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PARASSITI A CHI? QUANDO PARLI DI EUROPA SCIACQUATI LA BOCCA, CIALTRONE

Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile

LE VERITA’ SCOMODE SUL RAPPORTO EUROPA-USA

J.D. Vance – una sorta di Salvini con laurea e accento dell’Ohio – ha recentemente avuto l’eleganza retorica di definire gli europei come “parassiti”. Un termine raffinato, certo, che non sorprende chi conosce il personaggio: lo stesso che, con invidiabile coerenza logica, identifica il nemico principale degli Stati Uniti non in Mosca o Pechino, ma nei corridoi delle università americane. Quelle temibili fucine di pensiero critico e di liberalismo accademico che, a quanto pare, minacciano più della Cina le fondamenta dell’Occidente.
E così, con un colpo solo, Vance (Insieme al suo Capo) riscrive settant’anni di storia euro-atlantica trasformando una complessa architettura geopolitica in una lite da condominio: voi europei non pagate abbastanza. Punto.
Ridurre il contributo europeo alla NATO a una questione di bilancio – tipo: “quanto ci mettete sul tavolo?” – significa ignorare con encomiabile nonchalance l’intero processo attraverso cui l’Europa ha costruito la propria sicurezza: una costruzione per lo più eterodiretta, dove la voce americana contava, e conta, decisamente più delle altre.
Questo tipo di semplificazione, molto in voga tra i populismi di varia latitudine, ha certamente il merito di rendere tutto più digeribile all’opinione pubblica americana. Peccato che abbia anche l’effetto collaterale – trascurabile, per carità – di rendere impossibile qualsiasi dibattito serio sulla difesa europea e sulla famosa (quanto evanescente) autonomia strategica.
Ancora più interessante, in tutto ciò, è l’atteggiamento delle élite europee. Davanti a queste dichiarazioni, che oscillano tra l’insulto e la comicità involontaria, la reazione si riduce spesso a qualche tweet di circostanza, un sopracciglio sollevato, e poi il consueto ritorno al silenzio. Un silenzio che è diventato quasi una postura geopolitica. Come se ogni boutade americana fosse da trattare come una spiritosa uscita da cabaret congressuale, e non come un segnale politico da prendere sul serio.
Nel frattempo, gli stessi settori della politica estera americana che accusano l’Europa di pigrizia sono quelli che più apertamente riscrivono le regole dell’alleanza transatlantica su base transazionale: meno storia condivisa, più fatture da saldare. Il che, a ben vedere, è l’epifenomeno di un equilibrio di potere profondamente sbilanciato, costruito nel dopoguerra e mai realmente rinegoziato.
Ma attenzione: il problema non è solo la caricatura americana dell’Europa. Il vero punto critico è che l’Europa stessa sembra accettarla con imbarazzante disinvoltura. Troppo spesso il continente – o meglio, le sue classi dirigenti – ha interiorizzato la propria subalternità al punto da non riuscire nemmeno a rivendicare la propria storia. Una storia fatta di basi NATO imposte, di dottrine militari preconfezionate, di settori industriali strategici svenduti o colonizzati (con la benedizione degli alleati, s’intende).
Il caso italiano è quasi da manuale: ogni volta che forze politiche non allineate al paradigma atlantico hanno accarezzato l’idea di governare, si sono attivati meccanismi più o meno occulti di contenimento. Dalla strategia della tensione alle operazioni coperte, passando per le influenze nella formazione dei governi e nelle scelte industriali strategiche, il Paese è stato spesso trattato più come una zona d’influenza che come uno Stato sovrano. E, come documenta L.Gallino in uno splendido saggio del 2003, in molti settori l’Italia ha perso la capacità stessa di immaginare uno sviluppo autonomo.
Di fronte a tutto ciò, l’Europa dovrebbe quanto meno tentare di riscrivere il proprio ruolo. Non per rompere con Washington, ma per smettere di agire da soggetto passivo nel proprio quadrante geopolitico. Riconoscere la profondità della dipendenza storica non è un atto d’accusa, ma un passo necessario verso una nuova maturità strategica. E se proprio dobbiamo restare nel club atlantico, che sia almeno con un posto a tavola, e non come quelli che portano il vino e poi vengono accusati di non contribuire abbastanza alla cena.
Solo un’Europa che sa parlare con voce propria, che conosce la propria storia e che non si vergogna di affermare la propria identità, può collocarsi nel mondo come attore adulto e credibile. E forse, a quel punto, potrà anche permettersi di rispondere con un sorriso ironico a chi, dall’altra parte dell’Atlantico, la accusa di parassitismo. Un’accusa che, detta da chi ha scritto le regole del gioco, ha davvero un certo sapore di commedia involontaria.
(da glistatigenerali.com)

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TUTTI ALLA CORTE DI LOLLO, TRANNE SALVINI: LOLLOBRIGIDA HA INAUGURATO A ROMA IL VILLAGGIO “AGRICOLTURA È”, UNA SORTA DI “ATREJU DI FRUTTA E VERDURA”, CON TRE GIORNI DI DIBATTITI E INCONTRI. SFILERANNO MELONI, TAJANI E LA GRAN PARTE DEI MINISTRI. MA IL GRANDE ASSENTE SARÀ IL LEADER DELLA LEGA, NON INVITATO

Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile

IL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE, RAFFAELE FITTO, PROVA A SMORZARE LE POLEMICHE: “SALVINI? PAROLE SENZA ATTI CONCRETI…”… LA PROTESTA DEI TRATTORI CONTRO IL GOVERNO: “CI AVETE PRESO IN GIRO”

Lollo è tornato. E questa è la sua Atreju dell’Agricoltura. Un villaggio di quaranta stand da leccarsi i baffi in piazza della Repubblica, in mezzo al chiasso di Roma e senza che il sindaco Roberto Gualtieri – presente – si proponga di pagare tutto, come per altre democratiche iniziative. Alle 12 c’è anche il capo dello stato che interviene contro i dazi “inaccettabili”, sferzando anche l’Ue. Sergio Mattarella non cita il Manifesto di Ventotene, ma “i movimenti di pensiero” che contribuirono all’Europa sì.
Morale della giornata: la destra sognava l’egemonia culturale, ha ottenuto quella agroalimentare.
Dopo il G7 e l’Expo a Siracusa, il ministro Francesco Lollobrigida ha organizzato tutto questo ambaradan in occasione dei Trattati di Roma. Si chiama “Agricoltura è”. Durerà fino a mercoledì. Tutti passeranno da qui. Compresa la premier Giorgia Meloni, i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa. Ci sarà anche Antonio Tajani per Forza Italia, più una sfilza di ministri di Fratelli d’Italia e il commissario europeo all’Agricoltura, Christophe Hansen.
Insomma tutti alla corte di Lollo, con ciuffo color trumpiano e cotonata saggezza mattarelliana quando si rifà al “buon senso” invocato dal capo dello stato su dazi e controdazi. Sono dunque questi i giochi lollici, per non dire pitici, del capodelegazione di Fratelli d’Italia, fresco di nuovo staff (ha trovato il capo ufficio stampa, Edoardo Garibaldi) e intenzionato a dimostrare che non è dimezzato
Nel programma non compare Matteo Salvini (non invitato) e vedremo se tra le casette – il giallo Coldiretti è dominante – spunterà Arianna Meloni, sorella d’Italia, ex compagna del ministro “in ottimi rapporti” nonché capo della segreteria di Fratelli d’Italia.
La bella iniziativa organizzata dal ministro copre il rumore di fondo – e vengono in mente le zanzare – prodotto dai distinguo e dalle punturine quotidiane di Salvini. Fitto con calma democristiana e spirito brussellese commenta con il Foglio: “Fino a quando non ci sono atti concreti non c’è da preoccuparsi: fa parte della dialettica fisiologica all’interno della maggioranza”.
Il vice di Ursula von der Leyen dirà con un sorriso disarmante che “non gli mancano queste beghe romane”. Fitto si sottrae al gioco di chi dovrebbe parlare con l’Amministrazione Usa e si limita a dire che “in queste ore, il commissario Sefcovic è in viaggio per gli Stati Uniti. Attendiamo fiduciosi il dialogo e le interlocuzioni”.
Che pace, che tranquillità fra questi gelatini alla nocciola, un un morso di bruschetta all’olio gentilmente offerta dalle scuole di Caivano e soppressata calabrese. La prima giornata di incontri – conclusa dal ministro per gli Affari europei Tommaso Foti – sarà punteggiata anche dalla contestazione di una decina di attivisti del popolo dei “Trattori”.
Sono capitanati da Salvatore Fais che interromperà il padrone di casa, Lollobrigida durante il dibattito con Fitto. Tra i contestatori anche l’ex parlamentare M5s Silvia Benedetti.
Il siparietto lo fa imbufalire tanto che i suoi parlamentari, come il presidente della commissione Agricoltura del Senato Luca De Carlo gli consigliano di lasciarli perdere, di evitare il faccia a faccia a favore di telecamere. Il debutto resta più che positivo. Il presidente Mattarella di mattina dice che per l’agricoltura “il bilancio per l’Italia è altamente positivo”. E che “siamo il primo paese dell’Unione per prodotti tutelati”.
(da il Foglio)

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CON IL “DAZISTA” TRUMP ALLA CASA BIANCA, LE GRANDI AZIENDE AMERICANE ED EUROPEE GUARDANO A PECHINO: IL CAPITALISMO DI STATO CINESE È DIVENTATO L’ANCORA DI SALVATAGGIO

Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile

NEI GIORNI SCORSI IL PREMIER LI QIANG HA APPARECCHIATO UN FORUM CON LE PRINCIPALI MULTINAZIONALI MONDIALI (APPLE, BLACKSTONE, PFIZER, SIEMENS, MERCEDES E BOEING). .. LA MANO TESA ALL’EUROPA: “TUTTI PERDONO DALLE GUERRE COMMERCIALI E TARIFFARIE”

Apple, Blackstone, Pfizer, Cargill, Siemens, Mercedes-Benz, Boeing e tante altre. In tutto un’ottantina corporation globali, soprattutto statunitensi ed europee. Sono loro le migliori polizze assicurative contro Donald Trump del partito comunista cinese, che le ha chiamate a rapporto in occasione del China Development Forum concluso lunedì 24 marzo a Pechino.
“Liberare lo slancio dello sviluppo per una crescita stabile dell’economia globale” il tema della due giorni, alla quale hanno partecipato in massa i top manager di queste
multinazionali per le quali i mercati cinesi sono imprescindibili.
Li Qiang ha assicurato loro che «siamo pronti per possibili shock inaspettati da fonti esterne» e che, «se necessario, il governo introdurrà anche nuove politiche per garantire il regolare funzionamento dell’economia».
Dunque per rispondere alle ripercussioni sul suo sistema produttivo dell’aumento sui dazi nelle importazioni negli Usa la Cina potrà incrementare ulteriormente le misure di stimolo fiscale e monetario fin qui varate. Il numero due del partito ha invitato esplicitamente Tim Cook, Stephen Schwarzman e colleghi a fare fronte comune contro le politiche di Trump.
Il premier ha aggiunto che «il potere di una singola impresa può essere limitato, ma se tutti si uniscono, possono formare una potente sinergia. Spero sinceramente che gli imprenditori possano cooperare per resistere all’unilateralismo e al protezionismo e ottenere un maggiore sviluppo delle nostre rispettive imprese a reciproco vantaggio».
Il partito comunista sta tessendo un’alleanza con il gotha del capitalismo internazionale a difesa della globalizzazione come quella che nel 1994 sconfisse Bill Clinton e i sindacati, che già allora chiedevano protezioni per i lavoratori Usa in nome del rispetto dei diritti umani in Cina e volevano revocarle lo status commerciale di “nazione più favorita”.
Sono passati oltre trent’anni, e, al di là della retorica del “de-risking”, Corporate America e il made in Germany continuano a investire massicciamente in Cina. Mentre la trasformazione del paese nella fabbrica del mondo ha fatto lievitare il commercio bilaterale con gli Usa da 39 a 581 miliardi di dollari dal 1993 al 2024 e quello con l’Unione europea da 30 a 700 miliardi di euro nello stesso periodo.
Morgan Stanley si è aggiunta al coro delle banche d’affari e delle agenzie di rating che negli ultimi giorni hanno avvicinato le loro stime di crescita per il 2025 a quella ufficiale del governo (intorno al 5 per cento) benedicendo il capitalismo di stato cinese e i successi delle sue politiche industriali soprattutto nell’innovazione tecnologica.
Denis Depoux, direttore generale della società di consulenza tedesca Roland Berger, ha affermato che la Cina punterebbe addirittura a stabilizzare il mondo. «Come nel 2017, quando il presidente Xi si è rivolto a Davos, c’è una finestra per la Cina per diventare stabilizzatrice, riformatrice e pilastro responsabile. In questo, possono fare da spalla all’Europa», ha dichiarato Depoux.
Durante il forum, Li ha discusso con Steve Daines, in preparazione dell’incontro tra Xi e Trump che potrebbe avvenire il mese prossimo. Tramite il senatore repubblicano giunto a Pechino, il premier ha mandato a dire che «le guerre commerciali non hanno vincitori. Nessun paese può raggiungere sviluppo e prosperità imponendo tariffe, la Cina accoglie sempre le aziende di tutti i paesi, compresi gli Stati Uniti».
Ma ce n’è anche per l’Unione europea, alla quale il ministro del Commercio, Wang Wentao, sempre dal forum pechinese, ha fatto sapere – durante l’incontro con il presidente del Bmw Group Oliver Zipse – che «la storia ha dimostrato più volte che le guerre tariffarie e le guerre commerciali possono solo portare a una situazione in cui tutti perdono».
Per quanto riguarda l’Ue, Pechino preme sui settori che (come le auto di lusso tedesche importate in Cina) potrebbero rimetterci di più da una guerra tariffaria, dopo che da Bruxelles è arrivata la notizia che la Commissione ha messo sotto inchiesta l’impianto che il colosso cinese delle auto elettriche Byd sta costruendo in Ungheria, che avrebbe – questa è l’accusa – usufruito di sussidi governativi.
(da agenzie)

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