Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile
BOSSI RIVOLSE PAROLE OFFENSIVE DURANTE UNA KERMESSE IN PROVINCIA DI BERGAMO… IN ASSENZA DELLO STATO, FINALMENTE QUALCUNO LO HA CHIAMATO A RISPORDERNE
Il gesto delle corna per Giorgio Napolitano, apostrofato con la garbata definizione di terùn.
Poi, sull’onda del coro dei militanti padani (“Monti vai a fare in c…”), una dedica raffinata anche al presidente del consiglio Mario Monti (“e magari gli piace, c…””).
Era la sera del 29 dicembre e nel gelo della kermesse leghista Berghem frecc di Albino (Bergamo), per scaldare il popolo verde Umberto Bossi, di fronte alle telecamere, si era esibito in un comizio parecchio disinvolto.
Quelle offese rivolte al capo dello Stato e al premier, però, potrebbero costargli care. Decine di cittadini italiani lo hanno denunciato per vilipendio al capo dello Stato e offese alle cariche istituzionali.
La querela contro il segretario federale del Carroccio sarà depositata in dieci città : Verona (capofila), Vicenza, Bassano, Bergamo, Brescia, Trento, Milano, Roma, Napoli, Bari.
Una specie di class action politica – con una raccolta di firme geograficamente trasversale – in nome del rispetto e dell’onorabilità delle istituzioni.
Il Senatore della Repubblbica ed ex ministro delle Riforme, Bossi – si legge nella denuncia – “ha proferito frasi e rivolto gesti di una gravità inaudita allIndirizzo delle più alte cariche dello Stato nonchè dell’intera comunità nazionale” (per via della insulto “terùn”).
“Usciamo dall”Italia andiamocene via” aveva esordito il Senatùr al raduno di Albino. Fino a quel “mandiamo un saluto al Presidente della Repubblica “(facendo con la mano destra il gesto delle corna) . “D’altra parte nomen Oman… – aveva continuato – Si chiama napoletano… Oh no! Non sapevo che l’era un terùn”.
Secondo gli autori della denuncia non si è trattato di goliardia ma di un “attacco sovversivo contro l’Unità d’Italia e i suoi organi costituzionali”.
I reati che si potrebbero prefigurare sono sovversione, vilipendio della Repubblica, delle istituzioni, nonchè il reato di offesa all’Onore e al prestigio del presidente della Repubblica e vilipendio della nazione.
L’iniziativa civile è partita da Verona, dove sono state raccolte le prime firme e presentate in Procura dagli avvocati. Il passaparola si è poi sparso nelle altre città .
La Procura competente – quella insomma che dovrà gestire il fascicolo sulle esternazioni di Bossi – è Bergamo: visto che gli eventuali reati, qualora dovessero essere accertati, si sono consumati a Albino, in Val Seriana, nella Bergamasca.
Roccaforte leghista (la Provincia è guidata dal lumbard Ettore Pirovano), a Bergamo c’è stato però anche chi, e sono decine, non ha per niente gradito l’esuberanza anti italiana del leader della Lega, e il disprezzo dimostrato verso le istituzioni.
Anche a Bergamo, come nelle altre città , le firme in calce sulla denuncia sono di cittadini comuni, estrazione sociale e appartenenza politica assortita, anche diversi immigrati.
Paolo Berizzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
LE TRUPPE LEGHISTE ORA LITIGANO SUL NOLEGGIO DEI BUS: PER ANDARE A SENTIRE BOSSI A MILANO BISOGNA PAGARE, PER RECARSI AD ASCOLTARE MARONI A VARESE INVECE SI VIAGGIA A SCROCCO.. IL CERCHIO MAGICO DISSEMINERA’ L’AUTOSTRADA DI CHIODI?
Maroni si può vedere gratis e Bossi no? 
Secondo indiscrezioni che infiltrano in ambiente leghista, le segreterie provinciali del Carroccio più vicine all’ex ministro dell’Interno, Roberto Maroni, starebbero organizzando pullman gratuiti per andare al comizio dell’ex ministro domani a Varese.
Gli stessi pullman, invece, secondo voci interne al partito, sarebbero a pagamento nel caso della manifestazione indetta da Umberto Bossi – domenica 22 a Milano – contro le liberalizzazioni del governo Monti.
“Se la notizia venisse confermata, e spero di no – commenta un bossiano di ferro – il partito degli onesti che i maroniani pretenderebbero di incarnare partirebbe con il piede sbagliato”.
Insomma il problema è sempre chi paga.
Chi gestisce i conti all’estero fa pagare il viaggio ai militanti che vogliono assistere al comizio di Bossi a Milano, chi invece critica questa prassi finanziaria non spiega come si possa offrire il passaggio gratuitamente agli iscritti per andare a sentire Bobo a Varese.
La domanda che si pone il militante alle prese con le spese di di affitto della sezione e quelle di affissione è come mai in Lega girino tanti eurini senza mai vederne uno per le spese locali.
“Tanzania libera” è il grido di battaglia.
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
RISALE AL LONTANO MARZO 2002, ALTRO CHE GESTIONE DEMOCRATICA DEL PARTITO…ORA MARONI CHIEDE UN CONGRESSO, MEGLIO TARDI CHE MAI: MA DOVE E’ STATO IN QUESTI DIECI ANNI?
Può sembrare di dubbio gusto ricordarlo proprio in questi giorni, ma l’ultimo che si svolse dall’1
al 3 marzo 2002 al Filaforum di Assago, resta impresso nella memoria dei pochi che ancora la coltivano come “il congresso della nave”, e non solo perchè Bossi lo aprì proclamando: “Finalmente la virata è conclusa, adesso la nave è pronta a lanciarsi in mare con una rotta ben chiara e una direzione sicura”.
Come sfondo congressuale c’era inizialmente un biondo guerrieriero celtico, ma a tal punto muscoloso da richiamare certa iconografia gay (e l’apprezzamento del presidente dell’Arci-gay Grillini).
Fatto sta che dopo il discorso marinaro del Senatùr il guerriero fu fatto sloggiare e al suo posto sopra il podio arrivò un bastimento tirato da un rimorchiatore con la scritta “Stiamo girando la nave!”
Al congresso venne applaudito Berlusconi, che recava un messaggio di Mamma Rosa in dialetto milanese, e fu fischiato il rappresentante dell’Udc.
Il trentino Boso si presentò invano alla carica di presidente, la cui durata nel nuovo statuto non avrebbe dovuto superare un anno.
Bossi ebbe anche modo di maltrattare un militante che aveva pronunciato la parola “governance” e caldeggiò un ricambio generazionale (”Sta arrivando il momento di mettere i giovani”) lasciando intendere, invero in modo piuttosto approssimativo, che di lì a poco si sarebbe anche potuto ritirare.
Il congresso lo scongiurò a rimanere al suo posto, con il che la democrazia leghista ebbe il proprio compimento.
Chiamato sul palco insieme ad altri giovanissimi atleti, ricevette una medaglia l’allora quattordicenne Renzo Bossi, distintosi in alcune gare.
Comprensibilmente orgoglioso, papà Umberto sottolineò che aveva gareggiato “nonostante fosse stato affetto da influenza nei giorni scorsi”.
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Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
NEL MIRINO IL SEGRETARIO LOMBARDO GIORGETTI… CONTINUA LO SCONTRO TRA BOSSI E MARONI
«Mi dimetto». Umberto Bossi ha accusato il colpo. 
Dopo la «fatwa», poi rientrata, contro Roberto Maroni, nella tarda mattinata di ieri, in via Bellerio, in molti riferiscono di aver sentito l’inaudito, il «Capo» che parla di passi indietro: «Il partito non è più con me».
Un umore crepuscolare che, va detto subito, non supera l’ora di pranzo.
Nel pomeriggio il leader leghista ha già cambiato attitudine e vede, tutti insieme, Giancarlo Giorgetti – già da lui definito «il mediatore confusionale» – e i «tre Roberti»: Calderoli, Cota e soprattutto lui, Roberto Maroni.
Anche qui, è vero, il capo padano dice di essere rimasto colpito dalle reazioni della base agli ultimi eventi.
Tutti i presenti gli confermano che nessuno ha mai messo in discussione il suo ruolo, che la fiducia in lui è intatta.
Ma anche che alcuni problemi non possono più essere tenuti sottotraccia.
La sostanza del discorso dei maroniani è ben sintetizzata da uno dei dirigenti leghisti più vicini all’ex ministro dell’Interno, il bergamasco Giacomo Stucchi: «Nessuno mette in dubbio Bossi, ma i suoi consiglieri sì».
Secondo il deputato, «il problema non è chi sta o chi non sta con Bossi, perchè il partito è Bossi. La base chiede che al fianco del leader ci sia chi è legittimato dal basso».
Di più: «Ruoli che vanno ricoperti da persone come Maroni, Calderoli, Cota, Giorgetti e non da chi se ne appropria e basta. La nostra gente non vede di buon occhio il Cerchio magico».
Bossi recepisce, ma non promette nulla.
Mostra, semmai, di volersi gettare tutto quanto dietro le spalle senza troppo approfondire.
E propone che tutti i presenti, lui escluso, vadano di fronte ai microfoni di Radio Padania per interpretare, una volta di più, l’eterna ammuina della Lega graniticamente unita.
Ma così non è stato.
Secondo un amico di lunga data di Maroni, che ieri mattina ha raggiunto quota 320 inviti a manifestazioni pubbliche, ora l’ex ministro dell’Interno vuole un segnale.
Il sospetto, che i sostenitori del «clan di Gemonio» non fanno nulla per allontanare, è che la retromarcia di Bossi sia stata semplicemente una mossa tattica per evitare clamorose contestazioni alla manifestazione di domenica prossima contro il «governo ladro».
La barra dei «barbari sognatori», i sostenitori di Roberto Maroni, punta diritta ai congressi.
Già alcune circoscrizioni, a partire da domenica scorsa, hanno approvato mozioni in tal senso e in tutta la Lombardia ci si attendono pronunciamenti analoghi almeno dall’80% delle segreterie.
Ma l’altro appuntamento che sta alzando l’adrenalina all’interno del Carroccio è il «Maroni day» di domani sera a Varese.
La manifestazione ieri mattina è stata spostata in una sala più capiente.
Probabilmente Bossi non ci sarà , e altrettanto probabilmente Roberto Maroni terrà un discorso molto netto «sulla Lega degli onesti, su casa nostra, sul nostro territorio», come riferisce un deputato.
Mentre l’appuntamento degli appuntamenti è per domenica.
A dispetto della fragile tregua siglata tra i leader del Carroccio, resta comunque un appuntamento ad alto rischio.
In cui è difficile che i più ardenti sostenitori dell’ex ministro rinuncino a portare in piazza del Duomo il loro tifo.
Dal fronte opposto, la risposta è netta: «Se andrà così, finisce a botte».
Marco Cremonesi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile
QUEI VENTI ANNI DI GUERRIGLIA TRA IL PADRE PADRONE E IL DELFINO CALCOLATORE… IL VOTO NEI COMUNI DETTA L’ULTIMO ARMISTIZIO
Appena eletto senatore, Umberto Bossi ebbe lo stomaco nel 1987 di buttare fuori dalla Lega
Lombarda sua sorella Angela e il cognato Pierangelo Brivio. Figuriamoci se poteva turbarlo, un quarto di secolo dopo, cacciare dal partito un altro dei soci fondatori, il Bobo Maroni.
Solo che stavolta è scoppiato il finimondo, lo sturm und drang del cuore leghista infranto.
Di mezzo c’è una lista impressionante di espulsioni, dal Castellazzi di Pavia al Tabladini di Brescia, dal veneto Rocchetta al piemontese Comino, senza dimenticare il milanese Pagliarini.
Solo che la formula leninista —“il partito epurandosi si rafforza”- diventa improba da applicare a Varese, dove tutto cominciò e dove adesso tutto rischia di finire a catafascio.
Più che al leader bolscevico russo, qui c’è il rischio che il longevo senatur venga paragonato all’ultimo dittatore comunista romeno Ceausescu.
E per questo corre ai ripari con telefonate dietrofront e mozioni degli affetti purtroppo già da tempo vilipesi.
Concedere a Maroni il ruolo della vittima che seppure calpestata non rinnega il padre-padrone, si è rivelato un errore di calcolo temerario, con le elezioni amministrative lì dietro l’angolo.
Stride che questo melodramma politico-sentimentale debba celebrarsi in una località così amena, in un sabato di gennaio luminoso e trasparente, con il Monte Rosa che pare vicinissimo, sospeso sul lago di Varese (anzi, Varès, come recitano i cartelli stradali) e la Svizzera a due passi, lasciandosi dietro le spalle il serpentone della A8 che conduce dritto nella sede federale di via Bellerio senza bisogno di addentrarsi nell’ostile Milano.
“Lega contro Lega, è resa dei conti”, recita il titolo de “La Prealpina”, di fronte a un popolo impreparato a parteggiare.
Ben sapendo che il sindaco, Attilio Fontana, risultava fra i promotori mercoledì dell’ammutinamento pubblico dei maroniani: qui il Bobo se lo ricordano primo consigliere comunale leghista nel lontano 1985.
Mentre il segretario bossiano del partito, Maurilio Canton, si porterà addosso per sempre il marchio di quella nomina per finta acclamazione, il 9 ottobre scorso, fra le urla di protesta dei delegati.
Quattordici anni di differenza separano Bossi dal suo braccio destro di una vita, Maroni.
Abbastanza per consigliare a quest’ultimo di stare sempre un passo indietro nel rispetto della gerarchia che i leghisti coltivano come un dogma religioso, convinti che la sacralità della Padania discenda dal carisma del suo fondatore.
Che il capo sia l’Umberto, e non si discute, ancora oggi Bobo ha l’accortezza di non metterlo in discussione; così come seppe trangugiare il sarcasmo del numero uno l’unica altra volta in cui emersero pubbliche divergenze: nel 1995, a parti invertite, quando Bossi tradì Berlusconi e Maroni voleva mantenere i rapporti.
Da quando fondarono insieme a Giuseppe Leoni la Lega Autonomista Lombarda, nel 1982, e poi rubarono alle biciclette Legnano il logo del guerriero padano, i due “rivoluzionari” (varesotto di provincia l’uno, varesino di città l’altro) hanno saputo far tesoro delle proprie differenze.
Maschera popolaresca volutamente tragicomica è Bossi, l’uomo-mito dell’antipotere; per questo bisognoso dell’avvocato malizioso al fianco, con il quale dare vita al gioco delle parti fondato su astuzia e lealtà , contemplando la variabile dei rimbrotti plateali quando il trucco dello scaricabarile si faceva troppo scoperto.
Roberto Maroni ha rivelato doti di formidabile incassatore, nè stupisce che anche stavolta faccia seguire alla telefonata del Capo un atto di sottomissione, visto che gli conviene.
Tutto, pur di non passare per uno scissionista qualsiasi. L’ironia, che l’accomuna a Bossi, può aiutarlo a sopportare e aspettare per l’ennesima volta il momento giusto.
Anche se “La Prealpina”, che lo conosce bene pure nelle esitazioni, già ieri anticipava il doppio senso celodurista: “Maroni, ci sei o ce li hai?”.
Per quanto Maroni sia spiritoso e navigato, per quanto neppure da ministro abbia dismesso l’immagine del musicista rock col suo gruppo “Distretto 51”, gli manca una virtù essenziale per aspirare alla successione di Bossi: il carattere istrionico carnevalesco, necessario a rappresentare le pulsioni reazionarie della base.
Sarà forse il suo imprinting originario di sinistra, ma quella parte in commedia —quando Bossi rimase lontano dalla scena a seguito dell’ictus nel 2004- se la prese piuttosto Roberto Calderoli, con la sfacciataggine incarnata nella Lega delle origini da Francesco Speroni.
Maroni, insomma, sa benissimo che per quanto l’apparato del partito riconosca in lui il dirigente più autorevole, senza Bossi e contro Bossi non va da nessuna parte.
Glielo ha confermato il voto parlamentare su Cosentino, in cui solo una parte dei deputati leghisti ha seguito le sue indicazioni, nonostante avesse strappato un pronunciamento per il Sì all’arresto della Segreteria politica.
In quella sede aveva potuto usufruire dello sconcerto dovuto alle rivelazioni sui fondi di partito investiti in Tanzania e a Cipro: urgeva un gesto forte per coprire le magagne.
Ma l’autorità residuale di Bossi gli è precipitata addosso venerdì sera, quando il diktat della sospensione delle manifestazioni di partito cui doveva partecipare Maroni è stato fatto pronunciare —con metodo staliniano-dal segretario lombardo Giancarlo Giorgetti, testa fina del movimento, esterno allo screditato “cerchio magico” dei fedelissimi.
E’ vero che la convocazione istantanea di cinquanta manifestazioni leghiste in difesa di Maroni ha evidenziato la debolezza del “cerchio magico”, inducendo Bossi a più miti consigli.
Ma questo braccio di ferro dall’esito incerto è parso troppo pericoloso oggi a entrambi i contendenti.
La Lega Nord è un movimento populista carismatico nel quale non basta impugnare la bandiera della democrazia interna per assumerne il comando. Stiamo parlando di un partito che non tiene il suo congresso federale dal 2002: dov’era Maroni in tutti questi anni?
Per i leghisti il dilemma non è stare con o contro Berlusconi, nè vale lo schema facile secondo cui Bossi sarebbe amico del Cavaliere mentre Maroni gli vorrebbe schierare il partito contro.
La spregiudicatezza li accomuna, in fatto di alleanze.
Così come li accomuna la necessità di rispondere all’interrogativo che arrovella nell’immediato la gerarchia leghista, posta di fronte alle elezioni amministrative di primavera.
Si voterà in molti comuni e province del Nord, dove il Carroccio non può prescindere dall’alleanza col Pdl se vuole conservare almeno una quota del suo potere.
Solo a Verona è pensabile che Flavio Tosi, il sindaco uscente, possa farcela anche da solo a essere rieletto, senza il supporto dei berlusconiani. Altrove, la rottura della coalizione di centrodestra rischia di dare luogo a un vero e proprio tracollo.
Così, sull’orlo del burrone e senza tema del ridicolo, il varesotto e il varesino si scambiano segni di pace.
E “La Padania” si cimenta nella più acrobatica delle smentite: “Mai stati divieti per Maroni. Questo non è il momento delle polemiche. Chi spera in una Lega divisa e dà ascolto a intermediari confusionali rimarrà deluso. Presto faremo un comizio insieme”.
Chissà , magari domenica prossima in piazza Duomo a Milano.
Nel frattempo al Teatro di Varese va in scena una commedia dal titolo: “Se devi dire una bugia, dilla grossa”.
Gad Ledner
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile
DIETRO LO SCONTRO TRA BOSSI E MARONI SOLO UNA LOGICA “ROMANA”: FAME DI POLTRONE, AFFARISMO, TATTICISTI, MANCANZA DI DEMOCRAZIA INTERNA
Il codice della marineria dice che il comandante affonda con la nave.
Quello della politica, che la nave affonda con il comandante.
Che fine malinconica per la Lega.
Degli inizi, i suoi vertici sembrano aver conservato l’arroganza (una volta dei vincitori, oggi dei perdenti).
Gli italiani, però, non sono tanto stupidi da credere che basti togliersi la giacca e infilarsi la maglietta verde per tornare a essere partito di lotta.
Non si lasciano convincere da slogan contro il governo quando la crisi è responsabilità di chi ora protesta.
Nemmeno i militanti leghisti sono stupidi.
Anzi, ribellandosi ai capi — schierati con Cosentino pur di salvare il cadreghino — dimostrano che il loro attaccamento al Carroccio era spesso genuino.
Ma Bossi e il suo Cerchio Magico, da tempo (forse da sempre), li hanno abbandonati.
E anche Maroni non può ambire a essere leader: Bobo che fu ministro dei primi governi Berlusconi, poi sparò a zero sul Cavaliere, salvo tornare all’ovile e al Viminale.
Maroni che come massima espressione di dissenso “osa” sbuffare di fronte al Senatùr.
Se, però, il partito si disgrega, restano milioni di elettori delusi e confusi che si sfogano in Internet e alla radio.
Restano piccoli amministratori leghisti che si sono dimostrati migliori dei dirigenti.
E soprattutto rimangono istanze che meritano ascolto.
No, non la becera intolleranza che sfiora il razzismo, non il ribellismo retorico che ignora le leggi.
Ma il desiderio di una politica lontana dai palazzi, più legata al territorio del Nord che tanto ha contribuito alla crescita dell’Italia.
Sbaglierebbe chi liquidasse, insieme con il Carroccio, anche i bisogni reali alla base della sua affermazione.
Impossibile, però, che se ne faccia interprete il Pdl.
E difficile che sia in grado di farlo un centrosinistra spesso ridotto ad apparato.
Una cosa è certa: il rappresentante di questo scontento non può essere la Lega.
Partita per sconfiggere “Roma ladrona” ha invece portato nel suo Nord tante logiche “romane”: la fame di poltrone, l’affarismo, i tatticismi, la mancanza di democrazia interna.
Il Carroccio si ferma qui, quando pareva diventato movimento di massa si è rivelato un altro partito “ad personam”: dopo Berlusconi pare questo il modello dei partiti in Italia, a destra come a sinistra.
E Bossi ha deciso che la sua creatura non gli sopravviverà .
F.S,
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 15th, 2012 Riccardo Fucile
PRIMA METTE IL BAVAGLIO A MARONI, POI E’ COSTRETTO A UN’INTERVISTA RIPARATORIA SU “LA PADANIA” DI OGGI: “NESSUN VETO, LA LEGA E’ UNITA”… IN REALTA’, DI FRONTE ALL’INSURREZIONE DELLA BASE, IL CERCHIO MAGICO HA DOVUTO RINVIARE LA RESA DEI CONTI
Roberto Maroni sfida il veto di Umberto Bossi e annuncia la sua presenza a Che Tempo che fa e all’assemblea di Libera Padania, al teatro Santuccio di Varese mercoledì.
“Certo che vado, l’hanno organizzato per me”, ha detto l’ex ministro dell’Interno che, sul suo profilo Facebook, ha rilanciato il link dell’appuntamento.
La presa di posizione e la vera e propria rivolta interna, generata dalla decisione di mettere il bavaglio all’ex titolare del Viminale, hanno costretto in serata Bossi a inserire la marcia indietro: oggi su La Padania uscirà la capriola con cui il Capo garantisce che non c’è alcun veto su Maroni.
Oplà , il doppio carpiato di via Bellerio è servito.
“Nessun veto, presto faremo un comizio insieme”, garantisce Bossi.
Lo stesso che appena ieri sera aveva firmato il fax con cui vietava a Maroni di partecipare ad appuntamenti politici a nome della Lega.
L’anticamera dell’espulsione, così come accadde nel 1996 con Irene Pivetti: prima azzittita e poi, dopo tre mesi, cacciata dal partito.
Ma la reazione della base leghista e di una buona parte degli amministratori locali ha spinto il Senatùr a tentare di buttare acqua sul fuoco, anche in vista della manifestazione prevista per domenica 22 a Milano che si annunciava a dir poco disastrosa.
La Padania in edicola rassicura: i due si sono sentiti, è tutto a posto. Ovviamente.
La manifestazione del 22 gennaio a Milano è in testa alle priorità del Carroccio.
‘Contro il governo Monti, e a favore della libertà della Padania”, prosegue il quotidiano. “Questo non è il momento delle polemiche’, spiega il segretario federale. ‘Chi spera in una Lega divisa e dà ascolto a intermediari confusionali rimarrà deluso, commenta Bossi, che ha fatto sapere che non vi sono veti alla partecipazione di Maroni ai comizi sul territorio e che presto ne terranno uno insieme -spiega ancora il quotidiano del Carroccio-. ‘
Ancora una volta -scrive ‘la Padania- i vecchi amici si sono dati la mano, convinti più che mai che la Lega sia molto più importante di beghe e contestazioni infondate”.
Maroni conferma la telefonata.
E all’Ansa dice: “Ora spero che si chiarisca”.
In realtà , a spingere il leader del Carroccio a tornare sui suoi passi sono stati la ribellione della base leghista a favore di Maroni: dopo il veto alle apparizioni pubbliche di Maroni, sarebbero stati subito una cinquantina gli inviti rivolti all’ex ministro dell’Interno da parte di segreterie provinciali, da sindaci e da sezioni, affinchè ignorasse il divieto.
Il cerchio magico ha così deciso di rinviare la resa dei conti: la farsa padana continua.
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Gennaio 14th, 2012 Riccardo Fucile
MENTRE LA BASE LEGHISTA INONDA DI PROTESTE RADIO PADANIA E WEB PER AVER SALVATO COSENTINO, I BADANTI TANZANIANI DEL SENATUR METTONO MARONI AGLI ARRESTI DOMICILIARI… I DUE MAGGIORI ESPONENTI DEL CARROCCIO IN GUERRA SI RIVELANO PER QUELLO CHE SONO: DUE CACASOTTO… CI VOLEVA BERLUSCONI PER PORTARLI AL GOVERNO
Il leader della Lega Nord Umberto Bossi ha sospeso tutti gli incontri pubblici dell’ex
ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Secondo l’agenzia Tmnews, la decisione è stata comunicata oggi al consiglio direttivo della Lega che si è riunito in Bellerio.
La decisione giunge dopo l’aspra polemica divampata sul voto in Parlamento che ha salvato sull’arresto del parlamentare del Pdl Nicola Cosentino.
Oggi uno dei “custodi” dell’ortodossia bossiana, il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, noto fine intellettuale, ha attaccato Maroni con un post su Facebook: “Caro Roberto chi è causa del suo mal pianga se stesso. La Lega ha dato indicazione di votare per il sì all’arresto, salva la libertà di chi era contrario per questioni di principio. Lo abbiamo ‘salvato’ noi? Credo proprio di no, perchè come sai bene quasi tutto il gruppo ha seguito le indicazioni di Bossi che ha detto di votare sì, mica no. E poi se Cosentino andava messo in galera, perchè non ce lo hai detto quando eravate ministro tu e sottosegretario lui?”
Come se gli italiani non sapessero contare e non fosse evidente che 25-30 deputati della Lega hanno salvato Cosentino dall’arresto.
Sempre sul social network è comparsa la prima reazione di Maroni alla decisione del capo del suo partito: “Non so perchè, nessuno me lo ha spiegato, sono stupefatto, mi viene da vomitare: qualcuno vuole cacciarmi dalla Lega ma io non mollo”, si legge sul suo profilo Facebook.
Il sassofonista che per anni ha avallato le decisioni di Bossi ora fa quello che è caduto dal pero: quando sono stati cacciati centinaia di dirigenti e militanti per lesa maestà chissà dov’era Maroni. Forse impegnato nelle consulenze orali?
I riflettori in casa leghista sono ora puntati sulla manifestazione annunciata per domenica 22 a Milano.
“Prevedo che ci siano contestazioni – dice a microfoni spenti un leghista vicino al cosiddetto ‘cerchio magico’ – ma siamo pronti anche noi. Se contestano Bossi appena parlano – osserva, tanto per dare un’idea del clima nel Carroccio – pigliano tante di quelle legnate che non hanno neanche idea”.
E aggiunge: “se qualcuno si azzarda a dire ‘Maroni segretario’, è passibile di sanzioni”.
Una via di mezzo tra persecuzione statutaria e metodi da malavitosi insomma.
Intanto su Radio Padania continua lo psicodramma.
Anche oggi è andata in onda la protesta, dal caso Cosentino agli investimenti in Tanzania e al fallimento della banca della Lega con i mancati rimborsi a chi aveva investito.
Il conduttore ha replicato ai contestatori o togliendo la linea o spiegando perentorio: “Bossi propone un pacchetto con alcune soluzioni. Se le condividete bene altrimenti votate altri partiti che ce ne sono tanti. Bossi è il segretario federale, punto e basta”.
Detto fatto: in tanto voteranno per altri partiti o se ne staranno a casa, c’è un limite a tutto. Anche alla ubriachezza molesta.
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Gennaio 14th, 2012 Riccardo Fucile
LEGA SPACCATA: VOCI DI UN PIANO PER ESTROMETTERE MARONI DURANTE LA MANIFESTAZIONE DEL 22 A MILANO
La grande paura ora è per il 22 gennaio.
La manifestazione convocata in piazza del Duomo a Milano contro il «governo ladro», per le due Leghe che ormai convivono dietro Alberto da Giussano, è diventata un’incognita: secondo qualcuno rischia di essere un flop epocale, secondo altri, addirittura, di trasformarsi in un ring tra le opposte fazioni, maroniani contro clan di Gemonio.
Con i sostenitori dell’ex ministro dell’Interno a contestare i maggiorenti del movimento su un palco in cima al quale Roberto Maroni non sarà invitato.
Mentre ieri soffiavano forti le voci di un estromissione dalla segreteria padana del leghista più popolare dopo Bossi.
La giornata del voto su Cosentino ha sancito ciò che ormai era nei fatti: le Leghe ormai sono due.
Quella che fa capo a Umberto Bossi e quella che risponde all’ex ministro dell’Interno. Quella più sensibile all’alleanza storica con Silvio Berlusconi e quella che vorrebbe mani libere per ridare lustro a quella fisionomia di sindacato di territorio che molti ormai ritengono appannata.
Tutto incomincia con una tesissima riunione del gruppo a Montecitorio. Bossi non è ultimativo, quando gli parlano delle proteste sul web pare propendere per il sì all’arresto del parlamentare pdl.
Poi, si sfiora la boxe. Luca Paolini, a favore del no, ricorda i casi di Enzo Tortora e Enzo Carra.
Gianpaolo Dozzo vede rosso: l’ex esponente della Dc, nel giorno della malattia di Bossi nel 2004, non aveva trovato di meglio che invitare a preservare «questo Paese da chi lavora per la sua disunione».
I due deputati devono essere divisi: «È vero che ti ha chiamato Berlusconi?» grida Dozzo.
Poi, il voto.
Con una pattuglia di incerta entità della Lega che contribuisce a salvare Cosentino dal carcere e a cui Bossi non partecipa.
Maroni è amareggiato: «Non ho condiviso la posizione della libertà di voto, ma l’ho accettata perchè era la posizione espressa nel gruppo».
Sul web prende a circolare un video che mostra l’ex ministro nell’atto di votare a favore dell’arresto.
Immediata la solidarietà del sindaco di Verona, Flavio Tosi, che a «La zanzara» su Radio24 parla di «brutta pagina per la politica».
Poi, parla Bossi ed è un diluvio. Che comincia con una staffilata a Maroni? «È scontento? Non è che piangiamo per questo…».
Il capo dell’unico partito che abbia mai portato un cappio in Aula spiega poi che «la Lega non è mai stata forcaiola» e che Berlusconi, con la decisione padana, c’entra nulla: «Non ho parlato con Berlusconi nè prima nè dopo, non penso che il no della Camera all’arresto del deputato del Pdl rafforzi l’alleanza».
Ma ora, il big match è aperto. L’idea dei bossiani è quella di lasciare Maroni senza più cariche nè titoli per partecipare agli appuntamenti rilevanti del partito. Quanto all’impopolarità nell’elettorato padano della scelta riguardo a Cosentino, un bossiano di ferro spiega che «il problema, ora, non è prendere il 5, l’8 o il 10 per cento alle elezioni. Il punto, è fare pulizia nel partito».
Marco Cremonesi
(da “Il Corriere della Sera“)
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