GIORGIA MELONI SI E’ INCARTATA SULLA LEGGE ELETTORALE. LA DUCETTA E’ PRONTA A FORZARE LA MANO SULLE PREFERENZE E AVVISA FORZA ITALIA E LEGA SVENTOLANDO LO SPAURACCHIO DEL COLLE: DOPO UNA BOCCIATURA DELL’EMENDAMENTO A SCRUTINIO SEGRETO INTERVERREBBERO QUIRINALE E CORTE COSTITUZIONALE (MATTARELLA NON E’ DISPOSTO A FIRMARE UN TESTO CHE POTREBBE ESSERE STRONCATO DALLA CONSULTA)
MELONI VALUTA UN INTERVENTO PER “AGGIUSTARE” IL PREMIO DI MAGGIORANZA: NON ANDREBBE PIÙ AL LISTONE DI COALIZIONE MA ALLA LISTA DI PARTITO PIU’ VOTATA (FDI?)… UN PO’ A SORPRESA, IL CENTRODESTRA APRE AL VOTO PER I FUORISEDE (NON CERTO BASE MELONIANA)
Secondo fonti qualificate, la premier Giorgia Meloni avrebbe avvertito gli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani: l’emendamento sulle preferenze sarà presentato da Fratelli d’Italia in aula e sarebbe meglio che la maggioranza non si spaccasse nel voto segreto.
Meloni con gli alleati ha usato un’argomentazione pesante: se l’emendamento dovesse essere bocciato a scrutinio segreto, a quel punto si rischierebbe un intervento prima del Quirinale e poi della Corte costituzionale, che sul tema sono già intervenuti.
Fonti parlamentari confermano che il Colle osserva con attenzione questo passaggio delicato della legge. Non sarebbero arrivate richieste esplicite del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al governo sul testo dello Stabilicum, se non quello sul premio di maggioranza che è già stato “aggiustato” portando la soglia dal 40 al 42,5% per accedere al premio.
Ma un listone bloccato in base al quale sarà attribuito il premio, non solo farebbe riflettere il presidente della Repubblica al momento della firma, ma rischia di non passare al vaglio della Consulta, dopo le sentenze su Porcellum e Italicum. Resta il fatto, ragionano le stesse fonti, che Mattarella non firmerebbe la legge solo in presenza di un testo “palesemente incostituzionale”.
Che la decisione della Corte costituzionale, invece, arrivi dopo il voto poco importa, è il ragionamento che si fa ai vertici di FdI: sarebbe una figuraccia lo stesso e si rischierebbe comunque di dover correggere il testo dopo la sua approvazione.
A questo proposito, comunque, Meloni ha messo sul piatto una soluzione che è sembrata anche una sorta di avvertimento: se l’emendamento sulle preferenze sarà bocciato, FdI ne presenterà uno per tornare ad attribuire il premio di maggioranza a “scorrimento” alla lista di partito e non più al “listone” di coalizione.
In questo modo FdI non concederebbe niente agli alleati nelle trattative pre-voto e si prenderebbe il premio in caso di arrivo al primo posto. Si tornerebbe, insomma, al testo base. Avviso che comunque non è servito a far togliere il veto degli alleati. Ieri il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari ha detto che “ora è difficile inserire le preferenze” nella legge.
Le preferenze dovessero passare, i parlamentari contrari si sfogherebbero al primo voto segreto, se dovessero essere bocciate invece si rischia una spaccatura nella maggioranza. Tanto più che gli strateghi delle opposizioni stanno già preparando decine di emendamenti da votare a scrutinio segreto per titillare gli scontenti.
La coalizione è bloccata sulle preferenze, ma fa sapere di aver trovato un punto d’incontro sul voto ai fuorisede, con un emendamento di FdI, Lega, FI e Noi Moderati. La soluzione trovata è la “residenza bis”: consentire l’iscrizione nelle liste elettorali a chi ha dichiarato, entro il 31 dicembre precedente, il domicilio in un comune diverso dal proprio in cui si trova da almeno 9 mesi.
Una formula che convince i più nella maggioranza, ma non l’opposizione: per il Pd si tratta di «una presa in giro». Secondo Simona Bonafè e Marco Meloni, l’emendamento è «la contropartita di una legge elettorale incostituzionale che la maggioranza vorrebbe approvare in fretta per favorire se stessa».
Ma il problema della coalizione guidata da Giorgia Meloni resta un altro, perché a tenere banco è ancora il tema delle liste bloccate. Un nodo su cui gli sherpa del centrodestra si sono confrontati per tutto il giorno anche ieri, senza arrivare a un accordo. E in questo clima FdI teme l’autogol: numeri alla mano se via della Scrofa volesse forzare, alla Camera l’emendamento sulle preferenze potrebbe passare grazie ai 117 deputati meloniani e gli 8 di Noi Moderati (e forse gli 8 di Futuro nazionale). Sarebbero abbastanza, anche senza i 110 voti di Lega e Forza Italia.
E se l’opposizione uscisse dall’aula, sarebbero impossibili trucchi, magari dichiarando il sì e facendo saltare la norma nel voto segreto. Ma poi la frattura riemergerebbe in Senato, dove i numeri favoriscono l’asse tra il Carroccio e gli azzurri. Uno scontro che potrebbe arrivare fino a far saltare la legge.
L’intesa tra alleati è dunque un imperativo. E in questa direzione lavorano senza sosta gli sherpa. Tra le ipotesi sul tavolo, una strada potrebbe essere il cosiddetto “modello croato”, che vedrebbe il capolista bloccato e gli altri candidati a seguire nella lista. Con la possibilità però per chi superasse una certa percentuale di voti di scavalcare i capilista bloccati nella conquista di uno scranno in Parlamento.
In questo caso la norma darebbe la possibilità di esprimere fino a tre preferenze. Un meccanismo analogo a quello delle elezioni Europee, ma con la lista di nomi già stampata e la possibilità per l’elettore di apporre fino a tre X, purché venga garantita l’alternanza di genere.
L’altra ipotesi sul tavolo della coalizione – su spinta di Lega e FdI – manterrebbe le liste bloccate, ma senza il listone di coalizione. In questo caso il premio di maggioranza verrebbe redistribuito tra i partiti della coalizione più votata, in base alle percentuali elettorali. Ma così, niente preferenze.
(da Repubblica)
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