Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
“DOVEVA PUNTARE CON DECISIONE AL CAMBIO DI REGIME E NON L’HA FATTO. NON HA PREPARATO GLI AMERICANI AL CONFLITTO, HA IGNORATO GLI ALLEATI, NON HA PREPARATO L’OPPOSIZIONE IN IRAN CHE AVREBBE DOVUTO AVERE UN RUOLO CHIAVE NEL CAMBIO DI GOVERNO”
«Quale è l’obiettivo finale? Non lo so». John Bolton, già ambasciatore Usa all’Onu e
consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump per parte del suo primo mandato quasi alza le mani quando gli chiediamo perché il leader Usa, che rivendica di aver «obliterato» tutte le difese iraniane e di non aver praticamente più obiettivi da colpire, non dichiari vittoria.
Ambasciatore, rovesciamo la domanda: quale reputa fosse l’obiettivo finale a inizio guerra?
«Quello non lo so e Trump non ha fatto nulla per svelarlo. Quello giusto doveva essere il cambio di regime».
Nelle prime fasi del conflitto il presidente ne ha parlato apertamente.
«Sì, all’inizio sembrava così ma poi non mi pare che si sia seguita quella strada. Ed è stato un errore».
Perché
«Se lasci al suo posto un regime, benché gravemente ferito, questo tornerà in auge ancora più forte e peggiore sia sul fronte del nucleare sia su quello del terrorismo».
Quanto ritiene quindi, mancando come sostiene lei un obiettivo finale chiaro, che potrà durare il conflitto?
«Trump già all’inizio ha parlato di 4-6 settimane, siamo appena nella terza. Ma la stima mi sembra ottimistica, c’è ancora molto da fare».
Ad esempio?
«Fino a quando lo Stretto di Hormuz resterà chiuso non c’è dichiarazione di vittoria finale possibile».
Crede che gli Usa abbiano sottostimato quanto poteva succedere in quel braccio di mare?
«Sì, è stato un errore dal principio non considerare lo Stretto come una priorità, solo alla fine della scorsa settimana c’è stato un incremento delle operazioni, con la distruzione di posamine e missili lanciati contro le unità navali. Ma ci sono barchini
veloci in grado di colpire petroliere e navi militari. Sono molto sorpreso che questo scenario di Hormuz non sia stato considerato dall’inizio».
Quali sono gli errori principali?
«Trump non ha preparato gli americani al conflitto, non ha spiegato le ragioni per cui un cambio di regime era necessario a causa del pericolo nucleare e del terrorismo.
Non ha preparato la strada al Congresso; ha ignorato gli alleati; non ha preparato l’opposizione in Iran che avrebbe dovuto avere un ruolo chiave nel cambio di governo; non ha chiesto all’opposizione cosa erano in grado di fare o quale sostegno serviva. Non ha pensato a nulla di tutto ciò e ora rincorre. E poi c’è il petrolio.
All’inizio del conflitto il segretario dell’Energia Christ Wright parlò di incremento dei prezzi come una qualcosa da non temere. E così nessuno ha riflettuto abbastanza su Hormuz e sulle conseguenze: oggi i leader sono indaffarati a cercare soluzioni per calmare i mercati. E poi c’è un caso eclatante».
Quale?
«Lunedì Trump ha detto di essere sorpreso degli attacchi iraniani contro i Paesi arabi. Beh, è l’unico uomo sulla faccia della Terra a essere stupito. Non solo erano prevedibili, ma erano inevitabili».
Cosa c’è nella mente del presidente adesso, secondo lei che ci ha convissuto per parecchi mesi?
«Sa che ha un problema. Ma Trump non sbaglia mai, quindi la responsabilità sarà scaricata su qualcuno che non gli ha detto abbastanza o cose del genere. Sta preparando il terreno per scaricare su altri la colpa di un potenziale fiasco».
Servono truppe sul terreno per dare una spallata?
«Trump non le manderà, ha fatto campagna dicendo che non avrebbe iniziato guerre infinite, i pianificatori non hanno mai pensato a truppe di invasione convenzionali. Non è l’Iraq del 2003, ma l’amministrazione potrebbe pensare a operazioni per mettere in sicurezza Hormuz, l’isola di Kharg o il materiale nucleare».
(da “La Stampa”)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
NEI FILMATI HA DATO IL SUO SOSTEGNO A UN UOMO CONDANNATO IN DISORDINI ANTI-IMMIGRATI, HA DATO APPOGGIO A UN EVENTO DI NEONAZISTI CANADESI E HA FATTO RIFERIMENTO A TEORIE COSPIRATIVE ANTISEMITE – SEMBRAVA CHE LA CAVALCATA DI FARAGE COME PROSSIMO VOLTO DELLA DESTRA FOSSE INARRESTABILE, MA…
Una serie di video quanto meno problematici mette in grave imbarazzo Nigel Farage, il leader della destra populista britannica: li ha scovati il Guardian sulla piattaforma online Cameo, una specie di OnlyFans dove, invece di contenuti pornografici, celebrità e figure di alto profilo registrano messaggi a pagamento personalizzati per membri del pubblico.
Farage risulta un prolifico utilizzatore di Cameo: da quando ha debuttato sulla piattaforma, cinque anni fa, ha registrato migliaia e migliaia di video, incassando in tutto circa 375 mila sterline (più o meno 435 mila euro).
In gran parte si tratta di innocui auguri di Natale o di compleanno, ma il Guardian ne ha portati alla luce diversi che risultano molto meno digeribili.
Viene fuori allora che su Cameo il tribuno populista ha dato il suo sostegno a un uomo condannato per il coinvolgimento in disordini anti-immigrati, dicendogli di «continuare ad agire nella maniera giusta», che ha dato appoggio a un evento di
neonazisti canadesi, definendolo «la cosa migliore che sia mai accaduta», che ha ripetuto slogan associati con l’estrema destra, ha fatto riferimento a teorie cospirative antisemite e si è lasciato andare a commenti misogini su donne politiche di sinistra, incluse allusioni al seno di Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata progressista americana.
Farage sta provando ad accreditarsi come un’alternativa credibile di governo, come un primo ministro in pectore , in grado di conquistare anche il consenso dei moderati: ci tiene infatti a marcare la distanza con un personaggio come Tommy Robinson, l’agitatore neofascista inglese, cosa che gli è costata l’amicizia con Elon Musk. E anche i rapporti con Donald Trump si sono ultimamente raffreddati.
Farage però sembra non riuscire a sfondare davvero: il suo partito, Reform, aveva raggiunto la soglia del 30% nei sondaggi, ma poi ha avuto una lieve flessione. E in una recente suppletiva, a febbraio, il candidato di Farage è stato sconfitto dai Verdi, così come precedentemente in Galles aveva dovuto cedere il passo ai nazionalisti locali.
Sembra quasi che ci sia un tetto oltre il quale Farage non riesce ad andare: perché tanto ha seguito fra i ceti popolari, bianchi e poco istruiti quanto è considerato «tossico» dal resto dell’elettorato.
Insomma, il tribuno della Brexit resta un personaggio altamente divisivo e la sua marcia su Downing Street particolarmente difficoltosa
(da l “Corriere della Sera”)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA TOSTA DEL SANTOPADRE AL RETTORE DELL’ANGELICUM, IL TRUMPIANO THOMAS JOHN WHITE, CHE GLI AVREBBE FATTO PRESENTE DI CORRERE COSI’ UN SERIO RISCHIO: FAR SVANIRE L’OBOLO DEGLI STATI UNITI, PRIMO FINANZIATORE DEL VATICANO (13,7 MILIONI)
‘Azz, come ruggisce Papa Leone. In barba alla Curia dei suoi detrattori, che soffrono il suo
riservato pragmatismo rispetto alla dirompenza tutta “chiacchiere e
distintivo” del predecessore Papa Francesco, Prevost sa come difendere la dottrina cattolica dai suoi nemici. E sa farlo con franchezza, autorevolezza e, quando serve, coraggio.
L’ultimo esempio. Al dominicano fr. Thomas Joseph White, rettore dell’Angelicum, la Pontificia università San Tommaso d’Aquino di Roma, dove, in origine, avrebbero dovuto essere ospitate le conferenze di Peter Thiel nella Capitale, il pontefice avrebbe risposto con un “vaffa” che è risuonato potente anche ben oltre le mura leonine.
Di fronte all’ordine del Vaticano, rivelato da Dagospia, di cancellare la prenotazione del “Cavaliere Nero” della tecno-destra americana, White avrebbe fatto presente a Sua Santità di correre il serio rischio di far svanire i ricchi finanziamenti americani alle casse del Vaticano. Detta in soldoni, la risposta di Prevost è stata: “Non me ne frega nulla…”
Un no per niente scontato, visto che gli Stati Uniti sono il primo donatore mondiale della Chiesa cattolica: nel 2024, hanno contribuito per il 25,2% del totale dell’Obolo di San Pietro, con circa 13,7 milioni di euro.
Gli Usa rappresentano inoltre la lobby più conservatrice all’interno della Chiesa (Peter Thiel è solo la punta di lancia di un gruppo di ricchi finanziatori reazionari che hanno spostato l’asse della Chiesa americana a destra), a differenza, per esempio, dei vescovi tedeschi, notoriamente turbo-progressisti (anche la Germania è tra i primi dieci donatori della Chiesa, sebbene con quote percentuali minori, vale il 2,8% del totale).
Una fronda con cui lo stesso domenicano White sarebbe molto legato, pur senza arrivare alle stramberie estetiche di quella pazzariella di Raymond Burke (tra cappelloni a tesa larga e strascico, somiglia più a Malgioglio che a un cardinale).
White ha ottime relazioni con l’ex arcivescovo di New York, il già trumpiano Timothy Dolan, che Prevost ha subito accompagnato all’uscita rimpiazzandolo con il bergogliano Ronald Hicks, che ha fama di “pastore delle periferie”.
Sempre all’ala conservatrice della chiesa americana fa riferimento anche la Catholic University of America (CUA), che era stata indicata dopo l’Angelicum come sede delle lezioni italiane di Thiel.
L’istituto dei frati domenicani ha a sua volta smentito di essere dietro allo sbarco a Roma del fondatore di Palantir, in compenso ha organizzato, tramite il Cluny
Institute, la messa in latino alla basilica di San Giovanni dei Fiorentini, contestuale all’iniziativa, a cui poi alla fine Thiel non ha partecipato (pare che abbia preferito andare in una rinomata palestra del centro a farsi una bella sudata).
Spiega il teologo Massimo Faggioli, intervistato dal “manifesto”: “È un istituto affiliato alla Catholic University of America di Washington DC, l’università dei vescovi negli Usa. Quindi è possibile che la Cua in quanto tale non fosse stata coinvolta”.
Il rettore dell’Angelicum, Thomas Joseph White, ha a sua volta legami significativi con la Catholic University of America, che ha sede a Washington ed è il suo editore di riferimento negli Usa (con la CUA ha pubblicato due libri, “The Incarnate Lord” (2015), “The Light of Christ” (2017) e la serie in più volumi “Principles of Catholic Theology” (2023-2025).
Inoltre, prima di trasferirsi a Roma, White è stato per dieci anni professore di teologia presso la Dominican House of Studies a Washington, situata proprio di fronte al campus della CUA.
Sebbene sia un’entità indipendente, il Cluny Institute ha inoltre organizzato eventi di alto profilo a Roma in collaborazione con la Pontificia università San Tommaso d’Aquino.
Fa presente ancora Faggioli: “L’Angelicum dei domenicani è diventata negli ultimi anni l’università più influente e intraprendente tra le facoltà pontificie a Roma e questo è avvenuto anche grazie al flusso di donazioni (per cattedre, convegni ecc.) provenienti dagli Stati Uniti.
C’è un progetto teologico e culturale che non si vede oggi nella teologia liberale o di sinistra: già da tempo investivano sulla chiesa del dopo Francesco. Non sapevano che il successore sarebbe stato un americano e un loro ex studente, il che aiuta sempre a consolidare il brand”.
Speranze malriposte, visto che Papa Leone, agostiniano con vent’anni di servizio missionario in Perù prima di assumere incarichi vaticani, si sta dimostrando essere il principale contraltare a Trump e, soprattutto, ai paperoni silicon-vallici che puntano a dominare il mondo con software e intelligenze artificiali.
Domenica scorsa, mentre il gay coniugato Thiel era già sbarcato a Roma con la sua corte di autisti e tuttofare, Papa Leone ha officiato una messa a Ponte Mammolo e ha mandato un messaggino di accoglienza al teorico dell’Anticristo: “Qualcuno pretende di coinvolgere il nome di Dio nella guerra, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre”.
A proposito di Anticristo… ieri era il terzo giorno di conferenze per Peter Thiel. E il terzo giorno, com’è noto… resuscitò (chiedere info a San Tommaso). L’inquietante filosofo con la passione per la cybersicurezza deve aver letto il Dagoreport di ieri, in cui notavamo la sua arroganza e antipatia con i partecipanti.
Oppure è solo merito dell’aria fresca che ha fatto entrare dalle finestre spalancate (nei due giorni precedenti, si sarebbe lamentato del troppo caldo, nonostante a Roma le temperature siano sotto i 15 gradi): a quanto ci riferiscono fonti di qualche invitato, infatti, sarebbe apparso più sciolto, scherzoso, addirittura incline al confronto.
Si sarebbe addirittura fermato, dopo la lezione, a parlare con un capannello di ragazzi incravattati, in cerca di risposte dal loro “messia”. La sera, si sarebbe tenuta anche una cena a porte chiuse tra nobili ultra-conservatori nostalgici del Monsignor Marcel Lefebvre (il cui gruppo venne scomunicato per anti-ecumenismo post-Concilio e poi riabilitato da Papa Benedetto XVI) e i soliti seguaci del verbo di Thiel.
Thiel, al terzo giorno romano, ha finalmente tirato fuori la questione Anticristo, attribuendo l’appellativo (pur senza associarlo direttamente) a Xi Jinping, come racconta il bene informato Ilario Lombardo sulla “Stampa” (“Xi Jinping è sessista e razzista. Qualcuno pensa sia la reincarnazione di Hitler”)
Soprattutto, tra una citazione di Star Wars e il solito Sauron del Signore degli anelli (un’ossessione), ha tirato fuori dal cilindro un evergreen dei catto-conservatori: Ratzinger, colui appunto che tolse la scomunica ai lefebviani)
Thiel avrebbe definito Benedetto XVI “il più grande pensatore cristiano degli ultimi cento anni”. Il papa del discorso di Ratisbona, a detta del fondatore di Palantir, avrebbe avvisato l’umanità che l’Anticristo non si paleserà alla fine dei tempi… è già tra noi e lo è sempre stato. Olè
Un pistolotto che a molti presenti è sembrato un po’ superficiale, forse frutto di una ricerca su ChatGpt e AI Mode più che di ore a sgobbare sui libri di filosofia del Novecento, tra Girard e Leo Strauss, che pure Thiel compulsa da anni.
Ps. “La Verità” oggi prova a strumentalizzare una frase del presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Zuppi. il capo della Cei ha detto: “Il Papa è purtroppo inascoltato.
Ed è preoccupante che specialmente i cristiani non lo prendano sul serio, non lo sostengano pubblicamente, ancor più nelle scelte”. Per il quotidiano diretto da Belpietro, è la prova di una spaccatura tra Zuppi e l’agostiniano Leone.
Ma tirare per la tonaca il cardinale di Bologna, romano di nascita e di approccio (legato alla Comunità di Sant’Egidio) significa sbagliare mirino: come dimostra la vicenda Thiel, la vera spaccatura non è (più) nella Curia romana, ma tra Roma e Washington.
Tra la Chiesa ufficiale e quella americana, alimentata dai miliardi, dall’esoterismo di Thiel e dal messianismo Maga-trumpiano.
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENDOCRINOLOGO FORZISTA: “POTETE EVITARE DI DIRLE SEMPRE DI SÌ. VI USA QUANDO GLI SERVITE, E POI. PIUTTOSTO FATELO CADERE, ’STO GOVERNO’”…. HANNO DOVUTO SEPARARLI PER EVITARE LA RISSA
Il referendum sulla giustizia spacca anche chi ritiene la separazione delle carriere “la madre di tutte le riforme”, come Forza Italia. Il nervosismo tra le file del partito azzurro è tale che l’altro giorno due autorevoli esponenti berlusconiani sono quasi venuti alle mani in Parlamento, come racconta Valerio Valentini, giornalista del “Post”, sulla newsletter “Montecit.”
I protagonisti del battibecco sono il capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, braccio destro di Antonio Tajani, e Mario Pepe, ex deputato berlusconiano, endocrinologo indicato dal governo come presidente di Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione.
La discussione, racconta Valentini, è partita da Pepe, che dice, “sul grugno di Barelli”: “Ma io non capisco che c’avete in mente, voi? Lo volete capire che vi stanno abbandonando tutti? E adesso ve ne accorgerete col referendum…”
Replica del Tajaneo, esponente di spicco della cosiddetta “banda dei laziali” (insieme a Tajani e Gasparri): “Sì, mo’ arrivi te e ce spieghi come va er mondo”.
E ancora: “Ma state a sbaglia’ tutto. Date i soldi a chi non vi vota. Confcommercio vota a sinistra, e voi gli date i soldi? Ma allora finanziate il nemico”; “Ma che ne sai, te…”; “Io so che rispondo a milioni di italiani che da questo governo si sentono traditi, e derubati…”
Lo scazzo nasce da un emendamento al decreto PNRR, che attribuisce alla Covip guidata da Pepe la vigilanza sugli enti di sanità integrativa. Fratelli d’Italia, infatti, ci starebbe ripensando, e secondo Pepe Forza Italia non combatterebbe abbastanza per difenderlo,
Scrive Valentini: “non è il merito della questione, che c’interessa. C’interessa la baruffa perché aiuta a capire come dentro Forza Italia percepiscano i rapporti di forza all’interno del governo”
“Ma tu dove cazzo sei stato, fino a mo’?”, continua Barelli.
“Io sto in mezzo alla gente, a lavorare. Mica campo di politica come voi!”, risponde Pepe, che poi affonda il colpo: “Potete evitare di dire sempre di sì alla Meloni. Che vi usa quando gli servite, e poi… Sono tre anni che facciamo audizioni da Zaffini, e quello ci prende in giro”. (si riferisce a Francesco Zaffini, presidente della commissione Sanità e lavoro del Senato, di Fratelli d’Italia).
“Ma che ne sai tu di quello che significa stare al governo?”. E qui Pepe non si morde più la lingua: “Ma piuttosto fatelo cadere, ’sto governo”;
Alla replica di Barelli (“Cadere il governo? Ma sei scemo?”) Pepe rincara: “E a che serve, starci così? Sì sì, ne riparliamo dopo il referendum…”
Poi, conclude Valentini, “li hanno divisi. Fisicamente”.
(da Dagoreport)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
RETE4 POTREBBE RISCHIARE UN “ORDINE DI RIEQUILIBRIO”, E DI DOVER DARE AMPIO SPAZIO IN PRIMA SERATA AL NO SETTIMANE FA
Mediaset dà più spazio alle ragioni del Sì al referendum e viola la par condicio. La denuncia di
Pd, M5s e Avs, oltre che dei comitati per il No, è già stata recapitata all’Autorità garante per le comunicazioni.
Sotto accusa è finita, soprattutto, la puntata di lunedì sera di “Quarta Repubblica”, con l’intervista di circa mezz’ora a Giorgia Meloni: «Un monologo in prima serata senza contraddittorio, con un conduttore primo fan, un copione provato e recitato – attaccano i parlamentari dem della commissione di Vigilanza –. Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban. Abbiamo chiesto una sanzione esemplare a questa vergogna».
Non solo, il Pd invita l’AgCom a imporre a Rete 4 un riequilibrio, «ospitando per pari tempo, con analoga audience e con la stessa tipologia di format leader in favore del No». In pressing anche i 5 stelle, con il capogruppo in Vigilanza Dario Carotenuto: «Nessun dibattito, nessun contraddittorio – sottolinea – oltre due ore di trasmissione, tra l’intervista di trenta minuti alla premier e gli interventi degli ospiti in studio, tutti orientati nella stessa direzione».
Il caso sarà inserito nell’ordine del giorno della riunione dell’Autorità in programma oggi e Rete4 potrebbe rischiare davvero un cosiddetto “ordine di riequilibrio”. A quel punto, per mettersi in regola, di qui a domenica Mediaset dovrà dare ampio spazio in prima serata al No.
Comunque, anche se Rete4 non dovesse rispettare l’indicazione dell’AgCom, andrebbe incontro a una multa non troppo salata: da un minimo di 10 mila a un massimo di 250 mila euro, ma è improbabile che vada oltre i 20 o 30 mila.
«Su Rete 4 le scelte editoriali hanno valorizzato unicamente le ragioni del Sì, senza alcuno scrupolo di equilibrio», dicono anche dal comitato “Giusto dire No” dell’Associazione magistrati. In questo modo, «Mediaset, dopo aver inserito le ragioni del No solo nei suoi telegiornali notturni, compie un altro sfregio alle regole condivise, che dovrebbero regolare la campagna referendaria».Il riferimento è al monitoraggio effettuato nelle notti fra sabato 14 e domenica 15 e fra domenica 15 e lunedì 16: «I telegiornali Tg4, Studio Aperto e Tg5 hanno mandato in onda circa 15 minuti di tempo di notizia con circa 9 minuti di tempo di parola sulle ragioni del No al referendum», si precisa nella lettera inviata al presidente AgCom Giacomo Lasorella.
Anche 40 secondi del presidente dell’Anm Cesare Parodi o 30 secondi di Elly Schlein, ma alle tre di notte. «Questi dati vengono calcolati assieme a quelli delle edizioni principali dei tg – avvertono dal comitato –. Questo comporta una violazione sostanziale della par condicio».
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI HA LASCIATO CHE GIULI FACESSE DA ARIETE DI SFONDAMENTO, CON LA RICHIESTA DEL CARTEGGIO TRA LA BIENNALE E MOSCA PER VERIFICARE LA COMPATIBILITÀ CON LE LEGGI UE INTRODOTTE PER ISOLARE LA RUSSIA DOPO L’INVASIONE DELL’UCRAINA… L’ EXTREMA RATIO È QUELLA DI “CONGELARE” IL PADIGLIONE RUSSO DELLA BIENNALE
Nel giorno in cui il ministero della Cultura riceve le carte della Biennale sulla controversa riapertura del padiglione russo, il presidente della fondazione veneziana Pietrangelo Buttafuoco è a Roma. E tuttavia, non bussa alla porta del Collegio romano, sede del Mic.
La sua destinazione si trova a 750 metri di distanza. Alle 14.51 viene avvistato da Repubblica mentre varca l’ingresso principale di Palazzo Madama. Una volta dentro, sale due piani e raggiunge gli uffici della seconda carica dello Stato: ha appuntamento con il presidente del Senato Ignazio La Russa. Amico di lunga data, sodale di militanza e sicilianità.
Buttafuoco si sarebbe rivolto al colonnello di FdI in cerca di una mediazione. Da quando ha promosso e difeso la presenza dei russi alla Biennale 2026, le ostilità pubbliche con il ministro della Cultura Alessandro Giuli sono sempre più aspre.
E l’irritazione verso il caso presto diventato internazionale è forte anche ai vertici del governo. Palazzo Chigi, pur silente sul tema, in questi giorni ha lasciato che il Mic facesse da ariete di sfondamento.
Ora ai protagonisti sarebbe stato richiesto un cambio di passo: basta gettare benzina sul fuoco, almeno finché non ci si sarà lasciati il referendum alle spalle.
Ieri, dopo aver inviato «tutta la documentazione richiesta», la Biennale si è difesa con una nota: «Si coglie l’occasione per precisare che nessuna norma è stata violata e che le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere». È la risposta piccata al Collegio romano, che nel carteggio vuole verificare proprio la compatibilità con le leggi Ue introdotte per isolare Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Gli uffici legislativi stanno scandagliando il fascicolo
L’ipotesi, tra i parlamentari meloniani, è che Buttafuoco abbia chiesto a La Russa di parlare con il Mic e i vertici di FdI per mettere un punto alla querelle degenerata in uno scontro di carte bollate. Fino a far temere un esito estremo, tra i corridoi della Biennale: il commissariamento. Un finale a cui il ministero della Cultura spera di non dover mai arrivare
La riconciliazione è urgente. Dopo la presentazione del 10 marzo a cui il ministro ha inviato solo un video di esplicito disappunto, domani la frattura tra i protagonisti sarà di nuovo sotto i riflettori. La Biennale aprirà il padiglione centrale ristrutturato con i soldi del Pnrr. E Giuli, salvo ripensamenti last minute, non sarà a Venezia di persona. Una scelta che verrà in ogni caso concordata con il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, con il quale le interlocuzioni sono quotidiane.
L’ extrema ratio : congelare il Padiglione russo della Biennale di Venezia, alla stregua di beni come yacht, ville esclusive, conti correnti già bloccati all’unanimità dall’Ue ai magnati russi, dopo l’invasione dell’Ucraina di 4 anni fa.
È un’ipotesi complicata, «ma in teoria si potrebbe», dice un alto esponente di Fratelli d’Italia, molto amico del ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Perché ormai con la Biennale è braccio di ferro continuo e lo dimostra quanto è successo ieri.
«Nessuna norma è stata violata e le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere». Stringatissima, la nota d’accompagnamento con cui la Biennale di Venezia, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, ha inviato ieri al ministero della Cultura «l’intera documentazione richiesta» relativa al Padiglione russo, che dovrebbe riaprire dopo oltre 4 anni di stop il prossimo 9 maggio per la sessantunesima Esposizione internazionale d’arte.
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, aveva chiesto alla Biennale venerdì scorso di avere queste carte «con urgenza». E da ieri i tecnici del Mic le stanno studiando per verificare se ci siano eventuali criticità utili per sollevare la richiesta di nuove sanzioni all’Ue ed evitare, così, che la Russia finisca in vetrina a Venezia malgrado le proteste già vibranti avanzate dall’Ucraina: «È inaccettabile», ha detto nei giorni scorsi a Giuli stesso, in un colloquio riservato, la ministra della Cultura e vicepremier di Kiev, Tetyana Berezhna.
È guerra aperta, ormai, tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco e lo si vedrà plasticamente domani a Venezia, a mezzogiorno, quando ai Giardini della Biennale ci sarà la cerimonia per la fine del restauro del Padiglione centrale, finanziato dal Mic con i fondi complementari del Pnrr. Tutti aspettano Giuli: ci sarà?
«Pare che decida domani», cioè oggi, fanno sapere da Venezia, anche loro, quelli della Biennale, in trepida attesa per capire come finirà l’ormai nota questione del Padiglione russo. Il ministro della Cultura ieri non ha sciolto il dilemma.
Più no che sì, comunque, oggi lo deciderà insieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari ma i suoi dicono che non dovrebbe annunciarlo questa mattina alle 11 alla conferenza stampa al Mic in cui proclamerà la Capitale della Cultura per il 2028. In lizza, in ordine alfabetico, ci sono: Anagni, Ancona, Catania, Colle Val d’Elsa, Forlì, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia.
Di certo, a pochi giorni dal referendum, si vuole anche evitare d’infiammare la polemica con l’alleato di governo, il leader della Lega Matteo Salvini, che anche ieri è tornato a sostenere con forza il rivale di Giuli, Buttafuoco, dopo aver ammesso di averci parlato al telefono: «La Biennale è un ente autonomo e, ripeto,
la cultura, l’arte, la musica, il teatro e lo sport devono avvicinare, non devono escludere — ha detto il vicepremier
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
BUCCI SI PRESENTA IN CONSIGLIO REGIONALE E FA LA VITTIMA, PECCATO CHE CI SIA LA MAIL RICEVUTA DAL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO, MICHELE BRAMBILLA, CON LE “RICHIESTE” PER PIEGARE LA LINEA EDITORIALE AI DESIDERATA DEL CENTRODESTRA
Il governatore della Liguria Marco Bucci, da giorni nell’occhio del ciclone a causa dei presunti
«dossier» confezionati per contestare la linea (sgradita) del Secolo XIX, intervenendo in Consiglio regionale tenta il contropiede, per provare a uscire da questa insidiosa bufera politica.
Per il governatore, ex sindaco di Genova, «il punto politico è molto chiaro: se segnalare un articolo ritenuto non equilibrato diventa dossieraggio, allora qualsiasi amministrazione di questo Paese sarebbe colpevole. E ripeto, alzi la mano chi non ha mai mandato un’osservazione critica a un giornale, ma non è così».
In realtà, quelle inviate da Bucci e dal portavoce Casabella non erano proprio mere «osservazioni», ma documenti molto dettagliati in cui si facevano rilievi su titoli, scelta delle foto e addirittura delle didascalie; le puntute osservazioni erano spesso focalizzate contro Silvia Salis, diventata sindaca di Genova per il Campo largo dopo aver sconfitto Pietro Piciocchi, fedelissimo di Bucci.
E soprattutto queste «osservazioni» non venivano recapitate solo a Michele Brambilla, direttore dello storico quotidiano di Genova, ma direttamente anche all’editore Pier Francesco Vago, amministratore delegato di Blue media, società editrice posseduta da Gianluigi Aponte, il più grande armatore del mondo e proprietario di Msc.
Il Fatto quotidiano , ieri, ha rivelato che uno dei documenti contenenti le contestazioni al Secolo XIX risulta essere stato scritto con il computer del lobbista Alfonso Lavarello che in passato, grazie all’amicizia con Fidel Castro, riuscì a riaprire Cuba alle crociere e che oggi continua ad avere forte peso politico a Genova, anche grazie alle sue relazioni con Aponte e il medesimo Bucci
Da segnalare che questo documento viene recapitato all’editore pochi giorni dopo che il direttore Brambilla aveva deciso di rompere i rapporti con il governatore, giudicando le sue pressioni come «inaccettabili».
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEADER M5S ACCUSA: “QUANDO C’È STATO IL CASO VERGOGNOSO DI AL-MASRI, L’ITALIA SI È RIVELATA UN PAESE CANAGLIA AL PARI DELLA MONGOLIA E DEL MALAWI. PERCHÉ NOI ABBIAMO SOTTRATTO AL MANDATO DI ARRESTO UN CRIMINALE DI GUERRA”
Scontro rovente a DiMartedì, su La7, tra il leader del M5s, Giuseppe Conte, e il portavoce del Comitato Sì Riforma Alessandro Sallusti. Il confronto durissimo verte in primis sul referendum costituzionale sulla giustizia, in programma il 22 e il 23 marzo.
Conte commenta le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi ha sostenuto che una vittoria del No al referendum porterebbe a maggiore impunità per immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori: ” In realtà, se sono in libertà alcune volte è per l’incapacità del governo“.
Porta, quindi, come esempio il caso di Al-Masri, l’ex comandante libico accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale: “Ad Al-Masri, stupratore di bambini e condannato per 30 crimini a livello internazionale, hanno dato un salvacondotto. E non solo: con la norma Nordio-Meloni oggi devi convocare stupratori e spacciatori prima di arrestarli per un interrogatorio preventivo. Ovviamente scappano tutti”.
Sallusti replica: “Veramente il fetentone libico è in carcere nel suo paese”.
Conte ribatte: “Perché hanno più dignità loro“.
Sallusti insiste, mentre l’ex presidente del Consiglio sorride e gesticola: “La Libia ci ha detto: datelo a noi che è nostro, non mettiamo in carcere noi e quindi giustamente il governo Meloni lo ha mandato in Libia”
Il botta e risposta si infiamma quando Conte sposta il discorso sul piano politico-istituzionale. Accusa il governo di voler garantire “libertà di azione alla politica”, citando il libro di Nordio: “Questo significa che per loro il primato della politica è sottrarsi alle inchieste della magistratura. Invece io sostengo che il primato della politica vada rivendicato, ad esempio, assicurando alla Corte Penale Internazionale Al-Masri, condannando Trump per gli attacchi unilaterali in violazione del diritto internazionale sia in Iran, sia in Venezuela e così il genocidio a Gaza“.
Sallusti commenta: “Il genocidio a Gaza ci mancava questa sera e per fortuna è arrivato”
Conte non molla: “Perché? Lo vogliamo trascurare? Per lei cos’è? Un accidente capitato casualmente della storia? È diritto internazionale! Quando c’è stato il caso vergognoso di Al-Masri, l’Italia si è rivelata un paese canaglia al pari della Mongolia e del Malawi. Perché noi abbiamo sottratto al mandato di arresto un criminale di guerra”
§Sallusti ride, scatenando la reazione indignata di Conte: “Ma di che cosa ride, Sallusti? Guardi che siamo stati deferiti all‘assemblea degli Stati alla Corte Penale Internazionale insieme a Malawi e Mongolia. Siamo ormai uno Stato canaglia. Inconsapevolmente ride Sallusti, non so perché”.
Il presidente del M5s ricorda che il governo Meloni ha attaccato il procuratore Lo Voi, definendolo “toga rossa”, per poi scoprire che era associato a una corrente moderata di destra.
L’ex direttore di Libero rilancia: “Si legga il libro ‘Sistema’ e scoprirà come il dottor Lo Voi è diventato procuratore di Palermo, poi ne riparliamo
Conte chiude l’affondo: “Non diffami la magistratura. Prima di preoccuparsi di diffamare i procuratori e i magistrati, fate dimettere Delmastro e Santanché, è la politica che deve assumersi le sue responsabilità”.
Sallusti ribadisce: “Allora, io gli ho suggerito di leggere un libro, lei è libero di non farlo”. Il conduttore Giovanni Floris interviene ridendo: “Vabbè, ma è il tuo libro”.
(DA Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL “WALL STREET JOURNAL”: “PUTIN VUOLE MANTENERE COMPETITIVO IL SUO PIÙ STRETTO ALLEATO MEDIORIENTALE NELLA GUERRA CONTRO LA POTENZA MILITARE DI STATI UNITI E ISRAELE E PROLUNGARE UN CONFLITTO CHE L’AVVANTAGGIA SIA MILITARMENTE SIA ECONOMICAMENTE
La Russia sta condividendo immagini satellitari e tecnologia dei droni con l’Iran. Lo scrive il
‘Wall Street Journal’.
Secondo fonti a conoscenza dei fatti, la Russia ha intensificato la condivisione di informazioni di intelligence e la cooperazione militare con l’Iran, fornendo immagini satellitari e tecnologie avanzate per i droni al fine di agevolare gli attacchi di Teheran contro le forze statunitensi nella regione.
La Russia sta cercando di mantenere il suo piu’ stretto alleato mediorientale competitivo nella lotta contro la potenza militare di Stati Uniti e Israele e di prolungare una guerra che l’avvantaggia sia militarmente sia economicamente.
(da agenzie)
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