Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA VITA SOPRA LO SPARTITO DELLA MUSICISTA CARA A MELONI
“Chiama temi direttore!» Giovane, brillante, energica, la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, 36 anni, è stata per le sorelle Meloni una delle bandiere della nuova egemonia culturale di destra. Il volto di una nuova Italia. Si faceva chiamare pure direttore, al maschile, come Giorgia. E il padre, Gabriele Venezi, immobiliarista, si era candidato con i neofascisti di Forza Nuova, a sindaco di Lucca, nel 2007: più nero di così. E lei si diceva tutta «Dio, patria e famiglia».
Cosa chiedere di più?
Ecco allora per lei la nomina a direttrice musicale della Fenice di Venezia, uno dei teatri lirici più prestigiosi al mondo, nonostante nell’ambiente dicessero che la politica avesse prevalso sul talento, e che era stata messa, con decorrenza ottobre 2026, alla testa di un’orchestra che non aveva mai diretto: un unicum.
E quando gli orchestrali sono insorti – erano già insorti quelli del Politeama di Palermo, dove aveva diretto un concerto – Federico Mollicone, il capo della cultura di Fratelli d’Italia, uno dei suoi sostenitori insieme agli architetti della nomina, il ministro Gianmarco Mazzi e il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, accusò «i soliti circoletti di sinistra». Te pareva. «L’hanno addirittura accusata di essere bella!», aggiunse.
Bacchetta nera, l’ha chiamata in questi mesi convulsi Dagospia. Beatrice Venezi del resto non ha mai fatto niente per nascondere la propria fede. Era alla convention dei meloniani a Milano, nel maggio del 2022, quando si capì che Giorgia Meloni avrebbe vinto le elezioni.
A lungo la leader pensò di candidarla in Parlamento. Portarla nel governo. Poi il ministro Gennaro Sangiuliano la scelse con gran fanfara di superlativi come consulente, col compito di trovare talenti. Un anno dopo – ironia della sorte – Maria Rosaria Boccia, allora amica di Sangiuliano e aspirante consigliera, sostenne che aveva fatto pochino. Venezi minacciò querele. Vai a sapere!
Si concentri sul talento, dimostri sul campo di essere brava, le consigliò su questo giornale Michele Serra, e lei era tutta miele per «Giorgia»: «Una donna che ha fatto la storia!».
A Francesco Regatelli della Stampa confessò di trovare «nella destra attuale un’attenzione forte verso i temi a me cari». E intanto gli italiani la vedevano nella pubblicità del Bioscalin, dove diceva: «La forza crea bellezza». E Virginia Raffaele in Colpo di luna la imitava, con le caratteristiche amate a destra: diretta, decisa, carica di ambizione. La destra che si fa Stato.
Nello slancio della popolarità si è persino permessa di dare un consiglio a Meloni: «Dovrebbe solo sorridere un po’ di più».
A Venezia ha subito avuto tutti contro: i tecnici, gli artisti, i membri del coro, quelli dell’orchestra. Le contestavano il curriculum. La mancanza di trasparenza nella nomina. Chiedendo le dimissioni di colui che formalmente l’aveva nominata, il sovrintendente Nicola Colabianchi. Ci sono stati scioperi. È saltata la prima dell’opera Wozzeck.
Lancio di volantini prima di uno spettacolo: «La musica non ha colore, non ha genere, non ha età: la musica è arte, non intrattenimento». Per il seguitissimo concerto di Capodanno, trasmesso dalla Rai, i lavoratori hanno deciso di protestare indossando una spilletta dorata.
Che è diventata subito ricercatissima. Ristampata in tremila copie. Venezi invece di tendere la mano, usare un po’ di diplomazia, aveva commentato con sarcasmo, sostenendo di avere avuto così tanto da fare, da non avere nemmeno colto le proteste. In questi mesi in sua difesa è sceso in campo anche il padre, che oggi è direttore editoriale di un giornale online, Lucca Times, che le ha dedicato un articolo dal titolo: «Una favola italiana».
Non ne avrà l’occasione. Del resto si può guidare un gruppo di lavoro accusato di essere composto da figli di papà come ha avuto l’ardire di dire al quotidiano argentino La Nacion? (Si trova lì, per lavoro). Non si era mai visto, no? E alla fine questa incontinenza verbale, un mix di sfrontatezza ed anarchismo, le è stata fatale. È stato persino troppo per il governo. E quindi il giro dell’oca alla ricerca di interpreti per sancire una volta per tutte la famosa egemonia culturale può ricominciare daccapo. Per fortuna la legislatura volge al termine.
(da Repubblica)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INVESTIGATORI CERCANO NELL’AMBIENTE DELL’ESTREMA DESTRA ROMANA, TRA LE CHAT DEI SUPREMATISTI, IL MONDO CHE RUOTA INTORNO AGLI APPASSIONATI DI SOFTAIR VICINI ALLA “GALASSIA NERA”… L’ATTACCO DI SABATO POMERIGGIO È UN’AZIONE STUDIATA E MIRATA. L’IPOTESI DI UNA SOPRALLUOGO IL GIORNO PRIMA
Si cerca l’uomo con il casco in testa. Il ragazzo ripreso dalle telecamere. Che sapeva
chi colpire, quando e dove. Perché l’attacco di sabato pomeriggio al parco Schuster è un’azione studiata e mirata.
Il 25 aprile a Roma, […] un giovane in sella a uno scooter chiaro, con il casco integrale nero e la giacca militare ha sparato con una pistola ad aria compressa ferendo una coppia che indossava il fazzoletto dell’Anpi.
L’estrema destra romana, le chat dei suprematisti, i forum che si muovono tra web e dark web, il mondo che ruota intorno agli appassionati di softair vicini alla galassia nera: è questo il perimetro su cui si concentra l’indagine. È qui che si cercano tracce, parole, rivendicazioni.
C’è un filmato capace di chiarire cosa sia accaduto sabato pomeriggio intorno alle 4 all’incrocio tra via delle Sette Chiese e l’Ostiense, a pochi metri dal parco dove veniva celebrata la Resistenza.
È il punto in cui Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, 62 anni lei, 65 lui, sono stati colpiti dalla raffica di pallini, bianchi e lucidi. Le ferite sono lievi: una alla spalla per lei, alla gola e alla mano per lui. Ma a essere significativo è il bersaglio. Due persone con i simboli dell’Anpi al collo, isolate in quel momento dalle centinaia di antifascisti in corteo. Un dettaglio che pesa ben più del referto medico.
Per questo motivo l’indagine, per lesioni aggravate, finirà sul tavolo del procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi, che coordina anche il pool antiterrorismo. Le
telecamere possono dare una risposta. Ce ne sono diverse attorno a una delle quattro basiliche papali romane, San Paolo fuori le mura, che affaccia su parco Schuster. Iniziano su via Ostiense, proseguono davanti ai locali, tra i ristoranti e i chioschi.
Ci sono anche sulle insegne luminose comunali dove due giorni fa scorrevano le immagini delle donne della Resistenza. Le telecamere inquadrano ogni percorso che l’aggressore potrebbe aver percorso. C’è anche un dispositivo di sorveglianza che punta esattamente sul punto in cui sono stati trovati i pallini. Lo ha fatto installare un concessionario per difendersi dai furti:
Che il motociclista con casco integrale abbia aspettato che la festa si svuotasse, individuando due persone riconoscibili dai simboli della resistenza per colpire e andare via. Un gesto emblematico, per questo si cerca in un contesto preciso.
Intanto resta la versione delle vittime, raccolta poco dopo. Raccontano il pranzo, la sosta all’incrocio, gli spari. Lei è iscritta a Sinistra italiana, impegnata tra scuola, cultura e Anpi. Lui è attivo nel sociale, ha la passione per il teatro. Hanno denunciato, poi il silenzio: «Per me il caso è chiuso», dice lui. Per chi indaga è appena cominciato.
(da Repubblica)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL FRATELLO DI ‘GNAZIO NEGA: “NON LO CONOSCO NEL MODO PIÙ ASSOLUTO. NON SO DI CHI STIA PARLANDO” … “DOMANI”: “NON È UN’INTERCETTAZIONE QUALUNQUE, È UN DIALOGO POLITICO, CHE SA DI MANIFESTO. RACCONTA STRATEGIE E OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE. AGGIUNGE ELEMENTI SUI VANTATI E A VOLTE DOCUMENTATI RAPPORTI CON ESPONENTI DI VERTICE DI FRATELLI D’ITALIA. RAPPORTI STRETTI DA VESTITI E DAL SUO RAMPOLLO, AMICO, OGGI COLLABORATORE DI GIUSTIZIA…” (PROTAGONISTA DEL SELFIE CON GIORGIA MELONI…)
«Io lo conosco bene perché con Romano ci esco insieme a mangiare». Il Romano è La Russa, assessore alla Sicurezza in regione Lombardia, e fratello di Ignazio, presidente del Senato. Uomini forti della destra sociale milanese, vertici di Fratelli d’Italia in Lombardia.
A parlare di uscite con il fratello del presidente del Senato è Giancarlo Vestiti in un’intercettazione, che Domani ha letto, nell’ambito dell’inchiesta Hydra sul consorzio delle mafie al nord: è la stessa inchiesta in cui emergono relazioni del boss Gioacchino Amico, ora pentito, con Carlo Fidanza, altro big del partito a Milano .
L’intercettazione di Vestiti è del maggio 2020 e il padrino parla al telefono con un amico, l’avvocato Mario Marino, estraneo all’indagine, storico esponente della destra estrema del capoluogo lombardo, che vanta rapporti con le alte sfere di Fratelli d’Italia sul territorio. Condividono la fede politica e a destra vogliono fare strada piazzando uomini (un medico non indagato, Ignazio Ceraulo) e orientando carriere.
Romano La Russa a Domani dice: «Non lo conosco nel modo più assoluto. Non so di chi stia parlando. Poi con la vita che facciamo uno può incontrare chiunque, ma escludo che io sia andato a pranzo a cena con questo signore».
Non è un’intercettazione qualunque, è un dialogo politico, che sa di manifesto. Racconta strategie e obiettivi da raggiungere. Aggiunge elementi sui vantati e a volte documentati rapporti con esponenti di vertice di Fratelli d’Italia. Rapporti stretti da Vestiti e dal suo rampollo, Amico, oggi collaboratore di giustizia.
Amico, nel 2019, si mette in foto con Giorgia Meloni in un selfie durante un incontro pubblico. Uno tra i tanti.
L’anno dopo proprio Vestiti, nell’intercettazione, ascolta le richieste dell’avvocato che vorrebbe parlare con Meloni, si evince la ricerca di una strada per raggiungere la leader di Fratelli d’Italia, ipotizzano di mandarle un’email, sondano strade e contatti per raggiungerla. Se raggiungere la leader è più complesso, più facile è interloquire con altri vertici milanesi del partito.
«Sappi che lei è molto legata a Romano (La Russa, ndr) e lo ascolta perché gli vuole bene lei non c’aveva il padre e gli vuole bene come un padre», dice Vestiti. In un altro passaggio: «Romano viene qua da noi cioè io che ti devo spiegare più qualcosa?». Rapporti che l’assessore nega con fermezza.
Ma chi è il boss con la passione per la politica? Vestiti, quando andava in giro, non si presentava con il suo cognome, ma con quello del capo che tutto muove e comanda. «Io sono Giancarlo Senese», diceva a tutti.
Vantava una parentela con Michele Senese, il pazzo, che a Roma è diventato re, 40 anni di regno incontrastato. I suoi uomini hanno messo radici ovunque anche a Milano. Suo luogotenente sotto la Madonnina è proprio Vestiti.
Il Fatto, nei giorni scorsi, ha raccontato di un’altra intercettazione nella quale proprio Vestiti parlava di una cena con l’attuale presidente del Senato, risalente al 2020, ma la seconda carica dello stato ha negato ogni incontro e la stessa conoscenza. Torniamo all’intercettazione del maggio 2020.
Vestiti e Marino parlano di come raggiungere Meloni e l’avvocato, in un passaggio già divulgato, chiariva la sua distanza dal blocco del partito lombardo: «Allora con la Santanchè e Mantovani abbiamo fatto Noi Repubblicani che io ho già rinominato Noi repubblichini e abbiamo fatto entrare tutti quelli che erano incazzati con La Russa».
Marino, contattato da Domani, aveva spiegato di aver conosciuto Vestiti «perché aveva bisogno di una consulenza legale sul penale, lui è incensurato, lui ha sempre lavorato nella moda e nell’abbigliamento, rappresentante di Versace e grandi marchi e poi si è messo in proprio».
Secondo Marino, Vestiti è solo una vittima del luogo di origine, mica un mafioso: «Siccome è napoletano e conosceva Michele Senese (boss di camorra a Roma, ndr)». Aggiunge che le strade di Vestiti e Senese «si sono poi separate da giovanissimi».
Torniamo all’intercettazione. Vestiti chiede, in un altro passaggio inedito che Domani ha letto, le ragioni della mancata conoscenza con Meloni. «E come mai non hai mai conosciuto lei?», chiede il boss.
L’avvocato risponde: «Non ho mai conosciuto lei perché io non ho fatto politica attiva negli ultimi anni perché ho preferito lavorare guadagnare molto di più che fare politica perché non ne avevo voglia francamente hai capito?
Perché tutti i miei amici tutti i miei amici fascisti sono passati alla Lega i vecchi “Sanbabilini” di Milano i vecchi “Sanbabilini” di Milano sono tutti nella Lega dal primo all’ultimo perché dicono Salvini è molto più fascista della Meloni fa le cose che dovrebbe fare la Meloni».§
Gli investigatori di Milano monitorano la scalata politica, ma tutto si blocca con l’arresto di Vestiti nell’inchiesta dell’antimafia romana Affari di famiglia. Decisione che racconta un difetto di coordinamento tra procure e la fine degli approfondimenti sul livello politico.
In quel 2020 quando Vestiti e Marino preparano la scalata, Amico lavora nella stessa direzione: infiltrare il partito. Incontra a Roma Paola Frassinetti, attualmente sottosegretaria all’Istruzione, e Carmela Bucalo, parlamentare in commissione Cultura.
«In data venti maggio, Amico e Raimondo Orlando si recano a Roma, dove incontrano Alice Murgia, Paola Frassinetti, Carmela Bucalo e Alessandra Gazzellone», si legge negli atti, le altre due donne sono collaboratrici delle onorevoli.
Amico, oggi collaboratore, raccontava al telefono anche di aver ricevuto la tessera di Fratelli d’Italia. Come emerso da un incontro pubblico, svoltosi nel 2019, aveva un rapporto anche con Carlo Fidanza, oggi capo delegazione di Fratelli d’Italia al parlamento europeo.
Si presentava come imprenditore e c’era la campagna elettorale, ha chiarito Fidanza, anche lui come gli altri politici estraneo all’inchiesta.
Una cosa è certa: gli uomini di Senese si muovono a loro agio, non sono estranei a quei mondi, spinti dall’antica esigenza di penetrare settori produttivi e politici. Soprattutto se non trovano barriere.
(da Domani)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
“IL PASSANTE DISPOSTO A FARSI INTERVISTARE PER STRADA O È UN PERDIGIORNO O UN ESIBIZIONISTA. SPESSO ENTRAMBE LE COSE. I PIÙ TEMIBILI SONO I VICINI DI CASA, QUELLI CHE RICHIESTI DI UN PARERE SUL ‘MOSTRO’ CHE ABITA SUL LORO PIANEROTTOLO RISPONDONO OGNI VOLTA: ‘ERA UNA PERSONA NORMALE, A POSTO, TRANQUILLA’. E STANNO PARLANDO DI UNO CHE HA APPENA COMPIUTO UNA STRAGE”
Vorrei avanzare un’immodesta proposta: l’abolizione nei telegiornali, o in altri
programmi informativi, delle interviste alla cosiddetta gente comune. Provo a proporre motivi per la loro definitiva cancellazione.
Innanzitutto, non servono a niente, sono piene di banalità, fanno colore e basta. Sono facilmente manipolabili nel montaggio e poi il giornalista fa dieci interviste e manda in onda quelle tre o quattro che servono a sostenere la tesi del servizio. Il passante disposto a farsi intervistare per strada o è un perdigiorno o un esibizionista. Spesso entrambe le cose.
Le intervista per strada (alla cui famiglia appartengono anche le interviste al citofono) servono solo al giornalista per non assumersi la responsabilità etica di quello che sta mandando in onda.
L’uomo della strada viene spesso spacciato come opinione pubblica (altro fantasma temibile) o come “vox populi”, il che non è vero. È solo sbornia demagogic
Con l’abolizione dell’intervista all’uomo della strada si eviterebbe che il cronista si avvicini a una persona che ha appena subito una grave disgrazia e l’assalga con la fatale domanda: «Cosa ha provato in quel momento?» oppure «È pronto a perdonare l’assassino di sua figlia?».
I più temibili sono i vicini di casa, quelli che richiesti di un parere sul “mostro” che abita sul loro pianerottolo rispondono ogni volta: «Era una persona normale, a posto, tranquilla». E stanno parlando di uno che ha appena compiuto una strage.
Esiste la fondata possibilità che gli intervistati non capiscano la domanda, soprattutto per come è stata posta dai giornalisti. Quindi, meglio evitare.
Aldo Grasso
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE UN MILIONE DI PICCOLE IMPRESE ITALIANE DOVRÀ AFFRONTARE NEI PROSSIMI ANNI IL PASSAGGIO GENERAZIONALE DELLA PROPRIA ATTIVITÀ, MA PIÙ DELLA METÀ DEGLI IMPRENDITORI NON HA ANCORA AVVIATO AZIONI CONCRETE PER REALIZZARLO… NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI, IL “PASSAGGIO DI TESTIMONE”AVVIENE ALL’INTERNO DELLE FAMIGLIE (E COME DIMOSTRANO ALCUNE GRANDI DINASTIE ITALIANE NON E’ LA MIGLIORE OPZIONE) – LE FORTI DIFFICOLTÀ NELLA VENDITA A DIPENDENTI O TERZI, TRA MANCANZA DI ACQUIRENTI, RISORSE E CONDIZIONI ADEGUATE
La trasmissione d’impresa si conferma una delle sfide decisive per il futuro del sistema produttivo italiano e nei prossimi anni oltre un milione di imprese dovrà fare i conti con le forti criticità del passaggio generazionale. È quanto emerge dall’indagine realizzata dalla Cna, che ha coinvolto oltre 2.000 imprenditori su tutto il territorio nazionale. I dati parlano chiaro: oltre l’80% degli imprenditori over 40 ha già affrontato il tema della trasmissione della propria attività.
Tuttavia, tra il dire e il fare permane una distanza significativa: più della metà non ha ancora avviato azioni concrete per pianificare il passaggio di testimone. La trasmissione si conferma più efficace in ambito familiare, dove il passaggio generazionale va a buon fine nel 63,7% dei casi. Al contrario, emergono forti criticità nelle cessioni a dipendenti o a terzi: mancano acquirenti, risorse finanziarie e spesso anche condizioni di accordo soddisfacenti. Un dato su tutti: tra chi prova a vendere sul mercato, quasi nessuno riesce a concludere l’operazione.
Insomma, quasi il 30% delle piccole imprese deve affrontare forti difficoltà nel percorso di trasmissione. Un dato che segnala una criticità strutturale e che rischia di compromettere la continuità di una parte rilevante del tessuto produttivo nazionale.
A pesare sul processo intervengono anche fattori esterni: burocrazia eccessiva, pressione fiscale elevata, costo del lavoro e carenza di personale qualificato rappresentano barriere che rallentano non solo la nascita di nuove imprese, ma anche la continuità di quelle esistenti.
Il tema si intreccia inoltre con quello della trasmissione delle competenze. In particolare, nell’artigianato, dove impresa e “saper fare” coincidono, il rischio non è solo la chiusura dell’attività, ma la perdita di conoscenze che costituiscono un patrimonio unico del Paese.
Il quadro si complica ulteriormente alla luce delle trasformazioni demografiche. I giovani imprenditori under 40 rappresentano appena l’11,3% del campione, mentre cresce il peso delle classi più anziane. Una dinamica che incide non solo sulla trasmissione delle imprese, ma anche su quella delle competenze, elemento distintivo dell’artigianato e della qualità italiana.
Proprio l’artigianato, tuttavia, mostra segnali di resilienza: il 68,1% dei giovani imprenditori opera in questo ambito, confermandone l’attrattività e il ruolo strategico per il futuro del Paese. L’indagine evidenzia anche gli ostacoli strutturali al “fare impresa”: burocrazia eccessiva (46,2%), pressione fiscale (44%), costo del lavoro e difficoltà nel reperire personale qualificato. A questi si aggiunge un nodo sempre più critico: l’accesso al credito. Negli ultimi anni si registra una riduzione significativa del supporto bancario, soprattutto per micro e piccole imprese, penalizzando in particolare chi intende acquistare un’attività esistente.
Nonostante le difficoltà, resta elevata la soddisfazione per la scelta imprenditoriale: oltre l’83% degli intervistati si dichiara complessivamente soddisfatto. Un segnale importante, che testimonia la resilienza e la determinazione del tessuto imprenditoriale italiano.
“Il passaggio generazionale non è solo una questione privata delle imprese – sottolinea il presidente Cna, Dario Costantini – ma una sfida strategica per l’intero Paese. I dati della nostra indagine confermano che la consapevolezza c’è, ma manca ancora una pianificazione concreta e, soprattutto, un contesto favorevole che accompagni questo processo. Servono meno burocrazia, più accesso al credito e strumenti mirati per sostenere chi vuole rilevare un’impresa. Solo così possiamo garantire continuità al nostro sistema produttivo e valorizzare quel patrimonio di competenze che rende unico il Made in Italy.”
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTA LA STORIA PALESA LA PENOSA INADEGUATEZZA DELLA CLASSE DIRIGENTE DI FDI: SONO DEI SOVRANISTI ALLE VONGOLE, ASSOLUTAMENTE NON IN GRADO DI CAPIRE COSA SIA LA FENICE, UN LUOGO SACRO, UN ALTARE DELLA PATRIA, NON L’UFFICIO DI COLLOCAMENTO PER I LORO AMICHETTI E SODALI…. SONO TROPPO IGNORANTI PER SAPERE COS’È LA FENICE, COS’È LA GRANDE ARTE ITALIANA, LA NOSTRA CULTURA, LA NOSTRA CIVILTÀ, NON CAPIRANNO NEMMENO CHE QUESTA È, FINORA, LA LORO SCONFITTA PIÙ GRANDE, ALTRO CHE EGEMONIA CULTURALE
Ieri pomeriggio alla Fenice si dava Lohengrin. Quando è arrivato il comunicato su
Venezi il teatro è esploso in un’ovazione travolgente, pubblico e orchestra insieme. Che la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del teatro fosse un’assurdità era chiaro fin dall’inizio. Non è questione di sinistra o di destra, ma di chi sa di cosa sta parlando e chi no. Riassumiamo, con la premessa che Venezi non è un’improvvisata o un’impostora come pure è stato detto, ma una professionista.
Ciò detto, separiamo le opinioni dai fatti. Io Venezi l’ho sentita dirigere una volta sola, e mi è sembrata una mediocre direttrice: non catastrofica, ma mediocre. E questa è un’opinione, che dipende da conoscenza, esperienza e buona fede.
Poi ci sono i fatti. E i fatti dicono che il curriculum di Beatrice Venezi è del tutto insufficiente per un incarico come quello che le è stato dato. Questo è sempre stato di un’evidenza plateale: perché per essere direttrice musicale della Fenice, con buona pace dei Mollicone, dei Mazzi, dei Brugnaro e compagnia cantante, non conta essere stata al Festival di Sanremo o aver fatto la pubblicità allo shampoo o essere stata inserita in qualche classifica di donne influenti o chiome fluenti.
Come ha scritto Opernwelt (per Mazzi & co: è un’autorevolissima rivista, oltretutto specializzata e tedesca, quindi noialtri bolscevichi non c’entriamo), «motivi artistici per la sua nomina si cercano invano».
Ma, sbagliata nel merito, la nomina è stata assurda nel metodo. Chiunque sappia come funziona un’orchestra sinfonica, quindi non Brugnaro e soci, sa che non si nomina alla sua testa qualcuno che non l’ha mai diretta. Questo invece lo sa il sovrintendente e direttore artistico della Fenice, Nicola Colabianchi, che però ha rivelato la sua palese inadeguatezza: quando gli è stato ordinato di procedere alla
nomina, come ha incautamente rivelato il sindaco Brugnaro, l’ha gestita nel peggiore dei modi.
Ma quella del grande talento osteggiato per ragioni politiche dai komunisti cattivi è una favola, che non diventa una verità perché la rilanciano i giornali di area e i talk show di aria fritta, sia pure con l’attenuante che chi ci ha deliziato con le glorie di Venezi non distingue un basso profondo da un soprano di coloratura (altri invece sì, quindi si confermano, una volta di più, in malafede).
Politica la scelta di Venezi, politico anche il suo licenziamento. Certo che lei ci ha messo del suo. È stato un crescendo di interviste una più sbagliata dell’altra.
Prima ci sono state le dichiarazioni sulla Fenice anarchica dove governano i sindacati, sconfessando quindi il suo datore di lavoro; poi l’abbraccio a tale Andrea Ruggieri che aveva definito «quattro pippe» gli orchestrali; infine, la famigerata intervista alla «Nacion» dove ha detto che alla Fenice i professori si passano il posto di padre in figlio, quindi accusando in sostanza il teatro che l’ha assunta di taroccare i concorsi.
E qui perfino Colabianchi non ha potuto non reagire. La mossa di Venezi è stata così maldestra che viene il sospetto che abbia voluto provocare il suo licenziamento per uscire da una posizione impossibile. Però è anche vero che in tutto questo affaire la signora ha mostrato perfino meno perspicacia dei suoi sostenitori.
Sull’addio pesa, certo, la perdita delle sue sponde politiche, sorelle Meloni a parte. Sangiuliano è sparito da tempo
Mazzi, dopo i disastri combinati come sottosegretario alla Cultura, è stato promosso a ministro del Turismo (il governo del merito, capitolo primo). Brugnaro fra un mese non sarà più sindaco e si trasferirà nelle aule dei tribunali. E il ministro Giuli aveva già fatto sapere di essere «stufo» di una storia infinita che è stata anche una figura di shit planetaria per il governo, e qui pazienza, ma anche per l’Italia.
Di certo, con le sue improvvide uscite Venezi passerà alla storia come il primo direttore che distrugge una carriera che non c’è.
Infine, tutta la storia palesa la penosa inadeguatezza della classe dirigente di questa destra. Sono dei sovranisti alle vongole, assolutamente non in grado di capire cosa sia la Fenice, quel che rappresenta per la civiltà e l’identità italiane, e che il teatro dove sono risuonati per la prima volta Tancredi o Rigoletto, Semiramide o La traviata e dove hanno lavorato Paisiello, Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi è un luogo sacro, un altare della Patria, non l’ufficio di collocamento per i loro amichetti, sodali, camerati. Sono troppo ignoranti per saperlo e troppo arroganti per chiedere a chi lo sa, e qualcuno ci sarà pure anche fra i loro clienti. Non sanno niente, ma sono capaci di tutto.
E, proprio perché non sanno cos’è la Fenice, cos’è la grande arte italiana, la nostra cultura, la nostra civiltà, non capiranno nemmeno che questa è, finora, la loro sconfitta più grande.
Altro che egemonia culturale. Potranno fare altri danni, ma intanto per una volta, per la prima volta, devono fare marcia indietro, ammettere la sconfitta, rimangiarsi quello che hanno proclamato per sei mesi con la loro arrogante protervia. La lezione è che non possono fare quello che vogliono come hanno fatto finora.
Per loro, forse non è l’inizio della fine; di certo, è la fine dell’inizio.
Alberto Mattioli
per “La Stampa”
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA È IL COSTO: ALMENO MEZZO MILIONE DI EURO ALL’ANNO IN CASO DI VERSIONE SETTIMANALE… FAZZOLARI VORREBBE PUNTARE SULL’ATTUALE DIRETTORE DEL QUOTIDIANO ONLINE, ANTONIO RAPISARDA, A CUI È STATA AFFIANCATA GIOVANNA IANNIELLO, EX PORTAVOCE DI GIORGIA MELONI
Giovanbattista Fazzolari vuole un giornale di carta per Giorgia Meloni. Il consigliere della premier sta già lavorando per mettere a punto la macchina elettorale in vista del voto per le Politiche.
Il primo passo sarebbe l’allargamento all’edizione cartacea del Secolo d’Italia, giornale di partito. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, secondo quanto risulta a Domani, avrebbe avanzato la richiesta alla Fondazione Alleanza nazionale, che edita la testata: pensare a giornale cartaceo.
La richiesta di Fazzolari si scontra tuttavia con la fattibilità dell’idea: Antonio Giordano, deputato Fdi e vicepresidente della fondazione, intravede un forte rischio economico per l’operazione.
Il costo sarebbe almeno di mezzo milione all’anno in caso di una versione cartacea, anche solo settimanale. Il confronto tra Palazzo Chigi e via della Scrofa è in corso. Fazzolari mette sul tavolo l’intuizione di puntare su un direttore giovane come Antonio Rapisarda, giornalista di area ma molto strutturato, volto mediatico rampante della destra. Nei suoi due anni di direzione, Rapisarda ha rilanciato la versione online.
Una squadra che si è rafforzata con l’arrivo di Giovanna Ianniello, storica portavoce di Meloni. Ora Fazzolari preme per il salto al cartaceo. Non gli bastano (o non si fida) gli editori amici…
(da “Domani”)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
UN SECONDO AFFIDAMENTO ALLA SOCIETÀ DI PISCOPO È ARRIVATO DALLA REGIONE A GUIDATA DAL CENTRODESTRA, CON RENATO SCHIFANI, PER UN IMPORTO DI 24.900 EURO
Il nuovo sottosegretario alla Cultura del governo Meloni si chiama Pietro Cannella,
detto Giampiero. Arriva da Palermo dove è stato numero due del sindaco, Roberto Lagalla. E in Sicilia aveva la delega proprio alle politiche culturali.
Giornalista, meloniano da sempre, candidato nel 2013 e nel 2018 senza fortuna alla Camera dei deputati nelle liste di Fratelli d’Italia. In passato aveva già ricoperto lo stesso incarico nella giunta Cammarata. Dopo anni di esperienza nell’isola, è arrivato il grande salto nella politica che conta e la telefonata che lo ha portato a Roma.
Ma c’è una storia che ci riporta sull’isola. Con appalti affidati dal “suo” comune a un socio in affari. Il neo-sottosegretario è infatti rappresentante legale della Samir media, una srl che si occupa di editoria, di cui è proprietario al 30 per cento.
Il dieci per cento è invece nelle mani di Salvatore Piscopo, detto Toti, che possiede anche un’altra società, in cui è socio di maggioranza e amministratore: la Logos comunicazione e immagine, editore di Travelnostop.com. Ebbene questa srl ha incassato, lo scorso anno, 16mila euro proprio dal comune di Palermo quando a ricoprire l’incarico di vicesindaco c’era proprio l’attuale sottosegretario.
Il tutto per «la realizzazione del progetto di iniziativa turistica Travelexpo per la quinta giornata mondiale del Turismo». Si erano ritrovati, i due soci, uno
vicesindaco e l’altro amministratore, al tavolo di un’iniziativa nel 2024 per parlare di Sicilia e di turismo.
Un secondo affidamento alla società è arrivato dalla regione a guidata dal centrodestra, con Renato Schifani, per un importo di 24.900 euro. Soldi che Logos ha incassato «per servizi connessi alla giornata mondiale del turismo» che si è svolta il 27 settembre dello scorso anno proprio nella Palermo del vicesindaco Cannella.
Non è finita. Spunta, tra gli altri, un affidamento da 10mila euro, da parte della Gesap, la spa che gestisce l’aeroporto di Palermo. E tra i soci c’è anche il comune palermitano dove Canella era sempre vice di Lagalla. In questo caso «per l’affitto di uno spazio espositivo Travelexpo 2026». Insomma, appalti diretti che arrivano dagli enti locali, che pianificano e realizzano iniziative con un editore attivo nel settore.
Ma che è anche socio nella srl del (ormai ex) vicesindaco. «Devo ancora comprendere», ha risposto a Domani Cannella dopo che gli avevamo mandato un messaggio con i contenuti dell’articolo chiedendo un commento. Nell’attesa è diventato sottosegretario.
(da “Domani”)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
NON SONO SOLO GLI ELETTORI DI SINISTRA A CREDERLO, MA ANCHE IL 43.2% DI CHI VOTA FORZA ITALIA E IL 35% DI CHI VOTA FDI E LEGA BOCCIA IL PROVVEDIMENTO
Per un italiano su due (52,5%) l’ultimo decreto sicurezza approvato alla Camera dimostra che i precedenti interventi varati da questo governo non hanno prodotto i risultati attesi. Il dato fotografa una frattura prevedibile sul piano politico con gli elettori di centrosinistra in larga parte critici (69,7%), tuttavia rivela anche una crepa meno scontata nel campo opposto, con quel 24,1% di elettori di centrodestra che condivide questa valutazione. Scendendo nel dettaglio, emerge un elemento politicamente rilevante.
Sono soprattutto gli elettori di Forza Italia (43,2%) a esprimere dubbi sull’efficacia delle misure adottate finora, mentre l’elettorato della Lega (63,2%) e di Fratelli d’Italia (67,4%) resta convinto che i decreti precedenti abbiano funzionato, pur necessitando oggi di un rafforzamento per rispondere a un contesto in continua mutazione.
Tuttavia, il nodo della questione resta il rapporto tra queste misure e il fenomeno degli sbarchi.
Nel 2024 ci aono stati 66.617 sbarchi e 5.704 rimpatri.
Nel 2025, con un numero di entrate pressoché analogo ci sono stati 6.772 rimpatri complessivi.
In pratica ogni 100 migranti che arrivano solo 10 vengono rimpatrati.
(da La Stampa)
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