Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’AVVOCATO CHE PERSEGUITAVA NAVALNY ROMPE CON IL CREMLINO… ECCO I SEI PUNTI DEL MANIFESTO CONTRO PUTIN
L’avvocato e blogger russo Ilya Remeslo, storico fedelissimo del Cremlino noto per le sue battaglie contro l’opposizione, ha pubblicato un lungo manifesto su Telegram dal titolo “Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Vladimir Putin“. Come riportato nel suo post, così come dal The Moscow Times, il manifesto si conclude con parole esplicite: «Vladimir Putin non è un presidente legittimo. Deve dimettersi ed essere processato come criminale di guerra e ladro. Viva la libertà, dannazione!».
Chi è Ilya Remeslo
Ilya Remeslo è un avvocato e blogger russo, noto per il suo sostegno alle posizioni del Cremlino e di Vladimir Putin. Negli anni si è distinto come uno dei più attivi sostenitori della linea governativa, utilizzando anche le sue competenze legali per presentare denunce contro attivisti, giornalisti e oppositori politici.
È stato coinvolto in diverse campagne contro il leader dell’opposizione Alexei Navalny, partecipando anche a procedimenti giudiziari a suo carico. In passato ha fatto parte della Camera pubblica russa, un organismo consultivo legato al Cremlino, consolidando il suo ruolo all’interno dell’ecosistema mediatico e politico filogovernativo putiniano.
I cinque punti di Remeslo contro Putin
Nel lungo messaggio pubblicato su Telegram, Remeslo elenca cinque motivi principali alla base della sua rottura. Il primo riguarda la guerra in Ucraina, definita
«assolutamente senza via d’uscita». Secondo il blogger, il conflitto ha causato «1-2 milioni di vittime» e sta andando avanti senza benefici per i cittadini russi.
«Una guerra totalmente senza sbocchi, con enormi perdite… può andare avanti ancora 5-10 anni. Siete pronti a questo?» scrive Remeslo, sostenendo che il conflitto venga portato avanti «solo per i complessi di Putin», mentre «noi cittadini comuni non ne ricaviamo nulla, ma perdiamo soltanto».
Il secondo punto riguarda l’economia. Secondo Remeslo, «sanzioni, infrastrutture distrutte, perdita di partner commerciali» sarebbero costati «trilioni di dollari che avremmo potuto usare per costruire città, scuole, ospedali». Nel suo manifesto, il propagandista russo accusa il Cremlino di aver favorito «i palazzi del presidente e dei suoi amici», mentre milioni di russi restano poveri.
Nel terzo punto critica la repressione digitale e mediatica, sostenendo che il Cremlino abbia tradito le promesse sullo sviluppo di Internet: «Abbiamo visto che Internet mobile non funziona nemmeno nelle grandi città… tutti i social occidentali sono bloccati». Aggiunge, inoltre, che Telegram sarebbe «bloccato all’80%» e che sarebbe prevista una chiusura totale.
Il tema del potere e la critica personale a Putin
Il quarto motivo riguarda la permanenza al potere di Putin: «È al potere dal 1999, da oltre 26-27 anni… e sembra voler restare sul trono fino a 150 anni».
Remeslo, nel manifesto, richiama il principio secondo cui «il potere assoluto corrompe in modo assoluto», sostenendo che Putin sia cambiato nel tempo.
Infine, accusa il presidente di non ascoltare i cittadini: «Le “linee dirette” sono un circo… al presidente non interessano i problemi interni».
Secondo il blogger, in Russia non esiste più una vera opposizione: «Quelli che hanno provato a criticare sono stati dichiarati agenti stranieri, sono all’estero o sono morti». Il testo si chiude con un’esclamazione: «Viva la libertà, dannazione!».
Le prime reazioni e dubbi dalla Russia
Come sottolinea il The Moscow Times, attacchi così diretti a Putin da parte di figure vicine al sistema sono estremamente rari. Alcuni esponenti dell’area pro-guerra hanno ipotizzato un crollo psicologico, una messinscena o un hackeraggio del suo canale Telegram.
Secondo l’oppositore in esilio Leonid Volkov, citato dal The Moscow Times, «qualcosa non torna» e un attacco simile «supera ogni linea rossa». Tuttavia, è lo
stesso Remeslo, il giorno dopo, a smentire ogni teoria, confermando il suo attacco diretto contro Vladimir Putin.
La smentita e il nuovo attacco: «Non è una messinscena»
Di fronte alle numerose teorie circolate a seguito della pubblicazione del suo manifesto, dall’account hackerato fino a una messinscena, Remeslo ha smentito pubblicamente ogni dubbio.
In un video pubblicato sul suo canale Telegram ha dichiarato di aver scritto personalmente il manifesto, mentre in successive dichiarazioni riportate anche dalla stampa ha insistito: «Nulla di tutto questo è organizzato. Sto semplicemente dicendo la verità».
Non solo. Il giorno seguente ha rilanciato con un ulteriore attacco, aggiungendo un sesto punto alla lista delle accuse contro Putin, ovvero una «ossessione per il lusso al limite della malattia».
Secondo Remeslo, il presidente disporrebbe di numerose residenze, aerei e mezzi blindati, e avrebbe sprecato le risorse del Paese per arricchire sé stesso e il proprio entourage.
L’Ucraina, le azioni del Cremlino contro Navalny e l’attacco a Solovyov
Nei giorni successivi, Remeslo ha intensificato gli attacchi, definendo i territori occupati «terre gravate da debiti miliardari» e mettendo in dubbio i benefici della guerra per i cittadini russi: «Tutto è distrutto… che valore hanno questi territori?».
Ha accusato l’amministrazione presidenziale di orchestrare propaganda e operazioni contro l’opposizione, arrivando a sostenere che alcune azioni contro Alexei Navalny fossero decise ai vertici del potere.
Nel mirino anche i media filogovernativi e figure come Vladimir Solovyev, invitato a «criticare Putin». In più interventi ha ribadito che il presidente «non è il Paese» e che la guerra sta «distruggendo la Russia dall’interno».
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP APPICCA IL FUOCO IN IRAN E CI LASCIA IL CONTO DA PAGARE. MELONI TAGLIA LE ACCISE MA SOLO PER 20 GIORNI E A 4 GIORNI DAL REFERENDUM
Succede che il piromane Donald Trump, dopo aver appiccato il fuoco in Medio Oriente con lo
sconsiderato e illegale attacco all’Iran insieme al ricercato internazionale Benjamin Netanyahu, ora vorrebbe lasciare i cosiddetti alleati europei (e la Cina) a spegnere l’incendio. Certo, i suoi modi brutali, ai quali dovremmo ormai esserci abituati, continuano a spiazzarci.
Ma non è che, toni a parte, con i suoi predecessori la sostanza della politica estera statunitense fosse poi tanto diversa. Dopo avercela menata per anni con la balla dell’esportazione della democrazia, tanto per fare un esempio, è stato il democratico Joe Biden ad ordinare in fretta e furia la vergognosa fuga degli Stati Uniti dall’Afghanistan, riconsegnando un intero popolo, sedotto e abbandonato, agli aguzzini talebani dai quali gli Usa promisero di liberarlo. Ora la storia si ripete con l’Iran.
Una guerra decisa senza consultare né avvisare gli alleati che in meno di tre settimane ha scatenato il caos nell’intera regione e una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi anni. Un danno enorme per l’Europa a cui si somma pure la beffa: le sanzioni che Trump ha deciso di sospendere sul petrolio russo e che stanno già fruttando miliardi di dollari a Mosca. Cioè il nemico numero dell’Ue per interposta Ucraina. E di fronte al No – ci mancherebbe altro – degli alleati europei ad un intervento a supporto nello Stretti di Hormuz, chiuso alla navigazione dall’Iran come risposta agli attacchi israelo-americani, ora minaccia di lavarsene le mani lasciandoci, dopo i dazi e il 5% del Pil in armi, un altro conto da pagare.
Cosa arcinota, in verità, sin dall’inizio del conflitto che ha innescato, dal primo giorno dei raid contro il regime degli ayatollah una folle corsa dei prezzi dell’energia e dei carburanti. Questione sulla quale, fino a ieri, il governo Meloni non ha mosso un dito. Sarà un caso, ma la misura più volte annunciata è arrivata ad appena quattro giorni dal referendum sulla riforma che disarticola il Csm e sulla quale le destre rischiano di andare a sbattere.
Quanto al provvedimento, è previsto uno sconto sulle accise, ma solo per 20 giorni. L’ennesimo spot elettorale nel solco delle tante promesse fatte dalle destre, poi puntualmente disattese. A partire proprio dall’eliminazione delle accise sui carburanti.
(da lanotiziagiornale.it)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA CITTA’ I POLITICI DEL PARTITO DI MELONI SONO TUTTI COLLEGATI TRA LORO
Perché scegliere uno studio notarile di Biella per costituire la società che dovrà gestire un ristorante a Roma? Perché Biella è il feudo di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e socio di quella società insieme ad altri volti noti di Fratelli d’Italia. Tutti tranne una: Miriam Caroccia, appena diciottenne all’epoca della firma, figlia di Mauro, in carcere con una condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa. Quali sono i rapporti fra i Caroccia e Delmastro? Nessuno lo dice ufficialmente, né a Biella né a Torino. Anzi, tutti lasciano intendere che non sapevano chi fosse quella ragazzina con cui i quattro politici piemontesi si erano messi in società nel 2024. Tanto da dichiarare di essere usciti «immediatamente dalla società nel momento stesso in cui siamo venuti a conoscenza della posizione relativa al padre della giovane ex socia, che risulta tuttora incensurata».
Questa frase è firmata dai tre personaggi secondari di questa trama da libro giallo, soci con Delmastro e Caroccia ne Le 5 Forchette srl, società con un capitale di 10mila euro: Elena Chiorino, vice presidente della Regione Piemonte e assessora con delega al Lavoro; Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore comunale ai Lavori pubblici a Biella; Davide Eugenio Zappalà, consigliere regionale, anche lui del partito della premier Giorgia Meloni. A loro si aggiunge Donatella Pelle, moglie di Domenico Monteleone, noto avvocato calabrese ma residente a Biella da tanti anni.
Tutti e tre hanno scelto di parlare con una nota subito dopo le dichiarazioni pubbliche di Delmastro, quasi a voler rispettare una sorta di gerarchia in questo momento di particolare imbarazzo per il partito. Una volta che il vertice ha rotto il
silenzio, si sono espressi anche loro. Senza però sciogliere il dubbio principale di questo giallo dai contorni tutti da definire: che interesse avevano quei politici piemontesi a investire in una società con interessi a 700 chilometri di distanza? La domanda rimane sospesa visto che l’ordine, in Fratelli d’Italia, è limitarsi alla frase di Delmastro e alla nota inviata poco dopo dagli altri politici piemontesi.
Di certo c’è l’ennesimo coinvolgimento di Delmastro in una vicenda delicata: basti ricordare il caso di Emanuele Pozzolo, deputato di Fdi, condannato a un anno e tre mesi per i fatti di Capodanno 2024, quando un proiettile colpì uno dei partecipanti a una festa alla pro loco del paesino di Rosazza, in provincia di Biella. Un veglione organizzato proprio dal sottosegretario alla Giustizia.
Stavolta Pozzolo, espulso dopo quei fatti e ora passato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, non c’entra nulla. Ma basta scavare fra le sedi delle partecipazioni nelle società per scoprire che, a Biella, i politici FdI sono tutti collegati in qualche modo fra loro. Non solo per il partito ma anche per gli affari: in via Pietro Micca 8, “casa” delle Le 5 Forchette, ha sede anche la G&G srl, al 100% di Delmastro. Ma anche lo studio da commercialista di Amedeo Paraggio, assessore al Bilancio del Comune di Biella. Anche lui di Fratelli d’Italia, ovviamente.
(da Repubblica)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
UNA PRODUZIONE CHE ANDRA’ IN ONDA IN AUTUNNO
Sei puntate in seconda serata. Il nuovo programma prodotto da Francesca Verdini e la sua
Casa rossa andrà in onda il prossimo autunno nel palinsesto della direzione Approfondimenti Rai, dopo un altro titolo della scuderia di Paolo Corsini. Al centro del programma, le truffe agli anziani e come evitarle: un prodotto che potrebbe coinvolgere anche la Polizia di stato (che, si apprende, finora ha avuto con la società soltanto un contratto preliminare)
Sarà condotto dalla criminologa Roberta Bruzzone, già in Nella mente di Narciso, prodotto sempre da La Casa rossa per Raiplay. Stavolta la produttrice, da anni è la compagna del segretario della Lega Matteo Salvini, si conquista un posto nella direzione di un dirigente considerato vicino a Fratelli d’Italia, ma l’accordo per portare il programma in seconda serata sembra essere nato a livelli ben più alti. I ben informati raccontano che i progetti de La Casa rossa arrivati sulla scrivania dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi siano stati parecchi.
Alla fine, l’ad e il presidente facente funzioni Antonio Marano – considerato gradito alla Lega – hanno deciso di lavorare sul titolo che riguarda le truffe, da qualche decina di migliaia di euro. Nonostante a parole tutti neghino l’intervento del partito di Salvini per spingere il programma prodotto da Verdini, tanto è risultato importante che si è anche trovato il modo di aggirare i vincoli di spending review della Rai.
Budget ad hoc
Il budget a disposizione di Corsini è già talmente risicato che molte trasmissioni d’inchiesta hanno dovuto fare i conti con tagli dei fondi disponibili, figurarsi un programma che non è considerato proprio la punta di diamante del palinsesto. Nessun problema, grazie a un generoso regalo in arrivo dal Prime time: il direttore Williams Di Liberatore – considerato gradito alla Lega – ha fatto a meno di un extrabudget che poi è stato ricollocato agli Approfondimenti. Anche qui c’è una versione ufficiale: «L’extrabudget del Prime time era legato alla fascia: nel momento in cui la seconda serata è passata agli Approfondimenti, si sono spostati anche i soldi». Insomma, sullo sbarco di un programma firmato Verdini in chiaro, le anime sempre in subbuglio dei dirigenti considerati vicini ai partiti di maggioranza spesso in lotta tra loro trovano una tregua (almeno temporanea).
Per lo meno, quelli di Lega e Fratelli d’Italia: dalle parti di Forza Italia, infatti, la collaborazione viene letta come l’ennesima manovra a detrimento degli azzurri, che già si sentono scippati della presidenza, ormai scivolata lontano, considerato che manca ormai poco più di un anno alla fine del mandato di questo Cda. Sempre che la riforma della Rai non intervenga prima ad azzerarlo, magari in estate come qualcuno – anche ai piani alti dell’azienda – inizia a supporre.
Intanto, le angherie reciproche continuano ad avvelenare il clima. Rosario Fiorello torna in televisione, su Rai2, dove alle 7.10 da qualche giorno va in onda una replica della puntata radio del giorno precedente. Una fascia che era quella di VivaRai2!, ma che nel frattempo è passata di mano – dopo qualche infruttuoso esperimento del Day time – e attualmente si spartiscono 1mattinaNews (progetto in condivisione tra Tg1 e la direzione di Angelo Mellone) e Buongiorno Italia, prodotto della Tgr. A provocare maretta, soprattutto il fatto che l’annuncio sia arrivato direttamente da Fiorello nel corso del programma
Da sempre garanzia di ascolti, lo showman si è guadagnato un’autonomia che non tutti apprezzano, tanto che c’è chi scherza se il vero ad non sia lui. Quel che è certo è che Rossi, assente la scorsa settimana all’incontro in Vaticano tra il papa, la redazione del Tg2 e i vertici dell’azienda, a Natale aveva trovato il tempo per passare alla festa del programma (agli auguri del presidente della Repubblica al secondo tg Rai di mercoledì, però, c’era). Ampia tolleranza dunque per tutti i capricci del conduttore etneo, inclusa qualche battuta sulla governance e i passi falsi della Rai.
A far alzare qualche sopracciglio anche la risposta spericolata di Tommaso Cerno al Corriere della Sera, a cui il neoconduttore di 2 di Picche ha confidato di non aver ancora firmato nessun contratto per la striscia. Una verità parziale: il contratto quadro – quello che include anche Domenica in – è firmato da tempo, mentre la variante che riguarda il programma quotidiano ancora attende la sigla del direttore.
L’intesa a parole c’è, la fiducia, da entrambe le parti, forse non abbonda: rivelatasi però una risorsa inutilizzabile, per Giorgia Meloni e i suoi alleati la Rai appare ormai in ogni caso più una scatola da riempire con la collaborazione di chi ci lavora. Quando le idee non arrivano da dentro, calano da fuori.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
PER RIZZO LA RIFORMA CI LIBERA DEI MARANZA, CERNO HA L’INCUBO DEGLI IMAM
Se non ci fosse di mezzo lo smantellamento di 7 articoli della Costituzione, la campagna del Sì sarebbe uno spasso. Guai perciò a non riconoscere i meriti a chi da settimane sforna perle di involontaria comicità o di assoluto nonsense.
L’ultimo spot imperdibile è quello di Flavio Briatore. In un video pubblicato sui social, l’imprenditore appare affranto: “La mia coscienza mi dice che devo farlo”. Urca. “Dobbiamo votare Sì”. Ah. “E vi spiego perché: io sono il classico esempio di persecuzione”. Seguono tre minuti in cui Briatore racconta del suo yacht sequestrato dalla Guardia di Finanza e messo all’asta “a un prezzaccio” in tempo di Covid, signora mia, “tre settimane prima che la Cassazione mi assolvesse”. Il tipico perseguitato, appunto, d’altronde a chi non è capitato di vedersi svendere la barca a 7 milioni di euro?
L’elettore più ingenuo potrebbe allora pensare che la riforma Nordio tuteli i ricchi. Ma per fortuna c’è Marco Rizzo a spiegarci che non è così, perché il Sì è destinato a sgominare pure la microcriminalità. La sua è una storia di vita vissuta: “Oggi mia moglie a Milano è stata derubata: portafogli, carta di credito, bancomat, le solite cose. Ci siamo rotti! Perché poi quella gente lì, e non erano italiani, e sono molto incazzato, se li beccano, il giorno dopo li rivedete in metro”. La chiosa è un micidiale plot twist: “Basta! Ci siamo rotti le scatole! Votate Sì al referendum”. Yacht al sicuro e maranza in galera
Il filone securitario del referendum è uno dei più in voga. Per la verità il visionario precursore è stato come al solito Matteo Salvini, prima che sfortunatamente si stufasse della campagna elettorale. Comunque, già a novembre sentenziava: “Il referendum è un passo avanti fondamentale di civiltà. Anche la cronaca degli ultimi giorni lo dimostra, dall’incredibile vicenda di Garlasco al sequestro dei tre bambini portati via in modo vergognoso”. Da quel momento Garlasco e i bimbi nel bosco sono diventati evergreen, come se c’entrassero qualcosa con la riforma (anzi, Alberto Stasi è in carcere perché i giudici di Cassazione non hanno dato retta alla Procura generale: uno spot per il No).
Vale tutto, persino arruolare i defunti. E non quelli che ne sarebbero lieti, tipo Berlusconi o Gelli, ma chi, come Indro Montanelli, difficilmente sarebbe stato meloniano. Sul Fatto è dovuta intervenire Letizia Moizzi, nipote del giornalista, per lamentarsi di come la Fondazione Einaudi stesse strumentalizzando una sua intervista di 40 anni fa. È la caccia al […] L’altro giorno il Sì ha potuto arruolare pure Davide Lacerenza, ex re della Gintoneria fresco di patteggiamento a 4 anni e 8 mesi per droga e prostituzione. Roba che fa curriculum.
Poi ci sono le mitiche card social di Fratelli d’Italia. Una delle migliori ritrae una famiglia seduta a tavola mentre guarda la tv: “Tanto i rimpatri del governo Meloni trovano l’opposizione di certi magistrati”, dice il padre sconsolato. Nella bulimia di post capita però anche che FdI pubblichi un’immagine del presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, additandolo come “il giudice che condanna lo Stato” reo di aver scritto un libro contro la riforma. Concetto vero, quest’ultimo (il libro è Mani legate, Paper first), ma Morosini non ha scritto alcuna sentenza che “condanna lo Stato”: il riferimento era alla condanna civile (firmata peraltro da un’altra magistrata) a risarcire la Sea Watch per alcuni errori nel sequestro della nave della Ong. Persino Briatore sarebbe stato d’accordo.
Per non dire della deriva religiosa della campagna elettorale. A un certo punto la destra si è convinta che fosse una buona idea mandare un messaggio semplice – i buoni votano Sì, i cattivi No – e di declinarlo in forma confessionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano assicura: “I cattolici voteranno Sì perché puntano alla realizzazione della giustizia”. Anche teologo, direbbe un’ammirata signorina Silvani appena prima di sputazzare. Fatto sta che risultano una marea di cattolici anche per il No, ma forse Mantovano voleva solo onorare Maria Elena Boschi, che nel 2016 applaudì i “partigiani veri” schierati per il Sì, da non confondere con quelli annacquati dell’Anpi. Oggi idem: ci sono cattolici veri e cattolici finti.
Va da sé che gli islamici siano in blocco per il No. Ce lo conferma il Giornale, che ha iniziato una martellante campagna: “La Mecca dice no”; “La guerra santa al referendum: ‘Il No conviene agli islamici’”; “L’arma della sinistra: 1,7 milioni di musulmani per bocciare il referendum”. Tutti arruolati personalmente, previo furto del portafoglio della moglie di Rizzo.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
OGGI IL PODCAST CON FEDEZ CHE SERVE AD AUMENTARE LE INTERAZIONI E AUMENTARE L’AFFLUENZA
La tanica è nell’urna. Metti Sì nel serbatoio. Meloni vi fa il pieno di bonus benzina, offre uno
sconto di 25 centesimi a litro, taglia le accise e impone il prezzo consigliato. Vale da oggi. Votate sì? Le risorse sono trovate con tagli lineari ai ministeri. Salvini va a Rete4 a vendersi la misura (“il taglio accise c’est moi”), Meloni a Rai1. Si sorpassano alla pompa. Sono misure temporanee fino al 7 di aprile e Giorgetti, in Cdm, scandisce tre volte: “Tem-po-ranee!”. E’ un Cdm di tensione che fa da rampa di lancio per la fine referendum. Il Garante per la sorveglianza dei prezzi diventa lo sceriffo con il lavavetri e trasmette ai magistrati verbali, prove per verificare se esistono “manovre speculative su merci”. Punire, e puniremo. I distributori devono comunicare i prezzi e non possono variarli nell’arco della giornata. Oggi sarà diffuso il podcast di Fedez con Meloni. Non è una trovata pop, ma l’alta ingegneria di Meloni: il Si che si nutre del No.
Il podcast di Fedez con Meloni è stato pensato da ben due mesi. Anche l’annuncio, la rivelazione del Fatto Quotidiano, l’anticipazione, è funzionale. Il quotidiano di Travaglio fa aumentare le menzioni su Meloni. La partecipazione serve ad avere materiale video per inondare i social, ed è materiale che circolerà tranquillamente a urne aperte, il memento vota. E’ un effetto studiato a tavolino, un’idea di Tommaso Longobardi, il social media manager di Meloni (il suo Dalì con il baffetto) e dell’autore di Fedez, Matteo Grandi. Era da fine dicembre che Longobardi lavorava all’appuntamento. Ospite di Fedez, Longobardi anticipava di fatto una possibile partecipazione di Meloni al podcast. Non è una spruzzata di giovanilismo ed è un errore pensare che il video di Meloni sia destinato ai giovani, molti dei quali non votano, o che Fedez sia stato scelto per aumentare la polemica. Si è solo scelto il meglio in termini di contatti che offriva il mercato.
FdI vuole replicare così l’effetto Marche. Anche allora, durante le elezioni regionali, le più sentite da Meloni, si diceva che le Marche fossero in bilico, si parlava di pareggio. In quel caso si è verificato che la discesa in campo di Meloni ha aumentato le interazioni. Il primo obiettivo del governo non è convincere a votare Sì. L’urgenza che ha Meloni, in queste ore, è informare gli italiani che domenica e lunedì si tiene un referendum. Il resto lo fa lei: polarizza. La prima ospitata da Porro, lunedì, fa entrare Meloni nella classifica delle pagine più viste sui social. Si tratta di menzioni. Martedì, l’anticipazione del Fatto, la partecipazione di Meloni al podcast di Fedez, produce un ulteriore effetto. Si inizia a parlare, e dividere, sull’opportunità o meno che Meloni vada. Si moltiplicano gli sberleffi, si aizzano le tifoserie, si creano contenuti falsi, altri sulla natura delle domanda. Scompaiono gli altri leader. Martedì, le menzioni social di Meloni hanno un balzo del venti per cento e le analisi predittive calcolano, per oggi, la crescita del sessanta per cento. Il paradosso è che Meloni cresce anche grazie ai rivali. I veri trascinatori del “no” sono Travaglio, Scanzi, Lorenzo Tosa, influencer che creano dibattito. La notizia del Fatto viene dibattuta in queste pagine. Anche chi sostiene le ragioni del “no” finisce nella scia di Meloni. Dice Luca Ferlaino, presidente di Socialcom, che analizza i dati social, che compulsa algoritmi: “La vera notizia è che dopo l’annuncio di Meloni da Fedez, il referendum esiste. A Meloni serve a far sapere che c’è una consultazione a un pubblico che neppure lo sapeva. Al momento ci sono state due bolle, quelle del Sì e del No. Meloni con questi video raggiunge italiani che non fanno parte di quella bolla”. Aumenta dunque l’affluenza dei votanti. Secondo alcuni sondaggi l’affluenza può danneggiare il Sì ma secondo Youtrend può aiutare Meloni. E’ la teoria di Matteo Renzi che secondo Chicco Testa: “Vota Sì ma non lo dice, come molti di sinistra, pavidi. Volete un consiglio? Votate Sì e non si scioglieranno più i ghiacciai. Sorridiamo e votiamo. Sì”. Le apparizioni di Meloni (Tg1, i 5 minuti di Vespa) sono necessari per oscurare i suoi fratelli di sparata. Dal parlamentare che invita a usare il sistema clientelare, fino ad Andrea Delmastro, il sottosegretario alla giustizia, che si occupava di ristorazione, schiavettoni e forchetta, con eredi di condannati per mafia. In America c’è Trump che è il Gratteri con il ciuffo (vuole fare una retata a Cuba). E’ convinzione di Meloni che se gli americani non chiudono la guerra presto, gli effetti sull’economia dei paesi europei saranno incalcolabili. Tajani pensa che una missione Onu a Hormuz sia una bellissima pensata di Crosetto ma impraticabile. Oggi Meloni è a Bruxelles e insieme a 9 paesi (c’è una lettera congiunta) chiede a Ursula von der Leyen di rivedere il sistema degli Ets. Anche Piersilvio Berlusconi vota sì (e lo ha dichiarato). Il Sì va da Fedez, e a nafta. (Ps. Salvini, che ha riunito le compagnie petrolifere, corretto il testo, lavorato con Giorgetti, dice che il decreto taglia accise è opera sua, scritto da lui. Se serve, vi pulisce anche il parabrezza.
(da Il Foglio)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROCURA HA CHIUSO LE INDAGINI: POGGIANTI È ACCUSATO DI DIFFAMAZIONE E DIFFUSIONE ILLECITA DI MATERIALE INTIMO. AVREBBE RICATTATO COCCI E DIFFUSO LA SUA FOTO NUDO…MA NON E’ TUTTO: GLI INQUIRENTI FANNO RIFERIMENTO AD ALTRE PERSONE COINVOLTE. IL SOSPETTO NASCE DA INFORMAZIONI CONTENUTE NELLE LETTERE ANONIME EMERSE DURANTE L’INCHIESTA: I RICHIAMI ALLA LOGGIA MASSONICA “SAGITTARIO”, DI CUI COCCI ERA STATO SEGRETARIO
La procura di Prato ha chiuso le indagini sul presunto ricatto a luci rosse ai danni dell’ex capogruppo di FdI nel consiglio comunale pratese, l’avvocato Tommaso Cocci. L’ex vicepresidente del consiglio di Empoli Andrea Poggianti – ex FdI – è accusato di diffamazione e diffusione illecita di materiale intimo nei confronti del suo ex collega di partito.
Le accuse sono legate all’invio di numerose lettere anonime contenenti fotografie private ed intime di Tommaso Cocci, ‘astro’ nascente della politica pratese la cui carriera è stata fermata da questa vicenda. Tra i reati ipotizzati figura anche il tentativo di violenza privata, poiché l’azione avrebbe avuto l’obiettivo di compromettere la candidatura alle Regionali di Cocci, come poi è effettivamente accaduto.
Secondo la procura di Prato, il piano avrebbe avuto un respiro ancora più ampio: colpire l’area politica vicina all’onorevole Chiara La Porta (FdI), adesso consigliera regionale. Partendo da motivazioni private — riconducibili a rancori personali — sarebbe nata, secondo le ricostruzioni dell’accusa, l’iniziativa di Poggianti.
Nel provvedimento di chiusura delle indagini si fa riferimento ad altre persone coinvolte, la cui posizione è trattata separatamente. L’ipotesi è che Poggianti abbia agito in concorso con altri. Il sospetto nasce da informazioni contenute nelle lettere anonime emerse durante l’inchiesta. I richiami alla loggia massonica Sagittario, di cui Cocci era stato segretario, fanno ipotizzare che eventuali complici possano provenire da ambienti massonici.
Nell’atto di conclusione delle indagini non compare Claudio Belgiorno, altro ex consigliere comunale di FdI a Prato – anche lui è uscito dal partito meloniano – ; inizialmente perquisito con l’ipotesi di un coinvolgimento nella presunta manovra diffamatoria. Secondo quanto si apprende, la sua posizione è stata momentaneamente separata – stralciata – per ulteriori verifiche.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
QUINDI GLI DA’ GLI OTTO GIORNI DELLA SERVA: “QUESTA È UNA SETTIMANA IN CUI NON POSSIAMO METTERE ALTRE POLEMICHE SUL FUOCO, MA DI QUESTA STORIA DEI RUSSI ALLA BIENNALE DI VENEZIA DOPO IL REFERENDUM NE RIPARLIAMO”
Ohibò: ci voleva un post-fascio musulmano sciita per far esplodere le mille contraddizioni dei
Fratellini delle Meloni Sister giunti affannosamente al quarto anno di potere.
La riapertura, dopo quattro anni di assenza per l’invasione dell’Ucraina, del padiglione russo della Biennale di Venezia, voluta dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, è stato il detonatore delle tensioni accumulate sull’asse Via della Scrofa-Palazzo Chigi.
Gong! Fratelli d’Italia contro “Fiamma Magica”. Essì, la novità è poi un classico di quando si occupa il primo piano di Palazzo Chigi. Davanti alla spartizione e alla gestione del potere, i vecchi rancori, sgambetti, ripicche e antipatie mai superate tra colleghi di partito non rimangono più sopiti e troncati per l’ideale comune; ma strabordano fino a raggiungere lo stadio del disprezzo.
C’è insomma da strabuzzare gli occhi e aggrottare la fronte a leggere l’articolo di Augusto Minzolini, sul “Giornale” di oggi (che al momento nessuno ha smentito).
L’ex direttore del Tg1 e de “Il Giornale”, già senatore di Forza Italia, verga un articolo sul quotidiano diretto da Cerno-byl in cui dà voce al pensiero di Giovanbattista Fazzolari, custode integerrimo dell’ortodossia meloniana, con virgolettati pesantissimi sullo scontro al calor bianco tra i dandy-cariati di Fratelli d’Italia, Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco.
Intanto, il Fazzo fa una premessa: “Questa è una settimana in cui non possiamo mettere altre polemiche sul fuoco”. Poi aggiunge, a mo’ di avviso ai naviganti: ”Ma di questa storia dei russi alla Biennale di Venezia dopo il referendum ne riparliamo…”.
Detto questo, prende per le recchie il musulmano siculo-sciita nominato da Giorgia Meloni al vertice della più importante istituzione culturale italiana per sbatterlo dietro la lavagna dei ciucci che non sanno, o meglio se ne fottono dall’alto del Sommo Sapere Intellettuale, del codice della politica: “La nomina della Biennale è squisitamente politica per cui chi ci va può fare quello che vuole ma deve tenere conto delle implicazioni politiche”.
Fazzolari da Fiumicino, oltre a essere uno degli uomini più potenti del Governo (formalmente sottosegretario all’attuazione del programma, ha tra le sue mani tutti i dossier politici più importanti), è anche il primo e inflessibile fautore della linea pro-Ucraina e anti-Russia di Meloni.
Sposato con una donna ucraina, l’unica volta che è uscito da Palazzo Chigi è stato nel febbraio 2022: pochi giorni dopo l’invasione russa, al fianco di Meloni, Fazzolari si recò al confine tra Polonia e Ucraina per coordinare una missione di salvataggio di donne e bambini in fuga dalla guerra. A uno come lui, l’idea di un padiglione di artisti in linea con il Criminale del Cremlino, “non è andata proprio giù”, commenta Minzo.
E così, secondo quanto riporta “il Giornale”, Fazzolari si sarebbe sfogato con i suoi interlocutori definendo “gravissimo” il comportamento di Buttafuoco: “interviene con leggerezza su una tragedia che dura da quattro anni, che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, sul dramma del popolo ucraino”.
Ciò non significa che Fazzolari abbia preso le difese di Alessandro Giuli. Anzi. Come è distante mille miglia dalle fumisterie sicule-barocche di Buttafuoco, il sottosegretario è agli antipodi anche del “Pensiero solare” e del “Dio Pan” del ministro del Collegio romano: infatti era del tutto contrario a nominarlo ministro della Cultura (miracolato da Arianna Meloni, molto legata alla di lui sorella Antonella).
Estrosi e multi-tasking, i due “gemelli diversi” alfieri dell’egemonia culturale di destra, compassato e introverso l’ex dirigente di seconda fascia della Regione Lazio (è noto che non risponde a nessuna rottura di cazzo telefonica).
Puntiglioso, rigido, ma, gli va riconosciuto, la virtù della coerenza. Fazzolari – scrive Minzolini – “è un uomo tutto d’un pezzo, un toro non avvezzo ai compromessi: se sta con la Meloni sta con la Meloni, se sta con l’Ucraina pure”.
Fazzolari ha passato anni a mangiare la polvere nelle retrovie, a farsi le ossa nelle “fogne” (copy Marco Tarchi) e lottare (politicamente) per portare Fratelli d’Italia da via della Scrofa al Governo, mentre Giuli e Buttafuoco con le loro penne affilate tratteggiavano barocchismi con pensosi articoli sul “Foglio” e sul “Fatto quotidiano”.
Ora che i due amici, miracolati dal governo Meloni, sono ”costretti” a litigare, Fazzo tira fuori dai denti la sua sentenza: “Intellettuali che non hanno fatto un tubo nella vita…”.
Il fastidio quasi ontologico di Fazzolari per Giuli e Buttafuoco va inoltre inquadrato nel clima di scazzi e veleni interno a Fratelli d’Italia. Come abbiamo raccontato due giorni fa su questo disgraziato sito, anche se non emergerà mai pubblicamente, esiste una tensione latente anche tra la padrona di Palazzo Chigi, sorella Giorgia, e la tenutaria di via della Scrofa, sorella Arianna.
Prova ne è lo stesso caso Biennale: Buttafuoco è molto vicino alla premier, Giuli è caro al cuore dell’ex compagna di Lollobrigida (grande amica, a sua volta, di Antonella, sorella del ministro, si fa per dire, della Cultura).
Nella vicenda Biennale c’è anche un altro fattore importante da considerare, ed è quello che fa notare Emiliano Fittipaldi su “Domani”: “Buttafuoco, nominato dal governo Meloni, non si è comportato da vassallo o semplice esecutore come altri nominati.
Insomma, il miracolato Buttafuoco ha fatto una cazzata nel merito, aprendo alla propaganda putiniana: se ha dimostrato la propria autonomia, accolta con grandi applausi dalla stampa di sinistra, dall’altra parte dimentica il potere di chi l’ha messo a capo della Biennale.
Una volta sfiduciato dal governo, con una dichiarazione del ministro della Cultura (“La partecipazione della Federazione Russa alla 61/a Esposizione internazionale d’arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano”), al prode Sarracino siculo non resta altro di andare fino fondo alla propria autonomia veneziana, rassegnando le dimissioni.
E’ la politica, bellezza e non puoi farci niente… Invece, agli inviti del ministro Giuli-vo di sbarrare il padiglione russo, la risposta è stata un secco: “Io non mi dimetto”
Più i Mattia Feltri (“La Stampa”), i Filippo Ceccarelli (“La Repubblica”) ed oggi i Fittipaldi (“Domani”) celebrano il caso Biennale (”Ne servirebbero 10, 100, 1.000 di Buttafuoco”), e più i Fazzolari s’incazzano. E giustamente, aggiungiamo.
Certo, “è un fatto gravissimo” censurare una scelta intellettuale, ma ancor più imperdonabile è aprire le porte a un padiglione organizzato dal regime di Putin che in quattro anni di guerra in Ucraina ha causato un bilancio drammatico con quasi 1,8 milioni di militari tra morti, feriti e dispersi dal febbraio 2022 a inizio 2026.
Certo, fa sorridere che Giuli, autore de “Il passo delle oche” (Einaudi), in cui perculava i camerati alla besciamella di ieri (Meloni compresa), oggi si ritrovi sul seggiolone di ministro.
Ma fa ancor più ridere che Buttafuoco oggi venga esaltato come esempio di liberalismo, autonomia e trasparenza: uno che nel 2003 pubblicò un libro, “Fogli consanguinei”, edito dalla casa editrice “Aristocrazia Ariana”, del terrorista nero Franco Freda, camerata di “Ordine nuovo”.
(da Dagoreport)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? L’ESECUTIVO VUOLE DARE LEGITTIMITÀ AI CONTRATTI “MAGGIORMENTE APPLICATI”, OVVERO I “CONTRATTI PIRATA”, CON SALARI DA FAME E SCARSE TUTELE, FIRMATI DA SIGLE MINORI ANZICHÉ A QUELLI CONDISI DALLE ORGANIZZAZIONI “MAGGIORMENTE RAPPRESENTATIVE”… IL MESSAGGIO DELLE IMPRESE A URSO E MELONI È CHIARO: NON METTERE SULLO STESSO PIANO CHI RISPETTA LE REGOLE E CHI FA CONCORRENZA SLEALE SULLA PELLE DEI LAVORATORI
Un’assenza che pesa. E che segna un punto di rottura senza precedenti nelle relazioni industriali con il governo Meloni.
Per la prima volta, il fronte delle grandi associazioni datoriali — Confindustria, Confcommercio e Confesercenti — ha deciso di disertare il tavolo nazionale sulle pmi convocato al ministero delle Imprese. Mentre gli artigiani della Cna hanno inviato solo una delegazione tecnica.
Come da prassi di questo governo, il ministero ha convocato al tavolo una galassia di sigle minori, accusate dai grandi dell’impresa di dumping contrattuale perché firmatarie di contratti pirata, con salari da fame e scarse tutele.
Una strategia coerente con legge delega 144 del 26 settembre scorso, quella che ha svuotato la proposta delle opposizioni sul salario minimo legale. E che il governo vuole usare per dare legittimità ai contratti “maggiormente applicati” anziché a quelli firmati dalle organizzazioni “maggiormente rappresentative”.
Significherebbe, di fatto, legittimare accordi come quello siglato da Assodelivery con l’Ugl, che consente paghe irrisorie ai rider. Contratto finito nel mirino della Procura di Milano con accuse di caporalato per i modelli gestionali di Deliveroo e Glovo
La richiesta al governo delle imprese pare netta: non mettere sullo stesso piano chi rispetta le regole e chi fa concorrenza sleale sui costi del lavoro. Non a caso da mesi si muove un asse parallelo tra le stesse imprese e i sindacati confederali. Una sorta di “costituente della rappresentanza”.
I vertici di Cgil, Cisl e Uil hanno già incontrato Confindustria, Confcommercio, Alleanza cooperative, Confapi e Confesercenti. In agenda, per la prossima settimana, c’è anche il comparto dell’artigianato. Lo scopo è arrivare a un accordo sulla rappresentanza che sia in grado di disboscare i mille contratti collettivi depositati al Cnel. In gran parte sigle “pirata” che, pur coprendo solo il 3-4% dei lavoratori, riguardano milioni di persone sottopagate.
Proprio ieri l’Ocse ha diffuso nuovi dati sulle retribuzioni, negativi soprattutto per l’Italia. Con un ritardo significativo nel recupero del potere d’acquisto, il nostro Paese segna un divario del 6,8% in termini reali rispetto al 2021: il secondo dato peggiore tra i partner dell’organizzazione. Qualcosa è stato recuperato, non tutto.
(da La Repubblica)
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