CALDO ESTREMO: SOLO ADATTARSI NON BASTA
SIAMO DI FRONTE A UNA CRISI CLIMATICA VIOLENTA DA NON AVERE PARAGONI NELLA STORIA DEL MONDO
La successione incredibile di decine di giorni di gran caldo, ben al di sopra dei 32°C, e di notti tropicali in Europa, le temperature micidiali raggiunte globalmente dagli oceani, le perturbazioni meteorologiche a carattere violento che già si registrano, l’incremento delle morti per le ondate di calore, i milioni di sapiens e i miliardi di viventi in difficoltà in tutto il mondo stanno convincendo anche i più scettici che siamo nel mezzo di una crisi climatica così accelerata e violenta da non avere paragoni nella storia del mondo.
Di fronte a questa incontestabile valanga di dati e fatti oggettivi, la strategia dei mercanti di dubbi, quelli che pongono infinita fiducia nel sistema economico attuale, generalmente perché ci lucrano profitti irresponsabili, è cambiata. Non si nega più che faccia più caldo, non si sostiene più che al tempo dei romani o nel Medioevo le temperature fossero più elevate, ma si rileva che ormai le cose stanno così e dunque che cosa ci possiamo fare ora? Non ci resta che adattarci, specialità nella quale i sapiens sarebbero maestri. L’adattamento è la risposta giusta? Soprattutto, è l’unica strada?
La risposta è no, prima di tutto per una ragione molto semplice: a che scenario vogliamo adattarci? Nel 2015 a Parigi si decise che l’incremento di 1,5°C nelle temperature medie atmosferiche globali fosse il confine non valicabile, quello al di là del quale gli scienziati raccomandavano di non andare perché si sarebbe varcato il limite biologico degli ecosistemi (VI Report Ipcc). Ma proprio mentre si enunciava questo principio, le compagnie Oil&Gas e carbone investivano nella prospezione e nell’estrazione somme talmente ingenti da far prevedere scenari molto diversi. Il Production Gap faceva già allora prevedere che si sarebbe arrivati facilmente a +2,7°C nell’immediato futuro, cosa che si sta puntualmente verificando. Eppure gli specialisti erano stati chiari: l’obiettivo era l’azzeramento delle emissioni climalteranti, categoricamente entro il 2050. Prima di tutto, cioè, la mitigazione del problema, poi, o al massimo contemporaneamente, l’adattamento. Se non si riducono significativamente le emissioni, si rischia di prepararci a uno scenario che sarà peggiore di quello previsto. Per esempio, costruisci opere contro alluvioni e mareggiate che, in pochi anni, saranno desuete e inutili. Ma soprattutto varchiamo quei limiti fisici e biologici dei sapiens e degli altri viventi così velocemente che nessuno riuscirà ad adattarsi, nemmeno chi ha tecnologie straordinarie. Perché non ci sarà tempo a sufficienza.
Gli scienziati hanno indicato la strada: lasciare sotto terra almeno il 90% del carbone e il 60% del gas e del petrolio. Nessuno ha seguito questa strada e, anzi, si continua a trivellare come se non ci fosse un domani, frase che rischia di non essere solo un modo di dire. Per seguire questa strada si dovrebbe eliminare ogni sorta di sussidio pubblico, diretto e indiretto, al mondo dei combustibili fossili. Invece, a seconda delle stime, si calcolano aiuti da 900 a 7000 miliardi di dollari all’anno, denari che potrebbero essere invece utilizzati per la riconversione energetica in fonti rinnovabili. Inoltre, secondo alcuni analisti, destinando il 3-5% dei profitti delle compagnie Oil&Gas e carbone alla riconversione si potrebbe uscire dall’era dei combustibili fossili senza che le compagnie vadano fallite e senza che i costi se li accolli il pensionato con la Panda euro 1 (Grasso e Vergine lo sintetizzano bene in un libro del 2020).
La massimizzazione dei profitti non permette, però, alcun tipo di mitigazione, così l’umanità viaggia a tutta velocità contro un muro, proprio mentre tutti i modelli climatici elaborati negli ultimi decenni risultano azzeccati o sottostimati. Ed ecco allora la scialuppa d’emergenza dell’adattamento, che però fa acqua da tutte le parti: anche in questo caso, gli scienziati suggeriscono che ci sarebbe spazio per piantare mille miliardi di alberi in più, rinforzando il ruolo di serbatoio naturale di CO2 delle foreste. Ma questo sforzo “verde” non si vede e comunque abbisogna di almeno due o tre decenni per mostrare i primi risultati. Si potrebbe incrementare il ruolo di “sink” del carbonio degli oceani, per esempio proteggendo le barriere coralline o incrementando il numero di balene (una balena permette l’assorbimento di 33 tonnellate di CO2/anno, funziona meglio di un bosco), ma nulla di questo genere si vede in atto.
L’adattamento si riduce a montare climatizzatori nella parte ricca del mondo, a produrre autovetture ibride (per carità, non elettriche) e a rifugiarsi in casa. L’energia la continuiamo a fare con le fonti fossili e nessun accordo internazionale vincolante è vicino. Mentre ci stiamo per lasciare alle spalle l’estate più fresca e umida di quelle che verranno, si naviga a vista affidandoci a una salvifica tecnologia futura che nessuno riesce nemmeno a immaginare.
Mario Tozzi
(da lastampa.it)
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