha festeggiato il suo 50° compleanno – insieme a mezzo governo -, nel relais di un imprenditore che si è rivolto alla ‘ndrangheta per recuperare dei crediti.
Precisamente: a un capo e a un affiliato arrestati insieme ad altre 36 persone in un’operazione della Dda di Milano eseguita dal Ros dei carabinieri.
Un’indagine che, nel 2014, smantellò tre “locali” di ‘ndrangheta tra Como e Lecco. E che accertò 500 episodi di intimidazione. Dall’inchiesta Insubria spuntò anche il nome di Massimo Guffanti.
È il 10 marzo 2023: la sera del Salvini-party a sorpresa. Sono passate meno di 48 ore dal Cdm sul naufragio di Cutro. È lo stesso capo della Lega a dare notizia della festa: “Un compleanno speciale! Buona serata da noi, Amici, e grazie di cuore per esserci sempre”, scrive in un post. A fare gli auguri a Salvini ci sono, tra gli altri: la premier Meloni, il presidente della Camera Lorenzo Fontana – dunque la quarta e la terza carica dello Stato -, altri tre ministri e Silvio Berlusconi.
Un centinaio gli invitati a “La Tenuta dell’Annunziata”, a Uggiate Trevano, nel comasco. Il relais è a pochi passi dalla Svizzera. Ristorante, 21 camere, bosco bioenergetico, spa. La bellezza del posto è insindacabile. Ciò che è discutibile è altro. Di quella festa, sei mesi fa, sono emersi alcuni dettagli. Ma non il più rilevante. Riguarda il padrone di casa: Massimo Guffanti. Fonda Tenuta Annunziata nel 2013, la gestisce insieme alle figlie Elisabetta e Arianna. Repubblica ha consultato documenti, visure, atti giudiziari. Viene a galla una storia che può mettere in imbarazzo Salvini e i suoi invitati.
L’inchiesta
Nel 2014 la Dda decapita tre “locali” di ‘ndrangheta: Calolziocorte, Cermenate e Fino Mornasco. 38 arrestati. I reati: associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, detenzione di armi da fuoco. È l’indagine Insubria diretta da Ilda Boccassini. Guffanti – si legge negli atti di indagine – è uno dei tre imprenditori (gli altri due li arrestano) che “entrano in rapporti con la ‘ndrangheta per riscuotere crediti”. Attraverso la mediazione di Bartolomeo Monteleone, Guffanti incarica Michelangelo Chindamo e Alfredo Rullo di recuperare 300mila euro dalla società Augusto Figini snc di Lomazzo (dichiarata fallita nel 2012).
Chi sono i due ‘ndranghetisti? Chindamo, nato a Palmi, è capo della “locale” di Fino Mornasco; Rullo, originario di Gifone, è affiliato. Per Guffanti non ci fu imputazione. Il motivo è spiegato nell’ordinanza di Insubria. L’atto intimidatorio – scrivono i pm – rientra tra gli “atti perfettamente accertati come tali… ma che non assurgono a rilevanza penale perché non superano la soglia del tentativo punibile…”. In sostanza: dopo “alcuni sopralluoghi” a casa del debitore Enrico Figini, la “condotta estorsiva” degli “uomini d’onore” mandati dall’imprenditore “cessò”. Il motivo non è noto.
È un fatto, però, che i rapporti di Guffanti con i due criminali sono acclarati. Insubria va a processo. Nella sentenza di Cassazione del 15 giugno 2017 si ricorda che “alcuni imprenditori” – tra cui lui – “entrano in rapporti con la ‘ndrangheta allo scopo di sfruttarne la capacità di intimidazione…”. All’epoca Guffanti era impegnato anche nella Pezzoli Petroli. Azienda che la moglie Magda Pezzoli eredita dal padre. Massimo è stato presidente del cda. Pezzoli Petroli partecipa con il 49% alle azioni in Comocalor, a cui si affidano il Comune di Como e l’ospedale Sant’Anna per il teleriscaldamento. “Papà oggi si dedica solo alla tenuta”, dice Elisabetta Guffanti. Curiosità: Massimo Guffanti non figura tra i soci di Tenuta Annunziata (né di Pezzoli Petroli). Ma il gran capo è lui.
È Guffanti che il 10 marzo 2023 accoglie Salvini e la fidanzata Verdini (“ma sono venuti il giorno prima per rilassarsi un po’”). Al tavolo “governativo” del vicepremier, la sera della festa, siedono Meloni con Giambruno e la figlia Ginevra, Berlusconi e Fascina, e i ministri Giorgetti, Calderoli e Valditara. Segue il karaoke Salvini-Meloni. Come approdano Salvini-Verdini all’Annunziata lo racconta ancora Elisabetta Guffanti. “È la fidanzata del ministro, tramite un amico comune, a prendere contatti”.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
IL PROGETTO DI BONOMI È QUELLO DI DIVENTARE PRESIDENTE DEL CDA LUISS, L’UNIVERSITÀ CONFINDUSTRIALE MA GUIDARE L’ATENEO SENZA UNA LAUREA È COME GUIDARE UN’AUTO SENZA LA PATENTE. E INFATTI LA LEGGE NON GLIELO CONSENTE
Laurea non c’è. Sigh! Anzi “sig.”, l’abbreviazione più detestata dal potere, che predilige quantomeno la qualifica basica di “dott.”. “Sig.” come signore e “dott.” come dottore, ovviamente. Di mezzo c’è il solito, fatidico titolo universitario, da incorniciare e poi appendere.
L’Italia, e non solo, è gravida di potenti, consiglieri e galoppini che si fanno passare per laureati. Stavolta a farsi irretire da questa atavica vanità accademica è addirittura Carlo Bonomi, il presidente di Confindustria che l’altro giorno ha parlato nell’ultima assemblea del suo mandato, iniziato nel 2020.
A Bonomi, in questi anni al vertice degli industriali, è stata accreditata una generica laurea in economia e commercio, a partire dal suo profilo di Wikipedia. Il Corriere della Sera, per dire, l’ha scritto pure il 30 luglio scorso, dentro a un pezzo sull’“allarme crescita” lanciato da Confindustria. Sul sito della Bocconi, la prestigiosa università meneghina, Bonomi è invece appellato come “dott.” all’interno del consiglio d’amministrazione dell’ateneo: venne nominato nel 2018 quale presidente di Assolombarda.
Ebbene, Bonomi non ha mai smentito la notizia di avere una laurea. Eppure forse avrebbe dovuto farlo. Ché l’attuale capo di Confindustria non è dottore. Non ha mai completato gli studi universitari. A metterlo nero su bianco sono i verbali di due assemblee della Fiera Milano Spa, redatti e sottoscritti dal notaio Mario Notari.
Bonomi, infatti, è anche presidente del cda di Fiera Milano Spa dall’aprile del 2020, quando era stato già designato per la guida di Confindustria. E dalla società quotata in Borsa incassa 107mila euro all’anno più altri 45mila, sempre annui, riconosciutigli per mansioni che solitamente non rientrano tra quelle del presidente. Cioè: “Curare e implementare, anche a livello internazione, le relazioni esterne istituzionali”.
Eccoli, dunque, i due verbali che attestano il buco nero accademico di Bonomi. Il primo è dell’assemblea ordinaria di Fiera Milano Spa, “tenutasi in data 28 aprile 2021”. L’allegato C del documento è dedicato alle domande degli azionisti arrivate via mail. Domanda numero 4, secca: “Il Presidente di Fiera Milano in cosa è laureato?”. Risposta della società, altrettanto secca che però suona come un ossimoro fantozziano: “Il Dottor Bonomi non possiede alcun titolo di laurea”. Resta Dottore, con la maiuscola, ma senza titolo. Fantastico.
Un anno dopo, l’assemblea di Fiera Milano Spa è sempre ad aprile, il giorno 22. Stavolta la domanda, formulata dall’azionista Tommaso Marino (lo stesso del 2021), è la numero 1: “Leggo a pag. 79 della Relazione Finanziaria 2021, che, indirettamente, il ‘Dottor Carlo Bonomi’ avrebbe una laurea. Ma proprio qualche tempo fa qui mi fu risposto qui (sic!) che ne fosse sprovvisto. E questo a parte quello che io penso e cioè che ciò dimostra come quando una persona sia capace, la laurea non serva, tant’è che il dott. Bonomi ha raggiunto i vertici di Confindustria pur essendo privo di laurea. Gliel’hanno data di recente, honoris causa?”.
La risposta è la stessa dell’anno precedente, con la differenza che Bonomi viene appellato come “Presidente”, non più come “Dottor”: “Come già indicato lo scorso anno, il Presidente Bonomi non è laureato”. Pratica chiusa. Amen.
In realtà, il problema di Bonomi dottore o signore non è secondario, per il futuro dello stesso presidente, che nel 2024 finirà il suo mandato in Confidustria. Detta in maniera volgare la questione è semplice: Bonomi vuole un’altra poltrona per rimanere a Roma.Detto questo, adesso il progetto di Bonomi è quello di arrivare a sedersi sulla poltrona di presidente del cda della Luiss, l’università confindustriale. Per una consuetudine consolidatasi nei decenni i capi uscenti di Viale dell’Astronomia hanno traslocato lì.
Da Guido Carli e Luigi Abete fino all’ultimo, Vincenzo Boccia. Tutti fregiati dall’alloro accademico, però. Del resto, guidare la Luiss senza una laurea è come guidare un’auto senza la patente. Ma Bonomi vuole il posto a tutti i costi, dimenticando che anche la legge non consente questa nomina.
Il decreto legge numero 13 del 24 febbraio scorso, quello per l’attuazione del Pnrr, al comma 9 dell’articolo 26 introduce quale requisito per la carica di presidente di un’università il possesso di un titolo di studio non inferiore alla laurea. Bonomi però non si rassegna e insisterà fino in fondo. La Luiss è in rivolta e la storia è appena all’inizio.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
“UN ANNO E MEZZO DI INSULTI E DI VIOLENZE CONTRO LUCIANA LAMORGESE E OGGI GLI SBARCHI SONO PIU’ DEL DOPPIO DI ALLORA”
Vuole delle scuse, l’ex ministro Speranza. Ma non per lui. Per la collega Luciana Lamorgese. La titolare del Viminale nei governi Conte due e Draghi è stata per anni bersaglio degli attacchi della destra – soprattutto di Fratelli d’Italia, all’opposizione di entrambi gli esecutivi – per via degli sbarchi dei migranti.
Ma ora che i numeri sono cresciuti in maniera vertiginosa, nonostante la propaganda del governo Meloni, l’ex ministro della Salute va all’attacco: “Assistiamo a sbarchi che sono quasi il doppio dell’anno scorso – dice Speranza al Corriere della Sera – Mi viene da dire: cosa fanno ora quelli dei tweet e degli insulti?”.
“Non posso non ricordare un anno e mezzo di insulti e di violenze contro una persona perbene come Luciana Lamorgese, ministra dell’Interno durante quella stagione – sottolinea Speranza – Ero ministro della Salute, ma mi era impossibile ignorare i tre tweet al giorno di Matteo Salvini contro la ministra Lamorgese. E adesso?”. E attacca ancora: “Hanno realizzato che la realtà sta prendendo il sopravvento sulla propaganda di chi parlava di blocco navale e di altre corbellerie”.
“Hanno fatto propaganda sui problemi del Paese, quello dell’immigrazione è certamente uno dei più difficili da gestire. Se ne stanno accorgendo – sottolinea il deputato del Partito Democratico, anche lui vittima degli attacchi della destra durante la pandemia di Covid per le sue decisioni sulle misure restrittive – E il loro impianto strumentale si sta squagliando come neve al sole”. E sull’appello di Piantedosi alla maggioranza e opposizione sulla responsabilità, Speranza commenta: “Sembra un messaggio rivolto principalmente ai membri della maggioranza. Noi delle opposizioni su questi temi abbiamo sempre avuto un atteggiamento molto costruttivo. E poi c’è un problema evidente nella maggioranza su questo tema”.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »