Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
I PIU’ FILO UCRAINI NEL PD, TRA I VENDUTI A MOSCA I LEGHISTI… SUL RIARMO EUROPEO 39% CONTRARI, 28% FAVOREVOLE: MA I SOVRANISTI NON ERANO QUELLI CHE VOLEVANO DIFENDERE I CONFINI? AH, FORSE QUELLO DEL LORO CONTO IN BANCA
Gli italiani al terzo anno di guerra sono emotivamente stanchi della guerra tra Ucraina e Russia. E i sostenitori di Kiev sono crollati al 32%. Mentre il piano di riarmo europeo non piace.
Sono i risultati di un sondaggio di Ipsos illustrati oggi da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera.
La maggioranza assoluta (57%) degli elettori italiani non sostiene né l’uno né l’altro dei Paesi belligeranti. Un terzo circa parteggia per l’Ucraina, l’11% invece per la Russia.
Ma il sostegno a Zelensky era il 57% all’inizio della guerra. Quello alla Russia non cambia, mentre l’equidistanza va dal 38% del 2022 al 57% di oggi.
Le opinioni sulla guerra
Naturalmente le opinioni si diversificano in base all’orientamento di voto. Gli elettori del Pd sono in assoluto i più filo-ucraini (59%), seguiti da chi vota Forza Italia (48%) e Fratelli d’Italia (41%), oltre alle altre liste (46%), liste in cui c’è una buona presenza di centristi e di sinistra.
Maggiormente equidistanti gli elettori di Lega e M5S. Il Carroccio è il partito che ha il livello più alto (21%) del sostegno a Mosca. Sulla lite tra Trump e
Zelensky secondo gli italiani il presidente americano si è comportato in maniera intimidatoria e arrogante nei confronti di quello ucraino.
Mentre il 24% pensa che si sia comportato correttamente e complessivamente il 29% non sa esprimersi. Tra gli elettori di Forza Italia e Fratelli d’Italia emerge un apprezzamento consistente verso Trump.
ReArm Europe
Sul piano di riarmo dell’Unione Europea vincono i contrari: 39% contro 28%. Gli elettori leghisti sono decisamente sfavorevoli (56% sommando «piuttosto» e «molto» contrari). Quelli di FdI sono maggiormente a favore (48%, il 33% è contrario), assieme agli elettori Pd (46% contro 28%), mentre in Forza Italia sono divisi (35% a favore, 36% contrari). Infine tra gli elettori pentastellati prevale la contrarietà (50%), ma con una quota non irrilevante di favorevoli (30%).
Infine, sui soldati italiani in Ucraina molti non sanno esprimersi (39%), ma il 36% concorda con questa ipotesi, respinta invece dal 26%. I più «interventisti» gli elettori di Forza Italia (60%) e del Pd (58%).
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
“L’UCRAINA PUO’ CONTARE SU DI NOI”
Il premier britannico Keir Starmer ha rinnovato l’impegno del Regno Unito per la sicurezza
dell’Ucraina e ha chiesto nuove «pressioni» sul presidente russo Vladimir Putin per costringerlo ad abbandonare «i giochetti sul piano di Trump» e a impegnarsi seriamente per la pace. Starmer ha organizzato incontro con la «coalizione dei volenterosi a guida anglo-francese» per garantire la sicurezza dell’Ucraina dopo un’eventuale pace con la Russia. È prevista la partecipazione di almeno 25 leader – ma il numero potrebbe variare – provenienti da vari Paesi. Sarà presente anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’incontro parteciperà anche la premier Giorgia Meloni, che ha sentito in queste ore il premier britannico. La presidente ribadirà le posizioni già espresse in questi giorni su questo argomento.
«L’Ucraina può contare su di noi»
«Il popolo dell’Ucraina può contare su di noi, ora più che mai», ha scritto Starmer sul suo profilo X, accompagnando il messaggio con una foto che lo ritrae insieme al leader ucraino Zelensky. Il primo ministro ha sottolineato, infatti, che «il popolo ucraino non sarà mai lasciato solo», e ha ribadito l’intenzione della Gran Bretagna di continuare a sostenere Kiev con azioni concrete, non solo a parole. La riunione di oggi rappresenta un passo importante per la coalizione dei volenterosi. Una coalizione che, come evidenziato durante l’incontro del 2 marzo scorso alla Lancaster House, ha come obiettivo quello di garantire la sicurezza dell’Ucraina anche dopo un possibile accordo di pace con la Russia. In quell’occasione, Starmer, assieme al presidente francese Emmanuel Macron e a Zelensky, aveva presentato la visione di una alleanza tra i Paesi disposti a sostenere Kiev in caso di cessate il fuoco.
«Putin non è serio sulla pace»
Nel messaggio introduttivo al meeting di oggi, Starmer ha accusato Putin di non essersi mai mostrato «serio sulla pace». Anzi, a suo avviso, sta solo «rimandando» la tregua. «Non possiamo consentire al presidente Putin di fare giochetti sull’accordo presentato dal presidente Trump», ha detto premier. Passando poi agli obiettivi degli alleati dell’Ucraina, ha aggiunto: «Se la Russia siederà finalmente al tavolo (della pace), noi dobbiamo essere pronti a sorvegliare il cessate il fuoco per assicurare una pace seria e duratura. Se invece non lo farà, dovremo ricorrere a ogni sforzo vigoroso per intensificare la pressione sulla Russia in modo da garantire la fine di questa guerra».
La telefonata con Macron
Secondo quanto si apprende, prima della conferenza, Starmer ha parlato al telefono con Macron e il premier norvegese Støre. Hanno discusso dei «significativi passi avanti fatti dal presidente Trump e dal presidente Zelenksy su un piano di pace questa settimana».
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
UN MUSK CONTRO L’ALTRO
Come faremo a costruire ancora le nostre auto elettriche, se per ripicca i cinesi ci negassero le batterie al litio? ha chiesto il Musk di Tesla al Musk di Trump.
Senza contare gli eventuali contro-dazi che potrebbero colpire altri componenti prodotti all’estero, ha ricordato non senza polemica il proprietario di Tesla all’omonimo comproprietario della Casa Bianca.
Si attende a breve la risposta di questo secondo Musk.
Convocherà a Washington l’altro Musk per un incontro a quattr’occhi, da Musk a Musk? Lo licenzierà con un messaggino? O invocherà la mediazione di un Musk ulteriore, un marziano animato dall’Intelligenza Artificiale che alla fine potrebbe risultare il più autentico dei tre?
A essere onesti, di Musk ce ne sarebbe un quarto, che di mestiere fa il capro espiatorio. Anche gli altri oligarchi della tecnologia si sono genuflessi a Trump, eppure non risulta che in giro per il mondo qualche sincero democratico abbia smesso di comprare su Amazon o di usare WhatsApp, né che le azioni di queste aziende siano crollate in Borsa come la Tesla. Forse perché Bezos e Zuckerberg, più furbi o meno narcisi, restano un passo indietro e badano agli affari loro. Invece Musk vorrebbe farsi anche i nostri e, a forza di camminare sull’orlo del baratro, rischia di fare un passo avanti. Sempre che non sia Trump a dargli una spinta.
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
MELONI DONNA FORTE CHE AMA RACCONTARE SOLO NEI PALAZZI, NON DAVANTI AI GIORNALISTI
L’Italia rischia di più. Lo dice l’Istat, lo confermano i numeri: il 48% del nostro export vola fuori
dall’Unione europea e gli Stati Uniti sono il secondo mercato di sbocco. Se Trump dovesse impugnare l’arma dei dazi, l’Italia sarebbe il bersaglio perfetto: piccola abbastanza per non fare paura, vulnerabile abbastanza per essere usata come avvertimento. Un colpo diretto alle nostre imprese che già faticano tra stagnazione economica e un’Europa che gioca sulla difensiva.
E il governo Meloni? Per ora, equilibrismo. Il tentativo di non scontentare nessuno, di non esporsi, di fare la voce grossa in conferenza stampa e poi calare la testa nelle stanze che contano. Trump è una variabile impazzita, certo, ma una cosa è chiara: chi negozia da una posizione di debolezza è già sconfitto. E l’Italia, in questo scenario, è un vaso di coccio tra giganti.
Qui servirebbe un sovranismo vero, non la versione da talk show.
Difendere l’interesse nazionale significa fare scelte nette, non farsi dettare la linea. La Francia lo sa, e gioca su più tavoli. La Germania lo sa, e tratta da potenza economica. L’Italia, invece, è bloccata in una terra di nessuno, con un governo che si pavoneggia di patriottismo ma si rassegna all’irrilevanza internazionale.
I dazi americani possono costarci miliardi, posti di lavoro, pezzi interi del nostro sistema produttivo. Il settore manifatturiero e quello agroalimentare sono in prima linea: un aumento dei dazi metterebbe in ginocchio l’export di eccellenze italiane come il vino, la moda, la meccanica di precisione. E mentre la Francia tutela le sue industrie con diplomazia aggressiva, l’Italia resta a guardare, nella speranza che il problema si risolva da solo.
Meloni dovrebbe essere la donna forte che ama raccontare, ma nel luogo giusto: non davanti ai giornalisti italiani, ma nei palazzi di Bruxelles e Washington, battendo i pugni per difendere l’Italia. Perché la verità è semplice: se non sei tu a proteggere il tuo Paese, nessuno lo farà al posto tuo.
(da lanotiziagiornale.it)
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Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
E’ TEMPO DI SCELTE DI CAMPO
Nella presentazione alla Stampa Estera della manifestazione di oggi a Roma, mi ha molto colpito la domanda — intervento della giornalista canadese Megan Williams, della CBC, che è il servizio pubblico radiotelevisivo. Ha detto (mia estrema sintesi) che l’elezione di Trump sta cambiando profondamente il suo paese. La preoccupazione e l’orgoglio hanno ricompattato opinione pubblica e classe politica. Sentirsi canadesi, oggi, è diverso da ieri. È un sentimento più forte.
Non ho saputo risponderle se la brutalità dell’irruzione di Trump nella storia del pianeta abbia prodotto anche negli europei, e in specie in noi italiani, lstesso meccanismo psicologico: spavento, seguito dal bisogno di unità. Come è evidente, Trump ha una forte sponda politica anche in Europa, nelle destre nazionaliste. Ci sono partiti ed elettori che guardano a lui con viva simpatia, specie quando fa piazza pulita del Welfare, delle politiche di inclusione, della cultura della diversità e dei princìpi della tolleranza.
In alcuni paesi (per esempio il nostro) alcuni di questi partiti sono al governo. E non mancano — spesso coincidenti con i trumpisti — gli estimatori di Putin e della sua Russia autocratica: non c’è reazionario, nel mondo, che non veda in Putin un leader esplicito e deciso a tutto. Il cui nemico, pubblicamente indicato, è la democrazia europea.
Dunque, più che ricompattarsi “per nazioni”, gli europei democratici possono ritrovarsi come opinione pubblica trans-nazionale. Lo scontro ideologico in atto, sovranismo populista contro democrazia, attraversa ogni paese, non solamente in Europa. Attraversa le coscienze, scuote le pigrizie, incoraggia a parlare e a prendere posizione. Ci sono italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, olandesi, greci eccetera che sono molto più prossimi, come visione del mondo, ai loro omologhi degli altri paesi europei, che ai loro connazionali nazionalisti e anti-europeisti. Il mondo è tagliato in due, in questo momento, e a segnare la differenza non è l’appartenenza a una nazione, ma alla democrazia.
(da La Repubblica)
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Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
L’UNICA MOZIONE “PADANA” SARÀ QUELLA DEL LEGHISTA VENETO ALBERTO STEFANI, CON UN VAGO RIFERIMENTO ALLA QUESTIONE SETTENTRIONALE E AL FEDERALISMO FISCALE: SFIDANTI DEL SEGRETARIO NON SE NE VEDONO
Ai padani rischia di restare solo una mozione, quella del leghista veneto Alberto Stefani fatta di
richiami alla “questione settentrionale” e “federalismo fiscale”. Perché per il resto sembra che il congresso del Carroccio previsto per il weekend del 5 aprile a Firenze servirà soprattutto a blindare Matteo Salvini
Lo si capisce anche dal Consiglio federale riunito ieri dal vicepremier, quello che ha finalmente approvato il regolamento del congresso stesso. Quattro punti all’ordine del giorno: modifica dello Statuto, approvazione atti di indirizzo, elezione del segretario federale ed elezione dei membri del Consiglio federale.
Se sfidanti di Salvini non se ne vedono e gli atti di indirizzo non saranno un grande problema per il leader, l’attenzione va allora a quella possibilità di modificare lo Statuto: finora Salvini non ha anticipato novità in questo senso e, anzi, in passato ha smentito di voler cambiare il nome al partito.
L’ultima volta, nel 2019, il cambio di Statuto fu una rivoluzione, la presa d’atto della nuova Lega nazionale ideata dal leader. In qualche modo Salvini raccoglierà i frutti di quella metamorfosi, perché a decidere sulle sorti della Lega sarà una composizione dei delegati a lui favorevole.
Il consiglio federale ha deciso infatti che oltre ai delegati di diritto […] ce ne saranno 400 scelti dai territori, metà dei quali eletti dai militanti in base al voto (e al peso) delle sezioni, l’altra metà eletti in base alla distribuzione del voto delle scorse Europee. Un modo per rendere più omogenea la provenienza dei delegati senza che sia sbilanciata al Nord, visto che – per esempio – la Lega ha ottenuto un buon risultato in Calabria.
E i padani non possono neanche consolarsi con una storica battaglia leghista, quella del terzo mandato per i suoi governatori (il quarto, nel caso di Luca Zaia in Veneto). Salvini ha più volte assicurato il proprio impegno, pur prendendo atto della contrarietà di FdI e FI, ma ora bisogna aspettare il 9 aprile, giorno dell’udienza in Corte costituzionale sulla legge campana che ha consentito il tris a Vincenzo De Luca. Non la migliore delle situazioni. E il Nord incalza.
Alberto Villanova, capogruppo della Liga Veneta, parla ad Affaritaliani e fa capire di aver perso la pazienza sull’autonomia: “Noi veneti stiamo aspettando da troppi anni e dopo la sentenza della Consulta questa attesa si sta prolungando troppo. Noi per l’autonomia siamo pronti a tutto. Le incursioni dei sabotatori ci stanno rallentando”.
Al Nord resta, appunto, la mozione Stefani, già depositata e che evoca concetti delle origini come il federalismo fiscale (“rappresenta la sfida più significativa che la Lega dovrà affrontare”) e la “questione settentrionale
“Le Regioni del Nord, motore economico del Paese, devono essere messe nelle condizioni di vincere le resistenze di una politica centralista e assistenzialista”. Non certo i toni ostili al Sud di 20 anni fa. E infatti la mozione è firmata dai salviniani, dissenso innocuo verso la riconferma del leader.
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
ANCHE I CINESI ORMAI SCHIFANO LE AUTO DI MUSK: “CON UNA TESLA, SE NE POSSONO COMPRARE DUE CINESI” – IL PRODUTTORE LOCALE BYD HA VENDUTO 481.318 AUTO, CONTRO LE 60MILA DI TESLA: PIÙ ECONOMICHE E INCENTIVATE DAL GOVERNO
Tesla è vulnerabile a potenziali mosse di ritorsione da parte di altri Paesi in seguito
all’intensificarsi dello scontro commerciale innescato dai dazi di Donald Trump. Il costruttore di auto elettriche ha poi messo in guardia l’amministrazione: “gli esportatori statunitensi sono intrinsecamente esposti a impatti sproporzionati quando altri Paesi rispondono alle azioni commerciali statunitensi.
Le passate azioni commerciali degli Stati Uniti hanno suscitato reazioni immediate da parte dei Paesi presi di mira”, anche con un “aumento dei dazi sui veicoli elettrici importati”. La presa di posizione di Tesla è contenuta in una lettera al rappresentate al commercio americano che ha richiesto commenti pubblici in merito alla possibilità che le aziende americane possano essere colpite dalle pratiche commerciali.
Tesla è finita schiacciata in Cina, il suo mercato più importante al di fuori degli Stati Uniti, che ha dominato per anni. Quando Liu Jie, 32 anni, ha deciso di acquistare un’auto elettrica in ottobre, Tesla era una delle sue scelte principali. Ma dopo aver provato alcune auto cinesi, ha scelto una berlina sportiva di Xiaomi, un produttore di gadget di consumo meglio conosciuto per i suoi smartphone, bollitori e aspirapolvere robot.
“Xiaomi è più alla moda”, ha detto Liu la scorsa settimana a Pechino. “Tesla, per me, è un po’ normale. Si può vedere la Tesla Model Y ovunque”.
Non è una questione personale, hanno detto gli acquirenti. Tesla è ancora considerata un marchio di punta ed Elon Musk, l’amministratore delegato di Tesla, è ammirato in Cina. Pechino gli ha steso il tappeto rosso quando ha aperto i lavori per la prima fabbrica all’estero dell’azienda, a Shanghai. A Musk si attribuisce il merito di aver dato vita all’industria locale dei veicoli elettrici in Cina.
Ma ora quel mercato è un bagno di sangue per la concorrenza dei rivali cinesi. Gli automobilisti […] si stanno rivolgendo sempre di più a marchi locali che offrono auto più efficienti con una tecnologia migliore, a volte a metà prezzo.
Il principale rivale di Tesla, il gigante delle auto elettriche BYD, ha venduto 481.318 auto nei primi due mesi di quest’anno, oltre tre quarti in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tesla ha venduto 60.480 veicoli nei primi due mesi dell’anno, con un calo del 14% rispetto allo scorso anno.
Le vendite di Tesla in Cina stanno crollando mentre la casa automobilistica affronta le critiche per il ruolo di Musk come consulente del Presidente Trump
Negli ultimi tre anni BYD ha venduto circa un milione di auto in più all’anno. La popolarità di BYD è stata determinata in parte dal fatto che le sue auto sono più economiche. Il fatto che i governi locali abbiano talvolta indirizzato le attività commerciali verso l’azienda ha contribuito a renderla più popolare.
Ma la crisi immobiliare e il generale rallentamento dell’economia dei consumi hanno colpito le famiglie e intaccato gravemente la propensione all’acquisto, mettendo in difficoltà tutte le case automobilistiche. La situazione è diventata così grave che un anno fa il governo ha iniziato a offrire sussidi ai consumatori per la permuta delle loro vecchie auto. La settimana scorsa il governo ha aumentato gli incentivi. Le aziende nazionali hanno beneficiato dei sussidi, ma anche Tesla.
Anche in un contesto di rallentamento economico, c’è ancora un mercato per le auto di lusso, per chi se le può permettere. La signora Liu, che aveva un budget di circa 41.000 dollari, ha detto che la Tesla sarebbe stata un’opzione di lusso accessibile rispetto allo Xiaomi SU7 Max da 41.305 dollari che ha acquistato. E mentre Tesla offre un prestito quinquennale a tasso zero, Xiaomi non offre alcun finanziamento.
Molti automobilisti cinesi sono anche disposti a pagare di più per tecnologie avanzate come la guida autonoma, un settore in cui Tesla è rimasta indietro perché il governo ha ritardato l’introduzione di tecnologie simili o migliori da parte dell’azienda.
Ma Tesla deve affrontare un altro problema: la domanda. Le vendite di tutte le auto in Cina stanno rallentando.
Le politiche volte a sostituire i veicoli a gasolio con veicoli elettrici sono state d’aiuto. In città come Shanghai e Pechino, i proprietari di auto possono permutare le auto più vecchie con una nuova e ricevere un sussidio di quasi 2.100 dollari. In alcune concessionarie Tesla, i dipendenti hanno creato una parete con le foto delle auto che gli acquirenti hanno scambiato: si va dalle Porsche alle Mercedes, fino alle occasionali auto cinesi.
Ma la permuta di una vecchia auto con una nuova è di solito un’operazione una tantum.
Per molti concessionari è sempre più difficile vendere qualsiasi auto. “Due anni fa andava bene, ma ora il mercato è saturo”, ha dichiarato Chen Jiaming, addetto alle vendite presso una concessionaria FAW-Volkswagen di Shanghai
“Penso che la competitività di Tesla in Cina durerà solo per i prossimi due o tre anni al massimo”, ha detto Chen, che possiede una BYD. La tecnologia di guida di Tesla non è più all’avanguardia rispetto ai rivali locali, ha aggiunto.
Dopo anni di pressioni sul governo, il mese scorso Tesla ha finalmente ottenuto il permesso di offrire una versione della sua tecnologia Autopilot ai conducenti cinesi. La funzione è un passo indietro rispetto alla guida autonoma completa che i conducenti Tesla negli Stati Uniti possono utilizzare. I conducenti che vogliono accedere all’aggiornamento del software necessario in Cina devono pagare un supplemento di 8.800 dollari.
Gli acquirenti più giovani preferiscono i marchi cinesi, ha dichiarato Xia Lifang, un’impiegata che lavora presso la vicina concessionaria di Arcfox, una casa automobilistica elettrica cinese. Tesla e BYD rimangono i marchi più affidabili in Cina, ha detto, ma le persone nate negli anni ’90 e 2000 sono più aperte a provare nuovi marchi.
“La nostra auto è più bella di Tesla”, ha detto la signora Xia con un sorriso.
E ha aggiunto: “Si possono comprare due nostre auto al prezzo di una Tesla”.
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
“LA POLIZIA STA FERMA AL CANCELLO A GUARDARE, NON ENTRANO E RIDONO DI NOI”
Dopo quella di Aziz Tarhouni, da poco liberato dal Cpr di Trapani-Milo, arrivano a fanpage.it altre
urla di dolore provenienti da dietro le stesse sbarre in cui, fino a qualche giorno fa, era recluso il neo diciottenne. Nella notte tra martedì e mercoledì scorso, infatti, sarebbe scoppiata una rissa, come spesso accade, che ha seminato il terrore tra tutte le persone recluse in detenzione amministrativa all’interno del centro siciliano.
“Sto molto male, sono stato picchiato con il ferro. Tanto dolore, non parlo bene”, ha dichiarato uno dei migranti al telefono con gli attivisti di Maldusa Project.
Secondo la ricostruzione fatta da alcuni migranti, alcuni ragazzi di nazionalità tunisina si sarebbero scontrati con altri ragazzi provenienti dal Marocco, avrebbero spaccato delle vetrate e sarebbero penetrati all’interno degli altri settori. Una volta lì, avrebbero iniziato a picchiare le persone nere con pezzi di infissi e vetri. Avrebbero picchiato un ragazzo fino a fargli perdere i sensi. La polizia, in tenuta antisommossa, avrebbe assistito a tutta la scena senza mai intervenire se non per chiamare l’ambulanza e solo dopo aver visto il ragazzo steso a terra.
migranti è “ininfluente”
“La polizia non interviene mai. [….] Intervengono solo dopo che qualcuno è a terra e deve andare in ospedale. [La polizia sta] ferma al cancello a guardare, e quando qualcuno è ferito chiamano l’ambulanza. Non entrano. Ridono di noi. Siamo in pericolo qui, ho paura che mi ammazzino”, ha raccontato B., “Ho paura, mi vogliono ammazzare. Preferisco andare in galera ad aspettare l’espulsione, almeno lì è sicuro. Qui è peggio della galera. Ho fatto richiesta di asilo e la mia richiesta di espulsione è sospesa ma continuano a trattenermi qui. Come possiamo vivere, scappare da questo problema?”.
“Mi vogliono morto, qua dentro sto morendo, io non ne uscirò vivo”, ha raccontato J. a Fanpage.it durante la notte delle violenze. “Sono sicuro che non sopravviverò a stanotte”, ha continuato.
“Questi episodi contribuiscono a dimostrare che il CPR è un luogo pericoloso”, ha denunciato Maldusa nella sua pagina Instagram, “in cui alle persone recluse non viene garantito il diritto alla vita e all’incolumità personale, e non solo alla difesa, costrette a sopravvivere in uno stato disumano e di sovraffollamento, dove tutto può succedere. Il Cpr di Milo sta creando e mantenendo delle condizioni che generano violenza e che mettono seriamente a rischio la vita dei reclusi. Deve essere chiuso immediatamente, come tutti i Cpr, e le persone, per essere al sicuro, devono essere liberate”.
Non è noto il numero esatto delle persone detenute nel centro al momento, ma quando lo scorso 22 febbraio una delegazione del Partito Democratico insieme alla madre e alla sorella del giovane Ousama Sylla suicidatosi nel Cpr di Ponte Galeria, l’hanno visitato, erano presenti circa 160 migranti.
Molti di loro dichiarano che il Cpr è come le prigioni libiche: “Qui siamo in Libia non in Italia”. Un’altra persona, invece, ha raccontato a Fanpage.it che “spesso fino alle 17 non è ancora arrivato il pranzo, il cibo è quasi sempre scaduto, nessuno pulisce i bagni e le celle. Questo è un posto orribile”.
“Ciò che è successo tra martedì e mercoledì è stata solo l’ennesima violenza all’interno di quello spazio, lasciata volontariamente sfociare dalle autorità competenti. Le persone ci chiamano da lì dentro, ci raccontano come i loro bisogni non vengano mai ascoltati, e questo genera frustrazione e rabbia che, nella maggior parte dei casi, sfociano in violenza e autolesionismo con lo scopo di protestare e rivendicare con urgenza un’attenzione che viene continuamente negata”, ha spiegato un attivista di Maldusa a Fanpage.it, “ultimamente ci hanno raccontato che, a causa delle chiamate che ci vengono fatte, hanno messo fuori uso le cabine telefoniche, in modo da impedire la comunicazione con l’esterno, rendere le persone ancora più isolate e nascondere ciò che accade lì dentro”.
Dai racconti fatti a Fanpage.it, i migranti dentro il Cpr non possono, infatti, avere un cellulare. Ne è concesso solo uno ogni trenta persone a patto che venga distrutta la fotocamera.
Questo, come ha sottolineato l’attivista, “aumenta la marginalità di luoghi che sono completamente scollegati dal resto del paese, un paese come l’Italia dove i principi democratici dovrebbero essere garantiti per tutti e tutte. La storia di Aziz e quella di tutte le altre persone che sono passate da quel Cpr, dimostra che i Cpr italiani sono buchi neri dove non esiste diritto alla difesa, alla salute, e ad una vita degna”.
“Ho paura, non so che fare”, ha dichiarato C. a Maldusa dall’interno del centro Trapani-Milo., “Restare qui è un rischio, possono ammazzarci. Loro [i poliziotti] non vengono quando siamo in pericolo. Ma quando noi dobbiamo prendere qualcosa dal magazzino siamo accompagnati da 5, 6 poliziotti ciascuno. Finora nessuno è entrato, sono venuti solo per sistemare la finestra. Non possiamo andare contro il governo, hanno troppo, troppo potere, ma non possiamo nascondere la nostra sofferenza. Altrimenti moriamo. Se vogliono lasciarci reclusi che ci portino in carcere, almeno lì abbiamo una tutela. Qui stiamo solo aspettando la morte”.
Da mercoledì non si hanno più notizie della situazione all’interno del Cpr. “Il mio compagno di cella mi ha detto di stare tranquillo, mi proteggerà, ma qui nessuno può proteggere nessuno. Qui lo Stato non ci protegge”. Sono queste le ultime parole uscite l’altro ieri da quelle sbarre.
(da Fanpage)
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Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
IN BOSNIA DODIK OPERA PER OTTENERE LA SECESSIONE DA SARAJEVO CON L’APPOGGIO DI PUTIN
E’ stato condannato il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, accusato di aver minato l’ordine costituzionale. La sentenza ha scatenato una reazione immediata da parte delle autorità della RS, che hanno respinto il verdetto e ordinato il ritiro delle forze di polizia di stato dal loro territorio, a maggioranza etnica serba.
L’escalation ha portato la comunità internazionale a rafforzare la presenzdelle forze di peacekeeping, ma il rischio che la crisi sfugga al controllo cresce costantemente. A complicare il quadro le dinamiche geopolitiche globali: la Russia e l’Ungheria sostengono Dodik, mentre l’Unione Europea lo condanna fermamente. L’incognita, manco a dirlo, è costituita dagli Stati Uniti di Donald Trump, tornati “amici” di Putin: potrebbe essere la Casa Bianca il vero ago della bilancia della vicenda. La Bosnia Erzegovina si ritrova così al centro di un confronto che va ben oltre i confini nazionali.
Il nodo principale della crisi resta l’accordo di Dayton, che nel 1995 pose fine alla guerra ma lasciò il Paese in una paralisi politica cronica. Il sistema di condivisione del potere ha spesso visto la Republika Srpska sfidare le istituzioni statali, e l’attuale spinta di Dodik verso una maggiore autonomia, se non la secessione, ha portato la Bosnia a un punto critico. Se le autorità tenteranno di arrestare Dodik, il rischio di violenze potrebbe diventare reale, con conseguenze imprevedibili per la stabilità dell’intera regione.
Parallelamente alla crisi bosniaca, la Serbia sta vivendo un’ondata di proteste senza precedenti. La mobilitazione, nata dalla tragedia del crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad, che il primo novembre scorso ha causato 15 vittime, si è rapidamente trasformata in un ampio movimento di contestazione contro il sistema clientelare del presidente Aleksandar Vučić.
Studenti, agricoltori, intellettuali e cittadini comuni si sono uniti in un’organizzazione orizzontale, priva di leader e simboli politici, ma determinata a sfidare il potere. Uno dei principali bersagli della protesta è la speculazione immobiliare, che negli ultimi anni ha radicalmente trasformato Belgrado, diventando il simbolo di una corruzione dilagante. Mentre il governo serbo tenta di minimizzare la portata delle proteste, il movimento continua a crescere, rivelando un malcontento profondo che potrebbe ridefinire il panorama politico del Paese nei prossimi mesi.
Insomma, Bosnia e Serbia tornano prepotentemente al centro dello scenario internazionale e non esagera chi paragona questi due Paesi a una “polveriera” pronta a esplodere. Fanpage.it ne ha parlato con Giorgio Fruscione, politologo e analista dell’Ispi esperto di Balcani.
Partiamo dalla Bosnia. È stato emanato un nuovo ordine di arresto per Milorad Dodik, il leader nazionalista serbo-bosniaco presidente della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia. Come si è arrivati a questa decisione?
Milorad Dodik era stato già condannato a un anno di reclusione e a sei di nterdizione dai pubblici uffici, lo scorso 26 febbraio, per aver limitato la pur legittima giurisdizione di Sarajevo nei territori della Republika Srpska. Dodik era infatti stato incriminato nel 2023 dopo aver firmato leggi che sospendevano le sentenze della corte costituzionale bosniaca e provvedimenti dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, Christian Schmidt. Ricordiamo che tale autorità venne istituita in seno agli accordi di Dayton del 1995 proprio allo scopo di supervisionare ed implementare le condizioni previste dagli accordi di pace che posero fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina. Insomma, quello che ha fatto Dodik è stato sostanzialmente continuare ad operare per la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia.
Il progetto di secessione ha la possibilità di concretizzarsi?
Sì e no, ma provo a spiegarmi meglio: la Repubblica Srpska nasce l’indomanidella guerra e la sua esistenza è legittimata dagli accordi di pace di Dayton di trent’anni fa. Parliamo di un’entità a maggioranza serba che sostanzialmente ha sempre funzionato, nelle intenzioni delle autorità locali, come uno Stato nello Stato, che non ha mai avuto una grande affinità con le autorità centrali ma ha sempre sviluppato la sua autonomia. Questo sentimento di “indipendenza” è cresciuto col passare degli anni ed è stato alimentato dalla leadership di Dodik in particolar modo dal 2021, quando il presidente diede inizio ufficialmente a un progetto di secessione legale in aperto contrasto con il mandato dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, che all’epoca era Valentin Inzko e oggi è Christian Schmidt. Inzko aveva previsto una modifica del codice penale che introduceva il reato di negazionismo per chi negava il genocidio di Srebrenica, cosa che le autorità della Repubblica Srpska hanno fatto più volte e regolarmente.
Cosa è successo, poi?
Da quel momento è iniziato il tentativo di Dodik e dei suoi collaboratori di sottrarre competenze dell’autorità centrale statale di Sarajevo alla Repubblica
Srpska. Tali mosse vanno contro la Costituzione bosniaca, però è altrettanto vero che l’entità ha sempre goduto di ampi poteri, di conseguenza si è creato una sorta di limbo istituzionale. Insomma, la secessione non è possibile de jure, ma è possibile de facto. L’attuale crisi istituzionale è più grave delle precedenti, se non altro in considerazione del mutato contesto internazionale, che è sicuramente favorevole alla leadership di Dodik.
Si riferisce al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e alla ritrovata amicizia con Putin?
Sì, ma facciamo un passo indietro. Dodik – e questo credo sia un caso più unico che è raro sul suolo europeo – è un leader che ha incontrato Putin sei volte dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina e almeno il doppio dal 2014. Questi viaggi a Mosca sono avvenuti con il via libera di Belgrado, che è il vero custode delle relazioni con la Russia. Lo sottolineo perché è importante ricordare che i nazionalisti nei Balcani siano politicamente collegati e vicini alla leadership russa del presidente Vladimir Putin.
Questo significa che la Russia ha un ruolo nelle vicende degli ultimi anni in Bosnia?
No, la Russia adesso è troppo concentrata sull’Ucraina e su altre questioni per potersi occupare anche della Bosnia. Tuttavia Mosca cerca di trarre beneficio da questa fase di forte instabilità.
Anche l’arrivo di Trump gioca un ruolo un questa vicenda?
Il presidente serbo Aleksandar Vučić e il leader della Repubblica Srpska Dodik hanno sempre fatto il tifo per Donald Trump. Con il suo ritorno alla Casa Bianca, Dodik chiederà la rimozione di una serie di sanzioni che gli USA hanno in passato imposto alla sua persona e a soggetti a lui vicini. C’è poi in loro la speranza che l’amministrazione americana, così spregiudicata sui vari dossier internazionali, possa tollerare il processo di secessione avviato in Bosnia. In ultimo, visto l’allineamento tra Mosca e Washington, la speranza di Dodik è che l’amministrazione Trump voglia appoggiare quanto richiesto dalla Russia in sede ONU, ovvero delegittimare l’autorità dell’alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina.
Per “puntellare” la situazione Mark Rutte, segretario generale della NATO, lunedì si è recato a Sarajevo; intanto l’UE ha aumentato i militari del contingente Eufor.
Sì. Ricordiamo che negli anni ’90 la guerra in Bosnia fu un banco di prova importante per la comunità internazionale per molti aspetti. Fu un intervento della NATO, e fu l’esordio di alcuni concetti di diritto internazionale come la pulizia etnica e il genocidio in Europa. Ci sono, insomma, delle responsabilità e degli obblighi a 30 anni di distanza da quel conflitto; per questo vi è sempre una grande prontezza nella reazione della comunità internazionale per quello che accade in Bosnia. Allo stesso tempo penso che il mutato scenario degli ultimi tempi faccia sì che quella della Bosnia non sia una priorità e che comunque prevalga l’elemento politico su quello geopolitico. Relativamente all’impegno internazionale ricordiamo che in Bosnia è presente la missione dell’Unione Europea, EUFOR, e che tale missione è stata recentemente rafforzata per far fronte a un eventuale deteriorarsi della situazione.
Intanto da mesi in Serbia sono in corso proteste contro il Governo del del presidente Aleksandar Vučić. La mobilitazione è nata dopo il crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad che, il primo novembre 2024, ha causato la morte di 15 persone. Ma quali sono le ragioni profonde di questa crisi?
Quelle in corso sono proteste che rappresentano sicuramente un unicum nella storia serba dal 2012, ovvero da quando si è insediato il governo del Presidente Aleksandar Vucic. Nonostante ci siano state diverse proteste negli ultimi anni, soprattutto dal 2020, queste sono le prime politicamente “trasversali”, portate avanti da una categoria sociale, ovvero gli studenti, contro cui Vučić non può operare la repressione classica dei regimi autoritari e liberali, quale il suo è. Sarà quindi difficile per il governo far fronte a queste contestazioni che – nonostante abbiano un carattere civico – mettono in difficoltà la leadership politica del Paese. La situazione andrà monitorata attentamente soprattutto domani, sabato 15 marzo, quando è previsto un grande raduno di tutte le componenti della protesta, con studenti che stanno arrivando – marciando a piedi – da tutto il Paese. Contemporaneamente, nello stesso luogo, si stanno radunando quegli studenti – o meglio, pseudo-studenti – allineati con il governo, che si fanno chiamare “studenti che vogliono studiare”, ma che il più delle volte non sanno neanche come sia fatto un libro.
Insomma, in Serbia come in Bosnia la tensione è molto alta. Vi è il rischio che si torni alla violenza?
La situazione è molto delicata ed è da monitorare attentamente.
Dopodiche occorre essere cauti per quanto riguarda i possibili scenari militari; per fortuna le armi, i budget e le risorse disponibili non sono paragonabili a quelli degli anni ’90. Questo però non significa che la tensione politica non possa aumentate notevolmente e sfociare sia in Serbia che in Bosnia in possibili violenze locali, anche gravi. Mi sembra che si vada verso un punto di non ritorno, sia dal punto di vista politico che sociale.
(da Fanpage)
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