Destra di Popolo.net

IL PIANO DI FINI: TAGLIARE AUTO BLU, AFFITTI, RISTORANTI, VITALIZI, PENSIONI D’ORO, VOLI AEREI

Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA PROVA A METTERE ALLE STRETTE I PARTITI: OBIETTIVO UN RISPARMIO DI 48 MILIONI DI EURO…. MA LE MISURE DOVRANNO ESSERE APPROVATE DALL’AULA E LI’ SI VEDRA’ CHI VUOLE DAVVERO TAGLIARE I COSTI DELLA CASTA

Fine della pacchia dei voli gratis per tutta Italia: il deputato volerà  senza pagare solo tra Roma e la sua residenza o il suo collegio (uno dei due, dovrà  scegliere).
Le pensioni d’oro di onorevoli e dirigenti dell’amministrazione saranno sottoposte al contributo di solidarietà .
Chiuso un ristorante e turni ridotti per la cena low cost del deputato.
Taglio (piccolo) anche alle autoblu di Montecitorio.
Gianfranco Fini cerca di mettere una pezza ai guai combinati dai colleghi durante la votazione della manovra.
Anche la politica deve dare l’esempio.
Allora il presidente della Camera sforbicia, riduce, ottimizza.
Con l’obiettivo di ridurre privilegi e costi per 48 milioni nel biennio 2012-2013.
E non è detto che ci riesca.
Perchè il voto decisivo su queste proposte arriverà  la prima settimana di agosto quando l’aula sarà  chiamata ad approvare il bilancio triennale.
Ieri Fini ha fatto avere le sue tabelle ai tre deputati questori, i tesorieri di Montecitorio.
Oggi l’ufficio di presidenza dovrà  dare la sua risposta definitiva.
Bisogna mandare un segnale tanto più in una giornata delicata per la credibilità  delle istituzioni: si vota sull’arresto di Papa.
Lo sa bene Fini, lo sa Tremonti che ieri ha richiamato le Camere a tagliare i vitalizi secondo le procedure della manovra appena approvata, lo sanno gli uffici di Montecitorio che con una lunga nota hanno risposto alle accuse diffuse su Facebook da SpiderTruman, il precario vendicatore che denuncia gli sprechi.
La Camera risponde smontandone alcuni: i barbieri guadagnano in media 2400 euro e non 11 mila, il fenomeno dei pianisti è stato già  stroncato con la misura delle impronte, l’assistenza sanitaria viene pagata con contributi mensili.
Ma promette interventi per altri ammettendo che il problema c’è: sulle Millemiglia Alitalia ad esempio.
Che le giornate siano difficili lo sa anche il presidente del Senato Renato Schifani.
Al richiamo del ministro dell’Economia risponde che Palazzo Madama si adeguerà  al taglio dei vitalizi d’oro e delle pensioni super dei dipendenti con il contributo di solidarietà  del 5 per cento per gli assegni sopra 95 mila euro e del 10 per cento per quelli sopra 150 mila.
Alla Camera significa soldi che restano allo Stato per 16,5 milioni.
Ma Avvenire e Famiglia Cristiana insistono e avvertono: decidete subito non rimandate
Adesso Montecitorio e Palazzo Madama dovranno muoversi all’unisono. La piattaforma è quella delineata da Fini.
Che però rimanda a dopo l’estate interventi sulle indennità  (“dobbiamo adeguarle agli standard europei”) e sulla riforma strutturale dei vitalizi.
Ci vogliono infatti leggi e modifiche dei regolamenti.
Per tutto il resto c’è la sessione d’inizio agosto. Lì, se vuole, la politica può fare qualcosa.
Le limitazioni ai viaggi aerei porteranno nelle casse dello Stato (o meglio non faranno uscire) 2 milioni di euro nel biennio 2012-2013.
La solidarietà  delle pensioni maggiori frutterà  2 milioni e 100 quest’anno, 7,5 milioni nel 2012, 7 milioni nel 2013.
Montecitorio straccerà  i contratti di affitto per un pezzo di Palazzo Marini, per Palazzo Fiano Almagià , San Lorenzo in Lucina e via dei Lavaggi.
In due anni risparmierà  29 milioni.
La diaria, che rappresenta una voce importante dello stipendio, sarà  agganciata all’effettiva partecipazione ai lavori dell’aula.
I portaborse non potranno più essere pagati direttamente dal deputato (altra voce dello stipendio per chi voleva fare la cresta) ma verranno retribuiti dalla Camera.
Sul modello del Parlamento europeo.
L’altro taglio significativo colpirà  la mensa. Fini annuncia la chiusura di uno dei molti ristoranti di Montecitorio.
E nuovi turni della cena per risparmiare sugli straordinari.
Per un totale di 3 milioni risparmiati.
Eppoi blocco dell’adeguamento dell’indennità  e dei vitalizi (10 milioni) e blocco del turn over del personale (1,7 milioni).
È una cura dimagrante vera anche se non completa.
Ma per il momento resta sulla carta. Manca il voto finale.
Con tutte le sorprese del caso.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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IL DERBY DELLE MANETTE: PAPA & TEDESCO LA CASTA LI VUOLE SALVARE

Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile

PER UNA COINCIDENZA VOLUTA, OGGI SI VOTA SULL’ARRESTO DEL DEPUTATO PDL E DEL SENATORE PD…LA LEGA SI DICHIARA PER LA LIBERTA’ DI COSCIENZA, BERSANI PER IL SI’…. MA IL VOTO SEGRETO NASCONDE TANTI NO

Tra Palazzo Madama e Montecitorio, i più pessimisti manifestano uno spiccato senso per la storia: “Sarà  una giornata campale e se finirà  due a zero per la casta, il vento dell’antipolitica rischia di spazzare via tutto, come nel ’93 con l’autorizzazione negata a Craxi”.
Il derby delle manette comincerà  oggi pomeriggio alle sedici.
Al Senato, si voterà  per l’autorizzazione agli arresti domiciliari del Pd ex socialista Alberto Tedesco: un tormentone che va avanti da cinque mesi.
Alla Camera, stesso orario, si decideranno invece le manette per il pidiellino della P4 del faccendiere Luigi Bisignani: Alfonso Papa.
Il Papa Tedesco Day è frutto di un colpo di scena maturato ieri.
Protagonista, il senatore già  dalemiano del Pd Nicola Latorre. Il voto su Tedesco era previsto per domani, se non per la prossima settimana.
Per arginare quindi le fitte voci su un possibile scambio di favori bipartisan contro le manette, Latorre d’accordo con la capogruppo Anna Finocchiaro ha chiesto e ottenuto di anticipare il voto: “Abbiamo chiesto il voto per domani pomeriggio (oggi per chi legge, ndr) in modo da allontanare anche il pur minimo sospetto che su vicende di questo genere, tenuto conto che la Camera si pronuncerà  su Alfonso Papa, possano esserci miseri scambi politici o qualunque tipo di strumentalizzazione”.
Insomma, meglio giocare in contemporanea le due “partite”, come accade nell’ultima giornata di campionato.
Ma la mossa di Latorre ha generato anche un giallo alla Camera, dove Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, non avrebbe digerito la scelta dei colleghi di partito di Palazzo Madama.
Motivo: la grande paura democratica per un doppio voto contro gli arresti, coperto dallo scrutinio segreto, che scatenerebbe la piazza contro il Palazzo.
Di qui i paletti fissati ieri dal segretario Pier Luigi Bersani, in una fase in cui il Pd è in risalita nei sondaggi e punta al voto anticipato dopo la riforma elettorale: “Noi ci opporremo sia alla Camera sia al Senato al voto segreto, e siamo favorevoli a che sia concessa l’autorizzazione all’arresto di Papa e di Tedesco. Noi terremo ferma questa posizione su cui il Pd è compatto i problemi sono dall’altra parte come capisce chi mette l’orecchio a terra”.
E chi mette “l’orecchio a terra” sente il frastuono delle divisioni nella Lega, decisive per il destino del premier.
Nel Carroccio stanno scoppiando le contraddizioni partorite dall’ambigua formula del partito di lotta e di governo.
E adesso che “soffia il vento dell’antipolitica” il Senatur dimezzato dalle ambizioni di Roberto Maroni tenta disperatamente di rianimare la Lega di lotta, dal no al decreto rifiuti per Napoli alla sceneggiata su Papa (sì, poi no, di nuovo sì), tenendo aperto un costante fronte di guerra con il Cavaliere.
Anche per questo, ieri a Montecitorio, si ricordava il precedente del ’93 dell’autorizzazione negata a Craxi.
Il sospetto di molti è sempre stato che la Lega nel segreto dell’urna votò tatticamente contro per poi approfittarne in termini di consenso e sfascio del sistema.
Oggi, chi potrebbe fare un calcolo simile non è Bossi ma il ministro dell’Interno, che ormai controlla la maggioranza del gruppo dei deputati leghisti.
Sui maroniti girano due previsioni di segno opposto.
Da un lato potrebbero votare a favore dell’arresto di Papa. Dall’altro no, per poi accelerare la caduta di Bossi all’interno del partito, nel quadro di una “Lega ladrona che salva la casta”.
Ufficialmente, la Lega per bocca del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, del cosiddetto “cerchio magico” del Senatur, ha fatto sapere che dirà  sì all’arresto “pur mantenendo la libertà  di coscienza”.
Accusati poi di volersi nascondere dietro al voto segreto, i leghisti hanno aggiunto che non saranno loro a chiederlo.
Ci penseranno, forse, i Responsabili di Domenico Scilipoti.
L’incognita sul voto, palese o segreto, sarà  sciolta solo oggi a Palazzo Madama e Montecitorio. E questo non fa che moltiplicare gli scenari.
Un voto segreto su Papa potrebbe attirare una quarantina di franchi tiratori “garantisti” nell’opposizione, tra Pd e Udc, compensati però da “traditori” leghisti e del Pdl. Ancora più incerto il destino di Tedesco.
Il Pd voterà  per l’autorizzazione ma cosa faranno Lega e Pdl? In base ai numeri, e al voto palese, Tedesco dovrebbe “salvarsi”, ma cosa accadrebbe se il Pdl uscisse dall’aula?
Al momento le previsioni più ricorrenti parlano di un due a zero per la casta.
La sensazione è che oggi possa essere una giornata decisiva non per la legislatura ma per tutta la Seconda Repubblica.
Come dimostra l’annuncio-minaccia di Rosy Bindi, presidente del Pd: “Se domani si dovesse verificare la negazione all’arresto di Papa e Tedesco, il Pd compierà  dei gesti eclatanti, estremi”.
Nulla comunque è scontato, lo si è già  visto nell’iter che ha portato ai due voti di oggi in Parlamento.
Nel caso Tedesco, cinque mesi di giravolte non sono serviti a chiarire la posizione ufficiale del Pd.
È vero che la relazione del Pdl Balboni è stata bocciata in giunta, ma non perchè diceva no all’arresto: tra i democratici solo qualcuno era a favore del sì, altri credevano fosse meglio aspettare la decisione del Riesame, altri ancora non giudicavano abbastanza gravi i reati di cui è accusato Tedesco: concussione negli appalti della sanità  pugliese, che seguiva come assessore.
Così, quando il Riesame è arrivato (e ha sostituito il carcere con i domiciliari) maggioranza e opposizione hanno deciso di presentarsi in aula (oggi) solo con una relazione “tecnica”, che non prevede una posizione di merito.
Con Papa aveva provato a fare la stessa cosa il Pdl. Il relatore Francesco Paolo Sisto sosteneva di non avere gli elementi per decidere, l’opposizione gli ha imposto una scelta.
Ma nessuno si aspettava l’astensione della Lega che ha così indirettamente appoggiato il sì all’arresto proposto dall’Idv Federico Palomba.
Stamattina, giusto per non perdere l’allenamento, in Giunta sono di nuovo alle prese con un altro caso, quello di Marco Milanese.

Fabrizio d’Esposito e Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RIFIUTI A NAPOLI: MAGGIORANZA BATTUTA ALLA CAMERA, LA LEGA VOTERA’ CONTRO IL DECRETO, A NAPOLI ROGHI E PROTESTE

Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL BECERUME LEGHISTA SI MANIFESTA PER L’ENNESIMA VOLTA CONTRO IL SUD IN EMERGENZA: BERLUSCONI E BOSSI DA TRE ANNI RACCONTANO PALLE AI NAPOLETANI E ORA VORREBBERO CHE SOFFOCASSERO NELLA SPAZZATURA… INCAPACI DI RISOLVERE IL TRATTAMENTO DEI RIFIUTI ORA FANNO COME PONZIO PILATO

La Lega Nord ha annunciato che voterà  contro il decreto legge sui rifiuti, proprio mentre in Aula la maggioranza è stata battuta sulla proposta di rinvio in commissione del dl.
Nel frattempo a Napoli ancora proteste, blocchi stradali e roghi a causa dell’emergenza spazzatura.
E’ un martedì nero sul fronte rifiuti.
«In Consiglio dei ministri i membri del governo della Lega nord hanno votato contro questo decreto legge – dichiara il deputato del Carroccio Renato Togni – si presume che i gruppi parlamentari manterranno la stessa posizione».
Nel pomeriggio la Camera ha respinto inoltre con sei voti di scarto la proposta del relatore Agostino Ghiglia (PdL) di rinvio in commissione del decreto legge sull’emergenza rifiuti in Campania.
La richiesta del relatore è frutto delle tensioni venutesi a creare all’interno della maggioranza sul decreto.
Nel corso del comitato dei nove della commissione Ambiente non è stato infatti raggiunto l’accordo sulla modifica da apportare al testo alla luce della sentenza del Consiglio di Stato che sospendeva l’ordinanza del Tar del Lazio sullo stop al trasferimento automatico dei rifiuti nelle altre Regioni.
La Lega si è messa di traverso pretendendo che nel decreto restasse la norma in base alla quale i rifiuti della Campania potranno essere accolti solo dopo «nulla osta» della Regione di destinazione.
Il Pdl si è adeguato ma nel gruppo è montato il malumore dei deputati campani .
Non si fanno attendere le reazioni dell’opposizione allo strappo della Lega.
Il Pd parla di una «maggioranza allo sbando», e l’Italia dei Valori, attraverso il capogruppo alla camera Donadi, attacca: «Se la Lega, come ha annunciato,dovesse votare contro il decreto rifiuti, a Berlusconi non resterebbe che una cosa da fare: formalizzare la crisi e salire al Quirinale per dimettersi. È ora di dare un vero governo al Paese e finirla con lo strazio politico ed economico cui Berlusconi sta condannando l’Italia».
Intanto i cittadini partenopei, esasperati dai cumuli ammassati in strada e dai cattivi odori acuiti dalle alte temperature, hanno bloccato con cassonetti e sacchetti rovesciati sulla carreggiata sia piazza Pignasecca che corso Garibaldi, a poca distanza dalla Stazione centrale.
Una situazione che, negli ultimi giorni, è stata resa ancora più critica per lo sciopero indetto dai lavoratori della “Lavajet”, la società  subappaltratice di Asia per la raccolta dei rifiuti in alcune zone centrali della città , che lamentano di non aver ricevuto la 14esima.
La prima protesta in piazza Pignasecca quando è stato paralizzato il passaggio delle auto nei vicoli a ridosso di via Toledo, nei pressi dell’ospedale Vecchio Pellegrini.
Difficoltoso anche il transito di cittadini e motocicli diretti o in uscita dalle stazioni di Circumflegrea, metropolitana e Cumana di Montesanto.
Manifestazione di insofferenza anche in corso Garibaldi, nei pressi del terminal della Circumvesuviana.
Qui l’immondizia riversata in strada ha impedito il passaggio di un tram causando prevedibili ripercussioni del traffico nell’intera zona.
Per poter liberare la strada dall’immondizia è stato anche chiesto l’intervento di un bobcat.
Il quadro difficile della situazione si completa con una serie di roghi dolosi appiccati ai cumuli ammassati nei cassonetti e sui marciapiedi.
Dalle 20 di ieri alle 8 di questa mattina sono stati 22 gli interventi dei vigili del fuoco impegnati a domare le fiamme non solo nel centro della città , ma anche in periferia e in alcuni comuni dell’hinterland sommersi dalla spazzatura.

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IL BOSSI PERDUTO CHE NON SA PIÙ DOVE VA

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

DALLE MOSSE DEL CAVALLO AI BIZANTINISMI DEMOCRISTIANI: FINO AGLI ASINI PADANI

Stavolta Umberto Bossi è davvero bollito.
Nessuno lo vuole dire, esplicitamente, dentro e fuori la Lega, ma moltissimi lo sussurrano a mezza bocca: Umberto Bossi perde colpi.
Nessuno lo dice così, nemmeno fuori, perchè teme di finire sotto il fuoco ustorio del politicamente corretto e perchè è difficile dire che Bossi perde colpi perchè automaticamente scatterebbe l’accusa di infierire contro una persona malata.
Invece Bossi perde colpi — e tanti — per motivi che prescindono del tutto l’ictus e dai suoi postumi, motivi che hanno poco a che vedere con la spigliatezza oratoria o con l’agilità  intellettuale che segnarono la sua ascesa e che ora sono evaporati nel rutto, nel dito medio alzato e nella battutaccia sfiatata.
Bossi perde colpi perchè nessuno, nemmeno quelli che gli sono vicini, riescono più a capire dove stia andando e presumibilmente, nemmeno lui lo sa.
Perde colpi e sembra un pugile suonato, prima di ogni altra cosa, perchè non ha una linea.
C’era per esempio un Bossi, una volta, che sfotteva il suo stesso figlio soprannominandolo “Trota” e che non si sognava di rispondere ai satirici — come il geniale Maurizio Crozza — che mettevano in scena una pantomima grottesca del suo addestramento alla successione (“Ehi papi…”, “Dimmi trota”).
E c’è invece un Bossi che sentendo aumentare la sua insicurezza arriva a designare quello stesso “Trota”, come “possibile successore” in casa leghista, mettendo in subbuglio tutti i colonnelli.
E che sembra essere caduto prigioniero del “cerchio magico” che si è stretto intorno a lui negli ultimi mesi: la moglie, il figlio, l’ex sindacalista Rosi Mauro, e poi un puro e duro come Federico Bricolo e il minoritario capogruppo a Montecitorio, Reguzzoni.
C’era sicuramente il Bossi delle grandi sparate (come “La vita dei giudici vale meno di una pallottola” ), ma era un Bossi che dava alla sua irruenza il tono goliardico, antisistema e mai contaminato dal dubbio che lo rendevano così diverso dagli altri. Lui diceva cose del tipo “Questo è l’anno del Samurai” (1995, il grido di battaglia del ribaltone) “Berluskaz Berluskaiser, stavolta ti seghiamo il balconcino”, e tu capivi sempre dove voleva andare.
E perchè non avesse bisogno di ritrattare anche quando la sparava grossa: “Signora quel tricolore lo metta nel cesso”, alla mitica Lucia Massarotto da Venezia (correva l’anno 1997, adesso la signora è stata sfrattata).
E Bossi diceva anche cose ferocemente sublimi del tipo.
“Miglio? È una scoreggia nello spazio!”, al punto che era difficile distinguere l’imitazione di Corrado Guzzanti che gli attribuiva un’invettiva anti-papale come questa: “Wojtila è un papa polacco che ruba lavoro ai papi stranieri”.
Si arrabbiò come una belva, invece, il senatùr, quando lo stesso Guzzanti lo mise in scena con una maschera di ferro in viso alla Hannibal Lecter: “Quelli in Rai non ci tornano” (e infatti i Guzzanti, per un motivo o per un altro non tornarono).
Ma era sempre la vendetta di un capo guerriero, dell’uomo che dopo una prima vita passata a fingere di essere medico (usciva da casa, come ha raccontato la prima moglie, con la valigetta e non era laureato), era diventato un leader, uno che ripeteva: “Mia moglie scende in battaglia con me”.
Adesso è Manuela Marrone che viene sospettata di indicare la linea della battaglia.
E il Trota, che lui prendeva simpaticamente per il culo adesso, fa lo statista, come se pensasse di essere diventato un delfino.
Il punto di non ritorno è tutto racchiuso in un testa coda di venerdì 15 luglio, proprio a poche ore dal sì della Giunta della Camera all’arresto di Papa (coi due leghisti in commissione che si erano astenuti). Bossi intercettato dai cronisti è lapidario: il deputato Pdl deve andare “in galera”.
Tutto a posto? Macchè, nulla.
Sabato 16 luglio, il Senatur torna indietro precipitosamente per dire l’opposto: “Le manette non vanno messe mai, se prima non facciamo il processo”.
Che cosa è successo, in quelle 24 ore?
Di tutto. Il leader del Carroccio, per la prima volta, deve rincorrere se stesso, anzichè guardare da lontano l’effetto che fa.
C’è la Lega, la sua Lega che alla Camera ha un altro stratega, quel Bobo Maroni che era il più antico compagno d’arme quando andavano a fare le scritte sui cavalcavia.
Ci sono decisioni che gli passano sulla testa, e su cui lui vuole mettere il cappello.
E c’è Silvio Berlusconi che lo chiama per dirgli: “Umberto sei impazzito? Qui viene via tutto”.
Ma i ribelli della Camera avevano già  dato un segnale della propria forza quando un mese fa stavano per decapitare Reguzzoni e il “Cerchio magico” si era dovuto stringere intorno al leader per convincerlo a cambiare idea.
E il malessere era emerso anche dopo Pontida, per quello striscione enorme esposto nella piana: “Maroni premier”.
E i bossiani a dire che era stato “autorizzato” dal leader (autorizzato un corno, se è vero che il giorno dopo aveva dovuto dire “Qui comando io”).
E che dire di quelle grida che lo avevano quasi stupito “Secessione-secessione!”.
E lui quasi a correre dietro al coro.
Dice Mauro Borghezio (uno che si definisce “Io sono in un solo cerchio: il cerchio operaio”), eurodeputato, ultimo cuore della Lega pura e dura, convinto che invece Bossi stia tornando faticosamente alle origini: “Bossi è lucido: qualche volta è stanco, certo. A Pontida era stanco, ma anche io a volte lo sono”.
E aggiunge, quello che fino ad oggi ha tenuto insieme il gruppo dirigente: “Io in una Lega senza Bossi non potrei starci volentieri”.
Già , il rischio di una guerra suicida per la successione è quello che fino ad ora ha fatto da freno.
Ma è vero anche che la malattia ha creato un precedente.
La Lega senza Bossi andava benissimo anche elettoralmente. E allora il problema è che Bossi perde colpi perchè non si può essere uomini per tutte le stagioni, soprattutto se si è assunta la politica come dimensione epica, spettacolare, fantasmagorica.
Ora Bossi è incatenato al berlusconismo come mai era stato legato a nulla.
Nel 1995 liquidò Berlusconi con una cena di sardine dopo aver passeggiato in sigaro e canotta nel suo giardino, e nel 2000 ricostruì l’alleanza con una spregiudicata passeggiata a Teano, prendendo il leggendario caffè con lo stesso Fini che aveva fatto voto di non incrociare mai più una tazzina con lui.
Ora Bossi è bollito perchè lui, che era stato il re della mossa del cavallo, si ritrova costretto a provare la via degli ossimori democristianissimi, il rinnovamento nella continuità  che logora chi lo fa.
Alle amministrative Bossi poteva dire ai suoi che avrebbe divorato il Pdl, e spiegare a chi mordeva il freno a Milano per il sostegno alla Moratti (come Matteo Salvini) che a Gallarate si sperimentava lo sganciamento, con la Lega contro tutti.
Bossi è bollito perchè i voti del Pdl sono fuggiti via, perchè a Milano ha perso con la Moratti e perchè a Gallarate ha perso con la Bianchi Clerici.
Era il leader che le azzeccava tutte anche quando sembrava impossibile, adesso è quello che le sbaglia tutte, anche quando nessuno se lo aspetta.

Luca Telese   blog

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SANITA’: CON 12.000 MEDICI IN MENO I PRIMI A SPARIRE SARANNO ANESTESISTI E RIANIMATORI

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

NON E’ SOLO QUESTIONE DI TICKET, MA ANCHE DI BLOCCO DEL TURN OVER: VI SARA’ IL 10% DI MEDICI IN MENO RISPETTO AI 120.000 ATTUALI… SITUAZIONI A RISCHIO A ROMA E NAPOLI

Giovedì gli stati generali delle associazioni di categoria per fare fronte comune.
Già  in difficoltà  i nosocomi più importanti come il Cardarelli di Napoli.
Non è solo questione di ticket da versare: le misure che, con la manovra, il governo ha introdotto sulla sanità  sono destinate a produrre un taglio netto anche nel numero di medici a disposizione del servizio nazionale e quindi nell’offerta ai cittadini.
Per risanare i conti dello Stato è infatti previsto che le amministrazioni pubbliche continuino nel blocco del turn over, tanto più se stiamo parlando di regioni già  sottoposte al piano di rientro della spesa sanitaria (per le quali è prevista solo una contestatissima deroga a favore dei primari).
La misura, secondo le proiezioni effettuate dallo Smi, (sindacato medici italiani) si tradurrà  nella riduzione nel 2014 del 10% dei medici del servizio sanitario: 12 mila unità  in meno rispetto agli attuali 120 mila.
«Il blocco del turn over dettato dai piani di risanamento riguarda Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia, regioni che nel complesso hanno un bacino d’utenza di 32 milioni di cittadini e fanno riferimento ad un corpo medico dirigente di circa 60 mila unità » spiega Gianfranco Rivellini, responsabile per la dirigenza medica dello Smi e psichiatra all’ospedale di Mantova. Ora, «se leggiamo assieme le previsioni sul blocco del turn over e i picchi di pensionamento che la categoria subirà  nell’immediato futuro, le conseguenze della mancata copertura saranno devastanti».
Da qui al 2015 – secondo uno studio del sindacato ospedaliero Anaao-Assomed – si verificherà  infatti un picco di uscite di medici dalle corsie (per via della concentrazione anagrafica di nati negli anni Cinquanta).
«Non si può dire che la qualità  dei servizi possa subire un crollo del 10 per cento – precisa Rivellini – ma se non si riforma il sistema della specialistica di base e delle cure primarie, il taglio di presidi territoriali che la necessità  di produrre risparmi ci richiede si tradurrà  in Pronto soccorso che scoppiano e più lunghe liste d’attesa». L’emergenza è denunciata da tutte le associazioni di categorie: per giovedì prossimo, la ventina di sigle che la rappresentano ha indetto gli Stati generali per fare fronte comune conto i tagli dettati dalla manovra (8 miliardi) e il blocco della contrattazione. «Non solo, qui si tratta di riflettere sul destino del servizio sanitario» avverte Costantino Troise, segretario nazionale di Anaoo-Assomed «ci sono alcuni casi, come quello della Campania, dove la situazione è esplosiva: escono dalle corsie 4 mila medici all’anno e da quattro anni non si indicono concorsi, le voragine vengono coperte con medici precari sui quali nessuno fa formazione o aggiornamento».
Fra i casi limite che Anaao segnala vi è il San Camillo di Roma dove, grazie al taglio dei posti letto e alla scarsità  di personale medico, nel 2010 oltre 2 mila persone hanno aspettato in barella più di 24 ore al Pronto soccorso.
Al Cardarelli di Napoli, il più grande nosocomio del Mezzogiorno, i sindacati denunciano «turni massacranti e preoccupazione per la salute dei pazienti».
Ma gli effetti dei tagli sono visibili anche nelle strutture più piccole: nel Pronto soccorso di Fratta Maggiore, dei 24 medici previsti dall’organico in servizio ce ne sono solo 12.
A Palermo il sindacato denuncia insufficienze del 10 per cento in tutte le principali strutture.
E se la carenza è generale ci sono categorie dove i buchi sono più profondi che altrove.
«La carenza di anestesisti e rianimatori sta creando seri problemi in diversi ospedali – racconta Vincenzo Carpino di Aaroi-Emac, sigla della categoria – ne mancano già  3.500, di cui 2.200 nelle Regioni che subiranno sicuramente il blocco, dai 500 del Lazio ai 350 della Sicilia. La manovra in questo caso rischia di essere davvero pericolosa».

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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ARRESTO PAPA: IL PDL ORA SPERA NEL VOTO SEGRETO

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

VERRA’ CHIESTO DAI “RESPONSABILI”… SI TEMONO DEFEZIONI NEL PDL: OLTRE A VERSACE ANCHE GUZZANTI TENTATO DAL SI’ ALL’ARRESTO…E PARTE LA CONTROMOSSA DEL PREMIER: SI ACCELERA SUL CASO DEL PD TEDESCO PER CERCARE DI BARATTARE QUALCHE ASSENZA STRATEGICA

E siamo ai freddi calcoli d’aula.
Quelli di quando mancano ormai meno di 24 ore al voto.
Stime su cui balla il destino di Alfonso Papa, ormai ex toga, ormai ex magistrato del ministero della Giustizia, ormai pure ex iscritto al Pdl.
Resta deputato berlusconiano, sulla cui testa pende una richiesta d’arresto per estorsione e concussione dei magistrati di Napoli.
Alle 16 parte il dibattito, tre ore dopo si saprà  se la sua sorte sarà  quella di passare la notte in cella.
Il Pdl, dicono i vertici a Montecitorio, è «fiducioso». «Lo salveremo» assicurano i Cicchitto, i Napoli, i Corsaro.
Le opposizioni, Pd, Udc, Idv, Fli, all’opposto: «Papa ha già  un piede in carcere. Troppe divisioni nella maggioranza. Stavolta non ce la fanno a salvarlo. Dopo di lui cadrà  anche Milanese».
Di cui la giunta per le autorizzazioni comincia a occuparsi di buon ora.
I numeri. È da quelli che bisogna partire.
Quelli che in queste ore, freneticamente, si stanno facendo negli uffici del capogruppo Fabrizio Cicchitto per capire se la strada dev’essere il voto palese, oppure il voto segreto, o ancora la libertà  di voto, in cui affogare comodamente un’eventuale sconfitta del cavaliere.
Ma sin d’ora, quasi al cento per cento, si può già  dire che il voto sarà  segreto.
Che ad assumersene la responsabilità  non sarà  uno del Pdl ma uno dei Responsabili.
Non è un calembour, un gioco di parole.
È quello che rivela il deputato Mario Pepe, berlusconiano nell’animo, ma animatore dei Responsabili. «Sì, potrei anche essere io a chiedere il voto segreto e a promuovere una raccolta di firme».
Ne bastano venti, alla fin fine una manciata. Si raccolgono prima del dibattito.
Si esibiscono all’ultimo momento, giusto quando il presidente indice la votazione.
Lui, Pepe, ci sta lavorando.
Il perchè è semplice. Svela il grande caos politico del momento.
I dubbi della Lega, Le sue divisioni. Ma anche il fermento nel Pdl.
Gli uomini di Cicchitto minimizzano: «Macchè dissidenti. Parliamo di due, tre, al massimo quattro deputati che voteranno per l’arresto. Non uno di più. Gli altri stanno tutti con Berlusconi».
Sul fronte dell’opposizione la stima è ben diversa: «Potrebbero essere oltre 15 i dissidenti del Pdl. Oltre a tutti quelli della Lega, 35, anche 40 deputati. Papa non può farcela» preconizza il finiano Nino Lo Presti.
Ufficialmente, solo Santo Versace ha detto che voterà  contro Papa.
Un no, ieri, lo ha pronunciato anche il Responsabile Paolo Guzzanti («Sono tentato di votare per il suo arresto, anche se sono preoccupato perchè significa consegnare il Parlamento alla magistratura»).
Un fan di Berlusconi come Francesco Nucara dice che voterà  per Papa libero, e pure per Milanese libero (ma vuole sfiduciare il ministro Romano per via del reato di mafia).
Sull’arresto esce netto il leader dell’Udc Casini: «Noi voteremo così, ma l’importante è che tutto avvenga alla luce del sole, senza l’escamotage del voto segreto».
Qui spunta di nuovo Mario Pepe.
«Certo – chiosa ridacchiando – perchè Casini lo sa bene che tra i suoi c’è chi voterà  contro l’arresto. Io, in questi giorni, ho parlato con 50, forse 60 colleghi tra centristi e democratici che sono contro le manette. Certo, se il voto è palese, sono tutti per l’arresto, ma con quello segreto sono contrari. Per questo noi chiederemo il voto segreto».
Ma anche, lo sa bene Pepe, ma lo sa bene tutto il Pdl, perchè nonostante gli sms di Cicchitto sulla «presenza obbligatoria e le missioni sospese», non tutti, a cominciare dai componenti del governo, saranno a Montecitorio.
Quindi, chiosa lo stesso Pepe, «il voto palese è impossibile».
Il Pdl riunisce il gruppo stasera.
Con il segretario Angelino Alfano, si dice. Una minaccia i berlusconiani l’hanno già  messa in circolo.
Il rischio che, al Senato, scatti l’arresto anche per il dalemiano Alberto Tedesco.
Richiesta del gip di Bari vecchia di cinque mesi, reati gravi nell’inchiesta sulla sanità  (corruzione, concussione, turbativa d’asta, falso), potrebbe arrivare in aula, guarda caso, giusto la prossima settimana.
Nel Pdl lo dicono tutti: «Se fanno arrestare Papa, noi facciamo arrestare Tedesco».

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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TRA MANOVRA E GOVERNO TECNICO, BERLUSCONI ALLA VERIFICA DEL COLLE: “HO 34 VOTI DI SCARTO, VADO AVANTI”

Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile

PER LA GIUSTIZIA RIPRENDE QUOTA BRUNETTA, RESTA IL PROBLEMA DEL DECRETO RIFIUTI CHE LA LEGA NON VUOLE VOTARE…”IN ATTO IL TENTATIVO DI COMMISSARIARE IL MIO RUOLO”

“Confronto e condivisione”, è la rotta dalla quale non ci si potrà  più allontanare e sulla quale il capo dello Stato Napolitano tornerà  a insistere nel faccia a faccia convocato per questa mattina con il presidente del Consiglio Berlusconi.
Il momento è dei più delicati, la manovra passa proprio in queste ore alla prova dei mercati, attraverso le forche caudine delle borse.
Una manovra che comunque il premier presenterà  al Colle come un successo politico del suo governo al quale, ribadirà , “numeri alla mano, non c’è alternativa”.
Il Cavaliere fa riferimento ai “34 voti di scarto” incassati venerdì alla Camera, anche per allontanare implicitamente ogni ipotesi di governo tecnico sulla quale in tanti in queste ore sono tornati alla carica, dai leader dell’opposizione Casini, Bersani, Veltroni, all’economista Nouriel Roubini.
Il Colle tiene nella massima considerazione intanto la salvaguardia dei conti.
Dunque, la priorità  è evitare ogni contraccolpo politico, ogni segnale di instabilità , polemiche, scontri istituzionali.
Il vertice matura nell’arco del pomeriggio, Berlusconi è in beato relax a Villa Certosa quando gli viene comunicato da Gianni Letta l’invito.
Niente processo Mills a Milano, che pure era in agenda per questa mattina, potenziale scenario di nuovi affondi contro la magistratura dopo la sentenza sul lodo Mondadori. La convocazione al Quirinale – racconta chi ha avuto modo di sentirlo – non è stata accolta nel modo migliore dal premier.
Proprio dalla ripresa di oggi dopo la parentesi dell’emergenza-manovra, si era riproposto di tornare “in partita”, superando quello che in privato ha bollato nè più nè meno che come un “commissariamento” nei suoi confronti.
Ma la presidenza della Repubblica non ha alcuna intenzione di travalicare i confini della moral suasion, nè di entrare nel dibattito politico, come ha sottolineato Napolitano.
L’invito sarà  piuttosto quello di continuare a lavorare per quanto possibile sul filo della “coesione”, che ha funzionato nei giorni neri della scorsa settimana.
C’è da ragionare anche in vista dei leader dei paesi Euro per giovedì. E poi del decreto rifiuti sull’emergenza Napoli, che da oggi torna in discussione alla Camera e che ha visto la maggioranza spaccarsi e la Lega di traverso.
Anche su questo l’attenzione del capo dello Stato è massima.
Berlusconi sa bene che alla Vetrata non si parlerà  solo di manovra e crisi finanziaria, che il presidente si attende una parola chiara sul successore di Angelino Alfano al ministero della Giustizia, dicastero tra i più delicati, per mille ragioni.
“Fino a poche ore fa il premier ci spiegava che è intenzionato a sponsorizzare a spada tratta la candidatura di Brunetta, ritiene Renato la scelta migliore per via Arenula” riferisce un uomo di governo.
Il Cavaliere pensa al ministro della Pubblica amministrazione – già  protagonista di campagne che hanno fatto insorgere le toghe, come quella sui tornelli nei tribunali – quale ideale testa d’ariete per portare avanti le battaglie sperate su intercettazioni e riforma della giustizia.
Ma non sarà  facile ottenere il disco verde dalla più alta carica dello Stato, al contempo presidente del Consiglio superiore della magistratura.
Congelata l’opzione Frattini, archiviate per diverse ragioni quelle di Lupi e Donato Bruno, nelle ultime ore si è tornato a parlare dell’outsider Anna Maria Bernini, che non dispiacerebbe a La Russa, oltre che di Enrico La Loggia, le cui chances però sarebbero calate.
Quel che è certo è che da domani Angelino Alfano dovrebbe – come chiede da giorni al premier – prendere in mano il partito, con tanto di vertice già  convocato a Palazzo Grazioli coi coordinatori regionali. Il neosegretario dovrà  affrontare il nodo spinoso del voto di mercoledì in aula sull’arresto di Alfonso Papa e sarà  preferibile per lui evitare di farlo da Guardasigilli ancora in carica.
Il rientro a Roma stamattina del premier lasciava presagire un rinvio del vertice di stasera ad Arcore con Bossi.
Tanto più che, con il Senatur, Berlusconi era convinto di aver chiarito già  al telefono, due giorni fa, la questione che più gli premeva: scongiurare il voto favorevole della Lega sull’arresto di Papa, pur caldeggiato dall’ala maroniana del partito.
Ma è bastata la retromarcia di ieri sera del leader del Carroccio, tornato a dirsi favorevole all’arresto, per convincere l’entourage del premier che forse oggi sarà  il caso di rientrare a Milano e confermare il vertice con Umberto.
Ecco, il caso Papa, appunto.
Da Palazzo Chigi danno per scontato che nel faccia a faccia di oggi al Quirinale sarà  chiesto quale sarà  l’indirizzo del governo e della maggioranza sulle richieste di arresto di Papa e Milanese.
Berlusconi proverà  a tenere il punto.
Come pure si attendono che il presidente Napolitano chieda conto di come il governo intenda affrontare la richiesta di rinvio a giudizio per mafia del ministro Saverio Romano.
Il Colle aveva messo perfino per iscritto tutte le sue riserve.
Adesso il nodo viene al pettine e su Romano incombono tre mozioni di sfiducia individuale.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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PAGLIACCI LEGHISTI: RETROMARCIA DI BOSSI E COMPAGNI DI MERENDE SULL’ARRESTO DI PAPA

Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile

IN UN GIORNO SONO PASSATI DA “PAPA VADA IN GALERA” ALL’ASTENSIONE IN COMMISSIONE E ORA AL VOTO ALLA CAMERA PER SALVARLO… LA LEGA E’ ORMAI IN   PREDA AL CAOS INTERNO CON UN REGUZZONI CHE RAPPRESENTA APPENA IL 20% DEL GRUPPO PARLAMENTARE DI CUI E’ CAPOGRUPPO

”Niente manette” prima della celebrazione del processo.
Dopo il “vada in galera” , a sorpresa, da Venezia, Umberto Bossi cambia la linea del Carroccio sulla richiesta di arresto per Alfonso Papa.
Nel giorno in cui la prima sezione disciplinare del Csm ha sospeso Papa dalle funzioni e dallo stipendio di magistrato, si apre quindi uno spiraglio per il deputato del Pdl.
Il Senatur, che dopo un faccia a faccia con Berlusconi sull’aereo per Milano aveva detto “deve andare in galera”, si è detto “convinto che le manette non vanno messe mai se prima non facciamo il processo”.
“Se Papa ha commesso dei reati — ha aggiunto — paghi, ma non va bene mettergli le manette prima, quando ancora non sappiamo se quello che ha fatto è da galera o no”.
Fare andare in galera una persona non ancora condannata, ha detto citando Craxi e gli anni di Tangentopoli, “non è servito a nessuno, tranne a far andare in politica Di Pietro”.
Un cambio di rotta quasi previsto dalle opposizioni, che già  nel pomeriggio parlavano di una Lega che “abbaia ma non morde” che avrebbe finito per cedere a Berlusconi.
I sospetti inizialmente si erano addensati sulla componente ‘filogovernativa’ di Maroni, che però ha subito smentito: “Maroni — dicevano fonti a lui vicine — è convintissimo della necessità  di votare sì all’arresto. Non ci può essere alcun sospetto che si voglia far prevalere un ‘interessè di casta”.
Poi invece, in tarda serata, è arrivato il cambio di rotta di Umberto Bossi.
Una ragione di più per Papa per sentirsi “sereno”, come ha ribadito anche oggi.
A questo punto, se le parole del leader del Carroccio corrisponderanno alla scelta in aula di votare no all’arresto, potrebbe non essere più certa — come sembrava — la richiesta del Pdl di voto segreto.
Prima delle parole di Bossi il voto segreto avrebbe consentito infatti di recuperare qualche voto leghista o persino nelle file dell’opposizioni, ora invece potrebbe lasciare spazio a dissensi contro Papa.
Tutto insomma sembra andare come avevano previsto sia il Pd che l’Idv, con Bossi che alla fine cede alle richieste del premier.
“La Lega fa la voce grossa ai telegiornali, ma poi, quando si deve decidere veramente, fa marcia indietro, si piega al volere di Berlusconi che ormai la comanda a bacchetta”, aveva detto in serata la capogruppo del Pd nella Giunta per le autorizzazioni alla Camera, Marilena Samperi.
Con che faccia riusciranno Bossi e Maroni a ripresentarsi alla base della Lega dopo questa ennesima farsa, lo sanno solo loro.
Un giorno forse qualcuno capirà  i motivi per cui Bossi e compagni di merende “non possono permettersi” di staccare la spina con il premier.
Motivi ben chiari e presenti a chi frequenta le segrete stanze di via Bellerio.
D’altronde nella vita o si nasce uomini non ricattabili o quaquaraqua.

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MA CHE BELLA MANOVRA: CHI HA 20.000 EURO DI REDDITO PAGHERA’ DI IRPEF PIU’ DEL DOPPIO (620 EURO) DI CHI E’ RICCO (364 EURO)

Luglio 17th, 2011 Riccardo Fucile

LE DETRAZIONI RIDOTTE SI CONCENTRANO SUI REDDITI MEDIO BASSI…DAL TAGLIO AGLI SCONTI IVA ALTRI 200 EURO DI EXTRACOSTI

Alla fine, chi li pagherà  quei tagli alle agevolazioni fiscali?
Soprattutto le famiglie italiane con redditi medio-bassi.
E quanto? Quasi il doppio di quelle abbienti.
Fare i conti il giorno dopo l’approvazione d’emergenza della manovra da 48 miliardi non porta buone notizie ai contribuenti.
Le famiglie con redditi modesti, e che versano le tasse, nei prossimi anni subiranno la stangata più odiosa.
Grazie a una clausola di salvaguardia che mette in sicurezza i conti dello Stato, ma che stravolge quelli domestici.
E dunque, proprio chi fino ad ora contava su detrazioni, deduzioni e bonus fiscali per alleggerire l’Irpef, nel 2013 e nel 2014 vedrà  ridotti sensibilmente gli sconti.
L’effetto regressivo, calcolato per il sito lavoce. info da Massimo Baldini, economista e docente, si abbatte con particolare iniquità  sui nuclei familiari con un reddito medio tra i 16 e i 27 mila euro che a regime, nel 2014, perderanno 620 euro di agevolazioni, su un totale medio di 3 mila euro, quasi il 21%. Un quinto in meno.
Al contrario, il 10% più ricco delle famiglie, quelle con un reddito superiore ai 54 mila euro, lasceranno allo Stato solo 364 euro.
Perchè?
Perchè all’aumentare del reddito, le detrazioni Irpef a cui si ha diritto diminuiscono.
E dunque i tagli lineari, così come previsti in manovra, per ora indistinti – del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014 sulle 483 agevolazioni oggi esistenti che valgono 161 miliardi l’anno e che dovranno assicurare 4 miliardi il primo anno e 20 il secondo – pesano molto di
più su chi ha più sconti.
Ovvero le classi intermedie.
Anche perchè si tratta di spese per medici e farmaci, per la scuola e la palestra dei figli, l’affitto, la previdenza integrativa, le ristrutturazioni, gli assegni al coniuge, gli interessi sui mutui, le detrazioni per il lavoro dipendente.
Una previsione talmente dirompente che lo stesso autore dei calcoli considera “molto bassa la probabilità  di un’applicazione” di una manovra siffatta.
A meno che, entro il 30 settembre 2013, non venga varata la riforma fiscale e assistenziale con tagli “mirati”.
La regressività  del salasso Irpef si somma, poi, anche a un analogo recupero di soldi, ai fini del pareggio del bilancio dello Stato, dall’Iva agevolata del 4 e del 10% che oggi gli italiani pagano quando fanno la spesa, quando comprano medicine, libri, giornali, cellulari, fanno benzina, viaggiano, ristrutturano casa, pagano le bollette o la badante per un genitore malato. Di fatto anche queste aliquote, inferiori a quella più diffusa del 20%, rappresentano agevolazioni fiscali.
E dunque soggette alla futura scure dei “tagli lineari”.
Lo studio di Baldini calcola che le sforbiciate del 5 e poi del 20% fissate in manovra equivalgono, nei fatti, ad un aumento delle due aliquote agevolate rispettivamente al 4,7% e al 10,5% nel 2013 e al 6,8% e al 12,1% nel 2014.
La conseguenza è che un’Iva più alta riscalda i prezzi e lascia meno soldi in tasca alle famiglie.
Anche qui esiste un effetto regressivo. Ma più modesto del caso Irpef.
Questo perchè, spiega lo studio, “le famiglie ad alto reddito consumano molti beni e servizi oggi tassati al 4 o al 10%”.
In valore assoluto, le famiglie più povere (con un reddito inferiore ai 12 mila euro) nel 2014 pagheranno 119 euro in più.
Quelle ricche (reddito sopra i 54 mila euro) 313 euro in più.
La regressività  si legge nell’incidenza di questo aumento Iva sul reddito disponibile, chiaramente più alta per chi ha buste paga più magre.
Saldando i due effetti, Irpef e Iva, questa manovra pesa il 7% su chi guadagna al di sotto dei 12 mila euro, il 10% su chi denuncia tra i 12 e i 54 mila euro e il 9% sui benestanti.

Valentina Conte
(da “La Repubblica”)

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