Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
LUCA CASARINI: “CON LA JUVENTA CI SONO VOLUTI SETTE ANNI PER AVERE GIUSTIZIA: PROCESSO COSTRUITO CON PROVE FALSE E MANIPOLAZIONI”
Il caso della Iuventa è l’ultimo esempio di una sequela di attacchi giudiziari, e non solo, alle ong che salvano vite nel Mediterraneo. Ci sono voluti 7 anni per arrivare all’archiviazione da parte della Procura di Trapani delle accuse alla crew tedesca di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Ma non solo i processi, anche gli attacchi della guardia costiera libica, come capitato alla SOS Humanity 1 pochi giorni fa.
Con Luca Casarini, tra i fondatori di Mediterranea Saving Humans, l’associazione italiana che fa parte della flotta civile che salva i migranti al largo delle coste libiche, abbiamo provato a capirne di più su quello che sta avvenendo contro le organizzazioni che si occupano di soccorso.
La nave di Mediterranea Saving Humans, la “Mare Jonio”, è l’unica battente bandiera italiana tra le 18 oggi attive in mare, e proprio il governo italiano è senza dubbio la punta più avanzata di una vera e propria guerra contro le Ong.
Il caso Iuventa ha messo in luce quanto spesso l’atteggiamento della giustizia italiana verso chi salva vite in mare possa essere quanto mai superficiale. Ci sono voluti 7 anni per archiviare le accuse alla crew tedesca, cosa ci insegna questa vicenda?
Potremo dire che il “caso Iuventa”, un processo costruito con prove false e manipolazioni, è un po’ il simbolo di questa stagione che dura da anni di criminalizzazione del soccorso civile in mare, e della solidarietà in generale. La durata di questo processo definisce il carattere persecutorio del processo, 7 anni non possono essere una semplice svista giudiziaria. L’obiettivo era quello di fermare una nave del soccorso civile che nella sua attività ha soccorso 26 mila persone, e bisognava farlo con la costruzione di un “teorema”. E’ un’operazione che nasce con Marco Minniti, Ministro dell’Interno, e con la Direzione Nazionale Antimafia del tempo, che da vita al famoso slogan del Movimento 5 Stelle ai tempi di Di Maio, dei “taxi del mare”. Questo teorema dice che visto che il soccorso in mare dei migranti non è funzionale al loro respingimento, allora va criminalizzato. Allo stesso modo è la solidarietà intera del volontariato italiano ad essere messe sotto accusa. Gli esempi sono tanti, dalle multe a chi distribuisce i pasti in strada ai senza fissa dimora, fino alla criminalizzazione dell’accoglienza ai migranti che passano dalla rotta balcanica a Trieste. Quest’opera di criminalizzazione dei vari governi degli ultimi anni, va a concretizzarsi in richieste, ad una serie di Procure, che spesso sono sollecitate da agenti dei servizi segreti che girano le Procure con dossier con ipotesi di reato. Si tratta di finanzieri, carabinieri, poliziotti, che si muovono all’interno di questi corpi come polizia giudiziaria formalmente, ma in realtà suggeriscono ai pm ipotesi fantasiose di reato, come associazione per delinquere come capitato ad Open Arms o favoreggiamento dell’immigrazione clandestina come capitato a noi di Mediterranea. Questa è un’attività sostanzialmente illecita ma di Stato, che poi trova concretizzazione in alcune Procure e in alcuni magistrati, spesso schierati politicamente, una pratica che ha come obiettivo fermare chi compie i soccorsi in mare. Tutto questo è pericolosissimo in un paese come il nostro che vive di dossieraggi, trame, complotti, di sottoboschi legati all’attività segreta. Pensiamo cosa significa l’attività dei nostri servizi segreti in Libia in questi anni. Non voglio omettere che l’attuale capo della polizia italiana viene proprio da quella realtà dei servizi segreti e proprio dalle operazioni in Libia.
L’ultimo salvataggio della Humanity 1 ha fatto registrare un vero e proprio attacco della guardia costiera libica. La presidente di Sos Humanity ha parlato di una manovra che ha causato degli annegamenti durante le operazioni di salvataggio e di spari in acqua. Cosa è successo?
La cosiddetta Guardia Costiera libica è fatta di milizie che fanno riferimento a dei clan familiari che si spartiscono il potere in Libia. Ricordo che l’attuale Ministro degli Interni libico, Mohammed Trabelsi, è segnalato dalla segreteria di stato americana come uno dei più grandi trafficanti di esseri umani, di petrolio e di gas della Libia. Sotto Gheddafi, faceva il camionista, poi nella distruzione della Libia ha preso in mano i traffici attraverso una sua milizia, ora è al governo. Le mafie quando sono potenti si prendono il governo, soprattutto in paesi dove non esiste la democrazia, non esiste la possibilità di fare elezioni, un paese che è spaccato in due tra Tripolitania e Cirenaica, e dove intere città sono nelle mani di singole milizie. Tutto questo all’intero di una attività di protezione degli interessi italiani, come quelli dell’ENI, che viene garantita dai signorotti locali e dalle loro milizie. Questi qua sono la Guardia Costiera libica. Quindi non c’è da meravigliarsi se sparano, sono abituati a farlo. Loro provano a catturare i migranti e riportarli in Libia nei lager, nello stesso paese da cui tentano di fuggire, in aperta violazione della convenzione di Ginevra. I soldi per fare tutto questo glieli da l’Italia e l’Unione Europea, parliamo di 1 miliardo di euro fino ad oggi. Questi signori sono dei banditi, dei criminali, che però hanno costruito il “sistema Libia” come esternalizzazione delle frontiere italiane ed europee, proprio con i governi europei. Poco importa ai nostri governi se questi signori hanno inventato l’economia del ricatto, ovvero sequestrare i migranti, torturarli, mandare video alle famiglie fino a quando non pagano un riscatto. Per l’Europa, e l’Italia, l’importante è fermare i migranti con ogni mezzo. Ed i mezzi sono questi. Poi in mare succede sempre di più quello che abbiamo visto con Humanity 1.
Processi discutibili, spari contro le navi, dossier dei servizi segreti, sembra una guerra contro di voi. Come vi difendete da un attacco senza precedenti come questo?
Direi che più che contro di noi, che è anche vero, è una guerra contro poveri e migranti. Il nostro tempo è quello della guerra globale, basta guardare alla Palestina, allo Yemen, al Sudan, alla Siria, è quella che Papa Francesco definisce la terza guerra mondiale a pezzi. Ed in questo quadro c’è la guerra ai migranti, non dichiarata ufficialmente, come tante altre, non convenzionale, come tante altre. Noi siamo di ostacolo a questa guerra, siamo disertori civili di questa guerra, perché siamo occidentali, perché siamo Europei, il quadrante geografico che ha mosso questa guerra. Come in tutte le guerre noi stiamo dalla parte dei civili. Siamo dentro questa guerra qua, siamo disertori e per questo siamo un obiettivo. Ci vorrebbero a casa e in silenzio, invece andiamo in mare a riaffermare il principio per cui la vita delle persone è sacra e i diritti umani sono una conquista che va riaffermata tutti i giorni, con un conflitto se necessario, con una lotta. Questa guerra si porta con sé un processo di disumanizzazione incredibile. Per far affogare le persone in mare, metterle nei lager in Libia, sparargli contro, bisogna disumanizzarli, non sono più persone con dei nomi, storie, ma sono solo dei numeri. E’ lo stesso principio della “soluzione finale” dei nazisti. Sono solo numeri, una contabilità, non bambini, persone. E’ questo quello che si sta determinando. Noi stiamo capendo piano piano qual è la vera situazione del mondo. Noi dobbiamo continuare, perché questo è il passo necessario per costruire un altro mondo possibile. In questi anni ci hanno fatto la guerra, ci hanno messo in ginocchio, ma non c’hanno distrutto, anzi. Quando è nata Mediterranea Saving Humans nel 2018, al tempo dei decreti sicurezza di Salvini, c’erano solo 2 navi del soccorso civile in mare, ed erano anche bloccate. Oggi siamo 18 navi, questo significa che la società civile si organizza, che i disertori hanno una loro rete e i solidali sono dappertutto. Noi dobbiamo rafforzare questa rete, perché costruiamo un’altra idea di mondo.
Un pezzo di paese però va da tutt’altra parte, una icona pop come Ghali ha portato sul palco di Sanremo anche la vostra storia. In particolare per Mediterranea Saving Humans sta facendo molto. Ce ne parli?
E’ così, un pezzo di paese va nella direzione ostinata e contraria rispetto alle decisioni dei governanti. Sono i governati che si organizzano per un altro mondo, dove il Mediterraneo non può essere una delle più grandi fosse comuni del pianeta. Abbiamo sempre detto che nessuno si salva da solo e Mediterranea Saving Humans ha questo elemento nel proprio DNA. Ghali è uno degli esempi più belli. Lui come persona è davvero pieno di sensibilità, una persona per bene, si vede dalle sue canzoni, io l’ho conosciuto a bordo della Mare Jonio, una persona straordinaria che vive il dolore della sua gente, di questa doppia appartenenza. Ci insegna a viverci come mediterranei, come un ponte di pace e civiltà tra le culture. Oggi questo mare è luogo di guerra, di disperazione, di omissione di soccorso, di rapporti di vicinato che è solo subordinazione. Ghali è quel ragazzo che spiega ad un alieno, a Richiolino, come possono avvenire queste cose, e glie lo spiega nel concreto. A bordo della Mare Jonio abbiamo una barca di soccorso che si chiama “Beyna”, come la canzone di Ghali, ha salvato 270 persone nell’ultima missione. Potevano essere morti e invece sono vivi, e quella barca l’ha donata Ghali. Noi ci crediamo che questo non è l’unico mondo possibile, dobbiamo imparare come dice Calvino ad attraversare l’inferno e riconoscere quello che inferno non è. In questi anni abbiamo conosciuto tante persone come noi, che non si adattano a questo sistema disumano e con loro abbiamo costruito la possibilità di essere ancora in piedi, nonostante i processi, la criminalizzazione, i servizi segreti. Se tanti piccoli si organizzano anche i giganti del potere hanno difficoltà. Sono giganti del potere che si ergono sulla tragedia di Cutro, sui lager libici, sono appoggiati sul sangue e il gigante prima o poi scivola e noi dobbiamo essere quelli che lo fanno cadere.
La Mare Jonio quando tornerà in missione nel Mediterraneo?
Molto presto. Molto, molto presto. Noi abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi straordinaria proprio per questo e la risposta è stata fortissima grazie a tante persone che ci stanno aiutando. Molto presto saremo in mare, dove dobbiamo stare e dove c’è bisogno di noi. Andare in missione non è solo salvare vite e cambiare le loro vite, ma anche cambiare le nostre di vite. Non è vero che la speranza è finita e non si può fare niente, si può fare molto e possiamo farlo tutti insieme. Tra qualche settimana saremo di nuovo in mare.
(da Fanpage)
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Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
SEA WATCH, IL PD PRESENTA INTERROGAZIONE A SALVINI E PIANTEDOSI SUL MANCATO TEMPESTIVO INTERVENTO DELLA GUARDIA COSTIERA CHE NON HA NEANCHE PRELEVATO IL CORPO DEL RAGAZZO DECEDUTO A BORDO… MA LA STRADA GIUSTO ERA UN ESPOSTO ALLA MAGISTRATURA CHE HA GLI STRUMENTI PER INDIVIDUARE RESPONSABILITA’
Il Partito democratico ha presentato un’interrogazione a
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi, rispettivamente ministro dei Trasporti e dell’Interno, per fare chiarezza su quanto accaduto alla nave umanitaria Sea Watch 5, che aveva chiesto di evacuare dei migranti soccorsi nel Mediterraneo per motivi medici e dove un ragazzo di 17 anni è morto a bordo, ma il sua cadavere non è stato portato a terra dalla Guardia costiera. Nell’interrogazione – presentata dai senatori Alessandro Alfieri, Antonio Nicita, Annamaria Furlan ed Enza Rando – si chiede di capire come mai “la Guardia costiera abbia risposto con 9 ore di ritardo alla richiesta di aiuto della Sea Watch 5”, se “siano state portate a termine le procedure per identificare le persone vulnerabili a bordo della nave e prestare loro soccorso” e “per quale motivo sia stato assegnato il porto di Ravenna quale porto sicuro e non sia stata autorizzata la Guardia Costiera a prelevare il corpo del ragazzo deceduto, anche alla luce della mancanza delle necessarie strutture a bordo della nave”.
Nell’interrogazione viene ricostruito quanto accaduto alla nave umanitaria, che nei giorni scorsi ha soccorso diversi migranti alla deriva in mare.
Tra i naufraghi, alcuni si trovavano in condizioni critiche quando sono stati soccorsi: la Sea Eye 5 avrebbe subito mandato alle autorità italiane richieste di aiuto, ma non avrebbe ricevuto alcuna risposta per molte ore. La Guardia costiera sarebbe arrivata in prossimità solo nove ore dopo e non ha prelevato il corpo del ragazzo per portarlo a terra, che dovrà quindi rimanere a bordo fino a Ravenna, porto che è stato assegnato alla nave umanitaria.
“Secondo quanto riferito dagli stessi migranti il gruppo era partito da Zuwara in Libia – si legge nel testo dell’interrogazione – L’equipaggio della nave umanitaria ha reso nota la notizia del decesso di un giovane minorenne a seguito delle ustioni riportate, dovute a un misto di acqua di mare e carburante stagnanti nel fondo della barca di legno in cui i migranti sono stati costretti per ore. Non appena espletate le procedure di soccorso a fronte delle gravissime condizioni in cui versava il ragazzo ed altri quattro migranti, la Sea-Watch 5 ha chiesto con urgenza alle autorità italiane di evacuare le persone in gravi condizioni mediche, diramando la prima richiesta di Medical Evacuation, Medevac, intorno alle ore 13”.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
GELO DI BOSSI SU SALVINI: “PREOCCUPATO PER LA LEGA, IL PIU’ BRAVO E’ GIORGETTI” … “SALVINI HA LE SUE IDEE, ALTRA COSA SE SONO QUELLE GIUSTE”
L’europarlamentare Gianantonio Da Re è stato formalmente espulso dalla Lega. Paga gli insulti a Matteo Salvini, definito “un cretino” in un’intervista a Repubblica.
La sentenza è stata pronunciata dal consiglio direttivo regionale del Veneto che si è riunito a Padova, dove si è consumata l’annunciata resa dei conti. A votare l’espulsione sono stati 14 consiglieri, quattro i contrari e uno astenuto.
Ora l’espulsione decretata dal consiglio regionale della Lega dovrà essere ratificata dal Consiglio Federale, a Milano. E non è escluso che possa diventare l’occasione per far affiorare in via Bellerio il malumore che serpeggia nel partito.
“O il cretino se ne va con le buone, o andiamo tutti a Milano in via Bellerio e lo cacciamo con le cattive – aveva minacciato l’europarlamentare nell’intervista -. Ormai la pensiamo tutti così, a partire dagli 80 parlamentari che aspettano solo i numeri del voto per muoversi”.
Nelle sue parole, oltre all’insulto, la certificazione di uno strappo interno al Carroccio che Da Re – segnalato in prima fila alle riunioni del Comitato Nord promosso dal lombardo Paolo Grimoldi con la benedizione di Umberto Bossi – ha portato alla ribalta.
Proprio Bossi è tornato a parlare del partito riservando parole gelide per Salvini: “Ha le sue idee. Poi bisogna vedere se sono quelle giuste”. Intervistato da ‘Malpensa 24’, torna sul voto in Sardegna: “Per noi non una regione decisiva, ma non si può sottovalutare quel risultato”. E sull’Abruzzo: “Sono preoccupato, non c’è altro da dire”, risponde. Solo per la Lega o anche per il centrodestra? “Sono preoccupato per tutto. Anche per la situazione economica in generale.
Poi, però, il centrodestra terrà botta: la Lega ha dei buoni uomini al governo. Giancarlo (Giorgetti, ndr) è bravo. È il migliore. Sa come si fa: i Btp valore, che sono andati benissimo, li ha inventati lui”.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
IL PASSATO DA MANAGER, CON LO STIPENDIO DA 200 MILA EURO L’ANNO: “HO VISSUTO IN OTTO NAZIONI. PARLO IL SARDO E CINQUE LINGUE ‘STRANIERE’”
Il segreto del Toddismo?
«Non c’è».
Come ha unito una coalizione che non lo era stata mai?
«Empatia. Spirito di inclusione. Immersione totale nel mondo reale».
Ovvero?
«Anziché andare a caccia delle differenze, ragionavamo su cosa fare insieme».
Non c’era riuscito nessuno.
«La spinta è arrivata dal basso, dai diversi popoli del centrosinistra: è stata enorme».
Lei ha parlato di antifascismo, la Meloni l’ha sfottuta: “Idea innovativa!”.
«Avevano appena picchiato gli studenti. Abbiamo risposto con le matite ai manganelli sui ragazzi. Più che “innovativo” era doveroso».
Perché?
«I nostri avversari non parlavano di temi e programmi».
E poi?
«Il candidato imposto della Meloni, Truzzu, non poteva dirsi antifascista: esibiva ridendo la scritta “Trux”. Il fascismo come burla».
E lei?
«Pensavo: vuole prendere in giro un popolo che ha espresso due presidenti della Repubblica, Gramsci e Berlinguer? Gli è andata male. I sardi li hanno mandati a casa».
E la Meloni?
«Il centrodestra non ci ha visto arrivare».
Un esempio.
«Non hanno avvertito il crollo a Sassari e Cagliari – venti punti sotto! – perché parlavano alle clientele».
Possibile?
«Si dicevano: sono spaccati, Soru li farà perdere».
E il famoso comizio della Meloni alla fiera?
«Ormai è virale. Le sue faccette e le sue vocine ridicole. Si pensava spiritosa, ma stava colpendo i sardi, non me. Una gita di un giorno, tre minuti di promesse, due ore di cabaret».
E sua madre?
«Fantastica: a 86 anni, in casa a Nuoro circondata dalle amiche: mille anni in una stanza».
Che faceva?
«Davanti a una mappa della Sardegna piazzava spilli sui paesi: “Peppina, tu hai un cognato a Posada? Chiamalo”».
Ha capito che avrebbe vinto di notte.
«Ho chiesto al mio team che lavorava sui numeri, la certezza che il centrodestra non potesse più recuperare. Quei numeri si stanno rivelando veri».
Preoccupata?
«Io non temo nulla. Loro, forse: orgia di nomine prima di lasciare la nave».
Alessandra Todde, 55 anni. La donna del momento della politica italiana, tutti si chiedono se la sua vittoria innescherà in Abruzzo il cosiddetto Effetto Domino mettendo in crisi l’egemonia della Meloni. Nuorese, manager, “grillina anomala”, scherza: “Ho vissuto in otto nazioni. Parlo il sardo e cinque lingue ‘straniere’”.
Da che storia viene?
«Da Nuoro, Il padre di mia madre, Salvatore Gandolfi, macellaio, era antifascista: fu denunciato da un anonimo».
Cosa accadde?
«Confino, a Favignana».
E cosa le diceva?§
«Nulla. La storia, raccontata da mia nonna mi impressionava: lui non ne parlò mai».
Perché?
«Aveva vissuto la condanna con dolore. Quel silenzio mi ha trasmesso l’antifascismo come valore, più di mille parole».
E l’altro nonno?
«Antonio Todde, da Tiana: aveva fatto la guerra d’Africa, partito da volontario fascista. Tornó disilluso, dopo l’esperienza drammatica».
Ha iniziato la sua campagna nel mercato vecchio di Nuoro.
«Dal banco di macelleria di marmo bianco di nonno».
E la nonna, Piera?
«Un generale prussiano, capofamiglia matriarcale: comandava come se fosse in battaglia».
Come mai?
«Lo era: tirava su i figli, amministrava faceva conto con carta e matita, gestiva ogni cosa per far studiare figli e nipoti. Per far quadrare meglio il tutto ospitava studenti a casa: uno studentato».
Lei cresce coi nonni.
«Mia madre e mia zia avevano un negozio di articoli da regalo. Erano sempre lì, o in giro per le fiere in Italia e in Europa».
Che mondo era?
«Unico. Il più importante rito di casa era la panificazione».
Perché?
«Da noi si faceva il pane per tutto il vicinato».
Come?
«Le donne si riunivano in casa dalle tre del mattino. A noi piccoli il regalo più grande: svegliarci alle cinque per la cottura».
Il pane carasau, quello schiacciato e croccante cotto due volte.
«In mezzo c’é “su pane lentu”, il prodotto intermedio. Se “facevamo i buoni” ce lo davano appena sfornato».
Un legame gastro-sociale?
«Le “vicine del pane”. L’amicizia e le relazioni di un‘economia di baratto’ tutta sarda. Scambiavano carne con le uova di chi allevava polli, olio, frutta, un mondo bellissimo di economia solidale senza moneta».
Parli delle donne di casa.
«La madre di mio padre è maestra elementare. Mia madre Cecia e mia zia Leliana avevano anche la licenza di gioielleria. Mamma che andava da sola a negoziare le pietre ad Anversa, per alcuni acquisti mirati».
E il ciondolo d’argento che lei porta al collo?
«Me lo ha regalato una amica di mia madre, una seconda madre. È un amuleto di streghe sarde. Ah ah ah».
Lei ha una sorella.
«Dormivo in stanza con Mara. Oggi é responsabile del bilancio di sostenibilità in una società di assicurazioni».
Siete cresciute nella Sardegna agropastorale.
«Ma fin da ragazze ci spedivano sole in Gran Bretagna: “Autonomia, indipendenza. Imparate l’inglese!”».
Suo padre, professore di matematica.
«Molto amato. Era anche presidente dell’azione cattolica».
E lei?
«Cresciuta alle sottane di don Cabiddu tra l’oratorio e la piazza».
Azione cattolica ma non Scout?
«Eravamo più rock degli scout. Facevano tutto: pellegrinaggi gite, marce della pace Perugia-Assisi».
E la politica?
«A casa di mio nonno: la tradizione sardista come identità».
E lei chi votava?
«Lavorando all’estero sono tornata poche volte, tutti voti sardisti in memoria di questa storia».
Ricorda l’anonima sequestri?
«Molte persone che conosco furono colpite, alcune costrette a fuggire in Continente, per evitare il rapimento».
E il terrorismo?
«Una intera classe del nostro liceo entró in Barbagia rossa. Natalia Ligas da lì fece il salto nelle Br».
Fu sepolta di ergastoli.
«E il professore che accettò di andare a farle lezioni in carcere era mio padre».
Università a Pisa.
«Volevo studiare informatica a tutti i costi: ho preso due lauree, ma è stata dura».
In che senso?
«Arrivata da prima della classe, faticavo ad adattarmi. Passavo da un mondo inclusivo a una comunità selettiva, l’obiettivo era scremare».
Come ha chiuso?
«Ho aggiustato il tiro e finito in sei anni».
Primo lavoro?
«Una società di Milano, che mi spedisce in Sardegna alla raffineria Saras. Assunta a 25 anni!».
Cosa fa?
«Lavoro alla sezione informatica, in pochi giorni finisco a gestire le navi, le complicate procedure di informatizzate».
Scrivania?
«I migliori giorni della mia giovinezza: con l’incerata sul pontile, sotto pioggia battente».
Poi?
«Nel 2000 cambio società: devo progettare la prima borsa elettrica, gestire i derivati, strutturare una borsa titoli che funzionasse in modo digitale».
Spero di aver capito.
«A mia madre non sono riuscito a spiegarlo nemmeno in trent’anni. Merito dell’unbundling, la rottura del monopolio Enel voluta da Bersani».
Risultato?
«Un mondo nuovo, società nuove, mestieri nuovi, di figure professionali nuove fra cui me».
La assumono a Exelergy.
«Erano a Boston: clienti in America e Europa. Divento pendolare intercontinentale. Olanda, Belgio e Inghilterra. Quattro bellissimi anni».
E poi?
«In Polonia, a fare la borsa elettrica polacca. Quindi a Mosca consulente dei giganti energivori».
Ci resterà un anno.
«Imparo il russo. A Mosca si passava di continuo dal lusso sfrenato alla povertà assoluta. Follia»
Poi una svolta.
«La nostra società americana decide di abbandonare il settore».
Lei non ci sta.
«Una notte mi viene in mente una follia: chiedere alla casa madre il brand per continuare noi».
Vi licenziate.
«Fondiamo una società, io e altri due soci, con nove ingegneri».
Era il 2006. Lo finanziate in tre: diecimila euro di capitale sociale.
«La battezziamo Energeya Sede a Melbourne in Florida, filiali in Olanda Inghilterra e Italia».
Una startup nel buio.
«Però cresce fino al 2015, quando vendiamo a un fondo investimento: diversi milioni di euro».
Chi l’aveva seguita con mille euro è diventato milionario.
«Aveva investito molto di più di mille euro: il suo talento! Per me non era solo soddisfazione economica: ero padrona del mio destino».
E ricca.
«Oltre alla plusvalenza lo stipendio: vado alla Sapient, da dirigente guadagnavo più di 200mila euro l’anno».
Faceva quel che voleva.
«Nel 2015 mi trasferisco in Spagna e cambio ancora. Questa volta mi occupo di “Family Office”. Creando pacchetti di investimenti per la mia nuova società spagnola. Si spalanca davanti il mondo dell’internet delle cose».
Traduciamo.
«Il modo in cui una macchina parla con un’altra, imparando. Una nuova idea difficile spiegare a mia madre. Persino noi siamo nati con degli Internet cloud, verticali e centralizzati. Mentre oggi si apre una nuova prospettiva orizzontale e periferica: oggetti che imparano da oggetti».
Trova un marito.
«Con Andrea sono stata sposata nel 2000 ho divorziato nel 2010: siamo molto legati. È il primo che mi ha scritto dopo la vittoria. Ci vogliamo un gran bene».
Ma cosa accadde quindi?
«Vivevano entrambi così: mesi a girare come trottole, faticavamo a stare insieme due giorni nella stessa città. Un peccato».
Poi nel 2018 Olidata.
«Una società di computer in tale difficoltà da essere sospesa dalla quotazione: decine milioni euro di debiti. Mi fanno amministratore delegato. E risaniamo il debito».
E arriva il M5S.
«È buffo. Virginia Saba, futura compagna di Di Maio, mi intervista nel 2014 dopo un premio. Parla di me a Luigi, che cercava capolista donne per le europee».
Lui le dice: “Avrai il posto, i voti te li devi cercare”.
«Ma accettai e ne presi novantamila. Non venni eletta nella circoscrizione isole, perché in Sicilia, col triplo abitanti della Sardegna ben due candidati avevano preso più voti di me».
Delusa?
«Per nulla. Esperienza straordinaria: umanamente io avevo scoperto la generosa base M5S e loro me».
E poi?
«Il 27 maggio ho il verdetto della mancata elezione. L’1 giugno accetto un contratto da consulente di una startup che automatizza la distribuzione dei farmaci».
Ma nell’estate 2019 c’è il Papeete.
«Leggo dai giornali, con voracità, le cronache sulla nascita del governo giallorosso. Sono spettatrice, ma contenta».
La chiama Di Maio: e le chiede se vuole gestire le deleghe energetiche.
«Più o meno. Il 10 settembre mi chiama Conte. Gli dico sì. Il 14 giuro a Palazzo Chigi. Un film».
Avventura al ministero.
«Riunione sul piano energia: il Pniec. Doveva essere un aggiornamento, restiamo quattro ore e mezzo a discutere. Investimenti, infrastrutture, piani sviluppo. Mi immaginavano come una barbara, restano stupiti».
E poi il tavolo di crisi.
«Un campo di battaglia drammatico: quando entro avevo 149 tavoli aperti, da un capo all’altro del paese. Corneliani, Whirpool… abbiamo recuperato diecimila posti di lavoro, uno per uno».
Jacopo Gasparetti, il suo portavoce ricorda il suo esordio, in megafono, alla Jabil di Marcianise: “Che scena, Ale: tu che parlavi 359 persone che urlavano in dialetto!”.
«Vero, all’inizio. Quell’azienda avrebbe chiuso, oggi è ancora aperta. Mi aiutava l’esperienza spagnola: era ciò che avevo fatto, selezionare startup di valore e trovare investitori. Qui non potevo scegliere quello che non c’era ancora, solo reinventare ciò che aveva fallito. Sona andata a prendere soldi fino a Singapore, altrimenti Sicam avrebbe chiuso!.
Diventa “cocca” di Conte.
«Ma che cocca! Ci siamo trovati sul campo, conosciuti, piaciuti: ma quando dopo la caduta del governo è diventato leader mi piaceva il suo progetto».
Entra nel M5S è il 2019.
«Una sera Conte mi chiama e mi dice: “Alessà, stiamo votando il nuovo statuto. Vorrei che uno dei vicepresidenti fossi tu”».
È rimasta sorpresa.
«Ero entrata come tecnico, stavo diventando un politico. Accettai. Ma poi, candidandomi in Sardegna, ho rinunciato al M5S e a Montecitorio».
La Meloni chiude con Truzzu e il famoso comizio delle faccette di Giorgia.
«Io due giorni dopo, chiudo con mia madre e mia nipote sul palco».
Luca Telese
per “Oggi”
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Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
“SAREBBE GRAVE SE (UN PREMIER) PRETENDESSE DI ATTRIBUIRSI COMPITI CHE LA COSTITUZIONE ASSEGNA AD ALTRI POTERI DELLO STATO“, È LA SECCA RISPOSTA ALLA DICHIARAZIONE DELLA DUCETTA
Due giorni fa, approfittando di un incontro al Quirinale con i vertici della Casagit (l’assicurazione sanitaria dei giornalisti), Sergio Mattarella non l’ha toccata piano. Camuffata da lezione di diritto costituzionale, come quando insegnava all’università, il primo inquilino del Colle si è tolto un bel sassolone dalla scarpa e l’ha lanciato in direzione della meloniana “madre di tutte le riforme”. Un monito che è stato poco evidenziato dalla grande stampa.
In ossequio al suo ruolo di garante della Carta Costituzionale, il capo dello Stato ha sentito la necessità urgente di mettere un punto fermo sui propri poteri anche nei confronti del centrosinistra, e ai suoi giornali di riferimento, facendo presente che sa benissimo quello che può o non può fare e ciò che deve fare, e non sopporta più d’essere tirato per la giacchetta.
“C’è chi gli si rivolge chiedendo con veemenza: “Il presidente della Repubblica non firmi questa legge perché non può condividerla, perché gravemente sbagliata””. Oppure chi gli contesta: “Il presidente della Repubblica ha firmato quella legge e quindi l’ha condivisa, l’ha approvata, l’ha fatta propria”.
Ma il Quirinale, ricorda il prof. Mattarella, “non firma le leggi, ne firma la promulgazione, che è una cosa ben diversa. È quell’atto indispensabile per la pubblicazione ed entrata in vigore delle leggi, con cui il presidente della Repubblica attesta che le Camere hanno entrambe approvato una nuova legge, nel medesimo testo, e che questo testo non presenta profili di evidente incostituzionalità“.
Se il presidente “andasse al di là di questo limite che gli assegna la Costituzione e dicesse, per esempio: “non promulgo questa legge perché c’è forse qualche dubbio di costituzionalità che potrebbe racchiudere e raffigurarvisi”, si arrogherebbe indebitamente il compito che è rimesso alla Corte costituzionale. O, se addirittura dicesse: “non firmo questa legge perché non la condivido, perché, a mio avviso è sbagliata”, farebbe ben altro, andrebbe al di là di qualunque limite posto dalla Costituzione nel rapporto tra i poteri dello Stato e tra gli organi costituzionali”. E ha ricordato che ‘’Il presidente della Repubblica non è un sovrano, fortunatamente, e quindi non ha questo potere”.
Traduzione: cari giornalisti, mettendomi in mezzo, attribuendomi giudizi sottintesi o intenzioni, lanciandogli perfino “veementi” ultimatum, indebolite il mio ruolo di garante della Carta.
Sistemati i pii desideri della sinistra, il Presidente ha mattarellato le smanie di premierato della Ducetta della Garbatella. Quando sibila che tra i suoi poteri, anzi “tra quelli fondamentali”, c’è “quello di fare in modo che ciascuno rispetti la Costituzione, a partire da se stesso, naturalmente. E che ciascuno la rispetti nel colloquio e nel confronto tra gli organi costituzionali”.
E qui parte il siluro diretto alla Fiamma Tragica di Palazzo Chigi: “Sarebbe grave se uno di questi, e tra questi anche il Presidente della Repubblica, pretendesse di attribuirsi compiti che la Costituzione assegna ad altri poteri dello Stato“.
Quanto sopra è la secca risposta alla dichiarazione della Ducetta del 2 marzo a Toronto, quando sillabò che il premierato è una riforma che “volutamente non tocca i poteri del capo dello Stato, perché so che il presidente Mattarella è una figura di garanzia, è un’istituzione unificante”.
E quando la Melona esprime solidarietà e stima per il Capo dello Stato per questi tentativi “scorretti” di coinvolgerlo affermando che “I miei rapporti con il presidente della Repubblica sono ottimi, c’è un tentativo di creare una crepa fra Palazzo Chigi e il Quirinale per schermare la contrarietà alla riforma del premierato. Non mi sembra corretto utilizzare una figura come quella del presidente della Repubblica per questo”, non fa altro che ciurlare nel manico.
Per Mattarella, quando la coatta premier afferma che i poteri del Capo dello Stato non vengono intaccati dalla sua riforma del premierato, smorfieggia solo una falsità.
(da Dagoreport)
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Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI MARINES COINVOLTI NELLA MISSIONE MILITARE DI EMERGENZA
Un molo temporaneo al largo della costa di Gaza da cui
distribuire in modo più massiccio e spedito gli aiuti umanitari di cui la popolazione palestinese ha urgente bisogno. È quello che intendono costruire gli Stati Uniti, come annuncerà questa sera (nella notte italiana) Joe Biden. Lo ha anticipato la Casa Bianca, a poche ore dal discorso sullo Stato dell’Unione che il presidente americano pronuncia tradizionalmente di fronte al Congresso in seduta congiunta. I funzionari dell’amministrazione Usa hanno dato per ora dettagli solo iniziali del progetto. Biden lancerà una «missione militare d’emergenza» per allestire un molo temporaneo – hanno indicato – in grado di accogliere navi cargo di grandi dimensioni che trasportino cibo, acqua, medicine e rifugi temporanei» dentro la Striscia. Una missione senza precedenti e “spettacolare” annunciata a pochi giorni dall’altrettanto inedito lancio di pacchi alimentari urgenti dal cielo su Gaza tramite tre C-130 dell’areonautica Usa. E un segnale chiarissimo tanto a Israele quanto a quella fetta di opinione pubblica americana, rilevante all’interno del Partito Democratico, che accusa Biden di fare troppo poco per mettere fine alla guerra a Gaza. La missione militare è stata concordata con un gruppo di «alleati e partner umanitari in Medio Oriente e in Europa», ha detto ancora la Casa Bianca. Pesa il mancato riferimento a Israele, che potrebbe dunque non essere stato informato o coinvolto nell’operazione. Biden «ha considerato tutte le opzioni e non ha voluto aspettare Israele», hanno confermato con lessico di rara durezza gli stessi funzionari
Soldati Usa a un passo dalla Striscia
Non è chiaro dove il nuovo porto galleggiante sorgerà esattamente, ma sembra che verrà prima costruito a bordo delle navi militari americane, poi posato nella zona marittima di destinazione, in prossimità della costa. Secondo il New York Times, l’operazione dovrebbe richiedere alcune settimane, coinvolgendo «centinaia se non migliaia di soldati americani a bordo di navi appena al largo» di Gaza. «No boots on the ground», si sono affrettati a precisare gli stessi funzionari della Casa Bianca che hanno anticipato la notizia: nessun soldato americano metterà piede cioè sul terreno della Striscia dov’è in corso la guerra. Per rispettare i limiti del mandato d’azione su cui Biden è stato chiaro fin dall’inzio della nuova crisi post-7 ottobre. Ma anche perché se ciò dovesse avvenire soldati americani ed israeliani rischierebbero di trovarsi faccia a faccia, impegnati in due tipologie di missioni completamente diverse, per non dire opposte. Con rischi incalcolabili. Saranno in ogni caso, a quanto sembra, a poche centinaia di metri di distanza. Tanto stretta quanto è quella ormai siderale che separa la Casa Bianca di Joe Biden dal governo di Benjamin Netanyahu, e dalla sua agenda.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
BIDEN SPERA DI RACCOGLIERE I VOTI DEI REPUBBLICANI NON ESTREMISTI, CHE ODIANO IL TYCOON… TRUMP SENZA I VOTI DEGLI INDIPENDENTI E DEI MODERATI DI HALEY, RISCHIA DI VINCERE LE PRIMARIE, MA PERDERE LE ELEZIONI
Nikki Haley abbandona le primarie del suo partito, lasciando campo libero a Donald Trump. Ma non dice addio alle ambizioni. Certo, le due modeste vittorie alle primarie repubblicane, quella della settimana scorsa a Washington Dc e ieri in Vermont (comunque prima donna repubblicana a raggiungere un tale obiettivo), non bastano.
E dunque la 52enne figlia di immigrati indiani Nimrata “Nikki” Randhawa coniugata Haley (il marito è maggiore della Guardia Nazionale in Africa che Trump ha insinuato più volte lei abbia tradito) ex governatrice della Carolina del Sud e ambasciatrice all’Onu, lascia la gara iniziata il 15 febbraio 2023 quando era stata la prima a lanciare la sfida: «Serve un nuovo tipo di leadership e quel nuovo sono io».
È l’ultima a cedere, nonostante i 16 milioni di dollari ancora in cassa. Getta la spugna pressata pure dai donatori, il potente petroliere David Koch in testa, che dopo la sconfitta nel suo stato, la Carolina del Sud, aveva annunciato che la sua potente organizzazione, American for Prosperity Action non le avrebbe più dato un soldo.
Solo il 21% degli elettori di Haley si è detto pronto a votare «un altro repubblicano». Un incubo per Trump che senza i voti degli indipendenti e dei moderati di Haley rischia di vincere le primarie ma perdere le elezioni.
Haley si lascia dunque tutte le porte aperte: ben sapendo che un affidabile sondaggio di Quinnipiac University le dà più possibilità di battere Biden – che lei distacca di ben 16 punti – di quante ne abbia Trump fermo su una forchetta fra il 4 e il 5%. Secondo qualche analista potrebbe addirittura scegliere di correre da indipendente.
Ben sapendo che una scelta del genere rischia però di farne una paria del partito, come già accaduto all’ex numero tre del Gop, Liz Cheney, defenestrata per aver attaccato il tycoon.
Vendicativo com’è verso chiunque gli faccia uno sgarbo, difficilmente le offrirà la vicepresidenza, che in altri contesti sarebbe la scelta più logica. L’ipotesi è dunque che resti a guardare, per poi dare il suo endorsement a Trump prima di novembre “per il bene del partito”, per poi poter dire, in caso di sconfitta “ve lo avevo detto”.
Pronta a prendere le redini dell’Elefante nel 2028.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
LA RETE DEI CONNAZIONALI CHE HA SCELTO DI MANTENERE I CONTATTI CON LA RUSSIA
Non sono pochi gli artisti e i personaggi pubblici italiani che
hanno deciso di mantenere i contatti con la leadership di Mosca, anche dopo l’avvio della cosiddetta operazione militare speciale in Ucraina.
Nelle ultime settimane, però, la presenza dei nostri connazionali al fianco di Putin si è fatta decisamente più visibile e il presidente russo non ha mancato di sottolineare il legame speciale con l’Italia, dove un tempo si è “sentito a casa”.
A sole due settimane di distanza dall’incontro con la studentessa italiana Irene Cecchini, Putin ha accolto sul palco del Forum internazionale della gioventù lo street artist Jorit, concedendogli persino di scattare insieme la foto di rito. L’artista è noto per i suoi murales che ritraggono i volti di personaggi famosi. Nella cittadina russa sul Mar Nero, ne ha dedicato uno a Ornella Muti, anche lei presente con la figlia Naike e il pianista Lorenzo Bagnati al Forum.
Jorit, all’anagrafe Ciro Cerullo, è noto per le cicatrici rosse sulle guance dei volti noti, da tempo si batte per “contrastare” la propaganda occidentale. “Voglio mostrare all’Italia che è un essere umano come tutti ”, ha detto al presidente russo, per spiegare la richiesta della foto. “Non mi pizzicherà per verificare che sono vero?”, ha scherzato di rimando Putin. Per il leader russo ad unire i due Paesi non c’è solo l’arte , ma anche “la lotta per l’indipendenza” e il desiderio di autodeterminazione che gli italiani hanno sempre nel cuore, fin dalle origini della nazione.
A Mosca l’artista ha dipinto un maxi-murale dedicato ad Assange, in passato ne ha realizzato a Napoli uno su Dostoevskij, ma i viaggi del 33 enne in Russia sono stati spesso accompagnati da polemiche.
Nell’estate dello scorso anno, in particolare, aveva ritratto sul muro di un un palazzo bombardato di Mariupol, città annessa l’anno precedente alla Federazione russa, il volto di quella che sosteneva essere una bambina del Donbass di nome Nastja. In seguito si era scoperto che in realtà si trattava di una foto presa in rete: il ritratto della figlia della fotografa australiana Hellen Whittle, coperto da copyright. Costretto ad ammettere, ha chiarito di aver “ridisegnato Nastja” con elementi della ragazzina australiana, ma solo per motivi legati al “chiaroscuro”.
Il murale dedicato a Ornella Muti a Sochi, afferma Jorit, “un modo per fare avvicinare l’Italia e la Russia”.
L’attrice Italiana di origini russe nei giorni scorsi è ha presenziato alla Settimana della Moda di Mosca, alla quale la figlia Naike Rivelli ha preso parte come modella. L’attrice in Russia ha piani più importanti: inizierà a scrivere un libro sulla sua vita. “Sono mezza russa, mia madre era russa”, ha dichiarato alla vigilia della partenza. La nonna materna dell’attrice era di San Pietroburgo. In Russia visiterà i luoghi che hanno segnato la vita della sua famiglia.
Pupo
L’amore dei russi per l’arte italiana passa anche per la musica. Dopo l’avvio delle operazioni militari in Ucraina, alcuni artisti hanno apertamente preso le distanze da Mosca. È il caso di Al Bano e di Toto Cutugno, quest’ultimo scomparso lo scorso anno, che avevano fatto di Mosca una seconda casa. Non è il caso di Enzo Ghignazzi, noto ai più come Pupo, che a più riprese ha tentato di tornare a lavorare in Russia. Lo scorso aprile ha dovuto fare dietrofront dopo aver inizialmente accettato di andare a Mosca per prendere parte come giurato al festival Road to Yalta, l’equivalente russo di Sanremo.
Sei mesi dopo, questa volta senza particolari annunci, ha accettato un nuovo invito di volare in Russia per prendere parte al concerto “Le leggende di Retro Fm”, dedicato alle hit in voga negli anni Ottanta. A luglio, nonostante le polemiche dei mesi precedenti, aveva già accettato l’invito al Festival “Slavjanskij Bazaar”di Vitebsk, in Bielorussia.
Blogger e politici
Nei due anni dall’inizio dell’operazione militare speciale, nella capitale quanto in Donbass, si sono avvicendati blogger e politici animati dalla missione di raccontare un punto di vista alternativo sulla crisi ucraina. Era il giugno del 2022, le ostilità erano iniziate da pochi mesi e la Russia sembrava più che mai isolata, quando Alessandro Di Battista ha annunciato che sarebbe volato a Mosca per scrivere un reportage. L’obiettivo: raccontare il Paese e gli effetti delle sanzioni con lo sguardo degli abitanti delle aree interne, dal confine divenuto fronte , con l’Ucraina, alla frontiera con la Cina.
Del Donbass visto dalla prospettiva di Mosca, se ne occupano da anni diversi giornalisti italiani i cui nomi periodicamente si trovano al centro delle polemiche.
È il caso, uno tra tanti, del reporter Andrea Lucidi, presente come Jorit in platea a Sochi. Assiduo frequentatore dei seminari organizzati dal governo, il freelancer è riuscito ad accedere persino al Forum economico di San Pietroburgo, da due anni interdetto ai giornalisti dei Paesi “non amici”.
La presenza del freelancer simpatizzante del Cremlino nell’ ambasciata d’Italia a Mosca, in occasione di un evento di beneficenza tenuto a ottobre, non è però sfuggita ai media e ha spinto la Farnesina a chiedere spiegazioni sulle regole di accesso alla residenza.
(da La Stampa)
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Marzo 8th, 2024 Riccardo Fucile
LE CARENZE PIU’ GRAVI AL SUD, LA SITUAZIONE PEGGIORE SARA’ IN CAMPANIA
Mancano i medici, oggi in Italia c’è una carenza stimata di già oltre tremila unità, ed entro il 2026 ne spariranno oltre 11mila: a lanciare l’allarme è la fondazione Gimbe. Secondo quanto riportato sul sito del Ministero della Salute ogni cittadino iscritto al Servizio Sanitario Nazionale ha diritto a un medico di medicina generale, il medico di famiglia, attraverso il quale può accedere a tutti i servizi e prestazioni inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea. Il medico di famiglia non è un medico dipendente del Servizio sanitario nazionale, ma lavora in convenzione con l’Azienda Sanitaria Locale (Asl): il suo rapporto di lavoro è regolamentato dall’Accordo Collettivo Nazionale, dagli Accordi Integrativi Regionali e dagli Accordi Attuativi Aziendali a livello delle singole ASL.
«L’allarme sulla carenza dei MMG – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – oggi riguarda tutte le Regioni ed è frutto di un’inadeguata programmazione che non ha garantito il ricambio generazionale in relazione ai pensionamenti attesi. Così oggi spesso diventa un’impresa poter scegliere un medico vicino a casa, con conseguenti disagi e rischi per la salute, in particolare di anziani e fragili».
Al fine di comprendere meglio il fenomeno, la Fondazione Gimbe ha analizzato le dinamiche e le criticità, cercando di valutare le carenze. «Le nostre analisi – spiega Cartabellotta – sono tuttavia condizionate da alcuni rilevanti ostacoli. Innanzitutto, i 21 differenti Accordi Integrativi Regionali introducono una grande variabilità nella distribuzione degli assistiti in carico ai medici e ciò può sovra- o sotto-stimare il reale fabbisogno in relazione alla situazione locale; in secondo luogo, su carenze e fabbisogni è possibile effettuare solo una stima media regionale, perché la reale necessità di medici di famiglia viene determinata da ciascuna Aslsugli ambiti territoriali di competenza. Infine, i dati ufficiali sugli assistiti in carico ai medici che stanno frequentando il Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale non sono pubblicamente disponibili».
DINAMICHE E CRITICITÀ
Massimale di assistiti. Secondo quanto previsto, il numero massimo di assistiti di un medico di famiglia è fissato a 1.500: in casi particolari può essere incrementato fino a 1.800, numero che talora viene ulteriormente superato attraverso deroghe locali (es. fino a 2.000 nella Provincia Autonoma di Bolzano), o per casi di indisponibilità di medici oltre che per le scelte temporanee affidate al medico (es. extracomunitari senza permesso di soggiorno, non residenti). Parallelamente, esistono motivazioni che determinano un numero inferiore di assistiti: autolimitazione delle scelte, medici con ulteriori incarichi (es. la continuità assistenziale) che ne limitano le scelte, medici che si trovano nel periodo iniziale di attività e/o che esercitano la professione in zone disagiate. I dati forniti dal Ministero della Salute, riferiti all’anno 2022, documentano infatti che su 39.366 medici di medicina generale il 47,7% ha più di 1.500 assistiti; il 33% tra 1.001 e 1.500 assistiti; il 12,1% da 501 a 1.000; il 5,7% tra 51 e 500 e l’1,5% meno di 51. In particolare, il massimale di 1.500 assistiti viene superato da più di un medico di famiglia su due in Emilia-Romagna (51,5%), Campania (58,4%), Provincia Autonoma di Trento (59,1%), Valle D’Aosta (59,2%), Veneto (64,7%). E addirittura da due medici su tre nella Provincia Autonoma di Bolzano (66,3%) e in Lombardia (71%). «Questo sovraccarico di assistiti – commenta Cartabellotta – determina inevitabilmente una riduzione della disponibilità oraria e, soprattutto, della qualità dell’assistenza accendendo “spie rosse” su tre elementi fondamentali: la reale disponibilità di medici di medicina generale in relazione alla densità abitativa, la distribuzione omogenea e capillare sul territorio e la possibilità per i cittadini di esercitare il diritto della libera scelta».
Ambiti territoriali carenti. I nuovi medici vengono inseriti nel Servizio sanitario nazionale previa identificazione da parte della Regione (o soggetto da questa individuato) delle cosiddette “zone carenti”, ovvero gli ambiti territoriali dove è necessario colmare il fabbisogno e garantire una diffusione capillare. Secondo gli accordi, per ciascun ambito territoriale può essere iscritto un medico ogni 1.000 residenti o frazione di 1.000 superiore a 500 di età ≥14 anni (cd. rapporto ottimale); è inoltre consentita, tramite gli Accordi Integrativi Regionali, una variazione di tale rapporto fino a 1.300 residenti per medico (+30%).
Anzianità di laurea. «Desta non poche preoccupazioni – commenta Cartabellotta – la distribuzione anagrafica dei medici di famiglia: infatti nel 2022 il 72,5% in attività aveva oltre 27 anni di anzianità di laurea, con quasi tutte le Regioni del Centro-Sud sopra la media nazionale, anche in conseguenza di politiche sindacali che spesso non hanno favorito il ricambio generazionale». In particolare nella maggior parte delle Regioni meridionali i medici di famiglia con oltre 27 anni di laurea sono più di 3 su 4: Calabria (89,4%), Sicilia (81,7%), Campania (80,7%), Sardegna (79,7%), Molise (78,4%), Basilicata (78,3%), Puglia (78%).
Pensionamenti. Secondo i dati forniti dalla Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG), tra il 2023 e il 2026 sono 11.439 i medici che hanno compiuto/compiranno 70 anni, raggiungendo così l’età massima per la pensione, deroghe a parte: dai 21 della Valle D’Aosta ai 1.539 della Lombardia.
Nuovi medici di famiglia. Il numero di borse di studio ministeriali destinate al Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale, dopo un periodo di sostanziale stabilità (2014-2017) intorno a 1.000 borse annue, è aumentato raggiungendo un picco nel 2021 (n. 4.332). Tali incrementi sono dovuti sia alle risorse del DL Calabria che negli anni 2019-2022 hanno finanziato ulteriori 3.277 borse, sia a quelle del PNRR che negli anni 2021-2023 hanno finanziato complessivamente 2.700 borse aggiuntive. «Solo attraverso finanziamenti straordinari dunque – chiosa Cartabellotta – è stato possibile coprire il costo delle borse di studio, peraltro non sufficienti a colmare il ricambio generazionale entro il 2026».
STIMA DELLE CARENZE ATTUALI E FUTURE
Per effettuare tali stime sono state utilizzate le rilevazioni della Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati (SISAC) al 1 gennaio 2023, più recenti di quelle del Ministero della Salute.
Trend 2019-2022. I dati SISAC documentano una progressiva diminuzione dei medici di famiglia in attività: nel 2022 erano 37.860, ovvero 4.149 in meno rispetto al 2019 (-11%) con notevoli variabilità regionali: dal -34,2% della Sardegna al -4,7% del Molise.
Numero di assistiti per medico di famiglia. Secondo i dati SISAC al 1° gennaio 2023 37.860 i medici di famiglia avevano in carico oltre 51,2 milioni di assistiti. In termini assoluti, la media nazionale è di 1.353 assistiti per medico rispetto ai 1.307 del 2022: dai 1.090 della Basilicata ai 1.646 della Provincia Autonoma di Bolzano. «Lo scenario reale – precisa Cartabellotta – è molto più critico di quanto lascino trasparire i numeri: infatti, con questo livello di saturazione dei medici di famiglia si compromette il principio della libera scelta. Di conseguenza, è spesso impossibile trovare la disponibilità di un medico vicino a casa, non solo nelle cosiddette aree desertificate (zone a bassa densità abitativa, condizioni geografiche disagiate, rurali e periferiche) dove i bandi per gli ambiti territoriali carenti vanno spesso deserti, ma anche nelle grandi città metropolitane».
Stima della carenza di medici di medicina generale al 1° gennaio 2023. «In conseguenza delle criticità sopra rilevate – spiega Cartabellotta – è possibile stimare solo il fabbisogno medio regionale di medici di famiglia in relazione al numero di assistiti, in quanto la necessità di ciascun ambito territoriale carente viene identificato dalle ASL secondo variabili locali». Se l’obiettivo è garantire la qualità dell’assistenza, la distribuzione capillare in relazione alla densità abitativa, la prossimità degli ambulatori e l’esercizio della libera scelta, non si può far riferimento al massimale delle scelte per stimare il fabbisogno di medici . Di conseguenza la Fondazione Gimbe, ritenendo accettabile un rapporto di 1 medico di famiglia ogni 1.250 assistiti (valore medio tra il massimale di 1.500 e l’attuale rapporto ottimale di 1.000) e utilizzando le rilevazioni SISAC, stima al 1° gennaio 2023 una carenza di 3.114 medici, con situazioni più critiche nelle grandi Regioni del Nord: Lombardia (-1.237), Veneto (-609), Emilia Romagna (-418), Piemonte (-296), oltre che in Campania (-381).
Stima della carenza di medici di famiglia al 2026. Tenendo conto dei pensionamenti attesi e del numero di borse di studio finanziate per il Corso di Formazione in Medicina Generale, è stata stimata la carenza di medici al 2026, anno in cui dovrebbe “decollare” la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR. Considerando l’età di pensionamento ordinaria di 70 anni e il numero borse di studio messe a bando per gli anni 2020-2023 comprensive di quelle del DL Calabria per cui si sono presentati candidati, nel 2026 il numero dei medici di medicina generale diminuirà di 135 unità rispetto al 2022, ma con nette differenze regionali (figura 9). In particolare saranno tutte le Regioni del Sud (tranne il Molise) nel 2026 a scontare la maggior riduzione di medici di famiglia: Campania (-384), Puglia (-175), Sicilia (-155), Calabria (-135), Abruzzo (-47), Basilicata (-35), Sardegna (-9,) oltre a Lazio (-231), Liguria (-36) e Friuli Venezia Giulia (-22). La stima dell’entità della carenza è condizionata da differenti fattori. In particolare, è sottostimata dall’eventuale scelta dei medici di andare in pensione prima dei 70 anni, dal numero di borse non assegnate e dall’abbandono del Corso di Formazione in Medicina Generale (almeno 20%). Viene al contrario sovrastimata dall’eventuale decisione dei medici di prolungare l’attività sino ai 72 anni e dalla possibilità dei medici iscritti al Corso di Formazione in Medicina Generale di acquisire già dal primo anno sino a 1.000 assistiti. «Infine – commenta Cartabellotta – tali stime risentiranno del nuovo accordo recentemente sottoscritto, nel quale sono previste varie novità».
«La progressiva carenza di medici di famiglia – conclude Cartabellotta – consegue sia ad errori nella pianificazione del ricambio generazionale, in particolare la mancata sincronia per bilanciare pensionamenti attesi e finanziamento delle borse di studio, sia a politiche sindacali non sempre lineari. E le soluzioni attuate, quali l’innalzamento dell’età pensionabile a 72 anni, la possibilità per gli iscritti al Corso di Formazione in Medicina Generale di acquisire sino a 1.000 assistiti e le deroghe regionali all’aumento del massimale, servono solo a “tamponare” le criticità, senza risolvere il problema alla radice. Occorre dunque mettere in campo al più presto una strategia multifattoriale: adeguata programmazione del fabbisogno, tempestiva pubblicazione da parte delle Regioni dei bandi per le borse di studio, adozione di modelli organizzativi che promuovano il lavoro in team, effettiva realizzazione della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR (Case di comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, telemedicina), accordi sindacali in linea con il ricambio generazionale e la distribuzione capillare dei medici. Guardando ai numeri, infatti, oltre alle carenze già esistenti, le proiezioni indicano – in particolare per le Regioni del Sud – un ulteriore calo dei medici di famiglia nei prossimi anni. Una “desertificazione” che lascerà scoperte milioni di persone, aggravando i problemi per l’organizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale e soprattutto per la salute delle persone, in particolare anziani e fragili».
(da La Stampa)
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