Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
UNA IMBARCAZIONE CHE BATTEVA BANDIERA ITALIANA E’ STATA BLOCCATA IN ACQUE INTERNAZIONALI DAI CRIMINALI DI ISRAELE: QUESTA E’ PIRATERIA, UNO STATO CHE SI RISPETTI AVREBBE MANDATO L’AVIAZIONE PER AFFONDARE I MEZZI DEL CRIMINALE DI GUERRA NETANYAHU
Nella notte tra l’1 e il 2 maggio, il team legale della Global Sumud Flotilla, la spedizione umanitaria partita alla volta della Striscia di Gaza con centinaia di attivisti provenienti da tutto il mondo, ha depositato un ricorso urgente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro lo Stato italiano. La vicenda è quella che riguarda i due attivisti Thiago Avila e Saif Abukeshek, «attualmente detenuti arbitrariamente dalle autorità israeliane, in regime di incomunicabilità, senza accesso a difensori, familiari o autorità consolari».
Il ricorso alla Cedu per i due attivisti arrestati
In una nota, gli attivisti della Flotilla spiegano di essersi rivolti alla Cedu per denunciare «una violazione grave e attuale della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare degli articoli 2 e 3, che tutelano il diritto alla vita e vietano in modo assoluto ed inderogabile la tortura, i trattamenti inumani o degradanti e ogni forma di esposizione a tali trattamenti». I due attivisti arrestati dalla Marina israeliana sono stati trattenuti «in assenza di qualsiasi informazione ufficiale sul loro luogo di detenzione, senza accesso a difensori, familiari o autorità consolari e senza alcuna garanzia procedurale».
«Dall’Italia nessuna misura di protezione»
Ma il ricorso presentato alla Cedu non riguarda solo lo Stato israeliano. Nel mirino degli attivisti ci sono anche le responsabilità dell’Italia, Stato di bandiera dell’imbarcazione su cui si trovavano i due attivisti quando sono stati intercettati in acque internazionali dalla Marina israeliana. «In base alla giurisprudenza consolidata della Corte di Strasburgo e al diritto internazionale del mare – sottolineano i legali – l’Italia esercitava giurisdizione sui soggetti a bordo ed era quindi tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per prevenire violazioni prevedibili dei diritti fondamentali. Nonostante le autorità italiane fossero state tempestivamente informate del rischio concreto e imminente per la vita e l’integrità fisica degli attivisti, non è stata adottata alcuna misura effettiva di protezione né è stato avviato alcun intervento idoneo a impedire o interrompere la violazione in corso».
«La missione riparte»
Durante una conferenza stampa della delegazione italiana della Flotilla, Luca – un attivista intervenuto in collegamento dalla Grecia – ha promesso che la missione non si ferma: «La Flotilla riparte. Useremo questi giorni per sistemare tutto e per rimettere a posto le barche. Abbiamo compagni dalla Grecia, dall’Italia, dalla Spagna dall’Olanda e da tutta Europa che si sono mobilitati per venire qui. Abbiamo preso tutte le precauzioni che dovevamo prendere, siamo in contatto con le autorità. Ripartiremo e saremo ancora di più rispetto a quando siamo partiti dalla Sicilia. Se prima avevamo un milione di motivi per andare a Gaza, ora ne abbiamo uno in più».
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SULLA DECISIONE DI TRUMP DI AUMENTARE I DAZI SULLE AUTO EUROPEE AL 25%: “PER L’ITALIA, CHE HA CINQUE MILIARDI DI ESPORTAZIONE DI AUTO VERSO GLI USA, SAREBBE UN COLPO DURISSIMO. IL GOVERNO REINTEGRI IMMEDIATAMENTE QUEL FONDO PER L’AUTOMOTIVE DI CUI HA TAGLIATO L’80%. E CHIEDA IN EUROPA UNA RISPOSTA FORTE”
“Il governo dovrebbe fare le battaglie giuste in Europa e non le sta facendo. Deve
chiedere un tetto europeo del gas. Oggi in Italia abbiamo le bollette più care d’Europa. Questo governo ha dichiarato guerra alle rinnovabili che invece avrebbero un grande potenziale per creare buona impresa e lavoro di qualità soprattutto al sud di questo Paese”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, poco prima di partecipare al “Congresso delle idee” a Chieti, in vista delle amministrative in cui è candidato sindaco Giovanni Legnini.
La segretaria del pd prosegue: “Bisogna sostenere le imprese con una vera politica industriale che parta proprio dal ridurre il costo dell’energia, scollegando il prezzo dell’energia da quello del gas. Giorgia Meloni sta facendo un’unica battaglia in Europa che è quella per sospendere l’Ets che è lo strumento principale per liberarci dalla dipendenza dalle fonti fossili e dal gas. Ci si consegna dalla dipendenza dal gas russo alla dipendenza dal gas di Trump”.
Schlein aggiunge: “Trump ha annunciato di aumentare i dazi sulle auto europee al 25%. Per l’Italia, che ha cinque miliardi di esportazione di auto verso gli Usa, sarebbe un colpo durissimo. Il governo reintegri immediatamente quel fondo per l’automotive di cui ha tagliato l’80%. Chieda in Europa una risposta forte, unitaria a questi dazi. Bisogna convincere Trump a fermarsi perché sta danneggiando enormemente tutte le economie, anche quella americana”.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“ VERSO DI NOI INSULTI SESSISTI”… IL CALCIATORE ACCUMULA SENTENZE DI CONDANNA MA CONTINUA A GIOCARE
“Stupratori in campo non ne vogliamo”, recitava lo striscione di “Non una di Meno” di Modena che l’associazione contro la violenza di genere aveva affisso fuori dallo stadio Braglia in vista del derby emiliano di serie B fra il Modena e la Reggiana. Uno striscione riferito al calciatore della squadra granata Manolo Portanova, condannato a sei anni di carcere anche in secondo grado con l’accusa di violenza sessuale di gruppo.
Lo striscione “è durato due ore. Abbiamo trovato delle persone che portavano via lo striscione che avevamo affisso nei pressi della curva Montagnani – si legge sul profilo Instagram di ‘Non Una di Meno Modena’ – abbiamo chiesto di restituircelo e loro hanno risposto con insulti sessisti, minacce e mostrando i genitali. ‘Non allo stadio’, questo è quello che ci è stato detto mentre ci riprendevamo lo striscione”. “Chi è stato condannato continua a giocare, sostenuto e celebrato”, denuncia il collettivo. “Questo non è neutrale: è una scelta politica. È il segnale che tutto può essere ignorato, se c’è di mezzo lo spettacolo. Non lo accettiamo. Non accettiamo che lo sport diventi uno spazio di impunità”.
Una denuncia che non è sfuggita al sindaco di Modena Massimo Mezzetti, che il 1° maggio era allo stadio per vedere la partita. Detto che “la presunzione d’innocenza fino alla pronuncia della Cassazione fa parte del nostro ordinamento ed è un diritto dell’imputato”, osserva in un passaggio di un lungo intervento riferendosi al procedimento in corso nei confronti del centrocampista reggiano, “se queste accuse
sono state riconosciute in due gradi di giudizio è, se possibile, ancora più grave nascondere la testa sotto la terra del campo di gioco. Credo che ognuno si debba assumere le proprie responsabilità, comprese le società calcistiche ma, visto che lo stadio è proprietà del Comune, non posso che leggere con attenzione le parole del gruppo femminista ‘Non Una di Meno. Personalmente ieri ero allo stadio a tifare il nostro Modena e mi sono rallegrato per il risultato che ci ha visti prevalere. Questa vicenda però ci interroga fortemente e – conclude – tornando all’inizio del mio ragionamento, non va nascosta come qualcosa di cui sia inappropriato parlare”. Anche il Comune di Reggio Emilia, alla conferma della condanna, aveva invitato la Reggiana a riflettere sull’eventualità di intervenire con provvedimenti.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
‘IL DISSENSO NON SI RIDUCA A COCKTAIL A PORTE CHIUSE’… CENTINAIA DI INTELLETTUALI IN CARCERE IN RUSSIA E NOI APRIAMO LE PORTE AI SERVI DI PUTIN
Lettera aperta al Presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco con
l’elenco degli artisti detenuti o morti in carcere in Russia, con la richiesta di non ridurre il dissenso a un cocktail, di non “continuare a ridurre il dialogo a una performance superficiale”, come lo si accusa di voler fare con l’iniziativa ‘Il dissenso e la pace’ organizzata in risposta alle critiche per il ritorno della Russia all’Esposizione d’arte internazionale, in programma a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre.
Iniziativa che prevede, fra gli altri, un intervento del regista Aleksandr Sokurov. A firmare la lettera sono accademici, attivisti e artisti italiani e russi, fra cui Nadia Tolokonnikova, fra le fondatrici delle Pussy Riot ed ex detenuta politica, il film maker premio Oscar con ‘Mr Nobody Against Putin’ Pavel Talankin, la Presidente di ‘Memorial Italia’ Giulia De Florio, il vice presidente dell’organizzazione, Andrea Gullotta, la traduttrice e scrittrice Elena Kostyoukovitch e l’artista e attivista Katia Margolis.
“La sollecitiamo ad aprire questa iniziativa a coloro che sono realmente perseguiti per il loro dissenso e a onorare il lascito del 1977 (l’anno in cui si era tenuta la Biennale del Dissenso, ndr) come spazio di confronto, non della sua simulazione. Lei ha spesso insistito nel dire che la Biennale deve essere aperta a tutte le voci.
Le chiediamo di essere coerente con le sue dichiarazioni. ‘Il dissenso e la pace’ onori e dia voce al dissenso reale non al suo simulacro”, si chiede nella lettera in cui viene presentato l’elenco dei 26 artisti, scrittori, musicisti e performer russi attualmente detenuti per aver espresso posizioni contro la guerra e dissidenti, e i nomi dei cinque artisti morti in carcere negli ultimi anni. “Il prezzo del dissenso viene pagato, proprio in questo momento, nelle prigioni, in esi. lio, nelle tombe
Sono voci che una Biennale del dissenso deve rendere vibili”. “Le scriviamo in risposta all’annuncio dell’iniziativa ‘Il dissenso e la pace'”, un ciclo di tre incontri a Ca’ Giustinian (sede della Biennale a Venezia, ndr) dedicato al dissenso e alla pace nei giorni dell’inaugurazione dell’Esposizione internazionale d’arte
Nel momento in cui la notizia del Padiglione della Russia è stata accolta da una decisa opposizione da parte della comunità internazionale e di artisti e dissidenti russi, il ministro della Cultura invia i suoi ispettori e l’Unione europea revoca i suoi finanziamenti, e perfino la Giuria internazionale ha annunciato le sue dimissioni, una Biennale, che sostiene di voler il dialogo, non può continuare a ridurlo a una performance superficiale”
“Non può diventare un’altra copertura ancora, un evento messo in scena in cui il dissenso è presentato a porte chiuse, solo a inviti (come lo sono le tre conferenzeorganizzate dalla Biennale, ndr), mentre coloro che ne pagano il prezzo reale sono tenuti fuori e ignorati”.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
L’UNIONE EUROPEA HA REVOCATO I DUE MILIONI DI FINANZIAMENTO ALLA RASSEGNA. LA BATOSTA PER LA DUCETTA E’ POLITICA: I SONDAGGI DANNO PERSO IL COMUNE DI VENEZIA CHE, DOPO IL CASO BEATRICE VENEZI, SI RITROVA SPUTTANATA LA SUA BIENNALE… ALLA VERNICE DEL 5 MAGGIO CI SARA’ ANCORA BUTTAFUOCO, CHE NON INTENDE RASSEGNARE LE DIMISSIONI
La Melona, precipitata tra un disastro politico e la recessione economica nella zona “warning” del 26%, non è incazzata, ma incazzatissima, con l’amatissimo e “capacissimo” Buttafuoco.
Il novello Vate (a perdere) che doveva strappare l’egemonia culturale ai “comunisti”, essendo dotato di intelligenza quanto di scaltrezza, si era subito smarcato dal prendere in consegna quella rogna impossibile da gestire del Ministero della Cultura, e ha preferito traslocare sulla doviziosa laguna veneziana alla presidenza della Biennale, massima istituzione culturale italica sulla scena internazionale, dove nei suoi tre anni a Ca’ Foscari non si è appalesato nulla di caro a Fratelli d’Italia, avendo sul comodino nient’altro che le fanta-favole de “Il signore degli Anelli”, e si è limitato a mantenere la gestione della Fondazione nel solco impresso all’epoca dal benemerito demo-sinistro Paolo Baratta.
L’unica decisione che ha deciso di prendere il tenebroso siculo-musulmano, che si dilettava a Taormina a parlare d’amore con Beatrice Venezi in spettacoli teatrali, è stata, come dicono dalle sue parti, una minchiata.
Riaprire il padiglione russo della Biennale d’Arte, che aprirà i battenti il 5 maggio, ha messo in grossa difficoltà la fu “Giorgia dei Due Mondi” con la corrente pro-Ucraina dei Camerati d’Italia capeggiata dall’eminenza di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari (coniugato, come Adolfo Urso, con una signora ucraina).
Ma come: dopo quattro anni dall’invasione ucraina e con la guerra ancora in corso, ti sembra un segno di egemonia di destra ospitare la grancassa artistica spedita da Vladimir Putin a Venezia?
Una risoluzione che ha fatto incazzare anche l’Unione Europea che ha revocato i due milioni di finanziamento alla Biennale.
E quando la Melona scaricata e azzoppata ha alzato da Bruxelles il telefonino, decisa e sicura che lo avrebbe convinto con qualche supercazzola a rinsavire rinculando, si è ritrovata gettata nel Buttafuoco infernale che, nel frattempo, da ex collaboratore di “Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano”, è diventato la bandiera della liberalità dei sinistri Cacciari, Ezio Mauro, Marco Travaglio. (Buttafuoco è uno che ha pubblicato un libro per “Aristocrazia Ariana” del terrorista nero Franco Freda…
Quando il siculo-musulmano (in modalità sciita) ha tentato di uscire dal cul de sac in cui era finito, togliendo le opere dei padiglioni statunitensi e israeliano dalla premiazione, ha ottenuto le naturali dimissioni della giuria internazionale. Niente paura: il giudizio sarà nelle mani del gentile pubblico al termine della Biennale.
E ora che si fa? Come mettere in moto lo sfratto di colui che un tempo spargeva rime baciate in lode della Meloni? Un “Venezi 2”, non essendo Buttafuoco privo di neuroni come la “Bacchetta Nera”, è difficile che si abbandoni a dire idiozie via stampa
E qui entra in campo il ministro Giuli-vo, un altro fascio-cervellone che ha la brillante idea di inviare ispettori a Ca’ Foscari per scovare qualche falla nei bilanci per invitarlo a dimettersi. Cosa che finora non è accaduto, essendo già pronto, come un Giordano Bruno, al martirio sul rogo di piazza San Marco.
Intanto, cil licenziamento della Venezi è stato un “ordine” di Giuli al sovrintendente della Fenice, Nicola Colabianchi, in seguito alla visione dei sondaggi riservati sul prossimo sindaco veneziano, in calendario a fine maggio, che danno perso il comune della Serenissima: un meno 4 punti da addebitare agli incazzatissimi e orgogliosissimi elettori veneziani sul caso Venezi
Ed ora, con la Biennale sputtanata e gettata nel Buttafuoco, i veneziani tracimano bile da tutti i pori.
Per la rimozione del ribelle siculo, che non intende rassegnare le dimissioni, visto il buco nella laguna di Giuli, ci penserà, una volta passata la vernice del 5 maggio, il buon Fazzolari (che non ha mai avuto un buon rapporto col ministro dell’Infosfera).
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
CHI E’ PAULA WHITE-CAIN, LA TELEPREDICATRICE COOPTATA DA TRUMP ALLA CASA BIANCA… PASSATO DIFFICILE E OPACHE FORTUNE
Quando Trump la vede per la prima volta in tv, all’inizio degli anni Duemila, è una
telepredicatrice bionda e magnetica. Ha un passato difficile e una straordinaria capacità di andare dritto al cuore della gente con il suo show. La invita alla Trump Tower. È l’inizio di un’amicizia che la porterà fin dentro la Casa Bianca. Oggi la pastora Paula White-Cain lavora nella West Wing e coordina il White house faith office, a pochi passi dallo Studio ovale. «L’imprenditore la accostava ad Oprah Winfrey, una persona con un’impresa mediatica di grande successo e una storia personale forte», ci dice Molly Worthen, autrice di Spellbound (“sotto incantesimo”), sull’uso del carisma per mobilitare le masse.
Prima di diventare la consigliera spirituale del commander-in-chief, era una «ragazza incasinata del Mississippi», come si è raccontata. Un’infanzia segnata da papà suicida, mamma alcolizzata e abusi, in un contesto di disagio e povertà. Madre teenager, si converte nel 1984 e, dopo un primo matrimonio fallito, sposa il pastore pentecostale Randy White. Con lui fonda nel 1991 una chiesa a Tampa, in Florida, che cresce rapidamente. Un rapporto del Senato pubblicato nel 2011 farà luce sui fondi esentasse che la coppia avrebbe utilizzato per jet privato, stipendi d’oro a familiari e case. Dopo un nuovo divorzio, nel 2011 diventa responsabile del New destiny christian center poi City of destiny in Florida, incarico che lascia nel 2019, passando la guida al figlio e alla nuora.
Oggi, a 60 anni, si definisce sul suo sito «riformatrice culturale, pioniera spirituale e una delle voci cristiane più influenti del XXI secolo». Perpetuamente sorridente ed estremamente grintosa, raggiunge ogni settimana milioni di persone in tutto il mondo con i programmi tv disseminati anche sui social. È milionaria (si parla di un patrimonio personale di almeno cinque milioni di dollari) ed è sposata dal 2015, in terze nozze, con il musicista Jonathan Cain, storico membro dei Journe
Tra chirurgia estetica e abiti griffati, è stata più volte tacciata di eresia per un ministero vicino al “prosperity gospel”, che sollecita aggressivamente donazioni. Celebre l’offerta di «sette benedizioni soprannaturali» con un versamento minimo di mille dollari. «Ha costruito una presenza mediatica che combina una forma d
auto-aiuto spirituale con uno stile di vita materialmente attraente, in cui benedizione materiale e spirituale sono strettamente connesse», spiega Molly Worthen. Principi con cui Donald Trump va a braccetto. Paula ripaga la fiducia con una lealtà assoluta. Opporsi al presidente, ha intimato, «sarebbe come dire no a Dio». Non stupisce che poi il tycoon abbia postato una foto di se stesso in sembianze messianiche.
Sta trasformando il Faith office in un’arma , denuncia a L’Espresso la reverenda Jennifer Butler, a guida della stessa istituzione durante l’amministrazione Obama (quando si chiamava White house council on faith and neighborhood partnerships). «Era uno spazio di dialogo interreligioso e plurale. Ma anche George W. Bush (che lo istituì ufficialmente nel 2001) coinvolse un’ampia gamma di orientamenti. Oggi è la scelta di una sola fede in una versione conservatrice, di destra che, dal mio punto di vista di pastora, non riflette nemmeno i veri insegnamenti del cristianesimo». I governi precedenti, ricorda, lavoravano altresì per attuare programmi concreti sul territorio. «Aiutare poveri, senzatetto, immigrati, affrontare l’Hiv/Aids. Invece la prima cosa che questa amministrazione ha fatto è stata tagliare tutti i fondi e smantellare Usaid (l’agenzia governativa per la gestione degli aiuti umanitari)»
Non la impensierisce l’accesso della religione allo Studio ovale, ma l’uso per legittimare il potere. «Obama aveva una fede autentica. Ricordo quando cantò Amazing grace al funerale (del reverendo nero ucciso da un suprematista con altri 8 fedeli a Charleston nel 2015). Un gesto di umiltà, in quel momento incarnava una sorta di pastore della nazione e lo faceva in modo inclusivo». Insomma, uno scenario molto diverso da quello dei ministri di culto che pregano per la guerra in Iran degli Usa al fianco di Israele. D’altra parte, White-Cain e il suo circolo interpretano le tensioni in Medio Oriente in chiave escatologica. Trump è al potere per compiere una missione. Lo confermerebbe anche il fatto di essere sopravvissuto a tre attentati, compreso l’ultimo durante la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca all’Hilton di Washington.
Il profilo personale passa in secondo piano: contano i risultati. Con la nomina di tre giudici conservatori, Trump ha consegnato alla Corte suprema la maggioranza che ha rovesciato Roe v. Wade, cancellando il diritto federale all’aborto (decisione che, secondo White-Cain, ha posto fine a ciò che definisce «l’assassinio brutale di milioni di bambini» in cinquant’anni). A questo si aggiungono la difesa della libertà religiosa e una linea dura contro cultura woke, politiche di genere, istanze della giustizia sociale e immigrazione illegale.
Un ragionamento che però trova voci importanti di dissenso all’interno del mondo evangelico. «La Chiesa deve rinunciare alla propria capacità di dire la verità al potere in cambio di ottenere alcuni risultati politici? Quanto deve essere stretta la relazione tra la Chiesa e qualsiasi governo, incluso questo?». Se lo chiede Amos Yong, il più importante teologo pentecostale vivente, professore al Fuller theological seminary. «Nell’Antico Testamento i profeti agivano come coscienza della comunità e anche della teocrazia, quando operavano accanto ai re o persino contro di loro», ci dice. «Nel nostro contesto la situazione è ancora più problematica, considerando che esistono ampie evidenze sul fatto che almeno alcune delle azioni di questa amministrazione siano moralmente, legalmente o politicamente discutibili». Paula White-Cain, chiarisce, non appartiene al pentecostalesimo classico, ma al più fluido universo carismatico. Quella a cui afferisce è la New apostolic reformation, in cui confluiscono gruppi che promuovono l’idea di un’influenza cristiana diretta nella società, dalla politica ai media tra gli altri ambiti. «Incidere e impegnarsi non significa ignorare l’evidente disonestà o le illegalità in cui l’amministrazione potrebbe essere coinvolta», avverte.
In autunno uscirà il nuovo lavoro di Yong, “Trump and the politics of prayer: inside the spiritual world of his faith advisory team”, che offre un’analisi teologica e antropologica dell’ecosistema religioso dei sostenitori evangelici e carismatici del presidente. Il saggio ricostruisce le chiamate alla preghiera promosse dai consiglieri spirituali dopo le elezioni del 2020. Momenti di forte mobilitazione in cui leader e fedeli reagirono a una sconfitta ritenuta ingiusta, invocando un intervento divino. Yong mostra come questa dimensione spirituale si sia intrecciata con i tentativi di impedire la certificazione del voto, contribuendo al clima che portò all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. «Mettiamo in evidenza il ruolo della retorica
della paura, ma anche delle ansie reali di molti credenti». Il timore di perdere identità e capacità di difendere le proprie posizioni morali ha spinto molti a tollerare comportamenti altrimenti inaccettabili. «Se un’amministrazione restituisce quei diritti, questo finisce per pesare più di ogni altra considerazione. E così prevale la spinta a difenderli, evitando qualsiasi scelta che possa mettere a rischio un rapporto così stretto con il potere». Dinamica che, osserva, continua a produrre effetti oggi, con il ritorno di molti di quei protagonisti nella nuova amministrazione Trump.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL RUOLO CHIAVE DI MARINA BERLUSCONI NELLA RETE DI CHI SI MUOVE PER UN GOVERNO DI LARGHE INTESE
Altro che unità del centrodestra. Dietro le dichiarazioni ufficiali si muove una strategia molto più sottile: impedire che alle prossime elezioni ci sia un vincitore netto. È il cuore del cosiddetto “partito del pareggio”, una rete trasversale che punta a lasciare il Paese senza maggioranza e aprire così la strada a un nuovo governo di larghe intese. In questo schema, il ruolo chiave lo gioca Marina Berlusconi. Sempre più centrale nelle scelte di Forza Italia, la primogenita del Cavaliere lavora a un riposizionamento del partito: meno ancorato al centrodestra sovranista, più vicino a un’area moderata, europeista e dialogante con il Pd. Nel Pd, intanto, si consuma una partita parallela. I “padri nobili” non credono fino in fondo nella leadership di Elly Schlein e frenano su primarie e legge elettorale. Senza un sistema maggioritario, infatti, tutto torna negoziabile dopo il voto.
Ed è proprio qui che le strategie si incrociano. Forza Italia diventerebbe l’ago della bilancia in un Parlamento senza maggioranze. Un ruolo che consentirebbe ai berlusconiani di trattare da posizione di forza con l’ala moderata dem, lasciando ai margini sia i sovranisti sia le componenti più radicali del centrosinistra.
Se il pareggio si concretizzasse, Giorgia Meloni ed Elly Schlein resterebbero fuori dai giochi. Toccherebbe al Quirinale gestire la crisi e favorire la nascita di un governo “europeo”, sostenuto da una maggioranza trasversale
Ma il vero obiettivo è un altro: la partita del Colle. Con un Parlamento senza vincitori, eleggere il successore di Sergio Mattarella diventerebbe un’operazione politica. E il nome che circola con più insistenza è quello di Mario Draghi.
La partita è appena iniziata. Ma una cosa è chiara: più che vincere, questa volta conta arrivare in equilibrio. Per poi decidere tutto dopo.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ACCOLTO IL RICORSO DI AVS: “NAUFRAGIO GIURIDICO E POLITICO DI TUTTA LA GIUNTA”…COSA SUCCEDE ORA
Il Tribunale di Aosta ha dichiarato decaduto il presidente della Regione, Renzo Testolin,
ritenendolo ineleggibile ai sensi della legge regionale sui limiti di mandato. I magistrati hanno così accolto il ricorso promosso dai consiglieri di opposizione di Alleanza Verdi-Sinistra, con una decisione che produce effetti immediati e travolge la linea difensiva costruita fin qui dalla maggioranza.
Il verdetto del Tribunale
Secondo quanto accertato dai giudici, Testolin si trova di fatto al quarto mandato consecutivo, in violazione della legge regionale del 2007. Una lettura netta che ha portato il collegio a dichiarare la decadenza dalla carica per «irregolare elezione». Membro dell’Union Valdôtaine, Testolin è stato eletto consigliere regionale per la prima volta alle elezioni del 2013 e poi confermato alla tornata successiva del 2018. Nel 2019 è divenuto presidente della Valle d’Aosta ad interim, in seguito alle dimissioni del suo predecessore Antonio Fosson. Testolin ha mantenuto la guida della giunta regionale fino al 21 ottobre 2020, giorno dell’insediamento come presidente di Erik Lavévaz. A seguito delle dimissioni di Lavévaz, avvenute il 18 gennaio 2023, il successivo 2 marzo viene eletto nuovamente presidente della Valle d’Aosta alla seconda votazione.
Avs: «Abbiamo vinto»
«Per il Presidente Testolin, i suoi consulenti, i suoi legali, l’avvocatura regionale, la stessa Giunta regionale che aveva votato la costituzione della Regione, è un totale naufragio giuridico e politico», esulta Avs Valle d’Aosta, commentando la sentenza. «Avs – si legge ancora – ha dovuto condurre da sola una battaglia molto impegnativa, ma lo ha fatto con determinazione, con la convinzione che anzitutto occorre rispettare le leggi e che l’arroganza del potere va combattuta, anche in solitudine».
Cosa succede ora
E adesso? Assieme a Testolin, decade tutta la giunta della Valle d’Aosta. A partire da oggi, sabato 2 maggio, inizia ufficialmente il conteggio dei sessanta giorni perché si insedi un nuovo esecutivo regionale. Un passaggio che, in attesa del ricorso in appello, inevitabilmente scatenerà guerre interne alla maggioranza.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
GROSSI RITARDI NELLE CONSEGNE, A RISCHIO ANCHE LE FORNITURE PER L’UCRAINA
La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran potrebbe creare problemi di scorte nel settore della difesa anche in Europa. Lo scrive il Financial Times, secondo cui Washington avrebbe avvertito alcuni alleati europei – tra cui Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia – di aspettarsi lunghi ritardi nelle consegne di armi statunitensi. Dietro questa situazione non c’è solo la crescente tensione tra le due sponde dell’Atlantico per via del mancato coinvolgimento militare europeo in Medio Oriente, ma anche un effettivo problema di scorte negli Stati Uniti per via della guerra in Iran, che Washington era convinta di riuscire a chiudere in tempi assai più brevi.
Le ultime tensioni Usa-Ue
Nei giorni scorsi, Donald Trump se l’è presa con alcuni governi europei per non aver contribuito alla campagna militare statunitense in Iran. In un primo momento, l’inquilino della Casa Bianca si è detto insoddisfatto del comportamento mostrato
da Italia e Spagna, arrivando addirittura a ipotizzare una cacciata dalla Nato per quest’ultima. Dopodiché, il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5mila truppe statunitensi dalla Germania. La notifica di forti ritardi nelle consegne delle armi americane in Europa conferma le preoccupazioni dei vertici militari di Washington circa i livelli delle scorte di missili, e non solo. Già negli ultimi giorni, l’esercito a stelle e strisce è stato costretto a trasferire armi da altre regioni, tra cui l’Indo-Pacifico, per sopperire alle carenze.
Brutte notizie per l’Ucraina
Ma il vero problema è che il rallentamento delle consegne per l’Europa rischia di rappresentare una brutta notizia anche per l’Ucraina. I ritardi, infatti, avranno ripercussioni sulle munizioni per i sistemi missilistici Himar (prodotti da Lockheed Martin) e Nasam (prodotti congiuntamente da Raytheon e dalla norvegese Kongsberg), entrambi impiegati dall’esercito di Kiev.
Trump “sacrifica” l’Europa per Medio Oriente e Cina
Buona parte dei missili americani impiegati nella guerra in Iran erano pensati per essere utilizzati in un ipotetico scontro futuro con la Cina su Taiwan. «Il Pentagono potrebbe ora dover combattere una lunga guerra in Medio Oriente ed è anche disperatamente intenzionato a rafforzare la deterrenza nell’Indo-Pacifico», ha spiegato al Financial Times Tom Wright, ex funzionario dell’amministrazione Biden e ora analista alla Brookings Institution. «È più che disposto – ha aggiunto l’esperto – a sacrificare l’Europa pur di raggiungere questo obiettivo. L’Europa ha bisogno di ricostruire la propria base industriale della difesa a velocità supersonica».giungere questo obiettivo. L’Europa ha bisogno di ricostruire la propria base industriale della difesa a velocità supersonica».
(da agenzie)
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