Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile
ILARIA REPLICA: “BUDAPEST DEMOCRAZIA ILLIBERALE, PER LORO NON DOVREI PARLARE”
Un paio di manette legate ai polsi, le mani sulle sbarre, una tuta arancione da carcerata e
il volto di Ilaria Salis. È l’ultimo fotomontaggio postato su X da Zoltan Kovacs, il portavoce di Viktor Orbán, l’ultimo attacco del governo magiaro alla militante antifascista italiana, ora europarlmentare di Avs accusata dall’Ungheria di aver partecipato due anni fa al pestaggio di tre neonazisti durante il Giorno dell’Onore che a Budapest, l’11 febbraio, riunisce nostalgici delle SS da tutta Europa.
“Dovresti essere qui, non in una televisione”, ha scritto Kovacs sotto l’immagine tarocca, mentre Salis era in onda sul Nove nella trasmissione Che tempo che fa, intervistata da Fabio Fazio per l’uscita, proprio l’11 febbraio, due anni dopo il suo arresto, del libro Vipera (edito da Feltrinelli) che racconta il fermo, la lunga carcerazione, il processo fino alla riconquistata (e chissà se provvisoria) libertà con la candidatura europea.
“Tale signore, in preda a un’evidente frustrazione, si esprime in questi termini nei confronti di una cittadina italiana ed europea, di una deputata del Parlamento europeo”, replica a stretto giro Salis dopo aver visto il fotomontaggio. “In un vero Stato di diritto – sostiene – nessuno può essere dichiarato colpevole prima di un verdetto della magistratura. Ma in Ungheria, come ampiamente dimostrato, questo principio elementare appare del tutto estraneo al governo. C’è però qualcosa di ancora più inquietante: nella democrazia illiberale di Orban, gli oppositori politici non devono avere diritto di parola. Secondo il signor Kovacs, infatti, io non dovrei poter parlare in televisione ma stare in prigione”, commenta Salis. “La stessa in cui ho passato 15 mesi in via cautelare. Rinchiusa e trattata come un animale. Gli oppositori politici devono essere ridotti al silenzio, con la forza o, quando non è possibile esercitarla, con la minaccia”, aggiunge.
Al Parlamento europeo il governo ungherese ha chiesto, a ottobre scorso, la revoca dell’immunità parlamentare di Salis. Sarà l’assemblea a decidere. E un voto contro l’antifascista appare probabile. Michele Barcaiuolo, capogruppo di Fdi in Commissione Affari esteri e Difesa al Senato, dice ad esempio: “Ci auguriamo che non si ceda alla narrazione di chi, dopo aver partecipato a scontri violenti, cerca di passare per vittima. Fratelli d’italia continuerà a denunciare ogni tentativo di riscrivere la storia a uso e consumo della propaganda politica della sinistra”.
Salis resterebbe deputata ma il suo processo nel tribunale di Budapest, dove veniva condotta legata mani e piedi e trasportata con un guinzaglio, dovrebbe a quel punto riprendere. Salis rischia una condanna fino a 24 anni di carcere. Chiede che il processo possa svolgersi in modo giusto ed equo, senza condizionamenti politici il cui timore è rafforzato dalle uscite del governo ungherese. E chiede di non venir rimandata a Budapest.
Uno spiraglio, per gli antifascisti indagati a livello europeo per i violenti blitz anti-nazi in Ungheria, è arrivato dalla decisione dell’Alta corte tedesca su un’altra militante accusata degli stessi reati di Salis, fermata e trasferita nella notte dalla Germania all’Ungheria nel giugno scorso, pochi minuti prima che la Corte costituzionale federale pronunciasse il suo divieto temporaneo all’estradizione.
I giudici dell’Alta corte hanno scritto che l’estradizione di Maja T. non era fondata giuridicamente. E che quindi Maja non dovesse essere consegnata agli ungheresi. Così come aveva deciso la quinta Corte d’Appello di Milano negando l’estradizione di Gabriele Marchesi, altro italiano accusato dei pestaggi nel Giorno dell’Onore. E come potrebbe orientarsi anche la magistratura francese che sta attendendo dall’Ungheria rassicurazioni e garanzie sul trattamento dei detenuti, criticato dai prigionieri e da relazioni di associazioni e organizzazioni dei diritti umani, prima di decidere sull’estradizione di Rexhino Abazaj, detto Gino, un ragazzo albanese cresciuto in Italia senza cittadinanza e arrestato a Parigi, pure lui accusato di aver preso parte agli scontri tra antifascisti e neofascisti durante le manifestazioni del 2023 in Ungheria. Anche in questo caso i suoi avvocati chiedono sia processato in Francia e sconti lì l’eventuale pena. Lo stesso trattamento che reclamano dei cittadini tedeschi che erano ricercati e si sono spontaneamente consegnati in Germania.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile
PHILADELPHIA VINCE CONTRO TUTTI I PRONOSTOCI, TRUMP TIFAVA PER GLI AVVERSARI KANSAS… LA PROTESTA PER SUDAN E PALESTINA
Gli Eagles che battono i Chiefs, Donald Trump che abbandona lo stadio in anticipo e la protesta pro-Sudan e Palestina. Mentre Kendrick Lamar consacra la vittoria ai Grammy con lo show nell’half time.
Il Super Bowl 2025 si carica di significati politici, visto che gli Eagles di Jalen Hurts nel 2018 avevano bucato l’invito alla Casa Bianca dopo le polemiche sui giocatori che si inginocchiavano all’inno nazionale per il Black Lives Matter. Allo stadio c’era anche Jill Biden. Il pre-game ha visto l’interpretazione jazz di The Star Spangled Banner del premio Oscar e Grammy Jon Batiste e l’inno black Lift Every Voice and Sing della premio Grammy Ledise.
La partita
I Philadelphia Eagles hanno vinto contro tutti i pronostici. Anche perché i Kansas City Chiefs avevano vinto le ultime due edizioni. Il risultato finale è stato di 40 a 22, dopo un primo tempo chiuso sul 24 a 0. Trump si era schierato apertamente per i Chiefs, snobbando Philadelphia. Tra i protagonisti il quarterback afroamericano Jalen Hurts e il coach, Nick Serianni. La difesa degli Eagles ha annichilito la star amata da Trump, il quarterback dei Chiefs Patrick Mahomes.
I Chiefs erano a caccia del terzo successo consecutivo e Mahomes inseguiva un record personale: il quarto trofeo vinto a meno di 30 anni. Gli Eagles sono alla seconda vittoria nel Super Bowl, dopo il primo trofeo conquistato nel 2018 battendo i Patriots 41 a 33. Per la squadra di Philadelphia è una rivincita dopo che i Chiefs li avevano sconfitti nel 2023 per 38 a 35.
Le proteste
Nel momento centrale dell’half time di Kendrick Lamar un manifestante ha srotolato una bandiera combinata della Palestina e del Sudan. Proprio mentre il rapper e tutto lo stadio cantavano il ritornello “It’s probably A-minooooor”. La NFL in un comunicato ha detto che il manifestante faceva parte del gruppo di 400 ballerini presenti sul palco. «Aveva nascosto la bandiera e l’ha mostrata solo verso la fine dello spettacolo. Nessuno coinvolto nella produzione era a conoscenza dell’intento dell’individuo», ha detto la lega del football.
Tra i ballerini vestiti di rosso, bianco, blu e nero, il manifestante si puà vedere in piedi sul cofano dell’elemento centrale del palco, una Buick Grand National GNX, l’auto rara che Lamar ha scelto come titolo per il suo ultimo album. Le immagini dal vivo e clip sui social mostrano la persona in tuta nera con le parole “Sudan” e “Gaza” scritte sulla parte bianca della bandiera, accanto a un cuore e a un pugno alzato in segno di solidarietà.
L’half time e il pre-game
Nel pre-game Batiste, che è nato a New Orleans, ha cantato Star Spangled Banner infondendo colori jazz al trionfalismo dell’inno nazionale. Il presidente Trump ha fatto il saluto militare. Ledisi, anche lei afro-americana di New Orleans, ha interpretato l’inno black Lift Every Voice and Sing, più volte contestato da politici repubblicani. Con Taylor Swift sono saliti Bowl la rapper Ice Spice, Keleigh Teller e le sorelle Haim. Swift è stata fischiata all’arrivo al SuperDome. Lamar ha scelto di intrepretare il controverso track che accusa il rivale Drake di pedofilia. Nell’half time un personaggio vestito da Zio Sam nei colori della bandiera a stelle e strisce ha invitato il rapper a controllare il suo show: «Troppo ghetto».
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile
OGGI IN AULA IL DIBATTITO SULLA MOZIONE DEL M5S
Oggi la ministra sarà in aula, alla Camera, ma non dovrebbe parlare. Soprattutto, non
diranno una parola i suoi, i deputati di Fratelli d’Italia. Proprio come gli eletti di Lega e Forza Italia. Sarà il silenzio tattico e un po’ scocciato della maggioranza, a caratterizzare l’inizio della discussione sulla mozione di sfiducia dei Cinque Stelle per Daniela Santanchè. Protagonista di una vicenda che imbarazza la destra tutta, al punto che, come anticipato dal Fatto giorni fa, i partiti di governo non ci metteranno la faccia.
Questo pomeriggio a Montecitorio nessuno interverrà per difenderla. “Avevamo fatto così anche per la precedente mozione di sfiducia, quella dell’aprile dell’anno scorso” ha ricordato ieri una fonte di FdI all’AdnKronos. Scelta che ha anche l’obiettivo di provare a tenere bassa la vicenda, comprimendo il dibattito di oggi in un’ora e mezza, e poi appuntamento rinviato al voto sulla mozione: atteso per giovedì, anche se la maggioranza vorrebbe rinviarlo più avanti. Possibilmente, addirittura ai primi di marzo. A conferma dei rossori diffusi. Anche se lei, la ministra del Turismo, continua a ostentare serenità. Ieri ha visitato la Borsa internazionale del turismo, alla Fiera di Milano-Rho. “Non sono assolutamente preoccupata, assolutamente. Come vedete sto lavorando tranquillamente” ha risposto, quando le hanno chiesto se avesse timori per l’udienza del 20 marzo a Milano, nel procedimento in cui è accusata di truffa aggravata. È la sua linea, anche di fronte al rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali.
Per la veterana di FdI, le vicende giudiziarie non sono ragione sufficiente per dimettersi. Santanchè resisterà, ancora. Tanto che oggi sarà a Montecitorio. Vuole dimostrare anche visivamente che tirerà dritto. nonostante gli attacchi delle opposizioni, che si sono raggrumate attorno alla mozione del M5S, ieri sottoscritta anche dal Pd e da Avs. Dem e rossoverdi avrebbero preferito un documento unitario, come hanno spiegato ai 5Stelle. Ma dopo giorni di trattative hanno scelto di unirsi anche formalmente all’iniziativa del Movimento. Meglio dare una sensazione di compattezza, in un momento di affanno per il governo, tra la vicenda Almasri e l’esplodere del caso dei giornalisti e attivisti spiati con il sistema Paragon. Non è un caso che ieri Palazzo Chigi su vari quotidiani abbia diffuso segnali di tregua verso i magistrati, pure oggetto di una martellante campagna mediatica della maggioranza nonché di una riforma che è uno schiaffo per la categoria, come quella della separazione delle carriere.
L’esecutivo sente qualche cigolio, anche per le schegge delle chat interne a FdI, raccontate nel libro Fratelli di chat, appena uscito per Paper First. Così ieri è trapelato che Meloni è pronta a incontrare il nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Renzo Parodi, perché c’è “volontà di dialogo”. Prima però ci sarà l’ennesima puntata della saga Santanchè, all’insegna dei molti silenzi. Il capogruppo dei Cinque Stelle Riccardo Ricciardi commenta così con il Fatto: “Non sanno letteralmente cosa dire, ma ciò che è più grave a è che non stanno facendo quanto necessario, cioè far dimettere Santanchè. La maggioranza è in evidente confusione”. Un buon motivo per tacere, forse.
(da ilfattoquotidiano.it)
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