Destra di Popolo.net

LA META’ DELLE FRODI AL BILANCIO UE ARRIVA DALL’ITALIA

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

IL REPORT DELLA PROCURA EUROPEA: 556 INDAGINI RIGUARDANO IL NOSTRO PAESE CON UN DANNO STIMATO DI OLTRE 6 MILIARDI DI EURO

L’Italia è il primo Paese europeo per danni finanziari al bilancio dell’Unione, con la metà delle frodi che arriva proprio dal nostro Paese. Lo mette nero su bianco l’ultimo rapporto annuale della Procura europea (European Public Prosecutor’s Office, EPPO).
Guardando ai dati raccolti nel documento, emerge che nel 2023 sono state aperte 556 indagini per quanto riguarda l’Italia, con un danno stimato di oltre sei miliardi di euro (6.02 per la precisione), su un totale di 12.28 miliardi a livello europeo. Le indagini attive, quindi non sono quelle relative al 2023, sono 618, con un danno stimato di 7,3 miliari di euro. A livello europeo si segnalano 1.927 indagini attive per 19,2 miliardi di euro.
Il 59% del totale europeo (quindi 11,5 miliardi di euro, corrispondenti a 339 indagini) è legato a gravi frodi transfrontaliere in materia di Iva. “Questo tipo di frode coinvolge spesso organizzazioni criminali sofisticate ed è quasi impossibile da scoprirlo da una prospettiva puramente nazionale”, commentano dalla Procura europea.
La Procura è un ufficio indipendente e decentrato dell’Unione europea, che ha sede in Lussemburgo. I magistrati europei hanno il compito di individuare, perseguire e rinviare a giudizio gli autori di reati a danno del bilancio dell’UE, come la frode, la corruzione o le gravi frodi transfrontaliere in materia di Iva.
Nell’ultimo report i magistrati hanno sottolineato che anche “i nuovi canali di finanziamento europei sono nel mirino dei truffatori”. Del totale delle indagini attive, infatti, ben 206 erano relative ai progetti del Next Generation Eu, con un danno stimato di 1,8 miliardi di euro: si tratta del 15% di tutti i casi di frode di spesa che ha coinvolto fondi Ue gestiti dalla EPPO durante il periodo di riferimento, ma in termini di danno stimato corrisponde a quasi il 25%. “Questo numero non potrà fare altro che crescere, nel contesto dell’attuazione accelerata dei finanziamenti dei Piani nazionali di ripresa e resilienza”.
Secondo i magistrati europei l’entità delle frodi non può che spiegarsi con il coinvolgimento di gruppi connessi alla criminalità organizzata: “Nelle nostre indagini vediamo come i gruppi legati alla criminalità organizzata finanziano le operazioni di frode sull’Iva con il denaro ottenuto dalle loro altre attività criminali”, spiega la procuratrice capo europea, Laura Kovesi, sottolineando poi che gli stessi soggetti si occupano del riciclaggio di denaro derivato appunto dalle frodi ai danni del bilancio comunitario. Secondo Kovesi la strategia della Procura europea dovrebbe essere quella di azzoppare la capacità finanziaria di questi gruppi, paralizzandone così l’attività.
(da Fanpage)

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SPESI 1,7 MILIARDI IN 4 ANNI PER MEDICI E INFERMIERI A GETTONE

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

SOLDI A POCHE SOCIETA’ INVECE DI ASSUMERE IN PIANTA STABILE E AUMENTARE GLI STIPENDI

Dal 2019 al 2023 i gettonisti sono costati 1,7 miliardi di euro. Soldi pubblici spesi per pagare medici e infermieri libero professionisti che, appoggiandosi a cooperative o società private, stipulano contratti con il Sistema Sanitario Nazionale, in drammatica carenza di organico. Soldi a fondo perduto, per spese “vive”, che escono dal pubblico ed entrano nelle casse del privato, senza risolvere davvero il problema che c’è alla base. Una soluzione tampone da quasi due miliardi di euro che le aziende sanitarie contabilizzano alla voce “beni e servizi”, per non sfondare, almeno sulla carta, il tetto di spesa per le assunzioni del personale stabilito dalla legge. In realtà si tratta di fondi utilizzati per corrispondere le paghe (alte) dei liberi professionisti, senza i quali non si riuscirebbe a garantire il pubblico servizio.
Secondo i rappresentanti dei lavoratori che ancora non sono fuggiti dal Ssn, questi fondi potevano essere investiti meglio. Per esempio per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici: l’intero rinnovo contrattuale del personale del comparto sanità (esclusa dirigenza), quello che fa riferimento al triennio 2022-2024, dovrebbe valere circa 1,5 miliardi.
I costi dei professionisti a gettone sono stati diffusi dall’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. L’analisi dell’Authority dimostra che il fenomeno è diffuso in tutto il Paese (con l’eccezione di Trento), seppur con differenze significative tra le diverse Regioni. La Lombardia è quella che per il momento ha sostenuto la spesa più alta (56 milioni di euro), seguita da Abruzzo (51 milioni) e Piemonte (34 milioni). Queste cifre, spiega il dossier dell’Anac, fanno riferimento, però, solo “alla spesa effettivamente sostenuta dalle stazioni appaltanti nell’intero periodo 2019-2023, con specifico riferimento alla fornitura di personale medico e infermieristico”. A queste voci di spesa deve essere quindi aggiunta quella che fa riferimento ai “servizi di fornitura di personale generico”, ovvero quel personale non indicato specificatamente né come medico né come infermieristico.
La dicitura generica, precisa Anac, è utilizzata “con alta probabilità” per identificare la medesima tipologia di contratti (medici e infermieristici), seppur con un minor grado di accuratezza, perché potrebbe contemplare anche personale di natura amministrativa. Considerando anche questa voce di spesa, la prima regione per esborso sostenuto risulta essere la Toscana, con un importo di oltre 183 milioni di euro, seguita da Lombardia (169 milioni) e Abruzzo (153 milioni).
Un metodo, quello dei gettonisti, che non garantisce la qualità delle prestazioni e la continuità di cura per i pazienti: “Il personale sanitario deve essere stabile, non calato occasionalmente all’interno di un ospedale. Come fa un professionista a lavorare correttamente in un reparto se non ne conosce i meccanismi? A malapena sa i numeri di telefono dei colleghi”, prosegue. Inoltre, la disparità di trattamento economico frustra i dipendenti ospedalieri, già provati dal carico di lavoro a cui sono sottoposti. “A gennaio 2024 abbiamo rinnovato il contratto del triennio Covid (2019-2021, ndr), con un incremento che non compensa neanche l’inflazione. Questo è il trattamento riservato al dipendente pubblico che copre tutti i turni finché ce n’è bisogno, accumula montagne di straordinari e ferie non pagate. Mentre il gettonista può fare il prezzo che vuole. Bisogna trovare il modo di tenere i professionisti dentro il Ssn, premiandoli”. Un’idea in tal senso, tra quelle proposte al Ministero della Salute, è quella di finanziare l’indennità di specificità medica e sanitaria. L’apertura da parte del ministro Orazio Schillaci c’è, anche sul tema dell’abolizione del tetto di spesa per le assunzioni del personale. “Bisogna vedere se il Mef è dello stesso avviso – commenta Grasselli -. E anche se le lobby che sostengono gli interessi della sanità privata, sempre più forte sul mercato, non condizioneranno le scelte politiche”. E conclude: “Il privato va bene solo a chi ha i soldi. Per gli altri è a rischio il diritto alla salute”.
Il rapporto dell’Anac, inoltre, mette in evidenza come il florido mercato dei gettonisti sia concentrato nelle mani di pochi operatori economici, siano essi cooperative o società di professionisti. Per quanto riguarda i contratti di fornitura di personale medico, infatti, cinque operatori si sono assicurati il 64% del valore dei bandi complessivamente aggiudicati, mentre il restante 36% è ripartito tra 25 operatori. Accentramento che risulta ancora più significativo se si prende in considerazione la fornitura di personale infermieristico: in questo caso il 63% del mercato è spartito tra solo due operatori. Agli altri 30 resta da contendersi la quota rimanente del 37%. Queste cooperative o società private guadagnano trattenendo una percentuale del compenso pattuito per la prestazione del professionista che forniscono. Un meccanismo “scandaloso” secondo Alessandro Vergallo, presidente nazionale Aaroi-Emac. Parlando con ilfattoquotidiano.it, Vergallo chiede alla politica di intervenire e bloccare questo processo, per “impedire che la sanità pubblica continui a essere una mangiatoia per il lucro dei gruppi privati”. La quota richiesta dalle cooperative, afferma Vergallo, vale decine di milioni di euro: “Parliamo almeno del 15% dell’introito complessivo. Una delle cooperative che stiamo attenzionando annovera circa 500 colleghi che lavorano minimo 1500 ore all’anno, con una remunerazione oraria che va dai 120 ai 130 euro l’ora. Si tratta di almeno 100 milioni di euro per una singola cooperativa, di cui 20 milioni vengono intascati da una manciata di persone che si occupano solo di gestire la turnistica”.
Ma con la carenza di personale cronica nel Ssn, il ricorso ai gettonisti è un obbligo per gli ospedali. Come dimostra il caso di Orbassano, Torino, di cui parla a ilfattoquotidiano.it Antonio De Palma, presidente Nazionale di Nursing Up: “L’ospedale ha disposto una spesa di 67mila euro per ingaggiare tre infermieri, per tre mesi ciascuno, per coprire la mancanza di personale in sala operatoria. Si parla di una paga che supera di più del doppio quella dei colleghi dipendenti”. Episodi come questi portano sempre più infermieri a lasciare il pubblico. “A volte – prosegue De Palma – gli stessi che si dimettono da un ospedale ci rientrano come liberi professionisti”. Il fenomeno degli infermieri a gettone, lo specifica il dossier dell’Anac, è iniziato ben prima dell’emergenza Covid. “È normale – commenta De Palma -, rispetto ai parametri europei in Italia mancano 175mila infermieri”. Sono delusi, demotivati, non si sentono valorizzati. “Gli stipendi degli infermieri italiani sono al terzultimo posto in Europa – continua De Palma -. I giovani non vogliono più fare questo lavoro. Dopo un percorso di studio altamente formativo, li attende una vita di sacrifici, per 1500 euro al mese”. Questo a meno che non decidano di fare i gettonisti, appunto. O di trasferirsi all’estero: “Da dopo la pandemia stiamo assistendo a un fenomeno di emigrazione di massa. Gli altri Paesi vogliono gli infermieri italiani”.
Al congresso di Nursing Up del 13 di ottobre, racconta il presidente, si sono presentate agenzie interinali internazionali che hanno proposto stipendi tra i 5mila e i 7mila euro mensili per un lavoro in Arabia Saudita o negli Emirati. “Dobbiamo valorizzare contrattualmente questo personale o non ci sarà nessuno ad assistere gli anziani nei prossimi anni. Manca una politica lungimirante. Per ora dal Ministro ci sono state solo belle parole. Dal nostro sciopero del 5 dicembre, non abbiamo visto più nessuno”, conclude.
(da agenzie)

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AL FUNERALE DI NAVALNY LA FOLLA SFIDA PUTIN: OLTRE TREMILA PERSONE SI SONO PRESENTATE PER L’ULTIMO SALUTO ALL’OPPOSITORE DI “MAD VLAD” E HANNO SFILATO FINO AL CIMITERO

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

IN CHIESA INTONATO LO SLOGAN: “NON AVEVA PAURA E NOI NON ABBIAMO PAURA”… LA BARA APERTA, LA MUSICA DI “TERMINATOR” E LA SEPOLTURA SULLE NOTE DI “MY WAY” DI FRANK SINATRA… IMPEDITO L’ACCESSO IN CHIESA AI DIPLOMATICI STRANIERI

Si sono tenuti a Mosca i funerali di Aleksej Navalny, in una chiesa della periferia sud della capitale blindata per l’occasione. Ci sono stati almeno 3mila sostenitori. La folla ha accolto l’arrivo del feretro in chiesa con applausi e scandendone il nome. Hanno gridato anche “Non aveva paura e noi non abbiamo paura”, uno degli slogan dell’oppositore, morto in un carcere russo il 16 febbraio scorso.
Oscurato internet nella zona della chiesa. La folla ha poi accompagnato il feretro fino al cimitero, 2,5 km più in là. Impedito l’accesso in chiesa ai diplomatici stranieri.
La bara di Alexey Navalny è stata calata nella tomba sulle note di ‘My Way’ di Frank Sinatra. Lo ha riferito – riporta la Cnn – il team dell’oppositore durante una diretta della cerimonia di sepoltura. Il team di Navalny ha anche affermato che sta avendo problemi con la trasmissione a causa di disturbi di comunicazione sul posto. Problemi riscontrati, scrive l’emittente americana, anche dalla stessa Cnn.
“Alexei considerava Terminator 2 il miglior film sulla terra. La musica della scena finale è stata suonata al suo funerale”. Lo scrive su X la portavoce di Alexei Navalny, Kira Yarmish, postando un video di una tromba che suona mentre le persone, nel cimitero Borisovskoye, sfilano davanti al loculo dell’oppositore russo, chi lasciando un fiore, chi lanciando un bacio.
Alexei Navalny è stato sepolto al cimitero di Borisovskoye. Alla cerimonia sono stati ammessi solo i familiari.
Agli ambasciatori e ai diplomatici occidentali non è stato consentito l’ingresso in chiesa per i funerali di Alexei Navalny. I diplomatici hanno aspettato fuori come tanta altra gente. Al termine della cerimonia, quando il carro funebre ha sfilato per dirigersi al cimitero, l’incaricato d’affari italiano Pietro Sferra Carini ha lanciato un fiore rosso sull’auto come molti russi.
La madre di Navalny, Lyudmila, è stata abbracciata da molte persone fuori dalla chiesa poco dopo la fine del servizio funebre. In un video condiviso sui social, e ripreso dalla Bbc, si vedono diverse persone avvicinarsi e abbracciarla, dicendo: “Grazie per tuo figlio” e “perdonaci”.
(da agenzie)

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“AFFINCHÉ LA LEGA SOPRAVVIVA, MATTEO SALVINI DEVE FARE UN PASSO DI LATO”: PAOLO GRIMOLDI, EX SEGRETARIO DELLA LEGA LOMBARDA SFIDA IL “CAPITONE” DAL PALCO DI UNA FESTA DELLA LEGA IN PROVINCIA DI BERGAMO (E RICEVE APPLAUSI SCROSCIANTI DAL PUBBLICO)

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

LA CONTESTAZIONE A SALVINI NON È LIMITATA AL VENETO: STA DILAGANDO ANCHE IN LOMBARDIA… IL CAPOGRUPPO A BRUXELLES, MARCO ZANNI, ANNUSA IL TRACOLLO E NON SI RICANDIDA

«Affinché la Lega sopravviva, Matteo Salvini deve fare un passo di lato», dice Paolo Grimoldi, ex segretario della Lega Lombarda e anima del Comitato Nord, la minoranza vicina a Umberto Bossi nel partito. Il problema, per il segretario federale e vicepremier, è un altro: che Grimoldi queste cose può dirle da un palco di una festa della Lega in provincia di Bergamo, domenica scorsa, e ricevere applausi scroscianti dalla folta platea.
La contestazione a Salvini non è solo quella dei reprobi venetisti, ma sta dilagando anche in Lombardia, il fortino storico: dallo striscione apparso qualche giorno fa sulla Milano-Meda (“Da Verdi a Verdini, ora basta, congressi subito!”) a quello su un’altra statale in Valle Camonica (“Rispetto per i militanti, congresso subito!”).
La faccenda ancora tutta da chiarire è: se pure ci sarà un congresso, chi può prendere il posto del (fu?) Capitano? In pochi scommettono su Luca Zaia, qualcuno in più su Massimiliano Fedriga, ma la verità è che per far scattare un piano B servirebbe un disastro conclamato alle Europee, necessario per far svegliare anche l’ampia zona grigia di dirigenti che si lamentano ai tavoli delle feste di partito ma poi lì si fermano.
Non siamo ancora ai livelli delle scope di Bobo Maroni, quando con i suoi barbari sognanti rovesciò Bossi, e solo dirlo poteva sembrare una bestemmia nella vecchia Lega, ma c’è ebollizione. Intanto la prossima débâcle leghista al Parlamento europeo, dove il gruppo del Carroccio passerà dai 28 eletti del 2019 ai 5-6 di giugno, miete già la prima vittima ed è una vittima di peso: Marco Zanni, presidente del gruppo Identità e democrazia non si ricandiderà alle elezioni. Zanni è un fedelissimo di Salvini a giugno, le cose cambieranno parecchio.
Il vicepremier punta alla doppia cifra ma non sarà semplicissimo, anzi. Del generale Roberto Vannacci capolista in tutti le circoscrizioni si è detto molto, si vedrà, di sicuro per lui si prevede una bella incetta di preferenze. La strategia del capo leghista da qui al voto è comunque abbastanza semplice: allearsi con qualche sigla che porta voti qua e là, dall’Udc di Lorenzo Cesa all’Mpa di Raffaele Lombardo, oppure con Italia del Meridione, piccolo movimento calabrese guidato da Orlandino Greco (già accusato di concorso esterno alla ‘ndrangheta)
Quel che basta per non farsi travolgere dalla base, o quel che ne resta: nelle ultime settimane sono andati via parecchi quadri locali, alcuni anche conosciuti ai più come Tony Iwobi, passato a Forza Italia; oppure Nino Spirlì, ex presidente calabrese
(da La Repubblica)

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“PIANTEDOSI RESTA UN MINISTRO IN COMPARTECIPAZIONE, SEDICI MESI FA, SALVINI NE POSSEDEVA UN PEZZO, POI MELONI HA PRESO LA SUA PARTE. PERFINO TAJANI HA UNA QUOTA”

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

“IL FOGLIO”: “HA SOSTITUITO IL MANGANELLO CON IL PUNTO ESCLAMATIVO. QUASI SI ESALTAVA QUANDO GLI DAVANO DEL ‘QUESTURINO’. AVEVA LA LACCA SUI CAPELLI BIANCHI, LA LACCA CHE COME IL MANGANELLO ‘RADDRIZZA’, PRECISA, IL PELO”

Rispetto! Respingo! Preciso! Ha sostituito il manganello con il punto esclamativo. Se ne sono contati almeno quattro quando Matteo Piantedosi informava, Camera e Senato, sulle cariche di Pisa. Precisava (!) che gli agenti delle forze di polizia “sono lavoratori che meritano il massimo rispetto!”, “respingo ogni tentativo di coinvolgere, nelle polemiche il lavoro delle forze di polizia!”, dunque “vengo ai fatti!”.
Lo hanno mandato a riferire, in Aula, e quasi si esaltava quando, da sinistra, i parlamentari, sottovoce, gli davano del “questurino”. Si appassionava perché, raccontano al Viminale, una delle sue frasi preferite è “sono fiero che mi dicano sbirro”. Aveva la lacca sui capelli bianchi, la lacca che come il manganello “raddrizza”, precisa, il pelo.
A un anno dalla sua tragedia comunicativa, la conferenza di Cutro, Piantedosi, il ministro esclamativo, si è fatto scudo con Mattarella che, confida ai collaboratori, “vado a trovare, sento. Non c’è parola del presidente che io non condivida”. E però, dopo il pensiero da nonno avellinese (“quando si giunge al contatto fisico con ragazzi minorenni è comunque una sconfitta”) Piantedosi si trasformava nello zelante Piantedosi, il ministro che riduceva le botte da orbi di Pisa in una specie di fascicolo alla Gogol, un mancato fax alla questura.
Era ancora lui che scandiva, “preciso che la legge stabilisce un preavviso di tre giorni!” (preavviso che a Pisa non ci sarebbe stato) e aggiungo che ai manifestanti “ancora senza alcun esito, venivano nuovamente chieste indicazioni”. Si prendeva con la sua piccola sagoma tutta la scena, i banchi del governo, perché, nonostante la grancassa di Meloni, questa nuova antipatia tra Palazzo Chigi e Quirinale, confermata da deputati di FdI (“è chiaro che lassù, al Colle, qualcuno non ci ama e in particolare il consigliere di Mattarella, Gianfranco Astori”) Piantedosi resta un ministro in compartecipazione.
Sedici mesi fa, Salvini ne possedeva un pezzo, poi Meloni ha preso la sua parte. Perfino Tajani ha una quota dato che è corso da lui, “dall’amico Piantedosi”. Per fargli sentire di non essere solo, Tajani ha dato forfait ai cinquant’anni del Giornale, il quotidiano dove è stato inviato, caporedattore, e si è precipitato da Piantedosi un momento prima che Piantedosi dicesse: “In Italia c’è un clima di crescente aggressività nei confronti delle forze dell’ordine”.
Dicono che qualche stregone, uno di quelli che misura gli umori italiani, avrebbe spiegato, a Meloni e Fazzolari, che l’errore di Pisa sarebbe già superato dall’aggressione delle canaglie torinesi, incappucciate, e che adesso sarebbe questa la musica da suonare.
Visto che il denaro non basta mai, Piantedosi ne garantiva del nuovo, ulteriore, per le forze dell’ordine, per il rinnovo dei contratti, altra urgenza della premier.
La sicurezza torna così a essere il libretto postale della destra e del governo, che potrebbe presto sostituire, oltre al direttore di Aisi (Del Deo è il favorito) anche quello di Aise (al posto di Caravelli, il vice del Dis, Valensise) un governo sempre più esclamativo. E’ una passione linguistica di Meloni e della sorella Arianna che dice, “dai, su!” e per concludere di Piantedosi che alla fine della sua più lunga giornata, salutava così: “Vi ringrazio!”.
(da Il Foglio)

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IL “CAMPO LARGHISSIMO” PIACE AL CENTROSINISTRA MA NON CONVINCE TUTTI TRA CHI VOTA IL TERZO POLO

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

SONDAGGIO DEMOPOLIS: IL GIUDIZIO SULLE ALLEANZE

Le elezioni in Sardegna hanno riportato l’attenzione sulla questione delle “alleanze”. Il successo di Alessandra Todde, deputata alla Camera per il Movimento 5 Stelle, ha riproposto l’idea del “campo largo”, delineato dal PD per disegnare un’intesa “molto larga”, tra le forze politiche dell’opposizione.
È significativo che un progetto tanto discusso abbia favorito il successo di Alessandra Todde su Paolo Truzzu, il candidato del Centro-Destra. (Col)legato strettamente a Giorgia Meloni. Mentre la nuova Presidente della Regione fa riferimento al M5S e non al PD, che rimane il partito principale del “campo largo” del Centro-Sinistra. E, forse, una ragione del risultato è proprio questa. Perché il M5S, a livello nazionale, è vicino al PD, nelle stime elettorali recenti.
Ma riassume ragioni politico-sociali “diverse”. Nel segno, originario, della “diversità”. Visto che si definiva un “non-partito”. Mentre, da tempo, è divenuto “un partito”. In grado, oggi, di fare eleggere un(a) Presidente di Regione. Com’è avvenuto in Sardegna.
Questo risultato riflette orientamenti che hanno fatto crescere, nel “campo delle opposizioni” di Centro-Sinistra una domanda di unità, fino a divenire “abbastanza largo” da competere con il “campo della maggioranza”. Come mostra un sondaggio condotto da Demos alcune settimane “prima” di queste elezioni, per rilevare il grado di consenso nel Centro-Sinistra verso le possibili alleanze fra i partiti “del campo”.
Un primo aspetto che emerge è una “larga” attenzione degli elettori di Centro- Sinistra verso l’alleanza fra i partiti di opposizione.
Anzitutto, Pd e M5s. Una prospettiva valutata positivamente dal 60% nella base del M5s e da una quota di poco superiore (62%) tra chi vota per il PD. È interessante come, in entrambi i casi, si osservi una crescita del consenso verso l’alleanza, rispetto a novembre 2022.
Una data significativa, perché segue di poco la vittoria elettorale del Centro-Destra e l’avvio del governo guidato da Giorgia Meloni. E ciò suggerisce come l’esperienza degli ultimi due anni abbia rafforzato, tra le forze di opposizione, l’idea di un “campo” comune. Il “più largo possibile”. In grado di essere competitivo. E magari vincente.
Anche tra i partiti del Terzo Polo, secondo il sondaggio di Demos, il consenso verso l’intesa con il PD supera il 60%. Mentre appare più limitata – e in calo – l’ipotesi di “allargare” l’intesa al M5s. Perché, in un campo “troppo largo”, il Terzo Polo occuperebbe uno spazio “troppo stretto”. E, quindi, conterebbe fin “troppo poco”.
Il “Campo largo” è, quindi, un progetto praticato con successo in Sardegna. Ma lascia aperte alcune questioni significative. Fra le altre, due particolarmente importanti. La prima, già accennata, è la “larghezza” del Campo. La seconda questione riguarda la forma, di questo progetto. I programmi, l’organizzazione, i modelli di selezione della classe dirigente.
In Sardegna, infatti, la sfida vincente è stata “guidata” da una leader del M5S. Non è detto che il risultato si sarebbe ottenuto egualmente, a parti invertite. Inoltre, se si “allarga” lo sguardo al contesto nazionale, non è chiaro se i due soggetti politici condividerebbero programmi e obiettivi comuni nell’ambito della politica economica interna. E, a maggior ragione, internazionale.
Ma il problema più importante è il Capo. Come ha osservato l’Istituto Cattaneo, il risultato sardo è principalmente dovuto alla “capacità attrattiva personale della neo-presidente”. Ma, se allarghiamo lo sguardo oltre i confini regionali, a livello nazionale, nel Centro-Sinistra chi è in grado di essere riconosciuto come “Capo”? E di attrarre, intorno a sé un “Campo (davvero) largo”?
(da agenzie)

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EFFETTO SARDEGNA, SONDAGGIO DEMOPOLIS: IL PD RISALE AL 20,8%, RIDUCENDO LO SVANTAGGIO SU FRATELLI D’ITALIA A POCO PIÙ DI 7 PUNTI. IL M5S DI CONTE SI ATTESTA AL 17, E LA LEGA TRACOLLA SOTTO AL 7,6%

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

IL TRAINO PSICOLOGICO POTREBBE PORTARE BRUTTE SORPRESE ALLA MELONI ANCHE IN ABRUZZO

Effetto Sardegna sui sondaggi. L’alleanza tra Pd e il Movimento piace agli elettori consultati dal Barometro Politico dell’Istituto Demopolis all’indomani dell’affermazione di Alessandra Todde nell’isola.
Se ci si recasse oggi alle urne per le Politiche, Fratelli d’Italia otterrebbe il 28%, confermandosi primo partito. Ma si ridurrebbe a poco più di 7 punti il vantaggio sul Pd, al 20,8%, in crescita di un punto rispetto al mese di gennaio; crescerebbe dell’1,2% il M5S, attestato al 17%.
In crisi, in discesa di un punto e mezzo nell’ultimo mese, è la Lega di Salvini, che si ritroverebbe al 7,6% (per la prima volta sotto la soglia dell’8%), seguita da Forza Italia al 7%.
“La conquista della Regione – spiega il direttore Pietro Vento – sembra aver rimotivato e dato fiducia all’elettorato del fronte progressista, con un riflesso sulla potenziale partecipazione al voto e un rimbalzo del consenso a Pd e M5S”
(da agenzie)

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LA LEGGE DELLA STRADA

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

TRA ESALTATI E MANGANELLATORI

1 – Non si attaccano poliziotti e carabinieri. Sono persone al servizio della comunità. Nessun Paese, anche ad alto tasso di democrazia, può tollerare che avvenga. 2 – Non si colpiscono a manganellate, né in altro modo, i manifestanti inermi, tanto più se minorenni. Solo un Paese a basso tasso di democrazia può permettere che questo avvenga.
Non mi sembra che il punto 1 escluda il punto 2, e viceversa. Entrambe le affermazioni dovrebbero e potrebbero essere sottoscritte da chiunque – esclusi gli esaltati e i manganellatori. Ed è entro gli argini del punto 1 e del punto 2 che ogni discussione sensata dovrebbe avvenire. Ma non avviene. Quasi tutte le dichiarazioni politiche nel merito (le parole di Schlein di ieri tra le poche eccezioni) vedono solo il punto 1 oppure solo il punto 2. Come se non esistesse, nel mezzo, una zona grigia dentro la quale, anche se non è semplice, tocca fare i conti con entrambi i princìpi (rispetto della polizia, incolumità dei manifestanti e loro diritto di manifestare). Eppure questa zona grigia esiste, e si chiama realtà. Si chiama strada.
È ciò che si verifica – la realtà – ogni volta che un cordone di polizia fronteggia un gruppo di manifestanti, e nel corpo a corpo qualcuno, da entrambe le parti, cerca le parole e i gesti utili per non fare degenerare la situazione; mentre altri, da entrambe le parti, cercano un pretesto per menare. Chi si limita a esaltare il diritto di manifestare, o si accontenta di dire che la polizia ha sempre ragione, apre bocca solo per far contenta la sua claque (come Tajani, buon ultimo, che riciccia la storia dei “figli di papà contro i figli del popolo”, per la serie “i cavoli a merenda”). Ma non dice niente di nuovo. E dice molto di vecchio.
(da repubblica.it)

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MANGANELLI & CENSURA: MEZZA ITALIA HA PAURA

Marzo 1st, 2024 Riccardo Fucile

MOSSE LIBERTICIDE DI MELONI & C: IL 48% DEGLI ITALIANI (TRA CUI ELETTORI DI FDI) HA TIMORE DI VIOLENZE PER I RISCHI DI UNA DERIVA AUTORITARIA

Giorgia Meloni fa paura, ha una tendenza alla censura e a comprimere il dissenso, sia di idee che di piazza. La maggioranza degli italiani si ritrova su questi giudizi anche se sul rischio di una deriva autoritaria si divide a metà.
È quanto emerge dal sondaggio commissionato della società Cluster17
Che con il governo Meloni si siano “moltiplicati i casi di divieto di manifestazioni, il ricorso all’uso violento della polizia e i tentativi di censurare il libero pensiero” lo pensa il 48% contro il 34.
È la domanda su cui si registra la più alta percentuale di neutrali, il 18%. Suddivisi per orientamento politico, la stragrande maggioranza dei sì viene dalla sinistra, dal Pd e dal M5S, ma anche da Azione, con il 52% favorevole al quesito. E si registra anche un 13% di elettori di Fratelli d’Italia e un 10% di leghisti.
Il campione, in particolare, ritiene al 50% contro il 36% che censurare e reprimere il dissenso sia “una caratteristica sostanziale del governo Meloni”, affermazione che riscuote il consenso dell’86% degli elettori di Azione (oltre al 92% del M5S e all’97 del Pd) e che viene condivisa soprattutto dagli over 65 anni ma anche dalla fascia di età 25-34 (56%) e dai pensionati (69%), dalle professioni intellettuali (63%).
L’orientamento si conferma alla domanda se il governo Meloni “rappresenti un pericolo per le nostre libertà pubbliche” dove però Azione aderisce meno (43% di sì e 57% di no) e in cui a guidare i favorevoli sono sempre i pensionati e la fascia dei 25-34 anni.
La maggioranza degli intervistati ha però “paura di vedere la libertà di espressione diminuire nei prossimi mesi”, il 55% contro il 45%.
Qui il centrosinistra è abbastanza compatto passando dal 100% dell’Alleanza Verde e Sinistra al 73% di Azione. Ma sorprende il 44% di elettori leghisti che condividono questo timore che invece non è supportato dalle professioni intellettuali (77% di no), mentre lo sostiene il 63% delle professioni intermedie oltre ai soliti pensionati.
Campione diviso, invece, sul “rischio di un’evoluzione autoritaria in Italia”: 47 contro 47. Anche nel Pd si registra una percentuale leggermente minore, 78%, Azione si ferma al 32% e solo gli over 65 e i pensionati confermano le percentuali già registrate sugli altri quesiti.
La sensibilità al rischio di censura cresce moltissimo quando si passa alle vicende che hanno coinvolto gli artisti. La maggioranza secondo cui il “caso Ghali” a Sanremo “mette in luce un tentativo di controllo rigoroso del governo sulla Rai” è netta: 55% contro il 32% in disaccordo e il 13% di neutrali.
Avvertono il pericolo anche il 30% di leghisti e il 20% di Forza Italia, poi ancora la fascia dei 25-34 anni, i pensionati, le professioni intellettuali. Meno gli operai (38%) e gli impiegati (45%).
Il lato artistico si conferma importante visto che il 54% contro il 40% dice di sostenere “le denunce degli artisti per contrastare i rischi di un regime legati al controllo dell’informazione” compreso un 21% di leghisti. La maggioranza degli intervistati ritiene quindi che le opposizioni parlamentari “devono mobilitarsi” contro il rischio di una deriva autoritaria: alte percentuali tra Avs, Pd e M5S, più bassa (45%) in Azione mentre il 56% del campione ritiene che le opposizioni finora non abbiano fatto “abbastanza nell’impegno per la difesa delle libertà”: percentuali tra l’80 e il 90% nel centrosinistra, compresa Azione, ma si registra anche un 47% di consenso leghista.
(da Il Fatto Quotidiano)

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