Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
“LE SCELTE DEL GOVERNO NON RISOLVONO I PROBLEMI DEI TRIBUNALI”
A richiesta di parere sull’operato del ministro di Giustizia, Franco
Coppi risponde: “Conosco bene le norme sulla diffamazione…”. Applausi e risate in platea. Stessa domanda a Piercamillo Davigo: “Mi associo”. Altri applausi.
Carlo Nordio riesce a far toccare gli opposti. L’avvocato dei potenti, degli imputati eccellenti (Berlusconi e Andreotti, solo per citarne un paio), e il pm di Mani Pulite, il magistrato anticorruzione per antonomasia, uniti nel giudizio tranchant su Nordio, sollecitati dalle domande di Gianni Barbacetto e Valeria Pacelli.
L’occasione è la festa del Fatto e il dibattito sullo stato della giustizia. Uno stato comatoso, anche su questo l’accordo è unanime. E la riforma cotta nelle cucine di Via Arenula e approvata in Consiglio dei ministri pare un rimedio inutile, quasi dannoso. A cominciare dall’abolizione dell’abuso d’ufficio. “
L’hanno messa in cima alla riforma ma è una cosa che non serve a nulla – sostiene Coppi – rientrerà nella prassi come corruzione”.
Davigo ricorda che è stata chiesta dai sindaci, la famosa “sindrome della firma” che paralizzerebbe le amministrazioni pubbliche. “Non facessero i sindaci se hanno paura di firmare: l’abuso d’ufficio per come è in vigore oggi è sostanzialmente simile all’articolo 19 di una convenzione Onu e se lo abroghiamo saremmo uno dei pochi Stati a uscirne, e gli Stati che escono da quelle convenzioni si chiamano Stati canaglia. Alle ultime Amministrative si sono candidati in 80mila, di quale sindrome della firma parlano?”.
Barbacetto insiste più volte su un tema: c’è continuità o no con l’era berlusconiana in cui era normale contrapporre giustizia e politica? “Questa fase dovrebbe essere finita, dovremmo avere un governo più neutro, ma mi chiedo: c’è rottura tra lo ieri di B. e l’oggi di Meloni?”.
Si prova a trovare una risposta affrontando questioni concrete di (mal)funzionamento della giustizia e di come questo governo intenda affrontarle.
Il decreto Caivano, ad esempio, ricorda Pacelli “appare come un decreto securitario”, poi però la cronaca e le indagini sull’ex senatore Verdini libero di incontrare politici nonostante stesse scontando una condanna definitiva, ci ricorda che per i colletti bianchi esiste un doppio binario: “La giustizia non è uguale per tutti, vero”? Davigo annuisce: “È così in tutti i Paesi: i più ricchi hanno gli avvocati migliori, o possono scappare all’estero, i poveri non possono e spesso non sono molto intelligenti e si fanno arrestare in flagranza”. C’è una carenza di deterrenza: “Abbiamo un codice che ha massimi spaventosi e minimi risibili: in caso di furto di tre automobili, con due aggravanti, la pena massima può essere 30 anni, la minima 4 mesi e 2 giorni. Sbaglia il legislatore che investe il giudice di una discrezionalità così ampia”.
Lavoriamo per una giustizia più veloce, il mantra di ogni governo. Prevedere un collegio di tre giudici per arrestare un indagato va in quella direzione? La risposta di Coppi è negativa: “È un’altra cosa fatta all’italiana. Salvo che non si voglia procedere con effetto sorpresa, non si ricorre al collegio per i reati più gravi, quando la logica richiederebbe il contrario”. E poi dove stanno tutti questi magistrati? “Non so come si farà nei piccoli tribunali a trovarli, per evitare successive incompatibilità nei gradi successivi. È una riforma che allungherà i tempi della giustizia e complicherà la vita dei piccoli tribunali. Ma l’importante è buttare una proposta e poi si vedrà”. I problemi però iniziano da lontano, secondo Davigo, dal codice approvato nel 1989: “Lo commentai come Fantozzi con La Corazzata Potemkin: “Una boiata pazzesca: l’attività di indagine non entra nei processi, la cui durata si triplica, si costringono i poliziotti a rileggere in aula atti già a disposizione nel fascicolo del pm. Questa è una garanzia o una idiozia?”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
“THE NEW YORK TIMES” HA RACCOLTO LE TESTIMONIANZE DISPERATE DI GENITORI ALLE PRESE CON IL CROLLO EMOTIVO DELLE LORO FIGLIE: “I CAMPUS SONO INONDATI DI PROZAC E LEXAPRO. MOLTE RAGAZZE PASSANO DALL’ANSIA, SENZA PILLOLE, ALL’INTORPIDIMENTO”
È stata “l’estate del girl power”, con case da sogno rosa, canzoni e paillettes, Barbie, Taylor Swift e Beyoncé hanno sostenuto l’economia e fatto impennare la fiducia delle donne.
Quindi mi sono sentito triste, parlando con gli amici che lasciavano le figlie al college, sentendo parlare di ansia dilagante, campus inondati di Prozac e Lexapro – e lunghe attese per la terapia.
È un argomento importante tra le mamme: le figlie alle prese con l’ansia o gli effetti dei farmaci anti-ansia, che possono includere aumento di peso e perdita di libido. Molte giovani universitarie fanno ping pong tra l’ansia, senza pillole, e l’intorpidimento e l’insicurezza corporea, se le assumono.
Queste giovani donne sembrano avere tutto, eppure non sono in grado di godersi appieno un periodo della loro vita che dovrebbe essere pieno di avventure e promesse.
«Il ritorno a scuola è sempre stato un momento di eccitazione per la direzione in cui era diretto il futuro: nuovi quaderni, nuove provviste – rifletteva un’amica, madre di una figlia adolescente – Ma sembra che le persone stiano sprofondando nella tristezza. Tutti cercano uno strizzacervelli invece di una matita appuntita».
La canzone di Billie Eilish nel film “Barbie”, “What Was I Made For?”, è diventata l’inno delle giovani donne ansiose e depresse, in parte perché Eilish ha parlato apertamente delle sue difficoltà tra i 12 e i 16 anni, dei suoi pensieri suicidi, autolesionismo e dismorfismo corporeo.
In superficie, i testi parlano di una bambola che si trasforma in un essere umano, ma Eilish, 21 anni, dice che riflettono anche il suo viaggio.
La disperazione adolescenziale è stata ampiamente analizzata negli ultimi anni: i danni derivanti dai social media, gli algoritmi di microtargeting che pompano l’invidia, i conflitti e le politiche divisive, le sparatorie senza fine nelle scuole, il lockdown con il Covid, un pianeta divorato da fiamme e inondazioni, una conquista del “mai abbastanza” e del consumismo, adulti ansiosi che creano un’atmosfera nervosa, una società connessa digitalmente ma emotivamente disgiunta e spiritualmente disancorata.
«I giovani acquisiscono molte informazioni allarmanti e, grazie ai dispositivi digitali, loro, come molti di noi, raccolgono informazioni tutto il giorno, tutti i giorni» dice Lisa Damour, autrice di “The Emotional Lives of Teenagers”.
Una situazione che va oltre i giovani. Il “Wall Street Journal” ha pubblicato un articolo in prima pagina sul “Business in forte espansione dell’ansia americana” che iniziava così: «Una ricerca per ‘sollievo dall’ansia’ su Google fa apparire collegamenti ad integratori sotto forma di pillole, cerotti, caramelle gommose e spray per la bocca. Ci sono dispositivi vibranti che ti appendono al collo e “tonificano il tuo nervo vago”, animali di peluche, palline antistress e libri da colorare che pretendono di portare calma».
La copertina di Newsweek racconta “una generazione colpita dall’ansia climatica”, “Non perdere la speranza”. L’app Calm ha aggiunto meditazioni e conferenze sull’ansia, tra cui “Felt Piano for Anxiety”, in cui il pianista aggiunge del feltro tra i martelli e le corde per un suono più rilassante.
Anche la commedia romantica ne risente. In un’anteprima di “What Happens Later” con Meg Ryan e David Duchovny, il personaggio di Duchovny condivide: “Mi è stata diagnosticata un’ansia anticipatoria”.
Laurence Steinberg, autrice di “You and Your Adult Child”, ha affermato che l’ansia aumenta notevolmente tra le donne nella prima metà dei vent’anni, quando il cervello è ancora plastico. Ha detto che le giovani donne e gli uomini sono sconvolti dal costo degli alloggi, dal cambiamento climatico, dal razzismo e dai pregiudizi, e che le giovani donne sono anche colpite dalle minacce alla loro salute riproduttiva. (Lo storico Adam Tooze dice che il mondo è in “una policrisi”.)
«Molti dei miei amici con figli adulti hanno dovuto entrare in terapia perché erano molto stressati a causa dei problemi dei loro figli – ha osservato Steinberg – Non penso che dovremmo limitarci a distribuire pillole pensando che questo risolverà il problema».
Forse le donne vengono colpite più duramente perché sono più legate alle emozioni e più concentrate sulla conversazione, sulle relazioni, sull’intimità, sull’educazione e sulla comunità femminile, come vediamo dai tempi dei romanzi di Jane Austen fino a “Real Housewives”.
La figlia 19enne di un’amica, che ha preso Prozac per un certo periodo, ha spiegato: «Il Covid è arrivato proprio mentre stavamo entrando nel mondo e iniziavamo a vederci per la prima volta come esseri sessuali. Tutto quello che siamo riusciti a fare è stato farci ossessionare da TikTok, che è pieno di disinformazione. Fuori il mondo era apocalittico, mentre a casa anche il nostro mondo era un po’ apocalittico perché stavamo perdendo il senso di noi stessi». Ma poi ha mandato un messaggio a sua madre venerdì: «Staremo bene. Le donne tendono a farcela».
(da New York Times)
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Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
NEL PARCO VERDE TRA CASE POPOLARI, VIOLENZA E AMIANTO, LE FAMIGLIE SONO STRETTE NELLA MORSA DI CAMORRA E POVERTA’
«Mamma mi fa male il culetto, mi disse. Aveva una macchiolina di
sangue sulla mutandina. Il cattivo mi ha detto chiudi gli occhi e girati e poi mi ha dato un pizzico sul sedere. Capii subito. Chiamai la pediatra: signora lo porti in ospedale. Da lì è iniziato il nostro calvario».
Parco Verde, Caivano, 9 settembre 2023. Sono passati diciassette anni da questo episodio che C., mamma di due figli, mi racconta. Era il 2006, il piccolo aveva solo quattro anni. «Andava all’asilo, quel giorno mancavano le sue maestre, così unirono due classi. Stavano vedendo un cartone animato, mio figlio era irrequieto, non voleva stare seduto. La maestra chiamò il bidello e gli chiese di portarlo a fare un giro. L’orco in giardino gli abbassò i pantaloni e lo molestò». Le visite in ospedale per fortuna accertarono che non c’era stata penetrazione, ma il bimbo raccontava di questo pizzico, che solo un pizzico in realtà non era. Non c’era altro modo però per un bambino di quattro anni di definirlo.
«Per capire se suo figlio ha subito una stimolazione con il dito è necessaria una rettoscopia – mi dissero i medici. – Io mi rifiutai, non volevo causargli un altro trauma. Lui piangeva, io pure». C. sporge comunque denuncia ai carabinieri di Caivano. Il bimbo ha quattro anni. Da quel momento viene interrogato più volte, ripete a tutti sempre la stessa versione: agli inquirenti, agli assistenti sociali, nell’incidente probatorio. «Un giorno esausta arrivai persino a chiedere alle psicologhe e al pubblico ministero che indagava: ma dobbiamo credergli? Non è che ha travisato? Mi risposero: signora sta scherzando? Suo figlio è attendibilissimo noi dobbiamo andare avanti».
Iniziano così quattro anni di cause in Tribunale. Un’intera famiglia devastata, una creatura costretta da subito ad entrare in terapia neuropsichiatrica. Conclusione? «Il fatto non sussiste, ha detto il giudice, perché è la parola di un bambino. E allora le perizie? Le indagini? L’incidente probatorio? Che le abbiamo fatte a fare? Avrei dovuto fare appello ma ho rinunciato».
Quell’orco in tutti quegli anni non si è mai spostato da Parco Verde. Subito dopo la denuncia della donna il dirigente scolastico dell’epoca semplicemente lo trasferì dalla materna alle elementari. Libero e indisturbato. Come se dai sei anni in su non fosse più un pericolo. «Viveva nello stesso palazzo delle ragazzine stuprate recentemente – mi sussurra nell’orecchio la donna – E mio figlio non fu l’unico. In quartiere si diceva che anni prima aveva anche stuprato un sedicenne». Ma lei perché è rimasta qui? «Volevo andarmene, avrei dovuto farlo lo so. Sono separata, faccio l’operaia, se lavoro tutti i giorni prendo 800 euro al mese. Non è facile». In quel momento entra in stanza anche il figlio. Quel bimbo molestato che ricorda ancora tutto oggi è diventato uno splendido ventenne. «Non mi sono diplomato – confessa – mancano gli ultimi due anni. E io che volevo fare Giurisprudenza. Ero innamorato della scuola ma sono entrato in conflitto con una docente e non ho retto».
Esco, faccio un giro, prendo aria. A Parco Verde, ora che le telecamere e la premier Giorgia Meloni sono andate via, è tornato il clima di sempre. Quando entro nella sede dell’associazione “Un’infanzia da vivere” fondata da Bruno Mazza, lui è nel suo ufficio con tre carabinieri. Sono venuti a prendere le immagini della telecamera esterna alla sede. Il 7 settembre alle 22,52 tre motorini sono passati lì davanti e hanno iniziato a sparare all’impazzata, si vede che sfrecciano a tutta velocità nelle immagini. Chissà, magari possono essere così identificati. È la solita battaglia per la conquista del territorio, ora che i capi dei clan storici sono in carcere, altri cercando di conquistare la piazza di spaccio. Per qualche giorno la guerra si era interrotta, adesso è tornato tutto come prima. Bruno Mazza è nato e cresciuto a Parco Verde. È stato in carcere, ha perso un fratello per overdose. Poi la conversione. Ora la sua missione è dare una possibilità alle ragazze e ai ragazzi di questo quartiere che come lui crescono spesso senza affetto, costretti a diventare adulti subito, anche a nove e dieci anni. La Fondazione “Con il Sud” in collaborazione con l’associazione di Bruno e con diverse altre realtà del territorio ci prova da anni a riqualificare il quartiere e creare occasioni di aggregazione attraverso lo sport. Due campetti da calcio, l’orto solidale. Ma non basta. «Non vogliamo soldi, fateci altri campi, dateci i palloni, aprite le scuole tutto il giorno. Togliete l’immondizia. Li vedi quelli? Sono sacchi pieni di amianto, perché non li hanno portati via quando hanno pulito le tre strade in cui ha sfilato Giorgia Meloni?».
L’amianto a Parco Verde c’è ovunque, anche nelle case popolari. Da qui i casi di leucemie anche tra gli adolescenti. Enzo, il professore, volontario con Mazza, ha perso così un figlio di 15 anni. Le mamme spesso vengono a confidarsi con Bruno, Cristina e gli altri operatori. «Ma se a quel bidello che in quartiere si sa che ha molestato più di un bambino non è stato fatto niente, perché la camorra è peggio dello Stato? Lascia stare i processi. Perché gli hanno permesso di continuare a stare a contatto con i minori? Nel palazzo in cui abitavano le bambine stuprate da tempo ci sono casi di violenze e abusi, noti agli assistenti sociali. Conoscono anche i nomi di tutti coloro che non finiscono la scuola dell’obbligo. Pensi che il carcere spaventi qualcuno? La camorra fa schifo, ma non è l’unico orco da queste parti. Qua funziona solo l’emergenza, i soldi arrivano così». La violenza genera violenza. Non incontro nessuno che sembra fiducioso di un cambio di passo alla luce delle ultime promesse. Forse perché in tanti credono che il fango seppellirà anche queste. Lavoratori edili, donne delle pulizie, contadini. «La polizia che ha fatto la retata spot l’altra sera è andata dove la droga non si spaccia più, che sceneggiata è?». Parco Verde però non è diverso da tanti altri posti di periferia abbandonati d’Italia. Prendo in prestito le analisi di Alessandro Leogrande. Era il 1997 e in un suo importante lavoro sulle periferie intervistò il sociologo Stefano Laffi, che spiegò come e perché un terzo della popolazione italiana era stata esclusa da qualsiasi standard di benessere. Quelli sotto la soglia di povertà, sfrattati o senza casa, o in alloggi popolari fatiscenti, con un lavoro precario, ma molto precario, di quelli che non sai se il giorno dopo lavorerai si o no. Al centro delle città i ricchi e i servizi di maggior pregio, vedi le banche, le biblioteche, i teatri, i cinema. Nelle periferie solo condomini ad alta intensità abitativa, no aree verdi, giardini, viali alberati, nemmeno pensati negli originali progetti urbani. In più in zone come Parco Verde, oltre ai poveri, ci sono finiti i reietti, la criminalità, lo spaccio. Lo Stato è rimasto alla porta, ha lasciato fare.
È proprio così il Parco Verde. Palazzoni fatiscenti, la maggior parte senza balconi, panni stesi, non c’è una panchina, un’altalena, uno scivolo, muri imbrattati. È tutto brutto. Gli occhi dei bambini si riempiono da subito di degrado. Il cimitero, il teatro abbandonato “Caivano arte”, il Centro sportivo Delphinia dismesso da tempo e ora con i sigilli all’ingresso perché teatro degli ultimi stupri ma anche cimitero di corpi morti per overdose. Persino il parco dietro la chiesa di Don Patriciello è orrendo. Erba alta, panchine arrugginite e poi, dietro l’immondizia e le siepi, i resti di giochi per bambini inutilizzabili da chissà quanti decenni. Arrivo alle dieci del mattino, per strada non gira nessuno, qualche donna è affacciata alla finestra. Fermo chi incrocio, citofono, mi infilo nei portoni: giuro che non voglio fare domande sullo stupro e nemmeno sulla camorra. «Niente nomi». Ok. S. oggi ha 17 anni, non frequenta più le scuole di Parco Verde. «In prima superiore mi avevano preso di mira. Mi insultavano, picchiavano, un giorno mi hanno trascinato dietro la chiesa e mi hanno umiliato abbassandomi i pantaloni». Non è più voluto andare a scuola. «Mia madre alla fine mi ha convinto a iscrivermi a un altro istituto fuori Caivano. E adesso sto meglio». G. ha 24 anni, occhi chiari, voce tremante: «Ho preso la terza media e mi sono ritirata». Perché? «Non è stata un’esperienza bella. Mi sfottevano per il mio aspetto, per come vestivo. Io mi difendevo, ma qui è così: prendono di punta sempre i deboli e io lo sono». E gli insegnanti? «Mamma è andata più volte a parlarci. Loro li ammonivano in classe ma poi nessuno si mette contro queste bande». La scuola dell’obbligo è fino ai 16 anni, non è mai venuto nessuno a chiamarti? A bussare ai tuoi genitori? «No». E in tutti questi anni cosa hai fatto? «Niente, sono rimasta chiusa a casa. Mamma fa le pulizie, prende tra i 3 e i 5 euro a scala. Papà fa il contadino. Lavorano entrambi in nero. Non mi hanno mai fatto uscire da sola. Hanno paura di tutto. Anche io ho paura, ora soffro di ansia però, mi fa male spesso il petto». Niente amici o amiche, compleanni, chiusa in casa a pulire e cucinare. Sei mai stata da uno psicologo? Hai mai visto un assistente sociale? «No». E oggi che sogni? «Diventare mamma».
C. ha 12 anni, è mezzogiorno quando lo incrocio per strada ed è ancora in pigiama. «Mi sono appena svegliato – dice – ieri ho finito tardi di lavorare». In che senso? «Faccio il pizzaiolo. Sto già dietro al forno, sai?». Me ne parla con orgoglio. Sei minorenne, non potresti lavorare. «Vado solo quando non c’è scuola. Prendo cento euro a settimana. A luglio e agosto ho messo da parte 800 euro». E che ci farai? «Un regalo a mia sorella e poi mi compro ciò che mi serve per la scuola. Aiuto i miei genitori». Da grande? «Farò il pizzaiolo, sicuro. Però gioco anche bene a pallone, magari mi chiama il Napoli. Ma qui a Parco Verde non esco più, non mi piace. Io me la facevo laggiù con alcuni amici». Laggiù? «Dove hanno stuprato le ragazzine. Quando ho sentito questi fatti però ho detto a mia mamma: non ci vado più. La sera preferisco andare a faticare. Allo spaccio siamo abituati, lo sappiamo che c’è ma che possano accadere queste cose schifose no. Può succedere anche a me, anche a te. Purtroppo abitiamo qua solo perché non possiamo andare da nessun’altra parte. Da grande vorrei farlo abbattere questo posto di merda». L. ha un fratello più piccolo, è rabbioso, è di lui che vuole parlarmi. «Ha un ritardo cognitivo, fino alla scuola media ha avuto un’insegnante di sostegno. Quando però è arrivato il momento di iscriversi alle scuole superiori i miei genitori hanno trovato un muro. Ci dicevano che le scuole di Parco Verde non erano idonee per lui e così mamma se l’è tenuto a casa e da 5 anni non esce più, non fa terapie né uno sport. Non è giusto». Tu che fai? «Lavoro in fabbrica, ma ho fatto di tutto, sono stato anche al mercato per 15 euro al giorno. Noi la camorra non la siamo mai andati a cercare, ma quando avevamo bisogno di aiuto lo Stato ci ha negato una mano». A Parco Verde non esistono eroi. E non ci sono né santi, né Madonne.
(da La Stampa)
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Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
CONTROLLANO IL NARCOTRAFFICO, COMANDANO IN CARCERE E UCCIDONO IMPUNEMENTE: LE PANDILLAS SEGUONO L’ESEMPIO DI RAFFAELE CUTOLO
Fino allo scorso 9 agosto, giorno dell’uccisione del candidato presidenziale Fernando Villavicencio, la violenza delle «pandillas» che da anni sta insanguinando l’Ecuador era un tema in gran parte sconosciuto ai mass media europei. Il brutale assassinio dell’ex giornalista d’inchiesta, rivendicato dall’organizzazione criminale «Los Lobos» che annovera ottomila affiliati, non ha fermato l’iter verso le elezioni: una tornata elettorale che si concluderà il prossimo 15 ottobre, quando al ballottaggio si sfideranno la leader del movimento Revolución Ciudadana, Luisa Gonzalez, e l’esponente dell’alleanza Adn, Daniel Noboa.
Tralasciando per un momento la questione di chi guiderà il Paese sudamericano e alla luce delle stagioni di efferatezza che sta vivendo, alcuni esperti si domandano se Quito sarà in grado di arginare l’instabilità politica e la scia di sangue, generate principalmente dalla criminalità organizzata locale, che ha reso l’Ecuador uno tra gli snodi cruciali dello scacchiere mondiale del narcotraffico.
Normalizzazione
Un ruolo fondamentale per l’obiettivo di «normalizzare» questo Stato è assegnato al progetto Euresp: il Programma di risposta d’emergenza dell’Unione europea per rafforzare il sistema carcerario dell’Ecuador, avviato il primo settembre 2022 con un lasso temporale di 18 mesi. In questa iniziativa, affidata all’Iila (Organizzazione internazionale italo-latino americana), l’Italia con il suo pool di esperti e magistrati antimafia rappresenta un punto di riferimento.
«L’Europa ci ha messo a disposizione 2,5 milioni di euro: fondi che hanno come scopo finale la messa in sicurezza delle carceri più pericolose dell’Ecuador e – spiega a TPI il direttore dei programmi di cooperazione dell’Iila, Lorenzo Tordelli – il secondo obiettivo è la formazione del personale penitenziario». La progettazione del programma è curata dal consigliere giuridico del ministero degli Affari Esteri, Giovanni Tartaglia Polcini, il suo attuatore sul campo è il magistrato Paolo Di Sciuva. Ma qual è la realtà all’interno delle carceri ecuadoriane? «I criminali delle pandillas sono ben consapevoli del fatto che se non comandi dentro le prigioni non puoi farlo anche fuori. Si ammazzano nelle case circondariali – spiega a TPI Di Sciuva – per affermare la loro supremazia pure all’esterno, proprio ispirandosi al “modello” del boss campano Raffaele Cutolo».
Come detto la violenza nelle galere dell’Ecuador ha radici lontane. È il 28 dicembre 2020 quando a Manta Jorge Luis Zambrano Gonzalez, alias Rasquiña e boss dei «Choneros», viene ammazzato da uno sconosciuto. Da allora la mattanza ha colpito tutte le aree del Paese, ribadendo ancora una volta che la ferocia non è circoscritta al carcere. Tra le prove evidenti di questa escalation ci sono le quindici autobombe esplose lungo le strade di Guayaquil nel novembre 2022 e la strage di Esmeraldas dello scorso 12 aprile.
Il porto di questa località, proprio insieme a quello di Guayaquil, rappresenta l’asset forse più prezioso dei narcotrafficanti ecuadoriani. Le immagini impietose dell’eccidio, in cui un commando di 30 persone ha massacrato nove innocenti (pescatori e commercianti) che rifiutavano di pagare il pizzo, spiegano bene il grado di violenza che attualmente si respira nel Paese sudamericano. Durante i primi frame di un filmato di una telecamera di sicurezza si vede una decina di persone che scappano via terra, altri «condannati a morte» si tuffano in acqua.
Nel frattempo i motoscafi blu da dove proviene il rumore degli spari si avvicinano a tutta velocità, fino a quando non raggiungono il piccolo molo ripreso nell’inquadratura. I sicari, alcuni a volto coperto, sparano con armi di alto e medio calibro. C’è persino chi fa fuoco con l’Uzi (storica mitragliatrice in dotazione all’esercito israeliano). Poi in un’altra immagine, che viene in parte oscurata, due uomini provano inutilmente a nascondersi dentro un magazzino: un criminale li scova e preme il grilletto, colpendo a bruciapelo. Prima l’uno e poi l’altro cadono a terra.
Dopo gli episodi più cruenti i clan hanno diffuso e diffondono sui social network video in cui rivendicano, minacciano o si smarcano dai fatti di sangue. «Comunicati stampa», comuni alla maggior parte delle organizzazioni sudamericane, con messaggi diretti e indiretti. Come per esempio quello dello scorso 26 luglio, dove cinque membri e il capo dei «Choneros» depongono le armi su un tavolo in segno di tregua.
La guerra allo Stato
I dati sulle morti violente in carcere possono essere considerati una cartina di tornasole per comprendere ciò che accade fuori dalle galere. Nel 2019 si registravano 19 decessi nelle prigioni del Paese; nel 2020, 50 vittime; nel 2021, 330 omicidi (di cui 118 nel mese di settembre nella casa circondariale «El Litoral» che ne ospita 9.500) e nel 2022, 144. Al 30 giugno del 2023, il dato registrato è di 16 morti, senza dimenticare che la popolazione carceraria complessiva ammonta a circa 30mila persone. E nell’intero Ecuador vivono 18 milioni di abitanti.
Nonostante questi numeri il contributo italiano ha garantito allo Snai (ente autonomo che gestisce il sistema penitenziario, una specie di Dap) di formare 1.400 nuovi tirocinanti, 200 membri delle Unità speciali e reperire 36 formatori. Ma c’è di più, perché nei prossimi mesi, se dovessero essere varati i decreti attuativi, proprio lo Snai potrebbe diventare definitivamente un ministero, dopo che nella precedente legislatura è stata emanata una legge ad hoc. L’istituzione è una spina nel fianco dei criminali, al punto che nello scorso mese di luglio era circolata sempre via social la notizia, poi rivelatasi una bufala, che nei pressi della sede fossero stati piazzati dei cecchini pronti a colpire i suoi membri.
C’è un’altra circostanza che almeno fino alla morte di Villavicencio ha creato non pochi grattacapi al sistema penitenziario ecuadoriano, ossia l’impossibilità di separare dai criminali comuni e trasferire in sezioni speciali gli appartenenti alle «pandillas». Come accade in Italia grazie al 41-bis. Pochi giorni dopo l’omicidio, invece, circa quattromila tra militari e poliziotti hanno spostato nel supercarcere «La Roca» uno dei presunti mandanti dell’attentato: il boss narcotrafficante José Adolfo Macías Villamar, meglio noto come «Fito».
Nell’operazione sono stati impiegati non solo uomini pesantemente armati ma anche veicoli blindati che sono entrati nel centro di detenzione numero otto di Guayaquil. Da dove è stato prelevato un uomo robusto e con la barba folta. Adesso vive per 23 ore al giorno (esclusi i 60 minuti nel cortile in compagnia di una guardia) in una delle 36 celle individuali. Proprio qualche giorno prima di essere ammazzato Villavicencio ha denunciato le minacce di morte ricevute da «Fito», boss dei «Choneros». Inevitabile e dura la reazione della vedova del cronista d’inchiesta Veronica Sarauz che durante una conferenza stampa, munita di elmo e giubbotto antiproiettile, ha detto: «Lo ha ucciso lo Stato». Eppure a oggi l’unico punto fermo sul piano investigativo è che le sei persone arrestate per l’assassinio di Villavicencio sono tutte colombiane.
Quest’ultima circostanza non può passare inosservata perché nel corso dei decenni le sanguinarie gang ecuadoriane sono cresciute all’ombra e sul calco dei cartelli colombiani e messicani, che utilizzano il loro relativamente piccolo Paese come area di passaggio fondamentale nel traffico internazionale di droga. Adesso, però, sono un alleato insostituibile, in particolare per il tristemente noto cartello di Sinaloa.
Modello tricolore
Sulla drammatica situazione dell’Ecuador è intervenuto l’ex consigliere laico del Csm, Stefano Cavanna: «I governi dell’America Latina sono molto attenti al modello italiano che il nostro Paese nel comparto della giustizia ha elaborato negli anni per contrastare la criminalità organizzata di stampo mafioso. Quel che fa più specie è che l’interesse dei governi sudamericani è significativamente rivolto proprio a quegli istituti che oggi sono oggetto di discussione non solo mediatica, ma anche di ridimensionamento “giuridico” in campo nazionale ed europeo con la recente giurisprudenza limitativa».
Sul fatto che la legislazione italiana stia facendo scuola all’estero sembrano esserci pochi dubbi, dato che «nello scorso maggio è entrata in vigore nell’ordinamento ecuadoriano una norma mutuata dal nostro 416 bis che introduce la nozione di associazione per delinquere di stampo mafioso», conclude Cavanna.
Ramificazioni internazionali
Il percorso è tracciato ma la strada verso la stabilizzazione è ancora lunga. A sostegno di tale tesi c’è il rapporto “Persone private della libertà in Ecuador”, redatto dalla Commissione interamericana dei diritti umani.
Lo studio mette in luce il fatto che lo Stato non avrebbe il controllo effettivo sulle carceri: interi padiglioni che per anni sono stati off-limits per le forze dell’ordine, ingresso di armi e droghe dietro le sbarre (nell’intervento del 4 agosto al «Litoral» sono stati sequestrati 26 chilogrammi di sostanza stupefacente), utilizzo di droni di alta qualità in mano alle gang nella fase più dura delle rivolte (l’ultima avvenuta lo scorso 30 agosto nell’istituto penitenziario di «El Turi»), corruzione e allevamenti illegali di animali sono alcuni tra i fattori che raccontano il microcosmo carcerario ecuadoriano. Concretamente quindi le istituzioni, al fine di riprendere in mano la situazione, stanno spingendo verso un programma di massima sicurezza a elevato indice di vigilanza.
Eppure le «pandillas» non generano allarme e preoccupazione solo a Quito. Le ramificazioni delle gang hanno solide radici pure in Europa. Nella fattispecie la Spagna lo scorso 25 agosto ha realizzato con l’operazione «Nano» il più grande sequestro di cocaina della sua storia: 9,5 tonnellate (per la precisione 9.436 chilogrammi) di polvere bianca, suddivisa in tavolette e nascoste in un container frigo con un carico di banane è stata trovata nel porto di Algesiras (Cadice). La droga partita dal Paese sudamericano sarebbe prima dovuta arrivare in Portogallo e poi essere affidata a una trentina di distributori europei. Basta sfogliare le cronache delle maggiori operazioni contro il narcotraffico per identificare almeno altri due terminali di approdo della sostanza stupefacente in Europa: Paesi Bassi e Belgio.
Un Paese al bivio
Nelle ultime settimane la comunità internazionale ha seguito con notevole attenzione almeno altri due eventi ecuadoriani: la prima fase della tornata elettorale del 20 agosto e il contemporaneo referendum sullo sfruttamento petrolifero in Amazzonia. Il 33,1% degli elettori ha votato per Luisa Gonzalez, la candidata del partito di sinistra Revolución Ciudadana, vicina all’ex presidente progressista Rafael Correa, oggi in esilio in Belgio (condannato in via definitiva per corruzione); il rappresentante del movimento Azione democratica Daniel Noboa Azin, figlio del magnate locale dell’industria delle banane, ha ottenuto il 24% delle preferenze. Uno tra i due prenderà il posto dell’uscente Guillermo Lasso che ha sciolto le camere lo scorso maggio.
Particolarmente rilevante in chiave economica e ambientale l’esito del referendum sulle trivellazioni petrolifere nel parco nazionale Yasuni, in Amazzonia, e per l’estrazione di minerali e oro nel Choco Andino, non lontano da Quito. Con il loro voto, per la precisione il 58,98% degli elettori, gli ecuadoriani hanno fermato lo sfruttamento. Prima dello stop i pozzi del Blocco 43 producevano fino a 58.016 barili di oro nero al giorno. La scelta popolare determina almeno due conseguenze importanti: da una parte la perdita per le casse dello Stato di 16.470 milioni di dollari nei prossimi vent’anni e l’eliminazione di oltre 60mila posti di lavoro; dall’altra la protezione senza precedenti delle foreste, in parte abitate dagli indigeni, dichiarate riserva della biosfera dall’Unesco nel 1989.
(da TPI)
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Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
SI CHIAMA ALL YOU CAN WEAR E CON 18 EURO PUOI PRENDERE TUTTI I VESTITI DI SECONDA MANO CHE RIESCI A INFILARE IN UNA BORSA
Centinaia di ragazzi e ragazze, se non migliaia, si sono messe in coda
alle prime ore del mattino di ieri, sabato 9 settembre, in viale Espinasse a Milano. Al civico 99, infatti, c’è la sede di Di mano in mano, un negozio e mercato di compravendita che per il secondo anno ha organizzato l’evento ‘All you can wear‘.
Più conosciuto come “la scorpacciata di shopping sostenibile”, permette a chiunque di comprare tutti gli abiti vintage e di seconda mano che si riesce a infilare in una borsa al prezzo fisso di 18 euro. Un’idea da qualcuno criticata, ma che ha avuto un’adesione tale da convincere gli organizzatori ad aprire le porte anche per oggi, domenica, 10 settembre, fino a esaurimento scorte, o borse.
La formula All you can
Il primo evento di questo tipo è stato organizzato nel 2019. Con il nome ‘All you can read‘, Di mano in mano ha provato a portare il concetto dell’all you can eat tipico dei ristoranti orientali nel mondo dei libri. Poi, dall’anno scorso, si è passati anche all’abbigliamento e agli accessori.
L’idea di base è sempre la stessa. Ti metti in fila e aspetti il tuo turno. Poi, un’addetta di consegnerà una borsa di tela che potrai riempire fino all’orlo con tutto ciò che trovi all’interno del magazzino. Libri, ma ora anche vestiti, per lo più usati, di seconda mano, o di stock. Una volta riempita la borsa, vai alla casa e paghi un prezzo che è fisso indipendentemente da cosa e da quanto sei riuscito a infilarci dentro.
Il successo grazie ai social
Il costo fisso, di solito, è basso e accessibile a tutti. In particolare ai giovani, che vedono in questo tipo di evento un’occasione per andare a caccia di tesori nascosti e per rimpolpare la propria libreria o guardaroba per pochi euro. Sui social, soprattutto TikTok e Instagram, spopolano i video in cui influencer e utenti di ogni tipo svuotano di fronte alla telecamera la propria borsa mostrando il bottino.
Così parte l’ondata social che ieri ha portato migliaia di giovani in via Espinasse in attesa del proprio turno per poter saccheggiare il magazzino. L’adesione, hanno riferito gli organizzatori, è stata tale che ad un certo punto hanno dovuto chiudere la fila e annunciare che per oggi avrebbero aperto di nuovo fino a esaurimento scorte.
La sostenibilità e le critiche
Di mano in mano, per la sua natura di mercato di compravendita, punta sul concetto del riuso, quindi dell’evitare di gettare nella spazzatura un oggetto che per altri potrebbe tornare utile. La stessa borsa che viene consegnata al cliente dicono sia stata realizzata con tessuti vintage o, appunto, riusati.
Tuttavia, anche in questo caso non mancano le polemiche. C’è, infatti, chi sostiene che far pagare una cifra bassa per prendere quanta più roba possibile sia un modo per incentivare la mentalità consumistica e dell’accumulo.
(da Fanpage)
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Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
INCAPACI DI PROPORRE UNA NARRAZIONE ALTERNATIVA
Dopo un decennio segnato da una politica senza Storia, dominato da partiti (e leader politici) che percepivano la Storia come un ingombro del quale fare volentieri a meno, ora, con la destra di Fratelli d’Italia al governo, sembra di essere tornati alla vecchia rassicurante abitudine di una politica che saccheggia e manipola la Storia. In fondo si dirà, i partiti l’hanno sempre fatto, anche e soprattutto nella cosiddetta Prima Repubblica, nulla di nuovo sotto il sole. E tuttavia, nel recente e ripetuto uso politico del passato da parte di Giorgia Meloni e dei suoi uomini (è il caso di dirlo) ci sono elementi di novità che vale la pena iniziare a mettere a fuoco.
Nella Prima Repubblica si utilizzava il passato per dimostrare la primazia del proprio partito nel ciclo storico. La Storia e il suo studio erano funzionali a restituire a cittadini ed elettori il senso dell’indispensabile ruolo svolto dal partito nel panorama politico italiano e mondiale. Lo fece naturalmente il Pci di Togliatti (e quello di Berlinguer) con l’obiettivo di presentare la vicenda del Partito comunista italiano come l’inveramento della parte migliore della storia nazionale e internazionale dei decenni precedenti. Ma lo fecero, in modi solo parzialmente diversi, anche il Psi e la Dc. Il primo, il Partito socialista italiano, promosse, anche e soprattutto per contrastare i rivali comunisti, la causa di una Storia intesa come un grande, onnicomprensivo contenitore dal quale attingere gli ingredienti utili alla costruzione di una tradizione politica funzionale alla battaglia politica del presente.
La seconda, la Democrazia cristiana, seppur meno interessata alla Storia e più in generale al mondo della cultura (non foss’altro perché l’occupazione dei posti di governo e la copertura offerta dalla Chiesa cattolica gli garantiva di per sé un ampio consenso culturale) finì per condividere la stessa visione teleologica della storia avallata dalle grandi ideologie di matrice marxista, promuovendo il progetto di una “nuova cristianità” di ispirazione maritainiana (e montiniana), anch’esso figlio di una concezione deterministica della Storia secondo la quale gli uomini possono prevedere e dominare gli eventi nel loro sviluppo di lungo periodo.
Con la cosiddetta Seconda Repubblica venne il tempo dell’“invenzione della tradizione”, per usare una nota definizione di Hobsbawm e Ranger. Le forze protagoniste della stagione politica post-Mani pulite usarono la Storia per legittimare il nuovo corso agli occhi dell’opinione pubblica. Gli eredi del Pci, travolti dal crollo del comunismo ma sopravvissuti, unico partito della Prima Repubblica, allo scandalo di Tangentopoli, si trovarono nella scomoda posizione di dover ripensare radicalmente la propria storia, stretti tra la necessità di respingere il passato (comunista) e l’istinto di inventarsi nuovi riferimenti storici. Gianfranco Fini si assunse il compito, con Alleanza nazionale, di cancellare le tracce di un ingombrante passato e di scrivere una pagina inedita della storia della destra italiana, intraprendendo un percorso tanto radicale e repentino quanto solitario e incompreso. L’esigenza di costruirsi un passato ex novo fu condivisa a maggior ragione dalla Lega Nord di Umberto Bossi, impegnata allora nell’affannosa ricerca di miti fondativi capaci di dare una qualche (illusoria) prospettiva storica alla lotta secessionista padana contro il centralismo romano.
E fu condivisa naturalmente da Silvio Berlusconi che, soprattutto nella prima fase della vicenda politica di Forza Italia, si diede un gran da fare per inventare la genealogia di una tradizione politica conservatrice liberale di massa che il nostro paese non aveva mai conosciuto. Per qualche anno provò a mettere insieme icone della destra liberale anglosassone quali Margaret Thatcher e Ronald Reagan con figure di riferimento del mondo cattolico come il fondatore del Partito popolare italiano, don Luigi Sturzo, presentato per l’occasione come l’eroe dell’antistatalismo. Quando capì che creare dal nulla un passato inesistente era un’operazione difficile da comunicare al suo elettorato, Berlusconi scelse di demolire il passato degli avversari: nel vuoto di Storia che accompagnò la nascita e la crescita del suo partito-azienda l’anticomunismo divenne così l’unico possibile collante identitario.
Il decennio successivo, il secondo del XXI secolo, è stato il decennio dei partiti senza Storia. Dopo aver utilizzato e manipolato la Storia in ogni modo e misura, la politica realizzò che poteva fare a meno della Storia, anzi scelse convintamente di metterla da parte. Era stato Berlusconi, sempre lui, ad anticipare i tempi, segnando il passaggio dalla Storia allo storytelling: dall’ambiguo e artificiale tentativo di inventare una cultura politica coerente con la vicenda storica del paese all’esaltazione della biografia individuale del leader politico, la sua naturalmente, nel caso specifico. Quella “visione privatistica della storia”, come è stata definita, fatta di “aneddoti” familiari e personali e “dettagli insignificanti”, centrata sulla figura del self-made man venuto dall’imprenditoria ed entrato nel teatro della politica italiana per liberarla dai soffocanti lacci che ne ostacolavano lo sviluppo, mise una pietra tombale sulla visione didattico-pedagogico della Storia propria della classe dirigente politica della Prima Repubblica, aprendo definitivamente la strada alla nuova stagione della politica senza Storia. I partiti italiani non concepirono più la Storia come un serbatoio dal quale estrarre liberamente gli ingredienti atti a legittimare la propria identità politica presente e futura, bensì come un fastidioso ingombro del quale fare volentieri a meno.
La forza politica più capace di interpretare il sentimento e l’orizzonte mentale del cosiddetto presentismo fu senza dubbio – nell’Italia del XXI secolo – il Movimento 5 stelle. La sistematica esclusione, nel processo di costruzione identitaria del Movimento di Beppe Grillo, di qualsiasi cenno alla vicenda storica italiana divenne il carattere distintivo di una forza che rifiutava consapevolmente il peso della Storia per aderire più agevolmente ai cangianti umori del presente, in altre parole alle mutevoli preferenze dei cittadini-consumatori. Anche la leadership di Matteo Salvini dimenticò e fece dimenticare ogni ragione storica legata alle origini della Lega Nord, convincendo gli elettori che il suo partito avrebbe riportato l’ordine all’interno di un paese minacciato dalla crescente ondata migratoria verso le coste italiane: solo in un clima di allegra amnesia collettiva, la Lega del secessionismo padano poteva affermarsi nelle regioni del Centro e del Sud Italia come una delle principali forze politiche nazionali. Anche Matteo Renzi, l’ex sindaco di Firenze asceso alla guida del Partito democratico nel 2013, incarnò lo spirito di una politica vissuta all’insegna di un eterno presente, di una politica che guardava solo all’oggi e non chiedeva spiegazioni al passato. L’azione politica si contrappose nella sua visione alla dimensione della memoria storica, presentata all’opinione pubblica come un fardello destinato ad appesantire l’attività di governo, un peso di cui sbarazzarsi per agire più velocemente e più liberamente.
Con Fratelli d’Italia si è aperto oggi un nuovo capitolo del tormentato rapporto tra la politica italiana e la Storia. Tutt’altro che disinteressata alla vicenda storica nazionale, Giorgia Meloni è intervenuta spesso, nel corso del suo primo anno di governo, su temi storici. Non era così scontato. Con l’ingombrante passato che si ritrova alle spalle, una vicenda inevitabilmente segnata dall’eredità del fascismo e dall’isolamento vissuto dal Msi nell’ambito dell’arco costituzionale italiano della Prima Repubblica, la destra italiana era potenzialmente candidata a dimenticare, rimuovere, azzerare la storia più o meno recente, a proseguire in altre parole la tradizione dei partiti senza storia. Giorgia Meloni invece ha scelto una strada diversa. Troppo intrecciata la sua storia politica personale con quella del Msi e del Fronte della Gioventù per mettere a tacere il rumore del passato. Il tentativo, esercitato sin dagli anni della lunga campagna elettorale che ha preceduto la vittoria alle politiche dello scorso settembre, è stato quello di provare a riscrivere alcuni dei nodi più delicati della nostra storia repubblicana, sovvertendo la narrazione che la destra, a suo modo di vedere, sarebbe stata costretta a subire negli ultimi decenni.
L’unico ostacolo rispetto a questo generoso tentativo è che non c’era granché da sovvertire. Il lavoro degli storici ha consolidato negli ultimi decenni ricostruzioni e interpretazioni oggi difficilmente confutabili, riscrivendo le pagine di storia che erano da riscrivere, a cominciare dalle foibe e dal clima di scontro e violenza dell’immediato secondo Dopoguerra. La destra dunque non aveva nulla da rovesciare, il paradigma vittimistico non ha trovato terreno fertile. E Giorgia Meloni e i suoi uomini si sono ritrovati a praticare così un nuovo genere ludico, la Storia per omissioni. Incapaci di proporre una narrazione alternativa, a parte il goffo tentativo di ascrivere Dante Alighieri alla storia della destra italiana, hanno messo in campo una strategia tutta difensiva, fatta di piccoli grandi silenzi, reticenze, ambiguità.
Con un duplice obiettivo: evitare di dare ragione ai propri interlocutori di sinistra pronunciando parole che altri avrebbero voluto sentirgli dire, e alimentare una zona d’ombra, diciamo pure una zona di ambiguità atta a lasciare libertà di manovra a simpatizzanti ed elettori, oltre che alla classe dirigente con la quale Meloni si ritrova a governare.
In nome di questa strategia, si può scrivere un’autobiografia senza mai nominare la parola fascismo e il sostantivo fascista, brutti epiteti destinati a comparire, oggi come allora, solo sulla bocca dei propri avversari politici. Si può parlare della persecuzione degli ebrei come di qualcosa di incomprensibile, un avvenimento astorico accaduto in Italia “durante il fascismo”, e non per esempio a opera del regime fascista. Si può raccontare che il razzismo, tranne rare eccezioni, non ha nulla a che fare con la storia della destra italiana. Si possono ricordare nostalgicamente i camerati missini degli anni Settanta e Ottanta come campioni di pace e mitezza, vittime sacrificali della violenza prevaricatrice dei loro oppositori politici senza menzionare il clima di scontri violenti che vide il Fronte della Gioventù e il Msi in prima linea. Si può ricordare la strage di Bologna del 2 agosto 1980 come una strage “per terrorismo”, senza fare menzione alcuna delle inchieste giudiziarie e delle ricerche storiche che hanno accertato in modo inoppugnabile le responsabilità neofasciste. Si può celebrare il 25 aprile senza mai pronunciare la parola antifascismo. Si può celebrare la Costituzione repubblicana come una costituzione afascista. Si può ricordare la resistenza senza mai pronunciare la parola partigiano (sostituita per l’occasione dal sostantivo patriota). Si può esaltare la resistenza cattolica e quella monarchica citando la componente comunista solo quale esclusiva responsabile della spirale di odio e di esecuzioni sommarie seguita alla fine del fascismo. Si può esaltare il ruolo del Movimento sociale italiano come traghettatore di milioni di italiani nella Repubblica parlamentare senza citarne minimamente l’anima. Si può celebrare la giornata della liberazione dai nazifascisti esaltando Jan Palach, l’eroe della resistenza praghese contro il regime sovietico. Si può ricordare la strage delle Fosse ardeatine come un evento organizzato dai nazisti ai danni degli italiani senza menzionare le pesanti responsabilità dei vertici del regime fascista. Si può insomma giocare con la Storia sul filo di silenzi, reticenze, ambiguità, omissioni.
E’ al riparo di questa zona d’ombra che il presidente del Senato La Russa, dopo aver celebrato la costituzione afascista e festeggiato il 25 aprile a Praga davanti alla statua di Palach, può pensare di figurare come un grande statista semplicemente chiarendo a favore di stampa che “la Costituzione italiana nasce proprio dalla sconfitta della dittatura”. Ed è grazie a questo perimetro di ambiguità che i tanti De Angelis di cui FdI è pieno si sentono in fondo liberi di definire come una grande truffa le acquisizioni della magistratura e della storiografia sulla strage di Bologna, e i (pochi, ma non pochissimi) nostalgici del fascismo possono continuare a coltivare, più o meno apertamente, i loro vecchi rituali nonostante la formale “incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo” affermata dalla stessa Meloni nella sua nota lettera al Corriere della Sera del 25 aprile scorso.
Nel momento in cui l’esperienza di governo la induce a scelte limpidamente europeiste e atlantiste lontane anni luce dalle proposte politiche avanzate negli ultimi anni, nell’attimo stesso in cui si trova a rinnegare il proprio passato su molte delle questioni al centro dell’agenda politica, dalla questione climatica all’eredità trumpiana all’alleanza sovranista, nell’istante stesso cioè in cui si trova a rimangiarsi gran parte di quanto urlato negli ultimi anni di campagna elettorale, Meloni evita in ogni modo di rinnegare anche la storia politica del proprio partito: specie la storia di quelli, e non sono pochi, che ai tempi di Fiuggi e poi ancora anni dopo, etichettarono Gianfranco Fini come un traditore, lei per prima. Se solo a sinistra non si abusasse del termine fascista per bollare come tale ogni episodio di violenza, razzismo, antisemitismo, con il serio rischio collaterale di non riuscire a contrastare queste degenerazioni in modo efficace, sarebbe probabilmente più facile smascherare questo esercizio di Storia per omissioni praticato ormai quotidianamente dalla destra di governo.
(da ilfoglio.it)
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Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
UN PIATTO DI RISO E BISI DA 50 GRAMMI 48 EURO, UNO DI PASTA AL POMODORO 30 EURO, LA SOLITA VERGOGNA IN LAGUNA
E poi dicono che Taormina è cara. Così il sindaco della città siciliana
Cateno De Luca commenta il conto di un ristorante a Venezia che assieme alla moglie e due amici ha deciso di provare mentre si trovava nella città lagunare in vacanza. Cifra finale: 309 euro. Le portate principali? Due piatti di risi e bisi (riso con i piselli, una ricetta povera della tradizione veneziana) a 48 euro l’uno, e una piatto di pasta al pomodoro, a 30 euro.
Ora De Luca racconta al Gazzettino com’è andata, e la ragione del suo disappunto. «Abbiamo deciso di provare un ristorante bellino in centro a Venezia, un locale di caratura medio-alta. E questa è stata una nostra scelta. Ma quando sono arrivati due piatti di ‘risi e bisi’ da 48 euro l’uno così piccoli da sembrare un assaggino siamo rimasti basiti. Per non parlare della porzione di pasta al pomodoro da 30 euro. Un mio amico corpulento alla fine aveva talmente fame che è andato a mangiare al McDonald’s».
Risi e bisi a 48 euro
Il sindaco siciliano si trovava «in laguna per ritirare un premio alla carriera come sindaco, un evento collegato alla Mostra del Cinema – spiega il primo cittadino – e così ho unito l’utile al dilettevole, passando qualche giorno con mia moglie e i nostri amici a visitare la città. Una sera abbiamo adocchiato quel ristorantino, i prezzi erano piuttosto alti ma comunque decidiamo di provarlo. Una persona del gruppo però non si sentiva bene con lo stomaco e così ha chiesto un fuori menù, pasta al pomodoro. Pasta di cui solo dopo abbiamo scoperto il costo, ben 30 euro. Del resto delle pietanze avevamo letto i prezzi nel menù, 96 euro per due piatti di riso mantecato con piselli e due (di numero) gamberoni di Mazara, 50 euro per un rombo e 48 euro per tre dessert».
«Queste cose rovinano il brand di Venezia»
Sia chiaro: «Non ne faccio solo una questione di prezzo – precisa De Luca – anche Taormina è una città cara. Ma è il rapporto quantità-costo che ci ha lasciato senza parole. Io posso anche scegliere di pagare un conto salato ma devo essere soddisfatto, mi devo sentire sfamato. Le porzioni di riso arrivavano a malapena a 50 grammi. Il rombo da 50 euro a 100 grammi, neanche un’aragosta costa così».
Con la sua denuncia De Luca non intende sollevare polemica. Piuttosto, stimolare una riflessione. «Al momento di pagare non abbiamo fatto una piega. Nessuna storia con il ristoratore. La mia è una riflessione più generale su un brand importante come Venezia. Capisco che la città d’acqua abbia una logistica più complicata e di conseguenza costi maggiori. Ma ci sono proporzioni da mantenere. E in termini di quantità di cibo offerto rispetto a Taormina siamo lontani anni luce. Se vado a mangiare fuori mi aspetto di ricevere una bella porzione, si paga per la soddisfazione».
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
A MARRAKECH SI DORME IN STRADA
La prima notte dal sisma che alle 23.11 di venerdì 8 settembre ha fatto tremare il Marocco e i paesi limitrofi è alle spalle. E anche il primo giorno di ricerca e soccorso, con un bilancio tragico. Il sisma più forte che abbia mai colpito il Paese nordafricano, di magnitudo 6,8 sulla scala Richter – 7,2 secondo alcune rilevazioni locali – e a 18,5 chilometri di profondità ha provocato la morte di oltre 2mila persone, mentre è ancora imprecisato il numero di feriti. L’ultimo bollettino della protezione civile diceva 2.012 morti, 2.059 feriti di cui 1.404 in gravi condizioni e oltre 20mila sfollati. Numeri destinati a crescere, è questa la convinzione degli esperti, perché le scosse hanno provocato i danni maggiori nelle zone rurali, soprattutto a sud sulle pendici dell’Alto Atlante e nella regione di Al-Haouz, dove si concentra almeno la metà delle vittime. A Marrakech e nelle città limitrofe migliaia di persone hanno dormito in strada, per paura di nuovi movimenti della terra e di nuovi crolli, preferendo l’auto o un giaciglio di fortuna alla propria abitazione. Intanto il re Mohammad VI ha annunciato di aver coinvolto l’esercito nelle operazioni di soccorso, dispiegando circa 50mila unità. Nel Paese ci sarebbero circa 500 italiani, nessuno dei quali – ha comunicato la Farnesina – rimasto ferito.
Le operazioni di soccorso
Le province più colpite sono quelle di Taroudant, Agadir, Chichaoua, Ouarzazate, e le sollecitazioni sono state avvertite fino a Lisbona. Persino la vicina Algeria, rivale storico con la quale dal 2021 sono interrotte le relazioni diplomatiche, ha deciso di aprire il proprio spazio aereo ai voli con aiuti umanitari verso il «fraterno popolo marocchino». Ad al-Haouz è stato allestito un ospedale da campo, per prestare soccorso più immediato alle popolazioni locali. È in queste zone che le case sono costruite prevalentemente di paglia e fango e sassi, ed è per questo che qui sono maggiori le vittime. A Marrakech, racconta la Repubblica, regna una calma apparente. C’è la voglia di lasciare la paura alle spalle, in nome del turismo e della necessità di non fermare ‘economia, già pesantemente colpita in questi anni da siccità e crisi. E quindi accanto alle file di sfollati che dormono in strada, riapre il mercato e riaprono i bar storici, la Medina brulica come al solito e i turisti scattano foto.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2023 Riccardo Fucile
“IL CAMMMINO DEL TERZO POLO SI E’ INTERROTTO, MA IO VOGLIO PENSARE AL RILANCIO”
La deputata ed ex ministra di Italia Viva, Elena Bonetti, lascia il
partito di Matteo Renzi: “Il cammino del Terzo polo si è interrotto, ma io voglio pensare al rilancio”. E il rilancio “non è delimitare uno spazio in cui raccogliere adesioni per le elezioni”, cioè il Centro di Renzi, “ma attivare un processo per far incontrare idee e tradizioni diverse”, annuncia Bonetti in un’intervista al Corriere della Sera e oggi in un lungo post su Fb.
“Non entro in Azione, ma in ticket con Carlo Calenda, con il quale già lavoravo alla federazione tra Italia viva e Azione, collaboro per la nascita di un nuovo soggetto aggregativo più ampio”, spiega l’ex ministra. Il suo percorso con Renzi si interrompe: “È la mia storia e la rivendico con tutte le sue ragioni. Ma voglio portarle avanti per una strada diversa da quella che ha scelto Renzi. Io penso al centro non come a uno spazio da occupare ma come a un processo di partecipazione da liberare per essere forza che superi il bipolarismo – ribadisce Bonetti – È l’obiettivo con cui ci siamo presentati alle elezioni del 25 settembre”, precisa l’ex renziana. “Con Calenda ho già collaborato efficacemente. Ritrovo anche Gelmini e Carfagna con le quali, nel governo Draghi, ho sperimentato un metodo che va ripreso. Sarà un lavoro di squadra”, aggiunge.
“Ho scritto a Matteo e ai colleghi di Italia viva. D’altra parte in questi mesi non ho fatto mistero – ricorda la deputata -, né con loro né pubblicamente, delle diverse posizioni che avevo sia sulle singole sfide che sul progetto d’insieme”. E in merito a una sua candidatura alle elezioni europee: “Davvero prematuro parlare di questo – dice Bonetti -. Io ho un mandato chiaro nel gruppo parlamentare che mi auguro resti unito”.
Sui social arriva la risposta di Calenda: “Felici di poter tornare a lavorare con Elena Bonetti alla costruzione di un grande fronte liberale, popolare e riformatore. Un progetto che era quello del Terzo Polo che abbiamo insieme guidato con passione e dedizione. Grazie a Elena per il coraggio e la coerenza. Avanti”.
(da agenzie)
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