Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
L’ATTO FINITO ALL’ATTENZIONE DEI GIUDICI È STATO TRASMESSO DAI LEGALI DI UN RIFUGIATO SUDANESE CHE GIÀ NEL 2019 AVEVA RACCONTATO AGLI INVESTIGATORI INTERNAZIONALI LE TORTURE CHE LUI E LA MOGLIE AVEVANO SUBITO DAL GENERALE LIBICO
La Corte penale internazionale dell’Aja ha avviato un fascicolo di indagine sull’operato del governo italiano per “ostacolo all’amministrazione della giustizia ai sensi dell’articolo 70 dello Statuto di Roma” in relazione alla vicenda del generale Almasri. E’ quanto scrive il quotidiano Avvenire nella pagina online .
Nella denuncia ricevuta dall’Ufficio del Procuratore, che l’ha trasmessa al cancelliere e al presidente del Tribunale internazionale, sono indicati i nomi di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi.
L’atto finito all’attenzione dei giudici è stato trasmesso dai legali di un rifugiato sudanese che già nel 2019 aveva raccontato agli investigatori internazionali le torture che lui e la moglie avevano subito dal generale libico, quando entrambi erano stati imprigionati in Libia.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
I DISCORSI SU WHATSAPP DEGLI ELETTI DI FRATELLI D’ITALIA: GLI INSULTI A SALVINI, I COMPLOTTI DI CROSETTO
Giorgia Meloni non la prenderà bene. Nell’ottobre 2024 la premier era stata protagonista
di una sfuriata nei confronti degli eletti di Fratelli d’Italia a causa della chat del partito. Dalla quale era uscita la notizia del giorno del voto per i giudici della Corte Costituzionale.
«Mollerò per l’infamia di pochi. Se vi mollo dove andate?», era stata la minaccia alle spie. Ebbene, da domani Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano pubblica in un libro proprio le chat segrete di FdI: Fratelli di chat è il titolo di Paper First con la prefazione di Marco Travaglio.
E oggi è il giorno dell’anticipazione. Fatta di messaggi dei gruppi parlamentari tra il 2018 e il 2024. In cui si parla, tra gli altri, dell’alleato Matteo Salvini. Definito come «un ministro bimbominkia», «un cialtrone ridicolo». Mentre il Carroccio è un partito che «non ha onore».
Fratelli di chat
Fratelli di chat – Storia segreta del partito di Giorgia Meloni è una ricostruzione anno per anno della scalata al potere del partito della premier. Che parte dall’epoca del governo tra Movimento 5 Stelle e Lega e arriva ai giorni nostri. Passando per l’esecutivo Draghi. L’autore pubblica conversazioni interne e segrete ma omette «turpiloquio e informazioni legate alla privacy».
Si inizia dal dicembre 2018, quando arriva la decisione di aumentare le accise in Liguria. «Comunque sulla cosa delle accise Salvini dovrebbe andare a nascondersi», dice proprio la premier. «Credo che si possano aggredire pesantemente», sostiene l’allora capogruppo e oggi ministro Francesco Lollobrigida. Quando l’allora ministro dell’Interno sfoggia la divisa della polizia tocca a Guido Crosetto dire la sua: «Un atto da cialtrone superficiale». E Lollobrigida rincara: «È troppo ridicolo».
Salvini bimbominkia
Quando il ministro apre uno scontro diplomatico con il Libano arriva l’oggi sottosegretario a Palazzo Chigi Giovanbattista Fazzolari: «Il ministro bimbominkia colpisce ancora». Dopo un articolo che paragona Meloni a Fini torna l’attuale premier: «Secondo me il messaggio che va fatto passare, che è la verità, è che la Lega è un partito che non mantiene la parola data. Hai voglia a fare il partito di destra se non hai onore». Quando scoppia il caso Metropol ce n’è ancora per il Capitano: «Diciamo che la tecnica della felpa ‘Russia’ a Mosca e ‘Usa’ a Washington non è molto gradita da quei burberi dei russi e magari stanno lanciando qualche messaggio a Salvini: ‘Occhio a tradire gli amici dopo aver fatto il cosacco che qualche bella informazione da dare ce la abbiamo», dice ancora Fazzolari.
I cosacchi padani
Che poi rincara la dose: «La Lega e Salvini sono andati a Mosca a fare i cosacchi padani e a promettere ai russi amore eterno. Noi abbiamo sempre mantenuto la nostra storica posizione di: ‘siamo i patrioti italiani, non siamo filo niente e nessuno, né filo Putin, né filo americani’. C’è una bella differenza. Il voltafaccia di Salvini, prima fan di Putin e poi cowboy fedele degli Usa, magari non ha ripercussioni elettorali in Italia, ma certamente ne ha a livello internazionale». Poi tocca a Meloni concludere: «In politica estera siamo liberi di guardiamo sempre all’interesse italiano. Ben altra cosa è appecoronarsi alla Russia, che è esattamente come fare i servi degli americani. Ancora peggio passare da una tifoseria all’altra come ha fatto Salvini».
Crosetto e il braccio armato giudiziario
Nella chat, scrive il Fatto, si respira un clima di complotto permanente. Uno di quelli che lo alimenta è l’attuale ministro della Difesa. «Hanno decine di dossier. Così sono esplicito. Perché altrimenti fate finta di non leggere. E non pensate occorra la mafia per sputtanare le persone. Con il reato di traffico di influenze (applaudito anche da alcuni nostri) abbiamo lasciato la possibilità di indagare chiunque faccia politica o chiunque faccia qualcosa», dice Crosetto riferendosi ai giudici a ottobre 2021. A gennaio 2022 rincara: «Gli unici ‘antisistema’ vanno eliminati, espulsi, uccisi, eliminati. Senza pietà. Come solo la sx[sinistra, ndr] dc sa fare. I fronti saranno molti. Intanto da oggi l’ordine di scuderia al braccio armato giudiziario. Poi fascismo &c. (…)».
Campagna elettorale
Durante la campagna elettorale le profezie di Guido si fanno più fosche: «Nei prossimi 40 giorni faranno di tutto. Anche perché stanno aspettando la cavalleria che è ancora in vacanza: la magistratura», scrive Crosetto nell’agosto 2022. Naturalmente in quel mese e mezzo scarso invece non succederà nulla e FdI vincerà le elezioni. E il 22 ottobre, quando la premier giura al Quirinale, poi inoltra nella chat un messaggio ricevuto da Lino Banfi: «Da oggi, nel mio piccolo, come cittadino Italiano ho capito che la Raghezza Giorgia passa alla storia e il fragile Silvio passa di moda!! Lino». Berlusconi all’epoca era ancora vivo. Ma l’attore pugliese evidentemente aveva già deciso di cambiare cavallo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
L’INFORMATIVA ALLE CAMERE DI NORDIO E PIANTEDOSI HA ALZATO ANCORA PIU’ NUBI, INVECE CHE DISSIPARLE
Anziché dissipare le nubi sull’azione del governo, l’informativa di Nordio e Piantedosi davanti alle Camere sul caso Almasri ne ha alzate ancora di più. Il ministro della Giustizia si è appigliato a un errore di forma nel mandato di arresto della Corte penale internazionale contro l’aguzzino libico. Ma sono le stesse argomentazioni di Nordio, a far sorgere nuovi dubbi sul suo operato
.Come in un numero di magia venuto male, il coniglio invece di uscire dal cilindro ha morso la mano del prestigiatore. Così, anziché dissipare i dubbi sull’operato del governo nel caso Almasri, l’informativa di Nordio e Piantedosi in parlamento ne ha aggiunti altri, scaturiti proprio dalle argomentazioni esposte dai due ministri.
In particolare, ci si aspettava che Nordio spiegasse nel dettaglio i possibili errori nella procedura di arresto di Almasri, che hanno portato alla sua scarcerazione. E magari chiarisse perché lui stesso non avesse ritenuto di intervenire per sanare, come avrebbe potuto, eventuali vizi procedurali, per evitare la liberazione del capo della polizia giudiziaria libica, accusato di gravi crimini dalla Corte penale internazionale.
D’altronde, quello di un ritardo nelle comunicazioni prima e dopo la fase dell’arresto era stato il chiodo su cui più avevano battuto gli esponenti della maggioranza, a partire dalla premier Meloni, dopo lo scoppio del caso. Sul punto, invece, Nordio ha di fatto sorvolato. E invece ha concentrato quasi tutto il suo intervento su presunte “imprecisioni, omissioni, discrepanze e conclusioni contraddittorie” (Cit.) nel mandato di arresto emesso dal tribunale dell’Aja contro Almasri
Il ragionamento del ministro della Giustizia si è basato su un argomento centrale: la Cpi ha emesso il mandato di cattura il 18 gennaio, imputando ad Almasri crimini contro l’umanità a partire dal 2011. Ma successivamente si è corretta, promulgando un nuovo testo dell’ordinanza il 24 gennaio, dove le accuse erano postdatate 2015. Nordio ha ragione, la correzione c’è stata. Ma basta leggere i due documenti per capire come l’errore nel primo atto sia stato solo un errore di forma, non di sostanza.
Già nel mandato del 18 gennaio infatti viene più volte ribadito come il periodo preso in considerazione – per valutare la condotta dell’aguzzino libico – sia quello che va dal 2015 al 2024. Solo nelle conclusioni, per un evidente confusione di date, si fa riferimento al 2011, l’anno da cui sono cominciate le investigazioni della Corte sulla Libia. Ma tutto il resto dell’ordinanza si basa su fatti accaduti dal 2015 in poi. E non potrebbe essere altrimenti, dato che nel 2011, il carcere di Mitiga – quello dove si sarebbero compiuti i crimini di Almasri – non era stato ancora nemmeno costruito.
Si dirà ed è giusto dirlo, che nel diritto la forma è sostanza. Ma competeva al ministro valutare questa discrepanza e ritenerla sufficiente, a impedire la liberazione di un personaggio accusato di crimini così gravi? O invece semmai doveva essere sollevata nelle sedi giudiziarie? E perché, se il punto era così dirimente, nessuno degli avvocati e giudici coinvolti nella vicenda lo ha fatto? Non lo hanno fatto gli avvocati di Almasri nell’istanza di scarcerazione, né la Corte di Appello di Roma che l’ha accolta. Entrambi si sono focalizzati su un altro aspetto della vicenda, quello appunto delle procedure con cui è stato eseguito l’arresto.
Le due omissioni di Nordi
Nemmeno i difensori di Almasri dunque hanno ritenuto di dover puntare sulla confusione delle date, nel mandato di arresto della Cpi. Ma ci ha pensato Nordio ha farlo al posto loro, davanti al parlamento. Va bene, mettiamo però che per il ministro quel problema fosse dirimente. Non poteva fare nulla per rimediare? In una nota del 22 gennaio, il tribunale dell’Aja sostiene di aver comunicato – dopo la cattura di Almasri – alle autorità italiane che: “Se avessero identificato qualche problema tale da impedire l’esecuzione del mandato, avrebbero dovuto consultare la Corte senza ritardo per risolvere la questione”.
Nonostante la difficoltà di traduzione di quaranta pagine dall’inglese (sic), Nordio ha sostenuto in parlamento di essersi accorto subito, dopo aver ricevuto l’atto il 20 gennaio, dell’incongruenza di date nel documento. Perché allora non lo ha segnalato alla Corte penale internazionale? Alla scadenza dei termini di scarcerazione di Almasri mancavano ancora 24 ore, ci sarebbe stato tutto il tempo per correggere il testo e così consegnare il libico alla giustizia. Ma dall’Aja dicono di non aver ricevuto “nessuna preliminare notifica o richiesta di consultazione”, prima del rilascio.
Quindi Nordio si sarebbe reso protagonista di una doppia omissione. A monte, non avrebbe segnalato per tempo alla Cpi l’errore nella datazione delle imputazioni di Almasri in una parte del mandato di arresto, che pure sostiene di aver individuato subito. Dall’altro non avrebbe fatto niente per evitare la scarcerazione dell’imputato, pur avendone gli strumenti. In questo senso, il ministro si è comportato proprio da passacarte, quel ruolo che con tanta veemenza ha rifiutato davanti alle Camere. Ma forse intendeva dire che quali carte passare e quali no doveva deciderlo lui.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
UNA RICOSTRUZIONE CHE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI
Dopo due settimane dalla liberazione del generale Almasri, il ministro Carlo Nordio si è
recato ieri in Parlamento, assieme al titolare dell’Interno, per ricostruire quanto accaduto nelle discusse 48 ore fra l’arresto del carceriere libico e il suo rimpatrio su un volo di Stato. Ma nella versione restituita dal Guardasigilli sono molti i punti che non tornano su cui vale la pena soffermarsi.
Gli errori nella prima versione del mandato della Cpi
In primo luogo, il ministro si è concentrato sul mandato d’arresto emanato dalla Corte penale internazionale, lamentando una serie di errori che “avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello”.
Di che errori parla Nordio? Il problema principale riguarderebbe le date dei presunti crimini commessi da Almasri, che nella prima ordinanza emanata dalla Cpi il 18 gennaio vengono fatti risalire dapprima al 2011 e poi al 2015. “Un’incertezza assoluta” nelle tempistiche, che secondo il Guardasigilli hanno reso l’atto “completamente viziato”, come confermerebbe il fatto che pochi giorni dopo – il 24 gennaio – la Cpi si è riunita e ha formulato una seconda versione corretta dell’ordinanza.
Ora è vero, come dice il ministro, che nella prima versione dell’atto si fa riferimento come data di inizio dei reati attribuiti ad Almasri al 2011 (cosa peraltro impossibile dal momento che la prigione di Mitiga in cui sarebbero stati commessi i crimini nel 2011 nemmeno esisteva, come si legge nell’atto). Ma è altrettanto vero che in tutti e due i dispositivi, sia quello del 18 gennaio che quello del 24, il periodo preso in considerazione dall’accusa riguarda gli anni tra il 2015 e il 2024, come viene ripetuto anche nella nota diffusa dal Corte il 22 gennaio (il giorno dopo il rilascio), in cui si parla di crimini “presumibilmente commessi in Libia da febbraio 2015 in poi”.
Perché il vizio emerge solo ora?
La confusione probabilmente nasce dal fatto che al 2011 – come spiega la stessa Cpi – risale l’inizio del monitoraggio del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla situazione in Libia, attraversata dalle violenze scoppiate contro il regime di Gheddafi. Questa data viene più volte menzionata nella prima versione del mandato, ma solo nelle conclusioni viene riferita ai reati di Almasri. Nel resto del dispositivo si parla chiaramente dell’arco compreso tra il 2015 e 2024. Appare quindi abbastanza evidente, contrariamente a quanto sostiene Nordio, che quello delle tempistiche sia stato un vizio puramente formale. La sostanza, ovvero l’impianto accusatorio dell’atto, resta la stessa. Un formalismo del genere era sufficiente per giustificare l’inerzia del ministro?
D’altronde, se l’errore sottolineato da Nordio era tale da compromettere la validità dell’intero mandato, per quale motivo al momento di convalidare l’arresto la Corte d’Appello di Roma non l’ha rilevato?
Non spettava al Guardasigilli, infatti, ma ai giudici romani contestare l’eventuale illegittimità dell’atto. Eppure nella sentenza di scarcerazione del libico si parla di “errore procedurale” legato alla mancata comunicazione per tempo degli atti al ministero della Giustizia.
E di incongruenza nelle date non si fa menzione neppure nell’istanza presentata dal legale di Almasri e con cui ne chiedeva la liberazione. Come mai allora questo errore emerge solo ora?
Peraltro la Cpi aveva esplicitamente esortato l’Italia “nel caso in cui individuassero problemi che potrebbero impedire o impedire l’esecuzione” del mandato “di consultare la Corte senza indugio al fine di risolvere la questione”. In altre parole, Nordio una volta accortosi dell’errore avrebbe potuto segnalarlo alla Corte, che avrebbe provveduto a sciogliere rapidamente la questione.
Come mai Nordio ha taciuto?
Ma il ministro pare contraddirsi. Dapprima quando dice che l’atto “è arrivato in inglese senza essere tradotto” e i tempi erano stretti, ma poi ammette di averlo letto così attentamente da aver individuato “numerose criticità e discrasie”.
Dopo, quando parla di sé stesso e precisa che il suo ruolo non è quello di un semplice “passacarte” ma è politico. “Ho il potere e dovere di interloquire con altri organi dello Stato sulla richiesta della Cpi, sui dettagli e sulla coerenza delle conclusioni cui arriva la Corte”, ha specificato ieri. Come mai allora proprio quando aveva l’occasione di esprimere la sua funzione politica e valutare – come rivendica – l’ordinanza, Nordio ha preferito tacere e lasciar correre?
Insomma l’informativa di ieri avrebbe dovuto aiutare a fare chiarezza sul caso e a dipanare ogni dubbio. Così evidentemente, non è stato. Mentre crescono le perplessità attorno a una vicenda che appare sempre più oscura e intricata, le dichiarazioni del ministro lasciano dietro di sé una scia di domande ancora senza risposta.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
“NON HO SEGUITO IL DIBATTITO IN TV, CHI HA ASCOLTATO, HA CAPITO CHE PALAZZO CHIGI NON C’ENTRA NULLA CON QUESTA STORIA” …MA IL GOVERNO MOSTRA LE PRIME CREPE: MELONI È STATA LA PIÙ DECISA NEL NON VOLER PORRE IL SEGRETO DI STATO SULLA VICENDA DEL TORTURATORE LIBICO, MENTRE ALTRI MINISTRI LA INVITAVANO A FARLO
Le mura di Palazzo Chigi sono sufficientemente spesse per assorbire tutto: dubbi, imbarazzo, rabbia. Non è il suo giorno, il governo fatica in Parlamento. E Giorgia Meloni si inabissa. Blindata, invisibile. Organizza riunioni. Si occupa di olimpiadi e carceri, e ci tiene a farlo sapere. Rimanda l’unico momento pubblico in agenda. Di fronte alle opposizioni che indicano una sedia vuota in aula – la sua, quella del capo del governo che ha deciso di non esserci – sceglie il contenimento del danno: conviene non metterci la faccia.
C’è voglia di ostentare distanza, olimpico distacco da un pasticcio troppo scivoloso. E infatti, la reazione della premier alle immagini di Carlo Nordio che arranca e Matteo Piantedosi che non si sbilancia sarebbe stata sostanzialmente questa: «Chi ha ascoltato, ha capito che Palazzo Chigi non c’entra nulla con questa storia». Posizione oggettivamente difficile da sostanziare, ma coerente rispetto al giudizio che Meloni continua a riservare all’avviso di indagine ricevuto: «Abnorme».
Dal palazzo del potere meloniano giurano che la presidente del Consiglio non avrebbe ascoltato in tv il dibattito alle Camere: «Non l’ho seguito». L’ha seguito, ovviamente. In mano ha i discorsi che i ministri le forniscono in anteprima, quelli che avrebbero poi pronunciato in Aula. L’ha seguito con i lanci di agenzia che le passano i collaboratori. E non perde neanche i passaggi chiave, visionando sul cellulare gli spezzoni più aspri che le dedicano le opposizioni: quello, ad esempio, in cui Elly Schlein le dà del «coniglio».
Se c’è un colpo che la disturba, è proprio quello scagliato dalla segretaria del Pd. La premier medita vendetta immediata, in Parlamento deputati e senatori attendono una reazione pubblica. Non arriva. Anzi, con il cerchio magico definisce la linea, questa: ostentare disinteresse. E dunque, per rafforzare questa posizione ufficiale, trapela che avrebbe detto di Schlein: «I suoi attacchi? Normali dinamiche, quando si è all’opposizione. In giorni così, quando tutti gli occhi sono puntati su una cosa, bisogna occuparsi di altro, di altre priorità. Bisogna lavorare».
Per provare a spostare l’attenzione, vengono comunicate nel dettaglio le riunioni che la tengono ufficialmente occupata. Prima un incontro sulle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, con i due vicepremier Tajani e Salvini, con Giorgetti e Abodi e con l’ad della Fondazione che organizza l’evento, Andrea Venier. Poi un vertice dedicato al piano carceri, a cui prende parte anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Occasione buona per un contatto con il Guardasigilli. A sera, poi, anche Ignazio La Russa si affaccia a Palazzo Chigi.
Si diceva dei dubbi. Quello, che circola in queste ore, di aver forse sbagliato qualche mossa nella gestione del caso. Ad esempio: Meloni è stata la più decisa nel non voler porre il segreto di Stato, mentre gli altri ministri la invitano a farlo. Ritrovarsi il governo sulla graticola per un giorno, con le opposizioni rivitalizzate, ecco: qualche perplessità sul fatto che quella mossa andava (andrebbe) invece fatta non manca.
(da repubblica.it)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
TUTTO QUELLO CHE NON TORNA: LE TRE VERSIONI DEL GOVERNO, LE DATE DEI REATI CONTESTATI AD ALMASRI, LA SCUSA DELLE QUARANTA PAGINE IN INGLESE
«Il ministro non è un passacarte», rivendica il Guardasigilli Carlo Nordio. E spiega che
nel suo ruolo di «organo politico» ha il «potere-dovere di interloquire con altri organi dello Stato, laddove se ne presenti la necessità, che in questo caso si presentava eccome». Dunque il ministro della Giustizia che ha di fatto disapplicato il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale contro il generale libico Najeem Osama Almasri, determinando la scarcerazione del detenuto, ha discusso con i colleghi di governo.
Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, c’è da presumere, ma anche con il sottosegretario delegato alla sicurezza nazionale Alfredo Mantovano e, verosimilmente, con la stessa premier Giorgia Meloni. Cioè i quattro indagati la cui posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri, dopo la trasmissione degli atti da parte del procuratore di Roma
Nella terza versione governativa sulla liberazione del libico accusato di crimini di guerra e contro l’umanità — dopo la mancata interlocuzione preventiva tra Corte penale e ministero, e la responsabilità attribuita ai giudici della corte d’appello di Roma che proprio quell’assenza di interlocuzione avevano rilevato — l’addebito ricade ora sulla stessa Cpi che avrebbe sbagliato a scrivere la richiesta d’arresto.
Il cuore della relazione di Nordio al Parlamento è un asserito errore sulle date di commissione dei reati contestati: «In poche parole, in questo mandato di arresto si oscillava dal 2011 al 2015 e non si riusciva a capire se il reato fosse iniziato nel 2011 o nel 2015; non è una cosa di poco conto, trattandosi di un reato continuato e poiché in quei quattro anni, secondo la stessa Corte, sarebbero stati commessi numerosi atti di stupro, violenza, aggressione, omicidio, eccetera».
Per questo vizio il Guardasigilli non ha dato seguito alla richiesta giunta dall’Aia. «Un atto, secondo noi, radicalmente nullo», ha sentenziato Nordio.
Ma quando la Procura generale di Roma gli si rivolse sollecitando «le determinazioni in ordine all’attività da porre in essere», cioè il via libera all’arresto che avrebbe sanato i vizi procedurali rilevati da magistrati, il ministro non ha fatto cenno alle «incongruenze» rilevate ieri. Si limitò a non rispondere.
Omissioni e accuse
Ma soprattutto, Nordio ha omesso di sottoporre i rilievi avanzati in questa nuova ricostruzione alla Corte dell’Aia in tempo utile per rimediare: solo il 24 gennaio (quando già Almasri era tornato in Libia da tre giorni con un volo di Stato italiano) la Cpi ha emesso un nuovo provvedimento senza le incongruenze sottolineate da Nordio.
Eppure nella serata del 18 gennaio, insieme al mandato d’arresto, la cancelleria della Corte inviò all’ambasciata italiana in Olanda (che l’indomani inoltrò tutto a Roma) una nota in cui indicava nome, numero di telefono ed email del funzionario da contattare «qualora le autorità italiane dovessero individuare problemi che possano impedire l’esecuzione della presente richiesta di cooperazione».
Una procedura prevista dall’articolo 97 dello Statuto di Roma con cui l’Italia ha aderito alla Cpi. Nulla di tutto ciò è avvenuto, come la stessa Corte ha comunicato dopo la liberazione del generale libico, preannunciando la richiesta di chiarimenti all’Italia.
Il paradosso è che ieri Nordio ha informato il Parlamento dell’intenzione di chiedere lui chiarimenti alla Cpi sui motivi di un mandato d’arresto scritto, a suo dire, così male da non poter essere eseguito.
Dei presunti errori commessi all’Aia non c’è traccia nemmeno nella risposta inviata nei giorni scorsi dal Gabinetto del ministro alla Corte, nella quale ci si limita a ricordare gli articoli della legge che regola i rapporti con l’Italia
L’aereo anticipat
È prevedibile che il confronto-scontro tra Roma e l’Aia prosegua a colpi di norme e commi, e possa giungere fino alle Nazioni Unite. Con l’Italia attestata sulla competenza attribuita al ministro «di ricevere e dare seguito alle richieste della Corte»
Nella sua informativa Nordio ha aggiunto il particolare di essere indagato (probabilmente solo lui e non gli altri esponenti di governo coinvolti) per omissione d’atti d’ufficio; un’integrazione fatta dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi prima di inviare il fascicolo al tribunale dei ministri. Questa ipotesi non era contenuta nella denuncia dell’avvocato Li Gotti, ma è stata fatta perché spetta al pm indicare i possibili reati, anche quando non è titolato a indagare come in questo caso
Il ministro dell’Interno Piantedosi, invece, ha ribadito la necessità di espellere «un soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico» tornato libero. Dando la versione ufficiale sulla partenza anticipata (da Roma per Torino) dell’aereo che ha riportato Almasri in Libia: la mattina del 21 gennaio, prima che i giudici lo scarcerassero. Non per una decisione politica già presa, bensì per una «iniziativa preventiva, aperta ad ogni possibile scenario, ivi compresa l’eventuale necessità di trasferimento in altro luogo di detenzione».
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
NORDIO PARLA DI INCONGRUENZE CHE PERO’ NON HA MAI COMUNICATO ALLA CPI. E POTEVA FARLO PERCHE’ C’ERA UN FUNZIONARIO DA CONTATTARE… PIANTEDOSI E L’AEREO PRONTO PRIMA DELLA SCARCERAZIONE
Un atto «radicalmente nullo». Anzi, «completamente sballato», perché «aveva sbagliato nientemeno che la data del commesso reato e noi ce ne eravamo accorti». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha spiegato così in Parlamento perché l’ordine di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Najem Osama Almasri non poteva essere eseguito dal governo Meloni.
Ma nella ricostruzione del Guardasigilli ci sono molti buchi. E le «incongruenze» non sono mai state comunicate alla Cpi. Mentre il responsabile degli Interni Matteo Piantedosi ha spiegato perché l’aereo dei servizi segreti che ha portato a casa il libico era già pronto prima della scarcerazione: «È stata un’iniziativa preventiva aperta a ogni possibile scenario».
Il Guardasigilli
Nordio ha rivendicato il suo ruolo sostenendo che il ministro della Giustizia «non è un passacarte». E che ha il potere-dovere di intervenire in caso di necessità. Come in questo: perché, è la tesi dell’esecutivo, la Cpi ha sbagliato a scrivere la richiesta di arresto di Almasri. «In poche parole, in questo mandato di arresto si oscillava dal 2011 al 2015 e non si riusciva a capire se il reato fosse iniziato nel 2011 o nel 2015; non è una cosa di poco conto, trattandosi di un reato continuato e poiché in quei quattro anni, secondo la stessa Corte, sarebbero stati commessi numerosi atti di stupro, violenza, aggressione, omicidio eccetera».
Il vizio è stato rilevato anche dalla giudice della Cpi Maria del Socorro Flores Liera, che ha votato no alla richiesta. Peccato che quando la Corte d’Appello ha scritto a via Arenula il ministro non abbia fatto cenno a nessuna delle incongruenze chiamate in causa ieri. Anzi, non ha proprio risposto.
Omissioni e accuse
Il 24 gennaio la Corte ha emesso un nuovo provvedimento. Correggendo le inesattezze citate da Nordio. Ma all’epoca Almasri era tornato a Tripoli già da tre giorni.
Ma, racconta il Corriere della Sera, sei giorni prima la Cpi aveva inviato all’ambasciata italiana nei Paesi Bassi una nota in cui indicava nome, numero di telefono ed email del funzionario da contattare in caso di problemi. Una procedura prevista dall’articolo 97 dello Statuto di Roma. Degli errori non c’è traccia nemmeno nella replica inviata dal capo di gabinetto del Guardasigilli alla Corte. Nordio ha anche fatto sapere di essere indagato dal tribunale dei ministri per omissione di atti d’ufficio. Un’ipotesi di reato che non si trovava nell’esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti. Ma che è stata aggiunta dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi
L’errore materiale
Il Fatto Quotidiano invece prima ricorda la “corrected version of the Warrant of arrest for Mr. Osama El Masry”. Nei paragrafi finali (99, 100 e 101) della prima versione del mandato si indica il 2011 come data d’inizio dei reati contestati. Negli altri paragrafi (2, 7, 23, 30) la data d’inizio è il 2015 e la Corrected version ha poi eliminato l’errore nella parte finale. Ma non è vero che la prima versione indicasse stupri e torture e omicidi avvenuti prima del 2015. C’era solo un errore materiale sulla data: “5”anziché “1”. Ma non bastava per annullare l’atto: obbligava invece il ministro a contattare la Corte. Ma il Guardasigilli non l’ha fatto.
La valutazione
Non è nemmeno vero che Nordio dovesse «valutare» l’atto. O meglio: la legge italiana sulla collaborazione con la Cpi (la 237/2012) dice che il ministro «dà corso» alle richieste e le «trasmette» al procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma.
Infine, va segnalato che alle 15.55 del 21 gennaio, quando un comunicato ha reso noto che Nordio «sta(va) valutando» il mandato della Cpi, il Falcon dei Servizi era già da ore a Torino per riportare Almasri in Libia. Ma di questo dovrebbe rispondere la presidente del Consiglio, non i ministri che ieri hanno riferito alle Camere. Peccato che la sedia di Giorgia Meloni fosse vuota.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
NORDIO CHE GIUDICA NULLO L’ORDINE DI CATTURA EMESSO DALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE, PIANTEDOSI CHE ALL’OPPOSTO LO RITIENE VALIDO
Da un lato il ministro Nordio, che accusa la Corte penale internazionale (Cpi) di aver
emesso un mandato “radicalmente nullo”. Dall’altro il collega Piantedosi che, invece, richiama quello stesso atto per motivare la necessità di “agire rapidamente”, a tutela della “sicurezza dello Stato”, per rimpatriare un soggetto altamente pericoloso, come emergeva chiaramente dalle carte firmate dai giudici dell’Aja.
Sul caso Almasri, il torturatore libico inseguito da un mandato di arresto internazionale per una sfilza di crimini ignobili ma scarcerato e rispedito in patria con un volo dei servizi segreti, è andato in onda in Parlamento il teatro dell’assurdo.
Con il ministro della Giustizia che demolisce l’ordine di cattura emesso dalla Cpi e quello dell’Interno che, al contrario, lo ritiene fondato quanto basta da giustificare l’espulsione del pericoloso ricercato.
Il resto è un buco nero che va dall’arresto di Almasri alla sua liberazione. Il 20 gennaio, la Procura generale della Corte d’Appello della capitale, sollecita il ministero della Giustizia a far pervenire le sue richieste relativamente al fermo (che va convalidato entro 48 ore) del capo della polizia giudiziaria libica eseguito il giorno prima a Torino. Ma non arriverà alcuna risposta. Né risultano interlocuzioni, per chiarimenti – il governo parla di pasticcio combinato dall’Aja – tra il dicastero di Via Arenula e la Cpi, di cui il guardasigilli è unico interlocutore.
Solo il giorno dopo, il 21 gennaio, Nordio fa sapere che “sta valutando” se trasmettere il fascicolo alla Corte d’Appello. Intanto al Viminale stanno già predisponendo l’espulsione. Tutto chiaro no? A parte la risposta ad una domanda: ma i ministri del governo Meloni si parlano tra loro?
(da lanotiziagiornale.it)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA ESCE INDEBOLITA DALL’ENNESIMA TEMPESTA DOPO CUTRO E IL CASO ALBANIA
Dal punto di vista della destra il d-day parlamentare sul caso di Osama Almasri lascia l’amaro in bocca: costretti a passare sotto le forche caudine di un confronto parlamentare che non volevano, costretti ad appigliarsi a cavillose ricostruzioni, costretti a inghiottire l’accusa di codardia rivolta alla premier, la più infamante per un mondo che ha sempre esaltato il coraggio e la capacità di metterci la faccia.
Vorrebbero dire la verità – arrestare Almasri avrebbe esposto l’Italia a ritorsioni incontrollabili – ma non possono, e in qualche modo è una vendetta della storia che li ha visti a lungo dall’altra parte, a denunciare gli accordi indicibili del Lodo Moro, le loro luttuose conseguenze, le opache intese che negli anni degli attentati arabi misero in sicurezza il Paese in cambio del libero transito di terroristi e avventurieri di ogni fazione.
La delega delle ricostruzioni ai ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio costituisce uno scudo alla presidenza del Consiglio ma è al tempo stesso un atto di rinuncia politica. Lo hanno capito tutti, lo sanno tutti. E anche per questo, gli interventi dai banchi della maggioranza sono alquanto tiepidi, lontani dal piglio gladiatorio di analoghe occasioni. Forse il solo a non aver fiutato l’aria è proprio Nordio, il mattatore della giornata tra citazioni in latino, frasi in inglese, un turbine di date, orari, aggettivi estremi – l’atto della Corte Penale Internazionale era “eccentrico”, “viziato”, “praticamente nullo”, non tradotto in Italiano – e paragoni storici col processo di Norimberga che fanno rumoreggiare l’aula. «La legge è legge, non si scavalcano le procedure», dice, mentre i volti impietriti dei colleghi cercano di avvertirlo che sta esagerando, che tanto impegno sofistico è eccessivo e rischia di trasformarlo (come poi accuserà l’opposizione) in difensore d’ufficio di un torturatore.
In Transatlantico si discute se la toppa sia peggiore del buco, e forse lo è. La maggioranza non esce benissimo dall’ennesima tempesta sul tema immigrazione, che è la sua forza politica – come riconoscono i più onesti – ma anche la sua dannazione.
La forzatura delle regole del gioco ha provocato i tre incidenti più significativi della legislatura. Il caso del naufragio di Cutro, innanzitutto, sfociato di recente nella richiesta di rinvio a giudizio di sei tra finanzieri e militari della Capitaneria di porto, e anche lì il governo e la stessa Giorgia Meloni inciamparono in una ricostruzione piena di buchi oltre che nella rabbia dei parenti delle oltre novanta vittime ignorati da un cerimoniale scombinato.
Mesi dopo, la premier ammise che fu il momento più difficile del suo esordio da premier, e chissà che non sia nata in quella occasione la determinazione a evitare i riflettori davanti a questioni umanitarie di portata insostenibile, dove l’approccio cattivista delle destre si scontra con i sentimenti di un Paese ancora capace di commuoversi per le sorti di donne e bambini.
Secondo inciampo, l’affaire Albania, che doveva essere la bacchetta magica di espulsioni rapide a decine, centinaia, a migliaia ogni anno, e a seguire una catena di interventi via decreto per bypassare i giudici amici degli immigrati, bloccare o consentire ricorsi a seconda della convenienza, tutto inutilmente. Tre viaggi a vuoto, che pure se fossero andati a buon fine avrebbero spostato verso Tirana appena una sessantina di rimpatriabili, e per di più l’umiliazione di dover attendere una sentenza della Corte europea per ottenere (se accadrà) il via libera ai progetti dell’esecutivo.
Il caso Almasri è il terzo fatto “che non ci voleva”, soprattutto perché chiama in causa due elementi al centro della narrazione del governo: la celebrata forza e prestigio internazionali riconquistati dall’Italia e la sua fermezza nel tenere testa ai regimi che controllano i flussi dell’immigrazione clandestina.
Se è vero – come è stato ipotizzato nel dibattito – che la Corte penale internazionale ha tutelato Germania, Belgio e Inghilterra e ha scelto noi per un arresto scomodissimo, significa che la forza italiana è minore di quanto decantato. Se è vero che sarebbe stato pericoloso non rimpatriare immediatamente Almasri, vuol dire che questi libici non ci temono e rispettano poi così tanto, anzi.
«Fra due giorni non se lo ricorderà più nessuno», dicono i parlamentari avviandosi all’uscita, e ci si consola così, e magari è vero. Sta di fatto che il piglio da bersagliere con cui il governo aveva preso di petto la questione dell’immigrazione è sostituito da una più cauta marcia. Dove risuonavano le nuove parole d’ordine della difesa dei confini e del contrasto al traffico – lotta senza quartiere, orbe terracqueo, eccetera – ora ci si difende in punta di cavillose ricostruzioni sul dove, quando, come, e sugli ostacoli di tradurre il common law in cui si esprime la Corte penale internazionale nel civil law della nostra impostazione giuridica (sì, pure questo è stato detto per spiegare come Almasri sia finito a stappare champagne a Tripoli invece che in galera).
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »