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LA LEGA INAUGURA L’USCIO DEI MINISTERI PATACCA AL NORD: ORA I MONZESI SANNO DOVE PORTARE IL CANE A PISCIARE

Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile

A VILLA REALE VA IN ONDA LA “SCEMEGGIATA” DELL’APERTURA DELLE SEDI DISTACCATE DI ALCUNI MINISTERI, FUORI ESPLODE LA CONTESTAZIONE AL GRIDO DI “BUFFONI”…L’EX SOCIALE ALEMANNO ORA SI INDIGNA, QUELLI DI “NOI SUD” PRETENDONO MINISTERI ANCHE IN MERIDIONE, MARONI DISERTA… APPESE ALLE PARETI LE FOTO DI NAPOLITANO E DEL SENATUR DI 20 ANNI FA

Eccoli qui i ministeri spostati al nord, dopo i tanti proclami e le mille polemiche .
Piccole sedi distaccate, intendiamoci, dei dicasteri dell’Economia, della Semplificazione Normativa e delle Riforme.
Gli uffici, con tanto di targhe, li hanno inaugurati stamani all’interno di un’ala della Villa Reale di Monza.
Mentre il ministro Michela Vittoria Brambilla ha annunciato, presto, anche una sede distaccata del Turismo.
Bandiera dell’Unione Europea, tricolore e crocifisso e, appese alle pareti, la foto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, quella di Umberto Bossi anni ’80 pre-corna e la statua di Alberto da Giussano.
Centocinquanta metri quadrati, quattro uffici, destinazione “pensatoio” per rilanciare l’economia.
Ecco il tanto atteso decentramento ministeriale, fiore all’occhiello della Lega di fronte alla base.
Niente computer nè telefono per il momento.
Si tratta di spazi adibiti ad uffici a cui i cittadini si potranno rivolgere per comunicare con i governo “senza fare chilometri per niente”, come ha precisato il sindaco di Monza Marco Mariani.
Prima di varcare la porta delle sedi, il ministro delle Riforme Umberto Bossi, ha parlato ai giornalisti e ai presenti, stretto attorno ai colleghi Roberto Calderoli, Michela Brambilla e Giulio Tremonti.
Presenti alla cerimonia anche alcuni rappresentanti delle istituzioni tra cui Roberto Cota, presidente della Regione Piemonte, Davide Boni e Andrea Gibelli, in rappresentanza della Regione Lombardia.
“Le scrivanie le abbiamo pagate di tasca nostra”, ha sottolineato Calderoli. “Sono costate circa 340 euro l’una” (da una ditta di Catania…n.d.r.).
In entrambe le stanze destinate a Bossi e allo stesso Claderoli, sono stati attaccati alcuni arazzi e quadri che raffigurano il giuramento di Pontida e la battaglia di Legnano, momenti-icona del movimento oltre al Tricolore, alla bandiera dell’Unione Europea e alle foto del leader del Carroccio.
Gli uffici saranno operativi a partire dal mese di settembre, ma i cittadini, uniti al Pd e all’Udc lombardo, non hanno atteso quella data per protestare con manifesti, fischi e cori: “No ai ministeri, è una buffonata”.
Anche il sindaco Alemanno è furibondo, ma non è certo il solo.
Arturo Iannaccone, leader di Noi Sud e deputato di Popolo e Territorio, va giù pesante.
“Dopo l’apertura a Monza degli uffici distaccati dei ministeri, abbiamo avuto la conferma di un esecutivo succube della Lega. Nei prossimi giorni ci aspettiamo un segnale chiaro dal Governo con l’individuazione al sud di quattro sedi distaccate dei ministeri dello Sviluppo economico, dell’Ambiente, del Turismo e delle Politiche Agricole”.
Commenta il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: “Gli italiani sono costretti ad assistere all’intollerabile inconcludenza di questo Governo, impegnato solo a litigare al suo interno e a produrre pagliacciate questa”.
I più contenti saranno i monzesi che ora sanno dover poter portare a pisciare il cane.

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ALFANO-MARONI IL TANDEM FINISCE SUBITO IN SURPLACE

Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO PDL NON PERDONA AL LEGHISTA IL VOTO SU PAPA…IL POSSIBILE TICKET DI UN FUTURO GOVERNO NON DECOLLA E MARONI SI RITROVA COL CERINO ACCESO IN MANO: IL PARRICIDIO E’ RINVIATO A GIORNI MIGLIORI… MAURIZIO LUPI ALLA GIUSTIZIA?

La coppia non decolla e Berlusconi tira un sospiro di sollievo.
Alfano rimane fedele al premier e Maroni rimane senza quella sponda sulla quale pensava di costruire «l’evoluzione generazionale» del centrodestra.
Non un altro governo fuori dai confini politici presieduti da Pdl e Lega.
E nemmeno un governo istituzionale o di larghe intese.
Con il voto che ha portato in carcere Alfonso Papa, il ministro dell’Interno ha battuto un colpo di leadership dentro il Carroccio e ha chiesto al nuovo segretario del Pdl un atto di coraggio: è il momento di muoversi, in fretta, di accelerare verso un nuovo assetto, anche di governo se necessario, per uscire dalle secche in cui si trova la maggioranza.
E soprattutto per prepararsi alle elezioni politiche del 2013.
Ma il caso su cui Maroni ha battuto il colpo è stato il peggiore, il più deleterio nella visione garantista di Alfano e di tutto il Pdl.
E’ proprio il terreno sul quale il ministro della Giustizia (forse ancora per pochi giorni) non può sgarrare e non vuole sgarrare rispetto a Berlusconi.
«Angelino – spiega un amico che lo conosce come le sue tasche – è una persona che non tradisce, un siciliano serio, tutto d’un pezzo. Non fa colpi di testa: i cambiamenti li persegue con gradualità  e moderazione, ma soprattutto non è disposto a fare il parricidio».
Berlusconi quindi per il momento è blindato e potrà  sopravvivere superando indenne l’estate. Lascia che la Lega si intesti la riforma costituzionale.
Una riforma da far sventolare ai leghisti come una nuova bandiera nelle feste padane.
E pazienza se non c’è l’accordo tra Lega e Pdl.
Tanto tutti sanno che questa riforma non si farà .
Intanto Bossi sta cercando di far sentire il suo pugno dentro il Carroccio, riassorbire lo strappo di Maroni. «Finchè sono vivo comando io nella Lega», ha detto Bossi al premier in una telefonata in serata.
C’è stata la zampata di Bossi.
Anzi, la «zampatella» come l’ha definita un ministro che ha osservato l’atmosfera rilassata che si respirava ieri mattina al Consiglio dei ministri. «E’ chiaro che il vecchio leone si è mosso, ha tirato le orecchie sia a Maroni sia a Calderoli, i quali non stanno facendo una partita comune. Dentro la Lega continua il ministro – le partite in corso sono tante e non è finita».
Bossi avrebbe avuto un sussulto di leadership e Maroni, in un incontro prima della riunione di governo, avrebbe confermato a Berlusconi che quello sul caso Papa non era un voto contro di lui o il governo.
Ma quel voto ha creato un vulnus tra Alfano e Maroni.
Per il segretario del Pdl un’alleanza che si rinnova, anche con un cambio generazionale, deve avvenire con il consenso dei «padri». Innanzitutto non può poggiare su un presupposto «manettaro», giustizialista.
Il terreno del garantismo non è un optional, una variabile indipendente: e dovrà  essere uno dei tratti costituenti del centrodestra.
La coppia non decolla.
A tarparle le ali sarebbe stato un retroscena che viene raccontano a Palazzo Grazioli.
Il giorno prima del voto, Maroni avrebbe assicurato ad Alfano che Papa si sarebbe salvato nello scrutinio segreto.
Esattamente come garantivano Bossi e Reguzzoni.
Le cose sono andate diversamente. Sarà  vero?
I maroniani negano categoricamente e contrattaccano dicendo che chi mette in giro questi veleni sono coloro che nel Pdl e nella Lega vogliono salvaguardare la loro rendita di posizione e impedire il cambiamento.
Rimane il fatto che Berlusconi può dire di parlare con Bossi in maniera prioritaria: Maroni fa prove di successione ma non trova la sponda di Alfano.
Il quale forse la prossima settimana verrà  «liberato» dalla carica di Guardasigilli per dedicarsi anima e corpo al partito.
Il capo dello Stato ha detto che il nuovo ministro della Giustizia dovrà  essere un parlamentare per evitare che un ministro vada al posto di un altro, innescando un effetto domino. Berlusconi considera le parole di Napolitano «un’ingerenza presidenzialista» finalizzata a stoppare Brunetta.
Cresce di molto il nome di Maurizio Lupi per via Arenula.

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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L’INCUBO DEL PREMIER E DEL PDL: “LE TOGHE VOGLIONO UN GOVERNO MARONI”

Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI TEME UN’ONDATA DI ARRESTI, IL QUIRINALE SPINGE PER UN CAMBIO AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA…E C’E’ CHI PENSA CHE MARONI POSSA GUIDARE UN ESECUTIVO PER LA RIFORMA ELETTORALE

Il Cavaliere è nell’angolo.
Dopo il trauma dell’arresto di Alfonso Papa, il cerchio sembra stringersi attorno al capo del governo e nello stesso Pdl ormai si ragiona apertamente, per salvare il salvabile, su come convincere Berlusconi a farsi da parte.
Così, in una giornata passata a Bruxelles per il vertice europeo, ma con l’orecchio a terra per captare i segnali in arrivo da Roma, il premier ha potuto tirare il fiato leggendo il monito del capo dello Stato ai magistrati e quella critica all’abuso delle intercettazioni.
“Anche Napolitano – ha commentato – è preoccupato per la situazione, teme che gli possa sfuggire di mano. Non vuole avventure in un momento così difficile di crisi di mercati e per questo ha mandato un segnale preciso alle procure”
Berlusconi si fa portavoce di quella che nel Pdl è diventata quasi una certezza: l’imminente arrivo di un’ondata di richieste di arresto, una Tangentopoli che farà  rotolare ogni settimana una nuova testa.
In questo clima da fine Impero si fanno più insistenti le manovre per arrivare a un diverso quadro politico.
Sono di queste ore i contatti dei leader del Terzo polo con Roberto Maroni, individuato come il protagonista della nuova fase che si sta per aprire.
Dopo l’estate, raccontano, matureranno le condizioni per l’apertura di una crisi di governo e sarà  proprio il Carroccio a far saltare il tappo.
Anche se Maroni, al momento, sembra deciso a non uscire dal perimetro del centrodestra, nè a farsi tentare da ipotesi di governi tecnici.
La discussione dunque è su cosa fare “dopo”.
Fini, Casini e Rutelli vorrebbero che Maroni si mettesse alla guida dell’operazione, dando vita a un “gabinetto”, retto appunto dal ministro dell’Interno, per rifare la legge elettorale.
L’idea sarebbe quella di tornare al voto nella primavera del 2012, ma l’appetito vien mangiando e nessuno esclude che un governo del genere possa proiettarsi anche oltre, fino al termine della legislatura, nel caso rimpolpando il programma con una robusta dose di privatizzazioni, liberalizzazioni e taglio dei parlamentari.
Uno scenario tutt’altro che campato per aria, che infatti mette in massimo allarme il Pdl.
“Le toghe stanno favorendo questo progetto”, si sfoga con i suoi il Cavaliere.
E un ministro, al termine di una riunione a via dell’Umiltà , confida che a Berlusconi a questo punto restano soltanto due opzioni sul tavolo: “Può anticipare tutti, replicando sul governo l’operazione che ha portato Alfano alla guida del partito. Oppure può restare fermo e subire il ribaltone, che ci sarà  comunque. Solo che, a quel punto, gli leveranno anche la pelle”.
La preoccupazione del ministro berlusconiano è condivisa da molti nella cerchia stretta del premier.
Persino Fedele Confalonieri, che ieri è andato a parlare a Montecitorio con Pier Ferdinando Casini, sembra consapevole che ormai tocchi al Cavaliere prendere atto della situazione e giocare d’anticipo
Intanto l’immobilismo del premier sta mettendo la sabbia nel motore di Angelino Alfano, che vorrebbe essere sostituito al più presto al ministero di Grazia e Giustizia per dedicarsi a tempo pieno al partito.
Oltretutto la richiesta arriva anche dal Colle in modo pressante.
Si è parlato proprio di questo ieri a margine della cerimonia con i giovani magistrati al Quirinale.
In un angolo del salone, per una decina di minuti, Napolitano, Alfano e Vietti, il vicepresidente del Csm, ne hanno discusso in maniera preoccupata.
Il Guardasigilli ha rotto il ghiaccio con una battuta: “Questa, spero, potrebbe essere l’ultima volta che vengo qui in questa veste”.
Poi, ancora scherzando, rivolto a Vietti: “Ho visto che gli avvocati ti propongono come ministro… sappi che da noi c’è sempre posto per te”.
Ma la successione a via Arenula è ancora in alto mare, nonostante l’auspicio di Alfano.
Napolitano vorrebbe vedere la partita chiusa prima delle vacanze, possibilmente già  la prossima settimana, tuttavia il nome giusto non è ancora stato trovato.
La rosa dei candidati non risponde ancora al profilo disegnato dal capo dello Stato: un Guardasigilli autorevole, che riesca a fare una riforma bipartisan della giustizia.

Liana Milella e Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

Commento
Forse qualcuno nel Terzo Polo non ha ancora compreso che esso deve porsi come alternativo a Pdl e Lega e che deve puntare alle elezioni anticipate.
Dal punto di vista etico e programmatico, oltre che ideale, l’unica pregiudiziale che Fli dovrebbe avere è “mai con la Lega”, essendo Fli una forza politica che sul tema della coesione nazionale e della immigrazione ha una visione in completa antitesi con il Carroccio.
Come si possa appoggiare un potenziale governo con presidente un condannato per resistenza a pubblico ufficiale, nonchè fautore dell’affogamento dei profughi ad opera del criminale Gheddafi non è chiaro.
Se governo tecnico deve essere, si scelga un politico di alto profilo istituzionale, non un avvocato del recupero crediti della Avon specializzato in consulenze orali (vedi inchiesta su di lui della procura di Bologna per parcelle da 60.000 euro).
Se Fli sapesse porsi realisticamente e coerentemente come un argine alla Lega navigherebbe su ben altre percentuali di consensi.

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LE TRUPPE DI BRANCALEONE MARONI CONQUISTANO IL CARROCCIO

Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

PARLAMENTARI, SINDACI E SEGRETARI: IL MINISTRO PUO’ CONTARE SU 49 DEPUTATI E HA LA MAGGIORANZA ANCHE AL SENATO…FLAVIO TOSI GONGOLA: “SI TORNI ALLE ORIGINI: ORA BOSSI E ALFANO INDICHINO UN NUOVO PREMIER”

Ritorno alle origini”, gongola il maroniano di ferro Flavio Tosi, sindaco di Verona.
È un modo per dire che all’indomani del voto su Papa, l’ala della Lega raccolta attorno al ministro dell’Interno si sta prendendo il partito.
Richiamandosi direttamente agli umori di una base sfiancata dalla convivenza forzata con Berlusconi: “Ha commesso troppi errori – insiste Tosi – e noi siamo stati costretti a pagare dazio; adesso dovrebbe farsi da parte e a indicare il nuovo premier saranno Bossi e Alfano”.
Insomma, nulla contro il Grande Capo (“grande gioco delle parti tra lui e Maroni”, ancora Tosi), ma è difficile non pensare che l’iniziativa di “Bobo” nel caso Papa serva non solo a definire una strategia per l’immediato futuro, ma soprattutto a ridisegnare i rapporti di forza dentro al movimento.
Con le truppe maroniane sempre più forti.
L’uomo del Viminale gode di un consenso fortissimo nel gruppo parlamentare della Camera. Su 59 deputati, 49 avevano firmato per sostituire il presidente Marco Reguzzoni (esponente di spicco degli iperbossiani del cerchio magico) con il bergamasco Giacomo Stucchi, molto vicino a Maroni.
È andata male solo perchè all’ultimo Bossi si è impuntato: salvo poi annunciare, qualche giorno che Stucchi a fine luglio sarà  capogruppo.
L’elenco dei deputati di osservanza maroniana comprende, tra gli altri, il bresciano Davide Caparini, componente della Vigilanza Rai, il sindaco-deputato di Cittadella Massimo Bitonci, il mantovano Gianni Fava, il segretario dei Giovani padani Paolo Grimoldi.
Tra i maroniani più spinti, spicca l’europarlamentare milanese Matteo Salvini.
Maroni ha la maggioranza, sebbene non così schiacciante, anche tra i 26 senatori, ora guidati da un altro “cerchista”, Federico Bricolo, che al recente congresso provinciale nella sua Verona non è riuscito a imporre il proprio candidato alla segreteria: l’ha spuntata un leghista molto vicino a Tosi, che – insieme al varesino Attilio Fontana – guida la nutrita pattuglia di sindaci di fede maroniana.
Solo in provincia di Bergamo sono 54 su 56, ma in generale in tutta la Lombardia il punto di riferimento dei primi cittadini in camicia verde è proprio Fontana, distintosi più volte nel criticare gli effetti delle finanziarie targate Tremonti fino a organizzare manifestazioni insieme ai colleghi del centrosinistra.
Schierata con l’astro nascente del Carroccio pure una folta rappresentanza di sottosegretari, a cominciare da Sonia Viale e Michelino Davico, di stanza proprio agli Interni.
Senza contare che il terzo ministro, Roberto Calderoli, con “Bobo” ha da tempo stretto un patto di ferro che accantona vecchie ruggini.
Un ruolo a sè se lo è ritagliato un altro big come il viceministro Roberto Castelli, che tuttavia nella scelta tra cerchisti e i maroniani non sembra avere dubbi, intrattenendo rapporti non certo idilliaci con i primi.
Poi ci sono i segretari regionali. Stanno tutti o quasi col ministro dell’Interno: dal lombardo Giancarlo Giorgetti, al piemontese Roberto Cota, dal romagnolo Gianluca Pini al friulano Pietro Fontanini.
Mancano all’appello l’Emilia e la Liguria, perchè rette da un commissario che si chiama Rosy Mauro, vicepresidente del Senato e signora del Cerchio magico.
Il veneto Gian Paolo Gobbo (è anche sindaco di Treviso), che maroniano non è, di recente ha accentuato le critiche nei confronti del premier: “Il patto con il Pdl va ridiscusso – ha detto ieri – noi non abbiamo sposato nè Berlusconi nè il Pdl”.
E si spinge oltre il suo vice Giancarlo Gentilini: “Bossi, come Berlusconi, deve avere il coraggio di delegare certi poteri”.
Capitolo governatori: Cota con Maroni, come pure il vice leghista di Formigoni, Andrea Gibelli; più ecumenico il veneto Luca Zaia, che tuttavia con l’inquilino del Viminale intrattiene rapporti più che buoni.
Insomma, la consistenza delle truppe maroniane è tale da prefigurare l’esito di quella tornata congressuale che adesso viene richiesta con ancora più forza dagli amici di “Bobo”.

Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)

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SCOPPIA LA GUERRA INTESTINA NELLA LEGA: “IL TROTA E’ DIVENTATO CONSIGLIERE REGIONALE SENZA AVERE I REQUISITI”

Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

NON AVREBBE RISPETTATO I CRITERI DI ANZIANITA’ DI MILITANZA PREVISTI DAL REGOLAMENTO: SOLO DA POCO HA CHIESTO LA TESSERA DI SOCIO MILITANTE…A TERMINI DI STATUTO GLI MANCANO QUATTRO ANNI DI VITA POLITICA

Le regole valgono per tutti tranne che per il figlio del Capo.
In queste ore all’interno della Lega serpeggia una voce insistente, figlia della chiara frattura che si è aperta tra due modi di intendere il partito: quello fedele alla linea e quello fedele al Capo.
Il protagonista è Renzo Bossi, la cui unica colpa probabilmente è quella di essere una semplice e costosissima Trota in una vasca di squali.
Renzo questa volta è finito nel mirino dei franchi tiratori per aver presentato solo ora (dopo oltre un anno dalla sua elezione in consiglio regionale) la domanda per ottenere la tessera di militante della Lega Nord.
Lo ha fatto in questi giorni nella sezione di Gemonio (Varese), a confermarlo sono gli stessi responsabili locali del partito.
“Si, è vero, si è appena iscritto come militante — ha confermato Andrea Tessarolo, responsabile della sezione di Gemonio — ma ha sempre partecipato. Che poi sia socio sostenitore o militante poco importa, probabilmente si è sempre dimenticato”.
Un fatto forse politicamente poco rilevante, ma che non ha mancato di suscitare l’indignazione dei militanti di lunga data.
Quelli che nonostante diversi anni di impegno e dedizione alla causa sono riusciti appena a conquistarsi un posto in consiglio comunale o nella giunta di un paesino sperduto.
Sono proprio loro a faticare nel tenere a freno la lingua: commentano e si arrabbiano. A questo proposito si mormora che alla porta di una sezione qualcuno abbia addirittura appeso un cartello con la scritta: “Si raccolgono le uova scadute”, firmato “il militante ignoto”.
Del resto il livello di frustrazione deve essere salito alle stelle nello scoprire che anche nella Lega le regole che valgono per le persone ordinarie non valgono per la casta.
Già  la candidatura e l’elezione del giovane Bossi (che ha negato la poltrona a tanti pretendenti) erano state mal digerite da una parte consistente dei leghisti, che vedevano in questo fatto l’appiattimento della Lega ai modi e ai costumi degli altri. Ora una nuova verità  su Renzo: non solo non ha fatto la gavetta, ma per lui si è chiuso un occhio anche sulle regole interne.
Per diventare socio militante della Lega occorre infatti aver maturato almeno un anno da sostenitore.
Dopo si inoltra la domanda alla sezione, che la discute e la approva con il via libera dei livelli superiori.
Non una banalità .
Probabilmente nel caso di Renzo Bossi l’idoneità  è stata data per acquisita con diritto di sangue.
Per capire meglio è opportuno leggere l’articolo 13 del regolamento della Lega Nord, quello che fissa i criteri di anzianità  di militanza dei candidati a cariche amministrative e politiche.
Secondo la norma interna al partito le candidature possono essere accettate “solo se alla data del deposito delle relative liste elettorali gli interessati saranno in possesso di un’anzianità  di militanza di 1 anno per i comuni con meno di 15 mila abitanti, 2 anni per i comuni con più di 15 mila abitanti e le province, 3 anni per le regioni e le elezioni politiche”.
Le tempistiche vengono raddoppiate per tutti quelli che in occasione di precedenti elezioni erano schierati contro la Lega.
La stessa norma dice anche che: “Resta inteso che gli elenchi dei candidati o degli aspiranti assessori dovranno essere inviati alla segreteria organizzativa federale che verificherà  le anzianità  e rilascerà  il successivo ed indispensabile nulla osta”. Insomma secondo questa regola Renzo Bossi è in debito di almeno quattro anni di militanza.
Sulla faccenda è impossibile far parlare qualcuno, tantomeno i vertici locali del partito.
Il segretario provinciale Stefano Candiani si limita a dire: “Francamente non ne ho notizia diretta, ma non vedo cosa possa esserci di interessante. Anche se fosse non sono valutazioni che mi competono”.
Altri, con la garanzia dell’anonimato confermano la circostanza, ma poi aggiungono: “Non mi stupisce più di tanto, ci sono stati altri casi di parlamentari eletti senza tessera in tasca”.
Sarà , ma la sensazione rimane quella di una forte divaricazione tra le aspettative della base e dei militanti rispetto alle risposte che il partito di Bossi è in grado di fornire in questo momento.
Lo si capisce dalla frequenza con cui i mal di pancia vengono portati allo scoperto.
Un altro termometro dello scontento sono le feste della Lega: non più affollate come un tempo, talvolta riservano anche qualche brutta sorpresa, come quella di domenica 19 luglio a Caronno Varesino, quando il senatore Massimo Garavaglia è stato accolto a muso duro da una leghista.
Qualche parola di troppo e il senatore si è risentito.
La verità  fa male, ma quando a colpire al cuore sono i tuoi stessi sostenitori le parole diventano fendenti mortali.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RITORNA L’IRPEF SULLA PRIMA CASA: SI PAGHERA’ IL 20% DELLA RENDITA CATASTALE

Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile

ADDIO ALLA NO TAX AREA SUGLI IMMOBILI …PER 80 MQ PAGHEREMO TRA 50 E 90 EURO: E’ L’EFFETTO DEI TAGLI PREVISTI AGLI SGRAVI FISCALI

Forse è la delusione più cocente per i contribuenti: tornerà  l’Irpef sulla prima casa.
L’illusione di una no tax area sulla casa è finita.
Dobbiamo prepararci all’impatto e dovrà  prepararsi anche il governo in carica negli anni 2013-2014 a pagare un prezzo in termini di impopolarità .
Le tasse sulla casa, invece di scendere, come recita il mantra berlusconiano, sono destinate a salire.
Nonostante la discussa eliminazione totale dell’Ici sulla prima casa, avvenuta nel 2008 e costata ben due miliardi, le tasse sugli immobili cresceranno.
A partire dall’Irpef che tornerà  a mordere l’abitazione principale come annuncia una dettagliata e tempestiva analisi del Lef, l’associazione per la legalità  e l’equità  fiscale.
La “clausola di salvaguardia” contenuta nella manovra da 48 miliardi varata nei giorni scorsi prevede infatti un taglio delle agevolazioni fiscali, detrazioni e deduzioni, del 5 per cento nel 2013 e fino al 20 per cento nel 2014.
Un meccanismo che è già  legge dello Stato e che entrerà  in vigore se non sarà  varata la riforma del Welfare.
E tra le agevolazioni, una delle più in vista è proprio la deduzione integrale della rendita catastale dell'”unità  immobiliare adibita ad abitazione principale”, ovvero della prima casa, e delle relative pertinenze.
Di conseguenza la rendita catastale (tariffa d’estimo della zona relativa per numero dei vani rivalutata del 5 per cento) attualmente non concorre a formare l’imponibile Irpef.
Tutto ciò grazie ad una norma introdotta dal centrosinistra nel 2001.
Ora le cose cambiano.
Con il taglio previsto per il biennio 2013-2014, un orizzonte non troppo lontano, al momento della compilazione della denuncia dei redditi i proprietari della casa di abitazione dovranno sommare al proprio imponibile Irpef anche il 20 per cento del valore della propria casa, ovvero della rendita catastale.
Una stangata che colpirà  24 milioni e 200 mila italiani, possessori di prima casa e che assottiglierà  lo sconto medio che oggi ammonta a 126,8 euro e che costa allo Stato circa 3 miliardi.
Le simulazioni   parlano chiaro.
Un proprietario medio, con una casa di 80 metri quadrati, situata in una zona semicentrale di una grande città , dovrà  mettere sull’imponibile Irpef il 20 per cento dei 1.000 euro della sua rendita catastale.
Ebbene se questo contribuente-tipo ha un reddito annuo di 15 mila euro e una aliquota del 23 per cento dovrà  rassegnarsi a pagare 46 euro in più.
Non molto, ma se sommato agli altri aumenti in arrivo, dalle addizionali comunali e regionali Irpef del federalismo allora a regime, e agli altri tagli su detrazioni e deduzioni, non ci sarà  da stare allegri.
Il contribuente più agiato che guadagna 70 mila euro dovrà  sborsare 82 euro e quello con 100 mila pagherà  86 euro.
Mentre la pressione fiscale continuerà  a salire: secondo la Cgia di Mestre, rischia di raggiungere nel 2014 il 44,1 per cento.

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IL DISFACIMENTO DI BERLUSCONI

Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile

IL PUGNO SUL TAVOLO E L’IRA DI BOSSI: COSI’ FINISCE UN’EPOCA

“Sono impazziti, è una vergogna!”, grida Silvio Berlusconi, e batte il pugno sul banco e si incazza, e corre inseguito da due ali di ministri nei meandri di Montecitorio, verso la stanzetta del presidente del Consiglio, sguardi attoniti passi di minuetto, la faccia stupefatta di Michela Brambilla e quella costernata di Andrea Ronchi dietro di lui, e rumori di tacchi, forse anche così finisce un’era.
Questi sono impazziti: il paese che si congeda dal ventennio di consenso al Cavaliere, i parlamentari che sfuggono al controllo dei capibastone, un blocco di ghiaccio che si scioglie per colpa di un dito.
Già , il dito. Il dito indice della Creazione, ma anche quello del voto elettronico.
Nel primo pomeriggio questo dito lo roteava Tonino Di Pietro, in pieno Transatlantico, come se fosse un’arma. “Vedi? Se voti con l’indice attaccato alla buca dei tasti di voto, si vede solo quello. E se hai dentro la buca un solo dito, non puoi andare sul tasto del no!”.
Intorno deputati, giornalisti, le portavoci del gruppo dell’Italia dei Valori. Di Pietro sorride alla sua capoufficio stampa, Fabiola Paterniti. “Sai che faccio io? Mentre voto mi scatto una foto con il telefonino e poi lo mettiamo sul blog!”.
Esce dall’aula elettrizzato dal dito anche Dario Franceschini, capogruppo del Pd.
Per un giorno intero tutti dicevano che il suo gruppo sarebbe crollato, sotto il peso dei franchi tiratori, protetti dallo scudo del voto segreto.
È accaduto esattamente il contrario. E adesso Franceschini, mentre corre verso la sala stampa con passo garibaldino sorride: “Se non ci fosse stato il dito la Lega non sarebbe crollata”.
Cioè? “Ha avuto un peso di deterrenza, no? Mi pare chiaro. L’idea che il nostro voto fosse trasparente, ha impedito la sommersione di chi voleva votare a favore. Ed è questo che ha spaccato la Lega. Se Papa si salvava, era chiaro che si trattava di loro”. Già , la Lega.
Quanto conta quel colpo d’occhio dall’alto della tribuna, la feroce sintesi dei simboli. Umberto Bossi non c’era.
E tra i banchi svettava Bobo Maroni, questa volta più vicino ai suoi che al governo.
I “Maroniti”, ormai tutti li chiamano così, sono stati quelli che seguendo il grande ventre della base popolare del Carroccio hanno spinto in ogni modo sul sì. Prima in commissione, poi in aula.
Più di tutti vale il racconto di Anna Rossomanno, deputata piemontese del Pd, che ha seguito il caso Papa nel dettaglio. “Vedi, già  in quei giorni del voto c’erano segnali importanti e stupefacenti, su come stava montando la marea nella Lega”.
Ovvero? “Due colleghi del partito di Bossi mi hanno fatto vedere i loro telefonini: mentre noi discutevamo di Papa, erano tempestati di messaggini di militanti che li azzannavano. ‘Mica manderete libero quello lì”.
Quello lì. Papa, “il terrone”.
Pier Luigi Bersani rilascia interviste sulla rampa del giardino: “È finito il vincolo di maggioranza”.
Ci deve essere un mondo che scompare e il sipario di un’epoca che si avvicina all’ultimo atto, anche nella reazione a catena che si potrebbe innescare.
Sì a Papa e Sì anche a Milanese, ma poi perchè dire No, allora, per i reati del Ministro Saverio Romano?
La grande montagna dell’emiciclo pidiellino rumoreggiava cori e insulti   “Vergogna!” — contro quelli che chiedevano l’arresto, e sommergevano letteralmente di improperi Rita Bernardini che diceva: “Il 40 per cento degli italiani sono in carcere per la custodia cautelare. Ma non abbiamo fatto nulla per loro. Quindi, noi Radicali, riteniamo di dover votare…”.
E parte il grido: “Buffona!”. La Bernardini non si scompone: “Votare sì”.
Torna a battere sullo stesso tasto, Benedetto Della Vedova di Futuro e libertà : “Il vostro rigore garantista , onorevole Paniz, non l’ho ascoltato quando in gioco c’era la libertà  dei poveracci”.
Ci deve essere un mondo che finisce nell’ira con cui Silvio Berlusconi in serata, dopo il voto insegue Bossi, con il sospetto del tradimento che gli scava dentro.
“Chiarirò con lui. Questo è un gioco allo sfascio, così finisce anche la Lega”.
In fondo anche il Senatùr è chiuso dentro un paradosso feroce: o è sospettato di aver fatto un gioco delle parti con Maroni.
Oppure è sospettato di non controllare più lui il gruppo parlamentare del partito (e forse nemmeno più il partito).
Forse c’è un’epoca che finisce nella regolare sfida a duello che si inscena in Transatlantico fra il casiniano Angelo Cera e il pidiellino Vincenzo D’Anna: “Se vuoi usciamo di fuori e la regoliamo come dico io”, grida il deputato dell’Udc.
E D’Anna, sarcastico: “Allora facciamo così. Quando arriva l’autorizzazione su Cesa ci divertiamo!!”.
Forse il mondo che finisce lo puoi leggere anche nelle parole di Roberto Castelli, uomo forte del Carroccio che dice: “Berlusconi è arrabbiato? Mi dispiace perchè domani io gli darò un altro dispiacere votando contro la missione”.
E come mai l’arringa di Maurizio Paniz questa volta non fa presa? Come mai tutti dicono che l’Udc potrebbe smarcarsi invece non accade nulla?
Quando il voto si celebra Rosy Bindi corre via dall’aula, con le lacrime agli occhi: “Piange per Papa?”.
E lei: “No. Per quel poveraccio mi dispiace. Ma sto piangendo di gioia perchè il voto di oggi è una grande prova per questo paese, un segnale che la politica può cambiare”. Le lacrime della Bindi, e l’ira di Berlusconi.
Forse anche così passa un’epoca. Berlusconi ha perso molte battaglie, in questi mesi. Ma è la prima volta che vediamo la sua rabbia in diretta, la sua impotenza, il suo pugno che batte sul tavolo. Forse è la prima volta che vediamo il Cavaliere rappresentare la sua debolezza in diretta televisiva, sotto l’occhio delle telecamere. Una debolezza che potrebbe costargli cara.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA CAMERA DICE SI’ ALL’ARRESTO DI PAPA, IL VOTO SEGRETO NON SALVA IL DEPUTATO PDL…AL SENATO TEDESCO SE LA CAVA

Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile

ALLA CAMERA E’ FINITA 319 A 293, AL SENATO 151 A 127…TENSIONI TRA I PARLAMENTARI CHE VENGONO QUASI ALLE MANI, RECIPROCHE ACCUSE AL SENATO

La maggioranza dei deputati ha detto sì all’arresto dell’onorevole del Pdl, Alfonso Papa.
Su 612 presenti hanno votato a favore 319 deputati. I voti contrari sono stati invece 293.
Non si è dunque realizzato il «salvataggio» che secondo molti sarebbe stato attuato grazie all’adozione del voto a scrutinio segreto, richiesto dal gruppo del Pdl e da quello di Popolo e Territorio (gli ex Responsabili).
Determinante la scelta della Lega: dopo il tira-e-molla dei giorni scorsi, con posizioni diversificate e a volte contrastanti annunciate di volta in volta dallo stesso Umberto Bossi, il Carroccio si è espresso formalmente per il sì all’arresto, lasciando comunque libertà  di coscienza ai propri parlamentari
A scrutinio segreto, la Camera ha accolto la proposta favorevole all’arresto avanzata dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio.
Il voto segreto era stato chiesto dai gruppi Pdl dei Responsabili Moffa.
Le opposizioni avevano chiesto senza successo la rinuncia al voto segreto.
A favore dell’arresto si erano dichiarati in aula i gruppi Pd, Terzo Polo, Idv e Lega. Contro Pdl e Responsabili.
Scende il gelo in Aula alla Camera quando il presidente della Camera, Gianfranco Fini, proclama la votazione.
Nessun commento nè dalla maggioranza nè dall’opposizione ma un silenzio tombale che tradisce quasi uno stupore per il risultato apparso sul tabellone luminoso.
Papa si è alzato immediatamente dal proprio banco e ha lasciato l’Emiciclo. Ad avvicinarlo il deputato del Pdl Renato Farina che lo ha salutato e abbracciato.
Immobile al suo posto il premier Silvio Berlusconi che lo ha guardato quasi incredulo.
La rissa In Transatlantico
Il deputato del Pdl, Enzo D’Anna ha fermato il collega dell’Udc, Angelo Cera, e gli ha chiesto: «Guarda che nelle carte di Bisignani è citato più volte il nome di Cesa (il segretario dell’Udc, ndr). Quando arriverà  la richiesta per lui come voterete?».
A quel punto Cera si è innervosito e si è lanciato contro il collega.
Sono intervenuti i commessi e nello stesso momento è arrivato anche Pier Ferdinando Casini che ha trascinato via il deputato del suo gruppo. «Casini, imparagli l’educazione a questo qua», lo ha apostrofato D’Anna.
Prigioniero politico
Alfonso Papa si sente un «prigioniero politico».
Il deputato pdl si dice «sereno», spiega che continuerà  la sua «battaglia per la verità », ma aggiunge: «Le responsabilità  politiche se le assumerà  chi ha preso la responsabilità  di questo voto…».
Oggi, aggiunge, «c’è stata la vittoria del giustizialismo».
L’ira di Berlusconi
«Sono pazzi» è tutta una follia, pur di colpire me e buttare giù il governo rinnegano principi che dovrebbero difendere nel totale disinteresse per le persone, si è sfogato Berlusconi con i suoi.
Il capo del governo si è scagliato soprattutto contro Pier Ferdinando Casini (è una vergogna, una cosa inaccettabile quello che ha fatto, ha detto) ma anche contro i Radicali e in particolare l’ex radicale Benedetto Della Vedova ora in Fli che a suo dire sono sempre stati garantisti e ora hanno cambiato idea.
Forse si è dimenticato di rivolgere un pensiero al suo sodale Bossi…
Disordini dopo il voto fra Gramazio e il senatore del pd Giaretta. E D’Anna (pdl) e Cera (udc) vengono quasi alle mani.
Oltre al caso Papa era infatti in discussione al Senato anche una richiesta analoga per Alberto Tedesco, senatore del Pd passato al gruppo Misto, indagato dalla Procura di Bari per la sanità  pugliese.
Ma in questo caso l’Aula si è espressa per il no, nonostante lo stesso esponente democratico poco prima dell’inizio della seduta avesse chiesto ai colleghi di Palazzo Madama di votare sì al suo arresto.
Anche al Senato il voto è avvenuto a scrutinio segreto: i no sono stati 151, a fronte di 127 sì e 11 astenuti.
E’ però giallo sulla paternità  dei voti: il Pd dice di essersi espresso per il sì e che sono stati in realtà  molti senatori leghisti, con il voto segreto, a graziare tedesco per poi scaricare l’accusa di incoerenza sul centrosinistra.
Accusa quest’ultima respinta al mittente dal Carroccio.
Tedesco, dopo il voto, ha annunciato che non rassegnerà  le proprie dimissioni, come paventato da più parti: «Lasciando il mio incarico – ha puntualizzato – avrei dato ragione alle tesi dei pm che dicono che la mia posizione è potenzialmente criminogena».
Ha tuttavia chiesto un «processo rapido» e annunciato la propria intenzione di rinunciare alla prescrizione affinchè l’iter di giudizio non si interrompa.

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BERLUSCONI TEME L’AUTUNNO CALDO: “PAGO LA GUERRA NELLA LEGA”

Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile

LA PAURA DEL PREMIER E’ CHE A SETTEMBRE INIZI L’OFFENSIVA PER VOTARE NEL 2012: “NON MOLLO, L’ESECUTIVO TECNICO E’ IL MIO”….IL COLLE VIGILA

Resistere. Andare avanti come se nulla fosse, a dispetto di tutto.
È questa la parola d’ordine di Silvio Berlusconi, alle prese con il progressivo incrinarsi dell’asse con il Carroccio.
“Perchè in fondo, dopo il consenso bipartisan sulla manovra, il vero esecutivo tecnico è il mio”.
Certo, l’ostinato rifiuto della Lega di votare il decreto salva-Napoli ha infastidito il Cavaliere, convinto di “pagare una guerra interna alla Lega”.
Lo preoccupa la voce di un’offensiva leghista in preparazione a settembre-ottobre, che potrebbe portare al voto anticipato a marzo del 2012.
Così come, fino all’ultimo, il premier starà  oggi con il fiato sospeso per conoscere l’esito del voto segreto sull’arresto di Alfonso Papa.
Ma non è da questi strappi estivi del Carroccio che si aspetta il colpo finale, quello capace di mandarlo a gambe per aria.
“Ho cercato di convincerli per tutta la sera – ha raccontato Berlusconi riferendosi al vertice di due sere fa ad Arcore con Bossi e i leghisti – ma se insistono per l’arresto di Papa io non posso farci nulla. Comunque non ci saranno conseguenze sul governo, questo è chiaro”.
Una presa di distanza da Papa sottolineata ieri sera dallo stesso segretario del Pdl Alfano.
Davanti ai suoi deputati, nella sala della Regina, Alfano ha sì proclamato che il Pdl “non è il partito delle manette”, precisando però che “Papa non è un fulgido esempio di come si fa bene il mestiere del parlamentare”.
Insomma, la difesa del deputato è tiepida, Berlusconi è consapevole che non può politicizzare troppo un voto che resta molto a rischio, nonostante nel Pdl sperino nell’aiuto segreto dell’area dalemiana del Pd e nell’Udc.
Ignazio La Russa, in Transatlantico, ironizza con una battuta sul “Papa Tedesco” la concomitanza del voto sull’arresto del pd Alberto Tedesco e di Alfonso Papa.
Eppure il confronto di lunedì sera intorno al tavolo di Arcore, davanti a una bottiglia di Valpolicella, è stato teso, molto teso.
All’inizio Bossi è sembrato aprire uno spiraglio, dichiarando che “in teoria non è giusto mandare in galera un parlamentare prima del processo”.
Berlusconi si è entusiasmato: “Bravo Umberto! È proprio questa la nostra posizione, si faccia il processo ma niente galera”.
A gelare l’atmosfera è arrivato però Roberto Maroni, preoccupato per le conseguenze che un voto contrario all’arresto di Papa avrebbe sulla base leghista.
“Vedi Silvio – ha obiettato Maroni – la tua posizione sarebbe corretta se valesse per tutti. Ma Papa, se fosse un cittadino qualsiasi, a quest’ora sarebbe già  in carcere”. Parole che hanno convinto anche Bossi.
Il Cavaliere invece ha iniziato a friggere. “Avete ragione, ma ormai Papa è un caso politico. I magistrati attaccano pezzi della maggioranza per attaccare me”.
Nè l’insistenza di Berlusconi, nè gli argomenti giuridici di Ghedini hanno tuttavia persuaso Bossi a cambiare idea.
Certo, il Senatùr è preoccupato per la sorte di Marco Milanese e (di conseguenza) di Giulio Tremonti, nel caso passasse il principio degli arresti dei deputati.
Ma, alla fine, il verdetto è stato lapidario: “Mi dispiace – ha concluso – noi voteremo a favore dell’arresto”.
La stima è di circa 45 deputati della Lega su 59 (tutta l’area Maroni) pronti a votare oggi il sì alle manette.
Un clamoroso strappo rispetto alla linea di Berlusconi e alle titubanze di Bossi, che ha costretto Reguzzoni a disdire la riunione del gruppo leghista prevista ieri sera per il timore di contestazioni dei deputati padani.
Altra grana, quella del decreto rifiuti.
Il Pdl è spaccato, l’ala napoletana ha deciso di puntare i piedi.
Un’intransigenza che ha ributtato nel campo del Carroccio la patata bollente.
Alla cena di Arcore il capogruppo Reguzzoni, il più filogovernativo, ha provato a cercare una mediazione, spendendosi per “trovare una soluzione ragionevole che vada bene a tutti”.
Ma anche su questo tema Bossi non ha lasciato margini: “Voteremo contro il decreto in aula perchè in Consiglio dei ministri abbiamo votato contro. Un’altra soluzione non sarebbe capita dai nostri”.
La crisi interna al centrodestra è seguita passo passo dal Quirinale.
Giorgio Napolitano ha seguito da vicino le convulsioni della maggioranza intorno al decreto rifiuti, preoccupato per le conseguenze sulla sua città  di un ennesimo blocco dei trasferimenti.
Ai leader dell’Udc e del Pd, ricevuti ieri mattina, ha chiesto un’ulteriore prova di responsabilità , facilitando la soluzione del problema rifiuti nonostante la contrarietà  del Carroccio.
E se Casini e Bersani hanno detto che l’opposizione non può supplire in eterno alle spaccature della maggioranza, Napolitano ha promesso di vigilare.
Pronto a dire con forza che non è ammissibile una maggioranza a fisarmonica, perchè la Lega o sta dentro o sta fuori.
Ma se si chiama fuori, ha promesso Napolitano, il capo dello Stato sarà  il primo a chiederne conto al Cavaliere.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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