Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
L’ULTIMA PRESIDENTE LEGITTIMA DELLA REPUBBLICA GEORGIANA RACCONTA COME IL PARTITO FILORUSSO MANIPOLA LA DEMOCRAZIA
A poche ore dai funerali di Papa Francesco, Piazza San Pietro è ancora invasa dai turisti. I cardinali e i pochi capi di Stato ancora a Roma si raccolgono a Santa Maria Maggiore, davanti alla tomba del Pontefice. Di questi giorni rimarrà forse una sola immagine su tutte: Volodymyr Zelensky e Donald Trump, seduti uno di fronte all’altro, su due sedie spoglie, nella grande basilica vaticana. Tra i leader europei in questi giorni a Roma c’è anche Salomé Zourabichvili, l’ultima presidente legittima della Georgia, che porta addosso la battaglia di chi non ha più un palazzo, ma ha ancora un popolo.
Il partito Sogno Georgiano, rimasto al potere dopo elezioni contestate per irregolarità, ha imposto l’elezione di un nuovo presidente. Un passaggio che ampi settori della popolazione non riconoscono come legittimo per le irregolarità delle elezioni politiche. Salomé Zourabichvili vive una situazione istituzionale senza precedenti: priva di incarichi ufficiali, rappresenta il volto della resistenza democratica, raccogliendo le opposizioni in una piattaforma politica per cercare di indire nuove elezioni, questa volta regolari. La incontriamo in un hotel di Via Veneto, subito dopo aver partecipato alla messa nella Chiesa ortodossa di San Salvatore ai Monti; una funzione raccolta tra i suoi connazionali.
Presidente, cosa è emerso dai dialoghi informali che ha avuto in questi giorni
con i leader di tutto il mondo riuniti qui a Roma? Ha percepito attenzione, preoccupazione o disinteresse per la situazione della Georgia?
Il funerale di Papa Francesco è stato un momento importante e altamente simbolico. Il fatto che sia stato anche un’occasione per fare passi avanti sulla questione ucraina è forse l’aspetto più rilevante. Personalmente non avevo un messaggio urgente da portare ai leader mondiali: il centro dell’attenzione è stato giustamente su Zelensky. Personalmente ho avuto contatti soprattutto con il presidente Emmanuel Macron e con altri capi di Stato, ma per Zelensky si trattava di una sfida diversa: riuscire a cambiare il tono rispetto all’incontro di Washington e affermare una propria linea, più autonoma, in questo consesso informale. Credo che ci sia riuscito.
E lei ha raggiunto il suo?
La Georgia, purtroppo, non era una priorità per i leader riuniti. Ed è questo uno dei problemi principali che affrontiamo oggi: il mondo è travolto da emergenze continue — dall’Ucraina, al Medio Oriente, ai rapporti con gli Stati Uniti — e la questione georgiana rischia di perdersi tra queste urgenze. È proprio per questo che, oltre agli incontri ufficiali, sono importanti anche le interviste e la comunicazione con l’opinione pubblica: se i cittadini europei non conoscono la nostra situazione, sarà ancora più difficile mobilitare l’attenzione dei loro governi.
E allora parliamone partendo da come sta vivendo questo intervallo di proteste tra due date simboliche: il 26 ottobre 2024, il giorno delle elezioni irregolari in Georgia che hanno confermato al potere Sogno Georgiano e il 26 maggio 2025, ovvero l’anniversario dell’indipendenza, quando tutto il mondo tornerà a parlare di Georgia, almeno per un po’. Mantenere alta l’attenzione non è facile.
È una vera sfida. È normale che una popolazione non possa protestare con la stessa intensità per sei mesi consecutivi, ovvero da quando sono state indette le elezioni o da cinque mesi dal momento in cui il Primo Ministro ha dichiarato di voler interrompere il percorso di integrazione europea. Ma, a dire il vero, i georgiani protestano da due anni, da quando nel 2023 fu introdotta la prima legge filorussa. Da allora, non si sono mai realmente fermati, salvo brevi pause
Percepisce una certa stanchezza all’interno della coalizione della Piattaforma della resistenza, e dei manifestanti che protestano da mesi in via Rustaveli?
Sì, è vero: le persone sono stanche, noi siamo stanchi. È umano. Ma allo stesso tempo c’è un grande spirito di determinazione e resilienza nel popolo georgiano. Siamo ambiziosi: per consolarci ci diciamo che, se siamo sopravvissuti per ventisei secoli, sopravviveremo anche a questo periodo. Anche il regime soffre: non si può governare un paese in stato di paralisi per sei mesi senza subire conseguenze.
Da cosa lo deduce?
Da persone insospettabili che stanno abbandonando la barca, cambiando posizione. Due giorni fa, Irakli Garibashvili, un ex primo ministro — persona molto vicina al leader e fondatore di Sogno Georgiano, Bidzina Ivanishvili — si è ritirato dalla politica senza spiegazioni. Sono segnali che anche all’interno del regime ci sono crepe. La situazione è un vero stallo: anche loro sono stanchi, anche loro stanno subendo le sanzioni — nonostante non siano enormi — che pesano su un paese piccolo e privo di risorse alternative. L’isolamento è un problema. Cercano di compensare costruendo legami con altri paesi, come la Cina o alcuni Stati del Medio Oriente, arrivando perfino ad aprire le frontiere a cittadini di diciassette paesi che, paradossalmente, non sarebbero accolti neanche in Europa. Un modo alquanto discutibile per compensare la crescente emarginazione europea. Tutto ciò dimostra che non sono sicuri della loro posizione e cercano alternative.
Come si evolverà questo stallo?
Nessuno lo sa con certezza. Ma quello che so è che le proteste continueranno “fino alla fine”, come recita il motto ufficiale delle manifestazioni. L’opposizione, pur divisa, si sta unendo sempre di più: ora esiste una piattaforma di resistenza che coordina le azioni (creata su impulso di Zourabichvili, ndr). Non è perfetta, ma è un progresso. E, soprattutto, non c’è possibilità di tornare indietro: per la società civile, i giornalisti e i partiti di opposizione, la repressione è talmente pervasiva che fermarsi significherebbe
non avere più nulla. Ormai siamo impegnati in questa lotta a lungo termine.
Vista la situazione di stallo, l’inazione del governo e la forte dipendenza dal sostegno internazionale, ha paura che nei prossimi mesi potremmo assistere a uno scenario simile a quello ucraino anche in Georgia?
No, in realtà temo il contrario. Quello che mi preoccupa è di vedere un “scenario georgiano” in Ucraina. Oggi la Russia ha capito che non serve più vincere sui paesi con le armi: l’intervento militare in Georgia nel 2008 non ha funzionato; in Ucraina, nonostante l’enorme tragedia, non ha portato ai risultati sperati. Ora stanno sperimentando in Georgia un’alternativa: come conquistare un paese sovrano non con i carri armati, ma manipolando le elezioni, diffondendo propaganda, utilizzando tecnologie informatiche e strumenti di influenza sofisticati. L’obiettivo è eleggere governi fantoccio attraverso queste manipolazioni, e attraverso di loro, prendere il controllo del paese. Questo è il processo in corso: non hanno ancora vinto perché noi stiamo resistendo. Ma se dovesse funzionare, potremmo vedere la stessa strategia applicata presto anche in Moldova. Ed è uno scenario che Putin propone apertamente anche per l’Ucraina, parlando della necessità di “elezioni democratiche” — ma sotto condizionamento esterno.
Oggi la battaglia politica in Georgia sembra giocarsi su una scacchiera truccata: come si può condurre una lotta democratica contro un regime che manipola strumenti democratici, usandoli contro gli oppositori?
Purtroppo è la stessa sfida che affrontano tutte le democrazie quando si trovano di fronte a regimi autoritari: tu sei vincolato dalle regole della democrazia, loro no. La stessa Unione europea affronta un problema simile nei confronti della Russia di Putin.
È possibile trovare un equilibrio in una partita così profondamente asimmetrica?
Non esiste una formula magica. Ogni giorno cerchiamo di trovare la nostra strada per resistere, ma è una battaglia impari. Il regime ha a disposizione ogni mezzo: la forza, la violenza, leggi illegali che applicano a piacimento, un
sistema giudiziario totalmente asservito, il controllo della maggior parte dei media. E naturalmente l’economia e il denaro, che alimentano e rinforzano tutto questo sistema.
Lei ha affermato che l’Ue è stata troppo passiva riguardo alla situazione georgiana. Cosa dovrebbero fare concretamente l’Unione Europea e gli Stati Uniti per aiutare a superare questo stallo illiberale? Bastano le sanzioni?
Innanzitutto direi che gli americani sono stati meno passivi degli europei. Anche se la nuova amministrazione statunitense non ha ancora espresso pubblicamente una linea politica chiara, una politica americana esiste ed è stata tradotta nel “Friendship Act”, attualmente in discussione al Congresso. Il Comitato di Helsinki è stato molto attivo e sono state adottate sanzioni da parte degli Stati Uniti che risultano tra le più efficaci, perché rientrano nella lista Magnitsky. Tutti sanno quanto siano pesanti quelle sanzioni. Sul versante europeo, invece, l’azione è stata molto più debole.
Perché secondo lei?
Il motivo ufficiale è che paesi come l’Ungheria bloccano con il loro veto al Consiglio europeo il consenso unanime necessario per adottare nuove sanzioni. Ma questo non basta a spiegare la passività. Quello che manca da parte delle istituzioni europee — non parlo dei singoli Stati, alcuni dei quali sono stati molto attivi e di grande sostegno — è una posizione chiara sulla Georgia. L’Unione Europea non ha mai espresso un giudizio complessivo su quanto accaduto negli ultimi due anni. Ci sono dichiarazioni isolate, di singoli rappresentanti, che condannano una legge o un provvedimento.
Cosa dovrebbe fare l’Ue?
Assumere una presa di posizione collettiva: manca il riconoscimento ufficiale del fatto che un Paese che aveva ottenuto lo status di candidato all’adesione meno di un anno e mezzo fa sta, in modo sistematico e determinato, andando contro tutti i principi fondamentali dell’Unione Europea — contro le sue leggi, i suoi valori, la sua stessa retorica. Non c’è una sola decisione presa dal governo georgiano che sarebbe oggi compatibile con i criteri europei. E allora si pone un
problema di credibilità per l’Unione Europea: se non prende posizione, se non dice chiaramente cosa sta succedendo e che ciò è inaccettabile, rischia di perdere la sua autorevolezza. Non si tratta tanto di azioni o strumenti, ma di una questione politica: serve una posizione chiara.
Una parte del problema però è anche il governo attuale di Sogno Georgiano che ha deciso di non comunicare con l’Ue.
Sì, per fine interno, le autorità georgiane accusano l’Europa di punire la Georgia ingiustamente, solo perché il paese sarebbe “troppo patriottico”. Ovviamente mi viene da sorridere quando sento certe affermazioni — e non sono l’unica —, ma il problema è che, ripetendo queste accuse all’infinito, esse rischiano di entrare nella propaganda e di attecchire.
I sondaggi mostrano che circa l’ottanta per cento dei georgiani è favorevole all’ingresso nell’Unione Europea. Eppure, nonostante il governo abbia truccato le elezioni e assunto posizioni apertamente anti-europee, esiste ancora una parte della popolazione che continua a sostenerlo. Come si spiega questa contraddizione? E come si può convincere anche quella parte del paese?
Credo che anche tra gli elettori che oggi sostengono il governo ci siano molti europeisti. È importante capire che nelle regioni, soprattutto quelle più rurali, i principali progressi economici e sociali sono arrivati grazie ai programmi americani — come Usaid — e ai progetti finanziati dall’Unione Europea. Le persone hanno visto miglioramenti concreti nella loro vita quotidiana: standard di vita più elevati, nuove infrastrutture, modernizzazione. Non c’è quindi una frattura netta tra le città e le campagne, come a volte si pensa dall’esterno.
Quindi anche nelle zone rurali della Georgia c’è una domanda forte di Europa come nella capitale? E anche tra chi ha vissuto prima dell’indipendenza, ai tempi dell’Urss?
Assolutamente. Oggi, per esempio, alla Chiesa georgiana di Roma, ho incontrato donne provenienti da ogni angolo della Georgia, non solo dalle grandi città. Loro sono qui per lavorare, per aiutare le loro famiglie, ma il loro sogno è che la Georgia si sviluppi abbastanza da poterci tornare un giorno.
Anche tra i sostenitori rimasti di “Sogno Georgiano” — quelli che non avranno abbandonato il partito dopo il 28 novembre — esiste ancora una forte aspirazione europea.
Da mesi vive una situazione istituzionale senza precedenti: formalmente il Parlamento — considerato illegittimo da ampi settori della popolazione — ha eletto il suo successore. Eppure, agli occhi della maggioranza dei cittadini, lei continua a essere la vera Presidente. Come vive il paradosso di essere la Presidente nella legittimità popolare, ma non più in carica a causa di un parlamento eletto in modo irregolare?
Devo quasi ringraziare il regime per la scelta che ha fatto con il nuovo presidente “de facto”: una figura talmente inconsistente, sia dal punto di vista personale sia politico, che non rappresenta alcuna concorrenza per me. Continuo a mantenere contatti a livello internazionale: certo, rispetto al passato, scegliere le parole giuste e gestire le sfumature diplomatiche è diventato più complesso. Ma il dialogo resta aperto. E soprattutto, nella popolazione, io continuo a essere riconosciuta come la Presidente. Oggi, ad esempio, nella Chiesa georgiana a Roma, non c’è stata una sola persona che non sia venuta a salutarmi come tale. È su questa fiducia popolare che possiamo continuare a costruire.
Teme per la sua vita?
Con i russi non si può mai sapere. Gli agenti russi operano attivamente in Georgia, muovendo i fili della destabilizzazione. È chiaro che, come figura politica capace di raccogliere consenso e coalizzare l’opposizione, rappresento per loro un ostacolo importante. Non posso dire di aver ricevuto minacce dirette, ma purtroppo, in questi casi, mai dire mai.
(da Linkiesta)
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Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
ILVO DIAMANTI: “PARALLELAMENTE IL GRADO DI FIDUCIA NELLA CHIESA ERA AL 33%”… LA FIDUCIA IN BERGOGLIO TRA GLI ELETTORI: AL 65% TRA CHI VOTA PD, SOLO AL 52% TRA I LEGHISTI
Papa Francesco se n’è andato, ma il suo esempio rimane vivo. Dopo oltre un decennio
durante il quale ha svolto la sua missione in modo condiviso. Dagli italiani e, in particolare, fra i cattolici. Soprattutto, fra coloro che vanno a messa regolarmente, ogni domenica. Come mostra, in modo chiaro, il sondaggio condotto alcuni mesi fa, da LaPolis-Università di Urbino-Carlo Bo, con Demos e Avviso Pubblico.
Un’indagine ancora attuale. Perché ripercorre il sentimento degli italiani nel corso degli anni. Fino a poco tempo fa.
Come mostra una ricerca dell’Istat, la frequenza alla messa, in Italia, riguarda ormai meno di una persona su cinque. E ciò significa circa la metà, rispetto a 20 anni prima. Una tendenza destinata a proseguire, visto che cresce parallelamente al calo dell’età. Fra coloro che hanno meno di 25 anni, infatti, l’indice tocca il livello minimo: 10%. Così non sorprende che, la fiducia nel Papa, per quanto in costante declino, dopo l’arrivo di Bergoglio, sia rimasta molto più elevata, rispetto a quella espressa nei confronti della Chiesa.
Nell’ultima indagine sul rapporto fra “Gli italiani e lo Stato”, pubblicata alla fine dello scorso anno, Papa Francesco otteneva ancora il gradimento di oltre metà degli italiani: il 58%. Superato, fra le istituzioni, solo dal Presidente Mattarella e dalle Forze dell’Ordine. Che, come il Pontefice, rispondevano e rispondono a una generale domanda di sicurezza e rassicurazione.
Negli anni precedenti, peraltro, aveva raggiunto livelli più elevati. Prossimi alla totalità dei cittadini: quasi il 90%. “Parallelamente” il grado di fiducia nella Chiesa si era mantenuto più basso. Non molto superiore alla metà. A conferma di una tendenza più generale. La personalizzazione. Che ha coinvolto tutti i principali soggetti sociali e politici. E le stesse istituzioni. Il consenso condiviso dai cittadini nei confronti del Pontefice e del Presidente risultava, infatti, praticamente doppio rispetto allo Stato e alla Chiesa.
Tra i credenti – coloro che hanno “fede” – la “fiducia” (una variante, anche lessicale, della fede) cresce infatti, in modo sensibile. In misura proporzionale alla frequenza alla messa. Fino a toccare il 75%, quindi 3 persone su 4, fra quanti dichiarano una frequenza costante e regolare. Per scendere al 59% fra
coloro che partecipano saltuariamente. E al 30% presso i “non praticanti”.
Questo orientamento si riflette sul piano dell’età. La pratica religiosa raggiunge, infatti, il livello più elevato fra coloro che hanno 65 anni (e oltre): 87%. Cioè, pressoché tutti. E “cade” quando si scende di sotto i 55 anni: 44%. Fino a scivolare al 38-39% tra i più giovani (o meno anziani). Sotto i 45 anni.
Gli orientamenti politici hanno un impatto meno evidente. Perché la “fede” non ha un colore politico definito e definitivo. L’associazionismo e la partecipazione, infatti, hanno avuto e mantengono un peso significativo anche tra le forze politiche di Centro-Sinistra. Il Pd, in particolare. Erede dei principali partiti di massa della Prima Repubblica, il Pci e la Dc.
Non per caso il Pd sorge nel 2007 dalla confluenza dei Ds e della Margherita. Ma un sostegno altrettanto consistente giunge dal Centro Destra. In particolare, da Forza Italia. Tuttavia, il consenso per Papa Bergoglio appare politicamente “trasversale. Supera il 60% fra chi si dice vicino al Pd, FI, Azione. E tra Fd’I.
Poco più limitato, nella base dell’AVS e del M5s. Infine, appena sopra il 50% è l’appoggio fra chi si pone accanto alla Lega di Salvini. Da sempre in dissenso con alcune posizioni espresse da Papa Francesco, in particolare in merito all’accoglienza dei migranti. Che, da sempre, costituisce una bandiera della politica leghista. Per questo motivo Salvini non ha mai nascosto la sua preferenza per il predecessore: papa Benedetto XVI, Joseph Ratzinger.
Così Papa Francesco ha costituito un punto di unione e divisione fra gli italiani. Ben oltre i motivi religiosi. Per ragioni etiche e di valore. È stato il “Papa di tutti”.
(da La Repubblica)
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Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
L’ULTIMO PONTEFICE TRANSALPINO FU GREGORIO XI, CHE NEL 1377 RIPORTÒ IL PAPATO DA AVIGNONE A ROMA MA LE AMBIZIONI DI MACRON SONO PIÙ TERRA TERRA: BLOCCARE LA NOMINA DI UN CONSERVATORE GRADITO A TRUMP E ALLA DESTRA AMERICANA
Macron ha approfittato della sua presenza a Roma per mettere mano, in questo caso più discretamente, a un altro dossier importante, quello del conclave. Chi sarà il nuovo Papa? La linea per certi versi progressista di Bergoglio, non sgradita a Macron nonostante le differenze sull’Ucraina, sarà confermata o il successore imprimerà una svolta conservatrice, magari su influenza della chiesa americana?
Il presidente francese sembra volere seguire da vicino non solo l’evoluzione dei negoziati sull’Ucraina ma anche l’elezione del Pontefice.
Appena salutato Zelensky, sabato Macron ha ricevuto a Villa Bonaparte i cardinali francesi che voteranno nel conclave per un pranzo in compagnia dell’ambasciatrice Florence Mangin.
Tra loro, nella ricostruzione del Figaro , Jean-Marc Aveline, l’arcivescovo di Marsiglia che sarebbe il preferito del presidente. Poi il vescovo di Ajaccio, François Bustillo, il nunzio apostolico negli Stati Uniti, Christophe Pierre, e l’arcivescovo emerito di Lione, Philippe Barbarin (accusato anni fa di avere coperto abusi su minori e poi prosciolto, ndr ).
L’altro votante, Dominique Mamberti, era assente dal pranzo perché ha assistito alla sepoltura di Francesco a Santa Maria Maggiore. Nonostante ripetuti inviti, in questi anni Macron non è mai riuscito ad avere Bergoglio in visita a Parigi, neanche nel momento più importante, la riapertura della cattedrale di Notre
Dame (in quell’occasione il Papa preferì andare in Corsica, una settimana dopo).
Un Pontefice di nuovo francese, dopo Gregorio XI che riportò il papato da Avignone a Roma (1377), sarebbe uno straordinario colpo di soft power per Macron, che in qualità di capo di Stato francese è anche «protocanonico d’onore» della basilica di San Giovanni in Laterano.
L’antica tradizione della Francia come «figlia primogenita della Chiesa» (in virtù della conversione di Clodoveo re dei Franchi nel 496) è tornata di attualità in questi giorni, assieme alle polemiche per le bandiere listate a lutto in tutto il Paese.
Pratica abituale per la morte dei Papi, ma ogni volta contestata a sinistra perché poco coerente con la «laicità» dello Stato — la neutralità rispetto alle religioni —, dogma qualche volta intoccabile e altre volte, quando si vuole, adattabile alle circostanze, magari in virtù di qualche acrobazia intellettuale.
La laicità sarà anche il cardine su cui poggia lo Stato francese, ma l’attivismo vaticano di Macron preoccupa non solo a sinistra.
Secondo La Tribune Chrétienne , media vicino agli ambienti del cattolicesimo tradizionalista, l’importante cardinale ungherese Péter Erdö avrebbe sottolineato i contatti recenti tra Macron e i cardinali francesi «per sbarrare la strada alla candidatura di Robert Sarah», il cardinale guineano beniamino dell’estrema destra.
(da Il Corriere della Sera)
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Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
Il Partito che a gennaio pareva ormai agonizzante, spinto alla catastrofe da un
Trudeau invecchiato e sempre meno amato, è oggi risorto dalle ceneri grazie al nuovo condottiero, un ex banchiere e business executive di 60 anni, mai eletto a una carica politica. La quintessenza dell’uomo in grigio, lontano anni luce dal glamour che fece trionfare Trudeau nel 2015.
Unico guizzo noto: un tempo giocava a hockey. Eppure l’economista serio e noioso è riuscito a convincere i canadesi che solo lui ( forse) potrà domare il capriccioso Trump. «Mark è infaticabile, calmo, sempre pronto alle sfide», lo presenta la moglie. Lui, poco carismatico ma convincente, prosegue: «Trump non è solo una minaccia economica ma esistenziale. Sta cercando di distruggerci. Vuole le nostre risorse, la nostra acqua, la nostra terra, il Paese. È una tragedia».
Poi, la stoccata al rivale, che continua a paragonarlo a Trudeau e piace di più ai giovani. «Io non sono un politico di carriera, so negoziare. Poilievre non ha alcun piano per affrontare Trump». D’altronde, solo tre giorni fa Carney ha ammesso che nell’unica telefonata con la Casa Bianca, a marzo, il presidente Usa ha ribadito che il Canada dovrebbe diventare il 51esimo stato Usa.
Se l’ex guru della finanza globale è superfavorito dai bookmakers nel duello con Poilievre deve ringraziare «il fattore Trump». Il Partito liberale è andato sul sicuro per vincere il logorio del potere, scegliendo alle plenarie di marzo un economista, maschio, bianco, con ottimi agganci a Wall Street. Carney ha fama di essere un abile negoziatore, in grado di difendere l’export canadese (l’80% va verso gli Usa) e ha spostato il partito verso il centro, rottamando la carbon tax, la più importante iniziativa ambientale di Trudeau.
Ha confermato i contro-dazi agli Usa e ha subito visitato Londra e Parigi, non Washington. Dietro la massiccia svendita di Bot del Tesoro americano sui mercati globali, che hanno spinto Trump a una frettolosa retromarcia su alcune misure, ci sarebbe proprio la sua mano.
Il tallone d’Achille è Pechino, con cui Carney ha avuto spesso a che fare in qualità di dirigente della Brookfield Asset Management, colosso con importanti investimenti in Cina. Ma i canadesi sembrano pronti a perdonargli il passato da mastino della finanza purché li porti fuori dalla burrasca. Come fece da capo della Banca centrale durante la crisi del 2008. O come quando timonò la Banca d’Inghilterra, primo straniero della storia, nella tempesta della Brexit.
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Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
IN POCHE SETTIMANE, COME EFFETTO DEI DAZI IMPOSTI DA “THE DONALD”, IL CANDIDATO LIBERALE, MARK CARNEY, HA RECUPERATO OLTRE 20 PUNTI DI DISTACCO DAL POPULISTA PIERRE POILIEVRE … CARNEY, EX GOVERNATORE DELLA BANCA DEL CANADA, È UN ECONOMISTA GRIGIO E SENZA ESPERIENZA POLITICA, MA HA SFRUTTATO IL CLIMA ANTI-AMERICANO: “TRUMP NON È SOLO UNA MINACCIA ECONOMICA MA ESISTENZIALE. STA CERCANDO DI DISTRUGGERCI
Ho cambiato marca di dentifricio e biscotti, yogurt e shampoo e pure il tipo di mele. Non compro più nulla “Made in Usa”». Alla vigilia del voto Claire Tremblay, 62 anni, si aggira armata di lente d’ingrandimento fra gli scaffali di Farm Boy, il supermercato su Metcalfe Street, nel cuore di Ottawa, a meno di un chilometro dal Parlamento in stile neogotico che i canadesi oggi sono chiamati a rinnovare.
Gira la confezione di cosce di pollo e legge con attenzione l’etichetta: «Non lo avevo mai fatto prima dell’annuncio dei dazi che Trump ci ha imposto e delle sue parole sul Canada come 51esima stella. Consideravo gli americani una sorta di cugini»
Nel supermercato non è la sola.
Il boicottaggio partito a febbraio s’è ormai trasformato nel movimento “Buy canadian”, compra canadese, cui negozianti e supermercati partecipano indicando alternative locali applicando adesivi con la foglia d’acero ai prodotti. Molti hanno rimosso gli alcolici statunitensi. Gli utenti cancellano gli abbonamenti a Netflix e Amazon Prime e le vacanze in America. Mentre le minacce ribadite da Trump pure due giorni fa hanno provocato un nuovo scatto d’orgoglio: lo vedi dalle bandiere bianche e rosse, appese a ogni finestra.
Qui l’ombra di Donald Trump non pesa solo sul carrello della spesa. Lo scorso 23 marzo le minacce hanno convinto il neo-premier Mark Carney, che aveva sostituito il dimissionario Justin Trudeau solo 9 giorni prima, ad anticipare le legislative previste a ottobre
Nell’ultimo anno, in cima ai sondaggi c’era infatti sempre stato il bellicoso leader conservatore Pierre Poilievre: a gennaio in vantaggio addirittura di 24 punti grazie ai duri attacchi contro Trudeau, cui imputava il crescente costo della vita e degli alloggi, l’eccessiva immigrazione, la controversa tassa sulle emissioni.
Poi, le dimissioni del Liberal per 10 anni alla guida del Paese, la sostituzione in corsa con Carney — ex governatore della banca del Canada che ha traghettato pure quella d’Inghilterra in piena Brexit — e le provocazioni di The Donald hanno cambiato le cose. Mettendo in difficoltà i conservatori la cui retorica era tragicamente simile a quella trumpiana su temi come immigrazione e sicurezza.
In breve, il vantaggio di Poilievre è evaporato. Gli indecisi gli hanno voltato le spalle, e l’ultimo sondaggio dà ora i Liberal in (lieve) vantaggio, 42 con tro il 38,5 dei conservatori. «Fino a poche settimana fa la gente pensava a inflazione e costo della vita. Oggi s’interroga sulla futura esistenza del Paese» riflette il politologo André Lecours incontrandoci in un’aula al settimo piano della facoltà di Scienze Politiche della Ottawa University.
«Trump ha fatto l’impossibile, trasformando un contesto ostile al partito di governo in uno in cui i Liberal aspirano alla maggioranza assoluta. Pure gli elettori dei partiti minori sembrano pronti a puntare su un unico candidato forte. La rivoluzione populista ha perso appeal: si cerca un leader capace di parlare la lingua economica che Trump comprende».
In un Paese dove il premier non è scelto dal popolo, il voto si è dunque trasformato in una sorta di referendum su quale dei due leader saprà meglio condurre la trattativa futura. I loro stili sono d’altronde opposti, come i cartelli rosso-Liberal e blu-conservatori che si fronteggiano al crocevia fra Hope Side e Old Richmond Road, confine fra il distretto industriale di Nepean, tutto capannoni e case a schiera, dove Carney (che abita in un’area lussuosa) sfida la poliziotta Barbara Bal. E il rurale Carleton, dove Poilievre vive e ha già vinto sette volte. Ma ora fronteggia Bruce Fanjoy, dotato di volontari molto ben organizzati.
Certo, nonostante un curriculum di tutto rispetto, Carney è politico di primo pelo, e l’inesperienza s’è vista nelle risposte rigide e complesse ai dibattiti. Capace però di trasformare una metafora sportiva in slogan condiviso: «Elbow up», in alto i gomiti, in onore della tecnica di difesa aggressiva del campione di hockey Gordie Howe.
Poilievre, non ha invece reagito con tempismo al cambiamento: continuando a battere sul «decennio liberal perduto» fino a farsi rispondere da Careny: «Io non sono Trudeau». Incapace di prendere nettamente le distanze da Trump, ha finito per scatenare a polemiche all’interno del suo stesso partito: accusato di riservare attacchi più feroci ai progressisti che alla Casa Bianca.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
LA FAMIGERATA “TERZA SEDIA” (CHE I MELONIANI SOSTENGONO FOSSE PER MACRON MENTRE ALTRI AFFERMANO FOSSE L’INTERPRETE) SPARISCE BEN PRIMA CHE TRUMP POSSA DIRE “NO” AL TOYBOY DELL’ELISEO…COSA NON FANNO I SERVI PER NASCONDERE CHE MACRON HA FREGATO LA LORO AMATA PREMIER
La verità non esiste: è sempre solo un punto di vista. Più spesso una questione di
tifoserie. Si prenda per esempio il caso del “giallo delle sedie” al Vaticano: nel vertice improvvisato tra Zelensky e Trump, prima del funerale di Papa Francesco, ne erano state preparate tre, una per il presidente ucraino, una per quello americano e la terza?
Alcuni sostengono fosse per un eventuale interprete, altri malignano che fosse per il Toyboy dell’Eliseo, smanioso di imbucarsi.
Una versione, questa, che è stata molto “spinta” ai giornalisti dagli spin doctor di palazzo Chigi.
Si mormora, infatti, che dall’ufficio stampa di Giorgia Meloni siano partiti molti messaggini a giornalisti e cronisti “d’area” per dare spazio alla “figuraccia” rimediata dal presidente francese. Il tutto, ovviamente, per coprire la rosicata cosmica della Ducetta, rimasta fuori da ogni foto e video dall’interno della Basilica di San Pietro.
I meloniani ci tenevano a far passare Macron come uno sfigatello rimbalzato dal Caligola di Mar-a-Lago in un maldestro tentativo di partecipare al faccia a faccia. A dare man forte alla linea dei trombettieri del governo, sono scesi in campo alcuni troll melonian-trumpiani sempre pronti a scudisciare l’odiatissimo “Mounsier arrogance”.
L’altra versione dei fatti, invece, mette in risalto il ruolo di cerimoniere di Macron, che va a salutare Zelensky e Trump (a cui abilmente evita di stringere la mano), riuscito a fare gli onori di casa persino in Vaticano.
Il “mistero” della terza sedia, apparsa e poi molto rapidamente sparita, sembra meno oscuro di quanto inizialmente evocato.
Quando Macron parlotta con Trump e Zelensky, infatti, la poltroncina viene messa via in tempo reale. Ben prima che gli addetti vaticani potessero ascoltare il discorso tra i presidenti, compreso l’eventuale “no” di Trump a Macron.
(da Dagoreport)
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Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
MA I TECNICI DEL SUO MINISTERO, IN NUMEROSE LETTERE, AVEVANO SPIEGATO AL GUARDASIGILLI COME FOSSE “NECESSARIO” PROCEDERE PER EVITARE DI RICEVERE UNA SANZIONE, LA STESSA CHE TRA L’ITALIA RISCHIA PER IL CASO ALMASRI
“È necessario procedere alla trasmissione alla procura generale di Roma della documentazione ricevuta dall’Aja” sui mandati di cattura per Vladimir Putin e gli altri cittadini russi accusati di crimini contro l’umanità
A scriverlo sono i tecnici di via Arenula in diverse note inviate al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ieri si è arrampicato in una difesa goffa per spiegare che non c’era nulla di anomalo nel non aver trasmesso gli atti ricevuti dalla Corte penale su Putin e gli altri dirigenti russi del Cremlino.
“Notizie totalmente destituite di fondamento, non c’è stata nessun anomalia” ha detto il ministro sostenendo che la procedura scatta soltanto quando la persona arriva nel territorio italiano.
I tecnici del ministero della Giustizia non la pensano però come Nordio. Tanto che la questione – come Repubblica è in grado di documentare – è oggetto di un lungo carteggio con gli uffici.
In diverse lettere i tecnici spiegavano come le carte ricevute dall’Aia dovessero essere subito trasmesse alla procura generale per evitare di ricevere una sanzione, la stessa che tra l’altro l’Italia ora rischia in una vicenda per molti tratti simile, quella cioè del criminale libico Almasri, rispedito a casa nonostante un ordine di cattura all’Aia.
Repubblica ha potuto visionare diverse note interne nelle quali non si lascia spazio al dubbio sulla posizione dei tecnici di via Arenula. “In ottemperanza all’obbligo di cooperazione con la corte penale internazionale derivante dallo Statuto di Roma” si legge, “è necessario procedere alla trasmissione alla
procura generale di Roma”.
Lo si deve fare sulla base “della legge numero 237” che al “comma terzo dell’articolo 2” spiega come “il ministero della Giustizia dà corso alle richieste formulate dalla Corte penale trasmettendole al procuratore generale presso la corte di appello” in “tempi rapidi”.
Gli atti documentano inoltre come vi siano stati diversi solleciti proprio per il mandato emesso il 17 marzo dalla corte penale nei confronti di Vladimir Putin inizialmente si era anche proceduto alla trasmissione degli atti per poi, però, ritornare sulla decisione perché l’articolo 2 della legge 237 prevede che il “ministero della Giustizia concordi la propria azione con altri ministri interessati e con altri organi dello Stato”. Perché quindi Nordio non ha proceduto e si è fermato? E’ stato qualche collega del governo a chiederglielo o Chigi?
Quelli su Putin e Llova-Belova sono soltanto due dei documenti fermi in via Arenula. Non sono stati trasmessi nemmeno i provvedimenti contro il tenente generale Sergei Ivanovich Kobylash, già comandante dell’aviazione delle Forze aeree, e l’ammiraglio della Marina Viktor Sokolov. Mentre a giugno 2024 altri due mandati contro il ministro della Difesa Serghei Shoigu e il viceministro Valery Gerasimov sono arrivati al ministero e mai mandati al tribunale per poter poi procedere.
Sono tutti atti che Nordio e il suo gabinetto hanno deciso di bloccare. Mentre i suoi tecnici gli dicevano che avrebbero dovuto essere trasmessi alla Corte. Per inciso sono gli stessi tecnici che sul caso Almasri sostenevano che dovesse essere emesso un nuovo mandato di cattura, per evitare la scarcerazione. E che non sono stati ascoltati.
(da La Repubblica)
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Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
UN FALLIMENTO CHE SAREBBE PIÙ CLAMOROSO DEI PRECEDENTI PERCHÉ ESPLICITAMENTE SOSTENUTO DAL GOVERNO MELONI… A DONNET NON RESTAVA ALTRA VIA DI SALVEZZA: DARE UNA MANO A NAGEL (IL CEO DI GENERALI SBARRÒ I TENTATIVI DI MEDIOBANCA DI ACQUISIRE LA BANCA CONTROLLATA DALLA COMPAGNIA) – L’ULTIMA SPERANZA DI CALTARICCONE: ESSENDO MEDIOBANCA SOTTO OPS DI MPS, A DECIDERE LA DEROGA DAL ‘’PASSIVITY RULE’’ SARÀ L’ASSEMBLEA: SE IN FORMA ORDINARIA (A MAGGIORANZA), CALTAPERDE; SE STRAORDINARIA (CON I DUE TERZI DEL CAPITALE PRESENTE), CALTAVINCE
Da questa mattina Caltagirone ha i sudori freddi: se la mossa di Nagel andrà a dama, i
suoi tentativi di scalare Generali rischiano il terzo flop (questo sarebbe il più clamoroso perché esplicitamente sostenuto dal Governo Meloni).
Infatti, una volta conquistata una Mediobanca deprivata del suo “tesoretto” di Generali, che ci fa, la birra? L’82enne imprenditore-editore romano avrà buttato un pacco di miliardi per restare sempre fuori dal “Forziere d’Italia’’.
Cedendo la propria partecipazione nel Leone di Trieste (13,04%), valutata 6,3 miliardi, in cambio della controllata della compagnia assicurativa, Banca Generali, Philippe Donnet ha finalmente capito che doveva dare una mano ad Alberto Nagel. (In passato, il Ceo di Generali sbarrò i tentativi di Mediobanca di acquisire la banca. E stamattina l’ha ricordato in conferenza stampa lo stesso Nagel).
Del resto, a Donnet non restava altra via di salvezza: una volta espugnato l’istituto di Piazzetta Cuccia da parte dei “caltagironesi” di Palazzo Chigi, con il cavallo di Troia di Mps, la vittoria di venerdì 24 aprile all’assembra di Generali potrebbe trasformarsi in polvere nel giro di pochi mesi.
L’operazione Nagel-Donnet, tecnicamente impeccabile, pone però due interrogativi. Primo: essendo Mediobanca sotto Ops di Mps, l’operazione Banca Generali è subordinata all’approvazione dell’assemblea per l’autorizzazione alla deroga del ‘’passivity rule’’, la regola che impedisce “iniziative difensive” per ostacolare scalate esterne.
A decidere la deroga sarà l’assemblea di Piazzetta Cuccia in forma ordinaria (a maggioranza) o straordinaria (che richiede i due terzi del capitale presente)?
Con la straordinaria, per Calta & Milleri sarebbe un gioco aggiungere un 3% al loro “pacchetto” del 27% e bloccare la mossa di Nagel.
Indiscrezioni milanesi sostengono che sarà sufficiente un’assemblea ordinaria poiché non ci troviamo di fronte a un aumento di capitale o modifiche allo statuto.
L’altro interrogativo non preoccupa Nagel&Donnet più di tanto: l’Ivass, l’istituto che vigila sul mercato assicurativo, non avrà nulla da eccepire al fatto che Generali aumenti considerevolmente le azioni proprie detenute?
Ed oggi è un giorno importante per il risikone bancario anche perchè vede la conferma di Carlo Messina a supremo capoccione di Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana minacciata dal diabolico Andrea Orcel di Unicredit. Il risiko continua…
( da Dagoreport)
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Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
“COMPRIME NUMEROSI DIRITTI FONDAMENTALI”
Il decreto Sicurezza “viola le prerogative costituzionali garantite al Parlamento, punta a reprimere il dissenso e comprime alcuni diritti fondamentali , tassello fondamentale in qualunque democrazia”. Lo scrivono 237 giuspubblicisti di tutte le Università italiane che hanno lanciato un appello pubblico contro il provvedimento varato dal governo Meloni.
Sin dai suoi primi passi, il dl Sicurezza è stato al centro di critiche e polemiche. Inizialmente redatto nella forma di un disegno di legge, il testo è stato poi trasformato in un decreto legge dall’esecutivo per superare l’empasse del Parlamento ed essere approvato subito. Le norme, che riguardano diversi ambiti (dal carcere alle manifestazioni, fino alla cannabis light e ai servizi), sono già entrate in vigore, ma il Parlamento ha ancora poco meno di due mesi di tempo per convertire il decreto in legge.
Tuttavia, i giuristi hanno evidenziato l’incostituzionalità del provvedimento e invitato gli organi di garanzia a tenere alta l’attenzione. Per i firmatari, “si tratta di un disegno estremamente pericoloso” ed è motivo “di ulteriore preoccupazione il fatto che questo disegno si realizzi attraverso un irragionevole aumento qualitativo e quantitativo delle sanzioni penali che – in quanto tali – sconsiglierebbero il ricorso alla decretazione d’urgenza”, che è stata utilizzata per adottarlo. “Numerosi sono i principi costituzionali che appaiono compromessi”, hanno dichiarato i giuspubblicisti che citano “il principio di uguaglianza che non consente in alcun modo di equiparare i centri di trattenimento per stranieri extracomunitari al carcere o la resistenza passiva a condotte attive di rivolta”.
E ancora sarebbe in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione e la tutela della libertà personale “il cosiddetto daspo urbano disposto dal questore che equipara condannati e denunciati; non meno preoccupante è la previsione con cui si autorizza la polizia a portare armi, anche diverse da quelle di ordinanza e
fuori dal servizio”. Una serie di disposizioni del decreto inoltre, “aggravano gli elementi di repressione penale degli illeciti addebitati alla responsabilità di singoli o di gruppi solo per il fatto che l’illecito avvenga “in occasione” di pubbliche manifestazioni, disposizione che per la sua vaghezza contrasta con il principio di tipicità delle condotte penalmente rilevanti, violando per giunta la specifica protezione costituzionale accordata alla libertà di riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico”, hanno rilevato . “Torsione securitaria, ordine pubblico, limitazione del dissenso, accento posto prevalentemente sull’autorità e sulla repressione piuttosto che sulla libertà e sui diritti rappresentano le costanti di questi interventi”.
Non si tratta del primo grido d’allarme da parte del mondo giuridico nei confronti del decreto Sicurezza. Qualche settimana fa l’Associazione nazionale magistrati aveva riscontrato “profili di incostituzionalità” e criticato alcune delle misure previste. Oggi i giuristi sono tornati a denunciarne l’illegittimità.
“Il “Decreto Sicurezza” viola la nostra Costituzione. Non c’era né la necessità né l’urgenza di trasformare questo disegno di legge in un decreto, l’ennesimo dl di un governo che continua impunemente a calpestare la democrazia parlamentare e le prerogative delle Camere”, ha commentato il segretario di +Europa, Riccardo Magi. “Una forzatura giustificata solo dall’urgenza di Giorgia Meloni di comprimere diritti e libertà dei cittadini. Come +Europa lo avevamo detto fin dall’inizio: questo provvedimento è incostituzionale. Abbiamo presentato una pregiudiziale di costituzionalità in sede di conversione del decreto, ovviamente bocciata da questa maggioranza. Non ci fermeremo e siamo pronti a ogni azione nonviolenta, dai ricorsi al referendum abrogativo, per bloccare la torsione autoritaria che questo provvedimento imprime”.
(da agenzie)
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