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SONDAGGIO IPSOS-PAGNONCELLI: CRESCONO FDI E PD, MALE IL M5S E LA LEGA

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

FDI 27,8%, PD 22,8%, M5S 12,5%, FORZA ITALIA 8,5%, LEGA 8,5%, AVS 5,8%, ITALIA VIVA 2,5%, AZIONE 2%, + EUROPA 2%

Crescono Fratelli d’Italia e Partito democratico, rispettivamente al 27,8% e al 22,8%. Crolla il Movimento 5 Stelle che perde lo 0,8% e scende al 12,5%, mentre Forza Italia risale e si affianca alla Lega, all’8,5%. Vediamo cos’è cambiato nei consensi dei partiti secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Ipsos.
Fratelli d’Italia domina nei sondaggi, specie nell’ultimo mese, in cui i consensi attorno al partito della premier si sono rafforzati ulteriormente, tanto da fare superare in più di una rilevazione la soglia psicologica del 30%. In questo caso Fdi è data al 27,8% (+0,2%), l’apprezzamento nei confronti del partito di governo è in qualche modo confermato anche dalla crescita del gradimento espresso dagli intervistati verso Giorgia Meloni, che sale dal 42% al 43% guadagnando così un punto.
Come osserva anche il sondaggista Nando Pagnoncelli, il mese di gennaio è stato ricco di avvenimenti, a partire dalla liberazione di Cecilia Sala, che ha dato una grossa spinta in avanti a Fdi, passando per il rinvio a giudizio della ministra del Turismo Daniela Santanchè, fino alle ultime vicende riguardanti l’indagine per il caso Almasri e lo stop della Corte d’Appello di Roma – per la terza volta – al trattenimento dei migranti sbarcati in Albania.
Non troppo lontano da Fratelli d’Italia, si trova il Partito democratico, anch’esso in crescita, al 22,8% e con un +0,3%. Per il Pd si tratta del dato più alto registrato da Ipsos negli ultimi sette mesi, che farà sorridere Elly Schlein e gli altri dirigenti del partito.
Non si può dire lo stesso per il Movimento 5 Stelle, che perde quasi un punto (nello specifico lo 0,8%) e retrocede al 12,5%. Non è chiaro a cosa si debba questo calo: è probabile che i 5S stiano ancora scontando nei sondaggi i contrasti interni dei mesi precedenti e la fuoriuscita di Beppe Grillo, ma Noto ipotizza anche che l’arretramento possa essere imputato a un comunicazione dell’ultimo periodo poco efficace e incisiva.
Nel centrodestra invece, Forza Italia fa un balzo avanti dello 0,4% e sale all’8,5%. Gli azzurri raggiungono così la Lega, complice anche il leggero decremento del Carroccio, che perde lo 0,1% ma resta grossomodo stabile.
Infine, tra gli altri partiti Alleanza Verdi-Sinistra riporta un calo dello 0,2%, che fa scendere il partito sotto il 6%, precisamente al 5,8%.
Più distante si trova Italia Viva, al 2,5%, che supera Azione, ferma al 2% assieme a Più Europa che nel frattempo ha perso terreno (-0,3%).
(da agenzie)

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“DEPORTATI, PICCHIATI E TORTURATI”: COSI’ I MIGRANTI VENGONO VENDUTI DALLA TUNISIA ALLA LIBIA

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO RRX PRESENTATO AL PARLAMENTO EUROPEO DENUNCIA LE GRAVI VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI IN TUNISIA… QUESTO SAREBBE UN ALTRO “PAESE SICURO” PER LA MELONI

State Trafficking è il nuovo rapporto di indagine di RRX, un gruppo di ricerca internazionale (che ha deciso di anonimizzarsi sotto uno pseudonimo collettivo), presentato recentemente al Parlamento Europeo, che ha sollevato gravi preoccupazioni riguardo le violazioni sistematiche dei diritti umani delle persone migranti, lungo la frontiera tra Tunisia e Libia.
Il documento, che raccoglie dati dal 2023 al 2024, si basa su testimonianze dirette di migranti sopravvissuti violenze e torture, analisi geospaziali e interviste con esperti sul campo, e documenta un sistema di traffico di esseri umani che coinvolge una rete complessa di attori, tra cui le forze armate tunisine, le milizie libiche e gruppi di trafficanti, ponendo l’accento sulla responsabilità dei governi coinvolti e sulla necessità di azioni concrete per fermare questo traffico di esseri umani. Un’indagine che vuole porre anche l‘attenzione sulla discussione dei cosiddetti Paesi sicuri.
Il rapporto ha trovato eco significativa in Parlamento, con l’intervento degli Europarlamentari Cecilia Strada, Leoluca Orlando e Ilaria Salis che hanno preso parola per condannare fermamente le pratiche in corso, discutere sulle responsabilità dell’Europa e dei singoli stati e sollecitare l’intervento delle istituzioni internazionali. Hanno dato il loro sostegno anche Birgit Sippel (S&D Group), Tineke Strik (Greens/EFA Group) e Estrella Galàn (The Left Group).
La vendita di esseri umani
Al centro del rapporto, che documenta la prassi con cui la Guardia Nazionale tunisina vende esseri umani di origine subsahariana alle milizie libiche, ci sono le testimonianze dirette di migranti venduti come schiavi tra Tunisia e Libia, in un traffico che non solo sfrutta le persone, ma le sottopone a torture, violenze fisiche e psicologiche e a un sistema di riscatti che coinvolge enormi somme di denaro.
Secondo quanto riportato, le persone migranti vengono spesso separati in base al sesso, etnia e nazione di origine, con le donne che hanno un valore più alto e sono sottoposte a violenze sessuali. “Uomini e donne neri vengono arrestati a causa del colore della loro pelle o perché esercitano il loro diritto alla libertà di movimento”, ha dichiarato Ilaria Salis, per poi aggiungere: “Vengono immediatamente etichettati come stranieri, migranti illegali, persone di cui ci si può sbarazzare. “Vengono portati su autobus per la deportazione. Ma l’elemento più crudele è l’inganno. Viene detto loro che presto saranno rimpatriati e che tutto andrà bene”.
Le persone invece vengono per prima cosa deportati in Tunisia, dove vengono rinchiusi in campi di detenzione improvvisati o in strutture gestite da milizie e forze di polizia. Successivamente, vengono letteralmente venduti, trasferiti in Libia e detenuti in condizioni disumane, come raccontato da numerosi testimoni che hanno descritto il processo come una vera e propria “vendita” di esseri umani. Le transazioni avvengono spesso sotto il controllo delle forze militari tunisine, con l’utilizzo di uniformi, mezzi militari e logistica ben coordinata. Le persone migranti vengono così scambiati per denaro, droga, o carburante.
La prigione di Al Assah in Libia e le fosse comuni
Le testimonianze indicano che la prigione di Al Assah in Libia, sotto il controllo delle forze di sicurezza libiche e del Department of Combating Illegal Migration (DCIM), rappresenta uno dei principali centri di detenzione e sfruttamento di migranti. Qui, le persone detenute vengono divise in base al loro “valore economico”, e le condizioni di vita sono atroci. La violenza fisica, le torture e il lavoro forzato sono all’ordine del giorno; i più vulnerabili come donne e bambini sono spesso vittime di violenze sessuali e altre forme di sfruttamento. Le testimonianze parlano anche di corpi di migranti che vengono lasciati nel deserto o sepolti in fosse comuni, a testimonianza di una violenza indiscriminata che non fa distinzione tra vita e morte. Il riscatto per la liberazione varia, ma oscilla generalmente tra i 400 e i mille euro. Le donne “raggiungono” cifre più alte: i prigionieri sono costretti a contattare le proprie famiglie tramite telefoni e numeri puliti, non riconoscibili, per raccogliere il denaro necessario al riscatto. Le informazioni raccolte indicano anche che questo sistema è supportato da una rete transnazionale che include diverse strutture e gruppi che operano tra Tunisia e Libia, che approfitterebbero della difficoltà di monitoraggio e della mancanza di un’efficace risposta delle istituzioni internazionali.
La testimonianza di una vittima del traffico umano
Durante la presentazione del rapporto in Parlamento, è stata data voce a Djidjou Saudery, un giovane migrante che ha raccontato la sua drammatica esperienza in Tunisia. Djidjou, arrestato ingiustamente il 7 agosto e poi incarcerato a Sfax, ha condiviso la sua testimonianza di violenze e abusi da parte delle autorità tunisine e libiche.
“Era un lunedì il 7 agosto, sono andato in banca a prelevare dei soldi. Uscendo dalla banca, sono stato fermato da quattro poliziotti. Ho cooperato. Ci siamo diretti al commissariato, dove mi hanno interrogato e subito dopo sono stato trasferito direttamente alla prigione di Sfax. Tre giorni dopo sono andato in tribunale e sono stato condannato a otto mesi di carcere. Ho scontato sei mesi e due settimane nella prigione di Sfax”, ha raccontato Djidjou.
Dopo il suo rilascio, il 20 febbraio, è stato trasportato con altre persone verso il confine con la Libia: “Le guardie penitenziarie mi hanno accompagnato su un autobus dove c’erano già altri migranti legati con le mani legate dietro. Abbiamo viaggiato per circa sei ore. Durante il tragitto, ci picchiavano con dei bastoni. Siamo arrivati in un campo, dove ci hanno perquisito e derubato di tutto quello che avevamo. Siamo rimasti lì due giorni, senza acqua né cibo”.
Il suo racconto prosegue con il drammatico incontro con la polizia libica, le violenze e le frustate e il traffico di esseri umani: “Ci hanno separato dalle donne. Così ci hanno venduti. Gli uomini costavano circa 50 euro, mentre le donne, forse, 150”.
Djidjou ha concluso la sua testimonianza con un appello: “Questa esperienza è stata un vero incubo, una prova che non augurerei nemmeno al mio peggiore nemico. Ancora oggi riemergono ricordi dolorosi. È un trauma da cui probabilmente non mi riprenderò mai. Invito davvero tutti e tutte a prestare attenzione a questa situazione. I migranti stanno soffrendo in Tunisia. Oggi non sono più in Tunisia, ma ci sono fratelli e sorelle che continuano a soffrire”.
Il ruolo dell’Unione Europea
Salis ha accusato direttamente l’Unione Europea di essere complice di questi abusi, finanziando governi autoritari come quello tunisino per esternalizzare il controllo delle frontiere. L’Italia, in particolare, porta una responsabilità significativa, avendo firmato accordi di cooperazione con la Libia già nel 2017, nel quadro del Memorandum d’Intesa che ha aperto la strada a anni di collaborazione con le autorità libiche. L’Europa non può più chiudere gli occhi di fronte a questa realtà: i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, incluso quello dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite dell’ottobre 2024, hanno già denunciato queste pratiche, e l’ultimo rapporto le conferma nuovamente.
“La verità non può più essere ignorata”, ha concluso Salis, esortando le istituzioni europee a prendersi le proprie responsabilità e a porre fine a questa complicità con la repressione e la violenza.
“Tutto ciò è supportato dai finanziamenti dell’UE. E questa cooperazione ha creato un sistema transnazionale di tratta di esseri umani. Si tratta di una grave violazione della dignità umana e dei diritti umani”, ha dichiarato Birgit Sippel per poi giungere l’urgenza di “riconoscere ufficialmente che né la Libia né la Tunisia sono paesi sicuri. Creare un corridoio umanitario immediato per proteggere i testimoni che hanno avuto il coraggio di parlare, che sono ancora in Libia e in Tunisia. E creare rotte migratorie legali e sicure verso l’Europa”. Secondo Sippel, solo una strategia basata sulla solidarietà e sull’investimento in un sistema di asilo equo e dignitoso potrà offrire una soluzione sostenibile e rispettosa dei diritti umani.
(da Fanpage)

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ALTRO CHE PONTE SULLO STRETTO, MESSINA TRAVOLTA DA UN FIUME DI FANGO , ESONDATO IL TORRENTE ZAFFERIA, RESIDENTI INTRAPPOLATI NELLE CASE

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

“LA CITTA STA ANNEGANDO”… INVECE DI METTERE IN SICUREZZA IL TERRITORIO SI PREFERISCE SPUTTANARE 15 MILIARDI IN UN’OPERA INUTILE

Nel zona di Zafferia, a Messina, le strade si sono trasformate in veri e propri fiumi di acqua, fango e detriti, trascinati dal torrente Zafferia. Alcuni filmati pubblicati sui social mostrano le vie del quartiere completamente sommerse d’acqua, con gli abitanti intrappolati nelle abitazioni. I soccorritori dei vigili del fuoco sono in azione, il torrente in piena trascina le auto, alcuni automobilisti sono bloccati. Il forte temporale che si è abbattuto su Messina ha fatto straripare il torrente del villaggio di Zafferia, con l’acqua che ha trascinato alcune auto parcheggiate a bordo strada. Cimiteri, ville e parchi cittadini sono stati chiusi.
Allagato il pronto soccorso
L’eccezionale ondata di piogge che sta colpendo la città di Messina non ha risparmiato nemmeno il Policlinico universitario. Più in particolare, l’area esterna di ingresso al padiglione E, che non era stata oggetto dell’intervento di ristrutturazione del pronto soccorso. Si sta intervenendo con l’arrivo di un autobotte e l’utilizzo di una pompa sommersa per accelerare il deflusso dell’acqua, effettuando al tempo stesso una verifica sulle cavitoie presenti. La pioggia è filtrata da un pannello del controsoffitto all’interno del pronto soccorso. «La scelta dell’Azienda di differire di dieci giorni lo spostamento dei pazienti nel nuovo plesso del padiglione E, prevedendo una fase di start up, è nata proprio dalla volontà di testare la struttura anche in situazioni di crisi, come quella verificatosi oggi», si legge in una nota dell’azienda sanitaria.
Musolino (Iv): «Messina annega»
A commentare quanto sta accadendo in queste ore a Messina è anche Dafne Musolino, senatrice di Italia Viva originaria proprio della città siciliana. «Piove e la città annega tra fango e detriti trascinati a valle dai suoi torrenti. Le immagini che stiamo ricevendo da più parti sulla situazione a Zafferia, con il rischio del crollo del torrente, da Ponte Schiavo, da San Filippo, Bisconte, dalla circonvallazione tutta, e non ultima la tragicomica visione della via Don Blasco inaugurata da poco e sommersa ancora una volta di acqua, ci confermano che questa amministrazione non si vuole occupare della messa in sicurezza del suo territorio», attacca la senatrice di Iv.
(da agenzie)

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NEL 2025 L’ECONOMIA ITALIANA FARÀ REGISTRARE UNA CRESCITA MOLTO MODESTA, BEN AL DI SOTTO DELLE STIME DEL GOVERNO

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

COL RISULTATO CHE PEGGIORANO SIA LE PREVISIONI SUL DEBITO CHE QUELLE SUL DEFICIT TANTO DA COSTRINGERE L’ITALIA, IN ASSENZA DI INTERVENTI, A RINVIARE DI UN ANNO LA DISCESA SOTTO LA SOGLIA DEL 3% DI DISAVANZO, RESTANDO ANCORA SOTTO PROCEDURA D’INFRAZIONE SINO A TUTTO IL 2027

Ancora brutte notizie per il governo: dopo un 2024 con una crescita tornata allo zero virgola anche nel 2025, secondo le stime dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, l’economia italiana farà registrare una crescita molto modesta, ben al di sotto le stime del governo.
Col risultato che peggiorano sia le stime sul debito che quelle sul deficit tanto da costringere l’Italia, in assenza di interventi, – a rinviare di un anno la discesa sotto la soglia del 3% di disavanzo restando quindi ancora sotto procedura d’infrazione sino a tutto il 2027. Un problema in più per il governo se si considera che in quell’anno si dovrebbe andare a votare.
Secondo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ieri è intervenuto ad un convegno a Varese, «l’economia italiana, anche in relazione a tutti i disastri che sono stati fatti in passato, è in condizione migliori di tanti altri paesi.
Il problema per noi è che paghiamo 90 miliardi all’anno di interessi e lo scopo nostro, è quello di abbassare lo spread, confidando che la Banca Centrale Europea tiri già i tassi e di pagare 10-20 miliardi in meno l’anno di interessi, da destinare alla scuola e la sanità. Questa è la mia missione».
Come conseguenza dei dati pubblicati giovedì dall’Istat, l’Ocpi, intanto, prevede che il tasso di crescita del Pil nel 2025 si fermi allo 0,4%, ovvero otto decimi di punto rispetto all’obiettivo del governo. Di conseguenza, quest’anno il rapporto tra deficit e Pil potrebbe salire di 0,3 punti percentuali al 3,6% mentre il rapporto tra debito pubblico e Pil aumenterebbe di 1,5 punti arrivando al 138,4%.
«Questo – specifica lo studio dell’Ocpi – non causerebbe problemi per il rispetto delle regole europee sui conti pubblici, che consentono una deviazione dagli obiettivi in caso di minore crescita, salvo per l’uscita dell’Italia dalla procedura di deficit eccessivo che potrebbe essere ritardata dal 2026 al 2027». Secondo il direttore dell’Osservatorio, Carlo Cottarelli, però «non servirà una manovra» perché magari basterà rinunciare ad utilizzare i ricavi del concordato biennale per ridurre ulteriormente le tasse
Per il 2025 il governo prevedeva un aumento del Pil dell’1,2%. Raggiungere questo risultato, secondo l’Osservatorio, richiederebbe che il tasso di crescita trimestrale, zero nella seconda parte del 2024, salga di colpo allo 0,45% per tutti i trimestri del 2025. Tenendo conto della politica restrittiva di finanza pubblica (il deficit era previsto ridursi di mezzo punto percentuale quest’anno) e della sostanziale invarianza del quadro internazionale, una tale accelerazione sembra al momento del tutto improbabile, nonostante il taglio dei tassi di interesse da parte della Bce.
Ipotizzando che, da un tasso di crescita zero, il Pil reale cresca in ogni trimestre del 2025 dello 0,15% rispetto al trimestre precedente, il tasso di crescita annuale sarebbe dello 0,4%, ossia 0,8 punti percentuali sotto l’obiettivo. «Anche crescere dello 0,15% a trimestre – spiega Cottarelli – non sarà così banale. Serve che la Bce continui nella sua politica di riduzione dei tassi. Poi la guerra dei dazi non aiuta. Inoltre sulla crescita zero dell’Europa aleggiano altre incertezze. L’esito delle elezioni in Germania può avere delle serie conseguenze». Per Cottarelli poi il fatto che il 2025 rappresenti l’anno della «messa a terra» di molti dei progetti del Pnrr non cambia il quadro, questi perché «le stime del governo già ne tengono conto».
Per l’Ocpi la crescita stentata del Pil non è «irrilevante rispetto agli obiettivi di finanza pubblica». Il maggior deficit 2025, infatti, «in assenza di nuove misure, potrebbe ritardare la discesa al di sotto della soglia del 3% prevista per il 2026 comportando una più lunga permanenza dell’Italia sotto la procedura di deficit eccessivo».
(da agenzie)

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CALANO I CONSUMI MA L’ITALIA AUMENTA GLI INVESTIMENTI SUL GAS. GLI ESPERTI: “SI RISCHIANO SPESE INUTILI”

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

“CONSUMI DIMINUITI DEL 19% IN TRE ANNI, IL RIGASSIFICATORE DI PIOMBINO FUNZIONA AL MINIMO, INUTILE FARNE UN ALTRO”

L’Italia investe troppo in gas? Sembrerebbe di sì, almeno a giudicare dal report pubblicato dal think tank Ieefa (Institute for Energy Economics and Financial Analysis), che ha messo sotto la lente di ingrandimento le politiche energetiche messe in campo dall’Italia negli ultimi anni. Dall’analisi emerge una contraddizione abbastanza palese. Da una parte ci sono i consumi di gas, che nel 2024 sono diminuiti del 19% rispetto al 2021 e verosimilmente continueranno a calare anche in futuro, soprattutto grazie all’efficientamento energetico degli edifici e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Dall’altra, ci sono i piani di espansione delle infrastrutture – quasi tutti approvati durante la crisi del gas del 2022 – che puntano a triplicare la capacità di rigassificazione dell’Italia, portandola dai 16,1 miliardi di metri cubi del 2022 ai 47,5 miliardi di metri cubi del 2026.
Il consumo scende, gli investimenti salgono
Secondo il report in questione, le politiche italiane sul gas non sono «al passo con la realtà del mercato» e rischiano di «incoraggiare un’eccessiva spesa in conto capitale per infrastrutture di gas e Gnl (gas naturale liquefatto – ndr) non necessarie». Detta in altre parole, l’Italia sta mettendo soldi su gasdotti e rigassificatori che rischiano di non essere usati. «È essenziale riconoscere dove sta andando il mercato prima di impegnarsi in nuovi investimenti. Il rigassificatore di Piombino, ad esempio, ha avviato le operazioni nel 2023 e nel 2024 il suo tasso di utilizzo è stato del 18%», spiega a Open Ana Maria Jaller-Makarewicz, Lead Energy Analyst di Ieefa e autrice del report. Secondo le previsioni, nei primi tre mesi del 2025 il nostro Paese aumenterà la capacità di importazione di Gnl del 22%, grazie all’apertura della nuova nave rigassificatrice di Ravenna, con una capacità di 5 miliardi di metri cubi. «Questo investimento», si legge nel report del think tank americano, «non è congruo con il calo della domanda nazionale per il Gnl riscontrato negli ultimi anni».
Le ambizioni dell’Italia sul gas
Molti degli investimenti citati dal think tank americano sono stati approvati dal governo Draghi nel 2022, anno della crisi del gas innescata dalla guerra tra Russia e Ucraina. Quegli stessi progetti sono stati poi spesso abbracciati e ampliati dall’esecutivo di Giorgia Meloni, che ha più volte detto di voler trasformare l’Italia in un «hub energetico europeo». Da febbraio 2022, mese in cui è iniziata l’invasione russa, la capacità nazionale per la rigassificazione è cresciuta di 7,5 miliardi di metri cubi, grazie all’ampliamento del rigassificatore galleggiante Toscana e all’installazione di un nuovo impianto (molto contestato) a Piombino.
A questi si aggiunge poi l’imminente lancio del rigassificatore di Ravenna e quello, previsto per il 2026, di un nuovo terminale a Porto Empedocle. Per tagliare definitivamente ogni importazione di gas russo, l’Italia sta valutando anche di aumentare la capacità del terminale di Gioia Tauro: un progetto proposto per la prima volta nel 2005 e poi archiviato. Con tutti questi investimenti, nel 2026 l’Italia potrebbe arrivare a triplicare la capacità nazionale per la rigassificazione del Gnl rispetto ai livelli del 2022. «Dinanzi alle previsioni di calo dei consumi italiani ed europei di gas nei prossimi anni, vi è il rischio che questo incremento della capacità si riveli superfluo», si legge nel report Ieefa. E tutto ciò avviene a un costo tutt’altro che trascurabile: il solo terminale di Ravenna, per citare un esempio, ha un costo stimato di circa un miliardo di euro.
Obiettivi climatici a rischio
A beneficiare di tutti questi progetti è soprattutto Snam, primo operatore europeo nel trasporto di gas. In Italia, la controllata di Cassa Depositi e Prestiti detiene circa il 28% della rete di distribuzione del gas metano. Nel 2024, Snam è diventata una delle primissime aziende del settore ad anticipare le scadenze europee e pubblicare un piano di transizione in cui spiega come intende azzerare le emissioni entro il 2050, in linea con gli obiettivi del Green Deal. Tra gli analisti di Ieefa, però, c’è qualche scetticismo a riguardo. «Il piano strategico 2025-2029 di Snam delinea un investimento totale di 10,9 miliardi di euro per aumentare le infrastrutture di trasporto e stoccaggio di gas liquefatto», fa notare Ana Maria Jaller-Makarewicz. Allo stesso tempo, continua l’esperta, «non ci sono chiare indicazioni di investimenti in progetti di energia solare o eolica».
Al di là della questione economica, infatti, gli investimenti nelle infrastrutture per il gas rischiano di portare l’Italia fuori strada rispetto agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra sottoscritti in Europa. Pur essendo meno impattante sul clima rispetto a petrolio e carbone, il gas resta a tutti gli effetti un combustibile fossile, ossia una di quelle fonti di energia che l’Italia dovrebbe impegnarsi a eliminare e sostituire con le rinnovabili. La stessa Agenzia internazionale dell’energia considera il gas un «transition fuel» e scrive che dovrebbe avere «un ruolo limitato nella transizione dal carbone alle rinnovabili». Eppure, a giudicare dai piani di Snam e dalle politiche del governo, il gas continuerà a giocare un ruolo tutt’altro che limitato nelle politiche energetiche italiane. Una strategia che stride con la direzione del mercato e che rischia di far rimanere indietro l’Italia nella lotta ai cambiamenti climatici.
(da agenzie)

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RITARDI LISTE D’ATTESA, GIMBE CONTRO IL GOVERNO PER IL FLOP DEL DECRETO

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

CARTABELLOTTA ATTACCA: DI SEI DECRETI ATTUATIVI PROMULGATO SOLO UNO”

Il decreto Liste d’attesa è un flop. Lo ha denunciato il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, che fatto notare come il decreto sulle liste d’attesa del Ssn, varato dal governo, prevedeva che fossero pubblicati anche 6 decreti attuativi. Ma a sei mesi dalla conversione in legge del decreto legge 73/2024 sulle liste d’attesa, di questi decreti attuativi, necessari per dare piena operatività alle misure, ne è stato promulgato soltanto uno, quello sulle modalità di funzionamento della Piattaforma nazionale delle liste d’attesa.
“Faccio notare che il decreto per le liste di attesa del governo è ancora in lista d’attesa. C’è gente che oramai non si rivolge nemmeno più al settore sanitario pubblico ma direttamente al privato, e spesso si tratta proprio di chi si deve indebitare per pagare le cure mediche. La contraddizione istituzionale è enorme”, aveva detto giovedì ai microfoni di Radio Cusano il presidente Gimbe.
Come ha ricordato Gimbe, mancano ancora il decreto attuativo sui criteri di funzionamento e interoperabilità tra la Piattaforma nazionale e le piattaforme regionali (scadenza 30 settembre 2024); quello sulle modalità di esercizio dei poteri sostitutivi dell’Organismo di verifica e controllo (scadenza 31 agosto 2024); il decreto attuativo sul Piano d’azione per il rafforzamento della capacità di erogazione dei servizi sanitari (scadenza 30 settembre 2024); ne mancherebbero poi altri due sulle Linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette presso il CUP e quello che riguarda metodologia per la definizione del fabbisogno di personale del SSN, entrambi privi di una una scadenza definita.
(da Fanpage)

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LA CINA AVVERTE TRUMP: “NESSUNO ESCE VINCITORE DALLE GUERRE COMMERCIALI. SIAMO CONTRARI AI DAZI DECISI DAL PRESIDENTE AMERICANO. ADOTTEREMO CONTROMISURE NECESSARIE PER DIFENDERE I NOSTRI INTERESSI”

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

IL CANADA IMPORRÀ DA MARTEDÌ TARIFFE DEL 25% SUI PRODOTTI AMERICANI, COME RITORSIONE PER QUELLE ANNUNCIATE DA TRUMP ,,, ANCHE IL MESSICO REAGISCE: “IMPORREMO DAZI AGLI STATI UNITI”

Gli Usa “hanno imposto una tariffa aggiuntiva del 10% sulle importazioni cinesi con il pretesto della questione del fentanyl: la Cina deplora e si oppone con fermezza a questa mossa e adotterà le contromisure necessarie per difendere i propri diritti e interessi legittimi”. E’ quanto afferma un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino in risposta alla misura decisa dal presidente americano Donald Trump. “La posizione della Cina è ferma e coerente” e “le guerre commerciali e tariffarie non hanno vincitori”, si legge in una nota.
La Cina “si oppone con fermezza” ai dazi al 10% decisi dal presidente americano Donald Trump all’import made in China e assicura l’adozione di “contromisure corrispondenti”. Lo annuncia il ministero del Commercio di Pechino.
Pechino “è fortemente insoddisfatta e si oppone con fermezza alle tariffe americane imposte sui beni cinesi”, osserva ancora il ministero del Commercio in una nota, anticipando l’intenzione di ricorrere all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) “per le pratiche illecite degli Usa” a danno del made in China in base alla violazione delle regole per “l’imposizione unilaterale di tariffe”.
Una mossa, quest’ultima, che “non solo non aiuta a risolvere i propri problemi, ma interrompe anche la normale cooperazione economica e commerciale tra Cina e Stati Uniti”. Allo stesso tempo, il Dragone “adotterà le contromisure corrispondenti per salvaguardare con decisione i propri diritti e interessi”, rileva ancora la nota diffusa all’indomani dell’imposizione da parte americana di tariffe del 10% sull’import di beni dalla Repubblica popolare.
La Cina spera che gli Stati Uniti “considerino e affrontino i propri problemi, come il fentanyl e altre sostanze, in modo obiettivo e razionale, piuttosto che ricorrere a minacce contro altri Paesi attraverso tariffe”. Per queste ragioni, la Cina “esorta gli Stati Uniti a correggere le proprie pratiche errate, a venire incontro alla parte cinese a metà strada, ad affrontare direttamente i problemi e a impegnarsi in un dialogo sincero”. Il tutto, conclude la nota, allo scopo di “rafforzare la cooperazione” bilaterale e di “gestire le differenze sulla base di uguaglianza, reciproco vantaggio e rispetto”.
Il Canada imporrà da martedì tariffe sulle merci Usa, come ritorsione per quelle annunciate in precedenza dal presidente americano Donald Trump. Lo ha affermato il primo ministro Justin Trudeau. Imporremo “dazi doganali del 25% sui prodotti americani per un totale di 155 miliardi di dollari canadesi” (102 miliardi di euro), ha annunciato il capo del governo di Ottawa.
Il primo giro di tariffe colpirà beni Usa per un valore di 30 miliardi di dollari canadesi martedì, seguito da ulteriori dazi su prodotti per un valore di 125 miliardi in tre settimane. “Certamente non stiamo cercando l’escalation, ma difenderemo il Canada, i canadesi e i posti di lavoro canadesi”, ha detto Trudeau.
Le tariffe si applicheranno a “beni di uso quotidiano” come birra, vino, frutta, verdura, elettrodomestici, legname, plastica e “molto di più”, ha affermato il premier canadese. Trudeau ha quindi sottolineato che il conflitto commerciale avrà “conseguenze reali” per i canadesi ma anche per gli americani, tra cui perdita di posti di lavoro, costi più elevati per cibo e benzina, potenziali chiusure di stabilimenti di assemblaggio di automobili e accesso impedito a nichel, potassio, uranio, acciaio e alluminio canadesi.
La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha denunciato come “calunniosa” l’accusa del suo omologo americano Donald Trump secondo cui il governo di Città del Messico avrebbe legami con il traffico di droga e ha annunciato l’imposizione di dazi sugli Stati Uniti come ritorsione a quelli annunciati in precedenza dal presidente Usa. “Respingiamo categoricamente la calunnia della Casa Bianca che accusa il governo messicano di avere alleanze con organizzazioni criminali”, ha scritto la Sheinbaum su X parlando di prossime “misure doganali” contro Washington
La presidente messicana ha accusato a sua volta i produttori di armi degli Stati Uniti di fare affare con “questi gruppi criminali” in Messico. La Sheinbaum ha sottolineato che il suo governo ha sequestrato in quattro mesi “40 tonnellate di droga, tra cui 20.000 dosi di fentanyl”. Ha sfidato quindi il governo e le agenzie ufficiali Usa a “combattere la vendita di stupefacenti nelle strade delle principali città, cosa che non stanno facendo, e il riciclaggio di denaro”
La presidente del Messico ha tuttavia anche proposto a Trump di formare “una task force con i nostri migliori team di salute e sicurezza pubblica”. “Non è imponendo dazi doganali che troviamo soluzioni ai problemi, ma parlando e dialogando come abbiamo fatto in queste settimane con il suo Dipartimento di Stato per affrontare il fenomeno delle migrazioni; nel nostro caso,
(da agenzie)

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GERMANIA, IL PASSO FALSO DI MERZ FA RISALIRE SCHOLZ NEI SONDAGGI E LA CDU FA RETROMARCIA: “MAI CON L’ESTREMA DESTRA”

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

OGGI NUOVA MARCIA DI PROTESTA A BERLINO CONTRO I NEONAZISTI: OLTRE 200.000 IN PIAZZA

Sono oltre 20mila le persone attese a Berlino per il pomeriggio di oggi, domenica 2 febbraio, per la manifestazione contro l’estrema destra di Alternative für Deutschland. A tre settimane esatte dalle elezioni, le strade della capitale tedesca tornano a gridare il proprio “no” a un ritorno al passato, in particolare dopo che Friedrich Merz, leader dei popolari della Cdu, ha chiesto il sostegno dell’ultradestra per far passare una controversa legge sull’immigrazione. Lo slogan della manifestazione di oggi a Berlino è il seguente: «La rivolta delle persone perbene: siamo noi il Brandmauer», ossia il «muro di protezione» per tenere fuori dai luoghi del potere i nostalgici del Terzo Reich.
La marcia di protesta
Alle 15:30 decine di cortei sono partiti dal Bundestag per raggiungere la Konrad Adenauer Haus, sede della Cdu, dove domani Merz presenterà il suo programma. Tra gli interventi più attesi c’è quello di Michel Friedman, giurista e filosofo ebreo che dopo quarant’anni ha detto addio alla Cdu in segno di protesta proprio contro le aperture all’AfD. Ma a prendere la parola ci saranno anche l’attivista per il clima Luisa Neubauer, la scrittrice Carolin Emcke, l’ex presidente della Chiesa evangelica tedesca Heinrich Bedford-Strohm e Serpil Unvar, voce dell’Iniziativa di Hanau, un’organizzazione nata per commemorare le vittime dell’attentato del 19 febbraio 2020 e combattere l’estremismo di destra.
Merz e la Csu chiudono la porta all’ultradestra
L’oggetto della contestazione dei manifestanti non è soltanto Alternative für Deutschland, ma anche la Cdu di Merz, accusata di voler normalizzare i rivali di ultradestra. A chiudere la porta a un possibile asse con l’AfD ci pensa però Markus Söder, governatore della Baviera e leader della Csu, partito alleato della Cdu: «L’Unione e io personalmente garantiamo: non ci sarà assolutamente alcuna cooperazione con l’AfD. L’AfD è il nemico della nostra democrazia. È e rimane l’avversario del sistema». Secondo Söder, Alternative für Deutschland è un partito «anticostituzionale», capace di causare «danni enormi» alla Germania «con i suoi piani assurdi», per esempio portando il Paese fuori dall’Ue, dall’euro e dalla Nato. Dello stesso avviso anche lo stesso Merz, che pure pochi giorni fa ha strizzato l’occhio all’AfD in parlamento (nonostante alla fine la legge non sia passata). «È stato detto più volte chiaramente: non ci sarà alcuna collaborazione fra noi e AfD. Noi lottiamo per avere maggioranze nel centro del nostro sistema democratico», ha chiarito il capo della Cdu Friedrich Merz, candidato cancelliere per le urne del 23 febbraio.
Afd e Spd crescono nei sondaggi
La controversa strategia del leader della Cdu sembra aver avuto conseguenze anche nei sondaggi. Secondo l’opinion trend dell’istituto Insa, commissionato dalla Bild, la Cdu-Csu è stabile in testa al 30%, mentre l’ultradestra di AfD ha guadagnato circa un punto, attestandosi ora al 22%. In risalita anche l’Spd del cancelliere uscente Olaf Scholz, data al 17%. Invariate le preferenze per i Verdi, al 12%, mentre l’Alleanza populista di sinistra di Sahra Wagenknecht (Bsw) ha perso un punto, scendendo al 6%. Il quadro resta complicato per i liberali (Fdp) ex partner di governo di Scholz, che con il 4% rischiano di non raggiungere la soglia di sbarramento al 5% e di restare quindi fuori dal Bundestag.
(da agenzie)

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IL FLOP DELLA LEGGE ANTI-IMMIGRAZIONE PROPOSTA DAL CANDIDATO CANCELLIERE TEDESCO, FRIEDRICH MERZ, E SOSTENUNTA DAI NAZISTELLI DI AFD, FA TREMARE I CRISTIANO-DEMOCRATICI (UNA PARTE DEL PARTITO SI E’ RIVOLTATA CONTRO MERZ)

Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile

SPERAVA DI CAPITALIZZARE CONSENSI FACENDO LEVA SUI SENTIMENTI ANTI-IMMIGRAZIONE MA ADESSO E’ INTACCATA LA SUA AUTOREVOLEZZA (PICCONATA ANCHE DALLE CRITICHE DELLA SUA “NEMICA” MERKEL), E TRABALLA LA CORSA ALLA CANCELLERIA

E adesso, Friedrich Merz? È il titolo di un grande giornale berlinese, il Tagesspiegel , il candidato cancelliere dei cristiano-democratici (Cdu), esce ridimensionato dopo la sua decisione di mettere ai voti una legge anti-immigrazione, puntando sui «sì» dell’estrema destra AfD.
Il fatto che una decisione così di «rottura» sia stata bocciata, anche per la resistenza nel suo partito, dimostra che ha sbagliato i conti e la strategia, e intacca la sua autorevolezza. Quanto questo peserà sui sondaggi? O meglio, le macerie che si lascia dietro Merz avranno un effetto sugli elettori, o invece l’aver colto un certo spirito del tempo e puntato sull’effetto anti-immigrazione lo lascerà passare indenne attraverso questa débâcle parlamentare?
Merz ha detto, uscendo dal Bundestag, che è stata una settimana «piena di emozioni», dalla quale Cdu/Csu escono «rafforzate». Sull’immigrazione, ha sostenuto, le persone ora sanno cosa pensano i partiti: «E noi perlomeno ci abbiamo provato».
Le cronache e i retroscena dei giornali però parlano di preoccupazione nella Cdu. Alcuni alti esponenti, scrive il Tagesspiegel , temevano un «Super-GAU», un mega-disastro. Toccare i sentimenti sull’estrema destra, aggirare il muro tagliafuoco su singoli temi — pur dichiarando impossibile l’alleanza — è comunque per milioni di tedeschi inaccettabile. E molti nella Cdu si sono stupiti di come Merz abbia così poco considerato le conseguenze.
Il partito però tiene. Merz ha detto di essersi sentito «ben supportato e a suo agio». I dodici deputati che si sono rifiutati di votare la legge, non presentandosi in aula, appartengono all’ala sinistra, merkeliana. Hanno però evitato lo sgarbo di votargli contro.
In realtà, un dubbio alleggia. Se Merz andrà male, se calerà ancora nei sondaggi, arriverà una mossa da Monaco di Baviera? O detto altrimenti, si può proprio stare tranquilli che Markus Söder, il grande capo della Csu, non coltivi ancora qualche ambizione, se le cose dovessero precipitare? La Bild , che resta un metronomo della politica, ieri ha intervistato proprio Söder. Lui promette piena lealtà alla Cdu: «Friedrich Merz ha preso una decisione cruciale sulla questione migratoria. La Csu lo sostiene, nessun deputato della Csu era assente nel Bundestag».
Ha assicurato: «I nostri partiti, e io personalmente, garantiamo: non ci sarà mai alcuna collaborazione con l’AfD. L’AfD è il nemico della nostra democrazia, un avversario del sistema. In gran parte, l’AfD è di estrema destra, ostile alla Costituzione e danneggia gravemente il nostro Paese con i suoi piani assurdi».
Lo scenario, molto teorico, per ora è questo. Dovesse precipitare Merz, o rompersi i suoi rapporti con la Spd o i Verdi, forse a formare il governo potrebbe essere un altro, per esempio proprio Söder o il 50enne Hendrik Wüst. Merz scaccia queste ipotesi come follie, i rapporti con la Spd e i Verdi, ha detto venerdì, sono «corretti». «Sono certo che, dopo le elezioni potremo avere colloqui costruttivi». Domani ci sarà il Congresso della Cdu a Berlino: per ora, la compattezza attorno a Merz è assicurata.
(da Corriere della Sera)

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