Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
OGGI MARCE E RADUNI SFIDERANNO LA DITTATURA PUTINIANA
Il 16 febbraio 2024 moriva Alexey Navalny, uno dei principali oppositori del presidente russo Vladimir Putin. Il 47enne si era spento in carcere e le cause del decesso non sono ancora state del tutto spiegate.
A un anno dalla morte i suoi sostenitori oggi, 16 febbraio 2025, organizzeranno commemorazioni in tutta la Russia e nel mondo. Molti faranno anche una visita alla sua tomba a Mosca, nonostante il rischio di ritorsioni da parte delle autorità.
Raduni e marce in Russia e in tutto il mondo
Secondo l’ex braccio destro dell’opposizione, Leonid Volkov, “i sostenitori di Alexei organizzeranno eventi commemorativi in tutto il mondo”, come ha scritto in un post su X, condividendo anche una lista di eventi attesi per la giornata di oggi. In alcuni luoghi si terranno raduni o marce, in altri verrà proiettato il documentario a lui dedicato.
“Ovunque vi troviate, in Russia o all’estero, speriamo vivamente che il 16 febbraio incontrerete persone che la pensano come voi”, ha scritto Volkov, indicando gli orari di apertura del cimitero Borissovskoye di Mosca, dove è sepolto l’oppositore.
La vedova di Navalny, Yulia Navalnaya, che è ora a capo del suo movimento, parteciperà a un evento a Berlino, dove vivono molti sostenitori dell’opposizione russa.
Si temono le ritorsioni del Cremlino
I canali Telegram pro-Cremlino hanno messo in guardia i sostenitori di Navalny dal recarsi al cimitero. “Diamo un breve consiglio a coloro che hanno intenzione di andarci ma non ne sono ancora sicuri: non andateci!”, si legge in un messaggio condiviso dal giornalista sostenitore del Cremlino Dmitry Smirnov e da altri canali.
Nel messaggio si parla del “Grande Fratello e del suo occhio sempre vigile”, con la fotografia di un cartello che segnala la presenza di una telecamera di sorveglianza ai cancelli del cimitero.
L’opposizione al Cremlino si trova in un momento di profonda debolezza, dopo aver perso la sua figura di spicco e a causa di lotte interne. Esiliati in diversi paesi all’estero, i suoi leader stanno tentando di dare nuova forza alla lotta contro Vladimir Putin, soprattutto in Russia, dove ogni critica al governo è severamente repressa.
Le autorità russe hanno smantellato in patria il movimento di Navalny, mandando in prigione molti dei suoi sostenitori. Quattro giornalisti sono attualmente sotto processo in Russia per “partecipazione a un gruppo estremista”, accusati di aver prodotto immagini per la squadra dell’oppositore.
A gennaio, tre degli avvocati che difendevano il leader dell’opposizione sono stati condannati a pene detentive che vanno dai tre anni e mezzo ai cinque anni per aver trasmesso i suoi messaggi mentre era in detenzione.
Attivista anticorruzione e principale nemico politico di Putin, Navalny era stato dichiarato “estremista” dal sistema giudiziario russo. Menzionare pubblicamente l’oppositore o la sua organizzazione, il Fondo anticorruzione (FBK), espone i trasgressori a pesanti sanzioni. Questa minaccia resta valida, nonostante la sua morte e l’esilio dalla Russia di quasi tutti i suoi collaboratori.
Il 47enne era stato arrestato nel gennaio 2021, al suo ritorno in Russia dopo essere stato convalescente in Germania in seguito a un avvelenamento di cui aveva attribuito la responsabilità al Cremlino, che da parte sua ha respinto l’accusa.
Nel dicembre 2023 era stato trasferito in una remota colonia penale oltre il Circolo Polare Artico per scontare una condanna a 19 anni di carcere per “estremismo”.
Navalny era in carcere morto il 16 febbraio 2024. La versione ufficiale parlava di decesso improvviso per una possibile trombosi ma ancora oggi restano dubbi su quanto realmente accaduto al 47enne.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
NEL MIRINO C’È SOPRATTUTTO IL LEADER LEGHISTA, IL VENETO RIBOLLE: “COSÌ NON FACCIAMO GLI INTERESSI DELLE AZIENDE SUL TERRITORIO E PERDIAMO CONSENSO”
La guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa preoccupa sempre di più gli
imprenditori italiani. Negli ultimi giorni si contano numerose le voci di esponenti di Confindustria che sollecitano il governo a non sottovalutare l’effetto sull’economia di una politica di dazi e contro dazi. Il pressing sulla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e sui ministri, da parte di Confindustria, ha l’intento di far compattare la politica su un dossier fondamentale per molte aziende.
E in questo senso è evidente il messaggio implicito lanciato a Matteo Salvini, che in un continuo controcanto verso i colleghi di governo, giustifica e assolve la politica aggressiva sui dazi di Donald Trump.
Come ha messo in luce il Centro studi di Confindustria, i settori maggiormente a rischio per l’introduzione delle tariffe sulle esportazioni in America sono quelli delle bevande, l’automotive e la farmaceutica.
Il ragionamento che si fa negli uffici delle associazioni datoriali di questi comparti che rischiano le ritorsioni della Casa Bianca è sostanzialmente questo: «L’Europa parli con una voce sola e tratti con Trump, la guerra commerciale si può scongiurare». E se una voce deve avere l’Europa, una sola voce deve ovviamente essere quella del governo italiano
Anche il presidente di Confindustria Emanuele Orsini si è esposto pubblicamente in prima persona qualche giorno fa: «Bisogna negoziare subito con gli Stati Uniti, ritengo che ci sia la possibilità ed è giusto che sia l’Europa in modo compatta a farlo»
La riflessione di Confindustria sembra stridere rispetto alla linea pro Trump senza se e senza ma portata avanti da Salvini, che con grande sicumera continua a minimizzare il problema dei dazi. Gli esperti economici della Lega, da Alberto Bagnai e Claudio Borghi, sostengono che l’Italia non abbia nulla da temere, che le tasse di Trump penalizzeranno altri Paesi europei, e che comunque i balzelli sui prodotti saranno più gestibili di una svalutazione del dollaro
Il primo dentro Confindustria a evocare lo spettro della guerra commerciale è stato l’ormai ex leader degli industriali del Veneto Enrico Carraro. Il suo è stato un richiamo che ha innescato una polemica nel Carroccio, nata proprio in Veneto, con diversi esponenti leghisti che hanno rinfacciato a Salvini la sua acritica trumpizzazione.
«Così non facciamo gli interessi delle aziende sul territorio e perdiamo consenso», è l’avviso che dal Veneto è stato recapitato a Roma. Contrariamente ai leghisti, Forza Italia e Fratelli d’Italia, anche se con tutte le cautele del caso, si sono mosse fin dall’inizio in maniera diversa.
Gli imprenditori temono la frenata degli investimenti: «Per garantire un ambiente favorevole è fondamentale un approccio multilaterale che assicuri un quadro normativo stabile e regole condivise a livello europeo», sottolinea Angelo Camilli, vicepresidente di Confindustria, che aggiunge: «I dazi di Trump non aiutano, è una situazione che non fa bene all’economia e al nostro Paese. La speranza è che l’Europa sia unita».
.(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO CHE IL TYCOON HA TAGLIATO FUORI L’EUROPA DAI NEGOZIATI PER LA PACE IN UCRAINA, IO SO’ GIORGIA DEVE TOGLIERSI IL VESTITO DA CHEERLEADER TRUMPIANA PRIMA DI SEDERSI AL TAVOLO IMBASTITO DA MACRON A PARIGI – L’IMBARAZZO DI TAJANI A MONACO… L’ALLARME DEGLI INDUSTRIALI DEL NORD PER I DAZI: “IL GOVERNO LA SMETTA DI DIFENDERE LE POSIZIONI DEL PRESIDENTE AMERICANO”
In equilibrio. E attentissimo, per esplicito mandato di Giorgia Meloni, a non urtare la nuova amministrazione di Donald Trump. Ma consapevole dell’ineluttabilità del posizionamento italiano al fianco dei partner dell’Unione. «Dobbiamo restare ancorati all’Europa», è la linea di Antonio Tajani, nelle ore cruciali della missione di Monaco.
Dalla Baviera, il vicepremier consulta costantemente la presidente del Consiglio. Troppo delicata la partita, troppo scivoloso il terreno su cui si muove l’unica leader europea volata a Mar-a-Lago. Tajani fa del suo meglio per non indispettire la Casa Bianca.
Missione semplice, perché non c’è bisogno di sbilanciarsi troppo: ci pensano Francia e Germania a dare voce durante il G7 dei ministri degli Esteri alla rabbia dell’Europa. Ascolta il segretario di Stato Usa Marco Rubio mentre conferma l’intenzione di tenere fuori Bruxelles dal tavolo sull’Ucraina.
Da giorni, Palazzo Chigi si arrovella proprio su questo punto, sollevato dal generale Kellogg a nome di Trump: quante armi, uomini e risorse – ha chiesto per iscritto agli europei – potete assicurare per gestire la tregua in Ucraina? Roma ritiene di non potere inviare uomini sul terreno senza che Washington assicuri la deterrenza necessaria. Anche perché un attacco di Mosca in quel teatro non farebbe scattare l’automatismo dell’articolo 5 della Nato.
Nasce da questo pericolo la proposta di Meloni: costruire un meccanismo che preveda comunque l’intervento americano di fronte a un atto ostile russo contro i militari europei. L’unica strada per non lasciare gli europei impegnati in una missione di peacekeeping a fronteggiare da soli (e direttamente) una superpotenza. Che esista un problema del genere lo si intuisce anche dai ragionamenti pubblici di Tajani: «Gli americani dovranno essere in ogni caso la garanzia di sicurezza sia dell’Ucraina, sia dell’Europa».
Anche perché, aggiunge, «escludo che gli Usa abbandonino gli europei: è loro interesse strategico avere una presenza» sul continente. È un terreno scivolosissimo, di cui ha discusso l’altro ieri sera la premier al telefono con Zelensky.
Meloni, d’altra parte, deve camminare su un filo sottile. Ad esempio, alla vigilia di Monaco non sembrava tra i leader pronti a fare le barricate per pretendere una presenza europea al tavolo con Usa e Russia. A patto, era la linea, «di assicurare gli interessi degli europei». L’equilibrismo, però si dissolve di fronte al precipitare degli eventi, fino alla scelta di Macron di convocare a Parigi un vertice tra i big del continente, dal quale emergerà la pretesa di partecipare alla mediazione.
Sulla guerra commerciale, questa dinamica si è manifestata con chiarezza. Allarmata dai dazi americani, Meloni ha chiamato Ursula von der Leyen per assicurare sostegno alla reazione comune europea. Forte anche di una circostanza, rimasta sottotraccia: negli ultimi giorni, big di Confindustria del Nord hanno contattato uomini di Luca Zaia – e lo stesso governatore – per trasmettere a Salvini l’allarme per le barriere doganali trumpiane. Con un messaggio chiaro: «La smetta di difendere le posizioni del presidente americano». E la premier si è detta d’accordo con gli imprenditori.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
OGGI SI E’ SUPERATA: “VALENTINO SI È PERMESSO DI USARE ESPRESSIONI POCO LUSINGHIERE NEI MIEI CONFRONTI. IL SUO ARTICOLO È FALSO. HA SCRITTO ANCORA UNA VOLTA CHE LA RUSSIA AVREBBE ATTACCATO L’UCRAINA. UNA FALSITÀ”
Un paio di giorni fa Maria Zakharova, 49 anni, esponente del partito Russia Unita e
dal 2022 portavoce del ministero degli Esteri, attaccando sconsideratamente Sergio Mattarella era riuscita nell’ardua impresa di far andare d’accordo governo e opposizione, per una volta uniti nella difesa del presidente della Repubblica
Sul Corriere di ieri, Paolo Valentino aveva raccontato da par suo il personaggio Zakharova, megafono di quelle «realtà alternative» che il ministro degli Esteri Sergej Lavrov «offre al mondo in nome e per conto» del suo capo e ispiratore Vladimir Putin. Come quando, «otto giorni prima dell’invasione, la signora si fece beffe delle anticipazioni dei media occidentali sull’imminente attacco russo contro l’Ucraina», chiedendo il programma delle azioni militari della Russia in modo da «poter pianificare le sue vacanze».
Ieri Zakharova ha trovato il tempo di attaccare personalmente l’editorialista del Corriere : «Paolo Valentino, che ci è familiare e che in passato ha dichiarato di avere un approccio analitico, è sceso ad attacchi personali e si è permesso di usare espressioni poco lusinghiere nei miei confronti. Spero che abbia il coraggio di ammettere che l’articolo è falso», ha scritto la portavoce di Lavrov in un lungo commento su Telegram.
«Il suo problema è che presenta tutte le informazioni sulla Russia più o meno nello stesso tono e con la stessa falsità. Il vostro giornale ha scritto ancora una volta che la Russia avrebbe attaccato l’Ucraina». Il problema, per Maria Zakharova, è che l’invasione dell’Ucraina, «l’operazione speciale» come a lungo è stata chiamata dal Cremlino, è inconfutabile e spaventosa. E ha portato alla morte di centinaia di migliaia di persone, anche dalla parte degli invasori russi.
Zakharova non è nuova a simili sfuriate. «Neppure i colleghi della Rai Stefania Battistini e Simone Traini», ha ricordato Valentino, «sono stati risparmiati per il loro coraggioso reportage da Kursk: Zakharova li ha bollati come “traditori” della professione giornalistica».
La funzionaria del ministero degli Esteri, che nel 2016 la Bbc inserì fra le 100 donne più influenti del mondo, non ha gradito il riferimento alle sanzioni che dopo l’invasione dell’Ucraina hanno colpito diverse personalità russe, compresa lei. «Da allora, sempre supergriffata, lo shopping va a farlo a Dubai», ha scritto Valentino.
Assai piccata nel suo patriottico guardaroba, Zakharova risponde di «non aver mai fatto shopping in vita mia, né in Italia né in nessun altro Paese. Ho altri interessi. Musei, balletto, cinema, letteratura, poesia, design, giardinaggio, alcuni valori tradizionali, come la comunicazione: queste sono le mie passioni»
(da Il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
ZELENSKY NON CEDE AI LADRI AMERICANI CHE VOGLIONO LUCRARE SULLA PELLE DEL POPOLO UCRAINO
Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato di non aver firmato l’accordo sulle terre rare proposto da Trump in cambio di aiuti militari a Kiev durante la guerra con la Russia e la possibile fase di tregua. Il no alla Casa Bianca dopo un incontro tra i delegati di Trump che avevano portato sul tavolo un piano che prevedeva la cessione agli Usa del 50% delle riserve ucraine di minerali rari in cambio di assistenza militare.
Zelensky però ha fermato tutto sostenendo che nell’accordo non vi è nessuna garanzia sulla sicurezza futura sugli aiuti dopo la possibile fine del conflitto armato con Mosca di cui si discute proprio in questi giorni. “L’accordo era pronto a livello ministeriale ma io sono il presidente e devo giudicare la qualità di questo documento. L’accordo deve essere collegato con le garanzie di sicurezza” ha affermato Zelensky annunciando il suo no alla firma.
“Ho impedito che i ministri firmassero l’accordo perché non è pronto, secondo me. Non è ancora pronto a proteggere i nostri interessi”, ha sottolineato Zelensky, assicurando però che il dialogo con gli Usa prosegue per trovare un’intesa. “Possiamo valutare come distribuire i profitti quando le garanzie di sicurezza sono chiare. Finora, non l’ho visto nel documento”, ha detto ai giornalisti il Presidente a margine della conferenza di Monaco, Secondo quanto comunicato da RBC-Ucraina, Kiev ha presentato agli Stati Uniti una bozza di memorandum rivista rispetto a quella originaria con delle contro proposte.
Come spiega il Washington Post, Kiev avrebbe ricevuto la proposta americana solo 4 ore prima dell’incontro tra Zelensky il segretario americano al Tesoro, Scott Bessent, mercoledì scorso. Il segretario al Tesoro avrebbe chiesto la firma immediata del presidente ucraino ma Zelensky ha detto no
Secondo indiscrezioni, gli Stati Uniti stanno spingendo per ottenere il controllo su una vasta gamma di materie prime ucraine nell’ambito di un accordo di partenariato. Si tratta di litio, grafite e uranio e le cosiddette terre rare. Kiev è disposta a cedere ma chiede in cambio garanzie di sicurezza a lungo termine da parte degli Stati Uniti, per difendersi da futuri attacchi russi, che però finora non ci sarebbero.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO REALIZZATO PER LA TV ZDF CONFERMA CHE I NEONAZISTI NON SFONDANO
Politbarometer, il sondaggio realizzato per l’emittente televisiva pubblica Zdf,
fotografa un quadro delle intenzioni di voto leggermente diverso. In questo caso la Cdu/Csu appare come largamente favorita, con il 30% delle preferenze, seguita a 10 punti di distanza dall’ultradestra, con Afd che raccoglie il 20%.
I socialdemocratici di Scholz invece, sono dati in crescita, al 16% e rappresentano al momento il terzo partito del Paese. I Verdi, in calo, si posizionano al 14%, mentre la sinistra di Die Linke sale al 7% (+1%). Il sondaggio non premia l’estrema sinistra di Sahra Wagenknecht (Bsw), che si ferma al 4% insieme ai Liberali della Fdp
Quali alleanze potrebbero formarsi dopo le elezioni
Allo stato attuale è difficile che uno di questi partiti riesca ad ottenere la maggioranza per governare. È probabile dunque, che una volta ufficializzati i risultati delle elezioni, le forze politiche vincitrici dovranno mettersi a lavoro per formare una coalizione. Secondo i sondaggi, una buona parte dei cittadini tedeschi, pari al 39%, punterebbe ad un’alleanza tra Cdu e socialisti, guidata da Merz.
Diversamente, una coalizione tra il partito di centrodestra e i Verdi viene disapprovata dal 62% degli intervistati. E il rifiuto cresce ancora di più se a far parte dell’alleanza con la Cdu è l’estrema destra: un’eventuale convergenza con Afd viene bocciata dal 76% degli intervistati.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
TERZO POSTO PER BRUNORI SAS CON IL 20.3%, SOLO QUARTO FEDEZ CON IL 17.7%. E CHIUDE LA TOP FIVE SIMONE CRISTICCHI CON IL 14.8% … OLLY È STATO POMPATO DALLA SUA FANBASE DI PISCHELLI CHE HA TELEVOTATO… COME MAI GIORGIA CHE ERA AI VERTICI DI TUTTE LE CLASSIFICHE NON È ENTRATA NEANCHE IN CINQUINA? E ACHILLE LAURO CHE POTEVA CONTARE SU UNA FANBASE ROBUSTA È ARRIVATO SOLO SETTIMO?
Olly ha vinto il festival di Sanremo con il 23.8% di preferenze totali (Televoto, Sala Stampa, Giuria delle Radio), ma tallonato da Lucio Corsi con il 23.4%, rivelazione del Festival con il suo look particolare, la sua voce intensa ed il testo cantautorale che ricorda artisti del passato. Terzo posto per Brunori Sas con il 20.3%, solo quarto Fedez con il 17.7%. E chiude la top five Simone Cristicchi con il 14.8%, seguito da standing ovation in ogni sua esibizione durante il Festival.
Quel 0,4% di voti che ha fatto la differenza
Pochi metri, pochi centimetri anzi, nella “corsa” finale del Festival, quei 100 metri brucianti – metaforicamente – che hanno fatto la differenza nella classifica finale di Sanremo 2025 sancendo la vittoria.
Olly, giovane cantautore genovese, 23 anni, si impone con il brano Balorda nostalgia, che ha scritto e composto insieme a Pierfrancesco Pasini e JVLI, con cui collabora da tempo e che ne ha curato anche la produzione. “È una di quelle cose che sembra non sia vero quando capita: sono molto contento, grandi! Grazie al maestro Pallotti alla direzione, all’orchestra, a voi”, commenta a caldo l’artista, premiato con il 31% del televoto
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
“QUESTA EDIZIONE RIMARRA’ NELLA STORIA COME LA PIU’ GRANDE FUFFA DI SEMPRE” SCRIVONO GLI UTENTI
Giorgia fuori dalla top 5 di Sanremo 2025 ha scatenato la protesta dell’Ariston. Fischi
e urla del pubblico hanno fatto da sottofondo alla lettura del podio. Subito dopo, la vittoria del premio Tim.
E quando Giorgia è apparsa sul palco, è stata travolta dalla standing ovation degli spettatori. Visibilmente commossa, ha dichiarato: «Non so se me lo merito. L’affetto del pubblico è la vittoria migliore».
Sui social, è esplosa altrettanta indignazione. Due i motivi: nessuna donna nella top ten e le capacità canore dell’artista completamente sottovalutate. «Questo Sanremo rimarrà nella storia come la più grande fuffa di sempre», scrive un utente.
L’ira degli utenti
Ma ad accendere ancor di più l’ira degli utenti è la bravura canora riconosciuta da sempre a Giorgia. «Dopo ‘sta ladrata mi vado a fare una tisanina. I vincitori morali per me Lauro e Giorgia, punto», si legge su X. Tantissimi utenti recuperano il video di Blanco che distrugge il palco di Sanremo 2024 per descrivere la reazione avuta di fronte alla sconfitta dell’artista. «Giorgia che piange dicendo “non so se me lo merito questo premio”. Sentitevi in colpa per cosa avete fatto», aggiunge un altro utente indignato. «Questo festival ha solo un nome e quel nome è Giorgia. Interpretazione da pelle d’oca». Qualcuno richiama, infine, l’iconica protesta dell’orchestra che nel 2010 accartocciò e lanciò gli spartiti in aria contro l’esclusione di Malika Ayane.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2025 Riccardo Fucile
IL FESTIVAL SPECCHIO DEL PAESE
Se il Festival di Sanremo è davvero lo specchio del Paese, forse c’è poco da star sereni secondo Aldo Grasso.
Il critico televisivo del Corriere della Sera si interroga sul successo della kermesse canora, il giorno dopo la vittoria di Olly per un soffio davanti a Lucio Corsi. Certo a guardare la classifica finale, c’è da chiedersi se ancora può reggere l’eterna metafora per descrivere Sanremo: dietro Olly e Lucio Corsi c’è Brunori Sas, addirittura davanti a Fedez anche nel televoto; e infine Simone Cristicchi, che assieme a Tony Effe ha avuto almeno il merito di sollevare qualche dibattito in questo soporifero Festival.
E infatti, spiega Grasso nella sua rubrica «Padiglione Italia», basterebbe andare solo un po’ più a fondo delle apparenze per «aprire squarci di pura consapevolezza».
Innanzitutto su questa edizione, la prima targata Carlo Conti dopo le montagne russe di Amadeus: «Questa edizione è stata caratterizzata dalla rassegnazione», scrive Grasso. A cominciare da quel che accadeva sul palco: «Tutto normale». Dalla conduzione, alle canzoni fino ai numeri comici, che già definirli così è un gesto di generosità. Tutto, comprese le «spezie», scrive Grasso, dai bambini sul palco a «un po’ di tv del dolore», senza escludere l’ineluttabile Roberto Benigni all’Ariston: «sapevano di pigrizia».
Tra le timide polemiche contro le scelte di Conti, c’è stata quella di aver evitato i monologhi. C’è chi, come Roberto Saviano, l’ha etichettata come una scelta di comodo per evitare di ospitare punti di vista scomodi all’Ariston. E più in generale, una scelta dettata dall’esigenza di non urtare chissà quali sensibilità a palazzo Chigi.
Sarà, ma è anche vero che a vincere questo Festival più di Olly sembra essere stata la rassegnazione, come ricorda Grasso: «Ci lamentiamo, ma non chiediamo di più: basta che treni e canzoni siano in orario». E già sui treni ci potremmo accontentare.
Quel che viene del tutto escluso, insiste Grasso, è «il miglioramento». Un fenomeno da cui i più giovani non sembrano esclusi, spiega Grasso, quantomeno per l’abitudine lentamente imposta dalle dinamiche dei social: «Ci si abitua a tutto e il dissenso scatena solo furie distruttive». E però il successo di Sanremo esiste, almeno nei numeri record dello share e i milioni di telespettatori tra tv, smartphone e tablet. Insomma, lo specchio del Paese.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »