Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
NON CONVINCE LA TESI CHE ABBIA AVUTO PAURA, IL DIRETTORE DEL PARCO: “SE UNO HA PAURA SI CHIUDE IN CASA E CHIAMA LA POLIZIA, NON SPARA A UN’ORSA INOFFENSIVA”
L’uomo che ha ucciso a fucilate l’orsa Amarena è stato
denunciato a piede libero per la morte dell’animale a San Benedetto dei Marsi, fuori dal Parco Nazionale d’Abruzzo. «Ho sparato per paura ma non volevo uccidere, l’ho trovata dentro la mia proprietà è stato un atto impulsivo, istintivo», ha dichiarato ieri agli inquirenti.
Cosa rischia adesso è ancora in via di definizione. Ma gli esperti iniziano a mettere sul tavolo quali strade prevede la legge. «Se si applica la legge 157 di tutela della fauna, che regolamenta la caccia, l’articolo 30 per l’uccisione di specie particolarmente protette prevede la reclusione da 2 a 8 mesi e una ammenda da 774 euro a poco più di duemila euro. Trattandosi per altro di un reato contravvenzionale, ciò vuol dire che sostanzialmente il soggetto condannato può applicare l’oblazione, che consiste nel pagare la metà del massimo della pena per estinguere il reato», inizia a spiegare Dante Caserta, responsabile legale e vice presidente del WWF Italia, in un’intervista a Fanpage.
L’alternativa del reato 544bis codice penale
«Se invece si dovesse applicare il reato 544bis del codice penale avremo una pena che vai da 4 mesi ai 2 anni di reclusione, ma teniamo conto che questi sarebbero il massimo della pena che normalmente non viene mai applicata», conclude a colloquio con Ida Artiaco. Si tratta quindi, nonostante il grande eco e la forte rabbia dei cittadini, di pene non particolarmente eccessive. Una normativa contro cui gli animalisti si battono da sempre. «Le pene – denuncia WWF – che sono previste non hanno alcun effetto deterrente rispetto ad una attività così grave come l’uccisione di una specie rara, come quella dell’orso marsicano, di cui restano solo 60 esemplari al mondo. Sono la specie più a rischio di tutto il continente europeo».
Si cerca di recuperare, dopo averli individuati nella notte, i cuccioli di Amarena, l’orsa, chiamata così per la sua passione per le ciliegie e diventata simbolo dell’Abruzzo, uccisa nella notte tra il 31 agosto e il primo settembre alle porte del paese di San Benedetto dei Marsi, in provincia de L’Aquila. L’esemplare adulto è stato ucciso con unico colpo, ricostruiscono i carabinieri della compagnia di Avezzano, sparato da un 56enne del luogo, sorpreso dalla visita. «Ho fatto un guaio, ho avuto paura», avrebbe detto l’uomo ai militari. Ora che la vita della madre è stata spezzata per sempre la preoccupazione è verso i suoi due cuccioli. Secondo quanto riferisce l’Agi i cuccioli sono stati individuati nella notte, grazie alle segnalazioni. Si trovavano insieme alla mamma quando è stata uccisa ed erano fuggiti spaventati dall’arrivo sul posto delle guardie del Parco e veterinari. La zona in cui i due cuccioli sono stati individuati è un tratto di campagna, non lontano dal luogo in cui si è verificata la morte di Amarena.
L’esemplare era madre di due cuccioli. E proprio il destino dei piccoli, ora senza una guida, preoccupa non solo il personale del parco ma anche le associazioni animaliste. I piccoli di orso generalmente rimangono almeno un anno e mezzo con la mamma. Non sono quindi ancora autosufficienti. «Il destino dei piccoli, non ancora autosufficienti, è a forte rischio», spiega il Wwf in una nota. «Oggi – aggiunge l’associazione – ad essere uccisa da un colpo di fucile e dall’ignoranza è una delle femmine di orso più prolifiche della storia recente della residua popolazione di orso marsicano». Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise li sta già cercando, anche con droni. In attesa dell’autopsia su Amarena il direttore del Parco, Luciano Sammarone, avanza alcuni dubbi parlando al Corriere. «Per come la penso – afferma – io se una persona è spaventata si chiude in casa e chiama polizia, carabinieri o guardia parco, non prende un fucile e spara. Se c’è stata o no un’aggressione da parte del plantigrado lo accerteranno le indagini». «Avevamo visto l’orsa Amarena con i suoi cuccioli passeggiare in un paese senza arrecare danno a nessuno: quanto successo è un atto di malvagità gratuito», aggiunge l’onorevole Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente. «Ora dobbiamo pensare anche ai suoi cuccioli che non hanno nemmeno l’età per sopravvivere da soli. Ci vorrà tutto l’impegno del nostro personale specializzato per trovarli e farli crescere in modo che possano essere reinseriti in natura. Ma nulla può sostituire completamente le cure di una madre e la sua capacità di insegnare ai piccoli come si vive nel bosco. Questa è veramente una storia infame».
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
ANIMALISTI IN PIAZZA CON NOME E FOTO DEI 12 RAGAZZI: “TUTTI DEVONO SAPERE CHI SONO I RESPONSABILI”
“I responsabili meritano la gogna pubblica. Tutti devono sapere chi ha ucciso la capretta”. A Fiuggi – mentre sale a 12 il numero di denunciati, di cui 5 minorenni, per le violenze sulla bestiola – è arrivato il momento della vendetta e della giustizia fai da te. A prometterla sono gli animalisti che questo pomeriggio manifesteranno per sensibilizzare l’opinione pubblica.
È stata ribattezzata “Fuori i nomi” la duplice protesta che attraverserà prima Anagni, dove si trova l’agriturismo in cui domenica scorsa è stata uccisa la capra, e poi Fiuggi, città di origine dei giovanissimi protagonisti del massacro.
È qui che saranno esibiti cartelli con il nome e le foto di chi ha picchiato e ucciso l’animale durante una festa di compleanno.
Una scelta estrema, ai limiti della legalità, per la quale uno degli organizzatori della protesta, l’attivista Enrico Rizzi, è pronto ad assumersi tutte le conseguenze. “Per i reati sugli animali nessuno va in carcere perché le pene sono troppo basse. Dal momento che lo stato è assente vogliamo che tutti sappiano chi è il responsabile. Tu maltratti un animale e, visto che lo stato non ti punisce come si deve, è giusta la gogna pubblica. Tutti devono sapere il nome e il cognome”.
Il primo appuntamento è alle 17 in piazza Cavour ad Anagni. Poi è prevista una passeggiata a Fiuggi. La decisione di questa protesta, annunciata con anticipo, è anche quella di rompere il silenzio intorno alla vicenda.
“Soprattutto a Fiuggi ci siamo ritrovati di fronte un muro di omertà”, aggiunge Rizzi. Molti dei protagonisti, che hanno partecipato alla festa di 18 anni della figlia della comandante della Forestale di Filettino, il maresciallo Stefania Cinti, sono i figli della ‘Fiuggi bene’”.
Tra gli oltre 50 invitati, infatti, c’era anche il figlio dell’assessora alle Politiche educative, servizi per l’infanzia, sport e giovani del Comune di Fiuggi, Laura Latini e il figlio di un altro dirigente comunale. Ma non solo.
Uno dei due minorenni denunciati dai carabinieri di Anagni alla procura dei minori per il reato di maltrattamento agli animali è figlio di un poliziotto. Mentre almeno 4 maggiorenni sono indagati per istigazione a commettere un reato. I carabinieri li hanno individuati interrogando i presenti e vagliando il video del massacro, che uno dei ragazzi ha diffuso su Instagram. “Forza, colpitela!”. Nel filmato sono diverse le persone che incitano i protagonisti ad andare avanti.
Nell’agriturismo Sant’Isidoro, dove è avvenuto il fatto, intanto regna ancora l’incredulità. Nessuno sa darsi una spiegazione di quello che è accaduto. Di certo tutti sono sicuri che la capra non fosse “già agonizzante”, come ha scritto in una lettera la madre di uno dei ragazzi che hanno partecipato alla festa.
L’area dove si vivono gli animali da cortile, come caprette e asinelli, è separata da quella in cui si trovavano gli ospiti. Il titolare della struttura, che ha sporto denuncia, ieri è stato ascoltato di nuovo dagli inquirenti per ricostruire meglio lo scenario della festa, a cui hanno partecipato più di 50 persone. Un diciottesimo come tanti, che si è concluso però in maniera drammatica.
“È stato un gesto inqualificabile e ignobile – commenta Daniele Natalia, sindaco di Anagni – l’idea più preoccupante è che una violenza del genere oggi è su un animale, ma domani potrebbe essere contro una persona. Bisogna fare una riflessione e aiutare queste nuove generazioni, che vivono in un mondo particolare. Siamo arrivati al punto che si fanno le cose solo per poi mostrarle in rete. Le nuove generazioni hanno bisogno di punti fermi, delle guide. Se un figlio arriva a fare certe cose il primo che si deve interrogare è il genitore”.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE DI DIRITTO COSTITUZIONALE METTE IN LUCE LIMITI E CONTRADDIZZIONI DELLA PRIMA BOZZA DEL DDL SUL PREMIERATO
Il costituzionalista Mauro Volpi, professore di Diritto
costituzionale all’Università di Perugia, è molto critico rispetto alla prima bozza del ddl sul premierato, su cui sta lavorando la ministra Elisabetta Casellati, e che potrebbe arrivare presto sul tavolo del Consiglio dei ministri. La bozza della riforma costituzionale prevede l’elezione diretta del capo del governo, che acquisirebbe molti più poteri, a scapito dei poteri in mano al Presidente della Repubblica. L’inquilino del Quirinale, eletto dal Parlamento, rimarrebbe come ruolo di personalità super partes.
Il premierato è una delle tre soluzioni che il governo ha offerto alle opposizioni durante le ‘consultazioni’ che si sono tenute a maggio. Le altre opzioni in campo erano il presidenzialismo e il semipresidenzialismo: il primo sistema prevede l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, che è anche il capo del governo; il secondo, sul modello francese, prevede l’elezione diretta del Presidente della Repubblica che nomina un capo del governo.
Professore, cosa pensa della bozza del ddl sul premierato?
La proposta è pessima. Secondo me è solo da rifiutare.
Perché?
Premetto che non sono favorevole al presidenzialismo. Se posso dare un giudizio generale, rispetto alle tre proposte presidenziali che erano state ventilate, questa è la peggiore, perché non prevede i contrappesi che per esempio negli Stati Uniti ci sono, che però fanno fatica a funzionare anche nel contesto americano. Negli Stati Uniti abbiamo un Presidente che non può sciogliere il Parlamento e non ha la potestà legislativa, non ha quindi l’iniziativa legislativa. Qui avremmo un presidente del Consiglio eletto dal popolo che sarebbe titolare di poteri decisivi: nomina e revoca i ministri ed è libero di sciogliere il Parlamento quando vuole, basta che si dimetta. E se il Parlamento si azzarda a votare la sfiducia nei suoi confronti viene automaticamente sciolto. Insomma, in sostanza vengono meno due poteri fondamentali del Presidente della Repubblica: la nomina ed eventualmente anche la revoca dei ministri e viene meno il potere di scioglimento del Parlamento. Sarebbe tutto nelle mani del presidente del Consiglio, che è un primo ministro: l’Italia sarebbe l’unico Paese al mondo in cui questo accade, non c’è altra democrazia in cui sia prevista l’elezione popolare e una somma di poteri così forti del presidente del Consiglio.
Nel testo c’è scritto che il presidente del Consiglio, eletto a suffragio universale e diretto per la durata di cinque anni, non potrebbe fare più di due mandati consecutivi…
E ci mancherebbe! È il minimo sindacale, direi che è addirittura scontato che un primo ministro eletto dal popolo abbia il limite di due mandati…Semmai rilevo di negativo quello che diceva Giovanni Sartori, che è stato forse il più grande politologo italiano, e cioè che far eleggere il primo ministro dal popolo è come mettere una pietra nel motore. Perché il parlamentarismo per funzionare deve essere flessibile, deve avere anche la possibilità di mandare a casa un pessimo primo ministro. Ma questo presidente del Consiglio, eletto in questo modo e con questi poteri, sarebbe praticamente inamovibile. Ma ci sono elementi ancora più gravi.
E cioè?
Più grave ancora è la modalità di elezione del presidente del Consiglio: si prevede venga eletto quello che prende più voti, purché raggiunga il 40%. Cioè non è richiesta neanche la maggioranza assoluta e un eventuale ballottaggio se nessuno la raggiunge, come avviene nei grandi Comuni italiani. Dunque è sufficiente il 40% di voti + 1. Il che vuol dire che potremmo avere un presidente del Consiglio con una fortissima legittimazione popolare, titolare di poteri fortissimi, che però viene eletto da una minoranza dei votanti. In quasi tutti i Paesi in cui viene eletto il presidente, si richiede la maggioranza assoluta e il ballottaggio. Sono pochi quelli in cui questo non accade. Uno di questi è l’Argentina, in cui bisogna raggiungere il 45% dei voti. Evidentemente noi siamo migliori degli argentini, per cui ci basta il 40%.
Il Presidente della Repubblica mantiene un ruolo di garante della Costituzione? Che figura diventerebbe?
Certo, rimane un Presidente della Repubblica che dovrebbe mantenere un ruolo di garanzia. Però si tratta di un Presidente sempre eletto dal Parlamento e dai delegati regionali, che avrebbe una legittimazione nettamente inferiore a quella del presidente del Consiglio. Lei si immagina che un Presidente di questo tipo possa far valere la cosiddetta ‘moral suasion’ nei confronti di un presidente del Consiglio eletto dal popolo? Io ritengo di no. Nella proposta c’è poi un ‘contentino’ al Presidente della Repubblica: può ritardare lo scioglimento delle Camere di 6 mesi. Non si capisce in base a quale logica.
Perché lo chiama ‘contentino’?
O un Presidente ha un potere effettivo, come ha oggi, oppure a me pare una cosa addirittura inutile poter decidere di dare al Parlamento che ha votato la sfiducia altri 6 mesi di tempo. A che servono? Lo trovo abbastanza ridicolo.
Come valutava le altre proposte in campo, presidenzialismo e semipresidenzialismo?
Come ho già detto, sono critico verso le proposte presidenziali, sono piuttosto favorevole a una razionalizzazione della forma di governo parlamentare. Ci sono modelli, come quello tedesco o quello spagnolo che complessivamente funzionano. Anche se, come tutte le forme di governo in questo momento, hanno problemi, perché ci sono criticità che riguardano il funzionamento delle democrazie. Tuttavia, se mi puntassero una pistola alla testa e dovessi scegliere uno di questi sistemi, prediligerei quello presidenziale americana, che è quello che almeno sulla carta ha, o aveva, i più forti contrappesi, a cominciare da un Congresso che è uno dei Parlamenti più forti al mondo. È un contrappeso notevolissimo rispetto al Presidente. Mi faccia però aggiungere un’altra considerazione.
Prego.
Già oggi il controllo del Parlamento italiano nei confronti del governo non funziona, a differenza di altri Parlamenti. Le faccio qualche un esempio: una minoranza qualificata dei parlamentari francesi può impugnare in via preventiva una legge approvata dalla maggioranza di fronte alla Corte Costituzionale. In Germania una maggioranza qualificata può imporre la costituzione di una commissione di inchiesta. Tutto questo in Italia non c’è. Con questa proposta avremmo un Parlamento succube del governo, perché potrebbe votare una mozione di sfiducia solo dopo un anno di mandato. A quel punto i parlamentari andrebbero a casa. Il problema che noi abbiamo oggi è semmai quello di riqualificare la rappresentanza parlamentare.
I promotori della proposta dicono però che avremmo più democrazia perché gli elettori sceglierebbero direttamente il governo.
Ma questo è una sciocchezza, perché eleggere il governo direttamente vuol dire scavalcare completamente gli istituti di mediazione, il Parlamento e anche i partiti, che diventerebbero dei comitati elettorali che servirebbero solo a lanciare il candidato alla Presidenza del Consiglio. Avremmo sostanzialmente un corpo elettorale che si pronuncia ogni 5 anni, delegando tutto il potere nelle mani di una persona. Avremmo non una democrazia diretta ma una democrazia ‘ristretta’, come ha scritto la professoressa Alessandra Algostino.
Viene però detto che una riforma in questo senso assicurerebbe una stabilità di governo.
In realtà a mio parere si tratterebbe di irrigidire troppo la forma di governo. Ci sarà una ragione se nessun Paese democratico al mondo ha previsto l’elezione popolare del primo ministro?
Una riforma simile potrebbe portare a una maggiore partecipazione del corpo elettorale alle urne?
I dati reali dicono esattamente il contrario. Prendiamo le ultime elezioni comunali e regionali che si sono svolte quest’anno, con il meccanismo che assicura al sindaco o al presidente di Regione di avere una maggioranza certa al consiglio comunale o dell’assemblea regionale. Ebbene, nei Comuni al secondo turno ha votato meno del 50% degli aventi diritto. Non è andata meglio nelle grandi Regioni. Nel Lazio ha votato il 37%, in Lombardia il 41%, in Friuli-Venezia Giulia il 45%, in Molise il 47%. Guardando ai voti che hanno ottenuto i presidenti di Regione eletti, oscillano tra il 20 e al massimo il 28% degli elettori: sono presidenti di una ridotta minoranza degli elettori. Alla faccia della partecipazione garantita dall’elezione diretta del vertice del governo!
Cosa servirebbe invece per favorire la partecipazione?
Intanto bisognerebbe ridare agli elettori il potere di decidere davvero chi sono i loro rappresentanti, perché dal 2005 in questo Paese andiamo avanti con le liste bloccate, per cui gli elettori in realtà i loro rappresentanti non li scelgono. Poi bisognerebbe consentire la differenziazione del voto, cosa fondamentale se si introduce l’elezione popolare del presidente del Consiglio: dovrei avere la possibilità di votare per un candidato presidente, scegliendo magari una lista o una coalizione diversa dalla sua, perché magari non mi piacciono i partiti che lo sostengono. Invece si vuole imporre il voto congiunto, come avviene con il Rosatellum, con i collegi uninominali e il voto di lista: se un elettore vota per un candidato ai collegi uninominali e per una lista o una coalizione diversa il voto è nullo. Siamo alla violazione della libertà del voto. Bisogna poi rinnovare i partiti politici, e rafforzare la rappresentanza parlamentare. Senza tutto ciò non avremmo una maggiore partecipazione. Vedo invece molto di buon occhio la sfiducia costruttiva.
Perché?
Perché è un meccanismo che dà più stabilità al governo e evita le crisi al buio, perché se il Parlamento vuole aprire una crisi deve essere in grado di proporre un nuovo governo e un nuovo presidente del Consiglio. È un meccanismo per esempio che ha funzionato in Germania. Inserire invece nella nostra Costituzione un corpo estraneo come quello dell’elezione diretta del presidente del Consiglio o del Presidente della Repubblica secondo me porta più effetti negativi che positivi, ci sarebbero troppe incognite.
Ipotizziamo che questa proposta, senza ulteriori modifiche, arrivi in Cdm e venga varata. Poi finirebbe in Parlamento, dove il centrodestra avrebbe gioco facile, perché ha la maggioranza. Ci sarebbe quindi un referendum? I cittadini avranno la possibilità di esprimersi?
Se posso azzardare una previsione, il testo subirà sicuramente delle modifiche già in Cdm, perché ci sono diverse cose assurde e incongrue. Non mi pare comunque che il rapporto con le opposizioni sia molto corretto, perché in riforme di questo tipo bisognerebbe cercare il più possibile il coinvolgimento delle forze politiche di minoranza. Le opposizioni sono state convocate un paio di mesi fa a Palazzo Chigi, e hanno detto di non essere d’accordo con l’ipotesi presidenziale. Ma non si è discusso nel merito della riforma. E adesso si vuole fare la stessa cosa. Si dice che le opposizioni saranno convocate dopo che il Cdm avrà approvato la proposta Casellati, quindi a giochi fatti. Certo, poi ci sarà la dialettica parlamentare, ma la mia previsione è che se dovesse andare in porto il progetto presentato dal governo – e la maggioranza ha i numeri per farlo – a quel punto il ricorso al referendum sarebbe inevitabile.
Personalmente sarò tra i promotori di un referendum perché il tanto decantato popolo che deve eleggere il capo del governo possa almeno pronunciarsi sulla revisione costituzionale. Ci sarà una raccolta firme, oppure è sufficiente che un quinto dei componenti di una Camera oppure cinque consigli regionali chiedano il referendum. Mi sento di dare un consiglio alla maggioranza. Si ricordi che ci sono dei precedenti che non hanno portato fortuna alle riforme costituzionali fatte da una sola maggioranza politica: sia nel 2006 che nel 2016 sono state respinte dal corpo elettorale. Ragioni anche su questo, suggerisco pertanto di coinvolgere anche una parte consistente dell’opposizione. Italia viva la considero una forza di complemento esterna al governo, che fondamentalmente quasi sempre vota le proposte della maggioranza.
(da Fanpage)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
IL SISTEMA NERVOSO DELLA DUCETTA È COSI’ STRESSATO CHE BASTA QUALCHE DOMANDA SCOMODA PER FARLA SBROCCARE…IL CONFRONTO IMPIETOSO CON OLAF SCHOLZ, CHE NEGLI ULTIMI TRE MESI SI È HA TENUTO BEN 16 CONFERENZE STAMPA
Conferenze stampa? Meglio farle all’estero, dopo il vertice Nato di Vilnius o dopo aver incontrato il presidente americano Joe Biden, quando le domande per protocollo e per forma si guardano bene dal toccare gli argomenti più delicati
Così, solo quando si trova fuori dai confini italiani, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non disdegna il confronto con i giornalisti. Ha incontrato la stampa a fine giugno durante il consiglio Ue, ha tenuto tre conferenze stampa a luglio: di queste, una a Vilnius e una Washington. L’unica eccezione il 23 luglio a Roma, ma in occasione della Conferenza internazionale su sviluppo e migrazioni.
Il confronto con un suo collega, il cancelliere Olaf Scholz, è impietoso: il capo del governo tedesco nello stesso periodo, gli ultimi tre mesi, si è presentato in conferenza stampa per ben 16 volte, più del triplo rispetto a quelle di Meloni.
Salvo l’intervista con Bruno Vespa del giorno successivo, Meloni per tutta l’estate ha evitato ogni tipo di contradditorio con i cronisti. Un’allergia alle domande che viene da lontano: l’ultima conferenza stampa con la premier dopo un Consiglio dei ministri è datata addirittura 9 marzo, quasi 6 mesi fa.
Meloni aveva riunito il Cdm a Cutro dopo il naufragio costato la vita a quasi 100 persone e poi era si presentata davanti ai giornalisti. Era andata malino, tra errori ed eloquente nervosismo della premier di fronte ai cronisti che la incalzavano sulla ricostruzione della tragedia.
Quella di Cutro rimane, fino ad oggi, uno degli ultimi confronti della presidente del consiglio con i giornalisti italiani. Nemmeno a Caivano, dopo un’altra tragedia che in questo ha riguardato due bambine vittime di uno stupro di gruppo, Meloni ha deciso di dedicare qualche minuto alle domande dei cronisti presenti.
È questo il dato che emerge: Meloni fugge dalle domande quando deve annunciare o spiegare un provvedimento. Caivano è solo l’ultimo di una serie di esempi. Il 28 agosto in Consiglio dei ministri è stato affrontato il tema dei flussi migratori. Ad ammettere davanti ai microfoni che il numero di migranti arrivato in Italia è cresciuto del 103% rispetto agli stessi mesi del 2022 si è presentato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
Il 7 agosto il governo ha varato una raffica di provvedimenti, compreso – a sorpresa – un prelievo sugli extraprofitti delle banche. La premier però non si è presentata in conferenza stampa e in silenzio ha cominciato le sue vacanze.
Ancora, tornando indietro nel tempo: nemmeno dopo il decreto del 23 maggio che ha riguardato l’alluvione in Emilia-Romagna Meloni ha deciso di rispondere alle domande dei cronisti presenti a Palazzo Chigi. Non lo ha fatto neanche dopo il discusso provvedimento sul lavoro, approvato dal Consiglio dei ministri il primo maggio nonostante le proteste dei sindacati.
E anche qui si nota una differenza con i suoi colleghi all’estero. Negli ultimi tre mesi, il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha partecipato a conferenze stampa solo in occasione di eventi o incontri internazionali. Lo ha fatto perché il 23 luglio in Spagna si sono tenute le elezioni politiche: da candidato e capo del governo uscente, ha preferito non usare la Moncloa come veicolo della sua campagna elettorale. Un caso diverso, quindi.
Il premier inglese Rishi Sunak nei mesi estivi non si è concesso spesso ai cronisti, ma non si è sottratto a lunghe conferenze stampe nelle due occasioni in cui ha dovuto presentare importanti iniziative del suo governo: il 30 giugno, ad esempio, ha parlato del piano per la forza lavoro a lungo termine del servizio sanitario nazionale. Il successivo 13 luglio ha presentato alla stampa, con domande e risposte, la sua revisione delle retribuzioni nel settore pubblico.
Il confronto più emblematico però viene ancora una volta guardando a Scholz: mercoledì 30 agosto, dopo il “ritiro” del governo al castello di Meseberg per una due giorni di gabinetto, il cancelliere tedesco si è presentato davanti alla stampa per spiegare le decisioni prese.
Al suo fianco, i ministri Robert Habeck e Christian Lindner, che sono anche rispettivamente il co-leader dei Verdi e il leader dei liberali tedeschi. È come se Meloni, Salvini e Tajani insieme si concedessero alle domande dei giornalisti per rispondere e chiarire quale linea intende seguire l’esecutivo sui temi più scottanti.
In Italia invece Meloni ormai da mesi ha cominciato a privilegiare i videomessaggi, gli interventi e le dichiarazioni rilasciate a margine, dunque senza la possibilità di fare domande. E senza il rischio di incappare in gaffe o equivoci.
Il 4 dicembre sono nati “Gli appunti di Giorgia“, videorubrica diffusa sui social in cui affronta gli argomenti legati all’attività di governo. Ma anche la pagina istituzionale che raccoglie gli interventi della presidente del Consiglio da ottobre ad oggi è piena zeppa di vari “punto stampa” e “videomessaggi”, mentre le conferenze stampa appaiono di rado e appunto solo in compagnia di altri capi di governo o di altri ministri.
(da IL Fatto Quotidiano)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
OGNI GIORNO 3 PERSONE PERDONO LA VITA DURANTE IL PROPRIO TURNO, CIRCA 20 A SETTIMANA. DA GENNAIO A FINE LUGLIO LE MORTI BIANCHE SONO STATE 559 – CHI RISCHIA DI PIÙ SONO I LAVORATORI PIÙ VICINI ALLA PENSIONE (CIOÈ DELLA FASCIA D’ETÀ 55-64) E IL SETTORE PIÙ FATALE È QUELLO DEI TRASPORTI E MAGAZZINAGGIO
I numeri ufficiali delle morti sul lavoro si fermano a luglio.
Quelli di agosto, sei solo ieri, saranno inserite in un’altra arida tabella Inail. Le statistiche ci dicono che ben 559 lavoratori sono usciti di casa per andare a lavorare e non sono più rientrati nelle rispettive case, dalle rispettive famiglie.
Si contano dunque 80 morti sul lavoro al mese, circa 20 a settimana, quasi tre al giorno. Il mercoledì, curiosità macabra, sembra essere il giorno più luttuoso della settimana, ovvero quello in cui si sono verificati più infortuni mortali nei primi sette mesi dell’anno (20,5%).
Le tabelle aggiornate a luglio scorso e rese note ieri dall’Inail, sono drammatiche, perché i decessi crescono in modo vertiginoso nonostante si faccia un gran parlare di sicurezza nel mondo di lavoro, che evidentemente non è ancora sufficiente a fermare le disgrazie evitabili.
Se a fine maggio, gli infortuni con esito mortale erano “fermi” a 358», sono bastati due mesi in più di conteggi per far schizzare il numero complessivo fin quasi a raddoppiarlo. E comprendono sia le morti sul lavoro, sia quelle che avvengono quando ci si trasferisce da casa al posto di lavoro e viceversa, con i mezzi pubblici o privati.
Nel dettaglio, i decessi sono avvenuti o sul luogo di lavoro sono 430, quelli in itinere 129. Ma se le morti per incidente stradale o malore non direttamente connessi al posto di lavoro sono in netto calo, -17,8% rispetto al luglio del 2022, i morti durante il turno di lavoro crescono del 4,4%.
A morire sono soprattutto gli ultra 65enni (65,5% di incidenza), poi quelli vicini più alla pensione, la fascia 55-64 anni. Ma si contano anche 18 ragazzini tra i 15 e i 24 anni a cui è stato negato un futuro e ben 39 giovani adulti tra i 25 e i 34 anni.
E uno si domanda a questo punto dove si muore di più. Chi pensa al manufatturiero sbaglia settore. Quello, a volte molto pericoloso per l’utilizzo dei macchinari, rimane il più colpito ma spesso dagli infortuni (35.503). Per i decessi invece, nei primi sei mesi del 2023 è sempre il settore trasporti e magazzinaggio a registrare il maggior numero di decessi in occasione di lavoro: sono 50 in tutto. Segue a distanza il settore delle Costruzioni (39), dalle attività manifatturiere (37) e dal commercio (27).
I lavoratori stranieri sono quelli più esposti: il loro rischio di infortunio mortale è quasi doppio rispetto agli italiani, con un’incidenza di mortalità di 33% su un milione. In sette mesi ne sono morti 79 spesso nei cantieri edili che non garantiscono le minime norme di sicurezza. Gli infortuni mortali sono stati 351, con un’incidenza nazionale del 16,9%.
(da il Giornale)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
STANGATA DA 2.000 EURO PER ALESSIA AMBROSI, VIA ANCHE 12 PUNTI DALLA PATENTE
La lotta imbracciata da Alessia Ambrosi contro l’autovelox di Pai, frazione del Comune di Torri del Benaco in provincia di Verona non è andata come sperava lei.
La deputata di Fratelli d’Italia dovrà pagare un totale di 2.125,36 euro per sette multe e vedrà decurtare 12 punti dalla sua patente.
L’autovelox imputato è quello che segnala gli automobilisti che superano i 50 chilometri orari sulla Gardesana orientale. Ambrosi ha provato a contestare i sette verbali mossi a suo sfavore, in quattro dei quali la velocità registrata al suo veicolo superava i 90 chilometri orari.
La deputata ha provato a giustificare le irregolarità sostenendo che doveva correre per ragioni di campagna elettorale. Tuttavia, il prefetto ha respinto il ricorso. E il sindaco del Comune interessato, Stefano Nicotra, incassa una vittoria personale: è stato tra i più strenui difensori dell’occhio elettronico che, nei primi mesi dalla sua installazione, ha permesso di emettere fino a 186 multe al giorno.
(da Open)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
CROSETTO LO VIENE A SAPERE E FURIOSO LA RIPRISTINA D’IMPERIO
I vertici dell’Esercito italiano dopo il caso del generale Roberto
Vannacci sono andati in tilt riuscendo a fare arrabbiare il ministro della Difesa Guido Crosetto per il motivo diametralmente opposto a quello del generale scrittore oggi diventato una icona della destra. Spinti dal terrore di nuove polemiche infatti i vertici dell’Esercito avevano deciso di annullare la tradizionale “Festa della Memoria” che questo anno il IX reggimento di assalto Col Moschin aveva fissato per il 7 settembre nella sua base addestrativa di Livorno riunendo militari, famiglie, ex del corpo e anche i parenti delle vittime dei parà impiegati all’estero.
Ufficialmente la scelta di annullare la festa (riservata per altro solo a quelle categorie e non aperta al pubblico) è stata motivata con «esigenze operative».
Quando la notizia è arrivata al ministro della Difesa segnalata dagli stessi familiari dei caduti del Col Moschin, Crosetto si è informato con i vertici dell’Esercito e ha capito che invece la scelta dipendeva dal timore che quel giorno potesse tenere banco in caserma il caso Vannacci, visto che fra il 2011 e il 2013 quel generale oggi tanto discusso aveva comandato proprio il IX reggimento Col Moschin.
Un vertice dell’Esercito che è sembrato quindi più realista del re, e che certamente ha interpretato in modo assai estensivo il pensiero del ministro della Difesa, che si è particolarmente irritato invece per quella scelta adottata per altro senza nemmeno consultarlo preventivamente. Così Crosetto (la definizione viene proprio dal ministero della Difesa) ha «ripristinato d’imperio» la Festa della memoria del Col Moschin, scelta assai gradita da quel corpo e da tutti i familiari di chi vi milita e di chi non c’è più.
(da Open)
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Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile
LE SFORBICIATE VANNO A COLPIRE, PER UN TOTALE DI OLTRE 1,3 MILIARDI, L’ALTA VELOCITÀ AL SUD E LA LINEA ROMA-PESCARA… NELL’ELENCO DI TAGLI C’E’ ANCHE L’ERMTS, IL SISTEMA CHE SERVE A POTENZIARE LA SICUREZZA ED EVITARE COLLISIONI, DE-FINANZIATO DAL MINISTRO FITTO PER BEN 500MILIONI DI EURO
Matteo Salvini vuole sapere. A poche ore dalla tragedia ferroviaria che a Brandizzo, in Piemonte, ha ucciso cinque lavoratori, il vicepremier nonché ministro delle Infrastrutture, promette che il suo dicastero nominerà una commissione d’inchiesta per capire perché quel treno «è passato dove non doveva passare». Questo terribile incidente è accaduto, ha proseguito Salvini, proprio mentre «stiamo investendo decine di miliardi di euro per velocizzare, modernizzare, potenziare le ferrovie ovunque».
Tocca alla magistratura indagare sulle cause del disastro, accertare le eventuali responsabilità di chi avrebbe dovuto impedire ai cinque operai di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Va accertato, quindi, perché le procedure di sicurezza non sono state rispettate.
Intanto, però, le parole del ministro accreditano il grande sforzo del governo per migliorare l’efficienza del sistema. Efficienza che non può non includere anche la sicurezza dei viaggiatori e di chi per le ferrovie si trova a lavorare, come i dipendenti dell’azienda a cui erano stati appaltati i lavori sui binari. E allora c’è un dato, una notizia di poche settimane fa, che finisce per illuminare una circostanza che non si incastra con le parole pronunciate ieri da Salvini.
A fine luglio, infatti, il ministro Raffaele Fitto ha illustrato i programmi che verranno esclusi dai finanziamenti del Pnrr e un capitolo importante riguarda proprio le ferrovie. I tagli, o il rinvio degli investimenti, vanno a colpire, per un totale di oltre 1,3 miliardi, l’Alta velocità al Sud e la linea Roma-Pescara. L’elenco comprende anche l’Ermts, cioè il sistema di gestione del traffico ferroviario, un progetto decisivo per aumentare la sicurezza della circolazione.
Secondo quanto annunciato, questa voce del Pnrr perderà circa 500 milioni. Grazie all’Ertms, un acronimo che sta per European rail traffic management system, il macchinista riceve costantemente informazioni aggiornate sul traffico ferroviario e se il treno supera la velocità consentita in quel tratto di rete viene automaticamente attivata la frenata d’emergenza. Di fatto viene assicurata la guida strumentale del locomotore, tenendo tra l’altro sotto controllo il distanziamento da eventuali altri convogli in viaggio sullo stesso binario.
Proprio per la sua importanza sul fronte della sicurezza, l’installazione dell’Ertms sull’intera linea ordinaria italiana (sull’alta velocità c’è già) è stata a suo tempo inserita tra i lavori finanziati con i fondi del Pnrr. Nel giugno dell’anno scorso, Rfi ha aggiudicato un appalto da 2,7 miliardi, diviso in quattro lotti, per «la progettazione e la realizzazione su tutto il territorio nazionale» del sistema Ertms. E questo era il primo obiettivo obbligatorio da raggiungere secondo quanto previsto nella tabella di marcia del Pnrr concordata con l’Unione europea.
Adesso i lavori andranno riprogrammati e i tempi di realizzazione non potranno che allungarsi.
Il solo fatto che un programma per il 2022-206 sia stato approvato entro la fine del primo anno in cui dovrebbe essere attuato, rappresenta un grande passo avanti per l’Italia. In precedenza, infatti, le procedure di approvazione a dir poco farraginose comportavano gravi ritardi per arrivare al via libera definitivo. Nel solo 2023 sono previsti investimenti di 477 milioni destinati ad aumentare la sicurezza della rete.
Nell’arco dell’intero piano, che ha durata quinquennale, la spesa complessiva programmata ammonta a 9,6 miliardi. È questa la somma indicata nelle tabelle del ministero alla voce «Sicurezza e adeguamento a nuovi standard». Altri 2,7 miliardi, erano compresi nel capitolo «Adeguamento tecnologico». Erano i fondi destinati all’Ertms. Fino a quando non è arrivato il taglio deciso dal governo.
(da Domani)
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Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA È CHE OGNI ESPULSIONE COSTA ALLO STATO CINQUEMILA EURO E COMPORTA COMPLESSE PROCEDURE… A BLOCCARE TUTTO SPESSO È LA MANCANZA DI ACCORDI DI RIAMMISSIONE CON I PAESI D’ORIGINE (VEDI LA TUNISIA DI SAIED, CHE TIENE ROMA PER LE PALLE)
I moduli grigi, circondati da filo spinato, sono pronti. I primi
100 migranti sono già stati trasferiti da Lampedusa, ma le sezioni vanno ancora strutturate: una parte centro di accoglienza, l’altra sezione per le procedure di frontiera. Passa dal nuovo hotspot di Modica-Pozzallo una delle scommesse del governo Meloni sull’immigrazione.
Sarà questo, infatti, il primo centro di trattenimento per le persone che provengono da Paesi terzi sicuri. Fallita la strategia di “fermare le partenze” ora si punta alla riproposizione di una vecchia ricetta, quella del “rimandiamoli tutti a casa”, tradotto: aumentare i rimpatri. Lo ripete da giorni anche la presidente del Consiglio
Più facile a dirsi, però, che a farsi. Negli anni tutti i governi che ci hanno provato alla fine hanno dovuto ammettere il fallimento.
Al Viminale, però, sono convinti di avere due assi nella manica: per prima cosa le nuove norme inserite nel decreto Cutro (legge 50/2023). In particolare, le cosiddette procedure accelerate di frontiera per chi proviene dai Paesi considerati sicuri, cioè verso i quali le persone possono essere rimandate. 17 in tutto: Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Nigeria, Senegal, Serbia e Tunisia.
Per chi entra irregolarmente in Italia, via mare o via terra, ed è originario di uno di questi Paesi, è previsto dunque un procedimento speciale, accelerato, una sorta di “direttissima”. Il secondo obiettivo è rendere possibile il rimpatrio anche dei migranti in attesa di processo. Un altro punto chiave sarà inserito invece nel prossimo decreto sicurezza, più volte annunciato.
Il primo a dirsi scettico è il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia che parla di una strategia paragonabile all’idea di «svuotare il mare con un secchio».
Secondo il governatore veneto della Lega «quest’anno arriveremo a oltre 200 mila persone, solo l’8% avrà lo status di rifugiato. Quindi almeno 150 mila dovrebbero essere riaccompagnate una ad una in aereo con le forze dell’ordine. La vedo dura».
Fu proprio la Lega, con Matteo Salvini ministro dell’Interno a puntare sui rimpatri per mostrare il pugno duro sui migranti nel periodo dei cosiddetti “porti chiusi”. Nel 2018 furono 6.396 le persone rimandate indietro, leggermente meno di quanto successo l’anno precedente quando al Viminale c’era Marco Minniti e il dato si attestò sui 6.577.
Il dato è poi bruscamente sceso durante la pandemia per la chiusura delle frontiere: così nel 2020 il numero si dimezza a 3.351, un dato che rimane più o meno stabile anche nei due anni successivi, 3.420 nel 2021 e 3.916 nel 2022.
Anche nei primi sette mesi di quest’anno (da gennaio a luglio 2023), nonostante il flusso dei migranti abbia superato i 100 mila arrivi, le persone rimpatriate sono state 2.500. Numeri in linea con l’andamento registrato dal 2020.
A bloccare negli anni l’obiettivo di “rimandare tutti a casa” non sono state solo le procedure di emissione di provvedimenti di espulsione, cioè i fogli di via per chi non ha diritto a restare. La catena si ferma quando si tratta di applicare nella pratica il provvedimento.
Innanzitutto, le riammissioni sono vincolate agli accordi tra i Paesi. Ad oggi l’Italia ne ha un numero limitato, qualche intesa è in via di definizione ma i Paesi che accettano di riprendere indietro i migranti sono sempre gli stessi. Non è un caso che la maggior parte delle persone negli ultimi anni sia stata rimpatriata principalmente in Tunisia, con cui l’Italia ha un solido accordo da tempo.
Negli incontri avuti di recente con i rappresentanti dell’esecutivo, il presidente Kaled Saïed ha ribadito di voler proseguire sulla scia di quest’intesa ma solo per quanto riguarda i cittadini tunisini. Ha rimandato al mittente, invece, l’ipotesi di riprendere nel suo Paese anche le persone che lì sono transitate prima di imbarcarsi verso l’Italia. Cioè la stragrande maggioranza degli oltre 114mila migranti approdati sulle nostre coste da gennaio.
L’altro scoglio, infine, è quello economico. Rimpatriare con scorta una persona fino al Paese di origine può costare anche 5000 euro a migrante, perché la macchina burocratica da mettere in moto è complicata e prevede personale specializzato. A questa voce va aggiunta la spesa per le strutture preposte alla detenzione, cioè i Cpr.
Secondo un report della Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili, che ha analizzato i bandi delle prefetture negli ultimi anni, nel periodo 2021-2023 il costo previsto per gestire i dieci centri finora attivi sul territorio è di 56 milioni di euro. Una cifra che potrebbe raddoppiare se, come da intenzioni, si riuscirà ad aprire un centro per il rimpatrio in ogni regione
(da agenzie)
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